Il regista è come un direttore d’orchestra

Saverio Di Biagio: professione regista
Saverio Di Biagio regista

Saverio Di Biagio: il regista è come un direttore d’orchestra.

La musica è lo strumento che aiuta le immagini a trasmettere emozioni, a sottolineare momenti bui nei film drammatici o rafforzare delle scene per renderle “scene chiave”. La musica è dunque un racconto, non di forma visiva, ma bensì sonora. La colonna sonora non è solo un accompagnamento, ma diventa parte integrante del film stesso. Come un compositore deve dirigere la sua orchestra così anche il regista con la stessa grazia deve coordinare la grande macchina del cinema.  Queste due forme d’arte si accomunano per la loro sensibilità, perché a volte il regista riesce a cogliere e immortalare immagini che sono piene di sentimenti ed emozioni.

Per raccontare più nel profondo questo binomio vincente, ho incontrato un talentuoso e appassionato regista, Saverio Di Biagio. Da anni ormai impegnato nel mondo del cinema. È stato docente della Scuola d’Arte cinematografica G. M. Volontè. Inoltre con la sua opera prima “Qualche Nuvola” è stato in concorso alla 68th edizione del Festival di Venezia.

 

Come nasce la passione per questo mestiere?

Nasce da un percorso formativo. Negli anni ho provato a fare diversi studi come: architettura, lettere, scenografia e costumi. Prima di intraprendere questo lavoro, non capivo ancora bene quale forma espressiva mi intrigava di più. Poi nelle mie varie esperienze mi sono avvicinato al teatro come direttore di scena. Ho iniziato a lavorare in piccoli e medi spettacoli teatrali, fino ad arrivare a fare delle tournée più grandi, la così detta scala montagne, perché ogni giorno stavi in una città diversa, ero sempre in movimento.

 

Come sei passato dal teatro al cinema?

Tutto è partito da quando ho conosciuto un noto regista cinematografico, Gianfranco Mingozzi, al quale ero molto affezionato. Venne a vedere uno spettacolo dove io facevo il direttore di scena. Proprio in quel contesto, mi notò e mi disse che dovevo fare l’aiuto regista. Io rimasi sorpreso perché non sapevo neanche cosa facesse l’aiuto regista, e lui mi disse che ero un po’ come il prezzemolo, stavo bene dappertutto. Così mi propose di andare con lui su un set come aiuto regista, era il 1995.

Da lì ho iniziato a capire che il ruolo del regista era quello più affine con le mie capacità, perché combinava un po’ tutto quello che avevo studiato in precedenza.

 

Raccontami dei tuoi film. Come è stata anche a scelta e la creazione delle musiche?

Il mio primo lungometraggio è stato “Qualche nuvola” che ho scritto e diretto, è come un figlio per me.

Racconta un mondo che conosco bene, la periferia. Cosa vuol dire nascere in periferia, sognare di fare dei salti di classe in avanti e di essere insoddisfatti della propria estrazione sociale. Un film che fa ridere molto ma allo stesso tempo anche riflettere. Un film sentito e vero che abbiamo fatto con tanto amore.

Nel 2004, ho ricevuto la mansione speciale del Solinas nelle commedie. Dopo questa grandissima soddisfazione, ho avuto ancora più tenacia nel realizzarlo a tutti i costi. È  stata un’esperienza unica, e ringrazio anche il team con cui ho lavorato.

Per quanto riguarda il contesto musicale, ho avuto la gran fortuna di lavorare con il compositore Francesco Cerasi. Bravissimo e appassionato del suo mestiere. Con Francesco si era creata una sintonia perfetta, abbiamo parlato tanto di musica e di sentimenti. Sai, spesso dietro un’immagine ci sono emozioni scritte nell’acqua che le vede solo chi riesce a cogliere, e lui in questo è formidabile. È riuscito a supportare le immagini senza sovrastarle.

Il secondo film, “La ragazza dei miei sogni” invece è un urban fantasy. Le musiche le ha realizzate Alfonso Corace. Anche con lui è nato un bel rapporto e un ottimo scambio di idee. Tra i vari esperimenti è riuscito a rappresentare con la musica il racconto, proprio come me lo immaginavo.

Saverio Di Biagio: professione regista 1
Saverio Di Biagio regista

Ora su cosa stai lavorando?

Sto portando avanti vari progetti. Insieme a un gruppo di giovani professionisti del cinema abbiamo istituito una società, la Woterclock, con la quale stiamo realizzando molti lavori. Inoltre sono impegnato nella creazione del mio prossimo lungometraggio. Tratta un argomento molto attuale e crudo, ma ho trovato una chiave molto poetica per raccontarlo, ma non posso dirti di più!

 

Il lavoro del regista e quello del compositore per alcuni aspetti si accomunano molto. Secondo te quale può essere un elemento di congiunzione tra queste due arti?

Immagini e musica è una combinazione quasi sempre perfetta. La cosa interessante è che possono coesistere insieme ma anche separatamente. Ma quando si uniscono le immagini giuste con la giusta musica si crea un’alchimia unica, che regala emozioni indescrivibili allo spettatore. Sicuramente un punto d’unione è il sentimento che si cela dietro queste due forme d’arte, forse ancor meglio la chiave è l’amore.

 

Articolo a cura di Melissa Brucculeri

Stefano Giambanco professionista dell’arte della scenografia, lavora da ormai più di trent’anni su set di film, fiction e pubblicità.

 

La funzione scenografica ha un ruolo fondamentale nel racconto di una storia. Una location significa non solo la scelta del contesto del luogo, ma si riferisce anche al tempo. Tempo inteso come luogo storico, un passato recente o remoto, il presente o un’epoca futura come nel caso della fantascienza. La scenografia ha la potenza di impreziosire e cogliere la vera essenza di un racconto, come una bella cornice con un quadro.

Nella progettazione di una scena, la bravura dello scenografo sta anche nel manipolare lo spazio e gli oggetti che ha a sua disposizione.

Questa disciplina così ampia, fluida e versatile sposa bene con molte forme d’arte, come la musica ad esempio.

Il rapporto tra musica e scenografia spesso è complementare. Con la loro unione si creano emozioni e bellezza.

L’ambientazione colma il vuoto dove le parole non riescono ad arrivare, perché le parole non arredano lo spazio.

Nell’intraprendere questo viaggio nel mondo della scenografia ho avuto il piacere di essere accompagnata da Stefano Giambanco. Professionista dell’arte della scenografia, lavora da ormai più di trent’anni su set di film, fiction e pubblicità.

