“Amico Faber”: un ritratto autentico dell’uomo De André

“Amico Faber”: nell’anniversario della morte un originale ritratto dell’uomo Fabrizio De André, tratteggiato attraverso i ricordi di amici e colleghi, dalla penna di Enzo Gentile. L’intervista di Musica361.

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Fabrizio De André in concerto

In Amico Faber hai raccolto numerose testimonianze. Mi piacerebbe cominciare questa intervista con un tuo ricordo personale di Fabrizio De André.
«Nel libro riporto l’intervista autografa del 1985, prima occasione in cui lo conobbi di persona. Fino ad allora avevo solo ascoltato i suoi dischi e visto un paio di concerti. Chiesi un appuntamento per il giornale e lui mi fece rispondere dall’ufficio stampa facendomi sapere che prima voleva incontrarmi. Da allora ci siamo visti abbastanza regolarmente, spesso per motivi professionali anche se non solo per interviste o presentazioni. Ci siamo frequentati in diversi momenti, sono stato persino a casa sua, era una persona molto disponibile, non risparmiava anche abbracci sentiti. Non posso dire che fosse un amico ma certamente avevo con lui una confidenza diversa rispetto ad altri artisti.
Lo vidi l’ultima volta di persona in occasione di una delle date della sua tournée nell’estate del 1998. Il concerto fu esemplare anche se non stava visibilmente bene ma tutti attribuivano quel malessere al caldo e alle fatiche dei viaggi per l’Italia. Solo un paio di settimane dopo in agosto avrebbe scoperto invece di essere malato».

130 tra amici, collaboratori, partner musicali, figure note o sconosciute alle cronache che hanno testimoniato alcuni passaggi della sua esistenza: cosa si scopre in Amico Faber del De André uomo rispetto all’artista celebrato?
«Tanti episodi che io stesso non sospettavo minimamente, molti riportati da quelle persone comuni che lo frequentavano al di fuori del mondo musicale: andava talvolta a pesca di notte, era appassionato della cucina sarda che tanto amava o si animava in lunghe discussioni sull’indipendentismo sardo. In Sardegna in particolare, terra dove decise di ritirarsi, si dedicò con passione a conoscere musiche e cultura locali: Fabrizio era voracemente curioso e si lasciava intrigare dagli argomenti più disparati, in ogni racconto emerge qualche aspetto della sua personalità.
E poi i particolari, quasi inediti, che vengono messi a fuoco da chi ha condiviso con lui la vita professionale, dai musicisti a chi si occupava della burocrazia passando per chi stava dietro le quinte ma di cui si possono immaginare i contorni».

“Amico Faber”: un ritratto autentico dell’uomo De André
Copertina di “Amico Faber” (Hoepli, 2018)

Dalle testimonianze di questa oral history si riesce a trovare a distanza di 20 anni un’autentica umanità non appannata dal mito?
«Nessuno lo ha dipinto come un santo ma tutti come una persona molto vera, autentica. Ho riportato fedelmente quello che mi è stato detto: si delinea un quadro abbastanza omogeneo, anche se caratterizzato da diverse vite. C’è chi gli è stato più affezionato, chi ha passato con lui più tempo, chi è stato protagonista passeggero di un incontro fortuito ma tutti restituiscono la sensazione di una persona molto generosa e capace di spremere il massimo da coloro con i quali collaborava. Mi riferisco in questo caso a chi ha lavorato con Fabrizio, entrando nella sua dimensione artistica: sia nei dischi che dal vivo si è sempre dimostrato molto esigente ma i risultati si sono visti. C’è sempre stato un impegno e un’energia negli arrangiamenti, nelle canzoni e negli spettacoli sotto gli occhi di tutti».

