Una label indipendente per riuscire a valorizzare i giovani e dargli la possibilità di trovare il proprio spazio

Etichette discografiche indipendenti: YourVoice Records
YourVoice Records – Logo

Se nomino Rimini, la prima immagine che viene in mente è quella del suo dualismo: spiaggia di giorno e dance-hall di notte. Ma a Rimini non tutto è legato e finalizzato al turismo perché ci si occupa anche di musica, come nel caso di “YourVoice Records”, etichetta musicale indipendente.

Sul loro sito c’è scritto “L’intento è quello di trovare, sviluppare e valorizzare il talento artistico di nuovi interpreti e nuovi autori. Molti giovani possibili talenti non vengono supportati in una crescita artistica che spesso richiede tempo.

La storia della musica leggera è piena di artisti che al primo tentativo non hanno ottenuto alcun risultato, ma che poi sono riusciti a emergere. Sempre in quel giusto compromesso fra la natura e l’unicità dell’artista e il pubblico”.

Ne abbiamo parlato con Marco Giorgi, founder dell’etichetta.

YourVoice Records Marco Giorgi fondatore della label
Marco Giorgi founder YourVoice Records

Quando e perché nasce “YourVoice Records”?

Nasce nel maggio del 2018. Dopo aver passato tutti gli steps del mondo musicale, prima come autore, poi cantautore e infine come arrangiatore, l’idea di chiudere il cosiddetto cerchio mi è sembrato un passaggio necessario. In quel momento quindi ho deciso di aprire una label indipendente per riuscire, soprattutto, a valorizzare i giovani e dargli la possibilità, a quegli artisti in possesso di un certo talento, di trovare il proprio spazio. Ovviamente parlo di progetti che abbiano la caratteristica di poter arrivare al pubblico, non di progetti fini a se stessi.

Da dove nasce il nome della tua etichetta?

Potrà sembrare curioso ma è il risultato di una sorta di sondaggio che ho realizzato sia all’interno della mia famiglia sia tra le persone che mi erano vicine. Tra i vari nomi che avevamo in mente questo è stato il vincitore (ride, nda).

YourVoice Records - Filippo Malatesta
Etichette discografiche indipendenti: YourVoice Records – Filippo Malatesta

Qual è lo stile di “YourVoice”?

Ci occupiamo di musica pop. Quella musica che va dal pop tradizionale alla dance e alla musica indie. Mi interessa anche il rap, fenomeno con osservo sempre con grande interesse.

Quali sono i servizi che offrite ai vostri artisti?

Offriamo, sostanzialmente, una serie di servizi. Iniziamo analizzando sia il progetto sia l’artista e cerchiamo di creare e sviluppare un percorso adatto. Oggi non è solo un problema di canzoni perché la presenza dell’aspetto dei social, la propria capacità di presentazione al pubblico, il modo migliore di farsi conoscere anche attraverso i vari contest e concorsi, è molto importante. Tutto questo è realizzato dal nostro team in concerto con l’artista. Ci occupiamo anche della parte di collaborazione agli aspetti autoriali dei brani, delle scelte relative all’arrangiamento cercando di proporre e suggerire all’artista il meglio per sé e per la sua musica.

YourVoice Records - Stella Giorgi
YourVoice Records – Stella Giorgi

Che scelte avete fatto per la parte relativa alla registrazione dei brani e alla realizzazione dei relativi videoclip?

Abbiamo un nostro studio all’interno del quale realizziamo la maggior parte della musica che produciamo. Può capitare anche di trovare un interprete, ossia un cantante che non è un autore e in quel caso il lavoro del nostro team è molto più organico andando anche a scrivere i brani che sono i più adatti alla sua cifra stilistica. Per quello che riguarda invece i videoclip, in parte li realizziamo anche internamente ma, nel caso di un progetto più complicato, possiamo contare su una rete di videomaker che ci aiuta a sviluppare quanto ci serve.

Quali sono i problemi di distribuzione che dovete affrontare?

Il mercato è strutturalmente cambiato. Oggi non è tutto solo finalizzato alla produzione di un supporto, CD o vinile, ma si deve tener conto dei grandi player digitali che oggi sono i principali distributori di musica. Inoltre, in questo periodo, le radio non danno più spazio agli emergenti perché sono diventate, principalmente, delle hit-radio. Non potendo contare, come un tempo, sulle radio è inevitabile che non si riesca a raggiungere un grosso e importante pubblico. Inoltre personalmente penso che per le radio questo dovrebbe essere un dovere.

YourVoice Records - Giosef
YourVoice Records – Giosef

Dopo quest’anno di pandemia, qual è lo stato di salute della tua etichetta?

È chiaro che la pandemia abbia creato una difficoltà nel nostro mondo oltre che dal punto di vista economico anche dal punto di vista psicologico, il non potersi rapportare con il proprio pubblico è un problema per gli artisti perché il suo riscontro diretto è fondamentale. Ci siamo però sicuramente resi conto che, già da prima, c’erano cose che non funzionavano. Sto parlando dell’aspetto legislativo, quello che riguarda la tutela dei lavoratori dello spettacolo, del loro trattamento. In questa situazione, però, tutto questo è stato evidenziato e quindi che sarà necessario trovare la giusta strada per la soluzione giusta. Noi dobbiamo lavorare per produrre nuova musica al fine di essere pronti quando sarà possibile, per far sì che ci sia davvero un “grande abbraccio” tra la musica e il pubblico.

Quali sono le punte di diamante del tuo roster?

Sto lavorando su diversi giovani e so che i risultati arriveranno. Nel nostro roster ci sono, tra gli altri, Filippo Malatesta, Silvia Cecchini, Luca Urbinati, Giosef e Stella Giorgi.

Cosa deve fare un artista per proporvi i suoi brani?

È sufficiente collegarsi al nostro sito e c’è una pagina apposita per inviarci il materiale oppure è possibile inviare un mp3 via mail. A ogni nostro ascolto corrispondono non dei giudizi ma, soprattutto, dei consigli. A volte il brano non è adatto all’interprete, a volte è necessario realizzare dei cambiamenti per eliminare i punti deboli e noi siamo qui per questo.

Articolo a cura di Roberto Greco 

La musica per me è uno stato d’animo, oltre che lavoro e passione. Mi innamoro del connubio che si crea tra musica e voce.

Musca a Teatro: Gino Matrunola
Gino Matrunola nel suo spettacolo, scritto e diretto, Ritorno in scena (Foto © Livio De Luca)

Drammaturgo, performer e regista, ha scritto e diretto molti spettacoli musicali. Nasce a Ginevra ma vive in Molise, dove dirige una accademia musicale, teatrale e di danza.
Dopo la maturità classica, inizia a studiare Recitazione e Dizione e dallo spettacolo non si è più allontanato.
Ha seguito stage di recitazione cinematografica, metodo Strasberg, col coach personale di Tom Hanks e poi altri laboratori di perfezionamento con Fausto Paravidino e Pierfrancesco Favino.
Contemporaneamente ha frequentato corsi di dizione in versi ed estetica della voce e canto, seguendo anche le lezioni di danza di Garrison Rochelle. Ma sono tantissime le sue esperienze di scena sia nel teatro classico, che nel musical, e regie e aiuto regie anche nel campo della cinematografia. Un artista davvero completo. Nel 2013 apre la scuola artistica CTA MUSICAL in Molise di cui è il direttore artistico.

Che musica ti piace ascoltare?
La musica per me è uno stato d’animo, oltre che lavoro e passione. Pertanto, ascolto la musica in base alle situazioni, ai luoghi ed ai momenti personali.
Amo la musica Jazz quando ho bisogno di rilassare la mente, facendo dei lunghi viaggi sensoriali.
Nel Jazz si riesce a scandire ogni strumento.

Mi piace ascoltare un brano Jazz anche più volte, spostando l’attenzione anche solo su di uno strumento, per poi godermi la fusione di essi e la magia che ne scaturisce. Adoro il pop ed il rock in momenti di ricerca di energia o quando ho bisogno di “ricaricare le batterie” della mente e del corpo.

Adoro i Queen, i Pink Floyd, i Beatles, rimanendo nella vecchia scuola, mentre ascolto volentieri anche Bjork e Robbie Williams.

