A tu per tu con l’artista lucana, al suo esordio discografico con l’album “Universale”, un progetto che sviscera il nobile sentimento per antonomasia

Rosmy: "Canto l'amore e le sue mille sfaccettature"
Spazio Emergenti: Rosmy si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

A sei mesi di distanza dal lancio del singolo Inutilmente incontriamo nuovamente Rosamaria Tempone, in arte Rosmy, per parlare del suo primo progetto discografico “Universale”, pubblicato da Azzurra Music lo scorso 11 gennaio. Dieci tracce unite da un unico filo conduttore: l’amore, in tutte le sue molteplici forme e sfaccettature.

Da quale idea iniziale sei partita e in quale direzione ti sei diretta?
Le canzoni sono nate un po’ alla volta, non sono partita da un’idea iniziale, le scelte sono arrivate alla fine, quando ho cercato di collegare le tracce trovando un tema efficace come l’amore, che poi è quello che mi rappresenta di più. Un progetto che, piano piano, si è evoluto fino a diventare tutto quello che potete ascoltare oggi.

In un momento storico in cui i messaggi nelle canzoni scarseggiano, c’è ancora spazio per chi come te ha qualcosa da dire?
Forse si, forse no. Quello che cerco di fare è di fuggire dalla provvisorietà imposta dall’attuale società, come canto nel mio brano “L’amore è rincorrersi”, oggi non avverto più una gran voglia di ascoltare e quella spontaneità che in passato c’è sempre stata. Con le mie canzoni cerco di risvegliare l’anima della gente, attraverso la sensibilità e la grinta da rocker che mi contraddistinguono.

A proposito de “L’amore è rincorrersi”, cosa avete voluto trasmettere attraverso le immagini del videoclip diretto da Beppe Gallo?
L’idea era quella di trasmettere un concetto semplice e per me molto importante: per mantenere un rapporto, a volte, è necessario un pizzico di magia, qualche piccolo trucco per tener vivo un sentimento e, soprattutto, il coraggio di saper rinunciare a qualcosa ogni tanto, prendendoci del tempo per noi stessi.

Per citare il titolo di una delle tracce, hai scelto di essere libera… da cosa esattamente?
Da condizionamenti, da convenzioni, dalle regole che ci vengono imposte, alla fine ognuno di noi deve poter prendere le proprie decisioni seguendo l’istinto e rispettando in primis la propria persona. Per me la libertà è poter esprimere la mia opinione, veicolando i pensieri in un messaggio racchiuso all’interno di una canzone.

Mi ha molto colpito il brano “Almeno non per sempre”, cosa rappresenta per te?
E’ un pezzo a cui tengo molto, che rappresenta la conclusione dell’intero discorso,  la chiusura del cerchio, l’istante in cui realizzi che nel momento in cui qualcosa finisce, allo stesso tempo sei pronto ad iniziare qualcosa di nuovo, ricominciando da zero ma con una maggiore consapevolezza.

Tra le tracce del disco spicca “Se mi sfiori”, canzone di Mango interpretata da Mia Martini. Cosa ti lega a questi due grandissimi artisti?
Pino Mango è un mio conterraneo, l’ho conosciuto e vissuto in maniera diretta, poco prima della sua improvvisa scomparsa stavamo per realizzare delle cose insieme, un artista che porterò sempre nel cuore. Quando ho partecipato al Premio Mia Martini, il direttore artistico Franco Fasano ha chiesto ai finalisti di cantare un brano di Mimì, attingendo al suo vasto repertorio senza far necessariamente riferimento ai grandi classici. Cercando qua e là, scopro e mi innamoro di questo brano inciso nel ’76, una piccola poesia che ho voluto inserire a tutti i costi in questo mio album d’esordio. 

Rosmy: "Canto l'amore e le sue mille sfaccettature" 1
Rosmy presenta “Universale”

Se dovessimo definire questo album con un’emozione, uno stato d’animo, quale sceglieresti?
Che domanda difficile… ti direi la positività. Oggi abbiamo tanto bisogno di ottimismo e di speranza, aspetti che mi rispecchiano e rappresentano al 100%. L’intera esistenza ci regala una sequela infinita di sfaccettature, per ogni nostra azione corrisponde una reazione, il bene che facciamo sono convinta che, prima o poi, tornerà indietro sotto forma d’amore.

