David Bowie: “The Next Day”, il penultimo capitolo del Duca Bianco

Veniva pubblicato cinque anni fa dopo un lungo silenzio ‘The Next Day’, quello che venne accolto come l’album della rinascita di David Bowie. Musica361 vi invita a riscoprirlo, anzi a riascoltarlo

David Bowie: “The Next Day”, il penultimo capitolo del Duca Bianco

L’8 marzo 2013, dopo circa dieci anni di assenza dalle scene e un silenzio discografico da Reality (2003), cui aveva fatto seguito una brusca interruzione del relativo tour dovuta a problemi di salute, vedeva sorprendentemente la luce il ventiquattresimo album di inediti di David Bowie. Era stato annunciato dal nulla esattamente un paio di mesi prima nel giorno del suo sessantottesimo compleanno, quando l’artista aveva lanciato in rete, in risposta a chi oramai lo dava per finito, un nuovo singolo con relativo video: si trattava di Where are we now?, ballata intimista nella quale Bowie rievocava luoghi e momenti della sua Berlino anni ‘70 ma interpretata con una voce rotta da sembrare il preludio ad un album malinconico. Quel singolo invece venne semplicemente scelto, aveva spiegato il produttore Tony Visconti, perché “appropriato per riprendere contatto con quel pubblico che doveva affrontare lo shock del suo ritorno”: “Dove siamo ora?”, chiede laconicamente un Bowie maturo e affaticato a sé che sta invecchiando e alla sua generazione, riflettendo sulle occasioni mancate, a metà strada tra ricordi e nebbie del presente, facendo i conti con quello che è stato e quello che può ancora essere.

Riflessioni sicuramente influenzate dai recenti avvenimenti che lo avevano riguardato ma episodio raro all’interno di un disco che, all’ascolto, più che suscitare compassione intende stupire. Si tratta infatti di un album rock con canzoni dall’impatto forte e sensuale e arrangiamenti che suonano retrò o contemporanei, assecondando o ignorando con tipico humour dissacrante i testi di Bowie. Ogni canzone è studiata nei minimi dettagli e ognuna risulta, a suo modo, memorabile pur senza cercare di tenere il passo con i tempi ma attingendo piuttosto con gusto e creatività dai periodi migliori della carriera passata. Il nuovo album parte dal passato per “tornare al futuro”: in questo senso è sicuramente programmatica la copertina creata da Jonathan Barnbrook con l’immagine di uno dei dischi più venerati di Bowie, Heroes (1977), nascosta da un grande quadrato bianco e il titolo “The Next Day”. Un oscuramento che vuole indicare, più che un cambiamento, una sovversione con l’obbiettivo di scomporre, ricomporre e modellare quello che è stato.

I fan di Bowie sono i primi a cogliere echi di Let’s Dance, Scary Monsters, Ziggy Stardust e naturalmente della celebre trilogia berlinese, richiamata sin dalla provocatoria copertina, vere schegge citazionistiche all’interno di solidi brani rock innervati di sonorità acide oppure temperati da coretti pop, funky o rock’n’roll. A queste sonorità si sposano le liriche di un Bowie che, alla sua età, legge il mondo in maniera matura, cantando gli elementi immutabili della vita come lo scorrere inesorabile del tempo, i falsi miti, le tragedie umane e la fragilità delle relazioni interpersonali condite da riferimenti personali, anche ironici. “Here I am, not quite dying” dice il ritornello in apertura di The next day baldanzosa title track che rompe il silenzio degli ultimi anni riprendendo, tra un gusto funky alla Talking Heads e un rock sghembo alla Clash, spunti melodici da Repetition, Beauty and the Beast e It’s No Game in una marcia art rock sbilenca, il cui testo rivela la sua passione per la poetica medievale britannica, in una sorta di nervosa pantomima della decadenza tra chitarre acide e lugubri synth. Oppure canta “Wave goodbye to life without pain” in Love is lost con tastiere dark-sperimentali in omaggio a Ian Curtis, leader dei Joy Division, con una batteria dal ritmo tragicamente ossessivo puntellato da un organo, aggressivi accordi stoppati di chitarra e una linea vocale filtrata da effetti suggestivamente ipnotici. Sono situazioni torbide, languide, enigmatiche ed effimere, nelle quali Bowie è alla ricerca di un autentico sé mai veramente individuato, nonostante l’immagine oramai borghese: in realtà un’altra maschera apparentemente rassicurante sotto la quale si nasconde un ghigno che affiora attraverso parole talvolta beffarde talvolta profonde, come quelle di Valentine’s Day, che si riferiscono ad uno dei tanti eccidi commessi in una scuola ma restano impastate in un sound glitterato alla Marc Bolan che evolve come un mantra febbricitante e introduce If You Can See Me, pezzo esasperatamente visionario fra pulsioni drum’n bass, voci dissonanti e tempi sincopati in un’atmosfera da music hall, tra coretti e marcette condite da campanelli, tastierine e ampi spiragli dance.

