Ascesa e ritorno alle origini dell’ex leader dei Police raccontato attraverso testimonianze, vicende personali e professionali analizzate dal conterraneo scrittore inglese Paul Carr.

“Ritorno ai cieli del nord”: Sting raccontato da Paul Carr

Figlio del profondo e depresso nordest proletario inglese, Gordon Sumner alias Sting, ha sempre avuto rapporti difficili con la terra d’origine: da giovane la rinnega e oggi, più che famoso, vi torna periodicamente per cogliere ispirazione. Origine di questa folgorante parabola è Wallsend, cittadina natale a otto chilometri da Newcastle alla quale nel 2013 ha dedicato il musical The last ship ispirato all’omonimo album centrato sulla piccola epopea di una squadra di operai che nell’Inghilterra thatcheriana, votata alla competizione globale, costruiscono appunto “l’ultima nave”: protagonisti, in bilico tra fantasia e memoria, luoghi e personaggi del suo passato.

In questo lungo intervallo tra la nascita di Sting e questo crepuscolare omaggio, Paul Carr, autore di Sting. Ritorno ai cieli del nord pone nelle sue pagine una serie di tappe umane e professionali che aiutano a comporre la fisionomia del cantautore inglese, dalle prime scorribande con i jazzisti fino alla fama di proprietario terriero e produttore di vini in Toscana…ma andiamo con ordine.

Tutto ha inizio il 2 ottobre del 1951 nell’umida casa vittoriana di una modesta famiglia proletaria nel citato sobborgo costiero, proseguendo con l’infanzia e il diploma ottenuto con buoni voti in una scuola cattolica maschile, poi l’esperienza alla Warwick University, che però ha termine dopo un solo trimestre: è allora che il giovane Gordon si iscrive ad un college per la formazione di insegnanti.

In questo periodo, nonostante le luci della swingin’ London fossero ancora lontane, Gordon prende confidenza con il basso ascoltando come molti coetanei musica statunitense ma, incredibilmente da quello che si potrebbe pensare, non il blues o il rock dell’epoca. Esordisce a 21 anni in una tradizionale jazz band locale, passando poi per altre formazioni fino all’ingresso nei Last Exit, band jazz-rock che lo porta a conoscere la fusion, la musica brasiliana e la classica.

L’autore segue tutta l’ascesa di Sting dai primi show blues, funk, prog, soul e naturalmente jazz con i Last Exit: lo stesso Carr, testimone d’eccezione, racconta la prima volta che vide a metà anni settanta l’allora maestro elementare Sting in concerto e ricorda quanto avesse stile nel suonare una musica tecnicamente complessa ma esaltante, dalla quale colse soprattutto una linea di basso che gli rimase indelebile per anni.

Tutto sui Police: “Many miles away” di Giovanni Pollastri
I Police

Talento e attitudine da frontman già emergevano – secondo quanto dichiarato dai suoi compagni pare che già fosse solito presentare ai musicisti composizioni definitive, abitudine confermata anche dai Police – ma è quasi inaspettato leggere che in quel periodo, nonostante amasse i Beatles o Hendrix, sognasse di diventare Stanley Clarke. Almeno fino al gennaio del 1977 quando si trasferisce a Londra scoprendo l’energia dell’era punk: sarà allora che esibendosi in grezzi pub e club con Stewart Copeland e Andy Summers ma lavorando in realtà ad una vocalità e uno stile capace di fondere sonorità new wave, jazz, punk-rock e ritmi reggae, darà vita ai leggendari Police.

Da allora bramoso di emergere e sempre più coinvolto in trasferte internazionali, Sting rinnega sempre più la sua terra arrivando camuffare ostinatamente l’accento e le radici nordinglesi. Una metamorfosi riscontrabile anche nelle variegate e contaminanti sonorità provenienti dai luoghi in cui si relaziona e compone la sua musica. Il testo di Carr esamina spazi creativi come l’Impulse Sound Recording studio di Wallsend o palchi come lo Shea Stadium di New York dove si esibisce con i Police nel 1983 e l’Estadio Nacional di Santiago del Cile, teatro di un evento di Amnesty International nel 1990: ogni evento della produzione creativa di Sting viene analizzato considerando l’interazione tra il suo background proletario con quegli ambienti di vita che gli hanno dato ispirazione seguendo sempre questo ideale parametro geografico nella sua evoluzione.

“Ritorno ai cieli del nord”: Sting raccontato da Paul Carr 1
Sting. Ritorno ai cieli del Nord

Paul Carr, docente di musica popolare all’Università del Galles meridionale in quest’opera egregiamente documentata – edita in Italia da Galaad edizioni nella traduzione di Michele Piumini – esplora trionfi, crisi profonde e processi creativi al confine tra immaginazione, resoconti dello stesso Sting e di chi lo ha conosciuto o ha fornito informazioni interessanti, facendo luce sui nodi salienti della carriera artistica e della vita privata del suo celebre conterraneo. Anche Carr come Sting è un geordie – parola che designa gli abitanti del Tyneside e la loro parlata – e questa sentita appartenenza si sente in ogni pagina.

In particolare si percepisce la voglia di “smascherare Sting” per mostrare Gordon, un uomo fedele a se stesso, tanto riservato quanto osannato, ma dalla personalità sfaccetata: un artista colto, raffinato e insieme popolare, socialista multimiliardario, generoso ecologista e alfiere dei diritti umani bersagliato dai critici che intravedono nel suo impegno pubblico clamorose operazioni mediatiche. È evidente quanto sentito, secondo uno schema che si presta ad essere romanzato a partire da un’infanzia difficile che genera la brama di riscatto e di successo fino al limite dell’autodistruzione per poi fare, anche simbolicamente, ritorno a casa, la volontà di riconciliare con la propria terra prima di tutto un uomo.

“Amico Faber”: nell’anniversario della morte un originale ritratto dell’uomo Fabrizio De André, tratteggiato attraverso i ricordi di amici e colleghi, dalla penna di Enzo Gentile. L’intervista di Musica361.

Celebrando Faber: tre album per cominciare a conoscere Fabrizio De Andrè
Fabrizio De André in concerto

In Amico Faber hai raccolto numerose testimonianze. Mi piacerebbe cominciare questa intervista con un tuo ricordo personale di Fabrizio De André.
«Nel libro riporto l’intervista autografa del 1985, prima occasione in cui lo conobbi di persona. Fino ad allora avevo solo ascoltato i suoi dischi e visto un paio di concerti. Chiesi un appuntamento per il giornale e lui mi fece rispondere dall’ufficio stampa facendomi sapere che prima voleva incontrarmi. Da allora ci siamo visti abbastanza regolarmente, spesso per motivi professionali anche se non solo per interviste o presentazioni. Ci siamo frequentati in diversi momenti, sono stato persino a casa sua, era una persona molto disponibile, non risparmiava anche abbracci sentiti. Non posso dire che fosse un amico ma certamente avevo con lui una confidenza diversa rispetto ad altri artisti.
Lo vidi l’ultima volta di persona in occasione di una delle date della sua tournée nell’estate del 1998. Il concerto fu esemplare anche se non stava visibilmente bene ma tutti attribuivano quel malessere al caldo e alle fatiche dei viaggi per l’Italia. Solo un paio di settimane dopo in agosto avrebbe scoperto invece di essere malato».

130 tra amici, collaboratori, partner musicali, figure note o sconosciute alle cronache che hanno testimoniato alcuni passaggi della sua esistenza: cosa si scopre in Amico Faber del De André uomo rispetto all’artista celebrato?
«Tanti episodi che io stesso non sospettavo minimamente, molti riportati da quelle persone comuni che lo frequentavano al di fuori del mondo musicale: andava talvolta a pesca di notte, era appassionato della cucina sarda che tanto amava o si animava in lunghe discussioni sull’indipendentismo sardo. In Sardegna in particolare, terra dove decise di ritirarsi, si dedicò con passione a conoscere musiche e cultura locali: Fabrizio era voracemente curioso e si lasciava intrigare dagli argomenti più disparati, in ogni racconto emerge qualche aspetto della sua personalità.
E poi i particolari, quasi inediti, che vengono messi a fuoco da chi ha condiviso con lui la vita professionale, dai musicisti a chi si occupava della burocrazia passando per chi stava dietro le quinte ma di cui si possono immaginare i contorni».

“Amico Faber”: un ritratto autentico dell’uomo De André
Copertina di “Amico Faber” (Hoepli, 2018)

Dalle testimonianze di questa oral history si riesce a trovare a distanza di 20 anni un’autentica umanità non appannata dal mito?
«Nessuno lo ha dipinto come un santo ma tutti come una persona molto vera, autentica. Ho riportato fedelmente quello che mi è stato detto: si delinea un quadro abbastanza omogeneo, anche se caratterizzato da diverse vite. C’è chi gli è stato più affezionato, chi ha passato con lui più tempo, chi è stato protagonista passeggero di un incontro fortuito ma tutti restituiscono la sensazione di una persona molto generosa e capace di spremere il massimo da coloro con i quali collaborava. Mi riferisco in questo caso a chi ha lavorato con Fabrizio, entrando nella sua dimensione artistica: sia nei dischi che dal vivo si è sempre dimostrato molto esigente ma i risultati si sono visti. C’è sempre stato un impegno e un’energia negli arrangiamenti, nelle canzoni e negli spettacoli sotto gli occhi di tutti».

Quale interviste sarebbero state utili per completare questo quadro?
«So che era in amicizia con Gino Paoli ma non l’ho trovato, così come non mi è stato concesso contattare Beppe Grillo, occupato in ben altre faccende in questo periodo: ho riportato solo alcune sue dichiarazioni citando la fonte bibliografica. Così come mi sono limitato a riportare un ampio articolo dal Corriere della sera per sostituire la voce della Pivano. Quando l’ho conosciuta, così come avvenuto con Paolo Villaggio, abbiamo anche parlato di Fabrizio, però non volevo ricostruire a memoria qualcosa di già detto. L’intento di questo libro è quello di riportare la testimonianza di persone viventi».

