Come entrare visivamente nei luoghi cantati da Springsteen? Ci hanno provato Daria Addabbo con le sue fotografie e il giornalista Gino Castaldo con le sue parole.

“This hard land”: l’immaginario poetico di Springsteen in un libro fotografico
Dal libro “This hard land”, foto di ©Daria Addabbo

This hard land è il titolo di un brano di Bruce Springsteen. Da qualche giorno anche quello di un libro nato dalla collaborazione tra la fotografa Daria Addabbo e il giornalista musicale Gino Castaldo.
Lei con i suoi scatti e lui con le sue parole hanno unito le rispettive forze e competenze per tentare di raccontare la poetica di quei luoghi attraverso cui il Boss, nelle sue canzoni, ha dato vita ad una precisa iconografia.

“Sulle strade di Springsteen” è il sottotitolo del volume – sebbene, tra scorci urbani, uomini, donne, bambini e anziani non si trova neanche una foto del cantautore del New Jersey. Viene semmai evocato attraverso le immagini di quei territori da lui cantati per dipingere l’America contemporanea nella sua personale visione.

Ogni capitolo riprende citazioni oppure tematiche dell’immaginario springsteeniano, vere tappe che segnano questo ideale iter paesaggistico: da My Hometown a The Promised land, passando per il lavoro, l’amore, la notte, la strada e infine il sogno.

“This hard land”: l’immaginario poetico di Springsteen in un libro fotografico 1
“This hard land: sulle strade di Springsteen” (Jacabook, 2019)

Si scopre così uno Springesteen che, a dispetto della sua immagine di eroe luminoso, ambienta molte delle sue canzoni nell’oscurità o di notte. Quella notte in cui ha sempre vissuto cantando ed esibendosi, senza aver mai aver esercitato “un lavoro vero”.

Eletto working class hero senza mai esserlo stato ma da sempre cantore della vita di strada, anelando la terra promessa, metafora di quel sogno americano tanto vivo nelle sue liriche.

In un’era 2.0 in cui tutto è facilmente reperibile sulla vita o sulle esibizioni di Springsteen ecco un libro che, in oltre 130 pagine, ha il merito di calare in una visione poetica – magari con uno dei suoi album in sottofondo – che altrimenti difficilmente si potrebbe cogliere. A meno che non ascoltiate i dischi di Springsteen viaggiando in auto per quei luoghi.

Cosa vi dice il nome David Crosby? Un cantautore statunitense? Molto di più: scoprite l’ultimo eroe dell’Era dell’Acquario nel libro di Grompi.

Il ritorno di David Crosby, l’ultimo eroe dell’Era dell’Acquario
David Crosby al Carmel Palladium, Indianapolis, 4 November 2017

Figlio di un direttore della fotografia statunitense, David Crosby (1941) da giovane decise di darsi all’arte drammatica. Interesse passeggero, dato che in breve tempo si dedicherà alla musica, inserendosi nell’ambiente newyorkese del Greenwich Village.
Dotato di voce, ego, talento e un amore smisurato per la libertà, Crosby ha condotto una vita intensa e spesso estrema.

Protagonista della storia del rock, ha fondato nel 1964 i Byrds insieme a Roger McGuinn e Gene Clark e dato vita al sodalizio con Stills Nash & Young, compresa la partecipazione a Woodstock.
Infinite le faide con i suoi compari, poi la prigione, la toccante riscoperta del figlio James Raymond dato in adozione, la morte della fidanzata in un incidente e il conseguente abuso di droghe fino all’amore salvifico per la moglie Jan.

Colpi di scena, gioie e momenti oscuri di una vita che lascia quasi increduli di fronte al fatto che oggi sia ancora vivo. Un vero immortale, anche alla luce di un’incredibile anamnesi medico-clinica, uno degli ultimi eroi viventi dell’Era dell’Acquario.

Il ritorno di David Crosby, l’ultimo eroe dell’Era dell’Acquario 1

Attivissimo sui social e quasi sempre in concerto, dal 2014 ha ripreso prolificamente la sua attività solista a conferma di una insospettabile giovinezza musicale all’alba degli 80 anni.