Mi innamoro del connubio che si crea tra musica e voce.

Spesso, c’è della buona musica ma con una voce non giusta e viceversa.

Ascolto anche musica italiana, nei momenti di pura spensieratezza, come: Lucio Battisti, Francesco De Gregori, Luigi Tenco, Lucio Dalla, Fiorella Mannoia, Paolo Conte, solo per citarne alcuni.

E poi il genere “Musical” che irrompe con gioia anche nel privato. Alla ricerca sempre di forti emozioni, cerco nuove creazioni e ascolto brani già conosciuti tratti da opere come: I Miserabili, Rent, Moulin Rouge, Il Fantasma dell’opera… e la lista sarebbe lunga!
Non amo ascoltare generi musicali preconfezionati per il mercato, a mio parere, privi di ogni emozione, come il Trap e il Neomelodico.

Parlaci della tua formazione, e come la musica ha influito su te come attore o come regista, o nei laboratori.
Durante la mia formazione artistica, la musica è stata la mia alleata migliore che mi ha accompagnato dagli inizi fino ad oggi. Per me la musica arriva dove finisce la parola. È stata presente, in forme diverse, sia nel canto, che nella recitazione, che nella regia.

Da allievo attore vivevo la musica come una parte integrante “passiva”, durante lo studio e le esercitazioni. Spesso, assente durante le lezioni, “per la giusta concentrazione”. Solo con il tempo ho capito che non sono d’accordo con questa scuola di pensiero.

Gino Matrunola
Gino Matrunola: con gli anni ho cercato di essere riconoscibile nella struttura e nello stile

Con i miei allievi ne faccio un uso “attivo” ed emozionale. Attraverso la musica e l’esercizio del momento, arrivare, quindi, all’emozione richiesta e, successivamente, a portarla in voce.

Mi sono formato studiando vari metodi recitativi, ma prediligo il metodo Strasberg, attraverso il processo intenso che richiede. Creare, pertanto, una cassaforte interna piena di emozioni: ognuna di esse facilitata a venire fuori attraverso il proprio vissuto sensoriale e musicale.

Musica a Teatro: Gino Matrunola

E a proposito del canto?
Nel canto lavoro molto sull’aspetto interpretativo del brano, oltre che sulla parte tecnica e vocale, di uguale importanza. Mi sono Diplomato anche in Musicoterapia di recente ed ho arricchito altri aspetti, poco artistici, che mi permettono di utilizzare la musica anche sotto altre forme, come la giusta canalizzazione delle emozioni e, da formatore, il giusto processo individuale dell’allievo, rispettando tempi e voleri.

Da Regista, invece, non credo di aver mai scritto, diretto o pensato ad un progetto senza la musica. Nel processo creativo della scrittura è già presente. Mi piace ascoltare la musica classica quando scrivo. Mi permette il corretto processo creativo e mi stimola alla concentrazione.

Curo personalmente la musica dei miei spettacoli e dei miei progetti. Amo quel momento. Fa parte della creazione e dell’appagamento personale. A volte parto proprio dalle note per costruire le parole di un monologo o di una canzone.

Ami più essere sul palco e farti dirigere o l’artefice creatore?
Sicuramente “L’artefice creatore”. Torno sul palco raramente e quando lo faccio mi diverte molto, ma il mio posto è sicuramente in Regia o dietro la macchina da presa. Fare entrambe le cose nello stesso progetto è la cosa più fuorviante che si possa fare e richiede il doppio del tempo e delle energie.

Mi piace creare e che la mia creazione possa, in qualche modo, arrivare a qualcuno. Sono molto accurato e attento nel mio lavoro. Amo la ricerca del vero, del “qui e ora”. Non mi piacciono le emozioni meccaniche e troppo strutturate, prive di identità.

Con gli anni ho cercato di essere riconoscibile nella struttura e nello stile delle mie scene, sia per una questione di gusto personale che per una involontaria direzione inevitabile.

Trovi che, a parte per il musical, la musica in teatro abbia uno spazio giusto o è spesso sacrificata?
Il Teatro in genere è sacrificato in Italia. Basta guardare la situazione attuale e capire a che punto sono oggi i lavoratori dello spettacolo e i musicisti sulla scala delle priorità.

Viviamo una situazione non facile in ogni settore, ma l’ennesima conferma che lo spettacolo sia visto come puro intrattenimento e non come un lavoro, è una teoria limitata che non ci possiamo più permettere.

Musica a Teatro: Gino Matrunola

Chi vive di arte vive due volte, una per darsi completamente e una per sopravvivere. Tornando al succo della domanda: La musica credo che abbia, debba avere, il giusto spazio nel teatro, oltre che nel musical.

Ci sono molti spettacoli, di generi diversi, che hanno in sé la prerogativa di divulgare e far vivere la musica. Sta a noi, attraverso la cultura personale, la curiosità, la conoscenza, riconoscere la qualità (anche quella, ormai, diventata “troppo” soggettiva).

Musca a Teatro
Gino Matrunola: mi piace arrivare all’emozione e portarla in voce

Progetti per il futuro?
Nel futuro più imminente spero di poter tornare presto in scena, a lavorare, ad insegnare. Sono fermo da più di anno ma la mia creatività non si è mai fermata, fortunatamente.

Sto scrivendo due spettacoli: uno di prosa, sempre ricco di musica, sulla storia di Peppino Impastato, martire della mafia, già noto e conosciuto, anche se credo che se ne parli sempre troppo poco.

L’altro, invece, è una commedia musicale, ritmata e brillante, che racconta la storia di vicini strampalati e buffi che si troveranno a vivere vicende inaspettate. Ho scritto da poco una nuova canzone dal titolo “Dimmi”, interpretata dall’artista Pierluigi Sorteni, che è possibile ascoltare su youtube o sui social cercando CTA MUSICAL, che è il nome della mia scuola artistica, in Molise.

Di canzoni ne hai scritte diverse, quindi
Eh sì. Ce ne sono altre in cantiere che usciranno prossimamente.
Qualche giorno fa è uscito il mio nuovo Cortometraggio intitolato: “DOG EYES”, per la sensibilizzazione contro l’abbandono degli animali (visibile su youtube sul Canale CTA MUSICAL).

Poi c’è la crescita dell’area musica della mia scuola, che partirà presto con il progetto “IL PAESE DELLA MUSICA®”, una accademia di alta formazione musicale con rilascio di Diplomi Certificati.

Mai fermarsi! E citando il grande Maestro Giorgio Albertazzi, con cui ho avuto il piacere di lavorare: “Si muore quando si inizia a vivere di ricordi”.
Pertanto, manteniamo i bei ricordi ma continuiamo a costruirne altri, ancora più belli.

Articolo a cura di Sergio Scorzillo 

“Si Sandri chi può” programma radiofonico  di Matteo Sandri, direttore artistico di Radio Vicenza

On Air 361: Radio Vicenza e Matteo Sandri
Si Sandri chi può – logo

Dopo un giretto in Toscana, decido di teletrasportarmi in Veneto. Con una fetta di Gata da mordicchiare mi ritrovo in Piazza dei Signori e mi rendo conto di essere a Vicenza e quindi non posso fare a meno di contattare lo speaker Matteo Sandri per parlare della sua carriera radiofonica, della sua radio e del suo programma.

Matteo, grazie per aver accettato l’intervista. La Radio è la tua passione. Da quando?
Da molti anni Lorenzo. Ho collaborato con alcune Radio del territorio veneto, amo la Radio.

E questa tua passione ti ha portato a Radio Vicenza
Si. Pensa che ho iniziato con Radio Vicenza, poi ho collaborato con altre Radio, tra cui Stella FM, e poi sono ritornato nel 2017.

Un ritorno importante immagino
Si, vero. Nel 2017 sono tornato a Radio Vicenza come consulente artistico e poi, dal 2018, sono diventato Direttore Artistico, oltre che speaker con il mio programma.

E allora sono curioso. Ti va di parlami del tuo programma radiofonico?
Si chiamaSi Sandri chi può, Sandri è il mio cognome, e va in onda dal lunedì al venerdì dalle 17.00 alle 19.00.

Matteo Sandri
Matteo Sandri direttore artistico e speaker a Radio Vicenza

Titolo meraviglioso. Che argomenti tratti?
Grazie. Tratto argomenti legati al territorio vicentino e limitrofo. Spazio dalle notizie locali a quelle di spettacolo.

