MIR, More than Indie Records: “Abbiamo la volontà di ascoltare tutti quelli che si vengono a proporre”

Etichette discografiche indipendenti: Mir More than indie records
Etichette discografiche indipendenti: Mir – Studio

MIR: More than Indie Records realizza progetti musicali di ogni genere, senza barriere né limiti. La musica parla un linguaggio universale e MIR riunisce e mette in contatto artisti e professionisti a livello internazionale, creando fra loro sinergie e fornendo nuove possibilità e strumenti di collaborazione. Ne abbiamo parlato con Marco Brovelli, founder della label.

Quando nasce l’idea di aprire MIR?

Di base l’idea nasce dal fatto che lavoro nel campo musicale da decenni. Dopo diversi anni nei quali mi sono occupato di produzioni musicali per conto terzi, avendo uno studio di registrazione, che oggi vanta un fonico residente con il quale abbiamo deciso di rinnovare la struttura, soprattutto dal punto di vista tecnologico, circa tre anni fa ho deciso di cominciare direttamente a realizzare qualche produzione.

MIR nasce dall’interesse del nuovo modo in cui è possibile oggi  avvicinarsi al mondo della produzione musicale, della promozione e delle nuove tecnologie che permettono di ottenere ottimi risultati. Potrei dire che la curiosità è stato uno dei cardini di questa scelta che si è concretizzata nel 2019, nello specifico ottobre 2019. Attorno a questa idea è nato un progetto parallelo che si chiama “Save the music”.

Di che cosa si tratta?

Ho pensato a tutte quelle produzioni dimenticate negli scaffali o stampate ma oramai fuori catalogo di musica indipendente. Ho capito che una grande ricchezza, che rappresenta sia la storia sia l’evoluzione della musica italiana, era destinata a finire nel dimenticatoio. Il progetto è rivolto a tutti gli artisti che hanno realizzato produzioni indipendenti ma che, anche per il periodo in cui sono state realizzate, non hanno mai potuto essere distribuite online.

Etichette discografiche indipendenti: V Pascal
V Pascal

Da dove deriva il nome della tua label?

Fondamentalmente  nasce dal voler ribadire la nostra indipendenza, di non essere mai stati nel giro delle grandi label, le major. Ritengo che oggi non sia sufficiente realizzare una bella produzione ma c’è tutto un mondo attorno che è competenza, capacità e voglia di imparare. Inoltre non siamo legati ad un solo genere ma affrontiamo la musica nel suo insieme, senza schemi precostituiti.

A questo proposito, qual è lo stile della MIR?

Aperto ed eclettico. Queste sono le parole più adatte a definirci. Abbiamo la volontà di ascoltare tutti quelli che si vengono a proporre. Da noi sono passati ragazzi che fanno la trap ma anche cinquantenni che hanno appena iniziato a suonare e suonano folk-rock oppure rock anche più duro e l’obiettivo, che è quello di produrre al meglio il contenuto musicale. L’altro aspetto importante, che è diventato il nostro taglio stilistico, è la collaborazione stretta tra chi vuole spingere un prodotto e chi lo ha realizzato, elemento fondamentale per dare corpo reale alla musica ed evitare che rimanga chiuso tutto in uno sterile CD infilato in uno scaffale.

Etichette discografiche indipendenti: Zoltan
Zoltan

Quali sono i servizi che offrite ai vostri artisti?

Fondamentalmente ci occupiamo di due filoni ben distinti. Da un lato, con il progetto “Save the music” proponiamo un servizio a basso costo, spesso gratuito, per poter rimettere in campo e pubblicare vecchie produzioni cui offriamo servizi di distribuzione e masterizzazione secondo gli standard attuali e di visibilità al fine di poter rimettersi in gioco. Dall’altro lato, invece, per gli artisti “in erba” possiamo dare un servizio più completo ossia fonici, musicisti, arrangiatori al fine di ottenere un prodotto con standard qualitativi alti.

Quali sono le punte di diamante del vostro roster?

Parlerei, più che di roster, dei lavori più significativi dei due filoni di cui ci occupiamo. Per quanto riguarda i giovani cito Zoltan, un ragazzo che oggi vive  a Londra molto bravo. Si occupa di tutto, dalla registrazione, all’arrangiamento e alla finalizzazione essendo sia un autore sia un compositore. Poi c’è V Pascal, un artista del mondo EDM che oggi ha anche un contratto con una sub-label internazionale. Nel filone, invece, degli artisti più maturi, vorrei citare Nicola Buzzetti. È partito una decina di anni fa suonando la chitarra in spiaggia e oggi si ritrova a produrre il suo secondo disco in due anni. Possiede una straordinaria apertura mentale e una grande musicalità. Il suo mondo musicale è simile a quello di Springsteen e di Dylan ma con una bella dose di freschezza.

Note dolenti, com’è andata durante la pandemia?

Alla fine, se escludiamo i primi mesi di lockdown nei quali abbiamo realizzato pochissime produzioni, con l’arrivo di Pasquale Vitali, il nostro fonico residente abbiamo iniziato a finalizzare molta musica e a mettere in cantiere molte produzioni. Da marzo 2021 a oggi abbiamo pubblicato 170 brani e 22 produzioni di diverso genere, tra singoli, EP e LP. Riteniamo che sia un buon risultato perché questo ci permette di dire a voce alta.: “Esistiamo”. Sicuramente è stato più difficile dal punto di vista economico ma la nostra curva di crescita sta puntando verso l’alto e questo è sicuramente importante. Abbiamo, come ti ho detto prima, fatto nuove scelte per lo studio e oggi siamo in grado di realizzare nuove produzioni con 48 tracce in entrata, numero di tracce che ci permette di aprirci ai gruppi e, soprattutto, alla musica suonata.

Etichette discografiche indipendenti: Mir More than indie records
Etichette discografiche indipendenti: Mir More than indie records – logo

C’è un artista con cui piacerebbe collaborare?

Dopo la tua telefonata di qualche giorno fa, mi sono tornati in mente gli anni ’90. Ricordo che il quel periodo, nella zona di Catania, c’era un grande fermento musicale e c’erano artisti interessantissimi. Tra questi gli Uzeda rappresentano una delle band che mi piacerebbe inserire nel progetto “Save the music”. È chiaro che ci sono artisti più giovani e sicuramente molto interessanti ma, in fin dei conti, siamo dei romantici e continuiamo ad apprezzare la musica suonata, anche se mi rendo conto che quella era un’altra stagione. Certo che se si proponesse Ed Sheran non direi di no (ride, ndr) e nemmeno se mi chiamassero i Maneskin, musica suonata bene con parti musicali ben incastrate. Sono giovani ma ritengo che abbino un potenziale notevole.

Cosa deve fare un artista per sottoporvi la sua musica?

Siamo presenti nei principali social e su Instagram abbiamo un profilo “Studio”. Abbiamo inoltre, nel nostro sito, una mail dedicata che è press@morethanindierecords.it affidata a Marco Tresca, prezioso collaboratore della label e a Pasquale Vitale che risponde alla mail studio.angera@gmail.com.

Articolo a cura di Roberto Greco

Alessia Bedini, un’Amleta tra le percussioni del cuore

Musica a Teatro: Alessia Bedini
Nel tempo ho capito che le tematiche sociali sono gli argomenti di mio maggior interesse (Foto © Isabella De Maddalena)

Ho avuto l’occasione di lavorare con lei durante la messa in scena di due miei lavori teatrali: Essere amata amando, sulle donne di Giuseppe Verdi, e Taccuino di una sbronza, drammaturgia dal libro di Roversi. Attrice, performer, formatrice, Alessia Bedini è nata ad Ascoli Piceno e vive a Milano.

Inizia la sua formazione nel territorio natale con la Compagnia delle Foglie e il Laboratorio Minimo Teatro.

Studia tra gli altri con Jurij Alschitz, Leo Muscato, Danio Manfredini, Marigia Maggipinto, Ricci/Forte, Giorgio Rossi, Pippo Delbono e progetto Brockenhouse.

È diplomata presso il Corso Professionale Cinema d’Attore per la direzione artistica del regista Marco Maccaferri presso la scuola MowLab di Milano.

Ha lavorato, tra gli altri, con le Compagnie Sinergye Teatrali e Arlaune Teatro (teatro di prosa), Il Filo di Paglia (teatrodanza) Compagnia dei Folli (teatro di strada).

