Dal Ragoo in Martesana questa settimana Locali361 si sposta a pochi passi dalla Darsena per raccontarvi l’eredità di un angolo della vecchia Milano: c’era una volta, ed esiste ancora oggi, Cantina Scoffone. Parola di Mauro Chiodo.

Locali361: vino sfuso e standard jazz, giù in Cantina Scoffone
Al centro Mauro Giosafatte Chiodo, gestore di Cantina Scoffone

C’era una volta, negli anni ’40 del secolo scorso in via Victor Hugo a Milano, una vineria nata dall’iniziativa di Luigi Scoffone, piemontese orgoglioso di portare nella città meneghina alcune eccellenze vinicole della sua terra. Questo piacevole luogo di ristoro, semplicemente chiamato Cantina Scoffone, divenne tra gli anni ’50 e ’70 un importante ritrovo per personaggi del mondo artistico, uomini di cultura ma anche giovani e universitari che usavano frequentare la cantina per un panino o un piatto di würstel e crauti, accompagnato da un buon bicchiere di vino o una birra alla spina, dato che il proprietario fu uno dei primi a smerciare così la Spaten, una vera chicca all’epoca. «Una magia che durò fino al 1980, anno della scomparsa di Luigi Scoffone, il cui locale venne in seguito acquistato da Peck: oggi, precisamente in quella che era la sede originaria, si trova il ristorante Cracco Peck», ricorda Mauro Chiodo, l’attuale gestore del più recente e omonimo locale esistente in via Pietro Custodi, mentre versa a me e a sé un goccio di Dolcetto. Mauro veniva da tutt’altro settore e una decina di anni fa decise di mettersi in gioco su invito di Cristina Salvaderi, «mia attuale socia e nipote di Scoffone, affascinata dal desiderio di ripercorrere le orme del nonno e intenzionata ad aprire a pochi passi dai Navigli un locale che potesse in qualche modo ereditare l’atmosfera della storica cantina del centro, riprendendo l’uso di vendere a milanesi e avventori vini sfusi».

Tentativo evidentemente andato a buon fine sia perché ancora oggi «molti ultrasessantenni talvolta leggono l’insegna, poi sbirciano ed entrano per chiedere se siamo “quella Cantina Scoffone”» ma anche perché l’attuale clientela, oltre ai nostalgici, annovera anche clienti dai 25 anni in su. Il motivo di tale trasversalità è assicurato da almeno tre offerte di qualità, a cominciare «dalla carta di selezionati vini sfusi ed etichette di piccoli produttori che ci garantiscono Dolcetto D’Ovada, Barbera e Chianti classico e per i più esigenti bottiglie di Brunello, Barbaresco e Sassicaia». Poi la cucina che, originariamente piemontese, grazie alla passione e alla competenza del marito di Cristina, propone dal 2009 piatti toscani, dalla panzanella alle bruschette compresa qualche variazione come «il panino con lampredotto rivisitato in un raviolo slow food. Milano insegna che ogni giorno bisogna evolversi pertanto anche noi continuiamo ad aggiornare il nostro menù con ancora più cura negli impiattamenti e una scelta più mediterranea, ad esempio baccalà al forno, polpo alla brace con misto di verdure e fegatini, ravioli fatti in casa con guancia di manzo o tortelli ripieni di formaggi».

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L’insegna di Cantina Scoffone in via Pietro Custodi

E oltre alla buona tavola, terzo motivo che attrae i nuovi frequentatori di Cantina Scoffone è il jazz: «Originariamente Cristina aveva deciso di far ascoltare in filodiffusione alla clientela classic jazz e dato che piaceva ho pensato: perché limitarsi a registrazioni e non offrire invece musica dal vivo? E così il martedì sera e sporadicamente il giovedì a partire dalle 22 abbiamo dato inizio alle serate di jazz dal vivo: la programmazione, affidata al sassofonista Mirko Fait, è stata inaugurata nel settembre 2013 con l’esibizione di Carol Sudhalter, quotata sassofonista newyorkese». Nel primo lustro, per un totale di 60 concerti l’anno, hanno vibrato le loro note per i clienti di Cantina Scoffone musicisti come il contrabbassista italoamericano Marco Panascia e il fisarmonicista Giuseppe Mitici ma in particolare Mauro ricorda con piacere momenti come lo scorso 7 novembre quando, in occasione di Jazz-Mi «venne da noi il batterista Lou Lombardo con un musicista prodigio diciottenne, pupillo di Antonio Faraò, uno dei più grandi pianisti jazz contemporanei, nonché mio carissimo amico e compaesano. Riconosciuto dai clienti, appena entrò ci fu un boato e fu caldamente invitato a suonare: una serata lunga, piacevole e indimenticabile». Evento musicale esclusivo di Cantina Scoffone è Jazz in Rosa «progetto che abbiamo inventato e cullato dando spazio a voci jazz femminili per un mese a stagione. Purtroppo in questi giorni abbiamo dovuto interrompere la programmazione soprattutto per motivi legati all’arrivo dell’estate – aggiunge – ma confido che riprenderemo a settembre come sempre».

Cantina Scoffone, pur mutati i tempi e location, dato che ha sostituito l’originale ambiente spazioso e in legno del centro con uno più piccolo e curato, tavoli in marmo di Carrara e mobilio da osteria anni ’50, continua comunque ad essere al passo con i tempi: «Siamo aperti dal lunedì al venerdì a pranzo e il sabato a cena e molti giovani, come una volta, vengono da noi anche solo per un calice di vino accompagnato da un tagliere di salumi. Molti ci scelgono perché, pur essendo in zona Darsena, rimaniamo in una via interna, molto tranquilla: Cantina Scoffone è un luogo di relax e familiarità, dal servizio lento e confortevole tra una portata e l’altra al jazz a fine pasto. Proprio questo clima familiare ha favorito la conoscenza di molte persone che oggi frequentano il locale non solo per le serate di jazz». Dopo un ultimo sorso di vino conclude: «Mi piace sapere che molti leghino il nome di Cantina Scoffone a storici ricordi di ciò che è stato ma più di tutto mi fa piacere che la gente ci ricordi anche oggi, senza troppa nostalgia (sorride)».

Lo scorso venerdì 5 maggio il Ragoo ha compiuto 18 anni. Amedeo Ricciolini, storico fondatore ripercorre la vicenda del locale e anticipa a Locali361 le novità per l’estate.