Si scoprono rapporti inimmaginabili come dalla testimonianza di Gianna Nannini. In termini di amicizia con quali colleghi ebbe i rapporti più stretti?
«Ad esempio con Marco Ferreri, un altro personaggio di cui purtroppo non ho potuto raccogliere contributo. C’era simpatia, anche lui era un po’ anarcoide come Fabrizio: è un rapporto che come altri sfugge anche perché non lavorarono mai insieme. C’era molta stima anche con Guccini anche se si vedevano di rado. Magari si incontravano quando erano vicini in una data delle rispettive tournée e dopo il concerto da tiratardi passavano la notte a bere e mangiare o a giocare a carte. Guccini mi ha raccontato di una agguerrita partita a scopa con De André negli anni ’80: alla fine vinse Francesco che fece firmare a Fabrizio una banconota da 1000 lire a suggello della sua sconfitta. Fa molto sorridere questo come altri episodi che mostrano quanto questi giganti popolari si divertissero come persone normali. Così come quando incontrò in Sardegna Gigi Riva e dopo una bevuta di whisky si scambiarono una maglia e una chitarra o quando scrisse l’inno del Genoa».

Tutte le anime di Fabrizio De Andrè in “Tu che m’ascolti insegnami” 1
Fabrizio De André

Amico Faber: quanti si può dire che fossero davvero amici? Che idea ti sei fatto sul suo modo di intendere l’amicizia?
«Ha avuto diversi buoni amici, anche tra coloro che hanno suonato con lui. Quando Fabrizio creava un clan cercava di conservarlo. Nei suoi dischi o nei suoi tour molti musicisti sono stati confermati quando possibile come Pier Michelatti, Ellade Bandini e lo stesso Franco Mussida che torna in Anime salve oltre alla partecipazione ne La Buona Novella e i tour con la PFM. Rapporti fondati sulla stima che si sono mantenuti nel tempo anche senza una necessaria frequentazione, come quando Fabrizio passava mesi praticamente in isolamento in Sardegna lontano da quel clima da tour.

Era molto legato a Fernanda Pivano: non si vedevano spesso ma appena potevano si incontravano. Un’ amicizia fatta più di intensità che di quantità. E questo anche con molte altre persone che hanno condiviso del tempo con lui lontano dal palco e dai riflettori: basta leggere i racconti di amici estranei al mondo musicale come Alberto Santini che risiede nella provincia di Viterbo, luogo nel quale Fabrizio si rifugiava per passare del tempo lontano dalla pazza folla oppure Ottavio Capuani, suo testimone di nozze a Tempio Pausania».

Come ti sei mosso metodicamente per la ricerca di queste persone?
«È stato un lavoro abbastanza lungo, li ho voluti e dovuti trovare tutti. Alcuni li conoscevo già, con altri in Sardegna ho avuto solo un contatto telefonico. Inizialmente pensavo che il quadro potesse essere esauriente con qualche decina di interviste ma più andavo avanti e più scoprivo agganci che a me per primo incuriosivano. Così i testimoni previsti sono più che raddoppiati. Certo qualche altro aneddoto sarebbe venuto fuori sicuramente ma mi sono fermato a 260 pagine, tracciando un profilo già assolutamente pertinente. Non escludo che in un’altra edizione magari aggiungerò qualcuno».

La presenza di Wim Wenders nel libro rispolvera il progetto di un famigerato concerto-tributo con artisti internazionali. Si riapre questa possibilità in coincidenza dell’anniversario?
«Wim Wenders è l’unico nel libro che non ha mai incontrato Fabrizio di persona ma dimostra di stimarlo e conoscerlo molto bene attraverso i dischi e le letture. Per questo motivo, a parte la sua statura, è volutamente decentrato rispetto agli altri. Non ha assolutamente escluso la possibilità del concerto, cosa che mi ha confermato anche Dori Ghezzi. L’ipotesi di affidare ad alcuni artisti stranieri, come Patti Smith, l’interpretazione di brani di Fabrizio rimane viva. So che ci hanno lavorato e certamente c’è da parte del materiale, forse al momento insufficiente per registrare un disco o mettere in piedi un grande concerto. Wenders comunque non ci ha rinunciato, c’è una speranza.
L’anno prossimo però saranno gli 80 anni della nascita quindi in questo arco di tempo qualcosa succederà. Credo sia prevista anche l’uscita di un disco nei prossimi mesi nel quale le nuove leve della musica italiana omaggeranno De André. E poi non escludo anche qualcosa da parte dei grandi della canzone internazionale. Che poi sia un concerto, un disco o un documentario al momento non si sa, anche perché sono opere complesse da realizzare».

Si viene da un 2018 nel quale già si è tentato di delineare un inedito De Andrè tramite il noto docu-film: qual è l’interesse per De Andrè e il cantautorato nell’era contemporanea?
«Calcutta farà due serate al Forum, Motta ha vinto molti premi e andrà a Sanremo, Ultimo suonerà allo Stadio Olimpico di Roma. Che possano piacere o no sono cantautori. Pur spostando il fuoco sull’identità del cantautore rispetto a qualche decennio fa c’è comunque ancora chi si scrive e interpreta le proprie canzoni con un lavoro che a distanza di mezzo secolo assomiglia a quello di De André, il quale a sua volta si è sempre evoluto verso diverse sonorità. In questo senso c’è un sensibile trait d’union con la nuova generazione».

A 20 anni dalla morte, in qualità di storico della musica, quale resta la sua eredità più importante e riconosciuta nel panorama italiano?
«Resta unico il suo timbro, il suo tono di voce e il suo approccio nell’interpretazione della parola al servizio di una qualità di scrittura eccellente. Non utilizzava mai parole astruse ma sempre di rigore linguistico e concatenate tra loro come solo un grande autore poteva fare. Diceva spesso, come aveva confidato anche a me, che passava tanto tempo tra la stesura di un brano e l’altro perché sentiva forte la responsabilità che il pubblico gli aveva affidato: “Se io racconto qualcosa con certe parole in una canzone poi resteranno quelle e non le potrò più cancellare, quindi devo essere molto molto sicuro, perché se mi venissero rinfacciate o fossero equivocate, non me lo perdonerei mai”.

Questa dichiarazione trova riscontro con quello che mi aveva raccontato Filippo, il fattore nella sua tenuta in Sardegna. Nelle lunghe serate che passavano insieme d’estate, a volte Fabrizio gli leggeva la bozza di una canzone che stava scrivendo e se lui non capiva qualche parola o concetto Fabrizio pensava “belin, devo rifarla!” A prescindere che piacesse o no doveva essere comprensibile a tutti quello che cantava. Le metafore si possono anche approfondire ma non doveva esserci mai un dubbio su cosa stesse cantando. Il rigore va bene ma la comprensibilità deve vincere su tutto: un insegnamento religioso che avrebbe applicato a tutti i suoi lavori».

Un pregio di questo libro?
«Esistono tanti volumi di critica ben fatti sui testi delle sue canzoni e mi sembrava inutile ribadire nuovamente punti di vista già noti. Mi sembra semmai più interessante una visione sulla persona, che in qualche caso è disgiunta dalle liriche, in altri invece è parente stretta. E riportare per una volta tanto aneddoti che con i suoi brani c’entrano poco ma c’entrano molto con la sua vita. Quella vita che poi si trova sempre nelle canzoni di Fabrizio».

Massimo Luca, storica chitarra di Lucio Battisti e di gran parte del cantautorato italiano del secolo scorso compie oggi 69 anni. Ricordi, aneddoti e insegnamenti, alcuni dei quali contenuti anche nel suo manuale per sopravvivere nel mondo della musica: Rock the Monkey.

“Rock the Monkey”: tutta la “consapevolezza” musicale di Massimo Luca

Quando hai imbracciato una chitarra per la prima volta?

«Da piccolo suonavo una fisarmonica giocattolo ma a fine anni ’50 uscì Sleep Walk di Santo & Johnny e Apache degli Shadows: quelle melodie furono la prima folgorazione e le prime che imparai strimpellando la chitarra. Non parliamo poi del 1963 quando arrivarono i Beatles, fu una consacrazione. A quell’età la mia cantina in corso Vercelli risuonava di belle note e mi ero già esibito in alcuni oratori, con buoni risultati.
Passavo il sabato pomeriggio al negozio di dischi e appena possibile, zaino in spalla, si andava in treno con gli amici alla ricerca di musica dal vivo in Europa. Fuori dalla tua famiglia ce ne era un’altra pronta ad accoglierti: era molto forte il senso di aggregazione rispetto ad oggi che, sebbene connessi, siamo molto più soli».

La prima canzone di successo che hai scritto?
«La sigla di Goldrake nel 1980. Vince Tempera mi aveva chiesto alcuni brani tra cui questo. C’è una forte influenza maccartiana, soprattutto nella strofa. Da allora ho cominciato a scrivere in modo sempre più consapevole fino ad arrivare a Grignani e Annalisa Minetti».

A soli 21 anni ti ha voluto Lucio Battisti: come ricordi il primo incontro?
«Il primo incontro fu all’auditorium della Fonit Cetra per il brano L’Aquila che stava producendo per Bruno Lauzi. Era in sala con me e l’ho avuto alle spalle per tutto il giorno, ero in preda all’ansia, perché non potevo cogliere lo sguardo per avere conferma di come suonassi. Ogni tanto andavo in regia e chiedevo all’arrangiatore Claudio Fabi, padre di Niccolò: “Ti ha detto qualcosa?” Niente. E quando finii la sessione se ne andò senza salutare. Passò qualche mese e pensai di non essere piaciuto e invece Antonella Camera, sua segretaria, mi richiamò per convocarmi alle registrazioni dell’album Umanamente uomo il sogno (1972)».

Come ricordi le sessioni con Lucio Battisti?
«É sempre stato uno sperimentatore ma con le idee chiare. Era anche un buon chitarrista, nonostante avesse un tocco pesante. Forse per questo apprezzava il mio, più delicato. L’ultimo album a cui partecipai fu Anima Latina, interessante quanto anomalo. Anomalo al punto che tornò nei ranghi negli album successivi. Ci lavorammo molto, fece risuonare più volte quei brani e lui stesso si diede moltissimo per ottenere una certa sonorità, era molto combattuto. Fu un album molto colto e credibile, c’era un valido progetto. Poi migrò all’estero e cominciò a scrivere in maniera diversa, fino alla collaborazione con Geoff Westley».