Sviluppa spettacoli e reading musicali con il musicista Emanuele “Manolo” Cedrone, unendo voce e paesaggi sonori con strumenti a percussione, ricercando, in particolar modo, la fusione tra ritmo e parola.

Laureata in Storia e Conservazione dei Beni Culturali e in Formazione e Gestione delle Risorse Umane, utilizza le proprie competenze per coniugare l’arte teatrale alla pedagogia, nello sviluppo di progetti finalizzati alla formazione della persona in campo aziendale e scolastico.

Ha scritto, diretto ed interpretato lo spettacolo Motus In Terra -Tragicommedia sismica, dedicato alle vicende del terremoto del 2016, con il quale ha vinto nel 2019 il Bando Binari Paralleli di Torino, interrotto per la pandemia 2020.

Ha partecipato al progetto di videodanza Piano Sequenza del regista Davide Calvaresi per il festival Ritratti d’Artista 2020.

Attualmente è in formazione nella pratica danzata Presence- Mobilité-Danse (PMD©) con Maria Carpaneto ed Hervè Diasnas, Valerie Lamielle. È stata fondatrice e referente didattico dell’Associazione Culturale Wokart. Ha fondato l’Associazione Amleta, APS di sole attrici che indaga difetti e pregi del sistema dello spettacolo dal vivo in un’ottica di genere.

Hai studiato musica, canto? Pensi sia importante nel tuo mestiere?

Fin da bambina le varie discipline artistiche hanno fatto parte del mio percorso formativo: dovendo scegliere, ho prediletto da piccina la danza e poi il teatro.

Mi sono avvicinata allo studio del canto all’Università, entrando a far parte del Coro Polifonico dell’Università di Macerata.

Successivamente, per motivi registici, in uno spettacolo della compagnia Synergie Teatrali, mi venne richiesto di cantare a cappella: decisi quindi di frequentare un corso specifico, approfittai dell’occasione lavorativa per affinare le competenze.

Musica e canto sono importantissimi nel nostro mestiere, non necessariamente per esibire una buona voce o una particolare capacità nell’uso di uno strumento, piuttosto per sviluppare una sensibilità all’armonia e all’ascolto in tutte le sue declinazioni, far parte di un coro è un’ottima

occasione a riguardo: musica, ritmo e canto ci rendono più sensibili…ma ovviamente un attore o un’attrice che hanno anche competenze musicali, permettono svariate possibilità registiche.

 

La mia priorità al momento è lo spettacolo Motus in terra: a 5 anni dal terremoto quelle vicende non possono essere dimenticate
La mia priorità al momento è lo spettacolo Motus in terra: a 5 anni dal terremoto quelle vicende non possono essere dimenticate (Foto © Stefania Tamburini)

La musica ce l’hai in casa, tuo marito è un musicista. Mi parli di te e lui e dei progetti che avete proposto insieme?

Io e mio marito Emanuele Cedrone abbiamo fatto la scelta di vita di non lavorare strettamente insieme, nel senso che non abbiamo un’Associazione condivisa, ma molti progetti, nel tempo, sono stati condivisi e abbiamo imparato a contaminarci.

Lui ha una formazione come percussionista, quindi il ritmo è la matrice di partenza di ogni nostro lavoro: abbiamo creato reading musicali per musei e uno spettacolo sul gioco d’azzardo “Mi versavo il latte addosso” per la regia di Francesca Rossi Brunori, in cui la melodia

era totalmente assente: unica presenza erano le percussioni che creavano il tappeto sonoro amplificando le atmosfere della messa in scena…la mia voce diventava parte integrante del ritmo.

Il progetto più interessante è stata una serie di reading dal titolo “1800 secondi di sesso”, dedicata a grandi testi della letteratura erotica (come La filosofia del Boudoir per intenderci) in cui viaggiavano insieme paesaggi sonori, melodiosa (strumento monodico che Emanuele suona), lettura e performance…in particolare ci siamo dilettati a sperimentare l’uso del silenzio e delle lunghe pause sui ritmi della mia lettura e dei performer (come i ballerini di tango e rigger di Shibari), è stata una possibilità artistica davvero interessante.

Infine, sviluppiamo progetti teatrali e ritmici in contesti scolastici per potenziare il lavoro di ascolto di gruppo in ragazzi e ragazze, c’è sempre molta energia!

Altri spettacoli a cui hai partecipato in cui il ruolo della musica era importante?

Con la compagnia dei Folli, compagnia di teatro di strada e immagine, non esiste, se non in minima parte, l’uso della parola, la musica entra direttamente nella drammaturgia scenica, dalla musica parte l’evocazione dell’immagine e viceversa.

Nei lavori di teatrodanza, ugualmente, non si può che parlare di stretto rapporto tra musica e movimento, credo che l’esperienza più importante in tal senso sia stata lo spettacolo “Bucolive” per la regia di Maria Carpaneto e Marco Maccaferri: in quel caso musica e drammaturgia sonora sono stati sviluppati da un Sound Engineering.

Quali sono i temi che ami trattare nei tuoi spettacoli?

Non c’è un tema in particolare che amo trattare, posso dire che nel tempo ho capito che le tematiche sociali, i fatti e gli accadimenti della realtà, sono diventati gli argomenti di mio maggior interesse: dalla tematica sul gioco d’azzardo “Mi versavo il latte addosso”, di cui parlavo

prima, all’ultimo, in particolare, “Motus in Terra – Tragicommedia sismica” dedicato alle vicende del terremoto del Centro Italia…ecco…mettere la lente di ingrandimento sulla realtà ed evidenziarne le contraddizioni e gli aspetti più positivi, questo mi interessa, mi interessa davvero.

Cosa ascolti quando non lavori? Cantanti che ti piacciono?

Adoro il cantautorato italiano! Mi piace cantare in casa i cantautori italiani, a squarciagola, come nei migliori raduni universitari…sono legata a Carmen Consoli, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Caparezza…e andando indietro De André, De Gregori, etc…però la Cantantessa Carmen Consoli fa da capofila!

Alessia Bedini
Musica e canto sono importantissimi nel nostro mestiere per sviluppare sensibilità all’armonia (Foto © Isabella De Maddalena)

Progetti in atto e futuri?

Dopo un anno e mezzo di fermo (o quasi) la priorità ce l’ha la vendita dello spettacolo Motus In Terra, tanti professionisti hanno seguito questo lavoro: Valentina Rho aiuto regia, Sabrina Conte per i movimenti scenici, Maurizio Capisani luci e audio, Andrea Lambertucci Sound

engineering, Simona Cavalli per i costumi, Debora Mancini alla voce di una terremotata, Emanuele Cedrone e Patrizia Rossi per l’esecuzione del brano finale dello spettacolo “Ombra mai fu”: sono trascorsi 5 anni dal terremoto e quelle vicende non possono essere dimenticate.

Un nuovo progetto, appena avviato, è con la danzatrice Irene Maria Giorgi, dal titolo “Grado zero”: una performance in natura che indaga il rapporto tra l’uomo e la natura appunto…ne scoprirete presto gli sviluppi.

Nell’ultimo anno, nella mia vita, è nata Amleta www.amleta.org, APS il cui scopo è contrastare la disparità e la violenza di genere nel mondo dello spettacolo: siamo 28 socie fondatrici, seguiteci!!!! Tesseratevi!!!!

Lo faremo!

Articolo a cura di Sergio Scorzillo

Concorso Internazionale Pianistico Città di Acquaviva delle Fonti giunto alla sua quinta edizione

Non solo talent: Concorso Internazionale Pianistico
Non solo talent: Concorso Internazionale Pianistico Acquaviva delle fonti – Foto della terza edizione

Torna, dopo lo stop imposto dalla pandemia lo scorso anno, il “Concorso Internazionale Pianistico Città di Acquaviva delle Fonti”, giunto oramai alla sua quinta edizione. L’appuntamento, biennale, nasce nel 2012 quando fu istituito il “premio Giovanni Colafemmina”.

Voluto dall’associazione culturale che porta il suo nome, associazione che ha lo scopo di promuovere, sviluppare e potenziare attività di carattere culturale al fine di sollecitare e diffondere la cultura musicale a tutti i livelli.

Il premio ha come obiettivo principale quello di creare una maggiore diffusione della cultura musicale nelle scuole anche grazie alla collaborazione con l’opera educatrice di diversi organi scolastici.