Stefano Giambanco, professione scenografo: le vibrazioni di uno spazio
Stefano Giambanco

Raccontami della tua professione. Come nasce la tua carriera da scenografo?

Totalmente per caso, perché non avendo potuto fare studi specifici, in quanto all’epoca mia fine anni 70 oltre all’Accademia delle Belle Arti non c’era una formazione in quest’ambito. Dopo essermi diplomato a 18 anni, mia madre non mi ha mandato all’artistico, io a quel punto ho detto e ora cosa mi invento?! Ho frequentato un liceo assurdo con un’impronta militare, dove finiti gli studi si poteva intraprendere la carriera nell’aeronautica militare. Ma non era proprio la scuola che faceva per me, infatti al secondo anno ho mollato.

E poi che è successo?

Ho deviato facendo il geometra. Mi hanno insegnato a costruire, ci stava molta pratica, infatti è stata la mia base di architettura, che mi è tornata molto utile. Sicuramente mi sarebbe piaciuto fare l’accademia delle belle arti ma ho comunque accumulato una parte tecnica molto specifica che ha fruttato nel tempo.

Non sapevo che volevo fare lo scenografo, io volevo fare l’artista, punto! Non avevo ancora le idee ben chiare.

Finiti gli studi, sono entrato per caso, in un giro di restauratori di opere d’arte, avevo 19 anni. Ho imparato il mestiere facendo molta gavetta sui ponteggi dove mettevo mani su affreschi di noti artisti che risalgono al 400’. Ho studiato sul campo, rubando con gli occhi. Ma con il passare del tempo avevo capito che ero portato per qualcosa di più dinamico.

Un giorno, una mia amica che all’epoca frequentava l’accademia d’arte drammatica, mi disse che un amico della madre, scenografo, cercava un’assistente per un film sugli antichi romani, e così mi presentai.  Rimasi folgorato da questo mestiere, e avevo capito che era il lavoro adatto a me. Mi sono lanciato senza una preparazione specifica, ma tutte le esperienze precedenti mi sono tornate utilissime.

Sei uno scenografo affermato che ha lavorato su tanti set di film e fiction, ma quale tra queste esperienze hai un ricordo anche legato alla musica?

Mi sono divertito molto sul set del film “Ogni lasciato è perso” con la regia di Piero Chiambretti. Un film assurdo, che ho amato anche da un punto di vista scenografico, dove ho dato sfogo alla creatività andando anche un po’ sopra le righe. Un racconto autobiografico di sè stesso, di quando è stato lasciato dalla sua fidanzata e lui era impazzito dal dolore.

Mi ricordo di quando facevamo i sopraluoghi. Giravamo io e lui in macchina alla ricerca delle location, mentre mi faceva da cicerone per Torino metteva sempre molta musica, essendone un grande amante. Poi ovviamente durante le riprese avevamo tutti bisogno di concentrazione quindi si cercava molto silenzio. È stata una grande esperienza.

E poi ovviamente un altro ricordo che mi ha lasciato il segno è stato sul set di “Radiofreccia” con Luciano Ligabue.

Raccontami di più di Radiofreccia. Com’è stato lavorare per un artista che veniva proprio dalla musica e non dal cinema?

Spettacolare. Pensa che prima del film non avevo mai sentito la musica di Luciano Ligabue. Ascoltavo i classici cantautori come De Gregori, ma Ligabue non l’avevo mai approfondito. Mi piaceva anche molto l’elettronica tedesca. Diciamo che avevo abbandonato la famosa chitarra dei campeggi.

In Radiofraccia ero il direttore artistico, quindi ho curato sia i costumi che la scenografia. Luciano è un personaggio incredibile, molto rocker. Mi sono affezionato perché ho passato quasi un anno insieme a lui, tra preparazione e riprese. È stato fichissimo anche entrare nel vivo nella sua vita. Un’esperienza anche a livello emotivo molto forte, incredibile! Si era creata un’atmosfera unica e indimenticabile.

Mi ricordo di quando giravamo, lui aveva prima le canzoni in testa e poi le scene. Infatti quando abbiamo letto il copione ci ha fatto sentire la colonna sonora che era già pronta.

Quando è finito ho pensato, un altro film cosi con quell’atmosfera e quell’energia di primo pelo con tutti non l’ho più provata. Ho vissuto bellissime esperienze in tantissimi altri lavori, ma così emozionante con un artista appunto che veniva dalla musica non l’ho più vissuta.

Tu suoni qualche strumento?

Si, da piccolo. Mi divertivo molto a suonare la chitarra nei campeggi, dove intrattenevo le comitive. Suonavo i classici: Battisti, De Gregori e Pino Daniele. Poi per un periodo ho iniziato a suonare anche le percussioni. Mi esibivo nei concerti del liceo, andavo a suonare al liceo artistico Giulio Romano di Roma.

Qual è secondo te un elemento essenziale per chi intraprende questo mestiere?

La cosa più importante nel mio lavoro, ma anche in tanti altri, è sicuramente la curiosità. Soprattutto per chi sceglie di prendere un percorso artistico e creativo come lo è anche nella musica. Questo credo che sia una componente fondamentale, non smettere mai di cercare e ricercare nuovi stimoli.

 

Articolo a cura di Melissa Brucculeri

Renata Ercoli stylist: come lanciare nuove tendenze

Moda e musica, un binomio in continua evoluzione che si fondono per lo stesso obiettivo.

Da una parte la musica con la sua creazione di pezzi unici che riescono ad emozionare il pubblico, dall’altra la moda, attraverso gli occhi di chi ammira.

Queste due arti hanno sempre dialogato tra di loro ed insieme riescono a dar vita a un viaggio nel quale il palcoscenico si trasforma in una combinazione tra performance e passerella.

Lo stile della Musica
Renata Ercoli con Donatella Rettore

Questa è una relazione che ha origini lontane, dalle provocazioni di Madonna, al ciuffo di Elvis e così tantissimi altri. Il look delle icone musicali ha sempre influenzato e lanciato nuove tendenze, grazie alla collaborazione tra cantanti e stilisti che contribuiscono al successo reciproco.

Per approfondire questo percorso, ho avuto il piacere farmi raccontare la meravigliosa carriera di una professionista dello stylist, Renata Ercoli. Nasce come stilista negli anni ‘90. Da sempre affascinata e stregata dal mondo del glamour e dalla musica. Infatti contemporaneamente si dedica all’immagine di tanti cantanti del nostro panorama nazionale.

Ha curato lo stylist di artisti, come Donatella Rettore, Alex Britti, Simone Cristicchi e tanti altri. Amante dell’arte e della creatività, una donna in continuo movimento e con tanti progetti. In autunno uscirà anche il suo primo libro intitolato “Pensione Sirtori”, dove racconta i meravigliosi anni ‘80 e ‘90 della moda.