Locali361: il Ragoo di viale Monza a Milano è diventato maggiorenne
Amedeo Ricciolini all’ingresso del Ragoo

In viale Monza 140, accanto alla Martesana, esiste una grande struttura che anticamente ospitava anche una balera risalente al secondo dopoguerra. Quella balera, in seguito trasformata in una serie di circoli sociali, divenne nel 1986 la prima sede di Zelig, il celebre spazio cabarettistico milanese in qualche modo erede del Derby. «Nel 1996 venivo a vedere qui Antonio Albanese e Ale e Franz, poi a fine 1999 il capannone accanto allo Zelig fu ristrutturato e divenne il nuovo teatro di posa anche per l’omonima trasmissione televisiva» ricorda Amedeo Ricciolini, all’epoca ancora impiegato di Webegg ma da lì a poco tra coloro che rilevarono quello spazio appena evacuato per trasformarlo nell’attuale Ragoo. «Eravamo 4 soci alla pari che, come nel mio caso, pur venendo da altri settori professionali, decisero di unire le forze per realizzare il sogno di aprire un proprio locale che poi fu inaugurato il 5 maggio del 2000». Tra i fondatori anche Lorenzo Albini che aveva già dato vita all’Atomic di via Casati, «un disco-bar dall’aria molto familiare, dove non si pagava il biglietto per i live, stessa filosofia che poi abbiamo mantenuto anche in viale Monza».

Un progetto rivelatosi vincente dato che lo spazio, nonostante la distanza dalla movida milanese, inserito comunque in un polo di realtà che costituivano un luogo di incontro per artisti, fotografi, pittori e naturalmente musicisti, compresa la vicina sede di VideoMusic, ha funzionato da subito: «La fama che dopo lo spettacolo i comici di Zelig solitamente passassero da noi a bere qualcosa ha avuto il suo peso anche se devo ammettere che la clientela del Ragoo non ha privilegiato il locale solo per quel motivo», afferma guardando orgogliosamente dal tavolo sotto il glicine sotto il quale ci troviamo l’insegna di fronte a noi. Tante sono le leggende riguardo la nascita del nome ma la ragione principale è che «da buone forchette, noi soci abbiamo subito approvato metaforicamente l’idea che il nostro progetto, come il ragù, fosse composto da ingredienti diversi che insieme danno un prodotto eccellente. Per distinguerci poi e soprattutto per ragioni estetiche abbiamo scelto l’originale dicitura Ragoo con le due ‘oo’, diventato anche marchio registrato: uno dei nostri clienti, designer, ha realizzato il logo con una zanzara – che spesso molti scambiano per un’ape».

Locali361: il Ragoo di viale Monza a Milano è diventato maggiorenne 1

A proposito di designer, l’interno del Ragoo è stato realizzato dai professionisti Davigghi e Campus, che hanno disegnato altri storici locali di Milano come Cuore alle colonne di San Lorenzo e il Goganga «anch’esso fondato da me, Lorenzo Aldini e Stefano Grigori nel 2004, poi abbandonato insieme ad altre attività che gestivo nell’ambito enogastronomico in quegli anni: all’epoca ero più giovane e intraprendente, oggi ho una famiglia e meno tempo», commenta giudizioso Amedeo. Esteticamente il locale rievoca un’atmosfera da salotto anni ’60 -’70 con divanetti all’ingresso e curiosi tavoli con un piano di resina e per base recuperi di tubi per fognature che si illuminano e poi un bancone costituito da un pezzo unico d’acciaio di 14 metri «che a Milano nel 2000, con quella forgia, non aveva nessuno». E proprio da quel bancone dal mercoledì alla domenica, insieme a piadine e taglieri, viene servito lo storico piatto base dell’aperitivo che, in onore al nome, è proprio una ciotola di ragù caldo fatto in casa e offerto con crostini caldi in abbinamento ad una birra o cocktail la cui lista varia ogni anno: «D’estate utilizziamo frutta fresca, ultimamente sta andando molto il pestato con l’anguria oppure la zanzara, un mojito con lo zenzero. D’inverno invece aromatizziamo i nostri cocktail con lavanda, basilico e rosmarino: sono creazioni dei nostri barman, Lorenzo Alberti e Mario Lotti, attuali soci a seguito dell’uscita degli originari».

La clientela del Ragoo oscilla tra i 25 e 45 anni venerdì e sabato ma in altre serate «ad esempio il mercoledì durate il corso di blues dance nato nel 2015, seguito da un concerto o un dj set, il locale è frequentato anche da settantenni della cooperativa sopra di noi abituati, a loro volta, a organizzare balli e concerti jazz, swing o tango. Da maggio invece, come l’anno scorso, alla rassegna blues e jazz della domenica con l’aperitivo in giardino dalle 19.30, vedremo sicuramente tante famiglie e bambini». La direzione artistica della programmazione musicale è stata affidata da due anni a Max Prandi, noto bluesman milanese «ma abbiamo anche dj residenti, che collaborano anche con altri locali a Milano, come Alex De Ponti, Thomas Borghi e Marco Rigamonti: programmano prevalentemente musica funky e R&B». La stagione estiva all’aperto verrà ufficialmente inaugurata la prossima domenica 13 maggio dal concerto di Ruben Minuto: «Ospiteremo nel nostro giardino fino al 22 luglio e per tutto settembre, dopo la pausa di agosto, apecar da street food e biciclette munite di brasserie e piccole cucine. Non mancheranno, oltre al nostro ragù, prodotti legati ai sapori e ai profumi della tradizione, ripercorrendo un itinerario enogastronomico dal Salento al Giappone, passando per la Sicilia e il Venezuela e garantendo ogni domenica un menù diverso e a prezzi accessibili».

Locali361: il Ragoo di viale Monza a Milano è diventato maggiorenne 2
Il giardino esterno del Ragoo

La bella stagione avanza ma al Ragoo non mancano eventi anche d’inverno: «A seguito dell’iniziale incontro nel 2008 con l’associazione Bastian Contrari che era solita portare qui ogni giovedì eventi artistici e culturali, abbiamo sviluppato dal 2011 nostre rassegne musicali dal funk allo swing alla musica elettronica. Quest’anno poi abbiamo sperimentato, per una domenica al mese, una jam session blues sul palco durante l’aperitivo con una band di massimo 4 persone e inaugurato un altro evento dedicato agli anni ’80 con Beppe, vj di Evergreen radio che, su votazione del pubblico, proietta in sala video originali di quegli anni, vere chicche persino irreperibili su YouTube: è piaciuta molto e la riproporremo nuovamente il prossimo autunno».