Studio, ricerca, dibattiti, iniziative, formazione e aggiornamento culturale nei diversi settori della musica, del teatro, delle arti visive, della pittura e delle arti in genere sono al centro dell’attività dell’associazione di cui il concorso pianistico è la vera e propria punta di diamante.

La direzione artistica dell’associazione è affidata a Maurizio Matarrese, diplomato con il massimo dei voti e la lode al Conservatorio di Musica “Niccolò Piccini” di Bari sotto la guida di Marisa Somma che ha proseguito lo studio del pianoforte con Novin Afrouz, Paul Badura Skoda, Aldo Ciccolini e François-Joël Thiollier.

Non solo talent: Concorso Internazionale Pianistico
Concorso Internazionale Pianistico – Banner

Il Concorso è rivolto ai pianisti di ogni nazionalità nati dopo il 1986. Il concorso si svolgerà dall’8 al 12 settembre 2021 presso la Sala C. Colafemmina – Palazzo De Mari ed il Liceo Musicale “Don Lorenzo Milani” siti in Acquaviva delle Fonti (Bari) ed è diviso in due categorie:

il “Premio Giovanni Colafemmina”, rivolto ad artisti fino ai 35 anni

il Premio Giovani Pianisti rivolto, invece ad artisti fino a 21 anni.

Per entrambe le categorie la deadline per le iscrizioni è il prossimo 20 agosto.

Le iscrizioni sono possibili sul sito del concorso.

Il concorso prevede sia premi attraverso borse di studio sia la possibilità di esibizione dai parte dei vincitori di entrambe le categorie, come indicato sul sito.

Per ulteriori informazioni è possibile contattare direttamente l’organizzazione del concorso inviando una mail.

Nei giorni precedenti il concorso, il 4, 5 e 8 settembre, sono previsti concerti dei pianisti Madoka Fukami, Igor Andrev e Serena Valluzzi.

Concorso Internazionale Pianistico
Concorso Internazionale Pianistico – foto della quarta edizione

Nella serata del 12 settembre, giornata di chiusura del concorso in cui verranno proclamati i vincitori, verrà eseguita la prova finale con Orchestra Filarmonica Pugliese direttore il maestro Giovanni Minafra.

Articolo a cura di Roberto Greco

Invito al viaggio con Alessandro Giugni, il fotografo “umanista”

“La fotografia è per me un modo per capire le persone”

Vedere la musica: Alessandro Giugni la fine del cammino
Vedere la musica: Alessandro Giugni – la fine del cammino

Alessandro Giugni è un fotografo documentarista, con una storia personale intrigante e curiosa. Alessandro nasce a Milano nel ’94, in una famiglia che tutto si sarebbe aspettata da lui, fuorché questa passione per la fotografia. Giovanissimo e con dei ritmi di vita quotidiani, da vero “atleta” della vita, Alessandro da figlio unico, ha dribblato (letteralmente, vista la sua passione per il calcio) ogni aspettativa, dall’azienda del nonno, della quale ha ereditato le quote, allo studio avviato del padre e la carriera universitaria della mamma, scegliendo di dare un posto importante e irrinunciabile alla sua vera passione: la fotografia.

Considera questa forma d’arte, un mezzo per esprimere il suo sentire e raccontare il nostro tempo. Nel mese di ottobre 2019, Vittorio Sgarbi sceglie due sue fotografie per esporle a Recanati a Villa Colloredo Mels in occasione della mostra, ideata e curata dal noto critico, dal titolo Paesaggio Italiano L’infinito tra incanto e sfregio.

Un’attenzione da parte di Sgarbi che si conferma l’anno dopo, con un’altra fotografia di Giugni, esposta a Cortina d’Ampezzo al Museo d’arte Moderna Mario Rimoldi mostra, ideata e curata sempre dal critico, dal titolo: I Mille di Sgarbi. Lo stato dell’arte contemporanea in Italia. Nel febbraio 2021 viene pubblicato dall’Università degli Studi Milano-Bicocca il libro Esperienze di vita nei giorni del silenzio – La Bicocca al tempo del Coronavirus, edito da Nomos Edizioni. Dal 2021 collabora con La Critica, con una rubrica attinente al mondo della fotografia.

Il nostro breve, ma intenso, viaggio ha rivelato un uomo anagraficamente, davvero, molto giovane, dotato tuttavia, da una grande esperienza maturata in campi apparentemente molto distanti. Impegni lavorativi che lui riesce a connettere con entusiasmo e voglia di fare, dimostrando ai suoi, se ancora ce ne fosse bisogno, come la fotografia, sia per lui, ben più di un hobby, ma un talento che non può mettere da parte.

Alessandro parlami di te…

Sono nato a Milano nel ’94 e cresciuto sotto l’egida del nonno paterno che era un torrefattore storico. Ho passato la vita a studiare in torrefazione e ho imparato a tostare caffè a otto anni. Mi sono laureato in giurisprudenza cum laude, proprio nel periodo in cui ho perso i miei nonni, col rammarico che non abbiano potuto condividere con me quel momento. Ho ereditato le quote del nonno nella torrefazione e soprattutto la responsabilità di portare avanti l’attività di famiglia e la sua storia.

La passione per la fotografia è sempre stata grande, ma resa complicata da genitori più propensi a educare al dovere che al piacere. Il nonno che era degli anni ’30, rispetto a loro, ha sempre creduto maggiormente nella possibilità di coniugare inventiva e passione, col lavoro. Sono, per mia natura, molto inquadrato e ho sempre messo tanto impegno in qualunque attività dallo studio allo sport.

Mio nonno mi ha indirizzato, guidato e a soli undici anni mi ha abbonato a dodici quotidiani italiani ed esteri, che sono la mia prima occupazione, ogni mattina. Mi alzo alle cinque e dopo la lettura dei giornali, mi alleno e comincio a lavorare subito dopo. Sono impegnato a rilanciare in ambito internazionale la Torrefazione, vado in studio da mio padre e poi mi dedico alla fotografia.

Vedere la musica: Alessandro Giugni Spirale
Vedere la musica: Alessandro Giugni Spirale

Quale posto ha la fotografia nella tua vita?

È la mia passione, nata per scherzo a undici anni quando mio nonno, con i punti della Esso, mi regalò una videocamera. Non era granché, anzi proprio terribile, ma per me, fantastica. Di fatto mi si spalancò un mondo e, da quel momento, una passione smisurata che avrebbe cambiato la mia vita. Ho cominciato a comprare attrezzature fotografiche dove i più grandi vanno a rifornirsi del materiale, attirato da quel luogo dove i “maestri” s’incontrano.

Lì ho acquistato libri e tutto quello che mi serviva con l’abitudine, che mi appartiene, a studiare, leggere e approfondire. Sono stato folgorato in particolar modo, dai libri di Gianni Berengo Gardin. Lui con i suoi Manicomi, scoperchiò un vaso di Pandora che portò alla legge Basaglia e alla loro chiusura; questi mi colpirono, facendomi riflettere e comprendere quale fosse la mia direzione. Mi sono specializzato in reportage, perché sono di fondo un umanista e ritrarre l’uomo nel suo contesto, è quello che mi affascina di più.

Una passione che ben presto è diventata davvero importante. Che cosa è successo?

Nel 2018 ho mandato una mail all’ufficio stampa di Sgarbi, non avendo grandi aspettative. Invece fu colpito da una mia fotografia, che entrò a far parte della mostra, curata dallo stesso Sgarbi, a Recanati a Villa Colloredo Mels per il due centenario di Leopardi.

Un’attenzione da parte di Sgarbi che si conferma l’anno dopo, scegliendo un’altra fotografia che esposi a Cortina d’Ampezzo al Museo d’arte Moderna Mario Rimoldi in occasione della mostra, dal titolo: I Mille di Sgarbi. Lo stato dell’arte contemporanea in Italia.

A marzo 2020, in seguito al diffondersi del Coronavirus, ho realizzato un reportage fotografico, col quale ho sentito il bisogno di testimoniare come Milano stesse cambiando. Milano al tempo del Coronavirus. Una cattedrale nel deserto, è diventato un libro regalandomi davvero tante soddisfazioni.

Alessandro Giugni Walking colors
Vedere la musica: Alessandro Giugni Walking colors

Se dovessi definirti come fotografo cosa diresti di te?