Com’è nata la scelta di intraprendere la carriera da stylist?

Io nasco come stilista, poi nel 1999 mi sono dedicata a fare il mestiere della personal stylist.

 

Ho iniziato con Alex Britti a Sanremo e Allegra Lusini, quell’anno è stato il mio primo anno di festival e ne ho fatti tantissimi, per l’esattezza 13 festival, dove ho seguito tantissimi cantanti.

Il più celebre è stato l’anno di Daniele Silvestri con “Salirò”. A seguire nel 2006 con il look di Simone Cristicchi. Ne ho vestiti talmente tanti che a volte non me li ricordo neanche più.

Data la tua esperienza da costumista ti capita di creare abiti fatti da te oltre a utilizzare noti brand di abbigliamento?

Si certo, ad esempio per Andy dei Bluvertigo ho realizzato degli abiti e non mi sono servita di case di moda oltre a collaborare con molti sponsor, a volte realizzo capi personalizzati. Inoltre io e lui siamo carissimi amici, dal 2001 al 2004 l’ho seguito per la pittura, le ho fatto da agente, è un bravissimo pittore.

Anche per Simone Cristicchi, nel 2006 ho ideato appositamente per lui capi su misura, disegnati e prodotti da me.

Come ti sei avvicinata al mondo della musica, è stato un caso o l’hai cercata?

Ti dirò la verità! Io vivevo a Tenerife nel 1997, avevo un mio negozio di abbigliamento con una mia linea.

Sono dovuta ritornare in Italia per questioni familiari. Così ho iniziato a lavorare in una agenzia di moda, dove ho preso in mano il settore musica, perché a me la musica è sempre piaciuta.

Mio papà era tenore quindi ho vissuto sempre in quell’ambiente. Così ho deciso di fare un tipo di lavoro che in quel momento nessuno faceva, ovvero cercare degli sponsor di abbigliamento per i cantanti e diventare la loro personal stylist.

Il primo impatto è stato con Niccolò Fabi, con lui è stata molto breve ma ho capito subito che era il lavoro adatto a me.

Mentre, con Alex Britti ho lavorato insieme a lui per due festival di Sanremo, era il periodo della sua celebre canzone “Solo una volta”. Era il ‘99, e di quel Sanremo ho un ricordo pazzesco, le ragazzine lo rincorrevano non poteva andare da nessuna parte.

Renata Ercoli stylist: come lanciare nuove tendenze

Sei cresciuta con la musica grazie alla carriera di tuo padre da tenore. Anche tu hai un rapporto da vicino con questa meravigliosa arte, canti o suoni qualche strumento?

Purtroppo sono stonata da paura. Quando da bambina cercavo di cantare, perché mi piaceva da impazzire, capivo che non avevo grandi doti canore.

In compenso però ascoltavo tanta musica classica: da Verdi, a Puccini e Mozart, grazie a mio padre.

Da piccola ho anche avuto qualche esperienza anche come dj nelle piccole radio, mi sono divertita molto, ma io amo i cantautori.

Con quali altri cantanti hai lavorato?

Con Paolo Meneguzzi ho collaborato per sette anni. Ho seguito tutti i suoi Sanremo e i tour, che erano bellissimi perché all’epoca lui aveva anche il corpo di ballo, per questo cerano tanti cambi, visto che mi occupavo anche di tutto il cast.

Mi piaceva tantissimo, e ti dirò la verità, mi manca. Sai il tour ti tiene impegnata molto tempo, ma si ha una soddisfazione pazzesca.

Sono stati degli anni stupendi e ho un ottimo ricordo di Paolo, è stato uno degli artisti con il quale mi sono trovata in sintonia, è un ragazzo umile e semplice.

Raccontami invece del tuo rapporto con Donatella Rettore, so che oltre a lavorare da tanti anni insieme siete anche ottime amiche, giusto?

Sono la sua stylist da 20 anni. Abbiamo un legame stupendo, siamo come sorelle. Per lei ho una grande stima sia come artista che come persona.

Donatella è una forza della natura, se la vedi sul palco sembra che abbia ancora 20 anni, ha un’energia incredibile.

Riesce sempre a rompere gli schemi e a distinguersi con la sua originalità. Inoltre nel 2001, come direttrice artistica, ho realizzato un cd “tutti pazzi per Rettore” dedicato a lei, con i sui brani rivisitati da altri artisti italiani.

Lo stile della Musica 1
Daniele Azzena

Questo amore per la musica ti ha mai spinta ad avere anche altri progetti oltre al tuo lavoro da personal stylist?

Si assolutamente. Sta di fatto che oggi come oggi oltre a fare il mio lavoro faccio anche la manager.

Sto seguendo un ragazzo che si chiama Daniele Azzena, lo scorso anno ha partecipato ad X Factor.

Il 5 giugno è uscito il suo secondo singolo “Battiti”.

È un progetto a cui tengo tanto. Daniele ha una faccia che spacca, poi è ragazzo fantastico, equilibrato e ha un talento genuino.

Adesso stiamo lavorando sul pezzo, per poi puntare anche quest’anno a Sanremo. Gli arrangiamenti di “Battiti” sono di Francesco Arpino, anche lui ai tempi ha partecipato al Festival.

Francesco viene da una corrente molto inglese, infatti lui ha rifatto degli arrangiamenti di alcuni brani inediti di Jeff Buckley.

Io adoro stare in mezzo ai giovani e soprattutto in mezzo alla creatività. Vengono tante idee insieme quando si sta immersi nella musica. Per me stare ferma è la morte.

Quale è  l’icona alla quale ti ispiri o con la quale vorresti lavorare?

Fuori dall’Italia il mio mito è sempre stato Madonna. Se dovessi rinascere vorrei farlo come rocker ed essere Madonna.

Quanto è essenziale la musica per te e per il lavoro che fai?

Non potrei vivere neanche una giornata senza musica. Per me la musica è vita, gioia, arte è tutto.

Tenere una radio spenta è la morte. Mi dà tanta carica in tutto quello che faccio, anche per disegnare, infatti ho sempre della musica che mi accompagna.

Senza musica non è vita, alzarsi la mattina con una musica gioiosa ti dà un’altra visione delle cose.

 

Articolo a cura di Melissa Brucculeri 

 

 

“Ballo Ballo” è il titolo del brano che la Ovieni rimette in pista con arrangiamenti nuovi e un sound strepitoso

Esce "Ballo Ballo" di Barbara Francesca Ovieni 4

La celebre hit portata al successo nel 1982 da Raffaella Carrà, rivisitata nel sound, negli arrangiamenti, pronta a diventare anche una hit dei giorni nostri.