Il 23 aprile 1972 sei stato tra coloro che hanno preso parte all’unico duetto Mina-Battisti della storia. Cosa ti è rimasto di quella esperienza?
«L’ho vissuta come una gita, davvero abbiamo provato in camerino. Più di tutto ancora oggi ricordo che quando suonavamo eravamo imbarazzati perché dietro avevamo l’orchestra di Gianni Ferrio, quelli che avevano studiato rispetto a noi che neanche sapevamo leggere la musica. E alla fine di quegli otto minuti di medley il primo violino battè l’achetto sulle corde come segno di applauso e poi tutta l’orchestra si alzò in piedi. Io mi sono emozionato fino alle lacrime, ero felicissimo: una soddisfazione che ho conservato a lungo nel mio cuore. In quel momento avevo vinto una grande guerra, quella contro il formalismo per cui chi ha studiato ne sa e chi non ha studiato no.

Una battaglia che continuo a combattere finora. Il nostro paese è molto provinciale, i ragazzi spesso sono monotematici e non sanno cosa perdono. C’è un pianeta che fa musica. Non voglio dire che sia bella tutta la musica ma solo costruendosi una cultura si può scoprire cosa sia bello e cosa brutto. Lo status delle ultime due generazioni è drammatico perché subisce assolutamente i dettami dei media. Noi eravamo autonomi perché avevamo la conoscenza. E la consapevolezza: la differenza sostanziale è questa».

Dal ’70 all’83 in studio di registrazione accanto ai più grandi del “Rinascimento della musica italiana”. Cosa ha significato vivere di musica?
«Questo mestiere mi ha reso una sorta di umile Forrest Gump alla presenza di artisti ormai storici. Essere un musicista in questo paese significa amare il rischio. Sicurezza zero, precarietà 1000. Una precarietà che non è direttamente proporzionale alla fama, semmai alla fame. E proporzionale nemmeno alla ricchezza: ho vissuto mesi in cui avevo soldi in tasca e potevo permettermi di comprare strumenti di marca e poi arrivavano le vacche magre e dovevo vendere qualcosa. Ho passato così una vita tra fortune che entravano velocemente e altrettanto velocemente uscivano perché il lavoro non era costante a fronte di spese fisse. Mi sono riavuto nel 2010 con la pensione, un’entrata costante tutti i mesi che mi ha dato sollievo».

“Rock the Monkey”: tutta la “consapevolezza” musicale di Massimo Luca 1
Massimo Luca

Hai scoperto e prodotto talenti come Biagio Antonacci e Gianluca Grignani. Come si scopre un talento? «Fiuto per il talento, che prima di tutto è un dono. Una volta che il fiuto mi indica un cavallo di razza arriva il metodo, cioè il mio mestiere, vale a dire allevarlo insegnandogli tutto quello che ho imparato fino a quel momento. Non c’è mai nulla di razionale: sento qualcosa che va al di là della musica. Per Grignani è stato così. Quello che mi ha fatto sentire non mi piaceva ma avevo visto in lui qualità che mi avevano impressionato. E ho avuto ragione: anche se fragile, come ha dimostrato di essere negli ultimi anni, aveva però un gran talento».

Veniamo nel merito del libro scritto con David A.R. Spezia, Rock the Monkey, un manuale per sopravvivere nel mondo della musica. Perché hai scelto di scriverlo?
«Mi piace comunicare le mie esperienze, come faccio in alcuni seminari: da giovane ho avuto l’enorme fortuna di suonare nei night in piccole orchestre e ho conosciuto tanti “grandi vecchi” che mi hanno insegnato tanto, fondamentali lezioni di musica che sono state poi il fondamento della mia vita professionale. E oggi nella fase della maturità mi interessa trasmettere alle nuove generazioni i doni che ho avuto. Soprattutto mandare un s.o.s a coloro che confidano più nel loro intuito, come tipico dell’età: “Voltatevi sempre indietro a vedere cosa è successo prima che nasceste, potreste trovare grandi sorprese. Cercate di capire perché oggi ascoltate questa musica, è importante. Alcuni a distanza di anni mi ringraziano. Perché? Raggiungono la consapevolezza, primo capitolo (sorride)».

“Rock the Monkey”: tutta la “consapevolezza” musicale di Massimo Luca 2
“Rock the Monkey!” (2013)

Questo argomento è al primo posto nella scala dei valori per un musicista?
«Vale per tutti. Il complimento più bello che continuo a ricevere da parte di chi legge questo libro è che questi principi non valgono solo per la musica ma anche per la vita. Una filosofia che ti permetta di districarti in maniera intelligente anche nelle situazioni più torbide. Da questo punto di vista ho avuto grande soddisfazione, anche se ho disatteso il mio obbiettivo, cioè interessare i ragazzi più dei miei coetanei».

Scopo di un musicista dovrebbe essere emozionare: si può insegnare e dunque imparare a emozionare?
«No, non si può. Purtroppo. Ecco perché non mi piacciono i talent, perché manca esattamente questo. Non c’è emozione. L’emozione è frutto di esperienze ma i ragazzi devono prima farle queste esperienze. La famosa gavetta significa suonare a qualunque costo e anche dove ti trovi male. Senza la gavetta non puoi trovare una strada. Mi danno da pensare in questo senso quelli che piangono quando passano quelle selezioni virtuali che a molti di loro non porteranno niente…e se ti muore un figlio cosa fai? Combatto questa virtualità che è figlia del provincialismo di cui sopra. Perché esistono altri talent nel mondo ma la qualità è altra?».

In Rock the monkey si parla anche di falsi miti: come riconoscerli?
«Luoghi comuni come “io senza musica non vivo”. Cosa significa? Che muori sul serio? Che sei più triste? Allora è un problema psicologico. E poi anche quando arrivi in vetta, devi faticare i doppio per restarci. Fare successo è anche tutto sommato facile ma mantenerlo è difficile. Mete e percorsi inutili, falsi e dannosi. Non ti portano da nessuna parte e anzi ti fanno diventare ancora più fragile. Resti in alto mare senza approdare in nessun porto, come seguire i fuochi di Sant’Elmo. Ecco la consapevolezza: verificare i falsi miti, non solo conoscerli tramite il mio libro. Indico la strada ma poi bisogna imboccarla con consapevolezza».

Qual è uno dei preconcetti più comuni nel mondo della musica oggi?
«“Voglio diventare ricco e famoso”. Ed ecco dove è decadente il periodo storico: non è più la passione che ti spinge, facendoti fare un passo dopo l’altro. Quando ancora esisteva qualcosa di assolutamente necessario in natura: la selezione. Dov’è la selezione oggi? E soprattutto chi la fa? Non possono essere delle persone, è la vita che seleziona. Questo accanimento perché ci sia un “vincitore” scelto da qualcuno, che senso ha? Trovo il senso negli interessi di qualcuno. Certa televisione usa il tuo sogno solo per illuderti di essere ciò che non sarai mai. Ecco cosa intendo quando dico “spegnete la televisione”. Siamo un popolo geniale per alcuni versi ma per altri purtroppo provinciale».

“Rock the Monkey”: tutta la “consapevolezza” musicale di Massimo Luca 3
Massimo Luca

In cosa consiste il vero successo per un musicista?
«È dentro di noi. Ho un ricordo bellissimo di quando imparai nota per nota l’assolo di Badge dei Cream e l’ho rifatto uguale. Quello è il successo: raggiungere un obbiettivo che non ha niente a che vedere con i soldi o la fama ma con la tua crescita. Mai confondere l’effetto con la causa».

Perché sempre meno spazi televisivi per il nuovo cantautorato in televisione?
«I cantautori perché si scrivono le loro canzoni, non sono manovrabili. E così che hanno soffocato il cantautorato e l’autorato. Meglio le canzoni “intercambiabili” dei talent: un pezzo di Mengoni lo può cantare Emma Marrone e vice versa, non c’è anima. Hanno tutti un tecnicismo impensabile alla nostra era, è vero, ma dove sta portando? A suonare tutti la stessa canzone? Studi inutili per una carriera resta comunque in salita. La strada continua a formare di più».

Hai avuto una grande carriera ma ti ha sempre contraddistinto l’umiltà. Forse è questo che manca di più oggi tra i giovani emergenti?
«È l’esperienza e non la scuola che ti forgia e ti insegna ad essere umile. Anche se violenta e perversa l’esperienza ti mette alla prova smussando tutte le storture dell’arroganza giovanile. Che carattere hai? Che aspirazioni hai? Che pretese hai? Solo quello ti permette di misurarti.

Anche per distinguersi. Global è una parola che non mi è mai piaciuta. Sarò vecchio ma io sono per le identità locali. Mi piace pensare che esistano e continuino ad esistere posti diversi da dove vivo io, con gente che la pensa e vive in un altro modo. Per me è una ricchezza. Così dovrebbe essere con la musica italiana. Siamo fermi a quando il signor Battisti ha creato l’ultima delle melodie. Lì ci siamo fermati, non siamo più andati avanti. O se preferisci in termini internazionali siamo all’ultima nota scritta da John Lennon, Paul McCartney, Steve Wonder o Ray Charles. Su questo pianeta abbiamo avuto delle eccellenze in tutti i settori, non solo della musica ma non c’è un ricambio generazionale, solo un pessimo riciclo di quanto già fatto prima. Basta vedere la classifica. E poi la musica è di tutti ma allo stesso tempo di nessuno».

“Rock the Monkey”: tutta la “consapevolezza” musicale di Massimo Luca 4
Massimo Luca dal vivo

In che senso?
«Il cammino della musica è ascoltare, trasformare e riproporre. A meno che non si tratti di plagio ogni musica può assomigliare a qualcos’altro. La musica non è di nessuno, è di dominio pubblico. Anche nella validità dei diritti c’è una scadenza entro i 70 anni dopo la morte quando ritorna ad essere di dominio pubblico. Per riascoltarla e riproporla».