Recentemente celebrato in U.S.A. col documentario Remember my name, in Italia, per raccontare la sua visione musicale e la sua essenza visionaria di vita e politica, Vololibero ha invece pubblicato David Crosby.
Appassionante come un romanzo e puntuale come un saggio, il libro di Marco Grompi inquadra l’artista in una minuziosa ricostruzione storico-critica, tra utopia e poesia, luci e ombre.

A completare questo volume i testi di tutte le canzoni con traduzione, interviste – alcune inedite –, contributi di giornalisti, amici e appassionati, belle fotografie e una dettagliata discografia, filmografia e bibliografia.

Curiosità, aneddoti ed esperienze inedite nell’unica autobiografia scritta dall’Aquila di Ligonchio, meglio nota come Iva Zanicchi.

La nostra Iva Zanicchi, quella ragazza “Nata di luna buona”
Iva Zanicchi

Ha cominciato cantando nella sua casetta sull’albero a Vaglia di Ligonchio e non ha più smesso.
Da quel paesino sull’Appennino tosco-emiliano Iva Zanicchi ha fatto tanta strada.
Dopo un’apparizione televisiva a Campanile sera con Mike Bongiorno, le lezioni di canto e una serie di esibizioni nelle balere romagnole, esordisce nel 1960, appena ventenne, al festival itinerante I due campanili di Silvio Gigli.

Da allora si susseguono Castrocaro, Canzonissima e ben dieci partecipazioni al Festival di Sanremo, comprese tre vittorie (1967, 1969 e 1974): sarà la cantante ad aver vinto più volte la manifestazione. Definita da Alighiero Noschese “il pollice della canzone italiana”, cioè una delle personalità musicali italiane più importanti insieme a Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo e Milva, porterà la canzone italiana persino al Madison Square Garden.

La nostra Iva Zanicchi, quella ragazza “Nata di luna buona” 1Le giovani generazioni la ricordano televisivamente per la conduzione di Ok, il prezzo è giusto senza sapere spesso quanto la Zanicchi abbia lasciato un segno indelebile nella storia dello spettacolo e della canzone italiana. Una carriera costellata da grandi incontri, da Lucio Battisti ad Alberto Sordi, dalla stima di Giuseppe Ungaretti, con la quale gira il clip della canzone Un uomo senza tempo, a Federico Fellini che le si inginocchiò davanti e non solo.

All’alba dei suoi 80 anni, la cantante ha deciso di prendere in mano la penna e raccontare (quasi) tutto. Senza però tradire le sue origini: negli anni, dal successo alla politica, è sempre rimasta una semplice ragazza di Ligonchio, “nata di luna buona”. Espressione che non a caso ha usato come titolo della sua recente autobiografia. Per approfondire la carriera di una delle voci che hanno segnato la nostra tradizione, attraverso tanti teneri ricordi, divertenti retroscena ed episodi inediti. E una galleria fotografica con tanti scatti privati.

A pochi mesi dal film “Rocketman” arriva la prima e unica biografia ufficiale di Sir Elton John. Retroscena di una vita straordinaria, commovente e fuori dagli schemi di una leggenda vivente del rock.

“Me, Elton John”: confessioni autobiografiche di una rock star
Elton John in concerto

Reginald Dwight è un ragazzo timido e dal complesso rapporto con i genitori, cresciuto in un sobborgo londinese negli anni ‘50. Porta gli occhiali alla Buddy Holly sognando di diventare una pop star.
Poi finalmente a 23 anni il suo primo concerto in America, indossando una salopette giallo brillante, una maglietta disseminata di stelle luccicanti e un paio stivali con le ali. Così nasceva Elton John.

Da allora ha inizio una carriera contrassegnata da eccessi e colpi di scena: dall’iniziale rifiuto a collaborare col paroliere Bernie Taupin alla scalata del successo mondiale. Poi le follie da rockstar, compreso il tentativo di affogarsi nella sua piscina a Los Angeles e il ballo con la Regina.
E infine gli aneddoti legati all’amicizia con John Lennon, Freddie Mercury e George Michael, le vacanze con Versace, fino alla creazione della Elton John AIDS Foundation per la lotta all’HIV/AIDS.