Commenti i temi della trasmissione solo o con Ospiti?
In primis con il mio collega che conduce con me, Davide Padovan. Poi anche con i tantissimi ospiti che intervengono in diretta.

Matteo, qualche Ospite che hai avuto l’onore di avere a Si Sandri chi può?
Molti ospiti sono Artisti locali ma ho avuto il piacere di avere come ospite Umberto Smaila, Vittorio Brumotti ed Igor Nori di Masterchef 10.

WOW che Ospiti. E che musica viene trasmessa nella tua trasmissione?
La musica mandata in onda rispecchia la realtà musicale di Radio Vicenza dove vengono trasmesse le 50 hits di successi attuali sia italiane sia straniere.

Voglio ascoltarti. Dimmi come fare.
Puoi ascoltarci ovunque tu sia. O meglio, se sei nelle zone vicentine, padovane, veronesi e trevigiane puoi ascoltarci in FM. Se sei in altre zone puoi ascoltarci tramite la nostra APP Radio Vicenza. Sul nostro sito sono segnalate tutte le frequenze.

Radio Vicenza e Matteo Sandri
Matteo Sandri e Davide Padovan in studio

E se non riesco ad ascoltarti in diretta?
C’è il podcast sempre sul sito www.radiovicenza.com .

Momento MARKETTA, perché dovremmo ascoltare Si Sandri chi può?
Perché è un programma curioso che genera curiosità grazie ai temi trattati e grazie agli Ospiti. Ogni puntata è diversa dall’altra, ogni giorno è una sorpresa.

Grazie infinite a Matteo Sandri. E ora “Si Sandri chi può”, io corro verso nuove scoperte Radio. Stay Tuned!

Articolo a cura di Lorenzo Amatulli

Aperte fino al 30 aprile le iscrizioni all’unico contest in Italia riservato a cantautrici

Non solo talent: Premio Bianca D’Aponte – Città di Aversa
Premio Bianca D’Aponte – Tosca

L’Associazione Musicale ONLUS Bianca D’Aponte è nata dall’amore per Bianca, cantautrice di grande talento prematuramente scomparsa e che aveva il pregio e la capacità di saper raccontare, attraverso i versi delle sue canzoni e la sua musica che lei stessa interpretava con un’intensità e una voce uniche, il disagio, le speranze, i sogni e i sentimenti visti da una donna.

Le canzoni di Bianca D’Aponte, la cantautrice campana prematuramente scomparsa nel 2003, continuano a raggiungere nuovi importanti traguardi. La sua “Cantico dei matti”, nella versione di Brunella Selo e Fausto Mesolella, è infatti stata scelta come colonna sonora di “L’artista incontra sè stesso”, un video-manifesto, diventato virale, sulla chiusura dei teatri, con la EkoDance Company e la regia di Cosimo Morleo.

L’Associazione svolge attività di divulgazione della cultura musicale promuovendo attività concertistiche che spazia­no dalla musica d’autore, a quella sperimentale, al jazz. Ad oggi, nell’apprezzato Auditorium – anche sede dell’Associazione – si sono tenuti oltre 400 concerti.

Non solo talent: Premio Bianca D’Aponte
Bianca D’Aponte

Divenuta ormai un riferimento, l’Associazione Musicale Bianca D’Aponte collabora attivamente alla realizzazione di progetti musicali anche con altre associazioni e con istituzioni locali. Resta, comunque, l’organizzazione del Premio l’attività più significativa.

Sono intanto aperte, fino al 30 aprile, le iscrizioni per la 17a edizione del “Premio Bianca D’Aponte – Città di Aversa”, l’unico contest in Italia riservato a cantautrici. Il nuovo bando di concorso è disponibile su www.premiobiancadaponte.it, insieme alla scheda di iscrizione. La partecipazione è come sempre gratuita.

Le finali sono previste al teatro Cimarosa di Aversa il 22 e 23 ottobre 2021.

Il lancio del nuovo bando è avvenuto quando purtroppo, a causa dell’emergenza sanitaria, non si è ancora svolta la finale della 16a, edizione, prevista per lo scorso ottobre e che verrà riprogrammata non appena le condizioni lo consentiranno.

Non solo talent
i Raiz e Mesolella

In lizza, come già annunciato, ci saranno BamBi da Napoli, Simona Boo da Termoli (Campobasso), Ebbanesis da Napoli, Lamante da Piovene Rocchette (Vicenza), La Zero da Piano di Sorrento (Napoli), Lucrezia da Bologna, Miglio da Brescia, Elena Romano da Firenze, Sara Romano da Monreale (Palermo), Veronica da Aversa (Caserta), Chiara White da Firenze.

Le finaliste del Premio 2021 saranno come sempre selezionate da un nutrito e prestigioso Comitato di garanzia, composto da cantanti, autori e compositori nonché da operatori del settore e giornalisti e critici musicali.

Non solo talent: Premio Bianca D’Aponte

Alla vincitrice del premio assoluto sarà attribuita una borsa di studio di € 1.000, a quella del Premio della critica “Fausto Mesolella” una di € 800. Riconoscimenti della giuria andranno anche alla migliore interprete, al miglior testo ed alla migliore musica.

Sono poi previsti molti altri premi assegnati da singoli membri della giuria o da enti e associazioni vicine al D’Aponte.

Nelle passate edizioni il premio assoluto è andato a Veronica Marchi e Germana Grano (ex aequo, 2005), Chiara Morucci (2006), Mama’s Gan (2007), Erica Boschiero (2008), Momo (2009), Laura Campisi (2010), Claudia Angelucci (2011), Charlotte Ferradini (2012), Federica Abbate (2013), Elisa Rossi (2014), Irene Ghiotto (2015), Sighanda (2016), Federica Morrone (2017), Francesca Incudine (2018), Cristiana Verardo (2019).

Premio Bianca d’Aponte – Città di Aversa
Premio Bianca d’Aponte Città di Aversa – Logo

Il premio della critica – dal 2017 ribattezzato “Premio Fausto Mesolella” in omaggio allo storico direttore artistico della manifestazione – è stato invece attribuito a Marilena Anzini (2005), Ivana Cecoli (2006), Giorgia Del Mese (2007), Silvia Caracristi (2008), Momo e Giorgia Del Mese (ex aequo, 2009), Paola Rossato (2010), Rebi Rivale (2011), Cassandra Raffaele e Paola Rossato (ex aequo, 2012), Rebi Rivale (2013), Elsa Martin (2014), Helena Hellwig (2015), Agnese Valle (2016), Fede ‘N’ Marlen (2017), Francesca Incudine e Irene Scarpato (2018), Lamine (2019).

Il Premio Bianca D’Aponte, che si avvale della direzione artistica di Ferruccio Spinetti, ospita ogni anno una artista di grande popolarità che assume il ruolo di madrina.

Per la 16a edizione era stata scelta Arisa, che era stata preceduta da: Rachele Bastreghi dei Baustelle, Rossana Casale, Ginevra di Marco, Cristina Donà, Irene Grandi, Elena Ledda, Petra Magoni, Andrea Mirò, Simona Molinari, Nada, Mariella Nava, Brunella Selo, Tosca, Paola Turci, Fausta Vetere.

Articolo a cura di Roberto Greco 

Il mio interesse è per le persone, sempre e comunque. Il posto prende vita, dove c’è un essere umano.

Vedere la musica: Franco Covi
Dipinge con le sue fotografie quello che vede il cuore (Foto © Franco Covi)

 

“Sono Franco Covi, nasco a Milano il 10 novembre 1965, alle sei del mattino. Mio papà trentino e mia mamma nata in olanda per caso, friulana d’origine. Appassionato, innamorato perdutamente della fotografia, da sempre”.

Franco Covi si presenta così. Mi piace riportare le sue parole, senza togliere una virgola, perché è sincero, ironico e diretto. Un bambino che cocciutamente, ripete al padre, commercialista, che vuole diventare un fotografo. Dalla prima macchina fotografica richiesta come regalo per la Prima Comunione, Franco ne riceverà molte altre a ogni compleanno o ricorrenza.