Quale interviste sarebbero state utili per completare questo quadro?
«So che era in amicizia con Gino Paoli ma non l’ho trovato, così come non mi è stato concesso contattare Beppe Grillo, occupato in ben altre faccende in questo periodo: ho riportato solo alcune sue dichiarazioni citando la fonte bibliografica. Così come mi sono limitato a riportare un ampio articolo dal Corriere della sera per sostituire la voce della Pivano. Quando l’ho conosciuta, così come avvenuto con Paolo Villaggio, abbiamo anche parlato di Fabrizio, però non volevo ricostruire a memoria qualcosa di già detto. L’intento di questo libro è quello di riportare la testimonianza di persone viventi».

Si scoprono rapporti inimmaginabili come dalla testimonianza di Gianna Nannini. In termini di amicizia con quali colleghi ebbe i rapporti più stretti?
«Ad esempio con Marco Ferreri, un altro personaggio di cui purtroppo non ho potuto raccogliere contributo. C’era simpatia, anche lui era un po’ anarcoide come Fabrizio: è un rapporto che come altri sfugge anche perché non lavorarono mai insieme. C’era molta stima anche con Guccini anche se si vedevano di rado. Magari si incontravano quando erano vicini in una data delle rispettive tournée e dopo il concerto da tiratardi passavano la notte a bere e mangiare o a giocare a carte. Guccini mi ha raccontato di una agguerrita partita a scopa con De André negli anni ’80: alla fine vinse Francesco che fece firmare a Fabrizio una banconota da 1000 lire a suggello della sua sconfitta. Fa molto sorridere questo come altri episodi che mostrano quanto questi giganti popolari si divertissero come persone normali. Così come quando incontrò in Sardegna Gigi Riva e dopo una bevuta di whisky si scambiarono una maglia e una chitarra o quando scrisse l’inno del Genoa».

Tutte le anime di Fabrizio De Andrè in “Tu che m’ascolti insegnami” 1
Fabrizio De André

Amico Faber: quanti si può dire che fossero davvero amici? Che idea ti sei fatto sul suo modo di intendere l’amicizia?
«Ha avuto diversi buoni amici, anche tra coloro che hanno suonato con lui. Quando Fabrizio creava un clan cercava di conservarlo. Nei suoi dischi o nei suoi tour molti musicisti sono stati confermati quando possibile come Pier Michelatti, Ellade Bandini e lo stesso Franco Mussida che torna in Anime salve oltre alla partecipazione ne La Buona Novella e i tour con la PFM. Rapporti fondati sulla stima che si sono mantenuti nel tempo anche senza una necessaria frequentazione, come quando Fabrizio passava mesi praticamente in isolamento in Sardegna lontano da quel clima da tour.

Era molto legato a Fernanda Pivano: non si vedevano spesso ma appena potevano si incontravano. Un’ amicizia fatta più di intensità che di quantità. E questo anche con molte altre persone che hanno condiviso del tempo con lui lontano dal palco e dai riflettori: basta leggere i racconti di amici estranei al mondo musicale come Alberto Santini che risiede nella provincia di Viterbo, luogo nel quale Fabrizio si rifugiava per passare del tempo lontano dalla pazza folla oppure Ottavio Capuani, suo testimone di nozze a Tempio Pausania».

Come ti sei mosso metodicamente per la ricerca di queste persone?
«È stato un lavoro abbastanza lungo, li ho voluti e dovuti trovare tutti. Alcuni li conoscevo già, con altri in Sardegna ho avuto solo un contatto telefonico. Inizialmente pensavo che il quadro potesse essere esauriente con qualche decina di interviste ma più andavo avanti e più scoprivo agganci che a me per primo incuriosivano. Così i testimoni previsti sono più che raddoppiati. Certo qualche altro aneddoto sarebbe venuto fuori sicuramente ma mi sono fermato a 260 pagine, tracciando un profilo già assolutamente pertinente. Non escludo che in un’altra edizione magari aggiungerò qualcuno».