Sono un autodidatta e senza sosta, ho continuato ad approfondire ogni aspetto di questa che ritengo essere una forma d’arte, dedicandovi tutto il mio tempo libero. Nel corso degli anni ho scattato quasi esclusivamente in bianco e nero, utilizzando sempre di più, la pellicola, che oggi prediligo in assoluto. Mi piace che ci voglia tempo per visualizzare lo scatto, adoro confrontarmi con la chimica, padroneggiare ogni fase del processo creativo, imparando a gestire anche lo sviluppo.

Tramite la pellicola, inoltre, è possibile costruire un archivio “materico”, impossibile da realizzare attraverso il mezzo digitale. Mi ritengo un umanista intimista: mi piace capire chi ho davanti e cogliere chi sei, la fotografia è per me un modo per capire le persone. Non mi piace parlare di me, preferisco che a parlarne sia quello che faccio. Parlo con tutti e fotografo chiunque, mi sono accorto che ho fotografato tanti e mi sono perso quelli che avevo vicino.

Oggi mi dico che sono un pirla, ho ricordi di tanti viaggi, tante cose, ma mi sono perso i miei cari. In poco tempo sono andati via entrambi i miei nonni e l’unica foto che ho fatto a mio nonno l’ho scattata a Lido di Romagna, col suo berretto e la sua sigaretta. Chi la vede dice è proprio il nonno, ma io ho il rammarico di aver fatto solo quella.

Vedere la musica: Quarantine shadows
Vedere la musica: Alessandro Giugni Quarantine shadows

Che tipo di viaggio sarebbe con la tua fotografia?

Un viaggio tra il metafisico, l’esoterico e l’umano. La pellicola può catturare molto di più che il solo involucro. Il piano fisico racchiude le tre dimensioni, fisico dell’anima e spirituale; un po’ come quando si parla di chiari scuri, c’è sempre una scala di grigi che è impercettibile: allo stesso modo nel ritrarre una persona, si entra in quello che per ogni essere è un mondo a sé, che va molto al di là di quello che è il solo aspetto fisico. Anche la fotografia architettonica, che sia una casa o una Chiesa, nasconde molto di più e qualcosa di metafisico, che al primo sguardo può sfuggire. Quindi mi piace pensare che sia un viaggio al di là delle apparenze, cercando di cogliere qualcosa di più che il solo aspetto esteriore.

Cosa ti piace fotografare?

Documento Chiese, Abbazie, ma soprattutto cerco sempre e comunque, le persone. Mi piace parlare con tutti e, scattare fotografie: è un modo per conservare ricordi, che nel tempo irrimediabilmente, andrebbero persi. La fotografia rappresenta per me una continua e irrinunciabile ricerca. Voglio poter raccontare il mio tempo, lasciare traccia raccontando l’uomo, senza nascondere di lui pregi o debolezze, ma con la crudezza del reportage.

Quando devi essere fotografato, come reagisci?

Cerco di evitare che succeda. Pensa che ho stampato un album di una vacanza per la mia fidanzata e riguardandolo, mi sono reso conto che sembrava che ci fosse andata sola. L’unica eccezione è scattarmi una fotografia, riflesso in uno specchio. Questo mi diverte.

Alessandro Giugni La danza non contagia
La danza non contagia

Qual è il tuo rapporto con la musica?

Non sono contemporaneo, ho imparato a suonare il pianoforte da solo, da una tastiera da bambini, per gioco fino al pianoforte a coda. Devo ammettere, però, di aver scattato a feste di paese, dove ho preferito la gente che ballava o ascoltava, a chi faceva musica. Non ho tempo, probabilmente, per ascoltarla.

Cosa chiedi alla fotografia?

La possibilità di raccontare il nostro tempo finché avrò la forza di sollevare la mia macchina. Anche se i miei genitori, quando sviluppo le mie fotografie, sono ancora increduli ed esordiscono con “Ancora con le tue fotine?”. La mia fortuna è che posso fare il fotografo senza l’obbligo di doverci pagare le bollette, ma con la “leggerezza” di un hobby. Ho trasformato una passione in un lavoro, con la libertà di scegliere cosa fare. Ho una solida base di tecnica, ma ho studiato altro. A novembre, sarò presente nel catalogo dell’Arte Moderna Num 57, quindi anche grazie all’incontro con Sgarbi e nonostante l’incredulità dei miei, ho raggiunto un obiettivo importante del quale vado davvero fiero.

Articolo a cura di Paola Ferro 

Roberta Faccani: Cuore e tecnica per lanciare un “Grido D’Amore”

“La voce va allenata proprio come fa un’atleta “

Dentro la canzone: Roberta Faccani un "Grido D'Amore"
Dentro la canzone: Roberta Faccani un “Grido D’Amore”

Una voce grintosa, potente, inconfondibile, rock, che ti avvolge come un abbraccio e al tempo stesso graffia la pelle con artigli ben affilati.

Roberta Faccani, “Mata” per i suoi   fans (pseudonimo utilizzato per il primo singolo), è un mix di tecnica e cuore. Diplomatasi al c.e.t. di Mogol come “Interprete di musica leggera”, ha collezionato molti premi prestigiosi (tra cui il secondo posto al Festival di Castrocaro nel ’90), ha collaborato con alcuni dei principali artisti della musica italiana, nutre una passione viscerale per il Musical e dirige un corso di formazione artistica per cantanti e performers.

Ma oltre ad una tecnica impeccabile e a corde vocali che le garantiscono una estensione non facilmente raggiungibile da chiunque, a caratterizzare Roberta ci sono anche l’amore per la musica e l’entusiasmo che riesce a trasmettere già semplicemente raccontandosi al telefono.

Da un così grande amore, nel 2005, nasce un brano che portato in gara a Sanremo (piazzandosi al terzo posto tra i gruppi) segna l’inizio dell’avventura con i Matia Bazar.

Quando sei diventata la cantante dei Matia Bazar?

Sono stata scelta nel 2004 quando c’era l’idea di stravolgere il l mondo musicale del gruppo indirizzandolo verso una scrittura più rock, per questo si orientarono su una voce con caratteristiche diverse da quelle sentite fino ad allora.

Quanto sei legata al brano “Grido d’amore”?

Moltissimo, con questa canzone sono andata a Sanremo ed è stata un‘esperienza stupenda, poi lo sento cantare molto spesso ancora oggi, segno che è rimasto nel cuore di molte persone, oltre che nel mio.

Ma quando si ha la necessità di gridare l’amore?

In pochi lo sanno, il testo è firmato da Cassano/Golzi ma quasi tutta la prima parte è scritta da me. Mi fu chiesto di scrivere qualcosa di istintivo, così uscirono le parole “Devi dirlo che mi ami, devi dirlo che mi vuoi, voglio credere in un bacio, dimmi ancora ancora noi”.

Perché proprio quelle parole?

Perché in quel momento non ero innamorata e a dire il vero da un po’ di tempo non nutrivo questo sentimento, così il mio, senza pensarci troppo su, fu un vero grido all’amore, rivolto cioè ad un personaggio che speravo si potesse palesare.

Il grido nasce dunque da una necessità?

Si, in questo brano non si sussurra ma si grida all’amore utilizzando una serie di imperativi “Devi dirlo che mi ami, devi dirlo che mi vuoi…”

Dentro la canzone: Roberta Faccani
Dentro la canzone: Roberta Faccani un “Grido D’Amore” “Devi dirlo che mi ami, devi dirlo che mi vuoi, voglio credere in un bacio, dimmi ancora ancora noi”

Come ti rapporti con l’amore?

Non sono una di facili innamoramenti, avendo una natura molto razionale. Difficilmente il mio cuore batte davvero per una persona, ma una parte di me in quel preciso momento voleva innamorarsi. Il brano nasce dunque non da una delusione (come spesso accade) bensì da un’assenza che diventa necessità.

Ti piace molto il teatro?

Io nasco come cantante ispirata dalla musica dei Genesis, Toto, Police, principalmente band rock anni ’80 che mi hanno molto influenzata nel senso ritmico, nella scrittura dei brani e nell’esposizione vocale ma parallelamente ho sempre fatto anche teatro.

Non a caso sono stata scoperta dal maestro Pavarotti durante i provini di un musical. Lui vide in me qualcosa e mi consigliò di continuare, affiancando alla strada discografica, anche quella teatrale.

Da quel momento sei stata protagonista di numerosi Musical…

“Pinocchio il grande musical”, “Romeo e Giulietta-Ama e cambia il mondo” e ancora “Alice nel paese delle meraviglie-Il Musical” dove interpreto la Regina di cuori che forse è il personaggio cui sono più legata perché il regista mi cucì su misura il ruolo facendomi diventare buffissima ed autoironica, cosa che io amo molto.

