Aforismi di uno dei giornalisti più amati del mondo musicale e dello spettacolo.

Vincenzo Mollica: un libro “Scritto a mano, pensato a piedi”

Da più di 40 anni entra nelle nostre case raccontandoci importanti eventi della cultura popolare, nazionale e internazionale. Oppure semplicemente consiglia quello che ha scoperto e più gli piace divulgare. E sempre con quel modo da amico che vuole raccomandarti un nuovo libro. Chiave del suo successo sono proprio quei toni informali da cultura prêt-à-porter con i quali spesso esalta l’intervistato di turno con “buonismo critico”. Stiamo parlando (bene) di Vincenzo Mollica, colui che ha coniato il termine “mollichismo”, quel giornalismo compiacente nel quale alcuni hanno visto il tramonto del ruolo del critico distaccato.

Vincenzo Mollica: un libro “Scritto a mano, pensato a piedi” 1
Vincenzo Mollica, “Scritto a mno pensato a piedi” (RaiLibri, 2018)

Ciò non significa che il Nostro non abbia negli anni sviluppato un suo pensiero critico. E dato che oltreché giornalista è anche scrittore versatile lo ha espresso sotto forma di aforismi. Proprio attraverso questa forma leggera sembra quasi di intravedere una velata “rivincita” rispetto ad alcuni personaggi conosciuti negli anni. Mollica, che prima li ha pubblicati su Instagram, ha recentemente pensato di raccogliere questi aforismi in un libro. “Scritto a mano” perché si fa così; “pensato a piedi” perché, come anche ribadito in un’intervista, “i cronisti sono cercatori ambulanti”.

Un libretto che “non ha né capo né coda come un whisky & soda. […] e questo è il risultato che si legge d’un fiato”. Così viene introdotto questo piccolo volume che parla di vita, quella che “ci mette alla prova…e quando finisce ci riprova”. E poi aforismi che parlano chiaramente di artisti come Mina e Celentano e altri dei quali è curioso pensare a chi possano riferirsi: “Opinionisti squilibrati straparlano appena alzati”; “Visse più nuda che vestita e la cosa l’ha molto divertita” o “Essere perspicaci significa capire per primi quando si comincia a diventare cretini”. Testo fruibile non solo per estimatori di Mollica ma per chiunque abbia voglia di una lettura di educato buon senso in una scrittura poetica ma abbordabile. Un aforisma che ben spiega questo libro? “Cento pagine per dire, due versi per capire”.

Cavalcando l’interessante entusiasmo e dibattito che il film “Bohemian Rhapsody” sta sollevando da mesi intorno ai Queen, tra i titoli di una sterminata bibliografia, ecco un valido e recente libro per approfondire lato umano e carriera di una icona del rock: “Freddie Mercury” di Luca Garrò.

Prima di “Bohemian Rhapsody” Garrò già raccontava Freddie Mercury
Freddie Mercury in una delle ultime esibizioni

Mai sentito parlare di Freddie Mercury? Impossibile. Soprattutto in questi tempi 2.0 nei quali Bohemian Rhapsody imperversa su ogni schermo, dal cinema ai device. Siete tra quelli che non ne possono più di sentirne parlare oppure tra coloro ai quali si è aperto un mondo da riscoprire o, meglio ancora, scoprire? Se appartenete a questa seconda categoria allora il libro del giornalista e storico musicale Luca Garrò fa per voi.

Sì perché se il film ha avuto il merito di riportare alla luce elementi biografici meno noti sui Queen alle nuove generazioni, pur romanzati in alcuni passaggi, Freddie Mercury (Hoepli, 2016) ricostruisce realmente molto di più. Ammettiamolo: oltre alla vocalità “da urlo” e ai gossip, anche nel film, spesso si è trascurato l’uomo e il vero contributo di Mercury come musicista. E in questo libro c’è spazio soprattutto per la sua visione della musica e dell’arte oltreché della vita – emblematico il titolo del capitolo “Just a singer with a song“.

Prima di “Bohemian Rhapsody” Garrò già raccontava Freddie Mercury 1
“Freddie Mercury” di Luca Garrò, (Hoepli, 2016)

Garrò ripercorre le tappe fondamentali di Mercury, dall’infanzia a Zanzibar allo sbarco in Inghilterra dove fonderà i Queen. E poi la genesi di album come A night at the Opera e le hit anni ’80, accompagnate da altrettanti cambiamenti estetici, o progetti audaci come Barcelona con Monserrat Caballè. Senza dimenticare momenti infelici come il debutto da solista e “lo strappo” con la band, fino alle esclusive interviste a Brian May e Roger Taylor a 5 lustri dalla morte di Freddie.

La differenza con altre biografie?
Nuovo materiale per approfondire il lato interiore, meno sondato rispetto a quello pubblico, di un uomo con l’ambizione di fondere rock e lirica, dotato di grande personalità persino nella lotta contro l’HIV. “Is this the real life?” Quello che resta è una cronaca scorrevole e appassionante, raccontata con taglio originale, ricca di citazioni e curiosità e impreziosita da storiche immagini a colori. Un libro immancabile sia per voi neofiti queeniani, che per i fan più sfegatati. Come Cesare Cremonini, autore della prefazione.

Anni ’70, spesso nominati ma in fondo poco conosciuti? Il giornalista Giordano Casiraghi, autore e conduttore straordinario di un ciclo di trasmissioni su Radio Popolare, racconta nel suo ultimo libro una generazione musicale imprescindibile.

Quegli “Anni 70”, formidabili sì ma per la musica
Il giornalista Giordano Casiraghi, autore del libro “Anni ’70 – Generazione Rock” (Arcana, 2018)

«Da piccolo avevo una radiolina. Sono cresciuto ascoltando Celentano e le prime canzoni beat. Poi col passare del tempo, oltre al piacere dell’ascolto, ho trovato sempre più nella musica dei miei tempi profondi spunti di riflessione. Sono diventato giornalista fantasticando di conoscere artisti inarrivabili, la cui creatività ha avuto un vero apice nei ‘70». Guidato da questo costante entusiasmo Giordano Casiraghi ha recentemente pubblicato Anni ’70, Generazione rock (Arcana, 2018), con l’obbiettivo di divulgare «un decennio musicalmente irripetibile, anche se non furono anni “formidabili” per tutto, come ha detto Mario Capanna».

Quegli “Anni 70”, formidabili sì ma per la musica 1Molti cavalcando le agitazioni di quel momento storico «si sono anzi mostrati noncuranti di ledere la bellezza della musica.
Emblematico il caso di colui che fomentò il “processo a De Gregori” nel ’76. Lasciando ai lettori il gusto di scoprire chi è questo personaggio oggi, commento citando un verso di Battiato: “Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”».

Prova di questo clima difficile per chiunque facesse musica è che «riguardava persino uno dei gruppi più politicizzati come gli Area». Parola di chi ha organizzato tante rassegne musicali ai tempi di Radio Montevecchia, occupandosi in particolare anche dell’ultimo concerto e dell’ultima intervista a Demetrio Stratos, nella cui morte molti hanno visto simbolicamente tramontare un’epoca.