Avrà inizio domani 11 maggio la decima edizione del Rock in Park: le anticipazioni di Musica361 sulla nuova edizione.

Locali361: tutte le sfumature del rock al Legend Club
Legend Club, via Enrico Fermi, Milano

Anche quest’anno arriva puntuale Rock in Park 2018, appuntamento milanese che porta sul palco la scena alternative e underground, garanzia nel panorama italiano dei festival estivi ed evento di lunga tradizione del Legend Club di Milano. Un festival esclusivo che quest’anno in particolare festeggia dieci anni e, per l’occasione, sarà arricchito da una settimana in più di programmazione e una organizzazione ancora più accurata, a partire da domani, venerdì 11 maggio, fino al 17 giugno. Attesissimo in particolare martedì 5 giugno, in sostituzione al concerto di Phil Rudd, il batterista Vinny Appice, accompagnato dalla sua band: musicista che ha iniziato la propria carriera a 16 anni nel 1980 quando gli si presenta l’occasione di suonare con John Lennon in quella che sarà la sua ultima performance prima della prematura scomparsa e in seguito scelto da band come Black Sabbath e Ronnie James Dio.

E le sorprese per questa edizione non finiscono qui: nonostante non sia più prevista la solita edizione di settembre del festival, la fama del Rock In Park in questi 10 anni è giunta alle orecchie di altre città, portando così alla nascita di nuovi eventi in contesti altri da quello milanese, permettendo all’iniziativa di acquisire un carattere sempre più itinerante: è così che è nato Rock in Park On The Road, una serie di show figli del Rock in Park organizzati in tutta Italia.

Rock In Park 2018: compie dieci anni l’evento targato Legend Club

Una delle tappe, in collaborazione con Rock My Life Festival, sarà il Rock In Park Open Air nella suggestiva cornice della Cava di Roselle, località Grosseto. Previste alcune delle migliori band dell’attuale scena rock e metal italiana: venerdì 13 luglio saranno headliner i Destrege e i Wolf Theory, giovanissimo progetto milanese industrial rock, sabato 14 luglio arriveranno i Finley con i loro singoli di maggior successo insieme ai brani del loro ultimo album, Armstrong (2017); ad aprire il loro concerto i The Bastard Sons of Dioniso con una scaletta composta anche da brani dell’ultima fatica in studio, Cambogia, e i RHumornero, band nata nel 2005 dall’incontro di musicisti provenienti da diverse esperienze come Super B e Prozac +. La kermesse musicale si concluderà domenica 15 luglio con il travolgente show metal dei livornesi Strana Officina che promuoveranno la versione remixata del disco The Faith (2006) e Non finirà mai, EP interamente in italiano contenente brani inediti scritti nel 1994. Sul palco, dopo aver chiuso la decima edizione del Rock in Park 2018 a Milano, anche i cremaschi Genus Ordinis Dei con all’attivo Great Olden Dynasty, album acclamato dagli addetti ai lavori, sia italiani che esteri, contenente il brano Salem featuring Cristina Scabbia dei Lacuna Coil.

Come sempre, oltre alla musica, i partecipanti potranno godere di un’ area ristoro con griglieria e birra fresca.

Per rimanere aggiornati seguite la programmazione su https://legendclub.jimdo.com/

Dalla Salumeria della Musica, Locali 361 si sposta in un club rock in via Tito Livio a Milano: ladies and gentleman, TNT

Locali361: TNT Club, only for rockers
Christian De Negri e Francesca Frigerio, gestori del TNT Club

Christian De Negri e Francesca Frigerio, meglio conosciuti come Christian e Frankie, sono i gestori del TNT Club in via Tito Livio angolo piazza Salgari, che ha festeggiato lo scorso 6 marzo 8 anni di attività. «Nel 2010 abbiamo trovato questa ex officina meccanica che abbiamo prima preso in affitto e dopo che la proprietà ha realizzato alcuni lavori abbiamo poi allestito come locale». Coppia sia nella vita che per lavoro, Christian di origine tedesca abitava in Germania e lavorava nel mondo della ristorazione poi, una volta incontrata Francesca che aveva un negozio di tatuaggi e piercing in corso XXII marzo, decide di realizzare un sogno, cioè «aprire un pub con musica dal vivo per appassionati di rock». E in effetti la scelta del nome appare subito chiara ad un amante del genere dato che TNT è il titolo di un famoso brano degli AC/DC, l’unica band capace di mettere d’accordo entrambi: «Cristian e io abbiamo gusti un po’ diversi – scherza Francesca – io adoro il dark e lui il rockabilly; gli AC/DC sono stati l’ispirazione di compromesso per battezzare un club musicale all’americana».

Attraversata la lunga rampa coperta che da via Tito Livio porta all’entrata del club si entra in un ambiente dall’arredamento rock bianco, rosso e nero: «Prima sono stati scelti i colori, poi le decorazioni con il disegno della hot rod e il logo del TNT, realizzato da un carissimo amico designer. Pian piano abbiamo aggiunto nel locale altro mobilio rock anni ’50, compreso il tavolo da biliardo, soddisfacendo un gusto che piacesse prima di tutto a noi». In un ambiente del genere beveraggio principe non può che essere la birra: «Abbiamo circa 26 tipi di birre diverse alla spina che cambiamo stagionalmente e un’ottima IPA artigianale italiana che selezioniamo ciclicamente e recentemente nuove varietà dall’America». Francesca aggiunge: «Io sono appassionata di whiskey, ne abbiamo una buona selezione di irlandesi e scozzesi doppio malto, sia Bourbon americani con i quali abbiamo inventato uno dei nostri cocktail di punta, il Kentucky Sprinkler con Bourbon, lime zucchero e ginger ale: lo serviamo nelle fruit jar, vasetti per la marmellata con manico».