Un’altra esperienza da ricordare è stata la collaborazione con Renato Zero (con cui ho da subito stabilito una forte empatia) per il suo spettacolo “Zerovskij” portando in scena il doppio ruolo di Morte e Vita.

Roberta Faccani un "Grido D'Amore"
Difficilmente il mio cuore batte davvero per una persona, ma una parte di me in quel preciso momento voleva innamorarsi

Ci spieghi come riesci a realizzare i tuoi acuti?

Me lo chiedono in molti, tanto che ho creato il metodo “La fabbrica del cantante attore”. Si tratta di un’Accademia di canto e perfezionamento alla vocalità nel musical e nel pop in cui insegno come si canta nel Live, piuttosto che nello studio di registrazione e come si affrontano certi palchi.

Nel mio metodo ho voluto traslare la sperimentazione testata nella mia laringe e nella postura perché cantare non significa solo far vibrare le corde vocali. Ci sono muscoli che si allenano esattamente come fa un atleta, insomma insegno tutto ciò che è professionalità per calcare palchi anche di un certo spessore.

Progetti?

A settembre uscirà un nuovo singolo cui seguirà un album dove mi sono riscoperta in nuove sonorità sia di scrittura che vocali.

Del resto il bello è proprio questo, la vocalità non è mai una sola e non si finisce mai di scoprire.

Articolo a cura di Sara Chiarei 

Miraloop Records  si occupa, attraverso le quattro etichette discografiche, di quattro mondi musicali completamente distanti fra loro per generi e derivazioni

Etichette discografiche indipendenti: Miraloop Records Logo
Etichette discografiche indipendenti: Miraloop Records – Logo

La casa discografica Miraloop Records è formata da quattro etichette indipendenti: Hearts, Spades, Clubs e Diamonds.

Con queste quattro collane editoriali, ognuna con il suo catalogo e la sua storia, Miraloop propone e sviluppa tantissimi generi musicali.

Dopo esser stata la prima casa di produzione ad attuare questo modello, oggi Miraloop Records rimane un’eccezione tra le case discografiche indipendenti per il suo unire mondi così lontani in un’unica ricerca artistica, centrata su originalità e innovazione.

Ne abbiamo parlato con Gerolamo Sacco, co-founder della label assieme al fratello Niccolò.

Quando nasce Miraloop?

L’idea nasce intorno al 2007. Da diversi anni facevo il produttore per Media Records, la label che produceva Picotto, D’Agostino e altri ancora.

Durante il periodo della tesi di laurea ho percepito l’esigenza di studiare e mi sono iscritto al Conservatorio dove ho studiato composizione, un passo che mi ha traghettato dal mondo dell’elettronica indipendente alla musica cosiddetta più colta.

Durante la preparazione della tesi ho conosciuto Franco Battiato. Da questo incontro è nata la mia intenzione di rivedere il concetto di produzione musicale che mi aveva caratterizzato sino a quel momento e di affrontare diversi generi musicali.

Questa è la base della mia scelta che ha trovato una “casa” in Miraloop, una label che in effetti è quattro label contemporaneamente, ognuna con il suo carattere ma tutte animate da un unico spirito.

 Miraloop Records
Gerolamo Sacco, ideatore del progetto Miraloop

Quattro label? Come mai? Non ne bastava una?

Da sempre, quando l’uomo divide un intero, lo fa creando quattro parti di quell’unico insieme. Pensa alle carte da gioco ossia ai quattro semi, oppure ai quattro elementi acqua, terra, aria e fuoco e potrei continuare ancora.

È stata, di fondo, un’esigenza artistica ma nello stesso tempo anche un’esigenza professionale realizzata proprio per affrontare la musica a tutto tondo, senza limiti stilistici e di genere permettendoci così di affrontare la musica senza schemi limitativi.

Tornando ai semi delle carte, il loro significato va oltre la semplice rappresentazione iconografica da cui cuori ossia emozione, quadri ossia ricchezza, fiori ossia istinto e picche ossia intelletto.

Da questo punto di partenza abbiamo trovato le analogie con quelle che sono diventate poi le nostre quattro label. Sono così nate Hearts, Spades, Clubs e Diamonds.

Quando ho letto “La via dei tarocchi” di Jodorowsky e il suo modello d’interpretazione dei simboli ho trovato diverse analogie con il carattere musicale delle nostre quattro label.

In quel libro c’è una descrizione, relativa ad ogni figura simbolo, che sembra quello degli artisti che si occupano di ogni specifico mondo musicale

Dopo queste citazioni colte mi devi però dire da dove deriva Miraloop, il main name della label

Volevamo creare un’esperienza che rappresentasse, nel suo insieme, le due metà di un intero, ossia me e Niccolò mio fratello, le due figure complementari che hanno portato alla fondazione della label.

E ancora una volta la complementarità rappresentata da questo nome che, in effetti, è composto da due parti: Mira, ossia guardare e Loop, preso dalla musica elettronica.

Ancora un modo per rappresentare un dualismo che diventa unità e, quindi, unicità. Lo stesso square logo, che rappresenta una bambolina giapponese che però è rappresentata come una jolly, una parte bianca e una nera, come per lo Ying e lo Yang.

Miraloop Records square logo
Miraloop Records square logo

Quali sono i servizi che Miraloop offre ai suoi artisti?

Abbiamo iniziato lentamente, come era necessario all’inizio della nostra storia. Nel tempo abbiamo costruito un vero e proprio progetto all’interno del quale può lavorare chiunque.

A questo proposito abbiamo anche fatto scelte strategiche con questa filosofia come, per esempio, il lasciare la scelta editoriale agli artisti.

In effetti Miraloop può permettersi, oggi, di produrre nuovi artisti, spesso non ancora iscritti alla SIAE, ma anche artisti già in possesso di contratti editoriali, come è successo per il singolo di Andy dei Bluvertigo con Geo From Hell.

Oggi Miraloop è a tutti gli effetti una creative agency che è in grado di occuparsi a tutto tondo di un progetto discografico e realizzarlo al 100%.

Se serve ci possiamo occupare del progetto sin dalla fase di scrittura, sia del testo sia della parte musicale, per poi registrarlo, arrangiarlo, produrlo e metterlo sul mercato seguendo la promozione e la distribuzione.

Siamo sempre concentrati sul creare musica innovativa anche perché oggi non ha senso entrare nella bagarre delle visualizzazioni con le major per cui cerchiamo di caratterizzarci secondo questa filosofia.

Preferite lavorare su progetti embrionali, grezzi o su progetti già strutturati?

Oggi, troppo spesso gli artisti fanno sempre meno gli artisti e fanno spesso il lavoro che tradizionalmente sarebbe della label.

Preferiamo avere libertà nel creare e nello strutturare un brano perché riteniamo di avere una visione complessiva d’insieme superiore a quella che può avere il singolo artista.

L’ideale sarebbe avere un artista, già conosciuto e che ha già inciso diversi album, che ci propone di lavorare per lui a partire da una visione che lo rappresenti su cui applicare il nostro stile e la nostra filosofia musicale.

Etichette discografiche indipendenti: Niccolò Sacco, co-founder di Miraloop
Niccolò Sacco, co-founder di Miraloop

Dolenti note, com’è andata in questo anno e mezzo di pandemia?

Devo confessarti che le difficoltà sono state enormi e non parlo tanto di quella produttiva ed economica ma, soprattutto, di quella psicologica.

Certo che la pandemia ha dato “tempo” a molte persone di occuparsi dei propri sogni e quindi anche di creare progetti interessanti.

Dal punto di vista psicologico, invece, è stato devastante. Gestendo tante persone ci siamo resi conto che questo periodo ha lasciato dei segni indelebili, molti artisti si sono sentiti schiacciati da questo periodo, reazione di per sé positiva, ma molto spesso è stato difficile trasformare tutto ciò in buone idee sfrondate da un egocentrismo che, proprio in questo periodo, ha avuto picchi molto alti.

Al contrario, la mancanza dei live ha generato un sentimento di impotenza in molti artisti. Uno dei nostri compiti è anche quello di supportare i nostri artisti e, ripeto, in questo momento non è stato molto facile.

Possiamo parlare di punte di diamante nel vostro roster che, però, tiene conto delle quattro label?