Per concludere, qual è la lezione più importante che hai appreso dalla musica?
Attraverso la musica ho imparato ad amare la vita e tutto ciò che di buono o di cattivo arriva dal quotidiano, sempre e comunque. Mi ha insegnato che confrontarsi con le altre persone è fondamentale e che la condivisione è la forma artistica più pura che ci sia.

Intervista al giovane artista pugliese, al suo esordio discografico con il singolo “Ricordami chi sono”, prodotto da Giulio Nenna e Andrea DB Debernardi

Patrizio Santo
Spazio Emergenti: Epicoco si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Rialzarsi dopo un momento difficile e ricominciare con una nuova consapevolezza, questo è il messaggio di speranza contenuto all’interno di Ricordami chi sono, singolo d’esordio di Davide Epicoco, giovane ed interessante artista di cui sentiremo sempre più parlare. Dopo aver collaborato alla scrittura di due autentiche hit radiofoniche degli ultimi mesi, “Bella e rovinata” di Irama e “Universale” di Benji e Fede, per il cantautore di Ceglie Messapica è arrivato il momento di mettere in mostra le proprie doti canore e interpretative, grazie ad un pezzo sentito ed autobiografico prodotto da Giulio Nenna e Andrea DB Debernardi.

Come e quando ti sei avvicinato alla musica?
Prestissimo, alle età di tre anni e mezzo sono andato subito a scuola di pianoforte, il ricordo che ho di queste prime esperienze è che non sapeva leggere e accostavo i colori alle note (sorride, ndr). Poi ho continuato e tutt’oggi frequento il Conservatorio.

C’è un incontro che reputi fondamentale per il tuo percorso artistico?
Sicuramente l’incontro con Irama, l’ho conosciuto per caso in Salento mentre stava lavorando al suo ultimo disco, ci siamo subito confrontati e rispettati a vicenda, al punto da diventare anche amici. Dopo aver collaborato alla scrittura del singolo “Bella e rovinata”, mi ha dato la possibilità di aprire i suoi concerti, una grande responsabilità e un’occasione che non capita tutti i giorni.

Quanto conta per te la dimensione live?
È fondamentale, oltre che essere una grandissima esperienza, anche se alla prima data del tour era un po’ in ansia, avevo paura di deludere. Sai, le aperture dei concerti sono sempre un’arma a doppio taglio, perchè la gente va lì per ascoltare il proprio idolo, devi dare il massimo per riuscire ad attirare la loro attenzione. Ce l’ho messa davvero tutta e, fortunatamente, sta andando tutto molto bene.

Cosa hai voluto raccontare tra le righe del testo di “Ricordami chi sono?
Che quando meno te l’aspetti può capitare di ritrovarti in una situazione difficile, il mondo ti crolla improvvisamente addosso e non sai più a chi chiedere aiuto, in quei momenti è fondamentale ritrovare fiducia in se stessi e un po’ di sana consapevolezza.

C’è un verso che ti rappresenta maggiormente o a cui sei più legato?
In realtà ce ne sono diversi, forse nel ritornello la frase emblematica è “Ricordami chi sono puoi farlo solo tu”, cioè ti sto chiedendo palesemente un aiuto. L’altra faccia della medaglia, invece, è quando cito la canzone di Nilla Pizzi: “Grazie dei fiori ma io non ci sono più”, che rappresenta una sorta di contrasto tra sensazioni e stati d’animo diversi.

Con quale spirito ti affacci al mercato?
Stimo un sacco di artisti, sia emergenti che big della nostra musica, trovo che ci siano diverse cose interessanti in giro ultimamente, sono felice di affacciarmi al mercato proprio in questo momento storico in continuo fermento. Vivo questo esordio in maniera molto tranquilla, sono felice della risposta che sto ricevendo da chi ha ascoltato il mio pezzo, ma già non vedo l’ora di scrivere nuovi brani e, perché no, realizzare il sogno di incidere il mio disco.