Progetti futuri?
«Oltre a Il nostro canto libero Massimo Luca continua a cantare Battisti non in gruppo, non da solo ma accompagnato da una piccola orchestra sinfonica di 35 elementi che rifà gli arrangiamenti orchestrali della musica dei dischi di Lucio. Stiamo provando il repertorio, a primavera dovremmo debuttare. Mi emoziona cantare in questa orchestra: sono nato in orchestra da giovane e in tarda età ci ritorno».

La cultura clubbing e le rivoluzioni dancefloor raccontate dal dj Lele Sacchi: l’analisi di un fenomeno musicale internazionale a partire dagli aneddoti e le esperienze di una professione ultraventennale.

“Club Confidential”: geostoria del clubbing di Lele Sacchi
Lele Sacchi

Una delle questioni che continua a dividere da decenni generazioni di musicofili continua ad essere: i dj si possono considerare musicisti? No secondo i puristi che ritengono che per essere definiti tali sia come minimo necessario saper suonare uno strumento. Dagli anni ottanta invece, secondo altri, mentre ancora i giornalisti tentavano di definire il fenomeno della disco-music alimentando una serie di perplessità a riguardo, i dj hanno a poco a poco guadagnato una fama da neorockstar fino ad essere definiti veri artisti, riconoscendo loro sempre più influenza in ambito musicale.

Inutile negare che dal mondo delle discoteche di fine anni ’70 a quello del clubbing, negli ultimi anni i dj abbiano di fatto conquistato le ribalte mondiali occupando classifiche e spazi radiofonici e riempiendo locali divenendo un nuovo modello di riferimento per le nuove generazioni.

Lele Sacchi,
eclettico produttore discografico e promoter, speaker di Radio2, docente di Storia delle sottoculture musicali allo IED e naturalmente dj, interrogandosi su questo mestiere, oramai non più confinato ad una consolle ma vera impresa, ha messo in rilievo non solo i lati ludici e goderecci di questa figura ma anche quelli più logoranti per mente e fisico, nonostante l’apparente paradosso di “far festa per mestiere”.
Il punto è che il dj, rispetto a quando mosse i primi passi, deve oggi occuparsi di tanti altri aspetti oltre alla musica come la promozione o l’aggiornamento in merito a nuove competenze riguardo impianti e licenze. Questo è uno dei dati che emerge dalle pagine di Club Confidential (Hoepli, 2018), che a partire dagli aneddoti personali e professionali dell’autore tocca le tappe e i nomi fondamentali del clubbing mondiale, dai primi vagiti a New York alle periferie industriali di Chicago, da Ibiza a Berlino passando per i paesi arabi: così si delinea la storia culturale di uno dei fenomeni di massa più importanti degli ultimi 50 anni.

“Club Confidential”: geostoria del clubbing di Lele Sacchi 1
“Club Confidential” (Utet, 2018)

Cosa significa clubbing?
Sacchi spiega che deriva dalla parola inglese ‘club’, circolo privato reinventato da David Mancuso che a fine anni ’70 condivise nel suo loft amore per la musica e trasgressione. Così la dance cominciò a guadagnare il suo posto nel mondo discografico lanciando la moda dei club. E così quattro decadi più tardi quei fanatici proto-nerd collezionisti di vinili chiamati disc jockey sono arrivati a riempire stadi, suonare in immensi festival e scalare le classifiche dei dischi più venduti.

Un fenomeno che, come si scopre leggendo, non è indissolubilmente legato alla musica elettronica – per definizione risultato del processo creativo che produce suoni attraverso i sintetizzatori che però appunto non sempre coincide con la culture club, il cui obbiettivo è semplicemente ballare.

Tante le curiosità svelate o i pregiudizi infondati
di una professione sempre più evoluta e influenzata dall’avvento del digitale, che ha persino agevolato una parità di genere assolutamente impensabile fino a qualche decennio fa quando i negozi di vinili erano di dominio maschile. Senza considerare che se oggi è una figura dell’entertainment socialmente all’avanguardia, apprezzato dalle aziende per la capacità di creare, le attrezzature fino all’avvento del digitale richiedevano una conoscenza al limite del perito elettronico e ogni dj girava materialmente con il proprio flight case colmo di vinili.

È proprio così che si apre il libro di Lele Sacchi, quando ancora ventenne ricerca le chiavi della macchina per caricarci il suo flight case di 78 vinili prima di una festa.

Milanese d’adozione, Sacchi nasce a Pavia nel 1975 da una famiglia che ama la musica
e assolutamente affascinato dai vinili. Da allora ha vissuto da disc jockey protagonista l’evoluzione della scena elettronica, house e alternativa, italiana e internazionale, dagli esordi in piccole feste di provincia di Pavia ai primi lavori per etichette discografiche, da Radio Ticino, al periodo londinese come inviato della rivista “Rumore” e lettore di NME e Melody Maker. In quegli anni impara a far girare i dischi giusti per far ballare il suo pubblico, passando anche per i locali di Milano che hanno fatto la storia del clubbing come i Magazzini Generali degli anni d’oro alla residenza come deejay al Tunnel, passando per la fondazione e direzione di Elita Festival, suonando poi in molti club di musica elettronica più importanti al mondo; da più di vent’anni è un riferimento della scena club italiana e internazionale.

In questo esordio letterario, a metà tra romanzo di formazione e saggio sulla culture club, Sacchi parla in maniera lucida come ci si informava negli anni ‘90 quando ancora non esistevano blog o webzine o come ci si muoveva in quei numerosi locali notturni scomparsi a Milano – probabilmente estinti dalle tendenze di un’imprenditoria che sempre più premia il food – o di come è nato il Club to Club, uno dei festival più grandi in Italia e in Europa, analizzando la nuova dimensione oggi in bilico tra club cittadino e grandi raduni.

“Club Confidential”: geostoria del clubbing di Lele Sacchi 2
Lele Sacchi a Radio2

Ripercorrendo la storia della sua vita professionale e personale,
Sacchi, tra aneddoti, virgolettati, digressioni tecniche, dritte, giudizi, classifiche e nomi più importanti del settore conosciuti dall’adolescenza – alcuni visti nascere altri per sino portati in Italia la prima volta – analizza i cambiamenti dei costumi e della musica dagli anni 80′ a oggi, critica chi non considera musicisti i mischiadischi e sa fare solo tre accordi al basso, sfata il mito del vizioso popolo della notte, restituisce equilibrio e dignità ad una figura professionale – paragonato ad un cuoco come suggerisce il titolo ispirato a Kitchen Confidential di Anthony Bourdain probabilmente perché professione molto simile in quanto creativo artigiano e non puro artista – e riconsidera la visione della discoteca come tempio di perdizione e simbolo di consumismo sociale nel quale sintetizza e miscela in vent’anni tutte le tappe personali e mondiali più importanti del genere.

Confidential Club
è scritto con passione e puntualità, una mappa generazionale accessibile anche a chi è estraneo al genere, dai primi passaggi in radio alle mode, dai festival ai dj superstar, dalle discoteche della riviera ai club internazionali, analizzando sottoculture, trend giovanili e riflettendo sui cambiamenti nel mondo della musica e nelle abitudini del buon ascolto.
Confidential Club è la storia culturale di uno dei fenomeni di massa più importanti degli ultimi 50 anni ma ancora sospetto in Italia anche se in tutto il mondo si continua a fare cultura anche nel buio di un dancefloor. Sicuramente un punto di vista interessante rispetto diversi i pregiudizi imperanti che aiuta a liberare da certi stereotipi accostando ad esempio la cultura club al punk, generi accomunati dal concetto di autoproduzione che ha permesso l’ascesa di molti artisti underground ora milionari.

Un libro di circa 240 pagine
interessante non solo per chi vuole conoscer questo mondo ma anche per chi è addentro ai meccanismi del clubbing contemporaneo, che cerca di spiegare perché sono esplosi i cachet degli artisti, il rapporto critico tra droghe e musica dance, gli effetti dell’accresciuta fama e popolarità dei dj e l’ingenuità degli anni ’90.
Il tutto con uno stile assolutamente scorrevole e un tono confidenziale da backstage, argomentato tra capitoli storici e cronache giornalistiche con la disinvoltura di chi sa cambiare il ritmo al momento giusto – interessante la parte sulla politica clubbing e il food poisoning.

Un’occasione per mettere insieme tutti quegli elementi sparsi, credenze e nozioni sul clubbing,
permettendo di decodificare meglio, in una vasta ricognizione, quanto accaduto negli ultimi vent’anni, senza elogi né condanne: solo la visione lucida dell’autentica esperienza di chi è rimasto se stesso senza focalizzare solo su certi aspetti, grande pregio di questo libro, orientando i lettori a considerazioni credibili ed empatiche, tra le sfaccettate dinamiche del mondo clubbing. Una lettura interessante per tutti.

Firmato da Ezio Guaitamacchi, Leonardo Follieri e Giulio Crotti il primo libro ad approfondire in modo inedito e accattivante i rapporti tra il rock e le varie forme d’arte. O Meglio: tutto ciò che il rock ha trasformato in arte.

“Rock e arte”: quando l’estetica si contamina di musica

Il rock è una forma d’arte che, insieme alle altre sorelle, contamina e a sua volta si contamina. Questo è il principio base che ha guidato i tre autori nella stesura di Rock & Arte: quando il rock incontra l’arte, recente pubblicazione per Hoepli, casa editrice che ha dedicato un’intera collana alla musica. Un volume la cui prefazione non a caso è firmata dagli artisti Matteo Guarnaccia, Marco Lodola, Vincenzo Costantino “Cinaski”.

L’arte ha influenzato fin dagli esordi il rock, già quando Elvis Presley, accanto ad nuovo stile musicale di fatto elaborò un look che fosse capace di esprimerne la carica eversiva. Alla rivoluzione musicale del rock’n’roll si accompagnò anche quella estetica che si diffuse per imitazione di Elvis e colleghi, contagiando quanti tra quegli ascoltatori avevano capito che quella nuova musica portasse in sé qualcosa che includesse prepotentemente anche un più profondo e innovativo gusto.

