Dopo la visita al Milano55 in zona Sempione, torniamo in Barona con un altro locale che da 15 anni sta facendo storia: Paolo Polli ci invita nel suo BQ de nott.

Locali361: BQ de Nott ovvero Birra (e musica) di Qualità
Palco del BQ de nott

Tre lustri fa ha aperto le porte in via Bussola 9 a Milano, il BQ de nott, sigla singolare che «sta per Birra di Qualità mentre “de nott” significa in milanese “di notte”, a sottolineare non solo l’orgoglio di essere milanese e valorizzare la mia lingua ma anche a ricordare che siamo aperti fino alle 6 del mattino nel week end, mentre in settimana fino alle 4». BQ (Birra di Qualità) è il marchio della birra artigianale che ha personalmente inventato Paolo Polli, proprietario dell’omonimo birrificio a Delebio (SO) e di più di 10 locali a Milano:«Mio padre mi ha inculcato il gusto del mangiare e bere bene e io ne ho fatta una professione. Il primo locale è stata l’enoteca in via Castelvetro: inizialmente ero orientato al vino poi dal 2001 mi sono sempre più interessato alla birra artigianale. Come degustatore però, nel senso che produco per degustare». La produzione è nata circa 10 anni fa e la mia personale innovazione è stata creare un nuovo interesse per la birra artigianale con corsi, lezioni e persino un festival, l’Italia Beer Festival, primo in Italia: all’epoca ancora si chiamava “Salone della birra artigianale di qualità”, ora siamo al 14° anno. Ho fondato anche l’Associazione degustatori di birra, di cui sono presidente: primo corso al mondo per somelier e degustatori di birra artigianale con diploma. Ho realizzato anche la prima trasmissione televisiva su canale sky BQ TV dedicato alla birra artigianale e persino una rivista. Oggi mi chiamano come giudice per vari campionati di birra artigianale nel mondo: oggi ce ne sono fin troppi».

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Logo del BQ de nott

Prima sono nati i locali e poi il birrificio: «Dall’apertura del primo BQ in via Losanna con 24 spine anche gli altri locali sono stati forniti della mia birra. E poi dal 2003 è nato BQ de nott per sintetizzare in un solo locale tutto quello che avevo creato durante questi anni, con focus su food & drink dato che ho insegnato questa materia anche allo IULM». Il locale, in uno spazio di circa 400 mq, incarna molti desideri tra cui «un bancone di 15 metri, 18 spine e persino un palco perfettamente attrezzato per la musica live principalmente il venerdì e il sabato, anche se abbiamo avuto date anche tante domeniche e qualche giovedì». Dai tanti video live che invia ciascuna band, vengono selezionati musicisti rock, blues, soul, funk, jazz e pop compresi nomi importanti della musica italiana tra cui Tricarico, Deborah Zalanga, Paola Atzeni, Osvaldo di Dio, Pino Scotto, Ferradini, Tomelleri e i Camaleonti». E non mancano veri e propri eventi: «Abbiamo dedicato una serata a Genova quando c’è stata l’alluvione e negli ultimi tre mesi abbiamo sperimentato serate di cabaret con comici come Senso Doppio, Flavio Oreglio, Simone Raimondo. E ancora serate di degustazione tango, flamento, black dance e perfino rap: una delle sere in cui abbiamo avuto più affluenza di pubblico è stato in occasione di un rapper romano, Rancore: abbiamo lasciato fuori più di 300 persone».

A seguito della recente chiusura estiva, quest’anno protratta per i mondiali, si sta ultimando in questi giorni il calendario live della prossima stagione che ripartirà il terzo sabato di settembre: «Mi affiancano alla direzione artistica altri due ragazzi, nonostante non manchino artisti affezionati come Gigi Cifarelli e i Riff Raff, tribute band degli AC/DC, vera eccezione dato che solitamente privilegiamo originali o cover band, evitando la musica estrema. Io in particolare amo il rock di fine anni ’70 e primi ’80, stile Talkin Heads, Devo e Clash ai quali ho dedicato persino una delle mie birre, la Strummer (una belgian golden strong ale), in onore allo scomparso leader».

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Paolo Polli

Dati gli orari del BQ la clientela è varia: «La sera presto si va dagli studenti ai 30enni, mentre de nott, oltre a una clientela di artisti e musicisti anche giornalisti, tassisti, medici e colleghi gestori di locali, lo zoccolo duro che finisce il lavoro e viene a rilassarsi da noi». Inutile chiedere la caratteristica che lo distingue con un nome così: «Lo ritengo un locale che si sposa più con un’atmosfera da Blue Note che da in piedi sotto un palco. Qui conta la qualità: difficilmente si mangia e beve con qualità in un locale che fa anche musica live: non solo per le nostre 16 birre artigianali alla spina, compresa quella di qualche altro birrificio, che per i cocktail dato che abbiamo anche una bottiglieria importante, tra vini bianchi, rossi, prosecchi e spumanti. Quello che va di più è un cocktail targato Robby Marton, l’Italian Mule, un Moscow Mule fatto con gin italiano». E ad accompagnare tanta qualità alla carta food come pizza, hamburger, pane alla catanese con carne di cavallo, arrosticini, panini con i pastrami, wusterl e crauti, ma sempre con impasti artigianali, dalla pizza ai dolci».  L’infaticabile ambizione di Paolo, caratteristica che l’ha sempre contraddistinto, si fa sentire anche nella sua ultima battuta: «Nonostante le soddisfazioni del BQ e dei miei locali sono alla ricerca di un’altra location diversa da quella in Barona per migliorarmi ancora e mettere in atto nuove idee. Vedremo».

Dal Barrio’s della periferica zona Barona alle vie di Corso Sempione, per la precisione via Piero della Francesca, 55: questa settimana Locali361 ha fatto visita al Fifty-five.

Locali361: Via Piero della Francesca 55, anzi Fifty Five
Il lounge bar del Milano55, detto Fifty-five

In una delle zone più fashion della città, quelle per cui probabilmente Milano viene ricordata nel mondo, vicino all’ex stazione ferroviaria della Bullona c’è una struttura che originariamente ospitava un ex deposito ferroviario. In questa struttura in via Piero della Francesca, che dal 1998 divenne il mitico Roialto, ha sede da gennaio 2015 il Milano 55, oggi uno dei locali più alla moda di Milano: «Abbiamo mantenuto lo stesso format dello storico Roialto privilegiando l’aperitivo, aggiungendo solo una zona ristorante e la possibilità di allestire un disco club in sala durante il week end», spiega accomodato su uno dei divani del locale Fabio Valenti, uno dei soci fondatori e figura di lunga esperienza nello sviluppo di altri locali milanesi dal Byblos Club al Just Cavalli, solo per citarne due. «Qualche anno fa insieme ad alcuni amici tra cui il figlio di Giovanni Macrì, il dentista dei vip, ci è venuta l’idea di aprire il Milano55 e a seguito di una trattativa lampo abbiamo dato vita al Fifty-five che, devo dire, sta andando molto bene (sorride)».