Epicoco
Davide Epicoco, in arte Epicoco, al suo esordio discografico con “Ricordami chi sono”, prodotto da Giulio Nenna e Andrea DB Debernardi

Buoni propositi per il 2019?
Studio al nono anno del Conservatorio, mi manca l’ultimo esame e spero di diplomarmi il prossimo ottobre, perché credo sia fondamentale per un giovane cantautore maturare anche l’aspetto da musicista. Non sono molto a favore dell’improvvisazione, il consiglio che mi sento di dare ai miei coetanei è proprio questo, non lasciarsi abbindolare dall’idea che chiunque possa farcela, la preparazione è fondamentale.

In che direzione andrà la tua musica?
Scrivo canzoni perché avverto il bisogno di parlare delle cose che quotidianamente mi succedono, perciò la mia direzione sarà sempre questa: la verità. Solo in questo modo credo che le persone possano ritrovarsi, immedesimarsi e, magari, anche emozionarsi in un determinato pezzo. A livello musicale cercherò sempre di rinnovarmi, mentre dal punto di vista testuale la strada da seguire sarà sempre quella della spontaneità e dell’istinto.

Intervista al giovane cantautore veneto, presente sulle piattaforme digitali e nei negozi tradizionali con il suo primo omonimo album

Elya
Spazio Emergenti: Elya si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

E’ disponibile negli store a partire dal 7 dicembre il disco d’esordio di Elya Zambolin, giovane artista che abbiamo avuto modo di apprezzare nel corso della quarta edizione italiana di The Voice, tra le fila del team di Max Pezzali. L’album è composto da tredici tracce, tra cui un brano strumentale e un preludio, tutte firmate dal talentuoso venticinquenne veneto, perfettamente a suo agio in ogni singola canzone.

Lo hai definito un disco artigianale, perché?
Perché credo sia un disco fatto con lo spirito di una volta, ci sono voluti due anni di lavoro e tanta pazienza, in più con l’utilizzo di strumenti veri e suonati, aspetto che non rappresenta un dettaglio di questi tempi. Ho voluto preservare l’atmosfera analogica, a tratti anche imperfetta, ma sicuramente più autentica rispetto alle cose che vengono artefatte digitalmente.

Tredici brani composti e prodotti interamente da te, avevi molto da raccontare?
Si, avevo e ho ancora molto da raccontare. Il disco è stato prodotto da me insieme a Roberto Visentin, abile chitarrista nonché uno dei musicisti che mi accompagneranno in tournée. Questo progetto nasce dall’esigenza di raccontare situazioni e storie che mi sono vicine.

Cosa hai voluto lasciare fuori e cosa portare all’interno di questo tuo primo disco?
Prima di entrare in studio avevo raccolto molti brani, ne è stata fatta una selezione in base alle canzoni che più mi rappresentavano in quel preciso momento. I temi sono differenti, ogni brano ha la sua storia, non c’é un fil rouge che collega le tracce, ho cercato di portare tutto me stesso, lasciando fuori le cose meno importanti e che non fanno parte della mia quotidianità.

Come e quando ti sei avvicinato alla musica?
Mia madre è un’insegnante di pianoforte, ricordo all’età di sei anni il mio primo approccio con i tasti bianchi e neri, da lì è iniziato tutto. Ricordo anche una lettera che da bambino scrissi a Babbo Natale, chiedendogli di riuscire un giorno ad incontrare Max Pezzali.

Desiderio avverato, com’è stato realizzare il sogno di lavorare con un tuo mito?
Lavorare con Max è stato veramente bello, non vorrei utilizzare termini banali, ma per me è stato un grande maestro, sia dal punto di vista canoro che da quello comunicativo. La sua semplicità mi ha sempre colpito, incontrandolo ne ho avuto conferma. Il mio sogno è quello di riuscire a farmi influenzare da personalità di questo calibro.

Personalmente, ti collochi in un genere particolare?
No, non riuscirei a farlo. Fare musica è una grande responsabilità, che tu ti proponga ad un pubblico di due persone o di duemila non cambia, per questo motivo cerco di essere sempre molto puntiglioso e meno classificabile possibile. Il mio obiettivo è quello di rendere semplice una costruzione complessa e complicata come la stesura di una canzone.