La presenza di Wim Wenders nel libro rispolvera il progetto di un famigerato concerto-tributo con artisti internazionali. Si riapre questa possibilità in coincidenza dell’anniversario?
«Wim Wenders è l’unico nel libro che non ha mai incontrato Fabrizio di persona ma dimostra di stimarlo e conoscerlo molto bene attraverso i dischi e le letture. Per questo motivo, a parte la sua statura, è volutamente decentrato rispetto agli altri. Non ha assolutamente escluso la possibilità del concerto, cosa che mi ha confermato anche Dori Ghezzi. L’ipotesi di affidare ad alcuni artisti stranieri, come Patti Smith, l’interpretazione di brani di Fabrizio rimane viva. So che ci hanno lavorato e certamente c’è da parte del materiale, forse al momento insufficiente per registrare un disco o mettere in piedi un grande concerto. Wenders comunque non ci ha rinunciato, c’è una speranza.
L’anno prossimo però saranno gli 80 anni della nascita quindi in questo arco di tempo qualcosa succederà. Credo sia prevista anche l’uscita di un disco nei prossimi mesi nel quale le nuove leve della musica italiana omaggeranno De André. E poi non escludo anche qualcosa da parte dei grandi della canzone internazionale. Che poi sia un concerto, un disco o un documentario al momento non si sa, anche perché sono opere complesse da realizzare».

Si viene da un 2018 nel quale già si è tentato di delineare un inedito De Andrè tramite il noto docu-film: qual è l’interesse per De Andrè e il cantautorato nell’era contemporanea?
«Calcutta farà due serate al Forum, Motta ha vinto molti premi e andrà a Sanremo, Ultimo suonerà allo Stadio Olimpico di Roma. Che possano piacere o no sono cantautori. Pur spostando il fuoco sull’identità del cantautore rispetto a qualche decennio fa c’è comunque ancora chi si scrive e interpreta le proprie canzoni con un lavoro che a distanza di mezzo secolo assomiglia a quello di De André, il quale a sua volta si è sempre evoluto verso diverse sonorità. In questo senso c’è un sensibile trait d’union con la nuova generazione».

A 20 anni dalla morte, in qualità di storico della musica, quale resta la sua eredità più importante e riconosciuta nel panorama italiano?
«Resta unico il suo timbro, il suo tono di voce e il suo approccio nell’interpretazione della parola al servizio di una qualità di scrittura eccellente. Non utilizzava mai parole astruse ma sempre di rigore linguistico e concatenate tra loro come solo un grande autore poteva fare. Diceva spesso, come aveva confidato anche a me, che passava tanto tempo tra la stesura di un brano e l’altro perché sentiva forte la responsabilità che il pubblico gli aveva affidato: “Se io racconto qualcosa con certe parole in una canzone poi resteranno quelle e non le potrò più cancellare, quindi devo essere molto molto sicuro, perché se mi venissero rinfacciate o fossero equivocate, non me lo perdonerei mai”.

Questa dichiarazione trova riscontro con quello che mi aveva raccontato Filippo, il fattore nella sua tenuta in Sardegna. Nelle lunghe serate che passavano insieme d’estate, a volte Fabrizio gli leggeva la bozza di una canzone che stava scrivendo e se lui non capiva qualche parola o concetto Fabrizio pensava “belin, devo rifarla!” A prescindere che piacesse o no doveva essere comprensibile a tutti quello che cantava. Le metafore si possono anche approfondire ma non doveva esserci mai un dubbio su cosa stesse cantando. Il rigore va bene ma la comprensibilità deve vincere su tutto: un insegnamento religioso che avrebbe applicato a tutti i suoi lavori».

Un pregio di questo libro?
«Esistono tanti volumi di critica ben fatti sui testi delle sue canzoni e mi sembrava inutile ribadire nuovamente punti di vista già noti. Mi sembra semmai più interessante una visione sulla persona, che in qualche caso è disgiunta dalle liriche, in altri invece è parente stretta. E riportare per una volta tanto aneddoti che con i suoi brani c’entrano poco ma c’entrano molto con la sua vita. Quella vita che poi si trova sempre nelle canzoni di Fabrizio».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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