“Rock e arte”: quando l’estetica si contamina di musica 3
Il murale raffigurante “Aladdin Sane” realizzato a Brixton

Da Elvis in poi,
nel corso della storia del rock diverse furono le tappe di questo rapporto con arte ed estetica, tappe che raggiunsero una relazione quasi imprescindibile nel periodo del glam rock: Marc Bolan affermava che “le persone sono opere d’arte e se hai un bel viso tanto vale giocarci un po’” oppure David Bowie fece di rock e arte due principi inscindibili della sua carriera, ponendo il suo stesso trasformismo a capo della propria ispirazione musicale, marcando di conseguenza ogni momento della sua affermazione con una precisa estetica musicale. Questi i primi casi che vengono alla mente parlando di rock e arte ma sono solo alcuni di quelli citati nelle pagine di Rock & Arte che riportano numerosissime immagini legate a singolari storie, personaggi e aneddoti che hanno contribuito a consolidare la fama di divi e dive del rock dagli anni ‘50 ai giorni nostri.

Il primo contatto tra mondo musicale e artistico venne inevitabilmente dalle iconiche copertine
che hanno contenuto album leggendari, oggi “ridotte”, è il caso di dirlo, nell’era della musica liquida ma che un tempo venivano persino appese come quadri. Nel libro una sezione dal titolo “L’Ottava Arte” si occupa degli artisti e designer più influenti e creativi che hanno contribuito, con i loro artwork, a immortalare capitoli di storia del rock, specialmente per i cosiddetti concept album. Artwork che hanno costituito una porta verso nuovi mondi musicali come la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles partorita da Peter Blake, la banana lisergica di Velvet Underground & Nico dalla mano di Andy Warhol o le numerose opere di Storm Thorgerson per i Pink Floyd, fino ai Muse.

“Rock e arte”: quando l’estetica si contamina di musica 2
La copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (1967)

Nella sezione dedicata ai poster
si spiega e si capisce come l’elemento grafico abbia sempre più costituito una componente importante per la musica, al punto che persino oggi, ad ogni recente ripubblicazione di dischi in occasione degli anniversari, accanto agli inediti musicali, nei packaging trovano spazio altrettanti inediti artwork, copertine o foto da custodire gelosamente come preziosi reperti. Curiosamente in contrasto ad un’era in cui molte band vivono una fruizione social “usa e getta” delle proprie immagini.

E oltre a poster di concerti, copertine e immagini spazio anche a quell’arte legata agli oggetti da collezionismo del mondo rock, veri cimeli valutati al pari di opere d’arte dati i prezzi d’asta e le numerose mostre dove negli ultimi anni sono stati esposti. Qualcosa di impensabile fino a qualche decennio fa ma che, speculazioni a parte, fa ben pensare che il rock stia superando quel bilico tra intrattenimento e cultura, tra cultura e sottocultura, spostandosi sempre più verso quest’ultima considerazione, grazie anche a casi come il Nobel a Dylan.
D’altra parte come quelle band che non sono diventate famose grazie agli algoritmi ma per la capacità di proporre qualcosa di artisticamente rilevante da lasciare in eredità alle generazioni future, così si spera possa essere anche per le band più recenti, certo non solo per visualizzazioni su YouTube, ma per un intrinseco valore artistico.

Non manca una sezione dedicata anche alla settimana arte
che ha supportato l’epopea rock con mitici documentari come Woodstock, approfonditi docufilm come The Wall di Roger Waters o film e biopic di successo come testimonia, in ordine di tempo, il recente Bohemian Rhapsody sui Queen o il recente fenomeno delle proiezioni cinematografiche di concerti.

“Rock e arte”: quando l’estetica si contamina di musica 1
La copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (1967)

Chiude il libro una sezione che esplora la parte creativa,
più o meno conosciuta, di quelle rockstar che non sono riuscite ad affermarsi come avrebbero voluto in altri campi artistici, come ad esempio Joni Mitchell, artista che si definisce “una pittrice prestata alla musica” specificando che un quadro non è come una canzone: una volta dipinto nessuno ti chiede più di rifarlo”. Contaminazioni artistiche che non devono stupire dato che, come ha detto una volta Marylin Manson “L’arte non è mai una cosa unica”.

Ne risulta un bellissimo volume di 386 pagine
denso di immagini a colori su carta spessa da sfogliare e consultare nelle sue otto sezioni – copertine, poster, artisti e designer, fotografia, oggettistica, cinema, modaognuna raccontata attraverso storie, aneddoti, box, “quote”, dichiarazioni e curiosità.
Da Andy Warhol ad Allen Ginsberg, dall’arte immaginifica dei Pink Floyd alla grafica psichedelica di San Francisco, dagli scatti di Jim Marshall e Linda McCartney al documentarismo di Martin Scorsese. E ancora dal taglio di capelli dei Beatles alla moda grunge, dalla copertina di Abraxas alle poesie di Jim Morrison,dalla Rolls Royce di John Lennon alla Porsche di Janis Joplin. E non mancano anche i riferimenti italiani alla musica prog-rock delle Orme o di Gianni Sassi che creò copertine per la Cramps.  Passione, competenza e originalità per raccontare tutto ciò che il rock ha trasformato in arte.

Le più belle copertine dei dischi italiani”: questo il sottotitolo di “Cover Story”, libro del giornalista Roberto Angelino con prefazione e supervisione del “re delle copertine” Luciano Tallarini. 150 tra le più intriganti immagini che hanno incorniciato i più bei LP italiani, illustrate svelandone segreti e curiosità storiche.

“Cover story”: curiosità e segreti dietro le copertine dei più importanti LP italiani
Copertina del libro “Cover Story”, edizioni Vololibero

Veramente ricca è la bibliografia di testi stranieri che raccontano e dettagliano ogni particolare sulle più famose copertine di dischi internazionali dagli anni ’50 ad oggi. Ancora oggi se ne parla tanto, soprattutto sul web, continuando ad analizzare di tutto.

Ancora non esisteva invece un libro approfondito come Cover story (ovvero ‘storia di copertina’) con il suo focus sulle copertine del panorama discografico italiano, dal pop al prog, dal cantautorato alla musica indipendente. È stato merito del giornalista milanese Roberto Angelino colmare questa lacuna ideando un volume nato allo scopo di guidare lettori incuriositi alla conoscenza di segreti e aneddoti riguardo quelle immagini che, prima dell’era della musica liquida, facevano parte tout court del godimento estetico di un album.

Copertine in alcuni casi semplici e all’apparenza immediate ma che hanno avuto alle spalle una gestazione alla quale hanno contribuito artisti, fotografi professionisti o rinomati tecnici e artigiani che hanno reso indelebili nella memoria e nei cuori di molti quegli LP, favorendo grande fama agli album che le contenevano e che ancora oggi custodiamo gelosamente nelle nostre case.

Roberto Angelino,

classe 1952, ha già dimostrato nel corso degli anni una spiccata passione per bellezze nascoste come nel libro Milano: mettiamoci una pietra sopra nel quale svela particolari relativi a cinquanta storiche targhe marmoree sui palazzi della città.
In questo caso, scandagliando con perizia il settore musicale italiano e incontrando l’interesse di Vololibero, presenta al pubblico questo prezioso e originale testo attraverso il quale sciorina in 76 capitoli, con un gioco di specchi e rimandi, curiosità su circa 150 cover che, oltre a essere per molti versi emblematiche, nascondono una coinvolgente storia per lo più inedita, gustosi retroscena o simpatici aneddoti che aspettano solo di essere svelati.

Una serie di copertine scelte non soltanto secondo il criterio della notorietà ma privilegiando appunto episodi stuzzicanti che caratterizzano ogni caso. A tale conferma il libro si apre con un capitolo dedicato al maiale psichedelico della copertina di Normale. Banale. Maiale (2013) degli Adam Smith, gruppo torinese poco noto, fino a Miserere (1992) di Zucchero, passando per Anime salve (1996) di Fabrizio De André o i Decibel di Contessa (1980) fino agli Afterhours e i The Zen Circus, senza dimenticare Mina, Lucio Battisti e Vasco Rossi.

É così che tra riflessioni,

considerazioni e citazioni da memorie, giornali e appunti insieme a Luciano Tallarini, “re delle copertine” dei dischi made in Italy per mezzo secolo – se ne contano quasi un migliaio da lui ideate, disegnate e curate nella grafica, nella fotografia e nell’immagine – si scoprono anche i nomi di disegnatori e fumettisti Guido Crepax, Andrea Pazienza, Bonvi o Giorgio Cavazzano.

Premessa questa analisi,

certamente va detto che ognuno ha i suoi gusti riguardo l’estetica discografica e che chiaramente il libro di Angelino, per quanto curato e dettagliato, non può essere esaustivo, soprattutto per gli amanti dell’indie.
Ciò non toglie che la forza di questo fondamentale volume, avvincente e ben documentato, stia non solo nella citazione di retroscena e divagazioni aneddotiche monograficamente specifiche per diverse copertine della discografia italiana, riportate allo scopo di consolidare miti e leggende attorno a cantanti, dischi e autori delle cover ma anche in una scrittura scorrevole e intrigante alla Massimo Cotto, capace di scavare in profondità e allo stesso tempo avvicinare agevolmente i lettori al contesto storico-musicale.
E poi un libro che ha il pregio di ridare valore alla affascinante bellezza di un supporto che ha fatto storia. Come potrebbe accadere a questo libro, piacevole alla fruizione e attraente alla vista.

Diplomato in pianoforte e strumenti a percussione, Carlo Boccadoro ha studiato tecnica d’improvvisazione jazzistica con Giorgio Gaslini, percussioni con Franco Campioni ed è annoverato fra i più noti compositori italiani contemporanei. Autore di musica sinfonica, cameristica e per il teatro, è tra i fondatori, insieme a Filippo Del Corno e Angelo Miotto del progetto culturale “Sentieri selvaggi”, ensemble di musica contemporanea in residenza al teatro Elfo Puccini di Milano. All’attività di musicista affianca anche quella di esperto saggista, spaziando largamente nel mondo musicale: il suo ultimo libro è “12.