Cosa ti ha insegnato la musica?
La musica è la mia valvola di sfogo, con razionalità mi aiuta a trovare un ordine nelle cose, mi insegna tanto a livello interiore, mi aiuta a buttare giù i miei pensieri, psicanalizzandomi costantemente.

Intervista al giovane artista pescarese, attualmente in radio con il singolo “Ancora”, composto da Francesco Bosco, Alessio Coppola e Francesco Altobelli

Patrizio Santo 1
Spazio Emergenti: Patrizio Santo si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Si intitola “Ancora” il nuovo singolo di Patrizio Santo, giovane e interessante artista classe ’94, che vi consigliamo di tenere d’occhio. La canzone nasce dall’ormai rodata collaborazione con gli autori Francesco Bosco e Alessio Coppola, oltre che al suo produttore e manager Francesco Altobelli, chiudendo di fatto questo suo prolifico 2018, sancito dall’inaspettato apprezzamento di Mina che ha condiviso la cover di “Troppe note” sul proprio canale YouTube, nella personale versione interpretata dal talento pescarese.

Quale tappa rappresenta “Ancora” nel tuo percorso artistico?
Una tappa molto importante, con questo brano sono riuscito ad esprimermi al meglio, sia dal punto di vista vocale e sia per quanto riguarda il videoclip che risulta essere molto cinematografico. Una crescita artistica, dovuta alla passione e all’impegno del mio team.

In riferimento al testo della canzone, nella vita è più importante resistere o insistere?
Diciamo che sono più bravo ad insistere che resistere, ma penso che l’una non possa fare a meno dell’altra, almeno per me. Per sicurezza nel mio bagaglio le ho messe entrambe, visto che la vita è un viaggio pieno di sorprese, preferisco essere preparato!

Cosa avete voluto trasmettere attraverso le immagini del videoclip?
Con il videoclip abbiamo voluto rappresentare e trasmettere la complicità di una coppia, nell’amore, nel bene e nel male, ma soprattutto nella buona e nella cattiva sorte.

Hai scelto di continuare a collaborare con lo stesso team del tuo precedente singolo, squadra che vince non si cambia?
E’ una squadra molto forte, da questa collaborazione sono nati due brani che ci hanno dato grandi soddisfazioni. Attualmente sto lavorando ad altri pezzi e le collaborazioni saranno tante, posso dire che la squadra sta crescendo.

Quali innovazioni ha per te “Ancora” rispetto a “Cercami adesso”?
“Cercami adesso” è un brano molto radiofonico, un tormentone estivo, mentre “Ancora” è una ballad, una vera e propria canzone cantata. Anche se diversi, entrambi hanno un sound molto moderno, sono più vicine di quanto sembri.

In che direzione andrà la tua musica?
La mia musica andrà in una direzione leggermente diversa, resterò sempre nel pop italiano, ma con alcune sfumature molto interessanti. Spero che queste piaceranno anche a voi.

L’anno sta per volgere al termine, un bilancio di questo 2018?
Il 2018 è stato un anno pieno di emozioni con i due singoli e con il grande riconoscimento ricevuto da Mina. Mi sono divertito ed ho lavorato con passione. Sono pronto per iniziare un nuovo anno con il mio team e collezionare ancora soddisfazioni.

Buoni propositi per il 2019?
Per il 2019 ci sarà una grande sorpresa, che non vedo l’ora di svelarvi. Stiamo lavorando a questo nuovo progetto con molto impegno, inizieremo il nuovo anno come non mi sarei mai aspettato.

Qual è l’insegnamento più grande che hai appreso dalla musica?
L’insegnamento più grande che ho appreso dalla musica, è che con la passione riusciamo a costruire cose più grandi di noi, cose che ci fanno sentire vivi, il più delle volte inaspettate, ma che riescono a realizzare i nostri sogni.

A tu per tu con la giovane cantautrice maltese, in uscita con “Moments Christmas Edition”, un gradito dono per le feste natalizie

Emma Muscat
Spazio Emergenti: Emma Muscat si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Preferisce fare regali e non riceverli, con questo spirito si presenta Emma Muscat, giovane artista classe ’99 che abbiamo conosciuto nel corso dell’ultima edizione del talent “Amici” di Maria De Filippi. Si intitola Moments Christmas Edition il suo nuovo progetto discografico, contenente i brani del suo primo EP con l’aggiunta di sette cover prese in prestito dal magico repertorio natalizio.