Milano 55, noto anche come Fifty-Five, così chiamato per il numero civico di riferimento in via Piero della Francesca, riprende insomma la filosofia lounge bar del Roialto «sfruttando però il venerdì e il sabato sera led a teste mobili e dj set per dare vita allo “Studio 55” – con un chiaro riferimento alla discoteca Studio 54 – oppure per eventi privati come feste di laurea, diciottesimi o eventi aziendali in settimana». Oltre ai mille metri quadri di open space frazionabili a seconda delle esigenze si trova anche la bellissima terrazza di seicento metri quadri, protagonista la scorsa estate di un “esperimento” di concerti dal vivo in collaborazione col Memo Restaurant, «progetto poi abbandonato per problemi legati alla musica alta reclamata dal vicinato. Il nostro locale è troppo dispersivo e a parte il caso di alcuni eventi musicali di presentazione e showcase come è accaduto ad esempio l’anno scorso con i Negramaro, Ivana Spagna o Lorenzo Fragola, la musica live la lasciamo a club meglio attrezzati.  Per la nostra clientela, tendenzialmente dai 30 anni in su, offriamo dj set di musica commerciale a partire dalle 23: oltre alla serata disco del week end organizziamo appuntamenti in concomitanza ad altri eventi milanesi come è stato per il Salone del mobile o Expo».

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La sala di Milano 55 o Fifty-Five

I ricordi di Expo riportano inevitabilmente al food e dunque finalmente al “piatto forte” del locale, l’aperitivo: «Secondo il format del Roialto abbiamo mantenuto diverse “isole di degustazione” con diverse specialità per l’aperitivo presidiate da chef, secondo un percorso gastronomico dagli affettati alle pizzette, all’isola dei fritti fino all’isola della polenta d’inverno con piatti caldi come pollo al curry, lenticchie, funghi e naturalmente, venendo incontro ad una clientela vegana, anche l’isola della frutta e della verdura. Venerdì offriamo anche dolci mentre mercoledì e domenica sushi». A tanta varietà gastronomica corrisponde una completissima drink list, «comprensiva sia di cocktail classici come lo spritz che originali come il 55 Colada con white rum, ananas fresco e sciroppo di cocco servito in metà guscio».

A impreziosire una location dall’atmosfera calda e raffinata un bancone cubano di venticinque metri in legno di noce del 1927, illuminato da un imponente lampadario dello stesso periodo storico: «Il nostro team è giovane e le idee sono tante ma sicuramente continueremo a mantenere un certo allestimento e a seguire un concept pensato per l’aperitivo capace di trasformarsi poi in un dopocena lounge con musica, serate a tema e spettacoli». La grande fortuna di questa offerta ha fatto sì che lo scorso maggio il 55 Milano abbia aperto col suo format anche a Formentera: «Se non avete la possibilità di venirci a trovare a Formentera questa estate vi aspettiamo qui a Milano: chiuderemo solo tre settimane ad agosto per poi riprendere a settembre con alcuni eventi in occasione della Fashion Week. Vi aspettiamo per l’aperitivo (ammicca)».

Come accennato nell’intervista della scorsa settimana l’omonima cooperativa che gestisce il Bonaventura Music Club da gennaio 2018 ha preso la direzione del nuovo Barrio’s Live: lavori in corso in uno dei locali di riferimento della zona Barona che ha compiuto qualche mese fa ben 20 anni di vita.

Locali361: Barrio’s, nuovi progetti in cantiere, anzi in piazza
La facciata dell’ex Barrio’s Cafè oggi Barrio’s Live in Piazza Donne Partigiane

Nonostante il prossimo trasferimento del Bonaventura Music Club, attualmente alla ricerca di una nuova sede,  l’omonima cooperativa che include tra i suoi soci anche Fabio Diana continua a gestire parallelamente dallo scorso gennaio un altro locale milanese, l’ex Barrio’s Cafè in Barona: «A seguito della recente uscita del vecchio gestore la Comunità Nuova di Don Gino Rigoldi ci ha chiesto di occuparcene, confidando nel bel lavoro che già avevamo fatto col Bonaventura. Abbiamo accettato perché ci piacciono le sfide: il Barrio’s ha un retaggio molto periferico e underground legato alla sua piazza. Una piazza che vive di vita propria e che siamo pronti a gestire, con tutto quello che comporta», ha ribadito Fabio.

Il primo tentativo di cambiamento della nuova direzione è stata la modifica dell’insegna da Barrio’s Cafè a Barrio’s Live: «Volevamo un nome completamente nuovo proprio per sottolineare un rinnovamento, anche se ci hanno espressamente imposto di mantenere la parola Barrio’s per motivi di identità. Barrio’s – termine di origine ispanica che significa “quartiere” – è il nome che fa riferimento all’intera struttura intorno a piazza Donne Partigiane che comprende il circolo anziani, la bocciofila e il teatro Edi Barrio’s. Il progetto degli anni ’90 ad opera di Don Rigoldi in collaborazione col Comune di Milano è strettamente legato a quel nome dunque ci siamo limitati a intitolare il locale Barrio’s Live, semplicemente perché eravamo intenzionati a puntare ancora di più sulla dimensione live».

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L’interno dell’ex Barrio’s Cafè

Quello che è cambiato rispetto alla vecchia gestione è proprio l’approccio nei confronti della musica dal vivo: «Il Barrio’s è una roccaforte dell’hip hop, genere talmente presente in questo tessuto sociale che non ha senso sradicare: qui è nato Marracash e ci rappava Ghali fino a qualche anno fa. Abbiamo dunque mantenuto una proposta hip hop, curandone però ancora di più la qualità. Rispetto alle “battaglie a microfono aperto” sul palco ora facciamo veri e propri concerti avvalendoci di agenzie e promoter: ad esempio recentemente è passata Esa, importante esponente dell’hip hop latino». In programmazione però anche fusion e altra musica di qualità: «Abbiamo ospitato Gigi Cifarelli col suo quintetto e ogni venerdì, per tutto l’anno, la rassegna “Italian Soul” con band dai progetti inediti orientati al soul e alla black music. E poi, rispetto al Bonaventura, stiamo cercando di portare al Barrio’s anche una componente marcatamente rock, siano cover o brani originali, tipicamente il sabato e il martedì sera con la rassegna “Rock di Marte”. Stiamo considerando anche altri generi, esclusi però quelli estremi». E in tema di musica spazio anche ai saggi delle scuole: «Al Bonaventura c’è una vocazione più jazz mentre al Barrio’s si esibiscono allievi di scuole più “pop” come la Prina Music Academy o la NAM. Recentemente abbiamo ospitato anche un saggio della scuola del batterista Alex Battini De Barreiro, docente e coordinatore del Percussion Village».

Pochi ma mirati invece gli interventi estetici e strutturali al Barrio’s: «Abbiamo solo rinnovato un po’ gli interni, sostituendo i colori rossi e gialli con tinte nere e grigie più da club, messo a punto la parte audio e adeguato l’impianto, introdotto nella drink list birre artigianali ed esportato il menù stuzzicheria del Bonaventura, maggiormente ampliato e orientato al risto-pub ma senza la cucina. La clientela sta mutando anche in conseguenza della ristorazione ma soprattutto della nuova offerta musicale, così come accaduto a suo tempo al Bonaventura».

La cooperativa Bonaventura è attiva al Barrio’s di fatto soltanto da qualche mese ma c’è tanta voglia di fare: «Stiamo “prendendo le misure” per eventi legati ad un certo tipo di contesto giovanile, certamente sfruttando la piazza e coinvolgendo marchi importanti in qualità di partner per gare di skateboard, contest di graffiti e concerti: il quartiere ne ha bisogno. Ad esempio, a seguito del trasferimento del Bonaventura, non è escluso che organizzeremo il nostro prossimo concerto del 1° maggio in collaborazione col municipio 6 in Piazza Donne Partigiane, davanti al Barrio’s».