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In 8 anni di attività ciò che più soddisfa Christian e Francesca è «essere riusciti a istituire un ambiente molto familiare, al punto che i clienti hanno creato autonomamente le pagine facebook TNT family. Lavoriamo dal martedì alla domenica ma soprattutto durante il week end, abbiamo uno zoccolo duro di amici metallari che viene a bere una birra e giocare a biliardo ma anche gente che si aggiunge espressamente per gli eventi live. Qui si dà appuntamento anche chi viene da fuori Milano, solitamente trentenni ma in settimana frequentano il locale anche venticinquenni». Mentre si sentono dal palco vicino le prove del gruppo che suonerà in serata Francesca, anche direttore artistico, racconta come viene decisa la programmazione musicale: «Nei primi anni ogni promoter ci ha proposto serate differenti e abbiamo capito che è difficile specializzarsi perché non esiste una scena sufficientemente numerosa che possa sostenere economicamente un solo genere. Nonostante ciò ci siamo guadagnati una bella fetta nell’ambito della musica alternativa e attiriamo diverse sottoculture: oggi a parte le date fissate dai promoter proponiamo una serata mensile nell’ambito del dark con Dj Nikita ma cerchiamo di spaziare a 360° nel rock con una predilezione per band alternative dai repertori originali, quasi mai cover band».

Data la capienza ufficiale di 150 posti sarebbe difficile far esibire nomi troppo importanti ma negli ultimi due anni il locale si è fatto sempre più conoscere: «Da noi ha suonato Umberto Negri, bassista e cofondatore dei CCCP, i Soft Moon, band post-punk che ha aperto per la tournée mondiale dei Depeche Mode e gli storici U.K. Subs. E ogni giorno riceviamo dalle 15 alle 30 mail da diverse band che testiamo soprattutto nei mesi estivi per essere poi eventualmente inserite in cartellone in autunno».  Rock, blues, rockabilly, hard rock, metal, punk, dark e reggae, al TNT sicuramente non sentirete invece mai jazz, techno o latino americano: «Abbiamo concesso al massimo il locale a delle crew di zona per serate hip hop e rap e molte scuole organizzano da noi la festa di Natale con band di ragazzini ma il TNT ha una sua personalità ben definita, non è un contenitore per eventi. E neppure noleggiamo la sala: l’unica volta, memorabile, è stata in occasione del matrimonio di una coppia di clienti che si sono conosciuti qui».

Purtroppo i vecchi clienti sono sempre più anziani e chi ha famiglia non segue più come una volta le serate ma «nel nostro piccolo siamo orgogliosi di aver fatto opera di conversione con molti giovani! Non ci pieghiamo a cambiare per i gusti del pubblico o proporre musica diversa per sopravvivere altrimenti moriremmo noi». Tanti i progetti comunque ancora in corso: «Quest’anno abbiamo dedicato agli universitari il mercoledì sera con offerte su birre e cocktail e dj set dal rock’n’roll al funky all’elettronica che hanno funzionato molto bene, mentre per l’anno prossimo stiamo valutando l’idea di una serata jam session ‘open mic’ curata da una band resident il martedì sera». In occasione dell’estate imminente Christian e Francesca sono alla ricerca di uno spazio all’aperto per nuovi eventi targati TNT: «Mi piacerebbe organizzare un festival in collaborazione con altri soci, in particolare da appassionato di motori – conclude Christian – mi piacerebbe organizzare un raduno con auto d’epoca».

In occasione dei 40 anni del tour dei Pink Floyd “In the Flesh”, la tribute band Big One sta riportando in scena dallo scorso novembre il concept album “Animals” (1977). Le ultime due date in programma stasera a Bologna e il 25 maggio a Roma.

Big One: ancora due le date dell’ “European Pink Floyd Show”
La Big One band in scena con l’ European Pink Floyd Show

Il mito dei Pink Floyd non sembra dare segni di esaurimento, nemmeno nelle nuove generazioni soprattutto in Italia dato il successo riscosso da David Gilmour a Pompeii lo scorso anno, la grande affluenza transgenerazionale ad aprile al Forum di Assago per i due concerti di Roger Waters, che presto tornerà anche a Lucca e Roma, l’accoglienza della mostra antologica “Their Mortal remains” sempre nella capitale e la recente e curiosa notizia della nascita di una nuova tribute band fondata dall’originale batterista Nick Mason, Saucerful of Secrets – dal titolo del loro secondo album – che il prossimo 20 maggio esordirà a Londra.

E sempre in tema di tribute band, questa volta italiane, dopo il debutto lo scorso 21 novembre al Teatro Nazionale Che Banca! di Milano e le successive tappe in altre località della penisola, si concluderà con l’ultima performance al Teatro Brancaccio di Roma il prossimo venerdì 25 maggio il tour dei Big One, cover band pinkfloydiana che riporta in scena la scaletta ispirata all’album Animals (1977), seguendo l’allestimento dei concerti che proprio 40 anni fa toccarono l’Europa e l’America per un totale di 55 date.

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Copertina dell’album “Animals” (1977)

The European Pink Floyd Show è il titolo della serata proposta dai Big One, divisa in due set, uno dedicato appunto a quello che è stato definito l’“Animals Tour 2018” e il secondo costituito dalle celebri hits della band di Waters e soci: oltre due ore di concerto impreziosite da luci ed effetti speciali e una ricerca maniacale di strumenti vintage originali, partiture, arrangiamenti e uso di materiale video d’epoca, rigorosamente proiettato su schermo circolare, perfettamente in armonia con l’immaginario pinkfloydiano, secondo un filologico studio delle esibizioni live della band prog-rock inglese. Il risultato è quanto di più vicino a quella che poteva essere una “Pink Floyd experience”.

La band Big One, nella sua attuale formazione, nasce a Verona nel 2005 e ha raggiunto la notorietà grazie a una serie di spettacoli tematici sull’universo floydiano, riscuotendo negli ultimi anni larghi consensi: nel 2006 hanno pubblicato il doppio CD e DVD Live at Valle dei Templi in Agrigento, il cui brano estratto Confortably Numb, ha superato le 460.000 visualizzazioni su YouTube e al 2009 risale il DVD The Wall Anniversary (2009), registrato al Teatro Romano di Verona. Definita dalla più autorevole stampa italiana e internazionale “la migliore Tribute Band Europea per lʼesecuzione della musica dei Pink Floyd”, il loro The European Pink Floyd Show, con un repertorio composto da brani attinti fino al più recente The Endless river (2014), è stato inserito nei cartelloni dei più importanti festival musicali e teatri esteri e nazionali. Sicuramente un’occasione da non perdere per i fan più appassionati come per i più recenti amanti della musica del quartetto inglese in mancanza, purtroppo, dell’originale.