Una vita fatta di incredibili alti e bassi e storie vociferate dai fan ora confermate dalla sua penna riguardo musica, relazioni, passioni ed errori. In Me, Elton (Mondadori, 2019) scoprirete anche la taciuta dipendenza dalla droga che lo ha tormentato per oltre 10 anni e l’intenso percorso di disintossicazione.

“Me, Elton John”: confessioni autobiografiche di una rock star 1E altri passaggi delicati come l’incontro col grande amore, il regista canadese David Furnish diventato suo marito e a seguire il momento in cui ha deciso di voler diventare padre, stravolgendo ancora una volta la propria esistenza. Oppure il litigio con Lady D a causa di Versace per poi far pace al funerale di quest’ultimo sei settimane prima che anche lei morisse.

Pagine dense e mature, anche se a tratti sconvolgenti, che sir Elton John ha deciso di condividere senza reticenze, sia nei suoi momenti più spassosi che in quelli più difficili, con tono schietto e appassionato.
Aneddoto dopo aneddoto, tra follie e buoni sentimenti prende forma la trasformazione di Reginald Kenneth Dwight in Elton John, paradigma di rockstar.

Una lettura divertente e toccante, un viaggio intimo nella biografia di una leggenda vivente in 352 pagine.

L’epoca digitale ha regalato tanti vantaggi in ambito musicale.
Una fruizione che però rischia di trasformare noi e i compositori in analfabeti sonori.
Un interessante fenomeno analizzato da Carlo Boccadoro nel suo ultimo saggio.

Carlo Boccadoro e gli analfatbeti sonori dell’era musicale 2.0
Carlo Boccadoro

Indiscutibile la rivoluzione epocale che ha portato internet nel mondo musicale. Chi avrebbe pensato, solo fino a pochi decenni fa, di poter reperire canzoni e melodie di ogni tempo e luogo con tale facilità?

Eppure proprio questa possibilità ha inevitabilmente pesato proprio sul concetto stesso di fruizione. Ammettiamolo: quanto spesso nella quotidianità più che ascoltare musica ne orecchiamo piuttosto frammenti in un ossessivo crossover tra generi? Senza considerare quanto in questo sistema la soglia di attenzione cali progressivamente.

Il rischio di questo consumo rapido e indifferenziato interessa anche i compositori che, secondo Boccadoro, si starebbero trasformando in analfabeti sonori, intaccando il concetto stesso di storia musicale.

Nel suo ultimo libro, Analfabeti sonori, l’autore sottolinea il pericolo smarrire il senso critico abbandonandosi all’esplorazione superficiale di cataloghi tanto pericolosamente vasti.

Spotify d’altra parte propone un sistema d’ascolto che può funzionare per la musica pop ma non per altri tipi di componimenti. Riguardo le playlist di musica classica per rilassarsi afferma: «In questo contesto l’unica ragion d’essere della musica è, paradossalmente, quella di non esserci. Essa viene tollerata solamente in quanto non dà fastidio».

Carlo Boccadoro e gli analfatbeti sonori dell’era musicale 2.0 1Non solo, questa totale accessibilità porta a perdere di vista il valore stesso della musica: “Comporre […] è laborioso, spesso per dare vita a pochi minuti di musica ci possono volere anche parecchie settimane di lavoro quotidiano”.

La parte interessante di questo saggio, all’apparenza specifico, è che si scopre come questo analfabetismo sonoro si riveli in ultima analisi anche cognitivo ed emotivo.

Quale forma di resistenza resta? Da parte dei fruitori un ascolto attento in modo che la musica non sia un mero “elemento condivisibile”. E da parte dei compositori – conclude Boccadoro – continuare a produrre arrivando ad una “platea di persone non abbruttite intellettualmente da un consumo musicale inutilmente frenetico e biodegradabile”.

Cosa hanno in comune l’anima e la musica?
Il nuovo romanzo della scrittrice Stefania Bonomi indaga questo interessante rapporto energetico e spirituale.