L’estate che balla, la possiamo definire. Una bella stagione ricca di novità, nonostante il periodo di emergenza Covid, segno di un Paese che è tornato a vivere.

Ecco perché Barbara Francesca Ovieni, conduttrice televisiva, volto popolare dei social, un’esplosione di sensualità e di talento, sta cominciando a spopolare su tutte le più importanti piattaforme musicali.

Ballo Ballo rimesso in pista da Barbara Francesca Ovieni

Da Spotyfy ad Amazon, da ITunes a Google Music, da Nokia Music Store a Orange Sfr, e tante altre.

“Ballo Ballo” è il titolo del brano che la Ovieni rimette in pista con arrangiamenti nuovi e un sound strepitoso, a esattamente 38 anni da quel 1982 in cui Raffaella Carrà la fece diventare una vera icona della musica italiana.

Esce "Ballo Ballo" di Barbara Francesca Ovieni 2

È nato tutto come un gioco, si trattava all’inizio solo di puro divertimento visto che Barbara, al di là della sua avvenenza e del suo puntiglio professionale, è anche una donna capace di sorridere di sè stessa.

Nessuno, a cominciare da lei, avrebbe pensato invece che questa nuova versione di “Ballo Ballo” sarebbe diventata un vero e proprio progetto musicale.

È successo tutto in una notte, durante una telefonata con i suoi amici Dj Roberto Onofri e Paolo D’Amico (con cui la Ovieni sta lavorando anche su diverse iniziative che riguardano il piccolo schermo);

da quel momento tutto ha preso una dimensione reale, anche grazie alla Casa Discografica JB Production di Giuliano Di Benedetto e alla Sala di Incisione Rover Studio di Bruno Milioni e Angelo De Luca.

Ballo Ballo rimesso in pista da Barbara Francesca Ovieni

Esce "Ballo Ballo" di Barbara Francesca Ovieni 3

È stato realizzato il videoclip del “Ballo Ballo” di Barbara Francesca Ovieni, girato tra ville lussureggianti, yacht, Ferrari Testa Rossa, tra località come Alassio e Santa Margherita Ligure, in Liguria, anche per sfatare un po’ il clima decisamente rattristato dalla Pandemia.

Sarà visibile a breve su diversi canali, a cominciare da YouTube. Gli abiti di scena indossati sono di MTSZ.

Insomma grazie alla Ovieni e al team di lavoro che la supporta, cominceremo a ballare spensierati, al ritmo di un hit d’altri tempi destinata a divenire una hit dei giorni nostri,

in questa estate un po’ particolare ma che mantiene lo stesso alta la voglia di divertirsi degli italiani. E con “Ballo Ballo” anni 2020 il divertimento è assicurato.

 

L’immagine della voce: Lorena Leonardis Professione Truccatrice

Per un cantante è fondamentale metterci tutto il cuore e la passione nella sua musica. Ma anche l’immagine e lo stile hanno importanza. Le gesta musicali dei cantanti ispirano e alimentano la creatività dei loro fan.

Curare la propria immagine aiuta a catturare l’attenzione di chi li ascolta e questo contribuisce a una stretta e forte connessione evocativa tra l’artista, la sua musica e i temi dei suoi testi.

Prendiamo gli anni’ 70, furono caratterizzati dal gusto hippie, con poco trucco e capelli protagonisti, negli anni 80 ci fu l’avvento della musica disco dance, cominciano texture brillantini e vistose.

Durante gli anni’90 e 2000, invece, gusti estremi e misture di stili si amalgamano e si poteva passare da un trucco più o meno marcato sino ad arrivare al make-up dark.

Il trucco c'è! Professione truccatrice
Eros Ramazzotti e Nicole Scherzinger

La bellezza sta anche nella capacità di inventarsi e trasformarsi, e questo avviene non solo nella composizione di un brano ma anche dall’immagine che si sceglie attraverso l’abbigliamento, ma anche con l’utilizzo di make-up e cura dei capelli.

Ho avuto il piacere di conoscere una nota professionista del make-up artist, Lorena Leonardis. Da sempre appassionata del mondo della moda e dello spettacolo, ma non solo, ha lavorato con molti artisti del nostro panorama musicale, approdando anche dietro le quinte del palco del festival di Sanremo.

Com’è il tuo rapporto con la musica?
Io non sono legata ad un cantante o un genere in particolare. Ascolto musica di tutti i tipi e di tutte le categorie. L’importante è che mi colpisca e che mi piaccia, poi ovviamente ci sono i miei cult come Claudio Baglioni, Vasco Rossi ed Elisa.

Ho visto dai tuoi lavori che sei stata più volte a Sanremo. Raccontami, che esperienza è stata?
Sono andata molte volte. Ho seguito Claudio Baglioni quando ha presentato il primo anno. Il secondo anno dove conduceva sempre Baglioni ho truccato Virginia Raffaele, un’artista completa oltre che una meraviglia di donna e amica. Per finire quest’anno sono andata solo per una sera per preparare Biagio Antonacci.

Si può dire che ormai sei di casa?
Sì, mi diverte. C’è un’energia meravigliosa, pur essendo giorni molto stressanti dove dormi poco o a volte non dormi proprio, stai sempre in movimento, tra interviste dei cantanti, conferenze ed esibizioni è un continuo movimento ma è sempre un contesto eccitante.

Pieno di bella gente, incontri colleghi e professionisti del mondo della musica e di tanti altri settori, si fa amicizia. Ma sei sempre concentrato su quello che devi fare. Durante quei giorni è tutto molto veloce, sembra di stare in un frullatore, è una frenesia ma che ti dà una bella carica.

Anche quando torni a casa nonostante la stanchezza hai tanta di quella adrenalina in corpo che la fatica di quei giorni svanisce.

Perché Sanremo è Sanremo, giusto?
Lo puoi dire forte! Magari all’inizio pensi, oddio non dormirò, è molto stressante, ma il pensiero di non andare mi mette quella sensazione di malinconia di tutta quella meravigliosa atmosfera, che ti fa pensare che vale la pena andare sempre e comunque.

D’altronde si parla di musica, e la musica lascia sempre tanto dentro ognuno di noi.

Oltre a Sanremo hai avuto anche altre esperienze in ambito musicale?
Ho lavorato al Wind Music Festival Awards, dove anche qui mi sono divertita molto. il Coca Cola Summer Festival, dove ho preparato Eros Ramazzotti e Nicole Scherzinger.