Nelle sale cinematografiche italiane a luglio il ” Drones World Tour ” dei Muse, un docu-evento dagli effetti speciali mai visti prima. Biglietti in prevendita da oggi.

Muse: “Drones world tour” al cinema ma solo per due giorni
I Muse: Dominic Howard, Matthew Bellamy e Chris Wolstenholme

I Muse presenteranno il loro ambizioso docu-film ” Drones World Tour ” anche nel nostro paese il prossimo 12 e 13 luglio: la band multi-platino di fama mondiale e gli spettacolari droni sferici che hanno caratterizzato la scenografia della loro ultima tournée arriveranno presto anche sui nostri grandi schermi. Girato e registrato durante le diverse tappe del tour di Drones, concept incentrato sulla progressiva disumanizzazione rappresentata in maniera simbolica dal sopravvento dei droni e Grammy Award come miglior album rock 2016, ” Drones World Tour ” includerà in scaletta i singoli Psycho e Dead Inside insieme alle versioni di alcuni dei più grandi successi della carriera della band di Teignmouth tra cui Madness, Uprising, Plug in baby, Supermassive Black Hole e Knights of Cydonia.

Matthew Bellamy: Per me i droni sono metaforicamente psicopatici che permettono comportamenti psicopatici senza possibilità di appello. Questo album analizza il viaggio di un essere umano dalla sua perdita di speranza e dal senso di abbandono al suo indottrinamento dal sistema per divenire un drone umano, fino all’eventuale defezione da parte dei suoi oppressori.

Muse: “Drones world tour” al cinema ma solo per due giorni 1
Locandina del “Drones World Tour” a luglio nei cinema (2018)

I brani vengono intervallati da esclusive testimonianze del gruppo che argomenta il concetto creativo alla base dello show, i cui momenti salienti sono segnati da proiezioni smisurate, elaborati effetti laser che ricreano atmosfere misteriosamente spaziali e distopiche e ovviamente droni che aleggiano sopra il pubblico. «La simbiosi tra umanità e tecnologia è una materia a cui sono sempre stato interessato – dichiara il cantante e chitarrista Matthew Bellamy – e i droni sembrano essere una metafora moderna estremamente forte. Vogliamo però lasciare che sia il pubblico stesso a chiedersi quale sia il ruolo della tecnologia nelle nostre vite e se sia qualcosa di buono o cattivo».

Il New York Times ha già descritto l’esperienza live dei Muse come «un crescendo senza fine, che procede da un picco all’altro con ogni mezzo disponibile»: il film-concerto diretto da Tom Kirk e Jan Willem Schram conterrà effetti speciali strabilianti a testimoniare l’impressionante livello di “artiglieria scenica” e creativa che i fan dei Muse si aspettano, regalando un’emozionante esperienza sensoriale.

 

” Muse: Drones World Tour ” è distribuito da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it, Rockol.it e OnStage. I biglietti saranno in prevendita da oggi, 3 maggio – elenco delle sale su www.nexodigital.it e www.musedrones.film.

Stasera in anteprima nazionale al Teatro Menotti di Milano lo spettacolo ispirato alla biografia scritta da Federico Scarioni su Omar Pedrini, “il rocker che visse tre volte”.

Omar Pedrini: “Cane sciolto”, biografia di un rocker al teatro Menotti
Omar Perdini, in scena al Menotti con “Cane sciolto”

Come se non ci fosse un domani (2017) è il titolo dell’ultimo album di Omar Perdini, una schietta dichiarazione circa la sua attuale fase di vita: «Dopo il terzo intervento al cuore e una interminabile convalescenza in ospedale, ogni volta che chiudevo gli occhi la sera mi chiedevo se il giorno dopo li avessi riaperti. Poi ho realizzato che quella sensazione non apparteneva solo alla mia vita in quel momento ma aveva un significato più universale legato a questo periodo storico: tutti noi oggi viviamo come se non ci fosse un domani tra terrorismo, cambiamenti climatici, paura nei confronti della situazione lavorativa e sulla relativa decisione di mettere al mondo figli. “Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo e impara come se non dovessi morire mai” è stata la massima filosofica che mi ha fatto riscoprire ciò che veramente conta».

A ottobre di quello stesso anno viene pubblicata anche la sua prima biografia redatta dallo scrittore Federico Scarioni, testo dal quale ha poi preso forma qualcosa di più grande: «Negli incontri in Italia per promuovere il mio libro spesso improvvisavo con la mia chitarra mentre Federico leggeva alcuni estratti contribuendo in questo modo ad alimentare un’attenzione sempre più notevole sulla mia vita. E un giorno un amico autore, dopo averci visto, mi ha suggerito: la vostra è una performance beat, perché non trasformiamo tutto in uno spettacolo? Preso dal demone di Allen Ginsberg ho accettato ed Emilio Russo ha prodotto questo spettacolo che stiamo terminando di allestire: stasera, anteprima nazionale aperta al pubblico al teatro Menotti, sarà l’occasione per farlo conoscere al pubblico e poi portarlo in autunno in tutta Italia».

Omar Pedrini: “Cane sciolto”, biografia di un rocker al teatro Menotti 1
La biografia di Omar Pedrini, “Cane sciolto” (2017)

Pedrini porterà in scena i propri percorsi di vita e artistici, sempre intrapresi con la grande soddisfazione di essere stato fedele solo a se stesso, proprio come un cane sciolto, titolo della pièce: «Sono un cane sciolto perché, come capirete, sono sempre stato anarchico, nella musica come in politica», confessa Omar con un certo compiacimento, pur sorridendo con un po’ di amarezza. «Non mi sono mai fatto mettere guinzagli politici da nessuno e questo ha favorito la mia immagine di cane sciolto, animale pericoloso proprio perché poco gestibile. Questa per lo meno è la voce che circola. Sono stato sempre libero di prendere nel bene e nel male le mie scelte, anche se sono sempre scelte che poi ho pagato». La grande vitalità di questo cane sciolto probabilmente risiede in quello spirito di rivalsa già presente nell’animo di quell’acerbo studente che sui banchi ginnasiali fondò i Timoria insieme a Carlo Alberto Pellegrini, gruppo che Manuel Agnelli, nella prefazione del libro, riferendosi all’album Colori che esplodono (1990) ha definito pioniere del rock italiano, nonostante Pedrini minimizzi: «Non ho mai lontanamente pensato di dare vita a tanta epopea (sorride)! A me bastava solo poter fare musica rock come volevo e permettere alla gente di capire i miei testi, cioè cantare in italiano anziché in inglese, idea all’epoca ancora quasi inconcepibile per la discografia italiana ma che effettivamente ho sdoganato».