Leggere “Il Pentagramma dell’anima” di Stefania Bonomi
Stefania Bonomi

Secondo romanzo per Stefania Bonomi a sette anni dal primo. Gestazione lunga?
«Negli ultimi anni, nonostante mi sia dedicata ad altro per lavoro, ho continuato a sentire un’assoluta necessità di scrivere. Un bisogno che mi accompagna sin da bambina. Come dico sempre sono nata con la penna in mano».

Si parla di energie spirituali e musica. Da dove deriva l’interesse per questa materia?
«Ho assecondato alcuni interessi secondo un percorso di vita che mi ha accompagnato negli ultimi tempi, tra spiritualità e fisica quantistica. Una fase in cui mi sono fatta delle domande. E i miei 12 anni nel settore musicale mi hanno ispirato nella combinazione di questi elementi creando una storia. Due persone vivono in parti opposte del mondo poi qualcosa li porta ad incontrarsi. Come? Attraverso la musica».

Perché il titolo Il pentagramma dell’anima?
«Perché i quattro protagonisti del mio romanzo hanno nell’anima la stessa musica. La musica, toccando le corde più profonde dell’anima, è ciò che collega l’essere umano all’infinito. Non saprei definirlo ma sicuramente questo è un romanzo nel quale si possono trovare delle risposte».

Leggere “Il Pentagramma dell’anima” di Stefania Bonomi 1La tua scrittura in “doppia narrazione” è il vero legame tra il mondo terreno ed energetico di cui parli?
«Leonardo Alfieri, rispetto agli altri personaggi che vengono raccontati, narra in prima persona perché è colui che mi ha raccontato la storia dall’altra dimensione – lo svolgimento poi è venuto dalla mia creatività. Si è descritto così: “Sono stato un comico, ho fatto musica e me ne sono andato dall’altra parte dopo essere diventato un grande scrittore”. Ho pensato: “Giorgio Faletti”. È stato un mio carissimo amico. È morto dicendo “non dimenticatemi mai, basta che parliate di me”».

Si parla di spiritualità ma anche la musica viene citata molto.
«Il clou della storia si svolge al festival di Sanremo e poi ci sono riferimenti alle canzoni di Cat Stevens, Queen, Laura Pausini, Fabio Concato… La più rappresentiva? Imagine di John Lennon, che a mio giudizio parla proprio dell’Aldilà».

C’è un messaggio nel romanzo?
«Forse ritrovare la propria fede. Sicuramente avvicinare al mondo spirituale».

Ieri “Abbey Road”, formalmente l’ultimo disco dei Beatles,
ha compiuto 50 anni.
Cosa lo ha reso tanto celebre?
Due recenti pubblicazioni tornano a gettare luce su questa pietra miliare.

50 anni fa, quando i Beatles attraversavano le strisce di “Abbey Road”
La copertina di “Abbey Road” dei Beatles (1969)

26 settembre 1969. Dopo alcuni mesi di registrazioni i Beatles pubblicano il loro ultimo lp, ufficialmente insieme: Abbey Road. Ieri quel disco ha compiuto 50 anni. 50 anni e non sentirli, si potrebbe dire. Eccome invece, considerando appunto quanto quelle canzoni ancora si sentano, anzi si ascoltino.

A mezzo secolo dalla sua uscita Abbey Road continua ad essere riscoperto come album innovativo dal punto di vista compositivo e produttivo, vera testimonianza del picco creativo di una band leggendaria al tramonto.

50 anni fa, quando i Beatles attraversavano le strisce di “Abbey Road” 1

Non solo, può considerarsi anche un disco cardine quanto all’influenza che ebbe sul decennio successivo: un autentico anello tra la pop music precedente e l’imminente era del progressive rock.

Potete dire di conoscere molte di quelle canzoni ma ignorate come sono nate? E cosa hanno rappresentato per le successive generazioni di musicisti?
Ecco due recenti e interessanti libri per approfondire la materia.

Ne I sogni d’oro dei Beatles Lelio Camilleri contestualizza Abbey Road rispetto alla precedente discografia della band, considerando la fase da cui è nata la produzione.

50 anni fa, quando i Beatles attraversavano le strisce di “Abbey Road” 2

Tre capitoli esaminano nello specifico ogni brano a partire da aspetti strutturali e armonico/melodici, guidando alla composizione definitiva delle canzoni. Gli ultimi due capitoli riguardano invece la genesi dei testi e particolari riflessioni.