Cosa rappresenta per te il Natale?
Natale per me vuol dire famiglia, è il momento dove in assoluto ti lasci andare e cominci ad apprezzare tutto ciò che hai intorno.

Così hai deciso di realizzare “Moments Christmas Edition”…
Esatto, volevo condividere con tutti l’amore che provo per questa ricorrenza, cercare di rendere felici le persone cantando i brani che ascolto solitamente durante le feste.

Hai una canzone natalizia del cuore?
Si, “White Christmas” è in assoluto la mia preferita, perché a Malta non nevica mai ed io ho sempre sognato di trascorrere un “Bianco Natale” (sorride, ndr). Per questo motivo ho deciso di inciderla in entrambe le lingue, cercando di donarle una mia personale interpretazione.

C’è un ricordo particolare della tua infanzia legato al Natale?
Fortunatamente tanti bei ricordi. Da bambina andavo sempre con mio fratello a suonare per un evento benefico che si chiama “Dr Klown”, cantavano per le strade, sentivamo molto questa festività. Ricordo che andavamo a vedere il presepe vivente, preparavamo dolci natalizi e, ovviamente, addobbavamo l’albero.

Emma Muscat 1Hai definito questo disco un regalo per tutti i tuoi fan, che rapporto hai con loro?
Un rapporto molto bello. Sai, io non sono tanto social, ma ci provo. I miei fan lo capiscono, perché ci sono giorni dove sono più presente e altri meno, ma cerco sempre di rispondere a tutti i loro messaggi, che sono tantissimi. Mi piace sentirli vicino, perché per me rappresentano tutto e sono un grande sostegno.

Il tuo personale bilancio di questo 2018 e i buoni propositi per il 2019?
Molto positivo, cerco sempre di essere felice e di dare il massimo in tutto ciò che faccio, altrimenti non ha senso fare qualcosa se non ti fa sentire bene. Vorrei continuare a fare musica per sempre, scrivere canzoni e cercare di rendere felici gli altri, mi piacerebbe continuare a studiare pianoforte e canto, perché è importante e non si smette mai di imparare. Attualmente sto realizzando nuove canzoni, componendo per la prima volta anche in italiano, non vedo l’ora di farle ascoltare presto.

Qual è il regalo più bello che ti piacerebbe ricevere sotto l’albero?
Questa è la domanda più difficile, perché non mi piace ricevere regali, preferisco farli, mi trovo sempre a disagio quando devo scartare un pacchettino, mi sento in imbarazzo. Quindi, sotto l’albero… conservo i regali che faccio alle persone a cui voglio bene (ride, ndr).

Incontro con il talentuoso cantautore calabrese in occasione della pubblicazione di “Tutte le volte”, singolo che anticipa l’uscita del suo nuovo album

Eman
Spazio Emergenti: Eman si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

E’ in dirittura d’arrivo il nuovo lavoro discografico di Emanuele Aceto, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Eman, cantautore catanzarese che abbiamo apprezzato con il precedente album Amen e con gli ultimi due singoli Icaro e Milano” rilasciati nel 2018. In occasione del lancio di Tutte le volte, abbiamo raggiunto telefonicamente l’artista per una piacevole chiacchierata volta a scoprire i dettagli di questo interessante progetto.

Cosa hai voluto raccontare in “Tutte le volte”?
Una storia d’amore come tante, ma raccontata in maniera diversa. Ho cercato di trovare una chiave narrativa differente, puntando su un’analisi più lucida, perché non è detto che chiusa una relazione tutto si debba buttare o ci sia la necessità di attribuire sempre colpe, la fiamma di una candela può spegnersi con il vento o, più semplicemente, consumarsi.

C’è una veste sonora precisa che hai donato al brano per dare il giusto risalto al testo?
Le ballad hanno un potere evocativo, mi trovo sempre a mio agio in questa dimensione perché mette in risalto il significato delle parole, con le atmosfere più intime riesco maggiormente a tirar fuori ciò che voglio esprimere, in maniera molto più chiara e nitida. 