E allora cosa resta di quei ’70?
«Una complessa eredità, spesso poco conosciuta dalle nuove generazioni» spiega Casiraghi. «Il mio libro ha il merito di fare ordine tra molti di quei protagonisti, eventi, festival e consigliare una discografia dalla quale un amante della musica non può prescindere. Per riscoprire una creatività alla ricerca di originalità e non di omologazione, attraverso una rassegna stampa fresca e meno frammentata di oggi, passando anche per la meravigliosa avventura di quelle radio libere che non esistono più». Sabato 16 marzo alle 17,00 a Villa Reale a Monza l’ultima presentazione del libro.

Ben prima delle folle oceaniche di Baglioni, Vasco e Ligabue furono per primi i cantautori Francesco De Gregori e Lucio Dalla a riempire gli stadi. Correva l’anno di “Banana Republic”, 1979: una affascinante e fondamentale tappa della nostra storia musicale, documentata nel libro del giornalista Ferdinando Molteni.

“Banana Republic”: il tour della svolta di Dalla e De Gregori

Tra le vittime di drammatici momenti legati ad alcuni concerti negli anni ’70 come non ricordare il caso di Francesco De Gregori. Sembrava improbabile che dopo la ferita del “processo” subìto al Palalido di Milano nella primavera del 1976 il cantautore avesse voglia di tornare in scena.

Per qualche mese quasi sparì, poi risorse nell’aprile del 1978 pubblicando De Gregori, LP che si apriva con Generale, diventato uno dei suoi brani-manifesto. E per la promozione dell’album nel luglio di quello stesso anno si esibì persino in concerto con Lucio Dalla, in quel momento all’apice del successo: i suoi dischi erano i più venduti e L’anno che verrà aveva stregato tutti.

Poteva sembrare un episodio singolare ma quell’incontro rappresentò invece il preludio a una ben più prolifica collaborazione.
Cavalcando una vera sintonia non solo nel dicembre 1978 i due firmano Ma come fanno i marinai, «nata a pranzo, quando dopo il caffè ci siamo messi a suonare», come spiegò candidamente De Gregori ma accettarono la sfida di mettere in piedi un’imponente tournée negli stadi: Banana Republic.

Mobilitarono uno staff di produttori, tecnici e musicisti mai visto fino ad allora in Italia:
un vero azzardo in un paese nel quale ancora c’era chi abitualmente sfogava durante i concerti una propria violenza politica, alla quale neppure Dalla era rimasto immune.

“Banana Republic”: il tour della svolta di Dalla e De Gregori 1
“Banana Republic 1979” (Vololibero, 2019)

“Banana Republic” invece non solo registrò una incredibile e ordinata affluenza di pubblico senza precedenti ma Dalla e De Gregori diedero di fatto inizio ad una nuova era di musica dal vivo diventando una sorta di primissime e atipiche rockstar nostrane.

Come e perché accadde tutto questo?
A 40 anni di distanza il giornalista Ferdinando Molteni in Banana Republic 1979 (Vololibero, 2019) intrecciando documenti d’epoca e parole dei protagonisti e colleghi come Ron e gli Stadio, riporta alla luce genesi, retroscena inediti, curiosità su canzoni, liti, criticità e amicizie dietro ad un tour seguito da seicentomila persone, un disco che scalò le classifiche e persino un film che arrivò nelle sale cinematografiche a consolare chi, come molti di noi, quei concerti non li aveva visti. Non solo per fan.

Interviste, recensioni, incontri e resoconti dalla penna del giornalista Stefano Bianchi su uno stadio creativo della carriera di David Bowie ancora da esplorare.

“For Ever and Ever”: per riscoprire una fase di David Bowie

Lo scorso 10 gennaio ha segnato il terzo anniversario della scomparsa di David Bowie. Numerose, da quando il Duca Bianco ci ha lasciato, le iniziative, gli eventi, le mostre e le opere per ricordarlo da parte di fan, colleghi e autori che lo hanno amato e continuano a venerare la sua quasi cinquantennale produzione, conclusasi con due album straordinari come The Next day (2013) e Blackstar (2016).

Nel mare magnum della bibliografia dedicata a Bowie da citare orgogliosamente anche la recente pubblicazione del giornalista milanese Stefano Bianchi, storica penna della critica musicale italiana con già all’attivo due libri, Guns N’ RosesJohn Cale – L’Accademia in pericolo.

For Ever and Ever I miei 15 anni di David Bowie 1987/2002, come specificato nel sottotitolo, è il risultato di un percorso sia giornalistico che sentitamente personale. Un testo molto interessante che si sviluppa a partire dagli ascolti di quelle musicassette gelosamente archiviate con incise le interviste di Bianchi a Bowie, comprese fra il 1987 e il 2002.

E poi ancora appunti da conferenze stampa, articoli, recensioni di dischi e tour, materiale prodotto in qualità di collaboratore per importanti testate come Tutto Musica & Spettacolo, Buscadero e Jam, grazie alle quali Bianchi ha dato il suo contributo nel tracciare le metamorfosi musicali di Bowie in un’era singolare. Non si parla degli iconici e già analizzati album prodotti negli anni ’70, bensì di uno di quei periodi ancora da indagare, precisamente tra la fine dell’intermezzo pop anni ’80 fino al ritiro agli inizi dei 2000.

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Copertina del libro “For Ever and Ever” (Stefano Bianchi)

Cogliendo e riportando momenti di vera sintonia tra la cronaca giornalistica e le genialità da rockstar, Bianchi contribuisce a far riscoprire con competenza e affetto da fan una fase legata ad alcune delle opere forse meno frequentate del poliedrico Bowie ma ancora capaci di stupire fino all’ultima nota: il che spiega ancora una volta il motivo per cui il Duca Bianco continui a ispirare le nuove generazioni con il suo essere assolutamente unico e molteplice allo stesso tempo.

«Non si tratta della solita biografia che bene o male può scrivere chiunque»,
specifica Bianchi, «ma precisamente il frutto di 15 anni di incontri faccia a faccia tra Roma, Milano, Parigi, Dublino, Londra e Birmingham». Si scopre un Bowie desideroso di sperimentare musicalmente, sempre alla ricerca di forme espressive nel tentativo di stupire il pubblico; soprattutto nell’epoca d’oro di MTV, quando seppe reinventarsi con memorabili videoclip.

Nell’introduzione di Ivan Cattaneo,
mattatore pop degli anni ’70 e ’80 che come Bianchi ebbe la fortuna di conoscere David Bowie, si legge: «Quante volte con Stefano abbiamo parlato di David Bowie. Incontrato nei Seventies (io) e negli Eighties (lui). Fino a coglierlo insieme in tutta la sua iconicità, nel 2015 a Parigi, nella mostra kolossal intitolata Bowie is».