Biagio Antonacci l’ho truccato per diverse cose, oltre a dei videoclip l’ho preparato in occasione di un suo meraviglioso concerto al Colosseo nel 2011.

Quindi diciamo che sei entrata a pieno in nel mondo musicale?
Sì, esatto. Avendo molti contatti con varie case discografiche mi capita spesso di seguire diversi cantanti. Non è sempre facile entrare in questo mondo.

Molti artisti li ho conosciuti su set di shooting fotografici e poi li ho seguiti in altri eventi. Così è stato con Claudio Baglioni. Ci conosciamo dal 2001. Abbiamo iniziato proprio con dei servizi fotografici.

Quando mi hanno contattata per prepararlo per il suo primo debutto da conduttore a Sanremo ero emozionatissima e onorata di lavorare con lui.

Hai avuto l’immensa fortuna di lavorare con una delle tue icone musicali, Claudio Baglioni. Com’è stato il primo incontro?
Claudio non me lo deve toccare nessuno! E’ stata un’emozione fortissima la prima volta, anche se ero molto trattenuta, perché devi sempre mantenere la professionalità.

Il trucco c'è! Professione truccatrice 1
Lola Ponce credit Gianni Brucculeri

Ma dentro ero piena di euforia. Lui oltre ad essere un grande artista è una persona stupenda, ti fa piacere stargli vicino e affiancarlo in tutto ciò che fa, emana una grande vivacità e dolcezza, proprio come la sua musica.

Oltre al nostro panorama di artisti italiani ti è mai capitato di truccare cantanti stranieri?
Sì, una delle prime è stata Lola Ponce. Lei è un artista a tutto tondo, è cantante e attrice. Nel 2008 ha partecipato a Sanremo insieme Giò di Tonno con la canzone “Colpo di Fulmine” scritta da Gianna Nannini, dove vinsero.

E’ stata una delle prime cantanti straniere a vincere al Festival di Sanremo. Ci siamo conosciute appena è arrivata in Italia e ho lavorato per il suo primo book fotografico.

Un’altra è stata Natalie Imbruglia. Lei l’ho conosciuta in un servizio fotografico tre anni fa, per la copertina della rivista Grazia.

La adoro, mi è sempre piaciuta tantissimo, ancora prima che iniziassi il mio percorso di truccatrice. La vedevo nei video clip e mi piaceva il suo stile, oltre alla sua musica, ovviamente.

Ho lavorato anche al concerto di Natale del Vaticano, dove ho truccato molti cantanti internazionali tra cui Terence Trent D’Arby, un grande professionista.

Quindi si può dire che con alcuni di loro oltre ad aver creato un bel legame professionale hai stretto anche un’amicizia?
Assolutamente. Con Lola Ponce a distanza di 18 anni ancora ci vediamo e sentiamo nonostante le distanze. Lei vive in America e io a Roma.

Nonostante si sia trasferita all’estero siamo sempre in contatto. E quando viene a Roma stiamo sempre insieme. Condividiamo tantissimo insieme, buttiamo giù sempre nuovi progetti e facciamo sempre cose nuove.

Con lei mi diverto molto con il trucco, perché è un’appassionata e le piace sempre sperimentare. Durante il lockdown abbiamo fatto anche delle dirette insieme.

Ci sono molto legata. Ma anche con altri artisti si è creato un bel rapporto non solo professionale ma anche umano, per me anche questa è una grande soddisfazione.

Nonostante la tua vasta esperienza nel mondo della musica, c’è qualcuno che non hai mai truccato e che ti farebbe piacere seguire?
Nina Zilli, la trovo molto figa. Per me, seguire lei sarebbe bellissimo. Trovo il suo stile molto particolare, secondo me si farebbe fare dei look originali, fuori dal comune diciamo. E poi adoro le sue canzoni.

Un’altra artista tra le big è Iva Zanicchi. L’ho conosciuta durante un concerto mentre truccavo una cantante lirica. È stata così accogliente e carina che se la dovessi rincontrare l’abbraccerei subito. Grande artista, bella dentro e fuori.

Elodie è un’altra artista con cui che mi piacerebbe lavorare nel tempo e seguirla nei suoi tour. Poi devo dire che come loro mi scelgono lo faccio anche io, mi baso molto sull’empatia.

Si avverte subito se ci sta un bello scambio di energie. Si capisce anche attraverso ciò che fanno, la musica rispecchia molto la personalità, d’altronde mettono tutto di loro in un pezzo.

Invece mentre trucchi ti capita mai di mettere della musica?
Certo, ma dipende anche dal contesto. Durante gli shooting fotografici ci sta sempre un sottofondo con della musica, per creare atmosfera. Per i cantanti invece è diverso.

Specie se li segui nei concerti, perché hanno bisogno del loro tempo per scaldare la voce e rimanere concentrati prima di una performance.

Secondo te quale potrebbe essere una connessione che unisce la musica e all’immagine che ogni artista sceglie e che grazie al tuo lavoro lo rendi possibile?
Il legame più forte è che sono entrambe due forme d’arte. Saper riconoscere uno stile da dare a ogni artista è molto importante. Soprattutto per le donne. Anche se fino ad ora ho lavorato più con gli uomini.

Il legame è riuscire a cogliere l’anima di ogni artista e creare sempre qualcosa di nuovo. La più grande soddisfazione per me è far sentire il cantante a suo agio per come lo sistemi attraverso trucco e capelli, cercare di farlo sembrare il più naturale possibile, senza troppe forzature.

 

Articolo a cura di Melissa Brucculeri 

 

Quando la musica aiuta a raccontate quello che spesso non si può dire a parole.

Intervista a Marco Raspanti (sceneggiatore) 

Marco Raspanti: musica e scrittura, una coppia vincente
Marco Raspanti – sceneggiatore

“La musica aiuta a raccontare quello che spesso non si può dire a parole. Riesce a tirare fuori emozioni indescrivibili”

Una perfetta chimica si fonde tra la musica e scrittura. Non solo perché spesso i brani musicali sono accompagnati da un testo. Ma anche quando nascono singolarmente, nel momento in cui si incontrano creano qualcosa di sensazionale, al punto che l’una non può fare a meno dell’altra, come in una perfetta storia d’amore.

Quando si scrive, d’altronde, si pesca nel nostro profondo, in quello che ci piace pensare e dalla nostra essenza e così vale anche nella musica. Attraverso uno strumento o grazie alla propria voce si dà sfogo a una parte di noi.

Ma come in tutte le relazioni non è mai così facile raccontarlo. Ho voluto approfondire questo rapporto insieme a un giovane scrittore e sceneggiatore. Marco Raspanti, uno dei componenti del collettivo Grams. Sono Conosciuti per “Baby”. Una delle prime serie italiane prodotta da Netflix e che ha spopolato sulla nota piattaforma americana.