E in questi giorni arriva, anche se non ancora tradotto, Solid State: The Story of Abbey Road and the End of the Beatles Coming di Kenneth Womack, acclamato storico dei Fab Four.
Quello che troverete in queste pagine è davvero il resoconto più fedele riguardo scrittura, registrazione, missaggio e accoglienza
dell’album.

Introdotto da una prefazione del famoso ingegnere, produttore e musicista Alan Parsons, il libro accompagna i lettori negli Abbey Road Studios, dotati nel 1969 di un avanzato mixer a transistor “a stato solido”. In quel contesto tecnologico vengono analizzate le dinamiche tra John, Paul, George, George, Ringo, il produttore George Martin e il suo team di ingegneri.

Mia Martini è oggi riconosciuta come una delle più grandi cantanti mai avute in Italia. Unanimamente?
Se ancora siete “vittime di cattive voci”, ecco il libro per togliervi ogni dubbio. Una volta di più.

Buon compleanno Mimì: 70 anni di Mia Martini
Mia Martini negli ultimi anni

Ogni anniversario è momento di bilanci. E questo 20 settembre tocca alla memoria della nostra tanto amata/odiata Mia Martini: oggi avrebbe compiuto 72 anni. Una grande voce, spesso in vita sola contro tante altre voci.

E oltre a quelle che si sono sentite per troppo tempo intorno a questo personaggio, oggi possiamo dire chi è stata veramente Domenica Rita Adriana Bertè?

Marcello M.Giordano si è cimentato nella ricostruzione di uno dei casi più tristemente emblematici della tradizione musicale italiana.
Mettete da parte le chiacchiere e calatevi in una vicenda umana, in bilico tra intensa gioia e sofferenza.
Rivissuta, oltre ai ricordi della stessa protagonista, anche attraverso le toccanti testimonianze di coloro che l’hanno conosciuta.

Da quella precoce vocazione al canto in tenera età, alle magre soddisfazioni della gavetta fino alla scoperta del suo singolare talento di interprete e la conseguente affermazione. Poi il crescente consenso di pubblico, persino a livello internazionale, senza trascurare le prime battute d’arresto e l’autentico oblio degli anni ’80, fino alla riconquista della scena nel Sanremo 1989.

Il tutto insieme alle dichiarazioni legate ai turbamenti sentimentali, alle burrascose vicende familiari e alle sconvolgenti esperienze umane che l’hanno accompagnata al tragico epilogo.

Il caso Mia Martini, ancora aperto?

Interessante l’ampliamento dell’indagine anche al quadro socio-politico dell’Italia del periodo, al fine di inquadrare in maniera completa tutto il caso.

Cosa si scopre una volta letto il libro? Un ritratto elegante, narrato in maniera scorrevole e a tratti lusinghiero.
Oggi ancora di più appassiona e affascina la parabola esistenziale di questa donna continuamente esposta, come un’eroina tragica, ad eventi che ne hanno segnato profondamente la fragile personalità. Cogliendo pure una certa satira di costume, in riferimento a quei tentativi di censura o a riprovevoli comportamenti da parte di alcuni comprimari e personaggi del mondo dello spettacolo.

Conoscete il tormentone “Un’estate al mare” ma in fondo non sapete chi è stata Giuni Russo?
Scopritelo nel libro di Bianca Pitzorno.

 

Giuni Russo: “Da un’estate la mare al Carmelo” 1
Giuni Russo in concerto

In queste ore i social e molte testate ricordano che esattamente 15 anni fa ci lasciava tristemente Giuni Russo, popolare interprete di alcuni brani.
Cosa ha lasciato Giuni Russo alla musica italiana?

Se davvero siete curiosi di saperlo lasciate il vostro pc e dedicatevi a Da un’estate al mare al Carmelo. Una lettura grazie alla quale scoprirete la vita e la carriera di Giuni Russo come lei in persona probabilmente l’avrebbe raccontata. E come di fatto la raccontò all’autrice di questo volume, complice una lunga amicizia.