Carlo Boccadoro: “12” racconti di vita per riscoprire 12 dischi
Carlo Boccadoro, “12” (SEM, 2018)

12 i dischi citati nel libro accanto ad altrettanti episodi di vita: perché proprio questo numero?
«I dischi interessanti sarebbero tanti ma non volevo scrivere un libro eccessivamente lungo. 12, anche su suggerimento dell’editore, mi è sembrato un numero di capitoli né eccessivo per annoiare, né stringato per non riuscire a farsi un’idea di ciò di cui parlo. Non c’è altro motivo, sono alieno alle simbologie (sorride)».

Esperienze di vita personali intrecciate ad eventi storici con osservazioni riguardo a 12 specifiche e anomale incisioni discografiche: l’obbiettivo di questa modalità di scrittura nelle tue intenzioni era di rivolgersi a quale pubblico?
«A quello che già aveva letto i miei altri libri, lettori che sanno quanto a me piaccia portare all’attenzione incisioni strane e curiose. Solitamente i libri che consigliano dischi riguardano scelte oramai più che prevedibili come Abbey Road dei Beatles o Dark side of the moon dei Pink Floyd ma io do per scontato che un appassionato di musica abbia già quei dischi. Che senso ha consigliare A kind of blue di Miles Davis? Oramai ce l’hanno in casa come status symbol anche quelli che non lo ascoltano! Consigliamo allora bel un disco di Miles Davis meno conosciuto o altri passati inosservati ma comunque belli, anche di artisti famosi come Prince o i Rolling Stones.

Questa è la mia intenzione: essere come quel tuo amico che ti presta un disco e ti dice ascoltatelo! Non mi interessa dire “lo conosco solo io”, mi fa piacere anzi dargli più notorietà. L’idea iniziale era semplicemente di trattare i dischi citati, poi mi sono accorto che ognuno di essi era legato a ricordi di vita. Non vorrei però che si intendesse come una sorta di “Le mie memorie”: sarebbe piuttosto presuntuoso tanto più che sono rimasti fuori molti altri dischi e poche altre memorie».

Carlo Boccadoro: “12” racconti di vita per riscoprire 12 dischi 1Nel primo capitolo parli del White Album dei Beatles in vinile come il tuo primo ascolto in assoluto: da pochi giorni si sono festeggiati 50 anni, come ricordi quel disco?
«Avevo 5 anni quando è uscito e mi sembra incredibile che dopo 50 anni continui ad ascoltarlo e non mi stanchi mai, non invecchia di un giorno. Mi piaceva molto perché era un disco molto diverso, c’era rock, avanguardia, sperimentazione e ballate acustiche, in pratica un disco perfetto per essere iniziati alla musica. É stata la cartina al tornasole di tutti i miei futuri ascolti. A quell’età certo non mi ponevo ancora problemi di generi musicali, per me esisteva solo il rock; il jazz e la classica erano ancora là da venire.

A 13 anni, quando ebbi il battesimo con classica grazie ad un cofanetto di stoffa con l’8° e la 9° sinfonia di Beethoven dirette da Von Karajan che mi regalarono, avevo già più di 500 album. Mi piaceva anche la classica, non sentivo grande distinzione: senza sposare il discorso veltroniano che la musica è una – perché non lo è – da bambino comunque nella mia discoteca Beethoven e i Beatles stavano bene in compagnia. Li ascoltavo entrambi, senza pormi i problemi di capire chi fosse più importante».

Restando in qualche modo ai Beatles, nel primo capitolo rivaluti Yoko Ono: rimpiangi davvero di aver riportato oggi al negozio di dischi del signor Lele John Lennon/Plastic Ono Band, disco massacrato dalla critica e oggi ritenuto “creazione visionaria e anticipatrice di molte tendenze musicali dei decenni successivi”?
«È un disco ancora oggi molto difficile, gli amici che fanno gli ascolti lo saltano, quasi nessuno lo ha sentito. C’è un rifiuto psicologico nei confronti di Yoko Ono di cui ancora oggi è vittima, una sorta di mobbing mondiale nonostante una grossa fetta del mondo artistico e musicale la consideri un’ottima artista: anche Matteo Bianchi ha recentemente scritto un libro pro Yoko Ono. Va detto comunque che non è una musicista, è stata una antesignana della performance art, faceva performance istantanee, certo non nate per rimanere. Quello che è rimasto di quel genere di lavoro sono quegli album più che snobbati. E chi avrebbe mai detto che un giorno avrei voluto ricomprare quel disco? Lo rimpiango sia come collezionista di vintage sia perché se, alla peggio, l’avessi rivenduto oggi avrei guadagnato un mucchio di soldi!»

Nel libro si parla di musica contemporanea, avanguardia e musica d’autore. Uno dei momenti più emblematici in cui avanguardia e musica pop si unirono fu a metà anni ’60, caso emblematico Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band ma non solo. Perché poi mai più?
«Tra il ’65 e il ’70 avanguardia e il rock si sono parlati, poi il dialogo si è chiuso, chissà perchè. Quando il compositore Luciano Berio teneva conferenze a Londra John Lennon e Paul McCartney andavano a sentirlo. Un giorno gli chiese “perché siete venuti”? E Paul McCartney gli rispose “Per prendere delle idee”. Luciano Berio nel 1966 fece con grande scandalo l’analisi di tre canzoni di Revolver su La rivista musicale italiana, uno dei giornali più paludati della musicologia ufficiale. L’idea che un compositore colto, come si diceva allora, considerasse i Beatles musica su cui fare un’analisi era una cosa inaudita. Riflettiamo però sul fatto che erano gli stessi anni in cui Eco faceva l’analisi dei fumetti.

Berio ha strumentato le canzoni dei Beatles con l’orchestra da camera e Stockhausen era sulla copertina di Sgt.Pepper’s. É successo di nuovo in modo diverso con Peter Gabriel che ha collaborato con il regista d’opera Robert Carsen o David Byrne insieme a Laurie Anderson ma si è trattato di un’avanguardia più concettuale rispetto a quella degli anni ’60. Quell’intesa è andata perdendosi. Negli Stati Uniti ci sono stati altri contatti e contaminazioni, ad esempio tra Paul Simon e Philip Glass ma come esperienze individuali, non era più un clima culturale».

Carlo Boccadoro: “12” racconti di vita per riscoprire 12 dischi 2
Carlo Boccadoro ritratto da Rita Cigolini nella sede di SEM

Del musicista-naturalista bostoniano Jim Nollman che ha fatto suonato con animali di varia specie hai valorizzato l’estroso disco Playing music with animals. Questo tipo di sperimentazione ha avuto un seguito? Qual è il limite tra la ricerca autentica e la follia?
«Era l’unico disco che non conoscevo di Nollman, l’ho scoperto a seguito di ricerche, per caso l’ho trovato e me ne sono fatto mandare una copia, per questo ho deciso di parlarne: era singolare. A parte questo caso non saprei dire quali siano stati gli sviluppi in questo senso o quale sia stato il confine tra follia e ricerca. Anche il termine ricerca in musica oggi è un po’ ridicolo: credo che sia stato ricercato tutto negli anni ’60 e ’70, oggi mettiamo insieme i pezzi in un modo anziché nell’altro ma non ci sono grandi novità. Anche il postmoderno è già vecchio: oramai siamo nell’era di internet e non possiamo dire ancora cosa succederà perché forse non sappiamo bene neanche cosa stia accadendo ora».

In “12” si parla di album e intere opere poco conosciute o, ingiustamente, sottovalutate. Oggi però mancano forse mediamente i presupposti per un ascolto approfondito dato che la musica si ascolta per singole tracce sparse in playlist. Qual è la tua posizione nei confronti della musica liquida?
«Alcuni vantaggi sono indubbi ma anche i rischi per non parlare dei danni, soprattutto nel mio ambiente. Nel pop non ne ha creati perché la musica liquida è pensata per il pop. Però le playlist di musica classica e contemporanea sono un controsenso, non sono nate per quel formato. La musica liquida ha determinato una generazione di ascoltatori incapaci di mantenere la concentrazione per più di 1’:30’’, cosa che può andar benissimo se ascolti Taylor Swift ma non se hai in cuffia la quarta di Šostakovič. Come può la classica stare dentro spotify in maniera così frammentata? Per non parlare delle copertine degli album, che una volta facevano parte dell’esperienza musicale ora ridotte a francobolli. A questo proposito ho scritto un libro che verrà pubblicato a settembre».

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Carlo Boccadoro ritratto da Rita Cigolini nella sede di SEM

Nel libro varie considerazioni riferite al talvolta conflittuale rapporto tra chi scrive musica e chi dirige: “Grazie a direttori d’orchestra appassionati ho potuto ascoltare quel che avevo scritto eseguito nel migliore dei modi: un privilegio che non bisogna mai dare per scontato nel mestiere di compositore”.
«All’inizio era terribile, alcune le ho dirette da solo per disperazione. Non bisogna mai dare per scontata un’esecuzione. E neppure che questo sia un mestiere perché per molti non lo è ancora. In generale il musicista non ha mai rappresentato qualcosa di serio, comunemente più “qualcuno che non ha voglia di lavorare”. È un vecchio pregiudizio che non molla».

Riguardo i pregiudizi i tuoi ascolti testimoniano una ricchezza di contaminazioni che rifiutano distinzioni aprioristiche tra musica “colta” e altri generi sonori. Oggi la discriminazione musicale a che livelli si attesta socialmente?
«Non saprei dire o comunque posso parlare per quelli che sono i miei ascolti, che sono sempre stati tendenzialmente di larghe vedute e poco discriminatori. C’è però tutta una scena che non seguo, quella di X factor, dei talent di una certa scena rap e generi italiani affini, chiamiamoli così. Una tradizione americana che francamente sento poco riuscita in Italia: certe canzoni sarebbero forse più accettabili in tedesco o in inglese ma fare musica rap con la lingua di Petrarca è un po’ dura. Ci sarà anche qualcosa di buono ma in tutta onestà non sento l’obbligo di essere aggiornato anche su quello. Probabilmente quando smetti di aggiornarti è il segnale che stai invecchiando ma io lo accetto volentieri».