Ciao Marco, raccontaci di questa avventura.

Com’è nato il collettivo?

A farci incontrare è stata una serie di coincidenze. Tutto è iniziato quando ho conosciuto Antonio e Re alla Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volonté. Loro due avevano già in mente di formare un collettivo di giovani autori con l’intento di portare della buona scrittura in Italia. Così, dopo qualche anno in cui ognuno di noi ha avuto varie esperienze lavorative e abbiamo conosciuto anche Eleonora e Giacomo. Eleonora l’ho vista la prima volta a un corso di sceneggiatura. Di Giacomo invece ne avevo sentito parlare per via del suo libro e quando ci siamo visti tutti insieme è nata subito una bella sintonia. Ci siamo uniti e abbiamo fatto nascere Grams.

Quindi si può dire che la vostra formazione è stata come quella di una band musicale?

Diciamo di sì. Come in tutti i gruppi musicali, ognuno ha il suo strumento che rappresenta il suo punto di forza e lo rispecchia. Sai, nella scrittura come nella musica ci sono infiniti linguaggi che si fondono e si trasformano in emozioni che ciascuno di noi vive. Poi grazie alla sinergia di più persone tutto questo ha una maggiore intensità.

Correggimi se sbaglio, ho letto anche che ognuno di voi ha in qualche modo un legame con la musica. Il tuo qual è?

No, non ti sbagli. Durante il periodo del liceo ho iniziato a suonare la batteria, avevo messo su anche una band insieme ai miei amici. Le nostre prime esibizioni sono state nei concerti di fine anno della scuola, sino ad arrivare a suonare in qualche localetto romano, ci divertivamo molto. Anche se la maggior parte delle volte il nostro pubblico era formato da amici e parenti era sempre una grande emozione per me. E poi Anche i Grams hanno suonato insieme!

E com’è stato?

Una ficata. Me lo ricordo come se fosse ieri. Il 25 luglio di tre anni fa ho organizzato un compleanno a sorpresa. Lei non mi ha sentito suonare spesso, così ho pensato potesse essere una parte della sorpresa una nostra performance. La cosa divertente è che la location era su una terrazza condominiale, quindi oltre ad avere il nostro pubblico di amici avevamo i vicini affacciati alle finestre, un po’ come i Beatles. Sai siamo fortunati, perché oltre a lavorare insieme abbiamo anche un bel rapporto d’amicizia.

Marco Raspanti: musica e scrittura, una coppia vincente 1
Marco Raspanti – sceneggiatore

Quanto è importante per te la musica nella scrittura?

Direi fondamentale, soprattutto in alcune scene.  Mi viene in mente in Baby, quando Chiara e Damiano vorrebbero scriversi ma non lo fanno. Per sottolineare la sensazione di malessere dei personaggi, abbiamo deciso di inserire un montaggio musicale per creare una perfetta intimità. La musica è un linguaggio non verbale molto potente, aiuta a scandire le emozioni dentro un racconto e ad allacciare i pensieri dei personaggi.

 C’è un brano di Baby a cui sei particolarmente affezionato?

Si. Dark Side di Bishop Briggs. È stata inserita in una scena molto significativa del racconto, quando Chiara viene spinta in acqua dalla sua rivale. Quando è ancora sott’acqua e ha paura di riemergere parte il brano musicale. È così che nasce Emma, il suo alter ego. Emerge così il suo lato oscuro e quando esce dalla piscina ormai è una persona nuova. L’acqua simboleggia una rinascita, un cambiamento profondo e irreversibile e abbinata a questo brano è stato di grande impatto. Incredibile, è proprio così che ce lo eravamo immaginato!

Nella scelta delle musiche come vi siete comportati. Avete dato voi alcuni spunti?

Un’indicazione la diamo sempre quando scriviamo. Ovviamente poi sta anche al regista scegliere. Nel caso di Baby, insieme ad Andrea De Sica, è stato bello vedere come sia riuscito ad afferrare a pieno la vera essenza del racconto anche attraverso la scelta musicale, per noi questo ha significato molto. Inoltre, grazie a Yakamoto Kotzuga che è l’artista che ha ideato le colonne sonore, è riuscito a cogliere in pieno tutte le sfaccettature e le atmosfere. La sua musica ha portato un valore aggiunto non indifferente a tutta la serie.

È magnifico quando ci si capisce così un po’ come Morricone e Leone per citare due grandi maestri.
Siamo stati fortunati ad aver lavorato con persone che hanno una grande sensibilità artistica. Ognuno ha messo il proprio per rappresentare al meglio.

Nonostante la tua giovane età, com’è stato entrare nel mondo di questa nuova generazione di teenager?

Eccitante, ma non ti nego che non è stato sempre facile. Si, nonostante la mia giovane età, ogni generazione è a sé. Abbiamo fatto un grande lavoro di ricerca. Io ovviamente da adolescente ascoltavo un genere diverso come i Blink 182 e i Muse, ora va molto trap. Però mi sono sorpreso di vedere come ho rivalutato gruppi come la Dark Polo Gang. Infatti abbiamo utilizzato un loro pezzo “Splash” nella serie. Nella scena in cui Brando e Nicolo nel cuore della notte compiono la bravata di spruzzare il liquido di un estintore contro delle prostitute. Questo senso di squallore e ribellione di una noia dettata dalla routine si amplifica grazie al pezzo musicale.

Gli artisti trap tendono sempre a raccontare un’ostentazione di una ricchezza, per suscitare e tirare fuori sempre nuove sensazioni. Credo che oggi i giovani, oltre al desiderio di realizzare bella musica, sono concentrati molto sul testo e la composizione delle parole, proprio come faccio io. Cambiano i modi e le strutture, ma i fini sono sempre gli stessi, raccontare e creare sempre suggestioni e nuovi stimoli.

Articolo a cura di Melissa Brucculeri

L’originale stile autoriale di Carola Blondelli

Gli occhi della musica
Foto di Carola Blondelli

Quando parliamo di musica è difficile non pensare ad un filo conduttore che la lega ad altre forme d’arte. La musica è libertà, ma è anche una grande fonte di ispirazione per molti artisti.

Prendiamo ad esempio la fotografia. Spesso ad un brano musicale vengono associate delle immagini. Queste due espressioni creative formano un’alchimia molto potente. La fotografia è muta, la musica è cieca, ma quando si incontrano creano qualcosa di speciale, si compensano.