Stefano Bianchi si divide da anni fra critica musicale e arte,
attitudine che si rispecchia anche in questa pubblicazione: insieme a biglietti di concerti, tour program, foto d’epoca e materiale visivo che omaggia il musicista o anche semplici scatti di album autografati in suo possesso, soprattutto particolari illustrazioni e una grafica curata impreziosiscono queste pagine. A cominciare dallo splendido ritratto di copertina dalla mano del ritrattista rock Franco Mariani, insieme alle altre opere di chi ha dipinto, “assemblato” e fotografato Bowie: Edo Bertoglio (fotografo della rivista Interview di Andy Warhol), Patrick Corrado (artista e designer), Denise Esposito (fotografa e illustratrice), Andy Fluon (pittore e musicista), Marco Lodola (artista “elettricista”), Salvatore Masciullo (ritrattista su carta da giornale) e Miky Degni (wine painter e graphic designer).

Nella settimana di Sanremo “il testo dei testi” in ambito musicale è da sempre “Tv Sorrisi e Canzoni”. In attesa dunque di ascoltare le canzoni vere e proprie in gara, Musica361 esamina con voi le tematiche affrontate dagli artisti in questa edizione.

Sanremo 2019: da “Tv, Sorrisi e canzoni”, testo dei testi

Tra poche ore avrà inizio la 69° edizione del Festival musicale più atteso dell’anno, Sanremo. Quale modo migliore di prepararsi alla kermesse grazie alla consueta anteprima del settimanale Tv, Sorrisi e Canzoni, che anche quest’anno ha pubblicato i testi degli inediti che ascolteremo da stasera?
E soprattutto quali tematiche domineranno questa edizione del festival?

Non mancheranno certo le canzoni d’amore,
declinate in diverse sfaccettature: da Einar che dipinge una relazione al termine in Parole nuove a I tuoi particolari di Ultimo che rievoca il rapporto con una persona perduta ma sempre presente; più cinici sembrano invece The Zen Circus in L’amore è una dittatura, nella quale ragionano in maniera disillusa di affetti irraggiungibili nello scorrere inesorabile del tempo.

Federica Carta e il rapper Shade in Senza farlo apposta, descrivono un amore “meravigliosamente doloroso” in cui lei sembra volersi liberare dal suo lui quasi a costo “di calpestargli il cuore con i tacchi”, mentre Anna Tatangelo, secondo lo stile da “ragazza di periferia”, drammatizza la necessità di un confronto tra due persone che a lungo si sono raccontate troppe bugie nella suggestiva Le nostre anime di notte.

In questo assortimento di amori anche quelli sbagliati, come quello del rapper Ghemon in Rose viola; la band indie Ex Otago invece in Solo una canzone considera dolci e importanti momenti d’affetto come un abbraccio o dormire insieme, fino all’esortazione di Nek a vivere grandi sentimenti nonostante la difficoltà del caso in Mi farò trovare pronto; oppure Musica che resta, nella quale Il Volo paragona la coppia ad un brano destinato ad essere ricordato perché, per il solo fatto di esistere, ha in qualche modo segnato la vita di coloro che lo hanno ascoltato.

Sanremo 2019: da “Tv, Sorrisi e canzoni”, testo dei testi 1

Oltre all’amore si parla anche di resilienza,
come in L’ultimo Ostacolo di Paola Turci, schietto inno alla sopravvivenza in una quotidianità fatta di appuntamenti persi e impegni non rispettati o Cosa ti aspetti da me di Loredana Bertè, domanda rivolta alle aspettative di chi in realtà non sa più cosa vuole pur continuando a chiedere.

Più poetico il tocco di Simone Cristicchi in Abbi cura di me, che invita a perdonare e a tenerci strette le belle persone della nostra vita. Così come Daniele Silvestri in Argento vivo tocca la delicata vicenda di un carcerato che nella mancanza di libertà ripensa ai suoi errori.

In tema di problematiche sociali La ragazza con il cuore di latta, canzone di Irama che ha per protagonista una vittima di abusi subiti da un padre violento, mentre Motta allarga il suo sconcerto a tutto il Paese in Dov’è l’Italia, intima riflessione nata dall’urgenza di ritrovare quel mondo che amava.

Anche Patty Pravo e il rapper Mattia Briga riferendosi all’attualità si chiedono con rassegnazione “dove vuoi volare?” in Un po’ come la vita; più ottimisti i Negrita che ripongono speranza in quei ragazzi di strada che lottano con il fuoco nelle vene (I ragazzi stanno bene) o Arisa che in Mi sento bene incoraggia a godere dei piaceri della giornata, da una serie tv a una chiacchierata al telefono a un tango sotto la neve: “adesso voglio vivere così”.

Il trapper Achille Lauro in Rolls Royce, in toni più “rock’n’roll”, sottolinea invece il contrasto tra apparenza e quella cruda realtà, della quale fanno parte anche quei Soldi che Mahmood cerca di capire se il compagno della madre stia cercando di sottrargli.

Sanremo 2019: da “Tv, Sorrisi e canzoni”, testo dei testi 2
Gli ospiti della 69° edizione

Per un milione della band salentina Boomdabash non parla di denaro ma è più intima metafora per riferirsi a qualcuno dal valore impagabile; proprio come impagabile è l’attesa di Francesco Renga nei confronti della madre scomparsa in Aspetto che torni.

Attese e scomparse fanno parte della vita,
ne parla anche Enrico Nigiotti in Nonno Hollywood, elegante danza tra i ricordi di due generazioni a confronto che hanno trovato la giusta armonia di vita. E l’inedito duo napoletano Nino D’Angelo e Livio Cori in Un’altra luce, può leggersi come un anelito di speranza nel rapporto con un padre, un figlio o un amico.

Queste le note a margine di Musica361 sulle imminenti canzoni sanremesi. Le note che faranno la differenza e accompagneranno questi testi dandogli meritata fama invece le ascolteremo stasera!
Perché poi, inutile negarlo, oltre alle canzoni, Sanremo è Sanremo.

Siamo oramai in prossimità della nuova edizione del Festival di Sanremo e per vecchi e nuovi appassionati della kermesse Musica361 ha intervistato Eddy Anselmi, storico giornalista e cultore della manifestazione come testimoniato dalle sue pubblicazioni.

Tutto su Sanremo: la bibliografia di Eddy AnselmiEddy, tu che sei stato appassionato autore dell’Almanacco illustrato della canzone italiana (2009) e di Sanremo 1951-2010 (2010) hai lavorato ad una integrazione di questi ultimi 10 anni?
«Sì, c’è un archivio che sto continuando a tenere aggiornato. Vedremo in che forma pubblicarlo e quando… Gli editori hanno i loro tempi. A questo punto punterei al 70° anniversario, mi piacerebbe molto».