Locali361 lascia il Nidaba Theatre sui Navigli per presentarvi un particolare club in zona Barona: benvenuti al Bonaventura Music Club (ancora fino a dicembre).

Locali361: Bonaventura Music Club, “music first”
Giovanni Falzone dal vivo al Bonaventura Music Club

Bonaventura è il nome di una cooperativa sociale nata nel 2011 finalizzata all’inserimento di disabili, ex detenuti, ragazze madri, categorie protette e soggetti in situazioni di disagio “riabilitati” attraverso una nuova esperienza lavorativa: «Abbiamo reintegrato molti soggetti grazie a diverse attività organizzate dal Bonaventura», introduce Fabio Diana, uno dei fondatori. «Stefano Rocchi, Massimiliano Biffi e io dopo anni di carriera in azienda abbiamo deciso di dare vita a questa cooperativa dialogando con le istituzioni e le fondazioni del mondo no profit. Noi siamo a nostra volta affittuari de La Cordata, cooperativa sociale che si occupa di housing».

Una delle attività del Bonaventura è anche la gestione dell’omonimo Bonaventura Music Club, «ex refettorio dell’albergo soprastante che si affianca all’housing sociale gestito da La Cordata e, prima del nostro arrivo, ex Brasserie Le Portrait cui siamo subentrati». Il nome della cooperativa, ereditato anche dal locale nato nel 2012, viene dalla locazione in via Bonaventura Zumbini, critico letterario del secolo scorso: «Un nome beneaugurante, pur senza probabili richiami di memoria religiosa o fumettistica. Nel logo abbiamo aggiunto un cammello con un simpatico riferimento alla sete perché la nostra mission originaria era la birra artigianale: per il primo anno abbiamo proposto corsi, degustazioni e serate a tema con i mastri birrai. E tutt’ora il beverage principe è la birra, in bottiglia e alla spina: lavoriamo con importanti birrifici nazionali e in particolare col birrificio Barona qui in zona ma non mancano in lista anche classici cocktail da american bar e una piccola cantina di vini».

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Logo del Bonaventura Music Club

Dopo circa un anno e mezzo di attività la situazione si è sviluppata, la cucina si è arricchita con una più ampia selezione di primi, secondi e burger-gourmet insieme ad un menù stuzzicheria, anche se la mission è diventata la musica: «É stato naturale evolversi in un music club, dedicando da subito gran parte della programmazione al jazz e collaborando di conseguenza con Jazz Academy, la scuola Born 4 Music, Kristall Radio e il magazine Jazz it. Quello che è cambiato è il profilo della clientela del Bonaventura, oggi dai 30 anni in su, ovvero l’età media degli amanti del jazz, tipicamente a cena da noi due sere a settimana per ascoltare in rigoroso silenzio un concerto di qualità. Il martedì proponiamo soprattutto progetti inediti di affermati musicisti nazionali e internazionali, mentre da settembre 2017 ho ideato ogni giovedì una jam session all’americana: per un mese un trio resident apre la serata con una propria jam per poi “allargarla” ospitando sul palco altri musicisti in sala, sempre però coordinati da un leader, mai a palco aperto». Una jam dunque che diventa un laboratorio anche per gli stessi musicisti: «É capitato sempre più spesso di fissare il martedì concerti con formazioni che si sono create dalla jam del giovedì precedente. Per me, in termini di direttore artistico, è un’occasione per testare tanti nuovi musicisti dato che ho sempre meno tempo per rispondere alle varie proposte, soprattutto nel caso di talenti giovani e ancora poco noti».

In settimana spazio anche per altre proposte di qualità: «Il mercoledì sera è dedicato alla Champagne Academy of Burlesque Education di Milano, un appuntamento un po’ fuori dalle righe in cui le allieve della scuola portano in scena uno spettacolo, mentre il venerdì è dedicato ai progetti in duo o trio dal blues al soul, dall’elettronica al cantautorato. Le band al completo invece, siano funk, R&B, reggae, swing ma soprattutto blues hanno spazio il sabato dalle 22, in un clima più “da baldoria”». Spazio anche alle cover band «purché arrangino o riarrangino noti brani di genere secondo un proprio stile. D’altra parte c’è pubblico e pubblico, motivo per cui mi interessa accontentare anche chi possa apprezzare cantautori dal repertorio inedito come Folco Orselli, Laura Fedele, Tino Cappelletti, Raffaele Kohler o Vik & The Doctors of Jive».

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Sala interna del Bonaventura Music Club

Non mancano anche veri eventi musicali come il “Concerto in Barona”, l’unico concerto del 1° maggio a Milano nell’anfiteatro all’aperto dietro il Bonaventura per 10 ore di musica live con 15 band blues, funk, soul e swing selezionate o il “Beer Rock”, unica rassegna di tributi a grandi gruppi storici interpretati da 8 band ogni ultima domenica di maggio in un contesto di stand, birrifici artigianali, mercatini di hobbisti e vintage, giochi gonfiabili per bambini e laboratori creativi.  «Il nostro motto è “Music First”, cioè prima la musica e poi il resto – rimarca Fabio – la musica dal vivo sta vivendo una grande crisi, i club in città sono sempre meno mentre altri chiudono, basta vedere l’esempio de La Salumeria. Forse anche perché talvolta non si dà alla musica lo spazio che merita: con “Music First” intendiamo sottolineare che noi al Bonaventura ci occupiamo di musica dal vivo, non siamo “ristoratori con dei musicisti in un angolo”. E se il pubblico non viene educato al rispetto per i musicisti, che non sono un semplice prodotto a uso e consumo della clientela, la musica dal vivo è destinata a morire. Un conto è essere un ristoratore altro è essere il direttore artistico di un music club che sappia offrire una programmazione con un preciso genere di riferimento e un palco adeguatamente attrezzato con un impianto audio, una backline completa e un mixer professionale: forse sarò impopolare ma per me è così».

Il Bonaventura chiuderà per la pausa estiva dal 5 al 30 agosto e la nuova stagione live verrà inaugurata il prossimo 11 settembre con il trio jazz di Gianni Cazzola, anche se purtroppo il locale sembra a fine corsa dato che l’ultima data è prevista per il 18 dicembre: «Abbiamo un contratto in scadenza a fine anno che non ci verrà rinnovato perché La Cordata intende usare lo spazio del Bonaventura per altre finalità. In questo periodo siamo alla ricerca di un’altra location su Milano dove trasferirci. Requisito principale? Non c’è dubbio: sposare la filosofia del “Music First”».

Www.bonaventura.mi.it

Locali361 vi presenta il Nidaba Theatre, vero riferimento in zona navigli da più di 20 anni, raccontato dallo storico gestore Max Ricciardo.

Locali361: al Nidaba Theatre si “ascoltano spettacoli”
Logo del Nidaba Theatre

Era il gennaio 1996 quando, in un panorama musicale forse più povero di oggi in termini di locali ma sicuramente più ricco di serate dal vivo, MassimoMaxRicciardo insieme alla moglie Barbara fondò a Milano il Nidaba Theatre: «Oggi molti locali lavorano per singoli eventi o qualche serata live in settimana, a quei tempi fare musica dal vivo significava ancora essere aperti tutte le sere e magari fare anche due set. In città c’erano live club con una propria identità come il Capolinea che proponeva jazz, il Grillo Parlante più orientato al funk-soul e la BluesHouse con i suoi artisti di riferimento. Anche qui al Nidaba abbiamo cominciato col blues per poi aprirci ad altri generi».