A metà anni ottanta era difficile cantare in italiano in un contesto rock. Ti guardavano come se fossi un alieno e pronosticavano scarso successo e relativa vita grama e fatta di stenti. Ma noi siamo testardi.

Dopo il primo disco definito il miglior esordio discografico dell’anno, la competizione a Sanremo e ancora tante conquiste, arriva poi quella brusca interruzione nel giugno 2004 quando a 35 anni, a causa di una delicata operazione a cuore aperto, la sua carriera sembra conclusa per sempre: «Il dramma non è stato pensare di morire umanamente quanto rendersi conto che ero morto artisticamente. Nessuno da quel momento mi offrì più contratti discografici, per otto anni sono stato lontano da quel mondo e così ho trasformato le mie competenze in lavoro: trasmissioni televisive e radiofoniche, passioni vinicole, docenza e la pièce al Parenti».

Nella presentazione della serata si parla giustamente di tre vite vissute da rocker «perché ogni risveglio dopo i traumi passati è stata una rinascita. Da ex giocatore di rugby oggi preferisco parlare di “terzo tempo”: Omar Pedrini nato a Brescia, residente a Milano e rinato a Bologna nel 2014. E quando ho potuto ricominciare ufficialmente 4 anni fa non mi sembrava vero. Soprattutto quando a Londra ho incontrato Andrea Dulio che amava i Timoria e mi ha presentato Noel Gallagher in persona che mi ha detto “scrivi bene”».

Omar Pedrini: “Cane sciolto”, biografia di un rocker al teatro Menotti 2
Omar Pedrini in scena

Una vita orgogliosamente da rocker, non a caso in Cattolica dove insegna dal 2005 nel Laboratorio di composizione e realizzazione di una canzone pop, lo chiamano “Professor rock” mentre i fan delle nuove generazioni “Zio rock”: «Negli anni ’90 mi chiamavano “Il Guerriero” perché ho attraversato la vita sempre a schiena dritta, come un hombre vertical per dirla alla Che Guevara, ma l’appellativo che ricorre di più è rocker. E mi piace sottolinearlo soprattutto in questo momento in cui si sente dire che il rock è morto. E io invece come inno di ogni mio concerto ho inserito Hey hey, my my di Neil Young: il rock non è morto, è solo in una fase di passaggio. Non esiste nessun genere paragonabile al rock o che possa sostituirlo, neppure il rap che pure mi piace, perché contiene troppi elementi inimitabili: dalle copertine che sono vere opere d’arte come quelle di Andy Warhol o dei Pink Floyd prodotte dallo studio Hipgnosis, al cinema alla cultura pop della Londra anni ’60. È come una scatola speciale che contiene tante arti o, per essere più contemporanei, un grande link a tante forme d’arte: per questo non morirà mai, come non può morire la cultura, la letteratura, la poesia o il cinema, pur attraversando momenti di crisi». Ed proprio grazie al rock che Omar ha scritto Senza vento, canzone seminale proprio per quella generazione “senza vento” che il prossimo ottobre si sta già preparando a festeggiare il venticinquennale dell’album Viaggio senza vento (1993): «Molti gruppi rock liguri stanno incidendo un album con le canzoni del disco originale che verrà presentato ad agosto a Genova e anche io suonerò con loro. Penso comunque che anche la Universal abbia in serbo qualcosa». E in tema di celebrazioni e reunion anticipa: «Ho già lanciato la proposta di suonare nella notte di capodanno 2019 tutto l’album 2020 con i Timoria, magari in piazza Duomo a Milano oppure allo stadio di Brescia. Vedremo».

Tra poche ore Omar approfondirà questi aneddoti e altre riflessioni per un bilancio sui suoi primi 50 anni: «In realtà sarei anche potuto essere un collega mancato perché dopo il liceo classico e il corso di Scienze politiche avrei voluto diventare giornalista ma fin da bambino mi sono immaginato su un palco a suonare la chitarra e cantare. Ho avuto tanto, in altri momenti ho persino sognato di ottenere anche di più, ad esempio quando siamo andati in tour in Europa ma comunque è andata bene. Sono contento e soddisfatto e nonostante tutto sono qui a raccontare le mie salite e ricadute per colpa di questo cuore malandrino. D’altra parte è pur sempre il cuore di un cane sciolto».

Il leggendario cantautore statunitense Willie Nelson festeggia 85 anni regalando al pubblico la sua ultima schietta produzione discografica. Da oggi in tutti i negozi di dischi e store digitali

“Last man standing”, esce oggi il nuovo album di Willie Nelson
Willie Nelson, “Last man standing” (2018)

Last man standing, cioè “l’ultimo uomo in piedi”, questo il titolo del recentissimo lavoro in studio di Willie Nelson con il quale il cantautore celebra idealmente il suo prossimo compleanno che cadrà domenica 29 aprile. La title track è anche il primo singolo estratto, lanciato da un semplice video che cattura i momenti salienti della registrazione, così come voluto da Nelson.

Degno successore di God’s Problem Child (2017), che aveva debuttato al primo posto delle classifiche country americane, Last man standing contiene 11 nuovi originalissimi brani composti da Nelson insieme allo storico collaboratore e produttore Buddy Cannon, con il quale il cantautore ha realizzato più di una dozzina di album dal 2008. Lo stile che emerge è un “country poco ortodosso”, come specifica anche lo stesso Cannon: «Willie è un cantante e un musicista jazz, improvvisa, ogni volta è diverso, parte e si lascia trasportare».