Per approfondire il rapporto tra queste due arti ho avuto il piacere di intervistare Carola Blondelli. Giovane fotografa romana, classe 91. Lei definisce il suo stile fotografico autoriale e preferisce presentarsi in un modo informale, perché sono più importanti le emozioni dietro un’immagine che la tecnica dei suoi scatti. Ho voluto approfondire il suo rapporto con la musica legato al suo lavoro.

Ciao Carola, raccontami del tuo rapporto con la musica.
Sicuramente ha un ruolo importante nella mia vita. In particolare quando sono felice, mi dà una carica di adrenalina molto potente. Inoltre è grandissima fonte di creatività per il mio lavoro. Quando mi trovo immersa nei miei processi creativi la musica è fondamentale. Non ne posso fare a meno. Ultimamente ascolto molto i Mistery Jack, mi danno una grande fonte di ispirazione.

Gli occhi della musica 1
Foto di Carola Blondelli

Quando scatti le tue foto ti capita spesso di usare un sottofondo musicale?
Certo, sempre! Mi aiuta ad immergermi completamente in quello che faccio. Inoltre, spezza la tensione anche al soggetto che sto fotografando. Grazie alla musica si crea più complicità tra me e chi si fa ritrarre. Spesso capita anche che si inizia a ballare. La musica dà movimento alle mie immagini.

Ammirando le tue foto ho notato che i soggetti che ritrai sono per la maggior parte delle donne. Qual è una delle figure femminile nel mondo della musica che preferisci?
Skye
, la cantante dei Morcheeba. La trovo piena di personalità, la musica che fa secondo me la rispecchia molto. Anche Elisa, oltre ad essere una grande e trovare i sui testi molto poetici ha particolarità molto interessanti. Ho sempre trovato molto stimolante la figura femminile, ogni donna ha un’energia e un mistero speciale che riesce a trasmettere con il proprio corpo.

Nei tuoi vari progetti fotografici ho visto che hai anche scattato delle foto in un concerto, che esperienza è stata?
Sì, ho avuto l’occasione di fotografare un concerto dei Joe Victor, un emergente gruppo italiano. Anche se il mio stile fotografico è più autoriale, devo dire che è stato magnifico. Mi sono divertita molto a scattare quelle foto. Ciò che mi ha entusiasmato è vedere i volti in platea. Il pubblico in viso era pieno di emozioni che si fondevano con quelle della band. Si era creata una particolare sinergia.

Se avessi l’occasione di scattare delle foto ad un artista musicale, chi sceglieresti?
Sicuramente i Led Zeppelin, anche se non fanno parte della mia generazione. Forse è proprio per questo. Il loro stile è sempre attuale. Gli anni 70 e 80 mi affascinano molto, anche per i loro look pazzeschi. Sarebbe un’esperienza unica per me unire l’amore per il mio lavoro e per la musica.

Articolo a cura di Melissa Brucculeri

Maurizio De Franchis, in arte Rio, torna col nuovo album “State of mind”, raffinato e classico.

Fra le canzoni si sente il forte tributo al soul e al blues, con una spruzzata di funk qua e là. 

Da dove nasce il nome d’arte Rio?

Rio è il nome d’arte che scelsi quando nel 1991 entrai a far parte della Band dei Sold Out.

Il motivo di questa scelta è stato semplicemente perché avevo bisogno di un nome facile da ricordare.

Ebbi l’ispirazione da un film di Marlon Brando nel quale interpretava un personaggio che si chiamava Rio. Rio è la parte di me con la quale convivo dall’età di 9 anni e che mi ha dato la possibilità di toccare i miei sogni musicali.

Rio: raffinatezza e classicità nel suo disco "State of Mind"

Ci racconti qualcosa del suo vissuto nei Sold Out, e del loro percorso.

I Sold Out sono nati dall’incontro con i tre produttori che hanno fondato il progetto: Gigi Canu, Sergio Della Monica e Alessandro Sommella attualmente anche i fondatori del gruppo Planet Funk.

Ci sarebbe molto da raccontare, come ad esempio la partecipazione a Sanremo International con il singolo Shinn On e poi al Festival della stessa edizione in coppia con Riccardo Fogli.  Un tour in tutta Europa e varie trasmissioni televisive tra cui BBC one.

 

L’album “State of mind” è raffinato, ed ha il gusto di un disco classico. A chi è rivolto?

Quest’album non ha la presunzione di rivolgersi ad un segmento specifico di ascoltatori ma ha la disinvoltura di offrirsi a tutti e a nessuno.

L’amore è il motivo principale dell’intero album sia per quanto riguarda storie vissute personalmente che quelle osservate come semplice spettatore ma con uno sguardo profondo.

 

La canzone “Invisible man” ha un breve cambio di tempo totalmente inaspettato, quasi progressive, ed è curioso perché nell’album accade solo una volta: come mai questa sorpresa compositiva?

Avevo in mente, in quel punto della canzone, di inserire uno special, che aveva caratteristiche diverse da quelle dell’originale.

Gino D’Ignazio, il mio produttore artistico, mi propose una sua versione suonata con il flauto traverso che mi piacque davvero molto e decidemmo così di mettere quella.

Rio: raffinatezza e classicità nel suo disco "State of Mind" 1

“Why has the sky blowin up” recita l’inizio del ritornello di “Don’t give her pain”. Anche questo brano rimane impresso, per delicatezza e immediatezza. Come e in quanto tempo sono concepite queste canzoni?

Dont’t give her pain è la storia di un alcolizzato che racconta gli effetti dei suoi deliri mentre intravede, a tratti, i sacrifici che la sua donna per amore fa per lui. Cosi, egli chiede a Dio di mettere sul suo cammino un altro uomo che non le dia dolore.

Questa canzone nasce dallo sguardo profondo su problematiche di questo genere.

 

Le sue collaborazioni sono prestigiose, da Tony Esposito a Gianni Bella e molti altri. C’è un aneddoto particolare che le va di raccontare?

Ricordo con particolare affetto quando aprivo i concerti di Gianni Bella e lui un giorno, dopo la mia esibizione mi disse: “perché invece di scendere dal palco non resti a cantare insieme a me?”

 

I live streaming sono emersi come necessità, durante la pandemia di Covid-19. Ora però c’è una tendenza, come dire, a istituzionalizzarli come una nuova forma di intrattenimento. Cosa ne pensa, così come della proposta dei concerti in modalità “drive-in”?

Noi siamo spesso in balia degli eventi ma abbiamo anche la capacità di adattarci a loro e incrementare nuove soluzioni.

Il drive-in e la musica in streaming sono il risultato efficace ma provvisorio di questo cambiamento. Perché sono convinto che tutto ritornerà alla normalità.