Il batterista di Celentano” ma anche dei Ribelli di Demetrio Stratos e di Lucio Battisti. Senza contare gli innumerevoli incontri ed esperienze con altri artisti, da Patty Pravo a Lucio Dalla. Una pezzo vivente di storia della musica italiana oggi in formazione ne “Il nostro canto libero” insieme a Franco Malgioglio e Massimo Luca: Musica361 ha incontrato sabato scorso al Memo Restaurant Gianni Dall’Aglio, autore della sua unica autobiografia.

“Batti un colpo”: il tempo e la vita musicale di Gianni Dall’Aglio
Gianni Dall’Aglio dal vivo

Ogni artista ha un momento nella vita in cui decide di fare i conti con la sua carriera e il celebre batterista Gianni Dall’Aglio ha deciso di farlo qualche anno fa, dando alle stampe Batti un colpo. Non una semplice biografia ma la testimonianza di un’era della musica popolare italiana, ispirata dal drammatico episodio familiare che apre il libro: «Nella vita ti accadono eventi imprevedibili che però ti danno l’opportunità di ripercorrere a ritroso tanti momenti: così ho potuto rendermi conto di dove sono arrivato oggi».

Sfogliando le prime pagine si scopre un Dall’Aglio bambino un po’ problematico, dato che «spesso in casa c’erano situazioni di conflitto perché miei genitori pur amandosi erano persone molto diverse, cosa che mi aveva reso molto sensibile e legato soprattutto a mia madre. Temevo di perderla, per questo avevo trovato dei rituali per scongiurarne la morte, episodio risolto con una specie di miracolo, come spiego, ma che mi segnò per tutta la vita».

“Batti un colpo”: il tempo e la vita musicale di Gianni Dall’Aglio 1
Giani Dall’Aglio e Adriano Celentano nel primo scatto (“Batti un colpo”, 2014)

Poi la scoperta della batteria al circo con il padre: «Era uno strumento che già esisteva dentro me, forse l’avevo assorbito nel contesto prenatale del ventre di mia madre. A scuola facevo fatica a memorizzare una poesia però imparavo una canzone la prima volta che l’ascoltavo».

Proprio grazie a questa dote comincia a suonare e il destino gli fa incontrare ancora tredicenne Celentano, di cui diventa inaspettatamente batterista e con il quale poi si esibirà di fronte al Papa, in Russia e all’ultimo concerto (ad oggi) all’Arena di Verona: «Nel libro c’è la prima foto in assoluto in cui abbraccio Adriano dopo aver suonato con lui la prima volta, quando pensavo che non lo avrei mai più rivisto. E invece sono stato al suo fianco per 50 anni. Non conosco casi come il mio. Frank Sinatra si portò dietro il suo batterista solo per 30 anni». Poi sorride e aggiunge: «È sempre stato come un fratello maggiore, ci ha sempre legato un rapporto di amicizia che ha più della parentela. Gli sono veramente grato, mi ha dato tantissimo fin dai tempi dei Ribelli».

Momenti e anni irripetibili come il 1966, anno in cui Dall’Aglio perde la madre e cerca più visibilità per i Ribelli: «Era il momento dei gruppi beat ma Adriano non credeva in questa nuova ondata musicale dall’Inghilterra, vincolato alla figura del cantante supportato da un gruppo come Elvis. I Beatles – che vidi al Vigorelli a Milano e di cui filmai alcuni momenti poi ceduti a Michele Bovi in RAI – invece portarono una nuova ventata e noi intendevamo rimarcare quel tipo di identità. Chiesi ad Adriano di lasciarci liberi e lui con grande generosità mi cedette il marchio dei Ribelli».

Parlare dei Ribelli significa ricordare anche l’incontro col grande Demetrio Stratos al Santa Tecla che per un momento sembrò rappresentare la svolta: «Aveva una voce eccezionale ma ancora poco compresa in Italia tanto che Pugni chiusi (1967) si piazzò solo quarta al Cantagiro riscattandosi però negli anni». Una canzone nata dalla disperazione della perdita della madre e influenzata da Georgia in my mind di Ray Charles: «La scrissi da autodidatta sul pianoforte che avevo a casa, poi Demetrio mi consigliò di cambiare l’inciso.

Il paroliere Luciano Beretta, il primo che la ascoltò mi disse “Uè Gianni, quest chi l’è un success!” E fu così, date le numerose cover, da Piero Pelù a Nick Connect, anche se i diritti mi furono riconosciuti solo recentemente». Un inno alla generazione sessantottina ma quella romantica e non arrabbiata, specifica: «Alcuni la scambiavano per un testo politico ma in realtà parla d’amore: eravamo Ribelli di nome ma sentimentaloni di fatto».

L’insuccesso al Cantagiro fece sì che la casa discografica impose ai Ribelli solo cover fino al declino e alla separazione da Stratos che fonderà gli Area: «L’ultima volta che lo vidi era l’inverno 1979, mi aveva chiesto di noleggiargli un clavinet hohner. Mi raccontò, con la consueta simpatia, che stava sperimentando. Ci salutammo con un abbraccio, mai avrei immaginato che sarebbe stata l’ultima volta».

Proprio l’anno prossimo si festeggeranno i 40 anni dal Concerto per Demetrio (13 giugno 1979) dal quale i Ribelli rimasero esclusi: «In quegli anni in cui la musica era stata imbrigliata in ruoli estranei alla musica una certa faziosità degli organizzatori reputò i Ribelli un “gruppo di non-cultura”. Allora rimasi molto male ma oggi sono quasi felice di non aver partecipato. Quello che più importa è che la voce di Demetrio non vada dimenticata per questo ad ogni concerto dei Ribelli gli dedico sempre un momento».

“Batti un colpo”: il tempo e la vita musicale di Gianni Dall’Aglio 2
Gianni Dall’Aglio, “Batti un colpo” (2014)

Come non ricordare poi la prima volta che incontrò Lucio Battisti al Clan quando il cantautore si presentò insieme a Mogol per proporre a Celentano alcune canzoni tra cui Per una lira: «Adriano apprezzava quelle canzoni ma non le riteneva nelle sue corde e le propose a noi Ribelli. Per una lira fu la prima che registrai con Lucio». Da allora Dall’Aglio lasciò il segno anzi il tocco in tanti altri capolavori come nel finale di Non è Francesca oppure quando Battisti portò a Sanremo Un’avventura in coppia con Wilson Pickett e racconta che «pur sapendo che fosse una canzone di Lucio ero convinto che l’avrebbe incisa Pickett. Quella mattina continuavo a guardare la porta per capire se da lì a un attimo sarebbe entrato».

Nessuna foto con Battisti ma nella memoria sicuramente indelebile l’unico duetto dal vivo tra Lucio e Mina nell’aprile 1972 a Teatro 10, momento «che io e gli altri affrontammo con incoscienza, senza nemmeno aver ben chiaro cosa avremmo fatto. Ogni volta che lo rivedo però sento ancora l’emozione che contagiava reciprocamente noi e il pubblico, la bellezza di quelle stesse canzoni che ci eccitavano. Solo pochi anni fa mi sono reso conto a quale evento avessi partecipato e vedendomi per l’ennesima volta da spettatore ho pensato “che bravi quei ragazzi”».

Dall’Aglio suonò per Battisti in molti altri dischi, assecondandone l’istinto musicale: «Era molto esigente, diceva a voce quello che voleva e noi musicisti dovevamo rifarlo. Quando registrai Il mio canto libero mi disse che dovevo suonare “rilassato ma nervoso” (sorride). Penso sempre che i musicisti di oggi abbiano certamente più tecnica ma riescono meno ad interpretare la creatività rispetto alla nostra generazione». Banco di prova decisivo in questo senso fu Anima Latina: «Cambiava continuamente idea riguardo i modelli ritmici e le percussioni: Anima latina è stato un esame molto difficile per me, canzoni e arrangiamenti definitivi sono venuti poco per volta».

Una collaborazione durata fino a La batteria, il contrabbasso eccetera (1976), anche se «non soddisfatto degli arrangiamenti prog del Volo, decise di reincidere tutto con altri musicisti: aveva una gran brama di ricerca». L’ultimo ricordo a metà degli anni ’80 quando «proprio Adriano mi propose di andare a trovarlo a Molteno un pomeriggio. Si misero a parlare del momento musicale e io ero lì ad ascoltarli come privilegiato testimone. Professionalmente ho inciso il suo primo disco ed ero all’ultima esibizione dal vivo al programma radiofonico Supersonic nel dicembre del ’72 ma quella è stata l’ultima volta che l’ho visto di persona».

Nel libro non mancano altri incontri, con Lucio Dalla oppure con gli idoli Little Richard e Chuck Berry con i quali suonò a Fantastico 8 o il flirt con Patty Pravo e quello sfiorato con Timi Yuro: «Ricordo il mio primo successo con le donne a 13 anni quando suonavo da poco con Celentano e nella mia piccola città s’era sparsa già questa voce. Un gruppo di ragazze, per la prima volta nella mia vita, si erano fermate per aspettarmi e una vedendomi aveva urlato come una fan dei Beatles mettendosi le mani nei capelli».

Da allora sono passati decenni ma Dall’Aglio si è reso conto solo recentemente di quello che ha vissuto perché per molto tempo «ho avuto la paura che questo bellissimo sogno una mattina svegliandomi svanisse. Mia madre diceva: “Vedi quelli che suonano in televisione e hanno 30 anni? Sono già vecchi, poi la gente non li chiama più”. Man mano che passava il tempo invece mi dicevo “sono ancora qui che suono” e così ho passato una vita da professionista: sono un musicista di testa precario. Un mestiere “rilassato ma nervoso” che dà e toglie e a volte fa sognare troppo però è il più bello che ci sia al mondo. Se non avessi potuto suonare avrei fatto senz’altro l’artigiano perché a me piace creare con le mani. E fortunatamente con le mie mani ho avuto il privilegio di creare musica: non avrei mai potuto desiderare un lavoro migliore».

Poco prima di festeggiare la ricorrenza dei 50 anni del White Album la casa editrice Edel Italy ha pubblicato la nuova edizione aggiornata di un libro che svela aneddoti e curiosità dietro ogni canzone dei Fab Four: il giornalista Steve Turner ci guida in un viaggio alla scoperta delle più famose composizioni in studio e dal vivo dei baronetti di Liverpool.