Anche papà deve arrendersi alla fine, non farà il commercialista (lavoro che grazie allo studio di famiglia avrebbe potuto garantire una certa tranquillità) ma il fotografo.

Raffinate ed eleganti, le sue fotografie sono un viaggio meraviglioso alla scoperta dell’animo umano. La sua, una vocazione all’arte che muove e alimenta tutto il suo percorso professionale, tra concretezza e creatività.

Perché la fotografia?

Non so come e perché, ma la passione per la fotografia, è da sempre. La prima macchina fotografica l’ho chiesta alla Comunione, come regalo. Non appena mi è venuto in mente che avrei potuto fare qualcosa nella vita, sapevo che avrei fatto il fotografo.

Ogni ricorrenza, ogni compleanno il regalo richiesto era una macchina fotografica. Fotografavo la mia famiglia, gli zii, i cugini. Mio papà mi chiese dopo le medie se volessi fare come lui, il commercialista. Risposi che volevo fare il fotografo: rise e mi chiese di prendere un diploma e che solo dopo, ne avremmo riparlato.

Ovviamente mi consigliò ragioneria, che mi rifiutai di fare. Non sapevo cosa scegliere, ma avevo chiaro cosa non volevo fare. Ho scelto per esclusione, il perito elettronico flaggando tutto quello che non mi piaceva, in sostanza l’ultima spiaggia.

Come hai cominciato?

Già l’ultimo anno di scuola, che facevo per dovere scalpitando, ho cominciato a fare l’assistente fotografo. Da lì, tanta gavetta come assistente di studio di Vogue Italia, dove ho “rubato” osservando chiunque. Poi, finalmente l’assistente fotografo a fotografi, da lì si sparse la voce e per cinque anni, ho lavorato davvero tanto.

A quel punto ho deciso di diventare professionista, un bel salto perché guadagnavo di più come assistente e lasciare era rischioso. Ho aperto lo studio con l’aiuto di mio padre, che, alla fine, ha dovuto convincersi che quello era davvero l’unico mestiere che volessi fare.

Ho iniziato con le sfilate, il back stage e tutto ciò che serviva per sopravvivere. Ho sempre cercato di ritagliarmi una parte artistica, al di là del tirare a campare per dare spazio a la mia parte creativa, la mia linfa vitale.

Franco Covi
A un certo punto della mia vita artistica, ho incontrato i danzatori e la musica (Foto ©Franco Covi)

Se il tuo lavoro si potesse riassumere in un viaggio, dove ci porteresti?

Non è importante il luogo: il mio viaggio ha sempre come protagoniste le persone. Mi piace fotografare corpi, che mi compaiono come in un sogno. Quando è una foto creativa, immagino quello che voglio e poi, lo realizzo. A un certo punto della mia vita artistica, ho incontrato i danzatori e la musica.

Da lì ho capito, che per il genere di foto che voglio fare, sono perfetti perché mettono in scena, esattamente quello che io ho immaginato, interpretando e dando vita ai miei sogni. Il risultato sono fotografie che spesso sono confuse come il reportage di uno spettacolo teatrale e invece, sono frutto della mia immaginazione, la stessa che userebbe un pittore nel realizzare la sua tela.

Invece che con pennelli e colori, realizzo i miei “quadri” con la macchina fotografica, dove i corpi danzano e conservano il loro movimento, la loro vitalità.

Come lavori con l’obiettivo?

Cerco di preparare la scena, come la voglio, racconto la mia storia ai danzatori. Poi lascio che si muovano liberamente e con la macchina, cerco di catturare quello che la mia mente ha già visto, in sogno. Cerco quello che ho immaginato e, solo allora, scatto.

È difficile andare a cercare quella foto se non l’hai in mente. Quel “clic” è l’ultima fase di un processo molto lungo che nasce dentro di me, nel mio immaginario. Credo che sia davvero come l’idea che nasce nel subconscio di uno scultore o di un pittore, quella che poi andrà sulla tela o scaverà nel marmo.

Quando mi capita di fare dei corsi, succede che qualcuno mi chieda con che macchina ho scattato quella foto. Rispondo sempre che è la domanda sbagliata. La domanda giusta è cosa volevi dire, cosa hai pensato. Questa è l’unica cosa che fa la vera differenza, altrimenti in pittura, si tratterebbe solo di colori e tecnica.

Sono molto attento ai particolari, la luce, l’inquadratura sono fondamentali, ma non bastano a raccontare quel che vedi.

Vedere la musica mi piace fotografare corpi
il mio viaggio ha sempre come protagoniste le persone. Mi piace fotografare corpi, che mi compaiono come in un sogno (Foto © Franco Covi)

La fotografia fa vedere quello che vede il tuo cuore.

Ho fatto una mostra che ritraeva danzatori disabili. Alcuni hanno ritratto queste persone in edifici abbandonati, con toni cupi a sottolinearne la difficoltà, la sofferenza. A me invece, qualcuno fece notare che guardando le mie fotografie non vedeva i disabili ed era vero: vedevo persone.

Parlami del tuo lavoro…

Ho lavorato tanto nelle sfilate di moda, quando le modelle erano regine indiscusse del jet set (più famose delle attrici) che rimanevano impresse nella memoria di tutti. Ho avuto il privilegio di fotografare Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Linda Evangelista, Cindy Crawford, tanto per citarne qualcuna.

Erano una trentina e dominavano le passerelle e le scene. Oggi, pur occupandomi di moda, sarei in difficoltà a citarne dieci. Non se le ricorda nessuno, cominciano a sfilare giovanissime e spariscono nel nulla. A un certo punto, proprio perché affascinato dal movimento e dai danzatori, ho cominciato a fare video e oggi è il mio lavoro per il 50%.

Ovviamente ancora la moda per necessità e poi, per passione, gli spettacoli teatrali che amo come espressione nobile dell’arte. È questo anche il mio modo di dare una mano alle compagnie teatrali che sono da sempre (e non solo ora) in grande difficoltà a promuoversi.

Ti piace essere fotografato?

Per me è terribile e questa cosa mi accompagna come la passione per la fotografia, da sempre. Ricordo che un cugino di mia madre aveva la mania di fotografare la famiglia di continuo. Io cercavo di sfuggire e, quando riusciva a immortalarmi, avevo sempre le lacrime agli occhi, contrariato. Forse per questo motivo ho scelto di essere quello che scatta…

Come ti definiresti?

Se fossi un quadro, mi dipingerei come un Pollock, con tante cose dentro, che hanno bisogno di attenzione per essere comprese, altrimenti non vedi niente, solo macchie di colore.

Vedere la musica sono molto attento ai particolari
Sono molto attento ai particolari, la luce, l’inquadratura sono fondamentali, ma non bastano a raccontare quel che vedi (Foto © Franco Covi)

C’è qualcuno che ha condizionato, segnato questo tuo viaggio?

Ho cercato di imparare osservando tutti, perché ritengo fondamentale saper cogliere indizi utili alla nostra formazione da chiunque. C’è una persona che, però, è stata quella dalla quale ho imparato di più e che mi ha condizionato positivamente.

È Vincenzo Lo Sasso, fotografo affermato negli anni ’80, che oggi è pittore e scultore di successo. Con lui ci conosciamo da più di trent’anni e ha contribuito tanto alla mia formazione, che coniuga fotografia e arte.

Non ti capita mai di fotografare un paesaggio?

Solo se c’è una persona, che attira la mia attenzione dando significato a quel paesaggio, che pur bellissimo, difficilmente fotograferei.

Articolo a cura di Paola Ferro

È fondamentale dare voce a chi altrimenti questa voce non avrebbe possibilità di farla ascoltare

Etichette discografiche indipendenti: ViceVersa Records
ViceVersa Records Enzo Velotto

La  “ViceVersa Records” nasce a Catania su iniziativa di Enzo Velotto, musicista sulle cui spalle ci sono i tamburi di band come i “Kunsertu” e i “Flor de Mal”, prima di approdare a un presente di operatore del settore discografico che continua a suonare.La Catania in cui Enzo ha mosso i suoi primi passi era quella in cui Francesco Virlinzi aveva iniziato a contribuire al cambiamento culturale della città, passi che lo portarono poi a creare “Cyclope Records”, la prima coraggiosa etichetta discografica indipendente dell’isola che produsse le prime incisioni di diversi artisti tra cui Carmen Consoli, Mario Venuti, Moltheni, Brando, Flor, Amerigo Verardi, gli Uzeda, i Nuovi Briganti e i Kunsertu.