Nelle due opere citate hai portato alla luce soprattutto aneddoti sconosciuti frutto di ricerche oppure si è trattato di un compendio di informazioni già note?
«Una via di mezzo. Mi sono reso conto che la storia di Sanremo era stata sempre narrata più o meno dalle stesse voci: i libri, prima del mio Almanacco, si sono sempre basati sulle stesse fonti, non c’era chi avesse fatto, almeno negli ultimi 35 anni, delle ricerche di prima mano, ovvero sui giornali dell’epoca. Allora, come amo dire, ho preso la macchina del tempo, mi sono cioè recato in biblioteca e ho fatto un viaggio nel passato dal 1951. Dalle mie letture sono emersi chiaramente aneddoti venuti dalla vulgata prevalente, permanente e preminente, però durante l’excursus si scoprono altre piccole curiosità. Ho cercato di dare vita ad altro materiale nel tentativo di diventare fonte e storia a mia volta e sentir dire o citare “Come diceva Anselmi…” Anche se talvolta alcune parti mi sono state contestate».

Tutto su Sanremo: la bibliografia di Eddy Anselmi 1
“Festival di Sanremo: Almanacco illustrato della canzone italiana” (2009)

Per esempio?
«Nel 1980 Tv, Sorrisi e Canzoni non aveva il permesso di pubblicare i testi delle canzoni della RCA in gara: se si sfogliano distrattamente le pagine del giornale però si trovano comunque apparentemente inserite le liriche di quelle canzoni che in realtà sono solo parafrasi. Ho riportato questa osservazione nel mio Almanacco a sottolineare il potere che legava la Rizzoli a Gianni Ravera, patron del Festival ma un collega importante, recentemente scomparso, smentì questa voce argomentata nel mio libro. Non l’ho mai conosciuto di persona ma è stato meglio così piuttosto che legare il nostro incontro ad una polemica, sempre spiacevole».

Cosa è cambiato negli anni nella tradizione di fonti e testimonianze sul festival?
«Fondamentalmente il modo differente di raccontarlo. Una volta i giornalisti vivevano gomito a gomito con i cantanti, persino negli stessi alberghi, potevano stare in sala durante lo spettacolo: in questo modo era possibile raccontare la kermesse più da vicino. Si scopriva chi aveva alzato la voce, chi aveva stonato o litigato in prova, tutto era una forma di spettacolo e venivano svelati momenti impensabili. Dagli anni ‘90 questa dimensione è sempre più stata filtrata dagli addetti stampa. E oggi ad esempio se anche incontri per caso Annalisa stravaccata su un divano non può comunque dirti niente senza la sua addetta stampa. Con gli artisti accompagnati dal loro staff fino a sera in albergo è diventato più difficile ricostruire la parte più interessante, il “dietro le quinte” del festival».

L’Almanacco credo che sia stato concepito in modo da essere rivolto alle nuove generazioni. Qual è l’interesse delle nuove generazioni nei confronti di una rassegna sempre patinata, anche se svecchiata?
«I giovani hanno sempre un po’ vissuto il festival come una trasmissione riservata agli anziani. L’auditel dice che Sanremo è visto prevalentemente da sessantenni ma questa prospettiva non regge del tutto. Sanremo oggi è progettato per attirare un tipo di pubblico anche giovane, c’è spazio crescente alla musica contemporanea, è sempre meno un programma esclusivamente per anziani, già rispetto all’edizione del 2003 formata prevalentemente da vecchie glorie. Quest’anno compaiono solo tre artisti che hanno partecipato all’edizione del 1986».

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Claudio Baglioni. Michelle Hunziker e Pippo Baudo

Prendendo come parametro i presentatori scelti, quando il festival ha cominciato ad abbandonare la “vecchia formula”?
«Presto detto: quando negli anni ’90 la parola presentatore è stata sostituita dalla parola conduttore. Un passaggio, quello da presentatore a conduttore, che anche lessicalmente ha un preciso significato. Per definizione si presenta uno show che è di qualcun altro, chi lo conduce invece lo rivendica come suo e lo porta dove vuole. Baudo è stato in questo senso un simbolo, interprete di questo cambio. Un grande cambiamento che coincide col fatto che la Rai ritorna ad organizzare il festival e pertanto da spettacolo musicale tradotto in tv, diventa uno spettacolo televisivo fatto di canzoni».

Le canzoni continuano ad avere realmente un ruolo centrale all’interno del festival?
«Senza le canzoni crollerebbe tutto, sarebbe uno spettacolo noiosissimo. Provarono a fare una sorta di Sanremo senza canzoni nel 2006 e si stanno ancora leccando le ferite. Sai perché “Sanremo è Sanremo”? Perché è una gara canora e ci vogliono tante canzoni perché abbia successo. Poi tra una canzone e l’altra puoi inserire qualsiasi cosa, però senza le canzoni non avrebbe senso».

Quanto è diventato televisivo il festival rispetto alla manifestazione canora nata in principio?
«Sono due aspetti strettamente legati. È diventato un evento canoro importante perché trasmesso pubblicamente in tv. Poi è cambiata la tv e con essa Sanremo, a volte rimanendo indietro rispetto alle modalità televisive, altre ancora anticipandole. Una volta il festival, soprattutto trasmesso in radio, era fatto dalla discografia e oggi comanda la tv per i contenuti ma se domani i dischi tornassero a vendere tornerebbero a dettar legge gli impresari».

Oltre alle tue ci sono pubblicazioni sul festival che consigli per approfondirne la storia?
«Sicuramente La grande evasione (1980), primo libro che affronta Sanremo in maniera storico-sociale. La prefazione che tocca anche Gramsci e il concetto di nazional-popolare è molto politica e risente dei suoi tempi ma appena si parla di festival il testo torna ad essere leggero e leggibile. E poi Le canzoni di San Remo (1986, Laterza) di Gianni Borgna. È stato il primo ad avere un preciso approccio delineando il cambiamento di un’Italia attraverso il festival. Il metodo di disamina anno per anno è utile, anche se io non sono d’accordo con tutte le analisi di Borgna ma resta innegabile che sia stato il primo a sdoganare la “sanremologia” come scienza sociale e non solo come racconto del contemporaneo.

Tutto su Sanremo: la bibliografia di Eddy Anselmi 3
“Sanremo, 1951-2010” (2010)

Poi bisogna citare l’Enciclopedia del festival di Sanremo di Adriano Aragozzini (1990), che ha messo insieme tanti dati e qualche imprecisione come può capitare da parte di chi compie operazioni di questo genere e ancora Tutto Sanremo di Leoncarlo Settimelli, giornalista che traccia un profilo dei primi 40 festival, con tanto statistiche e documentazioni. L’approccio di Sentinelli è stato uno di quelli che ho preso ed evoluto per comporre i miei libri. Sono partito da questi testi anche perché non avevo trovato informazioni simili in altri libri: Aragozzini e Sentimelli sono stati la mia Bibbia prima di cominciare il mio lavoro».