Che storia è? Quella di una delle voci più straordinarie che abbiamo avuto nella musica leggera italiana. Un’eccellenza di cui Giuni fin da piccolissima fu consapevole – era dotata di un’estensione vocale tale da coprire quasi cinque ottave, utilizzando il “registro di fischio” padroneggiato solo da pochi cantanti. Era così che riusciva a imitare alla perfezione il verso dei gabbiani nel brano Un’estate al mare.

 

Assecondando la sua vocazione educò la sua voce il più possibile, nonostante le ristrettezze economiche e lo scetticismo verso il mondo della musica da parte dei suoi familiari.

Giuni Russo: “Da un’estate la mare al Carmelo” 2

Scoprirete il suo rapporto con un’industria discografica entusiasta da un lato per la popolarità di successi commerciali ma dall’altro, come spesso accade, diffidente quando non ostile rispetto alla sua brama di sperimentare la sua vocalità e nuove strade.

Grazie all’estrema facilità di cambio di registro tentò di liberarsi dagli stereotipi del pop del suo tempo, alla ricerca di quella “musica di confine” tra jazz ed elettronica, blues e lirica, pop e classica, sacra e leggera, che solo più tardi si sarebbe imposta.

Scoprite un’artista che ha costituito un capitolo fondamentale della nostra tradizione musicale. Tanto orgogliosa del proprio valore individuale quanto aperta a nuove influenze e compagni di strada. Fra tutti Franco Battiato che da vero amico le rimase accanto anche nei momenti più difficili, sostenendola sempre a proseguire contro tutto e tutti per realizzare il suo sogno.

Chi era Luciano Pavarotti, lontano dai riflettori?
L’assistente personale del Maestro racconta l’uomo dietro il mito musicale italiano e internazionale.

Big Luciano Pavarotti: ritratto di un autore privilegiato
Luciano Pavarotti in concerto

Ricordato in tutto il mondo tra i dieci tenori più grandi di tutti i tempi e per le numerose collaborazioni – in particolare i Tre Tenori, con Plácido Domingo e José Carreras.
Per altri, profani della lirica, divenne invece popolare soprattutto con il suo Pavarotti & Friends, consolidando così una fama mondiale, anche al di fuori del suo ambito musicale.

Tanto che, quando mancò nel settembre 2007, al suo funerale nel Duomo di Modena erano presenti circa 50.000 persone tra membri di istituzioni nazionali e internazionali e artisti, da Zucchero a Bono.

Molti hanno conosciuto Pavarotti come il Maestro. Solo alcuni hanno avuto la fortuna di conoscere Luciano, l’uomo. E a tanti che oggi scoprono o si appassionano a questo artista fondamentale della nostra tradizione spesso rimane soprattutto la curiosità di sapere chi fosse Pavarotti a riflettori spenti.

Big Luciano Pavarotti: ritratto di un autore privilegiato 1Interessante allora, tra le tante biografie, la testimonianza di un semplice ragazzo peruviano entrato a soli 28 anni nella vita del Maestro: Edwin Tinoco.
Il nome di questo misterioso autore non vi dice nulla? Si tratta di colui che fu l’ombra di Pavarotti per gli ultimi 13 anni di vita, dal 1995 fino alla morte.

E in effetti chi meglio di lui che fu assistente personale, segretario, confidente, testimone di mille aneddoti e di un inimitabile modo di vivere, avrebbe potuto raccontare un artista del genere così da vicino?

In Pavarotti ed io scoprirete l’uomo, nel suo lato privato, più vero.
Un uomo fedele a quello spirito emiliano che seppe sempre conservare, anche quando la popolarità si fece internazionale. Dotato di un entusiasmo talvolta infantile, a tratti malinconico ma sempre animato da una sana voglia di vivere.

Nella vita ho avuto tutto, davvero tutto. Se mi venisse tolto tutto con Dio siamo pari e patta”.   Luciano Pavarotti

Un invito a scoprire curiosità poco note di un uomo gaudente, schietto e generoso, in un bilancio sempre positivo con la vita.
E che, come si capisce, fu esempio di quanto fosse importante amarla ogni momento, perfino nella sofferenza degli ultimi momenti.

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