 

Astronauti il nuovo singolo di Enea Vlad

A cura di Paola Ferro

Enea Vlad, giovanissimo cantautore, sembra davvero arrivato da un altro “pianeta”. Al primo ascolto è chiaro come il suo ultimo singolo “Astronauti”, sia un brano senza tempo, rendendo difficile credere che il suo autore abbia poco più di vent’anni. Enea ha contorni ben definiti e tratti decisi di un cantautore che ha un “mondo” dentro, ancora da decifrare, che urge di essere raccontato. Non ha la fretta innata dei coetanei, ma la capacità di osservare in silenzio e interiorizzare quello che si muove intorno a lui. Legato alla terra dove affondano le sue radici, sta col naso all’insù sognando di viaggiare in uno spazio dove non ci siano confini, differenze alcune di razza o classi sociali. Un luogo dove ci si possa incontrare liberi di essere e dove probabilmente quell’Astronauta, ancora alla ricerca di chi possa viaggiare con lui in una connessione amorosa, troverà quello che cerca da sempre.

Enea Vlad ci porta nello spazio con i suoi "Astronauti"

Chi è Enea Vlad?

Mi piace che mi si chieda qualcosa di me… Io mi sento “fuori dal tempo” e ho sempre la sensazione di non essere in sintonia con i miei coetanei. Scrivere per me significa entrare in una dimensione diversa che mi permette di trovare un posto dove sentirmi a mio agio. Sono nato e cresciuto nel Salento, ma per metà sono anche bielorusso; ho radici forti, ma allo stesso tempo mi protendo verso il cielo, con il desiderio di volare. La mia prima passione è stata la batteria che mi ha spinto a frequentare un’accademia: da quel momento il ritmo è diventato il mio miglior compagno. Ancora oggi è sicuramente il comune denominatore di ogni mia esplorazione musicale, permettendomi di comporre lasciando la porta aperta a ogni contaminazione.

Chi o cosa ti ha rapito dal pianeta Terra per portarti in questo mondo di musica cantautorale?

A plasmare questo mio modo di pensare le canzoni, è stata sicuramente la musica che ascoltava mio papà. In particolar modo, il grande Battiato che è stato un punto di riferimento nell’utilizzazione di metafore che mi aiutano a esprimere ciò che sento. Nessuna imitazione, ma solo tanta ammirazione per quello che per me è Il Maestro.

Come hai vissuto il periodo d’isolamento?

È stato un momento difficile, perché amo osservare le persone e allo stesso tempo non mi piace utilizzare il telefono, skype e le video chiamate. Credo nell’incontro, negli abbracci. Durante questo lockdown, mi sono ritirato in me stesso. Una pagina così drammatica della nostra storia che non potrò dimenticare e mi ha costretto a riflettere, a interiorizzare. Non ho scritto, non avrei potuto farlo ho voluto viverla appieno, per non farmela scivolare sopra. Solo adesso che piano piano si sta tornando alla normalità tutti quei pensieri si stanno materializzando in testi, in nuove sonorità.

Enea Vlad ci porta nello spazio con i suoi "Astronauti" 1

È appena uscito Astronauti, com’è nata questa canzone?

È nata un anno fa, a Milano quando appena arrivato, mi sono sentito un po’ spaesato; mi mancava chi avevo lasciato a casa, a fasi alterne ero felice di essere esattamente dove mi trovavo e allo stesso tempo, malinconico. L’ho scritta e messa lì, come tutte le canzoni che spesso coccolo a lungo rivedendole di continuo fino al momento in cui decido di inciderle e vado in studio. È arrivato il momento giusto e il 22 maggio è uscito il brano su tutte le piattaforme digitali e in rotazione radiofonica e il 3 giugno anche il suo video.

I due protagonisti sono riusciti a ri-trovarsi?

No, perché in realtà il brano racconta, del desiderio di trovare una persona speciale con la quale connettersi veramente, che è molto più che tenersi per mano o dirsi “Ti amo”, non è un vincolo o possesso, ma il sapersi riconoscere viaggiando nello spazio. Uno spazio desiderato da molti, ma che solo pochi sanno trovare. Io voglio poter credere che i due “Astronauti” insieme e connessi, troveranno il loro “spazio” dove potranno affrontare qualunque difficoltà, superandola.

Caro Enea Vlad, caro astronauta, dove sei diretto?

Il mio viaggio è partito dal mare, per arrivare nello spazio dove sto vagando alla ricerca della rotta che mi riporterà alla destinazione più importante: me.

È stato un bel viaggio Enea, mi hai dato modo di guardare dall’alto, ciao e buon proseguimento

 

 

Scritto e composto dallo stesso Enea Vlad, Astronauti” è un brano pop e ritmato, dal sound fresco e innovativo.

 

Da venerdì 22 maggio è disponibile su tutte le piattaforme digitali Astronauti (distribuzione Artist First), il nuovo singolo di ENEA VLAD.

“Astronauti” il nuovo singolo di ENEA VLAD 1

Da venerdì 29 maggio il brano sarà lanciato anche in radio.

Racconta la storia di un amore, in cui i protagonisti sono costretti a una lontananza forzata, che non scalfisce il loro amore, ma anzi lo fortifica.

«Astronauti” è nata un anno fa, ma si colloca perfettamente nel momento che stiamo tutti vivendo, vista la storia che racconto – spiega Enea Vlad – L’unica soluzione che i protagonisti del mio brano hanno per incontrarsi è quella di spostarsi in un’altra dimensione dove, in veste di Astronauti, possono finalmente salvarsi dalla solitudine. Sulla Luna, oppure a cena su Plutone, un posto più “intimo”».

“Astronauti” il nuovo singolo di ENEA VLAD

Enea Vlad, 21 anni, è cantautore di origine salentina. La sua formazione musicale ha inizio con lo studio della batteria, che lo allena al senso del ritmo e lo avvicina ai generi più disparati. Sin dai suoi primi approcci con la musica, scrive e compone i suoi pezzi, ritrovando in Franco Battiato il principale punto di riferimento. Enea Vlad ha un’avversione per le categorie, per cui, seppur ispirandosi alla tradizione cantautorale italiana, definisce la sua musica un insieme di generi più o meno amalgamati.

A gennaio 2020 pubblica il suo primo singolo “Anneghiamo”, che riscuote un discreto successo di pubblico e di critica. Definisce la sua vita un melodramma anche se questo va in contrapposizione al suo essere una persona tendenzialmente positiva e solare. A fasi alterne. Quello che ne scaturisce è un mix musicale ricco di sfaccettature e chiaroscuri.

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