Proprio da Enzo Velotto ci siamo fatti raccontare la sua label.

Un passato, e un presente, da musicista poi arriva la scelta di “passare dall’altra parte”: Quando succede?

L’idea l’ho sempre avuta e ne sono sempre stato affascinato ma ero troppo impegnato con la mia attività di musicista. Quando nel 1993 entrai ne “I Flor de Mal”, inanellammo una serie infinita di concerti, apparizioni televisive, interviste radiofoniche e moltissime interviste.

In quel periodo c’era un hype attorno alla Sicilia e alla nostra esperienza perché, pur rifacendoci agli stilemi del grunge, lo interpretavamo in maniera del tutto personale in chiave nazionale e, soprattutto, regionale.

Eravamo qualcosa di totalmente avulso rispetto alle Posse e proprio per questo abbiamo avuto un’attenzione molto alta.

Per motivi sia anagrafici sia di formazione, a me fu delegato il rapporto con l’etichetta, la “Cyclope Records” di Francesco Virlinzi.

Etichette discografiche indipendenti: ViceVersa Records

Mi trovai quindi a essere interfaccia anche nei confronti della Polydor/Polygram, la major che ci distribuiva e in quel momento accumulai conoscenze in quel mondo fatto di responsabili di radio, promoter, discografici, proprietari di locali, giornalisti.

Al termine del mio coinvolgimento con “I Flor de Mal”, l’allora presidente della Polygram Stefano Senardi mi chiamò e mi propose di diventare agente per la Sicilia e la Calabria, cosa che ovviamente accettai.

Era il 1997 e con i primi soldi decisi di aprire una mia etichetta, la “Viceversa Records”. Perché? Intanto per una passione insana nei confronti della musica e perché pensavo, e lo penso ancor oggi, che sia fondamentale dare voce a chi altrimenti questa voce non avrebbe possibilità di farla ascoltare. La nostra prima produzione è del 1997.

Etichette discografiche indipendenti
ViceVersa Records – Logo

Da dove nasce il nome?

Non ho mai sopportato le etichette settorializzate, quelle che per definizione si occupano di un unico genere musicale. Sulla base dell’esperienza della “Voxpop”, che aveva aperto da alcuni anni, decisi di iniziare questo mio viaggio.

Nel mio pensiero, inoltre, c’era l’esperienza della “Cyclope Records” che aveva questa libertà di pensiero rispetto alla musica da produrre. “Viceversa” proprio perché viaggiamo in direzione contraria permettendoci il lusso di produrre ciò che ci piace e oggi può essere un album di folk, domani di world music e la prossima settimana di alternative italiano.

Quali sono i servizi agli artisti che entrano a far parte del vostro roster?

Oggi, oltre alla “Viceversa Records”, abbiamo aperto una piccola label che si chiama “Seltz Recordz”, abbiamo la “Viceversa edizioni musicali” e il “Phantasma Recording Studio”, il nostro studio di registrazione. Possiamo definirci oggi un piccolo gruppo, totalmente indipendente ma ben strutturato.

Ovviamente tutto dipende da cosa che ci propone l’artista perché in caso di un progetto strutturato ci occupiamo del mastering e delle fasi successive.

Nel caso invece l’artista abbia bisogno di essere seguito fin dalle prime fasi embrionali ci occupiamo di tutto, dalla stesura dei brani alla registrazione, all’arrangiamento, al missaggio e a tutte le fasi successive.

La “Seltz Recordz” è invece un’etichetta di servizi, la prima in Italia a fare da incubatrice per artisti più o meno giovani ma anche più o meno esordienti.

Ovviamente sono fatti salvi i criteri relativi alle scelte artistiche che hanno sempre caratterizzato la mission di “Viceversa Records”.

Lo scorso anno, in piena pandemia, si sono aggiunte la “Viceversa booking” e “Kerosene Promo Gang”, il nostro nuovo ufficio stampa e comunicazione per la promozione discografica, eventi e social media management.

Come vi siete organizzati per la produzione dei videoclip?

Abbiamo già prodotto moltissimi video per i nostri artisti. Oggi, senza i contenuti video, si rischia di non essere nessuno perché sono proprio i contenuti video che fanno da traino per la promozione.

Per noi è normale estrarre, da un album, due o tre singoli accompagnati dal relativo videoclip. In questo caso, però, abbiamo deciso di esternalizzare questa attività servendoci di professionalità esterne.

Etichette discografiche
Non abbiamo preclusioni rispetto allo state of art dei brani

Come avete risolto i problemi relativi alla distribuzione delle vostre produzioni?

Fortunatamente non abbiamo mai avuto problemi di distribuzione. Con le prime produzioni, nello specifico con “Stereoscope” di Cesare Basile che fu distribuito da Polygram, abbiamo iniziato a trattare direttamente con le major.

Il successivo, “Book” dei Loup Garou, fu distribuito da EMI. Oggi ci appoggiamo al distributore Audioglobe e, per il digitale, a Believe e a The Orchard.

Quali sono le punte di diamante del tuo attuale roster?

Sono diverse, ti posso citare Anaïs, Nik Marsél, Narazin, Luca Madonia, i Denovo, i Jakaranda, Volwo, Andrea Cassese, Stefano Meli, la giovanissima Miriam Hibou e i 1,21 GGWTTS.

Studio di registrazione ViceVersa Records
Studio di registrazione – produciamo ciò che ci piace

Cosa deve fare un artista per sottoporvi i suoi brani?

Basta inviarci una mail o un messaggio attraverso le nostre pagine social. Non abbiamo preclusioni rispetto allo state of art dei brani, vanno bene sia i provini basici sia i brani già strutturati.

In questo momento, vista la pandemia, non riusciamo a fare attività di scouting ma anche per questo riprenderemo appena possibile.

Articolo  a cura di Roberto Greco 

 Cronache spettinate di un rocker emiliano

“Salutami tuo fratello”
Marco Ligabue con il libro “Salutami tuo fratello”

Complice il lockdown, Marco Ligabue ha deciso di ripercorrere la sua vita e metterla nero su bianco attraverso il suo “Salutami tuo fratello”, un libro autobiografico che ci propone un racconto intimo e sincero che si dipana tra vita privata, ricordi, aneddoti ironici, tanto rock’n’roll e tanta Emilia-Romagna.

Edito da Pendragon, casa editrice bolognese nata nel 1994, il libro è in vendita a partire dall’8 marzo ed è organizzato in trentatré capitoli. Ogni capitolo un frammento del lungo viaggio che ha vissuto il palco da ogni lato: prima da fan del fratello poi da addetto ai lavori, musicista e infine da protagonista non più solo fratello di una rockstar.

ho parlato senza pudore delle mie fragilità
Ho parlato senza pudore delle mie fragilità

Trentatré racconti autobiografici che lo raccontano dall’infanzia e arrivano fino a oggi, quando Marco, appena varcata la soglia dei cinquant’anni, ha deciso di ripercorrere i momenti più importanti e belli della sua vita e di darli alle stampe.

È nato dallo spunto di un giornalista – ha dichiarato Marco – che mi ha detto che con la vita che avevo fatto, da addetto a lavori all’essere fratello di una rockstar, avrei potuto farlo e pagina dopo pagina tutto mi è sembrato normale e facile da trasporre in parole sulla carta.

Ho parlato senza pudore delle mie fragilità proprio perchè essere ‘il fratello di’ mi ha fatto affrontare aspetti interiori che ho scoperto di possedere.

Ho approfondito la mia musica, la mia vita privata e ho tirato fuori una tenacia e una testardaggine tutta emiliana.

Per questo è nato questo libro, per raccontare una vita in cui mi hanno sempre detto ‘salutami tuo fratello’”.