Nella bilancia tra intrattenimento e cultura, Sanremo pende più verso…?
«Sanremo ha sempre cercato di essere sia intrattenimento che cultura. Dopodiché quando sa intrattenere funziona, quando annoia non funziona. E proprio considerando ciò va sottolineato il peso e la responsabilità degli autori nel culto di Sanremo. Sono le figure meno note e secondo me dovrebbero non solo essere citate ma anche vincere dei premi. Tra tanti gossip e artisti restano “i militi ignoti” di Sanremo, quelli che davvero realizzano ogni anno questo show».

Danila Satragno, cantante, musicista e insegnate è la titolare del metodo Vocal Care®, utilizzato dalle più grandi star della musica italiana e internazionale. Come raccontato nel libro “Tu sei la tua voce”, scritto insieme al mental coach Roberto Re e con la prefazione di Manuel Agnelli.

“Tu sei la tua voce”: parola di Danila SatragnoCominciamo dalla voce di Danila Satragno: come ti definiresti?
«Ho imparato a definirmi Vocal Builder, cioè “costruttore” della vocalità altrui. Questo è il mio mestiere: alleno la vocalità di chiunque, anche indipendentemente da un obbiettivo artistico, anche se in particolar modo mi sono innamorata del canto moderno. Sono comunque a disposizione di tutti coloro che debbano usare la voce per la comunicazione, dai semplici insegnanti ai politici. La voce è il nostro biglietto da visita in società e tutti abbiamo necessità di saperla usare correttamente: per avere successo nella vita bisogna davvero saper parlare consapevolmente, tra genitori e figli, tra partners, col proprio datore di lavoro o in altri momenti anche banali ma che costituiscono il nostro essere».

Da quando hai cominciato a interessarti alla voce?
«Da sempre, è stato destino. Ho cominciato a studiare pianoforte a 6 anni, poi a 9 sono diventata cantante in un trio musicale di supporto ad un gruppo che reclutava ‘piccole voci’ per Lo Zecchino D’Oro. Molto spesso mi divertivo a suggerire la nota a quei bambini che si perdevano nel canto.

Ho cominciato così, poi un giorno la vocalità di una cantante jazz mi folgorò: da allora cominciai ad appassionarmi sempre di più allo studio della voce e delle sue potenzialità. Ai miei tempi però si insegnava lirica, non esisteva una didattica per il canto moderno, i miei maestri non mi spiegarono niente a riguardo. Allora, oramai 30 anni fa, cominciai a leggere, viaggiare e incontrare artisti stimolanti, medici e foniatri di fama, grazie alla cui collaborazione sono riuscita a definire una mia forma d’allenamento per la vocalità moderna».

“Tu sei la tua voce”: parola di Danila Satragno 1
“Tu sei la tua voce” (2018, Sperling & Kupfler)

Qual era il tuo obbiettivo?
«Un metodo che non modificasse la voce originale ma anzi ne allenasse i colori pur mantenendo una vocalità naturale e fresca, non di maniera: così è nato il metodo Vocal care che ha preso forma aggiornato all’evoluzione della medicina, delle tecniche e delle nuove scoperte che sono state fatte.

Una volta messo a punto ho adottato questo metodo anche per i big della musica che si sono rivolti a me e in seguito anche ad attori, doppiatori, speaker radiofonici, manager e persone comuni: ognuna di queste categorie mi ha a sua volta stimolato a costruire un percorso specifico dato che non esisteva prima alcun protocollo a riguardo».

Tu sei la tua voce: qual è il potere più grande della voce?
«Il fascino della voce ha un potere immenso: la forza della comunicazione può rendere vincenti in qualunque situazione, dai marciapiedi ai palchi. Inoltre la vocalità è la forma di arte più immediata e anche più comune perché la possediamo tutti. Come nostra estensione ci rappresenta e ci definisce, non solo dal punto di vista fisiologico, dipendente cioè dal nostro modo di respirare, camminare o mangiare ma anche dal punto di vista emotivo. La voce è lo specchio dell’anima e del modo in cui trattiamo il nostro fisico in quanto strumento all’interno di un corpo che comprende anche la nostra umanità».

Qual è il principio che distingue il metodo “Vocal Care” da altri?
«È l’unico metodo scientifico per la cura e il potenziamento della voce. La lunga esperienza come vocal coach mi ha fatto comprendere quanto sia importante tenerla ben depurata in termini di alimentazione, respirazione e postura, e anche dal punto di vista emotivo, parte affrontata grazie ai consigli del mental coach Roberto Re, che mi ha aiutata riguardo determinate tecniche. Per poter comunicare efficacemente in società dobbiamo saper gestire le nostre pulsioni, conoscendo quei “segreti” da utilizzare al fine di sedurre, convincere, coinvol­gere, incantare e insomma interagire con gli altri in maniera positivo».

Un esempio concreto riguardo questo tipo di consapevolezza?
«Quante volte si sentono persone che litigano pur affermando entrambe lo stesso concetto? Quel ‘non capirsi’ non riguarda infatti il concetto espresso ma il non riuscire a condividere un modo di comunicare. Per essere assertivi ad esempio la voce deve essere usata con un particolare tono, sapendosi dosare bene sui concetti espressi in modo da farli arrivare chiaramente o una voce che voglia risultare solo simpatica sarà molto rapida e tarata su toni alti. Se si confondono queste modalità il concetto espresso non arriva nel modo corretto».

“Tu sei la tua voce”: parola di Danila Satragno 3
Danila Satragno

In che misura conta l’aspetto vocale nella comunicazione, anche musicale?
«Prendiamo il tipico commento di un giurato da talent: “non mi sei arrivato”. Significa che il cantante, anche se intonato, sbaglia qualcosa nella modalità espressiva. In base ad alcuni studi scientifici a livello comunicativo i concetti espressi contano l’8% mentre la voce (intesa come suono e modo di portarla, frequenze usate, pause, tono e velocità) il 38%: per quanto possa sembrare assurdo è più importante il modo in cui enunciamo quanto diciamo rispetto al valore dei contenuti stessi! Il 60% della comunicazione riguarda invece l’aspetto non verbale, cioè il modo di gesticolare, vestire, truccarsi e porsi. Saper usare la voce è importante per avere il quotidiano potere gestionale della propria vita».

Qual era il tuo obbiettivo quando hai scritto questo libro, a chi ti rivolgi?
«Il mio primo libro Voglio cantare (Sperling & Kupfer) era più tecnico e principalmente rivolto ai cantanti, mentre in Tu sei la tua voce, grazie anche alle competenze di Roberto Re, ho voluto estendere il tema della vocalità fino a toccare competenze comunicative volte ad aumentare principalmente la propria autostima. Lavorando sulla voce si riesce a capire molto di sé stessi e di conseguenza a farsi capire in maniera efficace, ad essere più apprezzati ed avere più comprensione potenziando le gratificazioni della vita».

A proposito di gratificazioni, il complimento più bello che hai ricevuto?
«Una giovane donna mi disse di essere riuscita a ricostruire un rapporto sentimentale col fidanzato col quale spesso aveva degli scontri che dipendevano da una errata comunicazione, non certo dalla mancanza di amore.