“The Complete Beatles Songs”: tutti gli aneddoti dietro le canzoni dei Beatles
The Beatles. Da sinistra: George Harrison, John Lennon, Ringo Starr e Paul McCartney

Ogni anniversario nel mondo musicale è buono per aprire gli archivi e aggiungere alla discografia di gruppi leggendari qualche tessera inedita o nascosta nel tentativo di arricchire il mosaico della carriera di questi miti, come ad esempio accaduto recentemente con Jimi Hendrix.

Operazioni che però spesso non interessano solo la discografia, come la recente ristampa con demo sconosciuti del White Album dei Beatles in occasione dei 50 anni dalla pubblicazione, ma anche l’editoria.

È il caso di Steve Turner, giornalista, scrittore, poeta, biografo inglese e rinomato esperto di musica rock degli anni sessanta e settanta che ha pubblicato poche settimane fa un’edizione completamente rivista e aggiornata di un oramai classico titolo della bibliografia dei Beatles risalente al 1994, A Hard Day’s Write.

Quello che è diventato un testo di riferimento su curiosità e aneddoti dietro alle composizioni dei Beatles è stato dalla metà degli anni ‘90 oggetto di diversi aggiornamenti, ricerche e modifiche da parte dell’autore.

“The Complete Beatles Songs”: tutti gli aneddoti dietro le canzoni dei Beatles 1
Steve Turner “The complete Beatles songs” (2018)

Dopo aver dunque già venduto più di 400.000 copie Turner ha voluto ripubblicare – e anche in Italia lo scorso 19 ottobre con la traduzione di Raffaella Rolla – il suo classico ma in una nuova veste e con un nuovo titolo, The Complete Beatles Songs: per la prima volta non solo vengono incluse tutte le storie più o meno nascoste dietro le 207 canzoni scritte e registrate dai Beatles che vanno a costituire il repertorio ufficiale della band insieme ai rispettivi testi ma anche un’interessante analisi del materiale contenuto nel Live At The BBC e nella trilogia Anthology, il tutto arricchito da un’ampia galleria fotografica ricca di scatti inediti.

Ogni canzone di Lennon-McCartney, Harrison e Starr viene discussa e analizzata esaminando le fonti d’ispirazione, partendo dagli album in studio per continuare poi con le successive pubblicazioni ufficiali.

Sfogliando le pagine di Turner, in sequenza o secondo la propria curiosità, non solo si (ri)scopre chi era colei che “aveva solo diciassette anni” quando fece “esplodere” il cuore di Paul in I saw her standing there, primo brano del loro primo LP, o cosa abbia suggerito a Ringo il testo di Octopus’ s garden ma il giornalista inglese si impegna d’altro canto a distruggere anche alcuni miti ben consolidati conferendo una nuova dimensione all’eredità dei Fab Four, pesando con attenzione ogni dettaglio di quegli eventi immortalati nella musica dei Beatles, che ancora oggi occupa una posto di assoluto rilievo nell’immaginario collettivo della cultura popolare.

Lo scrittore Andrea Biscaro, cantautore e autore di romanzi, racconti, favole spesso dark ha recentemente pubblicato un romanzo storico intorno alla figura dell’ex leader dei Nirvana, Kurt Cobain. Non solo per i fan.

“Io sono il Nirvana”: Kurt Cobain romanzato da Andrea Biscaro
Kurt Cobain, ex leader dei Nirvana

Fedele alla tua dimensione da musicista ma anche alle atmosfere da horror-thriller stavolta ai dato alle stampe un romanzo storico incentrato su una figura cardine del rock, Kurt Cobain: un’idea recente o avevi in mente da tempo questo progetto?
«A volte i tempi editoriali seguono la cronologia di uno scrittore, a volte no: ho steso questo romanzo nel 2011 e solo recentemente ha visto la luce. Probabilmente perché è un libro anomalo perché un ibrido “mostruoso”, un incrocio inquietante tra una biografia rock e un thriller psicologico e in Italia c’è una sorta di sospetto verso tutto ciò che è ibrido. Finchè ho incontrato l’interesse dell’editore Caissa Italia, che ha pubblicato altri titoli di ambito musicale, tra cui biografie su Cohen, Bob Dylan e Lou Reed. La mia però non è una biografia su Kurt Cobain ma una fiction, che segue sì la sua vita ma raccontata come un giallo che si snoda attorno alla sua figura».

Lo hai definito un horror della psiche travestito da biografia”. Qual era il tuo obbiettivo? Come e cosa hai voluto raccontare di diverso rispetto ad una vicenda tanto nota e frequentata?
«Sicuramente non mi ha interessato puntare i riflettori sulla depressione, le vicende di droga o il suicidio di Cobain come già avevano fatto in tanti, anzi in troppi. Mi ha interessato piuttosto la sua vita in senso lato, fin da bambino, nel momento in cui scopre la musica e scappa di casa, passando poi per il successo tra alti e bassi fino alla tragica fine ma toccando anche gli aspetti più divertenti del fare musica.

Probabilmente perché anche io faccio musica e mi è venuto spontaneo scrivere un romanzo analizzando la sua esistenza con questo taglio. É un personaggio che come tutti i giovani artisti ha qualcosa di oscuro e affascinante che ho sempre amato molto. In particolare da adolescente ho cominciato a suonare in gruppo le canzoni dei Nirvana e in questo senso ho voluto rendere omaggio ad un grande artista che ha in qualche modo rotto una consuetudine musicale dimostrando nei suoi anni che “si poteva fare ancora qualcos’altro nel rock”.

Non solo con l’elettricità dei Nirvana ma anche con l’unplugged, genere che lui stesso ha contribuito a lanciare e molto probabilmente una strada che avrebbe seguito se fosse rimasto in vita. Non è un romanzo solamente storico ma anche di formazione, dato che seguiamo tante tappe evolutive».

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Copertina di “Io sono sono il Nirvana. Storia di Kurt Cobain”, di Andrea Biscaro (2018, Caissa Italia Editore)

Perché proprio questo titolo: “Io sono il Nirvana”?
«Non solo suona molto bene ma soprattutto mi piaceva giocare sulla doppia accezione di Nirvana come gruppo e il Nirvana spirituale. Il titolo in prima persona è anche una chiave di lettura dato che il libro è narrato in prima persona, parlo come se io fossi Kurt Cobain. Questo titolo-manifesto mi è sembrato molto forte anche per sottolineare proprio la dimensione spirituale, al di là della seconda parte voluta dall’editore, “La storia di Kurt Cobain».

In questo “horror della psiche travestito da biografia si scopre qualcosa di realmente inedito, anche se romanzato?
«É un romanzo storico la cui premessa è sia dare per vero ciò che si legge sulle biografie ufficiali, sia dare per vero quello che è romanzato. La verità non esiste né in un romanzo né in una biografia ufficiale, viene fuori in modo imprevedibile: ci sono storyteller che a volte nella fantasia inaspettatamente riescono a toccare delle verità che la biografia ufficiale non potrà mai trovare.

Anche perché la storiografia spesso è di parte, mentre il romanzo è libero: in questa libera associazione tramite la scrittura, immaginando sfumature di vita, a volte emergono domande e relative risposte che pur non corrispondendo al vero hanno un loro perché, sicuramente di insolito rispetto a quanto già noto.

Io mi sono ispirato a dettagli della vita di Cobain apparentemente insignificanti per un mito ma importanti per la vita di un uomo che non so se sono mai stati toccati, come la sua passione per le bambole e i cavallucci marini o la sua fervente ispirazione data dai sogni. In questo libro c’è tanto sogno e incubo, spesso i due piani si confondono. Per un artista spesso è così: lo so perché anche io, nel mio piccolo, lo sono».

Quali sono stati i momenti più interessanti illustrati nel romanzo?
«Al di là del gusto per il thrilling, da musicista sento di aver lavorato bene sui racconti legati alla sfera musicale, i momenti dei concerti, della solitudine di Cobain o mentre gli sta arrivando alla mente l’ispirazione di una canzone, come quando pizzichi la chitarra e di punto in bianco trovi una melodia da esplorare e poi piano piano arriva un testo…Si parla sempre molto poco di questo aspetto ma io ne ho avuto occasione probabilmente perché scrivere canzoni fa parte anche della mia vita. Mi ha interessato metterlo in rilievo, pur spostando il punto di vista, immaginando un collega importante».

Domani 17 novembre ricorre l’anniversario del celebre concerto dei Nirvana al Bloom di Mezzago, una delle poche date italiana più ricordate della band di Seattle. Ci sono riferimenti, pur romanzati, anche al rapporto con l’Italia?
«Era immancabile il capitolo “Roma”, la tumultuosa parentesi romana . E anzi riguardo la vicenda romana c’è anche una mezza idea di creare un book trailer insieme ad un regista, probabilmente verrà girato in parte nella capitale».

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Andrea Biscaro, fotografato da Ray Tarantino

Restando a metà tra romanzo e biografia: sulla morte di Cobain vale
ancora l’ipotesi del suicidio?

«Il mio parere è che si sia trattato di un suicidio, come altri suicidi illustri. Un tragico momento di disperazione esemplificato da questa incapacità da parte dell’artista di riuscire ancora a comunicare qualcosa al proprio pubblico.

Il mio parere però conta poco, perché il romanzo dà un’altra interpretazione, che non voglio svelare…Il punto è che la vita ti mette sempre davanti due piatti della bilancia: su uno la fortuna, sull’altro la sfortuna, a tanto successo corrisponde altrettanto dolore. É difficile da gestire questa bilancia, bisogna essere molto forti e saggi e a 27 anni è sempre difficile temperare saggezza e sregolatezza».

Oggi la figura di Kurt Cobain quanto è ancora di interesse per le nuove generazioni?
«Credo che l’interesse verso i Nirvana non sia mai scemato. Pare che i componenti superstiti si stiano per ricomporre a breve e questo fa pensare al fatto che non solo il pubblico storico ma anche tanti giovani ancora li amino. Cobain è un’icona spettacolare, tanto più dopo la morte, che come in altri celebri casi ha creato un alone leggendario grazie al quale il suo ricordo è diventato immortale. Un ricordo che ogni anno di più alimenta un vero mito presso tante generazioni».

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