Sicuramente il disco rappresenta ad oggi uno degli episodi più introspettivi di Nelson, un album nel quale egli esprime tutta la gamma emotiva della sua poliedrica personalità, dai momenti riflessivi di Something You Get Through a quelli più spensierati di Me and You o Ready to Roar. Una serie di brani che sanno prendere profondamente coscienza della fugacità del tempo piuttosto che descrivere ancora la meraviglia per la bellezza e le sorprese che il mondo ha da offrire: Last Man Standing è il risultato di un viaggio verso un picco creativo di Nelson che canta e gioca con un’arguzia e una saggezza che proviene solo da chi ha vissuto, e ancora vive, un’esistenza on the road.

Tracklist

  1. Last Man Standing
  2. Don’t Tell Noah
  3. Bad Breath
  4. Me And You
  5. Something You Get Through
  6. Ready To Roar   
  7. Heaven Is Closed 
  8. I Ain’t Got Nothin’
  9. She Made My Day
  10. I’ll Try To Do Better Next Time
  11. Very Far To Crawl 

Disponibile per la prima volta integralmente dallo scorso venerdì 20 aprile in doppio CD e triplo LP l’esibizione della band di Pete Townshend registrata nel 1968 al Fillmore East di New York

The Who: pubblicato dopo 50 anni il Live at Fillmore East ‘68
The Who at Fillmore East  – Pictorial Press Ltd Alamy Stock Photo

Il Fillmore East, locale del quartiere East Village di Manhattan, inaugurato l’8 marzo 1968 dall’impresario rock Bill Graham e aperto fino al 27 giugno 1971, è uno dei luoghi mitici della storia del rock. In quegli anni d’oro in cui fu attivo molti furono gli artisti e le band che calcarono quel palco, spesso immortalati in leggendarie registrazioni dal vivo, dall’esibizione del quartetto di Crosby, Stills, Nash & Young a Frank Zappa, dalla Allman Brothers Band alla Band of Gypsys di Jimi Hendrix.

Anche gli Who fecero tappa al Fillmore East in occasione di un turbolento tour seguito alla pubblicazione del loro terzo album, il concept The Who Sell Out (1967): arrivarono in città il 4 aprile 1968, giorno dell’assassinio di Martin Luther King, ennesimo tragico episodio nel quadro di un’America sfiancata dalla guerra del Vietnam, dalle lotte per i diritti civili e l’attivismo militante degli studenti. L’ingresso degli Who nella grande mela non fu molto “delicato”, confermando anzi in quel momento la loro crescente fama di distruttori: in particolare durante il tour Keith Moon, oltre a esercitare la sua “arte distruttiva” sul palco non risparmia neppure le camere d’albergo, devastate specialmente con i petardi; e una volta giunto al celebre Waldorf-Astoria di New York il vulcanico batterista finisce perfino per fracassare una porta costringendo la band a spostarsi nuovamente in un altro hotel durante la notte.

The Who: pubblicato dopo 50 anni il Live at Fillmore East ‘68 1
Gli Who in posa al Carl Schurz Monument di Morningside Park

La mattina del 5 aprile, prima delle prove al Fillmore, la band ha appuntamento per una sessione fotografica per Life Magazine al Carl Schurz Monument di Morningside Park ma i membri del quartetto sono stanchi e assonnati al punto di addormentarsi quasi davanti all’obbiettivo mentre posano coperti dalla Union Jack – quello storico scatto diventerà poi la copertina dell’album e del documentario The kids are alright (1979). Finalmente le sera del 5 e 6 aprile 1968, sullo sfondo di questo caotico scenario, hanno luogo le due incendiarie esibizioni degli Who, entrambe registrate dal manager della band Kit Lambert con l’intenzione di ricavarne un album dal vivo che avrebbe dovuto rappresentare il seguito di The Who Sell Out (1967) e precedere quella che, in elaborazione proprio in quei mesi, diventerà la loro prima grande rock opera, Tommy (1969). La sera del primo concerto però, a causa di imprevisti problemi tecnici, è possibile incidere solo una parte delle canzoni mentre la sera successiva fortunatamente si riesce ad ottenere la registrazione completa della scaletta. Kit Lambert però non rimane soddisfatto del risultato e quelle registrazioni rimangono archiviate, preferendo pubblicare in alternativa Magic Bus: The Who in Tour (1968), una raccolta di vecchie tracce contenente appunto anche il nuovo singolo Magic Bus.

The Who: pubblicato dopo 50 anni il Live at Fillmore East ‘68 2
The Who Live At The Fillmore East Cover Art

Nei primi anni ’70 alcuni estratti del concerto al Fillmore, complice anche l’entusiasmo suscitato dalla pubblicazione dell’LP Live at Leeds (1970) – considerato da alcuni il miglior album live della storia – cominciarono a circolare in forma di bootleg come sorta di registrazioni-reliquia della band ma solo oggi, dopo il prezioso restauro e mixaggio di Bob Pridden, storico ingegnere del suono di quell’intero tour, quelle tracce ufficialmente inedite per decenni sono state finalmente stampate in doppio CD e triplo LP, con una qualità sonora ottimale. Nella tracklist, oltre a classici come I Can’t Explain e Happy Jack, anche tre cover di Eddie Cochran (My way, Summertime Blues e C’mon everybody), una versione di Fortune Teller di Benny Spellman, Shakin’ All Over di Johnny Kidd and the Pirates, l’ ispiratissima A quick one, prima mini-operetta rock della storia e My Generation con una lunga finale jam di 30 minuti, che già prelude ai gusti prog rock di fine ’68 e che culmina nella leggendaria e catartica distruzione di chitarra e batteria, marchio di fabbrica di ogni show dei primi Who. Data l’esibizione infuocata, significativa testimonianza di quel tour a detta di quanti ancora oggi lo ricordano, sicuramente quest’album avrà il merito di accrescere la reputazione degli Who come la miglior band live di quegli anni, persino alle orecchie delle nuove generazioni. Ad impreziosire questa edizione una versione 2 CD Digipack con rare foto e note nel booklet 12 pagine ed in versione 3LP con copertina apribile.

 

THE WHO LIVE AT THE FILLMORE EAST 1968

 CD 1: Summertime Blues / Fortune Teller / Tattoo / Little Billy / I Can’t Explain / Happy Jack / Relax / I’m A Boy / A Quick One / My Way / C’mon Everybody / Shakin’ All Over / Boris The Spider.

CD 2: My Generation.