Ho aiutato
Jovanotti a non interrompere un grande tour, o supportato Annalisa, mia allieva fin da bambina, assistendo a tutto il suo successo. E tantissimi altri. Vedere un giovane fiorire per merito tuo è sicuramente una grandissima gratificazione, così come consentire di continuare a lavorare ad un adulto in carriera: è il caso di un famoso cantante che credeva di essere compromesso per un problema alle corde vocali e quando la sua voce è rifiorita mi ha confessato: “Mi hai permesso di continuare a vivere, perché la mia voce sono io”. Anche questa considerazione mi ha ispirato il titolo Tu sei la tua voce».

«Questo metodo mi ha fatto scoprire molte cose sulla mia voce, mi ha aperto un mondo ancora tutto da esplorare mi ha ridato la gioia di cantare. L’energia, il linguaggio, il coraggio».
MANUEL AGNELLI

Tutte le voci hanno un potenziale?
«Solo il 3% della popolazione mondiale ha una impossibilità di decodificare i suoni e parlare in modo intonato, eufonico ed efficace. Una percentuale infinitesimale, quindi quasi nessuno: potenzialmente tutte le persone possono imparare a gestire la propria vocalità. Più di un cantante non intonato che ho conosciuto ha superato il problema al punto di essere diventato un professionista».

Perché leggere questo libro?
«È un viaggio alla riscoperta delle potenzialità del proprio io e della voglia di condurre una vita migliore. Un testo non solo tecnico ma anche filosofico, utile anche per i bambini che abbiano bisogno di guadagnare autostima nel disagio di una disabilità: migliorare la voce è molto importante per i portatori di handicap, di malattie come la S.L.A. o anche autistici. E dal punto di vista musicale la forza di questo libro risiede nello stimolo di trovare nuove forme di comunicazione per la voce, che possano aiutare anche a costruire la ricerca di una nuova vocalità che in questi anni 2000, dal rap al trap, sta cambiando ad una velocità pazzesca».

Da docente di canto jazz e di nuove forme di vocalità che tipo di fermento vedi riguardo la ricerca?
«Molti giovani sono interessati a nuove sonorità vocali e anche a livello istituzionale da oltre 10 anni al Conservatorio sono stati aperti corsi di canto jazz, pop ed elettronica. C’è stata grande apertura verso queste forme di musica che oggi cercano di bilanciarsi con la contemporaneità, sperimentando tra la riscoperta del passato e il panorama del presente. Le contaminazioni più preziose avvengono quando la contemporaneità viene messa a confronto anche col passato, è da lì che nascono le innovazioni più grandi. Solo con la coscienza del passato non può che migliorare e diventare più fervido anche il presente».

Oggi venerdì 25 e sabato 26 gennaio dalle ore 10 alle ore 18, presso la sede Vocal Care “Casa Della Musica” di Milano (C.so Buenos Aires, 41), Danila Satragno insegnerà al “Master di formazione per vocal builder”. Nel corso dei due incontri, la Vocal Coach illustrerà il metodo Vocal Care da lei ideato, affiancata da molti professionisti del settore tra cui il celebre foniatra Franco Fussi, la nutrizionista Gigliola Braga e la dottoressa Veronica Vismara, che interverranno per fornire ai futuri insegnanti le informazioni utili ad integrare le conoscenze del mondo della voce e della musica. Per partecipare è necessario iscriversi chiamando il numero 345.5509790.

Ascesa e ritorno alle origini dell’ex leader dei Police raccontato attraverso testimonianze, vicende personali e professionali analizzate dal conterraneo scrittore inglese Paul Carr.

“Ritorno ai cieli del nord”: Sting raccontato da Paul Carr

Figlio del profondo e depresso nordest proletario inglese, Gordon Sumner alias Sting, ha sempre avuto rapporti difficili con la terra d’origine: da giovane la rinnega e oggi, più che famoso, vi torna periodicamente per cogliere ispirazione. Origine di questa folgorante parabola è Wallsend, cittadina natale a otto chilometri da Newcastle alla quale nel 2013 ha dedicato il musical The last ship ispirato all’omonimo album centrato sulla piccola epopea di una squadra di operai che nell’Inghilterra thatcheriana, votata alla competizione globale, costruiscono appunto “l’ultima nave”: protagonisti, in bilico tra fantasia e memoria, luoghi e personaggi del suo passato.

In questo lungo intervallo tra la nascita di Sting e questo crepuscolare omaggio, Paul Carr, autore di Sting. Ritorno ai cieli del nord pone nelle sue pagine una serie di tappe umane e professionali che aiutano a comporre la fisionomia del cantautore inglese, dalle prime scorribande con i jazzisti fino alla fama di proprietario terriero e produttore di vini in Toscana…ma andiamo con ordine.

Tutto ha inizio il 2 ottobre del 1951 nell’umida casa vittoriana di una modesta famiglia proletaria nel citato sobborgo costiero, proseguendo con l’infanzia e il diploma ottenuto con buoni voti in una scuola cattolica maschile, poi l’esperienza alla Warwick University, che però ha termine dopo un solo trimestre: è allora che il giovane Gordon si iscrive ad un college per la formazione di insegnanti.

In questo periodo, nonostante le luci della swingin’ London fossero ancora lontane, Gordon prende confidenza con il basso ascoltando come molti coetanei musica statunitense ma, incredibilmente da quello che si potrebbe pensare, non il blues o il rock dell’epoca. Esordisce a 21 anni in una tradizionale jazz band locale, passando poi per altre formazioni fino all’ingresso nei Last Exit, band jazz-rock che lo porta a conoscere la fusion, la musica brasiliana e la classica.

L’autore segue tutta l’ascesa di Sting dai primi show blues, funk, prog, soul e naturalmente jazz con i Last Exit: lo stesso Carr, testimone d’eccezione, racconta la prima volta che vide a metà anni settanta l’allora maestro elementare Sting in concerto e ricorda quanto avesse stile nel suonare una musica tecnicamente complessa ma esaltante, dalla quale colse soprattutto una linea di basso che gli rimase indelebile per anni.

Tutto sui Police: “Many miles away” di Giovanni Pollastri
I Police

Talento e attitudine da frontman già emergevano – secondo quanto dichiarato dai suoi compagni pare che già fosse solito presentare ai musicisti composizioni definitive, abitudine confermata anche dai Police – ma è quasi inaspettato leggere che in quel periodo, nonostante amasse i Beatles o Hendrix, sognasse di diventare Stanley Clarke. Almeno fino al gennaio del 1977 quando si trasferisce a Londra scoprendo l’energia dell’era punk: sarà allora che esibendosi in grezzi pub e club con Stewart Copeland e Andy Summers ma lavorando in realtà ad una vocalità e uno stile capace di fondere sonorità new wave, jazz, punk-rock e ritmi reggae, darà vita ai leggendari Police.