L’Emilia, la sua profonda vena rock che sembra le scorra nelle vene come il grande fiume la percorre per la sua interezza, il sapore delle vecchie osterie in cui si sentono l’odore del lambrusco e il rumore delle carte da gioco sbattute sul tavolo, il ‘Tropical’, la balera gestita dai suoi genitori elemento fondamentale per la sua formazione: “Proprio al Tropical, avevo 4 o 5 anni, ho capito che la musica, quell’onda sonora magica, mi faceva stare bene e mi è rimasta dentro per sempre – ci ha detto Marco – Ero piccolo e non capivo bene i meccanismi legati alla musica dal vivo e ai concerti. Luciano invece aveva 13 anni, quindi ha potuto approfittarne e viversi appieno quelle serate speciali anche limonando nei divanetti in ombra nella balera”.

Marco Ligabue,
“Salutami tuo fratello” – cover del libro

Lucido anche nel rapporto con Luciano, il fratello maggiore: “Ho cercato di lavorare sempre a testa bassa, con caparbietà. Non ho mai vissuto il nostro rapporto con un senso di disagio o delle difficoltà particolari anzi ci vogliamo molto bene da sempre e lo dimostra quanto ha scritto nella quarta di copertina del libro.

Luciano è meno espansivo di me, ma quando parla è molto centrato perchè dà peso ad ogni singola parola. Per me è sempre stato molto bello camminare al suo fianco e vivere questo percorso insieme”.

A riprova di questo, Marco ha detto: “Iniziai a sostenerlo fin dal primo momento quando, nel 1987, Luciano iniziò a esibirsi nei suoi primi concerti. Facevo il “butta dentro”, ossia raccoglievo amici e avventori dei bar della zona per portarli ai suoi concerti e spesso (ride, nda) gli promettevo un bicchiere di spuma e una nutrita presenza femminile.

Poi arrivò il 1990 e la sua ‘Balliamo sul mondo’ con la quale vinse il Festivalbar nella categoria giovani. Da quel momento la nostra vita cambiò. Improvvisamente la cassetta della posta si riempì di lettere e cartoline, i bar del paese iniziarono a riempirsi di fans, che venivano apposta a Correggio per farsi fare un autografo da mio fratello.

Spesso portava a casa i discografici e i produttori per mangiare un piatto di cappelletti e bere un bicchiere di lambrusco perché la cucina della Rina, nostra madre, era un segno di ospitalità superiore che non un pranzo in un ristorante”.

Booktrailer di “Salutami tuo fratello”

https://youtu.be/57qBoXiENeA

Marco Ligabue live
al Tropical, la balera gestita dai miei genitori, avevo 4 o 5 anni, ho capito che la musica mi faceva stare bene. Ero piccolo e non capivo bene i meccanismi legati alla musica dal vivo e ai concerti

Ma non sempre è stato facile essere il fratello di Luciano. Marco ricorda che “Mi ha sicuramente cambiato la vita, anche se c’è sempre un altro lato della medaglia e normalmente è quello che non luccica. Farsi il mazzo ed essere sempre associati al proprio fratello, ogni tanto può pesare”.

La presenza della sua terra, l’Emilia, è forte sia nei suoi brani sia nel suo libro: “L’Emilia per me è stata decisiva. Ovviamente uno cresce in una terra e quindi fa i conti con quello che lo circonda.

Nel mio caso è stata la terra ideale, una terra fatta di gente molto solare, conviviale ma gente molto concreta che va al sodo delle situazioni. È gente che non molla, cocciuta, testarda.

Un’altra caratteristica incredibile è quella di sapersi unire nelle difficoltà. Pensiamo all’ultimo terremoto il cui epicentro è stato ad appena trenta chilometri da Correggio. Ecco, dal giorno dopo ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo subito cercato di risolvere la situazione soprattutto senza voler esasperare il dramma che stavamo vivendo.

L’Emilia me la sento cucita addosso, come un abito su misura realizzato da un grande sarto. Proprio il capitolo del libro dedicato all’Emilia è uno di quelli che mi ha fatto soffrire di più nella fase di scrittura perché ci tenevo a raccontarla al meglio con i suoi profumi, i suoi sapori.

E se penso all’Emilia penso al profumo della nebbia. Unico, uno di quegli odori che ti dà la certezza di essere a casa”.

Marco Ligabue Farsi il mazzo ed essere sempre associati al proprio fratello, ogni tanto può pesare
Farsi il mazzo ed essere sempre associati al proprio fratello, ogni tanto può pesare

Il futuro di Marco? Sicuramente ancora tanta musica ma ora per lui, grazie a questo libro, si è aperta una nuova finestra sul mondo: “Mi piacerebbe sicuramente scrivere una sceneggiatura, so di non averne le competenze tecniche, ma percepisco di avere la capacità di catturare determinate sensazioni e situazioni, così come di avere tanta fantasia e creatività. E poi potrebbe essere una nuova sfida”.

Mai dire mai, quindi. Intanto leggiamo il suo “Salutami tuo fratello” e ascoltiamo la sua musica. Ma soprattutto cerchiamo di ricordarci che al prossimo incontro con Luciano, dovremmo salutarlo dicendo: “A proposito, salutami tuo fratello”.

Articolo a cura di Roberto Greco 

Roberto Caccavo (& Co.) ovvero: come grazie al teatro le fiabe possono diventare jazz

Musica a Teatro: Roberto Caccavo
Siamo attori, abituati a immedesimarsi in altro: si deve traghettare le nostre esperienze su canali diversi (Foto © Paolo Stucchi)

Roberto Caccavo è un attore eclettico e versatile di teatro e cinema. Formatosi a Benevento con Ruggero Cappuccio e Claudio Di Palma del Teatro Segreto ha lavorato in teatro, tra gli altri, con Angelo Savelli della compagnia Pupi e Fresedde, Riccardo Massai di Archetipo, Italo Dall’Orto, KanterStrasse, Gli Omini, Carlina Torta, Saverio Tommasi e Maurizio Lombardi.

È membro stabile della compagnia Teatro popolare d’arte del Teatro delle Arti di Lastra a Signa diretta da Gianfranco Pedullà, prendendo parte alle maggiori produzioni: Re Lear, Marcovaldo, Trilogia dopo Salò (drammaturgia di Massimo Sgorbani), Falstaff e l l’inedito Un’opera da quattro soldi, attualmente in produzione.

L’approdo sul grande schermo arriva nel 2014 con il film Mi chiamava Valerio dove veste i panni del grande ciclista Fausto Coppi. Viene poi chiamato a far parte del cast della commedia Bianco di Babbudoiu dei fratelli Manca.

Per la tv Roan Johnson lo sceglie per interpretare il proprietario di un nightclub nella serie I Delitti del Barlume. Nel 2020 ottiene il ruolo di giornalista nel nuovo film L’incredibile storia dell’Isola delle Rose di Sydney Sibilia.

È protagonista del thriller psicologico Anja – Real Love Girl, di Paolo Martini e Pablo Benedetti, in concorso ai David di Donatello 2021. È ideatore insieme a Francesco Giorgi e Marco Natalucci del format teatral musicale per bambini e adulti Fiabe Jazz.

La mia solita domanda per iniziare il discorso, e cioè: Che musica ascolti?

Non sono un ascoltatore seriale di musica, direi piuttosto un fruitore occasionale. Adoro ascoltarla in radio mentre guido. Nel privato solitamente mi oriento verso il cantautorato italiano: da De Gregori a Niccolò Fabi, passando per Bobo Rondelli e arrivando a Calcutta e Brunori Sas.

Sono stato un fervente fan di Elio. Prediligo la musica suonata e scritta bene con testi che possano aprirmi mondi paralleli, che sappiano farmi ridere, commuovere, o semplicemente rilassare. Ogni tanto mi ascolto anche un po’ di Miles Davis. Mi piace cantare le arie delle opere insieme a mia figlia e mia moglie.

Ho visto che ultimamente fai spettacoli in cui la musica è molto presente, anzi fondamentale, hai sempre fatto così? A giudicare dalle brevi note biografiche non mi sembra…

No, non ho sempre fatto così. Anche se negli anni ho partecipato con una certa frequenza a progetti “musicali” e ho cercato percorsi formativi che andassero anche in quella direzione: ricordo con affetto le lezioni sulla voce con Gabriella Bartolomei. All’epoca, volendo approfondire il nesso tra parola e suono, venni a sapere che la Bartolomei abitava vicino a casa mia.