Più che di punte di diamante, preferirei indicarti quattro release che rappresentano bene le quattro label. Ad esempio potrei citare “Link” di Junio per “Spades”, per “Clubs” ti cito Andy Fluon con Geo From Hell con il loro “Satisfied”, per “Diamonds” invece “Song on the water spirits” di Matteo Milani e per “Hearts”, invece, “Le strade” de Le Fragole.

Tutti i nostri artisti sono delle punte di diamante, aldilà della loro notorietà.

Miraloop Records Studio

Miraloop Records Studio

Nel progetto Miraloop la sperimentazione e l’innovazione sono aspetti importanti e frutto di scelte precise, in tutti i filoni che seguiamo.

Pensa ad esempio in “Spades” a tutto il filone dell’Ethnotronica, con Ethiopia Ringaracka e tutti gli altri, un mix di musica etnica di tutti i paesi del mondo e dub elettronico.

In “Hearts” sin da tempi non sospetti abbiamo combinato la musica pop italiana con l’elettronica, cosa su cui ora stiamo puntando tantissimo, e aggiungerei anche il fatto di unire la produzione di musica italiana con quella internazionale, per non parlare dei mondi sonori

di “Diamonds” a cui abbiamo dedicato due programmi sulla nostra web radio, Radio Miraloop, per esempio “Cinematica” e “Extreme Sleepers”, dove esploriamo i confini del sound design.

In “Clubs” con il remix di Atlantide di Sir Jane abbiamo prodotto quello che forse è il primo brano progressive house di sempre cantato in italiano.

Fate scouting? Avete producer che vi propongono artisti? Come vi possono contattare gli artisti che vi vogliono proporre la loro musica?

Abbiamo sempre puntato sul raccontare la nostra ricerca artistica andando a ricercare artisti per ogni specifico sound. Oggi, attorno a Miraloop, ci sono moltissimi artisti che ci chiedono di essere pubblicati, o anche semplicemente lavorati, da noi.

Nella fase iniziale, questa scelta è stata penalizzante ma, col tempo, si è dimostrata vincente. Purtroppo non abbiamo una vera e propria attività di scouting anche se ci piacerebbe molto trovare le persone adatta per farlo ma ci siamo resi conto che non è facile perché il rischio è distribuire false promesse e non è nel nostro stile.

Per l’invio dei brani, che preferiamo siano delle demo o addirittura un bel “voce e chitarra” come si faceva una volta abbiamo un mail che è info@miraloop.com. Nei limiti del possibile rispondiamo a tutti e chi non dovesse ricevere una risposta può tranquillamente riscriverci.

Articolo a cura di Roberto Greco

Federico Fresi, al Boston Ballet per ricoprire il ruolo di First Soloist. “Andare negli Stati Uniti era il mio sogno d’infanzia”

Federico Fresi: il sogno Americano
Federico Fresi Diana & Acteon (Foto © Jesus Vallinas)

Federico Fresi, ballerino solista del Teatro alla Scala, si racconta. Capacità straordinaria di elevazione e rapidità nei salti: danzatore pirotecnico che cattura l’attenzione del pubblico e colpisce lo sguardo. Nasce a Torino, si trasferisce con la famiglia a Minorca in Spagna. La madre è direttrice di una scuola di danza. È con lei che Federico a 13 anni inizia i suoi studi.

Federico raccontaci come sei approdato alla danza?

Quando ho iniziato l’ho fatto per gioco, ero curioso e volevo provare qualcosa di diverso, ballavo hip hop e mi piacevano le musiche di Michael Jackson, ma la mia vera passione a quei tempi era il calcio e mi allenavo per raggiungere risultati. Quando ho scoperto la danza classica, ho capito che quella era la mia strada e dopo un anno di studio intenso ho partecipato ad un concorso, nella giuria c’era Maria de Avila, grande maestra che dopo avermi visto danzare una variazione mi offrì una borsa di studio per entrare nella sua prestigiosa scuola di Saragozza. Lì è iniziata la mia vera formazione come ballerino.

Non sarà stato facile per te, che a quel punto avevi già 14 anni, raggiungere il livello dei tuoi compagni che avevano seguito un programma di studi mirato al professionismo.

Si non è stato facile, arrivando da un livello amatoriale mettermi al passo con chi già da anni studiava professionalmente. Ho dovuto bruciare le tappe, studiavo tutto il giorno senza mai risparmiarmi, ormai avevo focalizzato che volevo ballare e mettevo tutta l’energia per migliorare la mia tecnica. Regole, disciplina e nessuno sgarro, i sacrifici sono stati tanti, ma la passione non me li ha fatti percepire come tali, ero cosciente del fatto che quello era l’unico modo per raggiungere il mio obiettivo.

Federico Fresi al Boston Opera House in John Neumeier's Third Symphony of Gustav Mahler
Federico Fresi al Boston Opera House in John Neumeier’s Third Symphony of Gustav Mahler

Obiettivo che hai raggiunto ampiamente, infatti a 18 anni fai un’audizione per l’English National Ballet e sei immediatamente scritturato, poi tornato in Spagna entri nella prestigiosa Compañia de Ballet Clásico Arte 369.  Che ricordi hai di queste tue prime esperienze?

Un bellissimo ricordo, all’English National Ballet era tutto nuovo per me, finalmente mi trovavo a confrontarmi con il mondo professionale, e nella Compañia de Ballet Clásico Arte 369 nonostante la mia giovane età, ricoprivo ruoli da primo ballerino, il livello artistico cresceva ed insieme le responsabilità. Un prezioso bagaglio che nel 2008 mi è servito per entrare a far parte del Corpo di ballo del Teatro alla Scala.

Nel 2014 sei nominato Ballerino Solista. Come hai vissuto quel momento importante della tua carriera?

Si, c’è stato un concorso internazionale interno alla Scala per ricoprire il ruolo di solista, mi sono presentato con la variazione di Basilio del Don Chisciotte, perché è la mia preferita e anche perché mi aveva già portato fortuna all’audizione per entrare nel corpo di ballo, dopo qualche giorno ho ricevuto la lettera che mi annunciava che avevo vinto il concorso.

Una grande soddisfazione, un coronamento per la mia carriera.

Federico Fresi: Boston Ballet,
Federico Fresi nel ruolo di Basilio in Don Chisciotte con Antonella Albano-Teatro alla Scala-

Una splendida carriera internazionale, nel 2015, infatti, ad un anno dalla nomina di ballerino solista alla Scala, sei richiesto dal Boston Ballet per ricoprire il ruolo di First Soloist. Raccontaci di quest’esperienza.

Un’esperienza meravigliosa, andare negli Stati Uniti era il mio sogno d’infanzia, non avrei potuto desiderare di più. E’ vero, ero stato nominato da poco più di un anno Solista alla Scala ma quando si è presentata quest’occasione non ho potuto farmela sfuggire. E’ stato fondamentale l’appoggio dell’allora direttore del corpo di ballo Makhar Vaziev che avendo capito le mie esigenze e il mio bisogno di fare nuove esperienze anche se con grande dispiacere, mi ha dato il permesso di lasciare la Scala, gli sono ancora oggi grato per questa generosa scelta.

Chi è fra i tanti coreografi con cui hai lavorato il tuo preferito, quello nel cui  linguaggio  senti di poterti esprimere al meglio?

Una bella domanda a cui non è facile rispondere, sono molti i coreografi con i quali ho lavorato e che mi sono piaciuti, ti direi che ai primi posti  ci sono  Roland Petit e George Balanchine. Tra i contemporanei  il lavoro con il coreografo britannico Wayne Mc Gregor, per il quale ho danzato nel balletto  Woolf Works produzione Scaligera del 2019, mi ha affascinato ed arricchito molto come ballerino.

Federico Fresi nel ruolo del contadino in Giselle-Teatro alla Scala-
Federico Fresi nel ruolo del contadino in Giselle-Teatro alla Scala-

Un coreografo con il quale invece non hai ancora lavorato e ti piacerebbe farlo chi è?

Crystal Pite, una coreografa canadese, in questo momento è considerata la numero uno nel panorama della danza internazionale. Lavora  molto con l’Opera di Parigi e le sue coreografie sono richieste in tutte le più importanti compagnie. Spero che presto arrivi alla Scala, non vedo l’ora di lavorare con lei.

Se non avessi trovato nella danza la tua realizzazione in quale altra professione pensi che avresti potuto sentirti altrettanto appagato?