Max prima gestiva un cocktail bar in stile sudamericano ma sognava da tempo di aprire un locale con musica dal vivo che avesse un nome di donna «e scoprii per caso la figura di questa intrigante dea della mitologia sumerica, Nidaba, che mi piacque molto». Da quella prima idea il Nidaba, nato come club underground in via Gola, nel tempo si è evoluto fino ad assumere oggi le sembianze di un live club americano, cresciuto grazie anche al contributo di tutti gli artisti che lo hanno frequentato: «Pur senza prevedere un biglietto d’ingresso ho da subito programmato ogni sera musica: il genere di riferimento, il blues, è stato col tempo arricchito da incursioni jazz, soul, funk, rock’n’roll, beat, reggae, swing fino alle jam session e persino spettacoli folk o di flamenco: nella scelta sono sempre attento ad artisti internazionali dall’appeal emozionante, anche quelli che apparentemente sembra che centrino poco con l’atmosfera del locale».

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Il basso autografato di Kim Brown

Come descrivere il Nidaba? «Se non ci siete mai entrati dovete immaginare un piccolo palco tra lucine e tavoli di legno in stile New Orleans in una sorta di raccolto “museo” con alle pareti poster, foto, magliette, gadgets, cimeli e persino strumenti degli artisti che hanno frequentato il locale, come ad esempio il basso di Kim Brown del trio americano Kim & The Cadillacs, famoso anche per aver composto la musica dei jingle del Drive In». Il Nidaba è un diventato un vero centro di aggregazione culturale soprattutto per la zona in cui si trova tanto che, probabilmente anche per questo motivo, gli è stato persino conferito l’Ambrogino d’oro nel 2016. «Non è sufficiente essere dei musicisti tecnicamente abili o sapere interpretare bene delle canzoni, per esibirsi al Nidaba l’importante è saper comunicare qualcosa di emotivamente significativo al pubblico. Per me musica dal vivo non significa “ascoltare qualcuno che sia bravo” ma essere coinvolti in un vero spettacolo di musica originale».

Max tiene a sottolineare quanto la sua programmazione sia costituita più che da concerti da veri e propri spettacoli: «La selezione qui è molto rigida ma non troverete mai virtuosi o generi estremi: quello che ci interessa è offrire veri spettacoli di professionisti che solitamente suonano in formazione con i grandi nomi della musica italiana e internazionale, come Michael Manring, allievo di Jaco Pastorius nonché uno dei migliori bassisti al mondo (ammicca). I live iniziano solitamente alle 22 e sono trasmessi anche in streaming sul sito». Il locale ha chiuso la scorsa settimana con l’ultimo concerto prima dell’estate e riaprirà martedì 25 settembre: «Darà inizio alla nuova stagione Willie Jay Laws, che è stato anche il primo artista americano a suonare al Nidaba, introdotto dall’amico Fabrizio Poggi dei Chicken Mambo, a sua volta icona italiana della musica blues e vincitore di un Grammy. Ricordo che quando attaccò a suonare la prima volta un signore tra il pubblico mi chiamò e mi chiese: tutti i giorni suona gente così qui?».

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Max Ricciardo e la moglie Barbara in posa all’interno del Nidaba Theatre

La clientela del locale, dai 18 ai 70 anni, è non a caso costituita in parte dalla frequentazione di molti musicisti internazionali noti e meno noti, oramai amici che vivono il Nidaba come casa loro: «C’è una dimensione molto familiare tra chi suona e chi viene ad ascoltare: per me è come facessi esibire per il pubblico degli ospiti nel salotto di casa». Ad esempio John Popper «che ascoltai per la prima volta nel 1996 grazie ad un amico che mi portò da New York una cassetta dei Blues Traveller e che poi, casi della vita, ho conosciuto di persona e ogni anno si esibisce qui», fino alla recente visita di James Heatfield: «Quando i Metallica hanno fatto tappa in Italia a febbraio Heatfield è venuto apposta al Nidaba con la figlia e altri amici. Quella sera suonava il trio swing dei Fratelli Marelli e gli è piaciuto molto: si è goduto il concerto senza essere infastidito. Quando a 13 anni comprai il primo disco dei Metallica mai avrei immaginato che un giorno lui avrebbe messo piede qui».

Anche se al Nibada si viene prevalentemente per “ascoltare spettacoli” non manca un buon beverage: «Il locale è piccolo e dunque, se è necessario consumare in abbondanza, la qualità deve essere buona: niente birre in bottiglia, solo alla spina ma di marca, come tutta la bottiglieria per i classici cocktail». Cosa è cambiato in più di vent’anni di attività? «Prevalentemente la comunicazione: un tempo se volevi essere informato sulla programmazione di un locale c’erano i quotidiani e per conoscere un artista si compravano dischi, cassette e riviste. Ogni locale aveva una certa fama e la gente era più disposta forse a “rischiare” di passare una serata piacevole anche senza conoscere bene un artista, quasi come il gestore. Non c’era ancora YouTube ma più voglia di scoprire gli artisti di persona sul palco che davanti ad uno schermo (sorride)».

Da un pub classico come il Bootleg ad una galleria d’arte con annesso bistrot con proscenio e uno spazio d’abbigliamento: David Ponzecchi racconta il suo Après-Coup

Aprrès-Coup: il bistrot

In via della Braida 5, all’entrata di quello che fino a qualche anno fa era uno spazio dismesso che ospitava una vecchia officina ci accoglie oggi David Ponzecchi, ideatore e fondatore di Après-Coup, vero salotto a pochi passi da Porta Romana, come pochi altri in questo periodo storico. Ponzecchi, ex direttore generale di un’azienda che si occupava della produzione di farmaci per malattie rare, all’alba dei 50 anni e a seguito di una serie di fortunate occasioni lavorative, anziché approfittare di altre offerte professionali decide di cogliere l’opportunità di assecondare la sua originaria passione, l’arte: «Milano è ricca di costose gallerie d’arte nate allo scopo di commerciare e la mia idea è stata quella di crearne una arricchita da altri ambienti, che di fatto ne rappresentano anche il sostentamento». Il locale, inaugurato lo scorso 6 ottobre 2017, nasce nella mente di Ponzecchi qualche anno prima: «La struttura che ho trovato prevedeva un unico spazio da cui ho pensato di ricavare gli attuali tre ambienti: un bistrot con proscenio, la galleria d’arte e Spazio Nur».

Merito della moglie di Ponzecchi invece è il nome del locale: «Micaela, psicoterapeuta, quando ha saputo che avrei voluto arredare lo spazio con mobili originali di inizio Novecento in omaggio a quel fermento artistico che ci ha regalato il secolo scorso ma rivisitato alla luce della contemporaneità milanese, mi fece notare quanto l’idea avesse il sapore di un après-coup freudiano, fenomeno psichico che porta a rielaborare i ricordi a seguito delle proprie esperienze per ritradurli con nuovo significato. Mi è piaciuto subito perché calzava bene con il mio tentativo di riproporre oggi il clima di sperimentazione di una città che da allora ha sempre continuato a crescere e cambiare, rinnovarsi e rinnovare». Il mobilio di Après-Coup è frutto di due anni di ricerca: «Ogni pezzo qui in sala, tendenzialmente in stile decò, ha una sua storia: quello più antico è il tavolo circolare di fine Ottocento in legno di pero intorno al quale siamo seduti (sorride)». E intorno arredi anni ’20 e lampadari originari anni ’30: «C’è la ricerca di una precisa identità: il complimento che più ci fa piacere ricevere è “sembra di essere in un accogliente salotto di casa”».