In ogni brano emerge un eclettismo che spazia da diversi generi musicali: nella prima parte il blues waitsiano di Dirty Boys con i sinuosi sax malati in omaggio a Iggy Pop e The stars are out tonight, secondo singolo pop-rock che si fa strada con accordi sognanti e un ritornello tipicamente bowiano (“Le stelle non muoiono mai, muoiono una volta e poi rivivono”). Nella seconda parte invece canzoni che scorrono dignitosamente senza però l’incisività delle prime come I’d Rather Be High, brano psichedelico e antimilitarista anni sessanta, il funky di Boss Of Me o il boogie woogie spaziale di Dancing Out In Space, mentre meritano più attenzione (You Will) Set The World On Fire con tanto di riff tagliente e assolo di chitarra e la ballata You Feel So Lonely You Could Die nipotina di Rock ‘n’ Roll Suicide con esplicito riferimento a Five Years. Anche How does the grass grow plagia ironicamente l’intro di Heroes, conservando quel tono sarcastico che riconduce ad un folle pastiche alla Scary Monsters. L’album si chiude poi col catastrofismo spettrale della semiacustica Heat, caratterizzata da rarefazioni jazzy: nel ritornello “And I tell myself, I don’t know who I am”, Bowie scopre definitivamente le carte del suo dubbio esistenziale mentre il suono stridente del violino (che anticipa le sonorità di Blackstar) accompagna l’enigmatica frase “My father ran the prison”.

In The Next day c’è tutta la vita di David Bowie in una sorta di resurrezione attraverso la quale rimette in gioco gli elementi essenziali che ne hanno fatto il performer che ha segnato la storia della musica. L’ambizione in questo caso è di presentare qualcosa che possa semmai essere raccolto come nuova moda più che segnare ancora una volta i tempi e per molti fan, delusi dalla promessa del titolo, è difficile accettare che proprio quell’artista all’avanguardia che più volte mostrò al rock quali strade seguire si sia limitato a citarsi. Il valore di questo album si misura in base alle aspettative: per molti rappresentò un semplice disco-evento dopo un lungo silenzio, per molti fan il migliore da Scary Monsters o Let’s Dance, per certa critica un album discreto, per i più esigenti una mera collezione di brillanti esercizi stilistici e altri ancora invece non ne colsero per niente l’importanza. Oggettivamente nulla aggiunge alla sua carriera rispetto ad altri veri capolavori ma, anche se non può dirsi una pietra miliare, ha avuto intanto il merito di confermarsi una delle opere migliori dei suoi ultimi anni – non è più il Bowie di Heroes come ci ricorda la copertina ma sicuramente neppure quello di Reality – e resta ad oggi un album elegante che si presta a più approfonditi ascolti. In questo disco c’è “solo” un navigato artista di sessant’anni che, non sentendo più il compito di dover dimostrare nulla, utilizza le ispirazioni migliori delle sue diverse anime per esprimere più le emozioni di David che le canzoni del personaggio Bowie, che torna ad essere sé stesso guardandosi indietro e meditando consapevolmente su un’esistenza artistica e umana che sente volgere al tramonto, nel tentativo di riprendere la migliore ispirazione del passato per cercare di proiettarsi ancora una volta nel futuro. Con The Next Day cercò di immortalare il primo passo di una resurrezione che purtroppo durerà appena il tempo di affacciarsi “al giorno dopo”: tre anni più tardi l’uomo delle stelle vedrà eclissare definitivamente la sua luce interrompendo questa rinascita con Blackstar.

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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