Di forte impatto anche il videoclip che vede protagonista la storia di DJ Fabo, cosa avete voluto esprimere attraverso le immagini?
Insieme al regista Mauro Lamanna abbiamo voluto sottolineare il valore della vita, raccontando il rapporto che lo legava alla sua compagna Valentina, un aspetto non di poco conto che rappresenta la parte più emozionante di questa storia. Tra l’altro, i due attori Aurora Ruffino e Gianmarco Saurino sono stati davvero bravissimi.

Come descriveresti il legame con le tue radici calabresi?
Fortissimo, mi alzo la mattina e penso di essere in Calabria, poi dopo cinque secondi realizzo che non è così. Onestamente non sento di essermene mai andato via, quando un legame è forte come il mio non vedi l’ora ogni volta di ritornare.

Una terra che ti ha più dato o tolto?
Credo un po’ entrambe le cose, ma le devo davvero tutto, ho tanta fame di farcela anche per dimostrare che si può realizzare qualsiasi cosa, anche se provieni da un luogo pieno di contraddizioni come quello. Sai, quando nasci in un posto difficile e bello come il mio è impossibile non portartelo dentro.

Quanto conta per te la dimensione live?
Per me è partito tutto dai live, il mondo dal quale provengo era rigorosamente dal vivo, incidere un brano in studio costava e non potevamo permettercelo in molti. Io sono nato nelle piazze, ho iniziato a cantare con cinque persone, poi sono diventate dieci, centinaia e così via.

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Eman © foto di Giovanni Varlonga

Partire dal basso aiuta?
Assolutamente sì, è fondamentale per mantenere un grado di giudizio molto equilibrato, perché dai valore al singolo individuo che ti viene ad ascoltare. Non conta quanta gente ci sia, devi sempre dare il massimo, non puoi permetterti di essere perfetto solo in certe occasioni, questo lavoro si basa sul rispetto che hai nei confronti del pubblico. Sono le piccole gocce che formano il mare.

Perché i giovani hanno paura di cantare nelle piazze?
Perché non si ha voglia di cominciare da zero, come hanno fatto i più grandi in passato, cito Vasco Rossi che è partito dal basso e da oltre vent’anni riempie gli stadi. Adesso è più comodo passare dal palco di un talent show, si abituano i ragazzi a numeri che nella vita difficilmente riusciranno a mantenere nel tempo, la gavetta è fondamentale in qualsiasi campo. 

In che direzione andrà la tua musica?
Sai che non ci ho mai pensato? Quando scrivo un brano a volte ho paura di non riuscire a completarlo, poi smetto di pensare e mi abbandono alla composizione. La musica deve tornare ad essere una necessità, molti la vivono come un’opportunità, personalmente non so in che direzione vada l’ispirazione, la seguo, la rincorro, ma è lei che decide dove portarmi.

Ti è ben più chiaro l’obiettivo rispetto alla strada da percorrere?
Diciamo di sì, a livello sonoro credo di aver raggiunto una certa unicità e non significa che ciò che faccio sia bello o brutto, ma non trovo nulla di simile in circolazione, questo è già un bel vantaggio (ride, ndr). Per il resto, mi sento pronto a raccogliere tutto quello che arriverà, certo che sarà qualcosa di bello.

Intervista con il giovane rapper romano, al suo ritorno discografico con il singolo “Girasoli”, un nuovo inizio che anticipa il suo prossimo progetto in studio

Kaligola
Spazio Emergenti: Kaligola si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Piacevole chiacchierata con Gabriele Rosciglione, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Kaligola, rapper romano che avevamo apprezzato nel 2015 sul palco del Teatro Ariston tra i giovani del Festival di Sanremo, in gara con il brano “Oltre il giardino”. A distanza di tre anni, l’artista si riaffaccia sul mercato discografico con il singolo Girasoli, un brano che esprime tutta la sua maturazione artistica.

Di cosa parla il tuo nuovo singolo “Girasoli”?
E’ una canzone che parla della fine di una storia d’amore, ma con un messaggio di speranza, perché il girasole è una pianta che sopravvive all’inverno e, di conseguenza, alle difficoltà. Si tratta di un pezzo per me importante, in cui mi metto in gioco cantando, con una nuova consapevolezza a livello di scrittura.