Altra passione di Ponzecchi è il teatro, motivo per cui nel bistrot si trova un proscenio dedicato principalmente a monologhi: «Arianna Scommegna, Federica Fracassi, Valentina Picello e Francesca Puglisi sono state le prime attrici che hanno privilegiato questo ambiente intimo, non rigoroso come il teatro ma neppure troppo informale come un locale. Solitamente qui si va in scena una volta ogni 15 giorni ma con la prossima stagione intendiamo stabilire un giorno settimanale». Oltreché per gli spettacoli il proscenio viene utilizzato soprattutto il fine settimana anche per musica dal vivo, «essenzialmente jazz e swing, anche se siamo aperti a ogni proposta che ben sappia sposarsi con questa atmosfera: non escludiamo in futuro anche stand up comedy, reading, dibattiti e presentazioni di libri».

Locali361: le tre anime «fuse ma non confuse» di Après-Coup
Il bancone del bistrot

Concerti, spettacoli o eventi non sono l’unico motivo per frequentare Après-Coup: «Abbiamo una drink list lontana dalla grande distribuzione: la nostra clientela non viene qui per “bere” ma per degustare. In abbinamento una cucina anch’essa da degustazione, con piatti ricercati basati su accostamenti di sapori e materie prime sicuramente non comuni». I quadri e le foto invece appese alle pareti del bistrot, proprietà di Après-Coup, sono opere di contemporanei e preludono alla galleria d’arte a fianco: «Intendiamo dare spazio ad artisti coraggiosi in piena fase sperimentale: voglio che la galleria diventi un luogo di ricerca e scambio, ispirando altri colleghi ad esporre le proprie opere e soprattutto creare dibattito. Dopo la mostra di Liana Ghukasyan, fino al 13 luglio avremo esposte le tele di Eleonora Pozzi che indagano la relazione del rapporto sadomaso».

A completare Après-Coup Spazio Nur (“luce” in iraniano), ambiente che Ponzecchi ha proposto in gestione alla stilista Tahereh Toluian: «In linea alla filosofia del locale presentiamo stilisti che facciano ricerca con materiali nuovi offrendo pochi ma raffinati oggetti di moda e design industriale con una forte impronta artigianale». E Spazio Nur non è un ambiente a sé rispetto agli altri due: «Après-Coup è formato da tre anime fuse ma non confuse» ribadisce Ponzecchi «spazi che non a caso, pur comunicando internamente, hanno ciascuno una propria entrata indipendente. Interesse di Après-Coup sarà realizzare eventi a tutto tondo che riguardino tutto il locale, facendo vivere questi tre spazi individualmente ma sempre con un forte dialogo tra loro».

(Articolo tratto dal mensile Quattro, numero di giugno-luglio 2018)

© Luca Cecchelli

Da So Sushi & Sound ad un altro recente ma in qualche modo già storico locale milanese aperto due anni fa in via Coluccio Salutati a Milano: Alessandro Polenghi ci racconta il suo Bootleg.

Locali361: Bootleg, un pub là dove una volta c’era il Magia
Insegna del Bootleg in via Coluccio Salutati a Milano

Festeggerà il suo secondo anniversario domenica 10 giugno il Bootleg, pub nato da un’idea di Alessandro Polenghi, già gestore di lunga data: «Ho cominciato aprendo il primo locale australiano a Milano circa 20 anni fa: tornato dalle ferie ho abbandonato il mio lavoro da impiegato e ho soddisfatto la mia voglia di stare dietro ad un bancone. Da allora ho gestito diversi sport-pub proiettando centinaia di eventi sportivi». Dopo anni di passione per lo sport apre il Bootleg, suo sesto locale, facendo prevalere in questo caso un’altra grande passione: «Bootleg è un nome in omaggio alla musica, specialmente quella anni ‘80, quando mi divertivo a suonare la batteria in band metal e hard rock “cantinare”. Oggi non sono più un capellone ma il mio cuore è sempre quello» mi spiega mentre passa in sottofondo Don’t cry dei Guns’n’Roses. «Da ragazzo facevo collezione dei cosiddetti bootleg, registrazioni audio e video di concerti o prove effettuate in forma amatoriale o professionale e reperibili spesso senza l’avallo dei detentori dei diritti tra i fan. Ero sempre a caccia di questi bootleg da Rasputin, Zabriskie Point, Mariposa e altri negozi di dischi oramai estinti, una pratica oramai impensabile nell’era digitale». Non solo: il termine bootleg ha etimologicamente un legame anche col mondo dei locali e dei liquori: «I Bootlegers ai tempi del proibizionismo negli Stati Uniti erano coloro che distillavano abusivamente l’alcool e lo commercializzavano nei “boots”, cioè negli stivali. Questo doppio riferimento mi è piaciuto molto».

C’è però un motivo più di ogni altro per cui Alessandro ha voluto aprire il Bootleg proprio all’attuale indirizzo di via Salutati: «Queste pareti, fino alla fine degli anni ’80, hanno ospitato uno dei locali storici della musica milanese: il Magia. Ho conosciuto questo locale suonandoci per la prima volta nel 1985 nello spazio qui sotto, dove oggi abbiamo il magazzino. Frequentavano il Magia Vasco Rossi, Francesco Baccini, Elio e le Storie Tese ma esistono anche foto di Fabrizio De André e Dori Ghezzi e di altri protagonisti della Milano musicale del tempo. Dopo anni di diverse altre gestioni è stata una bella soddisfazione riuscire ad averlo anche se purtroppo però ho capito fin da subito che non sarebbe mai più stato possibile riesumare il palco dell’ex Magia per stupide beghe condominiali».

Locali361: Bootleg, un pub là dove una volta c’era il Magia 2
Alessandro Polenghi sul bancone del suo Bootleg

Il locale oggi si presenta ad un solo livello, con tavoli in legno e alle pareti ben «50 poster originali di concerti visti personalmente negli anni, tranne i Cure, John Martin e Supertramp. Anche da questo si capisce che il Bootleg, pur aperto a tutti, è prevalentemente “goduto” da una clientela adulta e tranquilla: non si balla sui tavoli e non si bivacca per strada con i bicchieri, neppure di plastica». La cucina è aperta dalle 18 alle 02, apprezzata soprattutto da chi esce tardi dal lavoro ma sconsigliata agli habitué di cocktail e apericene: «Qui si beve prevalentemente birra, ho ben 16 tipi dalla Gran Bretagna, dalla pale ale alla bitter ale più quattro varietà a pompa. É mia grande soddisfazione farle conoscere alla clientela educando i palati a nuovi gusti. Come sostengo sempre un vero pub dovrebbe essere l’ “enoteca della birra”. E in abbinamento un menù con circa 30 piatti cucinati, dal fish and chips al pollo al curry, niente di precotto».