Da allora bramoso di emergere e sempre più coinvolto in trasferte internazionali, Sting rinnega sempre più la sua terra arrivando camuffare ostinatamente l’accento e le radici nordinglesi. Una metamorfosi riscontrabile anche nelle variegate e contaminanti sonorità provenienti dai luoghi in cui si relaziona e compone la sua musica. Il testo di Carr esamina spazi creativi come l’Impulse Sound Recording studio di Wallsend o palchi come lo Shea Stadium di New York dove si esibisce con i Police nel 1983 e l’Estadio Nacional di Santiago del Cile, teatro di un evento di Amnesty International nel 1990: ogni evento della produzione creativa di Sting viene analizzato considerando l’interazione tra il suo background proletario con quegli ambienti di vita che gli hanno dato ispirazione seguendo sempre questo ideale parametro geografico nella sua evoluzione.

“Ritorno ai cieli del nord”: Sting raccontato da Paul Carr 1
Sting. Ritorno ai cieli del Nord

Paul Carr, docente di musica popolare all’Università del Galles meridionale in quest’opera egregiamente documentata – edita in Italia da Galaad edizioni nella traduzione di Michele Piumini – esplora trionfi, crisi profonde e processi creativi al confine tra immaginazione, resoconti dello stesso Sting e di chi lo ha conosciuto o ha fornito informazioni interessanti, facendo luce sui nodi salienti della carriera artistica e della vita privata del suo celebre conterraneo. Anche Carr come Sting è un geordie – parola che designa gli abitanti del Tyneside e la loro parlata – e questa sentita appartenenza si sente in ogni pagina.

In particolare si percepisce la voglia di “smascherare Sting” per mostrare Gordon, un uomo fedele a se stesso, tanto riservato quanto osannato, ma dalla personalità sfaccetata: un artista colto, raffinato e insieme popolare, socialista multimiliardario, generoso ecologista e alfiere dei diritti umani bersagliato dai critici che intravedono nel suo impegno pubblico clamorose operazioni mediatiche. È evidente quanto sentito, secondo uno schema che si presta ad essere romanzato a partire da un’infanzia difficile che genera la brama di riscatto e di successo fino al limite dell’autodistruzione per poi fare, anche simbolicamente, ritorno a casa, la volontà di riconciliare con la propria terra prima di tutto un uomo.

“Amico Faber”: nell’anniversario della morte un originale ritratto dell’uomo Fabrizio De André, tratteggiato attraverso i ricordi di amici e colleghi, dalla penna di Enzo Gentile. L’intervista di Musica361.

Celebrando Faber: tre album per cominciare a conoscere Fabrizio De Andrè
Fabrizio De André in concerto

In Amico Faber hai raccolto numerose testimonianze. Mi piacerebbe cominciare questa intervista con un tuo ricordo personale di Fabrizio De André.
«Nel libro riporto l’intervista autografa del 1985, prima occasione in cui lo conobbi di persona. Fino ad allora avevo solo ascoltato i suoi dischi e visto un paio di concerti. Chiesi un appuntamento per il giornale e lui mi fece rispondere dall’ufficio stampa facendomi sapere che prima voleva incontrarmi. Da allora ci siamo visti abbastanza regolarmente, spesso per motivi professionali anche se non solo per interviste o presentazioni. Ci siamo frequentati in diversi momenti, sono stato persino a casa sua, era una persona molto disponibile, non risparmiava anche abbracci sentiti. Non posso dire che fosse un amico ma certamente avevo con lui una confidenza diversa rispetto ad altri artisti.
Lo vidi l’ultima volta di persona in occasione di una delle date della sua tournée nell’estate del 1998. Il concerto fu esemplare anche se non stava visibilmente bene ma tutti attribuivano quel malessere al caldo e alle fatiche dei viaggi per l’Italia. Solo un paio di settimane dopo in agosto avrebbe scoperto invece di essere malato».

130 tra amici, collaboratori, partner musicali, figure note o sconosciute alle cronache che hanno testimoniato alcuni passaggi della sua esistenza: cosa si scopre in Amico Faber del De André uomo rispetto all’artista celebrato?
«Tanti episodi che io stesso non sospettavo minimamente, molti riportati da quelle persone comuni che lo frequentavano al di fuori del mondo musicale: andava talvolta a pesca di notte, era appassionato della cucina sarda che tanto amava o si animava in lunghe discussioni sull’indipendentismo sardo. In Sardegna in particolare, terra dove decise di ritirarsi, si dedicò con passione a conoscere musiche e cultura locali: Fabrizio era voracemente curioso e si lasciava intrigare dagli argomenti più disparati, in ogni racconto emerge qualche aspetto della sua personalità.
E poi i particolari, quasi inediti, che vengono messi a fuoco da chi ha condiviso con lui la vita professionale, dai musicisti a chi si occupava della burocrazia passando per chi stava dietro le quinte ma di cui si possono immaginare i contorni».

“Amico Faber”: un ritratto autentico dell’uomo De André
Copertina di “Amico Faber” (Hoepli, 2018)

Dalle testimonianze di questa oral history si riesce a trovare a distanza di 20 anni un’autentica umanità non appannata dal mito?
«Nessuno lo ha dipinto come un santo ma tutti come una persona molto vera, autentica. Ho riportato fedelmente quello che mi è stato detto: si delinea un quadro abbastanza omogeneo, anche se caratterizzato da diverse vite. C’è chi gli è stato più affezionato, chi ha passato con lui più tempo, chi è stato protagonista passeggero di un incontro fortuito ma tutti restituiscono la sensazione di una persona molto generosa e capace di spremere il massimo da coloro con i quali collaborava. Mi riferisco in questo caso a chi ha lavorato con Fabrizio, entrando nella sua dimensione artistica: sia nei dischi che dal vivo si è sempre dimostrato molto esigente ma i risultati si sono visti. C’è sempre stato un impegno e un’energia negli arrangiamenti, nelle canzoni e negli spettacoli sotto gli occhi di tutti».

Quale interviste sarebbero state utili per completare questo quadro?
«So che era in amicizia con Gino Paoli ma non l’ho trovato, così come non mi è stato concesso contattare Beppe Grillo, occupato in ben altre faccende in questo periodo: ho riportato solo alcune sue dichiarazioni citando la fonte bibliografica. Così come mi sono limitato a riportare un ampio articolo dal Corriere della sera per sostituire la voce della Pivano. Quando l’ho conosciuta, così come avvenuto con Paolo Villaggio, abbiamo anche parlato di Fabrizio, però non volevo ricostruire a memoria qualcosa di già detto. L’intento di questo libro è quello di riportare la testimonianza di persone viventi».