Non aspettai un attimo, la chiamai e le chiesi di diventare mia Maestra, fu un’esperienza tra le più importanti della mia vita artistica. Risalendo ancora più in là nel tempo non posso non ricordare io ventenne nei due anni di scuola laboratoriale a cura di Ruggero Cappuccio e Claudio Di Palma del Teatro Segreto e di quel sudato spettacolo finale, il Manfred, al teatro comunale di Benevento con le musiche originali del maestro Roberto Soldatini, anche quello un connubio fortissimo tra teatro e musica.

E ancora la trilogia shakespeariana per la regia di Riccardo Massai al teatro comunale di Antella dove la musica aveva un ruolo cruciale anche grazie al contributo della direttrice Johanna Knauf. In seguito ci sono state tante altre occasioni delle più variegate tipologie.

Tra queste, ad esempio, la performance sensoriale Il salone di Z*** con Il Teatro dell’Elce in cui facevamo immergere due spettatori bendati alla volta nelle atmosfere sonore di un salone di barbiere per il tempo di una barba e in cui cantavamo una serenata popolare a cappella.

E poi il mio incontro con il poliedrico attore e regista Maurizio Lombardi e la nascente compagnia Piccoli Briganti con cui abbiamo messo in scena due mitiche commedie musicali di successo: Who’s Biancaneve? e Peter Pan (produzione Magnoprog). Con Maurizio ci siamo letteralmente divertiti a costruire spettacoli originalissimi che ricordavano un po’ l’esperienza dei Monty Phyton, il Trio Marchesini-Solenghi-Lopez ma anche gli indimenticabili classici di Garinei e Giovannini.

Grazie a lui da quel momento tutte le volte che mi hanno proposto di cantare in uno spettacolo non mi sono mai tirato indietro. Poi da quando sono entrato a far parte stabilmente della Compagnia Popolare d’Arte del teatro di Lastra a Signa diretta da Gianfranco Pedullà ho approfondito ancora di più questa mia indole: la poetica di Pedullà fonde infatti il teatro con la musica.

Tra gli ultimi lavori della compagnia voglio citare la trilogia su Pasolini, il Falstaff e un’originalissima Opera da quattro soldi, attualmente in lavorazione, per la regia e drammaturgia di Pedullà e con le musiche e le canzoni originali di Francesco Giorgi, con il quale ho ideato le nostre Fiabe Jazz.

Musica a Teatro
Roberto Caccavo: mi divido tra teatro e cinema, ma in questi tempi bisogna reinventarsi (Foto © Paolo Stucchi)

Ecco, arriviamo alle Fiabe jazz, com’è nata l’idea?
L’idea di Fiabe Jazz è nata all’interno della compagnia teatro popolare d’Arte di Lastra a Signa dal mio incontro con l’eclettico polistrumentista e cantante Francesco Giorgi, e successivamente si è avvalsa dell’insostituibile talento di Marco Natalucci.

Insieme abbiamo sviluppato un format teatral musicale (o musical teatrale) per famiglie che potesse ogni volta adattarsi alle fiabe più celebri. Ne è venuta fuori un’esperienza unica che da ormai tre anni sta riscuotendo un successo sempre crescente, riuscendo a fidelizzare nel tempo un numero importante di spettatori che ad oggi, nonostante la pandemia, ci segue in tutte le nostre uscite: dico ad oggi perché, a partire dal blocco dei teatri a causa del covid, abbiamo portato avanti svariati progetti, dai podcast delle “Fiabe Jazz sonore” al progetto seminariale per bambini prodotto dalla Biblioteca delle Oblate di Firenze che ci ha visti impegnati per una serie di incontri streaming intorno alla figura di Gianni Rodari (progetto che ci ha così entusiasmati da darci lo spunto per un nuovo format firmato sempre Fiabe Jazz).

E come sono state accolte?

Molto bene. I nostri spettacoli sono molto richiesti e la stessa fiaba è ogni volta diversa proprio perché è il format che lo richiede: ci divertiamo a far rivivere, attraverso situazioni comiche esilaranti, celebri fiabe utilizzando solo pochi costumi, qualche parrucca, pochissimi oggetti e la musica dal vivo con canzoni originali.

È per questo che si chiama Jazz: perché su una struttura drammaturgica ben consolidata ci divertiamo a improvvisare. Fiabe jazz è a mio modo di vedere una commistione ideale tra teatro e musica. Io preparo una prima drammaturgia e Francesco costruisce le canzoni ad hoc.

Poi attraverso le prove e la scrittura di scena collettiva riusciamo a formalizzare e a mettere a punto lo spettacolo che andremo a presentare al pubblico.

Fiabe Jazz è così diventato un marchio e il pubblico ha cominciato a fidarsi di noi. La sigla iniziale sempre uguale per ogni replica ormai è cantata da buona parte degli spettatori. Il coinvolgimento dei grandi e piccoli è assicurato.

L’anno scorso siamo anche riusciti a produrre un CD con tutte le canzoni delle fiabe jazz fino ad allora realizzate. Insomma per fortuna il lavoro non ci è mancato. E con i tempi che corrono tutto questo è oro che cola.

Progetti futuri?
Di progetti futuri ne ho diversi. Mi divido tra teatro e cinema. Ma al momento, come tutti noi del settore, poche cose concrete. È tutto così “liquido” e incerto che ho imparato a non aspettarmi troppo.

È ormai più di un anno che non incontriamo il pubblico, quello vero, nei teatri. Tutto questo manca terribilmente. E non ci è dato sapere quando le cose cambieranno. Nel frattempo continuiamo a programmare spettacoli in streaming e progetti “da lontano” con la speranza di ritornare presto alla normalità.

I teatri, e tra questi anche il nostro di Lastra a Signa, hanno cercato di reagire a questo fermo con una forza e una voglia di esserci nonostante tutto che se ci penso mi commuovo. Ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo reinventati, o meglio, abbiamo traghettato le nostre esperienze su altri canali, cercando di mantenere intatta la nostra dignità di artisti.

Al momento abbiamo l’agenda piena da maggio in poi di repliche Fiabe Jazz e nuove produzioni, tra cui appunto l’importante Opera da quattro soldi, un’operazione che, per numero di attori e di musicisti, va senz’altro in controtendenza rispetto ai progetti attuali di molte altre realtà. Incrociamo le dita.

Roberto Caccavo
Con Francesco Giorgi e Marco Natalucci abbiamo sviluppato il format musical teatrale di Fiabe jazz, che ci sta dando tante soddisfazioni (Foto © Marina Masini)

Hai sicuramente incuriosito molti, ci lasci qualche indicazione più precisa se vi si vuole seguire?

Molto volentieri. Chi volesse essere aggiornato sulle nostre prossime iniziative può seguirci su Facebook (Fiabe Jazz – IL GRUPPO) e Instagram o sul sito della compagnia (www.teatropopolaredarte.it). Inoltre si possono recuperare tutti gli episodi dei podcast delle nostre fiabe sul nostro canale #spreaker, #spotify e #applepodcast, ecco i link:

– Aladino e la lampada magica

https://open.spotify.com/episode/6ZznpHr8f4Bki2LiOmh1Fc?si=hCWxTlvKTIuwHjmT9CoGBw

– Cappuccetto Rosso

https://open.spotify.com/episode/0DbdIvw4ngEejbvhizZX6x?si=q30bAAC3SuifQRJmwjnGGg

– I vestiti nuovi dell’imperatore

https://open.spotify.com/episode/0qKfh1mfY7rrfokS0hbAYy?si=uUHkMIgzTDuwY_J0e6tTpg

Articolo a cura di Sergio Scorzillo 

Il Boss Della Radio, una trasmissione fatta da persone che lavorano nel mondo del lavoro

On Air 361: Susan&Grace su White Radio
Susan e Grace Il Boss Della Radio

Mentre mordo estasiato una Pesca di Prato ammirando la Cattedrale di Santo Stefano a Prato, decido di seguire un eco che mi accompagna da una settimana “Siamo Donne oltre le gambe c’è di più”. Più mi avvicino ad un Palazzo e più l’eco diventa musica, fino a che le note diventano melodiose con le voci di Susan e Grace che mi accolgono negli studi di Prato di White Radio.

Susan e Grace, siamo qui a White Radio e voi siete 2 speakers. Da quanti anni?
Susan: Dieci anni. Feci un corso di speaker e conduzione radiofonica in una FM pratese. Ho iniziato come segretaria di redazione.
Grace: io da quattro anni. Da quando ho conosciuto Susan.