Il Bootleg è concepito secondo l’autentica filosofia da pub inglese, tipologia piuttosto rara a Milano: «Pub, acronimo di “Public Bar” nasce in Inghilterra come appartamento su strada, segnalato da una lampada ad olio, a disposizione del viandante per sfamarsi e dissetarsi: lo stile in legno deriva proprio dall’arredamento del salotto di casa, è come essere in famiglia», spiega Alessandro mentre mi mostra in un angolo il vecchio bar di suo nonno. «Il pub è un locale nel quale, anche se sei solo, puoi trovare subito qualcuno con cui dividere una birra o fare due chiacchiere durante il pasto. Fulcro del locale è proprio il bancone, simbolo di tanta condivisione: è incredibile vedere come sia capace di azzerare le classi sociali». Aggiunge poi: «Molti colleghi fregiano i loro locali del titolo di pub ma, proprio come direbbero gli inglesi, “It’s not my cup of tea” (“Non fa per me”, ironizza). Al Bootleg non si viene a incontrare “bella gente” semmai per il piacere di ritrovare vecchi amici tra i clienti o gustarsi birra, cucina e musica. Da due anni a questa parte, da quando feci il primo giorno lo scontrino ad una gentilissima ed attempata signora che mi chiese un succo di pera, il locale sta crescendo molto e spero torni a rappresentare un bel fermento, anche se forse non più ai livelli del Magia».

Come anticipato purtroppo niente più musica dal vivo ma previsti presto interessanti eventi a tema musicale come «presentazioni di libri, commemorazioni o piccoli showcase. A dicembre ad esempio abbiamo dedicato una serata a Lemmy Kilmister mettendo a rotazione solo musica dei Motörhead. Sto pensando a giornate dedicate ad altri artisti o gruppi prendendo spunto da anniversari, organizzando ad esempio scambi di vinili e invitando anche i fanclub. Vorrei tanto che il locale potesse sempre più diventare un riferimento per coloro che amano la musica contemporanea – quella cioè suonata con strumenti e non da un computer – in un ambiente tranquillo con prodotti di qualità. Mi interessa condividere con i miei clienti un po’ di quei sapori che non si trovano più».

Passano gli anni ma Pino Scotto mantiene il suo “physique du Rock’n’Roll”: è tornato ad aprile con “Eye for an eye”, un disco di sano hard rock con la consueta attenzione al sociale  e un ricordo a Hendrix nell’anniversario del 1968.

“Eye for an eye”: l’ultimo disco del rocker italiano Pino Scotto
Pino Scotto in uno scatto recente (2018)

Avevamo lasciato Pino Scotto un paio di anni fa con Live for a dream (2016): «Quell’album live in studio riprendeva brani dei Vanadium e dei Fire Trails e ricantandoli durante il tour dello scorso anno mi è venuta la voglia di registrare un nuovo disco di sano hard rock in stile anni ’70 -’80. Per la prima volta dopo 10 anni, anziché ospiti ad hoc ho realizzato il disco con la mia vecchia band da solista. L’unico musicista che ho sempre ospitato fin dal mio primo album dopo i Vanadium, Il grido disperato di mille bands (1992), è sempre stato Fabio Treves che considero un fratello. Abbiamo la stessa età e astralmente siamo due bilance, come il Boss».

“Eye for an eye”: l’ultimo disco del rocker italiano Pino Scotto 1
La copertina di “Eye for an eye” (2018), ultimo disco di Pino Scotto

Eye for an eye è titolo del nuovo album di Scotto che precisa subito quanto sia perfetto proprio per questi giorni: «La gente non ne può più, le chiacchiere continuano a non portare a niente: “occhio per occhio” sembra l’unica legge». Nei brani originali come Cage of mind, One against the other e Looking for the way si parla ancora di sociale, tematiche che hanno sempre interessato Scotto: «Non perdo tempo a raccontare di draghi o di favole, preferisco temi veri che riguardino la vita quotidiana, sociale e politica. E quello che più mi rattrista, come si capisce dai miei testi, è vedere quanto la mentalità dominante ci stia sempre più portando ad essere un paese di servi. Il problema non sono le idee ma la gente». Non mancano però anche momenti spensierati come l’avventura rock’n’roll Crashing tonight che racconta «un incontro ravvicinato con una signorina in un locale milanese» ma anche un particolare omaggio ad una donna unica in Angel of mercy: «Non ho mai scritto un testo d’amore per una donna e per la prima volta l’ho fatto per mia madre che è mancata da due anni. Non avrei mai pensato che mi sarebbe mancata così tanto». Tra le cover anche l’intensa Wise Man Tail, tratta dall’album Third moon (2005) dei Fire Trails: «In questi anni non l’abbiamo mai suonata dal vivo per la complessità degli arrangiamenti, per questo ho pensato di rinciderla con cornamuse in una versione celtica».

Una canzone che come le altre è rigorosamente cantata in inglese: «La voce del rock è l’inglese o per lo meno non l’italiano: abbiamo imparato da loro come ho ribadito in parecchi album, non c’è niente da fare». Pino Scotto, icona dell’hard rock italiano, nonostante la fama tradizionalista ha però collaborato persino con rapper, esperimenti solitamente criticati in Italia dai puristi: «In America lo hanno fatto gli Aerosmith e hanno venduto milioni di copie e io in Italia non sono stato capito. É difficile essere pionieri o contaminatori, in questo paese per i fan non devi cambiare, mai. Ho comunque sempre avuto la soddisfazione di fare quello che ho voluto fregandomene del giudizio dei miei detrattori. Io faccio musica prima di tutto per me: sono contento che possa piacere anche ad altri ma in caso contrario non mi faccio problemi. Così dovrebbe essere, come hanno sempre fatto i grandi, come Hendrix».

Jimi Hendrix, continua la sua storia su Rai 5
Jimi Hendrix dal vivo

La citazione di Hendrix non arriva a caso nell’anniversario del suo unico tour italiano: «Ho partecipato a maggio ad una data tributo del tour di Hendrix cantando due brani all’Old Fashion di Milano, una delle originali location nella quale si esibì il chitarrista in Italia. Io feci l’autostop da casa mia in Campania con un amico per vederlo al teatro Brancaccio di Roma nel 1968: era da poco uscito Are you experienced? (1967), album che mi aveva sconvolto e nessuno ancora si rendeva conto di ciò a cui stava assistendo, anche per l’unicità dell’evento. Erano gli inizi della grande rivoluzione di Hendrix, ancora oggi il chitarrista e compositore più avanti di tutti». Parlare di Hendrix significa anche rievocare il 1968 a 50 anni di distanza: «In quegli anni è cambiato tutto, il rock ha scritto le sue pagine più belle assecondando quella sana voglia di cambiare non solo la musica ma di conseguenza il mondo e la società. E pensando a tutto questo ancora mi chiedo tristemente oggi, guardando la quotidianità, dove abbiamo sbagliato».

E il rock invece come se la passa nel 2018? «Purtroppo sempre peggio. Compresa la delusione di vedere l’attenzione concessa a questi talent-karaoke rispetto a tanti musicisti o cantanti originali che potrebbero veramente fare la differenza ma non hanno spazio. Appoggiate le band italiane e soprattutto, cari gestori dei locali, smettetela con questi tributi e premiate gli emergenti. Il pubblico va educato, altrimenti continueremo ad alimentare un genocidio culturale. All’estero facciamo ridere». A proposito di estero sembra che Eye for an eye stia ricevendo anche buone recensioni oltre confine mentre il tour di Scotto prosegue in Italia: «Ci divertiamo molto con la band e i nuovi brani suonati dal vivo rendono tantissimo. In scaletta non mancano anche i classici, in particolare una canzone dei Vanadium, On street of danger, alla quale sono molto legato, due brani dei Fire Trails, Rock’n’Roll Core, registrato al concerto con i Motörhead a Milano e The Eagle scream, dedicata a Lemmy. Per le prossime date consultate il sito”.

http://www.pinoscotto.it/

Dopo la tradizione della Cantina Scoffone, questa settimana Locali361 vi presenta il “laboratorio creativo” di Lello Mascolo e Danny Vasquez Moralez: So Sushi & Sound.