Si scoprono rapporti inimmaginabili come dalla testimonianza di Gianna Nannini. In termini di amicizia con quali colleghi ebbe i rapporti più stretti?
«Ad esempio con Marco Ferreri, un altro personaggio di cui purtroppo non ho potuto raccogliere contributo. C’era simpatia, anche lui era un po’ anarcoide come Fabrizio: è un rapporto che come altri sfugge anche perché non lavorarono mai insieme. C’era molta stima anche con Guccini anche se si vedevano di rado. Magari si incontravano quando erano vicini in una data delle rispettive tournée e dopo il concerto da tiratardi passavano la notte a bere e mangiare o a giocare a carte. Guccini mi ha raccontato di una agguerrita partita a scopa con De André negli anni ’80: alla fine vinse Francesco che fece firmare a Fabrizio una banconota da 1000 lire a suggello della sua sconfitta. Fa molto sorridere questo come altri episodi che mostrano quanto questi giganti popolari si divertissero come persone normali. Così come quando incontrò in Sardegna Gigi Riva e dopo una bevuta di whisky si scambiarono una maglia e una chitarra o quando scrisse l’inno del Genoa».

Tutte le anime di Fabrizio De Andrè in “Tu che m’ascolti insegnami” 1
Fabrizio De André

Amico Faber: quanti si può dire che fossero davvero amici? Che idea ti sei fatto sul suo modo di intendere l’amicizia?
«Ha avuto diversi buoni amici, anche tra coloro che hanno suonato con lui. Quando Fabrizio creava un clan cercava di conservarlo. Nei suoi dischi o nei suoi tour molti musicisti sono stati confermati quando possibile come Pier Michelatti, Ellade Bandini e lo stesso Franco Mussida che torna in Anime salve oltre alla partecipazione ne La Buona Novella e i tour con la PFM. Rapporti fondati sulla stima che si sono mantenuti nel tempo anche senza una necessaria frequentazione, come quando Fabrizio passava mesi praticamente in isolamento in Sardegna lontano da quel clima da tour.

Era molto legato a Fernanda Pivano: non si vedevano spesso ma appena potevano si incontravano. Un’ amicizia fatta più di intensità che di quantità. E questo anche con molte altre persone che hanno condiviso del tempo con lui lontano dal palco e dai riflettori: basta leggere i racconti di amici estranei al mondo musicale come Alberto Santini che risiede nella provincia di Viterbo, luogo nel quale Fabrizio si rifugiava per passare del tempo lontano dalla pazza folla oppure Ottavio Capuani, suo testimone di nozze a Tempio Pausania».

Come ti sei mosso metodicamente per la ricerca di queste persone?
«È stato un lavoro abbastanza lungo, li ho voluti e dovuti trovare tutti. Alcuni li conoscevo già, con altri in Sardegna ho avuto solo un contatto telefonico. Inizialmente pensavo che il quadro potesse essere esauriente con qualche decina di interviste ma più andavo avanti e più scoprivo agganci che a me per primo incuriosivano. Così i testimoni previsti sono più che raddoppiati. Certo qualche altro aneddoto sarebbe venuto fuori sicuramente ma mi sono fermato a 260 pagine, tracciando un profilo già assolutamente pertinente. Non escludo che in un’altra edizione magari aggiungerò qualcuno».

La presenza di Wim Wenders nel libro rispolvera il progetto di un famigerato concerto-tributo con artisti internazionali. Si riapre questa possibilità in coincidenza dell’anniversario?
«Wim Wenders è l’unico nel libro che non ha mai incontrato Fabrizio di persona ma dimostra di stimarlo e conoscerlo molto bene attraverso i dischi e le letture. Per questo motivo, a parte la sua statura, è volutamente decentrato rispetto agli altri. Non ha assolutamente escluso la possibilità del concerto, cosa che mi ha confermato anche Dori Ghezzi. L’ipotesi di affidare ad alcuni artisti stranieri, come Patti Smith, l’interpretazione di brani di Fabrizio rimane viva. So che ci hanno lavorato e certamente c’è da parte del materiale, forse al momento insufficiente per registrare un disco o mettere in piedi un grande concerto. Wenders comunque non ci ha rinunciato, c’è una speranza.
L’anno prossimo però saranno gli 80 anni della nascita quindi in questo arco di tempo qualcosa succederà. Credo sia prevista anche l’uscita di un disco nei prossimi mesi nel quale le nuove leve della musica italiana omaggeranno De André. E poi non escludo anche qualcosa da parte dei grandi della canzone internazionale. Che poi sia un concerto, un disco o un documentario al momento non si sa, anche perché sono opere complesse da realizzare».

Si viene da un 2018 nel quale già si è tentato di delineare un inedito De Andrè tramite il noto docu-film: qual è l’interesse per De Andrè e il cantautorato nell’era contemporanea?
«Calcutta farà due serate al Forum, Motta ha vinto molti premi e andrà a Sanremo, Ultimo suonerà allo Stadio Olimpico di Roma. Che possano piacere o no sono cantautori. Pur spostando il fuoco sull’identità del cantautore rispetto a qualche decennio fa c’è comunque ancora chi si scrive e interpreta le proprie canzoni con un lavoro che a distanza di mezzo secolo assomiglia a quello di De André, il quale a sua volta si è sempre evoluto verso diverse sonorità. In questo senso c’è un sensibile trait d’union con la nuova generazione».

A 20 anni dalla morte, in qualità di storico della musica, quale resta la sua eredità più importante e riconosciuta nel panorama italiano?
«Resta unico il suo timbro, il suo tono di voce e il suo approccio nell’interpretazione della parola al servizio di una qualità di scrittura eccellente. Non utilizzava mai parole astruse ma sempre di rigore linguistico e concatenate tra loro come solo un grande autore poteva fare. Diceva spesso, come aveva confidato anche a me, che passava tanto tempo tra la stesura di un brano e l’altro perché sentiva forte la responsabilità che il pubblico gli aveva affidato: “Se io racconto qualcosa con certe parole in una canzone poi resteranno quelle e non le potrò più cancellare, quindi devo essere molto molto sicuro, perché se mi venissero rinfacciate o fossero equivocate, non me lo perdonerei mai”.

Questa dichiarazione trova riscontro con quello che mi aveva raccontato Filippo, il fattore nella sua tenuta in Sardegna. Nelle lunghe serate che passavano insieme d’estate, a volte Fabrizio gli leggeva la bozza di una canzone che stava scrivendo e se lui non capiva qualche parola o concetto Fabrizio pensava “belin, devo rifarla!” A prescindere che piacesse o no doveva essere comprensibile a tutti quello che cantava. Le metafore si possono anche approfondire ma non doveva esserci mai un dubbio su cosa stesse cantando. Il rigore va bene ma la comprensibilità deve vincere su tutto: un insegnamento religioso che avrebbe applicato a tutti i suoi lavori».

Un pregio di questo libro?
«Esistono tanti volumi di critica ben fatti sui testi delle sue canzoni e mi sembrava inutile ribadire nuovamente punti di vista già noti. Mi sembra semmai più interessante una visione sulla persona, che in qualche caso è disgiunta dalle liriche, in altri invece è parente stretta. E riportare per una volta tanto aneddoti che con i suoi brani c’entrano poco ma c’entrano molto con la sua vita. Quella vita che poi si trova sempre nelle canzoni di Fabrizio».

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