LP 1 – SIDE A: Summertime Blues / Fortune Teller / Tattoo / Little Billy

LP 1 – SIDE B: I Can’t Explain / Happy Jack / Relax

LP 2 – SIDE A: I’m A Boy / A Quick One

LP 2 – SIDE B: My Way / C’mon Everybody / Shakin’ All Over / Boris The Spider

LP 3 – SIDE A: My Generation (pt 1)

LP 3 – SIDE B: My Generation (pt 2)

Chiuderà la prossima settimana, dopo 18 anni di attività, la Salumeria della Musica, storico locale milanese di via Pasinetti gestito da Massimo Genchi Pilloli. E poi?

Locali361: l’ultimo assaggio de La Salumeria della Musica

Quel post pubblicato da Massimo Genchi su facebook la scorsa estate 2017, che inizialmente aveva stupito molti, pare purtroppo invece avere inequivocabile conferma dato che la programmazione de La Salumeria della Musica non è stata aggiornata dopo fine aprile. Sembra proprio che lo storico locale di via Pacinotti sia tristemente destinato a entrare nel novero di quei locali milanesi che come il Rainbow, La Casa 139, il Rolling Stone e Le Scimmie hanno chiuso i battenti negli ultimi 15 anni.

Il locale di Genchi è stato protagonista della riqualificazione della zona Ripamonti, quartiere caratterizzato da ex capannoni industriali, cortili e aree dismesse che hanno conosciuto dai primi anni del 2000 una nuova vita dal punto di vista artistico. In uno di quei capannoni, oggi l’attuale Salumeria della Musica, aveva sede una fabbrica di catene d’oro, i cui resti sono ancora evidenti nell’architettura odierna, scheletro dell’originale struttura ripresa anche nel logo del locale. E laddove si ascoltava prevalentemente rumore di presse, a partire dal 31 dicembre 1999, col primo concerto di Nicola Arigliano, ebbe inizio un’era di 18 anni di musica d’autore accompagnata da vini e salumi di qualità. Chi non ha mai messo piede nella Salumeria o non ne avrà più occasione deve immaginare un ambiente con un palco sul quale si esibiscono band dal vivo e un bancone con un “salumiere” che affetta per il pubblico ottime mortadelle, salami, coppe, prosciutti, accompagnati a formaggi, vini della fornita enoteca e altre specialità regionali.

Curioso considerare che, con la fondazione della Salumeria, tornò ad avere un nuovo fermento musicale quella zona milanese dove tra il 1958 e 1975, precisamente al civico 11 di via Barletta, si trovavano i mitici studi Fonorama di Carlo Alberto Rossi nei quali furono registrati alcuni dei più leggendari album della storia del pop-rock italiano e singoli di Mina, Lucio Battisti e la PFM.

La Salumeria è (stato) un locale piuttosto singolare, o comunque si può dire che abbia fatto scuola, grazie all’anima del suo gestore, Massimo Genchi Pilloli (50), da sempre amante di quei concerti jazz allestiti in posti angusti e fumosi ma dall’aria familiare. Per questo si può dire che il nome del locale magari “non suoni bene” ma sicuramente lo si ricorda proprio perché rispecchia chiaramente gli elementi che lo caratterizzano, quello musicale e quello casereccio. In quell’atmosfera hanno avuto luogo circa 4000 concerti, principalmente jazz da Pat Metheny, primo gran nome nel maggio 2000 al battesimo italiano di Norah Jones ma col tempo anche rock, funky, pop, soul e musica d’autore: da Joss Stone a Keith Emerson passando per Stefano Bollani, Gianna Nannini, Laura Pausini, Samuele Bersani, Gino Paoli, Fabrizio Bosso, ospitando pure Rock Files la trasmissione radiofonica di Ezio Guaitamacchi su LifeGate Radio e persino Enzo Jannacci e Diego Abatantuono, che creò nel 2002 una compagnia stabile di comici poi diventati protagonisti delle prime puntate televisive di Colorado Cafè. Un locale dunque apparentemente informale ma allo stesso tempo qualificato, nel quale poteva anche capitare di trovarsi accanto a personaggi del mondo musicale italiano come Fernanda Pivano od Ornella Vanoni.

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Enzo Jannacci sul palco de La Salumeria della Musica

A decretare la fine della Salumeria nessuno screzio con i proprietari e nessuna crisi ma solo stanchezza nel constatare quanto un genere come il jazz, che purtroppo fatica sempre più ad evolversi e imporsi, abbia inevitabilmente portato a modificare il palinsesto dovendo introdurre ben altri generi che sempre meno hanno incontrato i gusti di Massimo. La Salumeria, contro ogni logica modaiola, è nata come spazio per ascoltare jazz e musica di qualità almeno 5 sere a settimana, promessa sempre più tradita da necessità di mercato, come Massimo aveva sottolineato anche in un’intervista qualche mese fa: «Sono costretto a mettere in programmazione serate più lontane dal mio gusto, come i tributi a grandi del passato. Qui il pubblico viene, ma dieci anni fa non l’avrei mai fatto, preferendo di gran lunga un concerto di Renato Sellani. Anche per me c’è un limite a tutto» (da La Repubblica del 16/11/2017).

Prevista dunque la prossima settimana l’ultima data, sabato 28 aprile, con il concerto della Tom’s Family, repertorio di cover prevalentemente funk e soul di Stevie Wonder, Ray Charles, James Brown, Al Jarreau, Aretha Franklin, Otis Redding e Marvin Gaye, con incursioni nei repertori dei Brecker Brothers e di Maceo Parker. Con quei brani la Salumeria saluterà Milano. E così non solo verrà a mancare un altro importante riferimento in città dove poter suonare rispetto al numero di musicisti professionisti che elemosinano palchi per potersi esibire ma con la perdita della Salumeria, entrata a pieno titolo nella classifica delle 195 Great Jazz Venues mondiali stilata dalla storica rivista musicale Downbeat, tramonta un’altra epoca. Quando aprì in quel dicembre 1999, a solo un mese dalla chiusura del Capolinea, leggendario jazz club in zona Naviglio Grande nato nel 1968, la Salumeria venne subito accolta come una sorta di passaggio di testimone. La prossima settimana invece, a fronte del fatto che nuovamente si estingua un altro pezzo di storia milanese, purtroppo non si hanno ancora notizie di un eventuale subentro nello spazio di via Pasinetti.

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