Locali361: So Sushi & Sound, cucina fusion con “contorno” musicale

Nel 2013 Lello Mascolo aprì in via Monte Bianco un take-away di sushi, “cibo che ho scoperto 20 anni fa e da allora sempre adorato. Contattai una grande catena italiana, So Sushi, chiedendo di poter avviare una filiale: ho gestito il take-away per 4 anni finché, approfittando della chiusura del negozio accanto nel luglio 2017, decisi di allargare l’attività di altri 20 mq acquistandolo e potendo così allestire un mio piccolo ristorante, sviluppando un nuovo concept”. Proprio in quel periodo si rivela decisivo l’incontro fortuito con Danny Vasquez Moralez, chef con alle spalle 13 anni di esperienza nel settore della cucina fusion per una grossa compagnia spagnola: “Qualche anno fa, quando mi trovavo in Italia in vacanza, mi proposero un lavoro in un grosso albergo e colsi allora l’occasione per fare formazione frequentando un master della Full Academy in cucina giapponese per ottenere un riconoscimento per esercitare qui in Italia. E poi ho conosciuto Lello (sorride)”.

Mascolo, originario di Nola, ha cominciato la sua carriera come dj da adolescente fino a toccare alti livelli come produttore discografico a cavallo degli anni 2000: “Ho collaborato con le discoteche e i club più importanti del mondo, dal Pacha di Ibiza al Ministral di Londra al Queen di Parigi. Dal 2004 al 2014, a parte una breve parentesi come gestore di una maxi discoteca, ho lavorato a Radio 105 ideando e conducendo la trasmissione In Da Club, attualmente on air. Poi però ho cessato l’attività di dj professionista”. Diversi i motivi, non solo una differente visione rispetto alla direzione dell’emittente ma anche un personale rifiuto nei confronti del sempre più prevalente marketing e della nuova tendenza reggaetton: “Rispetto agli anni passati non mi riconoscevo più nei canoni musicali delle attuali discoteche, mondo nel quale si è a poco a poco estinta quella categoria di mezzo, tra i dj semi-amatoriali e i grandi nomi, alla quale appartenevo. Ragione per cui già nel 2013 avevo pensato di aprire il negozio di sushi, inizialmente solo come divertimento senza immaginare che sarebbe poi diventata la mia attuale attività – nonostante abbia parallelamente continuato per qualche anno come direttore artistico dell’Africana Famous Club in costiera amalfitana oppure proponendo saltuariamente la mia musica in qualche party. Oramai a 47 anni voglio fare quello che mi piace”.

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Danny Vasquez Moralez e Lello Mascolo

Questo recente progetto, “So Sushi & Sound”, ha avuto il merito di riavvicinare Mascolo al mondo della musica lavorando su un marchio, appositamente creato e registrato, che ha intenzione di sviluppare: “In molti locali la musica è solo un sottofondo e mio interesse invece è darle quotidianamente l’attenzione che merita così come Danny cura la cucina. Abbiamo già più di 60 playlist caricate sul nostro canale Spotify che io ogni notte creo personalmente per i miei clienti, immaginando il mondo sonoro che intendo ricreare all’interno del mio locale: la mattina ad esempio energia rock o buon cantautorato italiano, la sera soul, jazz o chill. Non c’è mai la stessa musica o lo stesso genere”. L’atmosfera all’interno del So Sushi & Sound infatti è caratterizzata non solo dalla qualità del cibo e da un servizio curato ma anche da un preciso abbinamento musicale, non a caso il logo è un vinile con delle bacchette: “La mia idea si fonda su precisi studi di alcune università americane secondo cui è particolarmente indicato, a livello di gusto, abbinare ad un certo tipo di cibo un determinato genere: ad esempio jazz e soul si adattano bene al pesce e alla cucina asiatica. Questo è il principio sulla base del quale ho fondato il progetto pilota di questa startup. Non solo: come già accadeva con il take away, continuiamo a distinguerci come unico ristorante di sushi senza glutine in tutta Italia (Sushi Gluten Free), certificato dall’Associazione Italiana Celiaci. Nonostante il locale non si trovi in una zona di passaggio uno dei motivi per cui ho sentito la necessità di ingrandirmi è dipeso anche dalla sempre più frequente richiesta di clienti da tutto il nord Italia. Merito anche della nostra comunicazione dato che siamo aperti solo da qualche mese”.

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So Sushi & Sound: la parete viola con le citazioni pop-rock

Clienti abituali e avventori, sia a pranzo ma soprattutto a cena, vengono accolti in un ambiente raccolto e raffinato con pareti bianche e viola sulle quali compaiono citazioni di grandi classici della musica pop-rock internazionale, dai Beatles a Bob Marley: “In passato ho avuto diversi locali di proprietà e li ho sempre arredati secondo il mio gusto. Ancora prima che fosse decretato colore pantone dell’anno 2018 e contro ogni logica degli architetti ho voluto da subito che il viola dominasse nel mio locale.  Le citazioni alle pareti invece sono tratte da pietre miliari della musica, dai Rolling Stones ai Pink Floyd, secondo una logica che interessa anche il menù”. Il menù di So Sushi & Sound, tra i tanti locali giapponesi a Milano, si distingue in maniera particolare come spiega Danny: “Proponiamo piatti dalla cucina tradizionale nipponica dal yaki meshi servito in teppanyaki al fushion. Ora che arriva l’estate ad esempio proponiamo un sushi più caraibico, preparato con salmone e avocado, papaya, mango, frutto della passione oppure, in stile più fushion o un sushi impanato con salsa di acciughe. Sto pensando anche ad una tartare con frutta fresca italiana: sono mie creazioni (sorride). Ad accompagnare i piatti di So Sushi & Sound anche una cantina di vini italiani oltre a birre tradizionali  giapponesi e altri liquori tipici: “Abbiamo cominciato proponendo alcuni distillati giapponesi, una carta dei sakè, il lu mesciu, vino estratto dalle prugne, il shochu, pregiatissimo liquore a base di agrume giapponese, una piccola selezione di sakè e una di whiskey nipponici tra i migliori al mondo”. E presto anche eventi a tema: “Giovedì 7 giugno proporremo una degustazione di distillati giapponesi con un esperto e ora che finalmente sta arrivando l’estate vorrei offrire una volta a settimana un aperitivo. Per il momento So Sushi & Sound – dalla cui insegna probabilmente sarà presto eliminato quel “so” per distaccarsi dal vecchio progetto – è un laboratorio creativo. Sicuramente continueremo a perfezionarci per essere unici”.

Lo storico “tempio delle chitarre” vicino alle colonne di San Lorenzo a Milano chiuderà definitivamente a fine giugno. La testimonianza della titolare Paola Prina: “Si perde un pezzo di storia della musica milanese”.