Sono un grande amante del calcio, prima di dedicarmi alla danza giocavo con grande passione ma il destino mi condotto su un’altra via, fare lo chef è un altro lavoro che mi sarebbe piaciuto, anche ora mi piace cucinare o meglio, mi piacerebbe perché alla fine il delivery è più comodo.

Federico Fresi ne Il figliol prodigo- Teatro alla Scala- cor. George Balanchine (Foto © Amisano_Brescia)
Federico Fresi ne Il figliol prodigo- Teatro alla Scala- cor. George Balanchine (Foto © Amisano_Brescia)

Che passioni coltivi nel poco tempo libero che hai?

Adoro il cinema, prima della pandemia andavo ogni weekend. Il mio film preferito è il Signore degli anelli, la videocassetta del film praticamente l’ho consumata a forza di rivederlo.

Immagino che non sia facile pensare a futuri progetti visto il periodo di limitazioni che stanno subendo i teatri a causa del Covid. Come vedi l’attuale situazione della danza in Italia?

È un  momento molto difficile, stiamo cercando di uscire da questa situazione creata dal  covid, pare si riesca a riemergere e poi si torna indietro con le limitazioni, so che tantissime scuole di danza hanno dovuto chiudere,  è un peccato. Prima della pandemia si era arrivati ad un punto in cui sembrava si fosse raggiunta una svolta, stava maturando una maggiore consapevolezza di cosa è la danza, e di quale meraviglioso mezzo d’espressione e di formazione fisica possa essere non solo per le femmine ma anche per  maschi. Mi auguro che tornado alla normalità queste conquiste così recenti non andranno perdute e la danza possa davvero tornare ad essere protagonista.

Federico Fresi nel ruolo dello zingaro in Don Chisciotte- Teatro alla Scala-
Federico Fresi nel ruolo dello zingaro in Don Chisciotte- Teatro alla Scala-

Quell’attimo prima di calcare il suolo del palcoscenico che cosa pensi?

Non sono uno scaramantico, non ho particolari rituali che seguo, ma per darmi la carica poco prima di entrare in scena mi metto le cuffie ed ascolto un pezzo rock preferibilmente degli AC/DC oppure dei Queen…Freddie è unico!

Articolo a cura di Mara Terzi 

Al via dal 19 al 25 luglio la terza edizione di “Porto Rubino” tra mare, musica e grandi ospiti

"Porto Rubino" Festival itinerante tra porti e grandi ospiti
Renzo Rubino ha ideato un Festival itinerante (di cui è direttore artistico) caratterizzato dalla presenza del mare, dei porti e di grandi ospiti scelti tra amici e colleghi dell’attuale panorama musicale.

Il legame tra musica e mare è sempre stato particolarmente stretto, tanto da perdere il conto delle canzoni ispirate a questo immenso gigante azzurro fatto di sogni e di gocce d’acqua.

Entrambi beni da tutelare dato che noi “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” per citare William Shakespeare, mentre l’acqua occupa ben il 71% del nostro pianeta.

Renzo Rubino ha ideato un Festival itinerante (di cui è direttore artistico) caratterizzato dalla presenza del mare, dei porti e di grandi ospiti scelti tra amici e colleghi dell’attuale panorama musicale.

Giunto quest’anno alla sua terza edizione, “Porto Rubino” dal 19 al 25 luglio toccherà alcune splendide località marittime rendendole ancora più magiche per una sera grazie ad un evento che cresce di anno in anno, destando sempre maggiore interesse su pubblico e stampa.

"Porto Rubino" Festival itinerante locandina
Porto Rubino 2021 – Locandina

Come è nato il progetto?

Questa è ufficialmente la terza edizione ma in realtà il progetto è nato già nel 2018. Era il periodo dei porti chiusi, si parlava molto di sostenibilità ed ho colto l’occasione di fare un mio Festival sul mare anche per capire se il sentimento diffuso fosse quello di apertura o chiusura rispetto ai porti.

Disponevi già allora di una barca per le esibizioni?

Si, ma era molto più piccola rispetto al veliero di 22 metri che abbiamo quest’anno e che sarà il palcoscenico di ogni tappa.

Quindi vi esibirete da lì?

Esatto. Ogni sera suoniamo a bordo del veliero posto al centro del porto e il pubblico assisterà allo spettacolo dalla banchina.

"Porto Rubino" Sky Arte
Lo scorso anno abbiamo realizzato un documentario poi trasmesso su Sky Arte che è stato anche selezionato per partecipare  alla XV edizione della Festa del Cinema di Roma

Siete riusciti a fare il Festival anche nel 2020?

In realtà non solo ci siamo riusciti ma abbiamo fatto un’edizione molto bella grazie a Giuliano Sangiorgi, Diodato ed altri amici che hanno voluto partecipare.

Oltretutto lo scorso anno abbiamo realizzato un documentario poi trasmesso su Sky Arte che è stato anche selezionato per partecipare  alla XV edizione della Festa del Cinema di Roma.

Quest’anno, nonostante le molte difficoltà dovute al Covid, sarà una super edizione anche perché si respira grande entusiasmo.

Nel momento in cui tutto si è sgretolato intorno alla musica “Porto Rubino” è diventato un approdo, una speranza cui potersi aggrappare.

Ci ricordi le tappe con relativi ospiti?

Il 19 luglio partiremo da Polignano a Mare (BA) con Vinicio Capossela e Micah P. Hinson. Il 21 luglio saremo a Castro Marina (LE) con Edoardo Bennato, Francesca Michielin e Fulminacci.

Il tour proseguirà quindi alla volta di Ostuni- Villanova (BR) con Michele Bravi e Roy Paci per raggiunger il 25 luglio il porto di Maruggio-Campomarino (TA) dove si esibiranno Mahmood, Francesco Bianconi, Giovanni Truppi, Margherita Vicario, Motta e Gino Castaldo.

Come si può notare si tratta di ospiti molto variegati tra loro proprio perché non ho voluto puntare su di un unico target o genere musicale.

"Porto Rubino" Festival itinerante
Ogni sera suoniamo a bordo del veliero posto al centro del porto e il pubblico assisterà allo spettacolo dalla banchina

Ovviamente protagonista delle quattro tappe sarai tu. Presenterai il nuovo singolo?

Certo, si intitola “Giocare” ed è il pezzo che anticipa l’album “Giocattoli Marevigliosi”. Giocare è un po’ il manifesto del mio nuovo lavoro e mi piace l’idea che possa diventare la colonna sonora di “Porto Rubino” anche perché il mare e la barca mi riportano a quando ero bambino e d’estate da Martina Franca dove vivevo, mi recavo in spiaggia o sul mar Ionio o sull’Adriatico.

Per i biglietti?

Si possono acquistare su VIVATICKET.

Articolo a cura di Sara Chiarei 

Le colonne sonore dei musical, un settore che mi appassiona e su cui mi piace essere aggiornato

Musica a Teatro: Tobia Rossi drammaturgo
Musica a Teatro: Tobia Rossi drammaturgo – Il “live” consente di creare un legame caldo e corposo tra attori e musica, impasta meglio tutti gli ingredienti

Incontro il drammaturgo Tobia Rossi dopo l’anteprima del suo monologo In Stato di Grazia, scritto su misura per Margó Volo, presentato al Factory 32 di Milano, uno dei teatri rimasti più attivi anche nelle contingenze recenti.

E ovviamente non gli chiedo dei suoi premi e dei suoi successi teatrali, perché voglio indagare come al solito sui rapporti degli artisti con la musica. Cosa che non si aspettava per nulla …

Hai studiato musica e/o canto? 

Non ho mai studiato sistematicamente la musica e le discipline ad essa collegate, se non a livello scolastico e con scarsi risultati: ho ricordi tragici e frustranti legati a me, in prima media, che non riesco a tappare i maledetti buchi del flauto Coki per farvi uscire della musica quando ci soffiavo dentro. Solo fischi.

Che musica ascolti abitualmente? 

Mentre vado a correre, in riproduzione casuale sul mio iPod, puoi trovare di tutto: da Shostakovic a Lady Gaga, da Bjork ai Radiohead, da Arvo Part alle Spice Girls, da Michael Nyman a Handel. E poi i Mùm, Belle and Sebastian, Luigi Tenco, Lucio Dalla, Umberto Bindi, Mia Martini.

E, forse più di ogni altra cosa, le colonne sonore dei musical: appena esce un nuovo show a Broadway o nel West End, recupero subito le canzoni, anche di quelli più off, è un settore che mi appassiona e su cui mi piace essere aggiornato.