Quindi dopo Paola&Chiara, Kris&Kris abbiamo Susan&Grace. Quando nasce il vostro duo?
Susan: Nel 2016. Io conducevo su White Radio “Bionde si nasce White si diventa” e spesso invitavo Grace come ospite. Li è nata la coppia e l’idea della nostra nuova trasmissione.
Grace: Si nel 2016. Da Ospite muta (ride) sono diventata Speaker di White Radio.   

Insieme siete alla guida del programma di successo Il Boss della Radio
Susan: Si nel 2017 è nata la trasmissione che va in onda ogni sabato dalle 12 alle 13 sulla web radio White Radio.

Di cosa vi occupate a Il Boss della Radio?
Grace: Intervistiamo imprenditori che parlano della loro attività ma anche della loro vita. Facciamo scegliere a loro 6 canzoni, il titolo di 1 libro ed il titolo di 1 film che diventano scaletta d’intervista.

On Air 361: Susan e Grace su White Radio
White Radio

Ah! Un bel viaggio introspettivo ed imprenditoriale
Susan: Si Lorenzo, con noi l’ospite fa un viaggio non solo storico nella sua esperienza lavorativa ma proprio un percorso della sua crescita personale. Da noi l’imprenditore si racconta per quello che è e non solo per quello che fa.

Quali Imprenditori avete avuto il piacere di intervistare?
Susan: Stefano Pozzovivo di RadioSubasio, Stefano Niccoli della Nontex, lo Studio Siciliano & Partners, Luca Giusti presidente Confartigianato, Paolo Gori della Gori Tessuti, Ilaria Bugetti Consigliera della Regione Toscana e tanti altri. Alcuni nel nostro Studio Blu di White Radio, altri per telefono.

Avete portato anche Il Boss della Radio fuori dagli Studi Radio?
Grace
: Si. Abbiamo realizzato degli eventi aziendali al Vivaio Mati a Pistoia, al Golf le Pavoniere a Prato e al centro di formazione Qu.In.

Susan e Grace coppia di fatto di White Radio. Qual è il vostro pregio radiofonico?
Susan: Grace è la tipica padrone di casa perfetta. Riesce a mettere a proprio agio tutti gli imprenditori anche quelli più ostili, per timidezza, al microfono.
Grace: Susan è preparata ad ogni situazione. Spigliata, informata, rassicurante.

Susan e Grace dove e come possiamo ascoltare Il Boss Della Radio?
Susan: Sul nostro sito www.whiteradio.it oppure scaricando la nostra APP White Radio.
Grace: E se non puoi ascoltarci in diretta il sabato dalle 12 alle 13, sul nostro sito trovi il Podcast.

È il momento MARKETTA. Perché ascoltare Il Boss Della Radio?
Susan: perché siamo state tra le prime a sperimentare il format sugli imprenditori e come Il Boss Della Radio non ce n’è.
Grace: Perché è una trasmissione fatta da persone che lavorano nel mondo del lavoro e che fanno conoscere quelle che sono le aziende di un territorio.

Cara Jò, Cara Sabrina. Avete proprio ragione. Oltre le Gambe c’è molto molto molto di più. E ora mi rimetto in viaggio ma prima almeno un Cantuccio pratese lasciatemelo mordere!

Articolo a cura di Lorenzo Amatulli 

Unico contest europeo riservato alla world music dove per “World Music “si intende un genere musicale che attinge al patrimonio etnico o folk

Non solo talent: Premio Andrea Parodi
Premio Andrea Parodi – Logo

Unico contest europeo riservato alla world music, il premio è dedicato ad Andrea Parodi, autore e musicista sardo. È considerato la voce più rappresentativa della Sardegna degli ultimi 30 anni.

Nato a Porto Torres nel 1955, dotato di una voce particolarissima, fondò, insieme a Gino Marielli e Gigi Camedda, il gruppo Tazenda.

Il primo grande riconoscimento gli arrivò nel 1990 quando i Tazenda furono chiamati a collaborare con Fabrizio De André alla realizzazione dell’album “Le Nuvole”.

Ottennero poi un successo straordinario al Festival di Sanremo nel 1991, quando arrivarono quinti in coppia con Pierangelo Bertoli, con il brano “Spunta la luna dal monte” che li fece scoprire dal grande pubblico.

L’anno successivo i Tazenda partecipano di nuovo al festival presentando la loro “Pitzinnos in sa gherra”, una brano.

Andrea era dotato di una voce unica, densa di sfumature e ha dedicato la sua vita alla diffusione della musica e della cultura sarda.

Nel 1997 Andrea Parodi dà il via alla sua carriera solista che lo porta a realizzare l’album “Abacada” e a numerose iniziative artistiche tanto che, negli ultimi anni della sua breve vita collabora con Noa e con Al Di Meola.

Nel 2006 rientra nei Tazenda e insieme trionfano in due concerti che sono passati alla storia, quello di Porto Torres e a La Maddalena.

Andrea Parodi
Andrea Parodi e Noa (Foto © Francesco Santucci)

Il suo ultimo lavoro è “Rosa resolza”, realizzato in collaborazione con Elena Ledda, una collaborazione professionale che corona un’amicizia e un rapporto umano che si era creato nel tempo.

Andrea Parodi tiene l’ultimo concerto il 22 settembre 2006 all’Anfiteatro Romano di Cagliarimuore di cancro alcuni giorni dopo, il 17 ottobre 2006, dopo una lunga lotta contro la malattia.

Nel 2007 la “Fondazione Andrea Parodi” crea il premio che porta il suo nome, unico festival europeo dedicato alla world music.

Non solo il ricordo di Andrea, ma un vero e proprio manifesto della necessità di coniugare l’esercizio della memoria attraverso la musica, privilegiando gli elementi musicali e i relativi strumenti che appartengono alla memoria dei territori con la vocazione di contaminali in maniera trasversale con esperienze di altri luoghi del mondo.

Si chiuderanno il prossimo 31 maggio le iscrizioni alla 14a edizione del premio.

Il contest ha come fine la presentazione e la relativa promozione al pubblico ed agli addetti ai lavori delle nuove tendenze in atto nell’ambito della musica dei popoli o “World Music”, dove per “World Music “si intende un genere musicale che attinge al patrimonio etnico o folk e si ripropone in chiave rielaborata con suoni e modelli stilistici di diversa provenienza.

Il modulo d’iscrizione è disponibile nel sito web all’indirizzo http://www.premioandreaparodi.it/.

Sarà possibile partecipare con 2 brani (files mp3, provini o registrazioni live o realizzazioni definitive), di cui uno in gara e l’altro appartenente al repertorio del concorrente.

Non sono ammessi brani strumentali. Il brano partecipante dovrà essere costituito da testo e musica ed essere interpretato in qualsiasi lingua (italiana, straniera, minoritaria, dialettale, o altre) e appartenere alla categoria della “World Music”.

Premio Andrea Parodi
Andrea Parodi

La Commissione artistica, presieduta da Elena Ledda, selezionerà in maniera anonima fra i cinque e i dieci finalisti che saranno poi valutati da una Giuria Tecnica composta da addetti ai lavori, autori, musicisti, poeti, scrittori e cantautori, e da una Giuria Critica composta da giornalisti e critici musicali.

Entrambe le giurie saranno composte, come di consuetudine per il premio, da autorevoli esponenti del settore.

A causa della pandemia i finalisti della 13a edizione sono: Alessio Arena (Campania/Catalogna); Ars Nova Napoli (Campania); Eleonora Bordonaro (Sicilia); Elena D`Ascenzo (Abruzzo); Kalascima (Salento); Abramo Laye Senè & Gaalgui World Music Band (Senegal/Sicilia); Maria Mazzotta (Salento); Danilo Ruggero (Sicilia); Stefania Secci Rosa e Bruno Chaveiro (Sardegna/Portogallo); Still Life (Catalogna) e la definizione del vincitore avverrà non appena possibile.

La finale della 14a edizione si terrà a Cagliari in autunno.

Per la consultazione del regolamento e per ulteriori informazioni consultare il sito per premio Andrea Parodi.

Articolo a cura di Roberto Greco 

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