Addio Prina: 60 anni di strumenti musicali in Porta Ticinese 2

Negli ultimi 60 anni, quando ancora l’era digitale era quasi fantascienza, chiunque volesse acquistare uno strumento musicale sapeva che a Milano in Corso di Porta Ticinese 3 esisteva un negozio che era una garanzia: “Prina, suoni e musica”. Recentemente, nel pieno dell’era 2.0, la titolare Paola Prina ha tristemente dichiarato su facebook: “Dopo tanti, tanti, tanti anni abbiamo deciso di chiudere l’attività e di salutarvi. Speriamo di avervi lasciato la nostra passione per la musica e tanti bei ricordi.” Pare purtroppo certa la notizia che quel “tempio delle chitarre”, così come veniva chiamato, frequentato e raccomandato da intere generazioni di musicisti fin dai primi anni sessanta verrà chiuso e affittato ad un grande marchio completamente estraneo al mondo musicale.

L’attività è stata tramandata di madre in figlia dal 1934 quando la nonna di Paola, Giulietta, aprì per prima al Carrobbio un negozio di vari strumenti elettrici, dall’altra parte della strada rispetto all’attuale sede nella quale poi “mia madre Piera, maestra di pianoforte, alla fine degli anni ’50 diede all’attività una vocazione musicale. All’epoca non esistevano tanti negozi di strumenti musicali a Milano e quello di mia madre divenne un punto di riferimento per musicisti come Lucio Dalla, Adriano Celentano o i New Dada e molti giovani. Avevo più o meno 8 anni quando il rock in Italia cominciava a prendere piede, ho visto tanti ragazzi comprare qui la loro prima chitarra: fino agli anni ’60 andavano molto le Eko ma ricordo anche marchi come Hofner, Meazzi, Framus. In particolare mia madre fu una delle prime a importare in Lombardia la Gibson, marchio che purtroppo oggi sta attraversando un momento di crisi”.

Addio Prina: 60 anni di strumenti musicali in Porta Ticinese 1
Prina, “il tempio delle chitarre”, in uno scatto degli anni ’60

Questi i primi ricordi della giovane Paola che studia pianoforte e poi si iscrive in Università al corso di filosofia: “Mai avrei pensato di lavorare in negozio finché mia madre, intorno al ’68, ebbe un infarto e fu naturale sostituirla in negozio”. Per anni la musica fu appannaggio dei giovani, suonavano tutti e molti erano autodidatti: “C’era voglia di esprimersi e la musica era un mezzo straordinario. Lo strumento più accessibile era la chitarra ma dato che i soldi erano pochi spesso ci si affidava ai consigli di qualche amico più talentuoso per imparare. Non esistevano ancora vere scuole di musica mirate a formare professionisti come il CPM di Mussida o la Civica. Con la nascita delle scuole, curando anche il settore didattico, abbiamo ampliato il mercato ma il nostro fiore all’occhiello sono sempre state le chitarre, compresi i modelli vintage con quel sound molto ricercato”. Non a caso Prina ha visto passare chitarristi importanti e persino internazionali come Larry Carlton e John Abercrombie, “anche se oggi, rispetto ad allora, vedo più possibilità ma meno passione anche in conseguenza, credo, alla mancanza di luoghi per suonare: per 10 anni sono stata lo sponsor ufficiale per complessi emergenti al Rolling Stone, locale che come le Scimmie o La Salumeria della Musica, ho visto chiudere”.

Grazie al sostegno del fratello e di dipendenti molto competenti, gli ordini di Prina sono sempre più aumentati distinguendosi per servizio e qualità grazie anche all’intesa con gli importatori: “C’era un rapporto molto diretto e confidenziale, mi recavo nel loro magazzino, provavo e sceglievo gli strumenti e mi capitava persino di ordinare per telefono: bastava una parola, atteggiamento quasi impensabile per questi tempi”. I tempi cambiano per tutti e proprio per questo, dopo la terza generazione Paola Prina, alla soglia dei 70 anni, spiega cosa l’ha portata alla scelta di chiudere: “Innegabilmente sento la stanchezza di stare in negozio da mattina a sera e mia figlia Elisa, pur avendo studiato musica, ha preso un’altra strada professionale, è una designer. È molto dispiaciuta di interrompere questa tradizione. Mi ha aiutato molto nella comunicazione e avrebbe voluto migliorare molti altri aspetti a cominciare dal logo ma non l’ho mai obbligata a prendere in mano il negozio. A parte mia figlia nessun’altro è interessato a prendere il testimone: per quanto il negozio si trovi in un bellissimo quartiere di Milano il centro è innegabilmente diventato più scomodo da raggiungere in auto e la vocazione della zona circostante, tra happy hour e ristoranti, è oramai orientata al food”.

Addio Prina: 60 anni di strumenti musicali in Porta Ticinese
Biglietto da visita di Prina

Ora che se ne va Prina a Milano rimangono pochi altri luoghi storici legati alla musica come Lucky Music o Bosoni in corso Monforte – “il primo ad importare l’organo Hammond in Italia” – a vantaggio di store tematici con scuole di musica come il Percussion Village e Bass Line “scelta innovativa e interessante: negli anni ’90, dove prima sorgeva il negozio della nonna, si era pensato con un nome noto del mondo musicale, di creare un centro polifunzionale con vendita, sala prove e scuola”. Il vero “concorrente” invece è stato l’avvento di internet “che ha avuto come vantaggio prezzi più favorevoli ma lo svantaggio di privare del contatto fisico: Mauro Pagani ha sempre detto che una chitarra va abbracciata per poter essere scelta. A parte i prezzi comunque, non c’è più la cultura e la voglia di “perdere tempo” in negozio. Allo stesso modo da lettrice, amando sfogliare e leggiucchiare un testo in libreria prima di acquistarlo, sensazione impagabile, mi chiedo: come potrei mai farmi spedire un libro senza averlo prima preso in mano? Evidentemente sono di un’altra generazione”.

In effetti più che rinnovarsi negli ultimi tempi Prina ha mantenuto, finché è stato possibile, una tradizione persino di endoorsment o concerti, come ancora nelle scorse settimane: Pino Devita, ex pianista dei Giganti e Gigi Cifarelli hanno intrattenuto ex clienti e musicisti dispiaciuti che non solo continuano a passare per salutare in negozio Paola e il suo staff ma a cogliere le ultime occasioni per acquistare a prezzi scontati strumenti e attrezzatura: “Probabilmente entro il 30 giugno organizzerò per la chiusura un piccolo concerto con un ragazzo che è stato mio fedele dimostratore negli ultimi anni: sarebbe un bel modo per salutare anche tanti giovani affezionati che continuano a commuovermi per la loro vicinanza anche in rete. Mi mancherà il contatto col pubblico e quei clienti che in questi anni hanno “comprato una soddisfazione”: chissà in quanti bei momenti i miei strumenti sono stati protagonisti e quanti, tra le mani di professionisti, hanno fatto in qualche modo la storia della musica italiana. Mi consolerò con i ricordi e le chiacchierate con amici come Eugenio Finardi, Franco Battiato, Ricky Gianco, Edoardo Bennato, Caterina Caselli, Giorgia, Biagio Antonacci, Le Vibrazioni, Elio e le Storie Tese, Mango, Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Vasco Rossi, i Dik Dik, Bruno Lauzi, Alberto Radius, Franco D’Andrea, Alex Britti…”

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