Musica a Teatro: Tobia Rossi - Margò Volo
Mi piace l’idea di lasciare libera la regia di incarnare la storia secondo la sua sensibilità e visione, di declinarla secondo la propria estetica, il proprio sguardo

Quando scrivi un testo teatrale, o un monologo come “In stato di grazia” dai indicazioni precise sulle musiche che l’accompagnano o fai decidere al regista? 

Quasi mai. Credo sia qualcosa che attiene alla regia, alla dimensione “scenica” della storia, a cui non penso quando scrivo: metto pochissime didascalie, nessuna indicazione scenotecnica, illuminotecnica e neanche musicale.

Mi piace l’idea di lasciare libera la regia di incarnare la storia secondo la sua sensibilità e visione, di declinarla secondo la propria estetica, il proprio sguardo, attraverso i suoi strumenti, tra cui certamente anche l’uso della musica.

Musica a Teatro: Tobia Rossi drammaturgo

Questo per quanto riguarda me. In generale, credo dipenda: se la canzone o la musica ha un ruolo drammaturgico fondante è bene che sia indicata anche in modo preciso; in tanti testi teatrali questo accade, pensiamo all’orchestrina jazz di Un tram che si chiama desiderio o all’attenta selezione di canzoni che caratterizza il bellissimo Sweet Home Europa di Davide Carnevali.

Hai scritto o diretto spettacoli con musica dal vivo? 

Sì. Un piccolo musical che si intitola Stordita (piccolissimo! Ha un solo personaggio!), con le musiche di Simone Manfredini, che debutterà nella prossima stagione. Una performer (Ilaria Fioravanti) e un pianista che la accompagna per tutto lo spettacolo.

Il “live” consente di creare un legame caldo e corposo tra attori e musica, impasta meglio tutti gli ingredienti, che nel teatro musicale è fondamentale, chiaramente in questo caso è possibile in quanto si tratta di uno spettacolo “da camera”, per musical più grandi, più che altro in Italia, è molto complesso, anche per questioni di budget.

Ti piacerebbe scrivere o hai già scritto un’opera lirica o ti piacerebbe dirigerla? 

Sì, è successo. Nel 2016 ho avuto la fortuna di scrivere il libretto per l’opera lirica contemporanea Troposfera, musicata da Francesco Ciurlo e prodotta alla Biennale di Venezia, all’interno del progetto Biennale College.

Per me un vero e proprio salto nel buio, non conoscevo quel linguaggio, quelle forme e mi sono approcciato al lavoro con molta discrezione, un po’ di soggezione ma tanta curiosità.

Il risultato è stato soddisfacente: ci siamo divertiti un sacco e io ho scoperto un mondo. Per chi volesse dare un’occhiata, l’opera è per intero su YouTube!

Tobia Rossi drammaturgo
Musica a Teatro: Tobia Rossi drammaturgo più di ogni altra cosa mi piace ascoltare le colonne sonore dei musical: appena esce un nuovo show a Broadway o nel West End, recupero subito le canzoni, anche di quelli più off

Progetti presenti e futuri?

Nell’immediato, il 17 luglio torna Sono solo nella stanza accanto (produzione Eco di Fondo / Caterpillar) che ha avuto grande successo all’interno della rassegna Nuove Storie dell’Elfo Puccini e sarà presentato in una versione “leggera” al festival La prima stella della sera, organizzato da Atir. E, a fine mese, al Teatro Franco Parenti, Feroci, della compagnia Dogma Theatre Company, di cui ho curato al drammaturgia.

Per il resto, ho diversi progetti per il futuro, che spero davvero possano debuttare al più presto. Tanti testi di prosa e musical il cui debutto è saltato per la pandemia, che spero davvero possano vivere a partire dalla prossima stagione. E poi c’è il cinema: il primo lungometraggio da me co-sceneggiato è in fase di sviluppo. E io sono felice.

Grazie Tobia per la disponibilità…A presto quindi a Teatro e al Cinema!

Grazie a te

Articolo a cura di Sergio Scorzillo 

Sergio Cimmino: “amo ricercare Artisti interessanti”

On Air 361: Sergio Cimmino – giornalista, autore e speaker
On Air 361: Sergio Cimmino – giornalista, autore e speaker

“Luglio, col bene che ti voglio vedrai non finirà. Luglio m’ha fatto una promessa …” ma quale promessa? Quella di veder trionfare l’Italia agli europei? Mh no!
Mah si, la promessa di portarmi nella bella Napoli accarezzato dal sole e dal profumo di caffè per una chiacchierata con colui che conosce la musica a 360°: Sergio Cimmino.

Sergio piacere di conoscerti e grazie per aver accettato la mia intervista
Grazie a te Lorenzo. È un piacere. Parliamo di radio, di magazine o di tv?

Parliamo di Radio. E partiamo subito. Quando hai iniziato a masticare la musica?
Da giovanissimo. Ho sempre ascoltato tanta musica e poi all’incirca 12 anni fa ho provato a scrivere di musica e mi è piaciuto.

Ecco! Ma non ti è solo piaciuto, è anche piaciuto a noi lettori. Quindi tu non nasci in Radio?
Eh no. Io sono un giornalista che si occupa di musica, un giornalista radiofonico. Ho collaborato con molte testate online e web come freelance.

Ma piano piano siamo arrivati in Radio
Si. Anche in radio. E qui sono un redattore, autore ma anche conduttore, ti dirò.

Partiamo dal programma che ti vede anche come conduttore
Bisogna che io ti dica “Cotto & Ascoltato” su Radio Shamal (https://www.radioshamal.it/online/). Un programma che conduco insieme a Roberta Luppino, il mercoledì alle 19.00

Sergio Cimmino – giornalista, autore e speaker
Sergio Cimmino – giornalista, autore e speaker

Il titolo mi fa venire fame. Sbaglio?
Assolutamente no. È un programma in cui parliamo del mondo del food unito alla musica emergente, alla musica underground. Io ogni settimana scelgo una playlist di 10 pezzi che diventa protagonista della puntata.

Idea pazzesca. Mi piace tantissimo
Grazie Lorenzo. Crediamo molto in “Cotto & Ascoltato”. Pensa che negli ultimi 3 mesi abbiamo portato il format in TV con 3 puntate speciali trasmesse da alcune reti locali.

Ma c’è un altro programma radiofonico che ti ha visto protagonista dietro le quinte
“Rock This Way”
su Silvermusic Radio. Sono andate in onda 30 puntate che io ho curato come redattore e autore.

Il titolo è abbastanza chiaro ma te lo chiedo: di cosa trattava?
Della storia del Rock. Un programma condotto per 30 puntate da Fabrizio Grecchi che è stato affiancato per 29 puntate da Eleonora Manzoni.

Sergio ma tu preferisci più stare dietro le quinte o davanti al microfono?
Io amo la parte della scrittura. Amo creare per gli speaker.

E le tue creazioni spesso toccano sia il mondo del food ma anche l’impegno civile
Esatto Lorenzo. Collaboro, infatti, anche con Radio Siani che è la Radio della Legalità.

Complimenti davvero Sergio. Tornando alla musica, chi merita lo scettro di re dell’estate radiofonica 2021?
Io punto sempre sugli emergenti e quindi ti dico Iosonouncane che ha realizzato poco prima dell’estate l’album “Ira” e Carmine Tundo de La Municipal, ma anche Lorenzo Lepore e ancora …

On Air 361: Sergio Cimmino –
Sergio Cimmino e Carmine Tundo (Foto dal web)

Basta, basta (ridiamo). Giuro che li ascolterò tutti.

Ma non ti lascio andare fino a che non mi dedichi una MARKETTA. Perché dovremmo ascoltare i tuoi programmi?
Perché la musica che propongo non è frutto di lavoro mainstreaming. Io amo ricercare Artisti interessanti e alcuni programmi anticipano anche i programmi di radio nazionali. E poi Lorenzo, perché il mio percorso è fatto di passione.

Grazie, grazie, grazie Sergio! Per avermi arricchito con nuovi Artisti che finiranno nella mia playlist e per avermi reso partecipe della tua passione per qualche minuto hai condiviso con me.
Bevo un bicchiere di limoncello e poi scappo per nuovi viaggi. Tranquilli, bevo sempre responsabilmente pur non guidando.

Articolo a cura di Lorenzo Amatulli 

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