Lo vivi più come un ritorno o come un nuovo inizio?
Decisamente come un nuovo inizio, infatti ero indeciso se cambiare o meno nome d’arte, ma poi ho preferito lasciare Kaligola perché, in realtà, non mi sento di aver tagliato nettamente con il mio passato, sono semplicemente cresciuto.

Con quale spirito ti riaffacci al settore discografico?
Il mercato di oggi è molto saturo, in qualsiasi genere musicale c’è un grande afflusso di nuovi artisti. E’ più difficile emergere adesso rispetto al passato, personalmente mi affaccio in maniera positiva, proprio perché ci sono tanti autori e musicisti bravi, la sana competizione ti sprona a dare tutto te stesso per dimostrare di meritare la giusta attenzione.

Quali ascolti hanno ispirato e accompagnato il tuo percorso?
Da bambino ascoltavo musica classica, poi ho scoperto il rap a sei anni grazie ad Eminem, Pharrell Williams e 50 Cent. Mi sono talmente appassionato all’hip hop, da cominciare ad approfondirne la conoscenza ascoltando tutto l’underground americano anni ’80 e ’90, anche se ho sempre cercato di allargare la mia cultura musicale con artisti provenienti da altri generi, tra tutti Michael Jackson.

Rispetto alla tua partecipazione al Festival di Sanremo del 2015, in cosa credi di essere cambiato e in cosa senti di essere rimasto uguale?
Mi sento cresciuto dal punto di vista musicale, sento di aver acquisito maggiori competenze, ma anche a livello personale, perché sono cresciuto e tre anni sono tanti.

Ho iniziato a sperimentare più che in passato, oggi ho più consapevolezza di me stesso e maggiore voglia di fare musica, perché quando ricominci da capo tutto ha un sapore diverso e assume più valore. La naturalezza con la quale mi affaccio alla musica è la stessa, questo aspetto è rimasto completamente intatto.

C’è stato un momento in cui hai sentito il peso delle aspettative?
Beh, forse a Sanremo sì, anche se come esperienza l’ho vissuta con assoluta spensieratezza, le aspettative c’erano perché in gioco c’era il futuro della mia piccola carriera musicale. Nonostante questo, non l’ho vissuta come un peso, nemmeno le persone intorno a me, fortunatamente, mi hanno trasmesso alcun tipo di ansia da prestazione.

Qual è la lezione più importante che pensi di aver appreso dalla musica?
Che nessuno ti regala niente e che per guadagnarsi il proprio è necessario mettersi sempre in discussione, in primis con se stessi, solo in questo modo si può realizzare un prodotto di qualità che abbia una propria identità e una reale credibilità.

L’incontro con il musicista pugliese, in uscita dal 19 novembre con il singolo “Vieni con me” che anticipa il suo nuovo progetto discografico

Paolo Marà
Spazio Emergenti: Paolo Marà si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Si intitola Vieni con me il singolo che rappresenta il biglietto da visita ufficiale di Paolò Marà, artista che ha preso parte a numerosi festival musicali, tra cui ricordiamo la sua partecipazione televisiva nel corso della seconda edizione di The Winner Is. Realizzato insieme al fido produttore Matteo Tateo per l’etichetta PAPA Musìque, il brano racconta l’universo musicale e personale dell’artista, mettendo in mostra la sua inconfondibile timbrica vocale.

Ciao Paolo, cosa rappresenta per te “Vieni con me”?
Una parte fondamentale della mia giovane carriera artistica, il mio primo singolo ufficiale che racconta una parte di me, rappresentando artisticamente ciò che sono a livello personale. Uno dei versi che mi descrive di più, infatti, è: “prendo la vita come una giostra, come una nave che traccia una rotta”.

Il testo è firmato da Matteo Maniglio, come ti sei trovato a lavorare con lui?
Ci conosciamo da tempo, lo scorso anno abbiamo entrambi preso parte alle selezioni di Area Sanremo. Nei mesi a seguire, abbiamo avuto modo di interfacciarci spesso e di iniziare a scrivere qualcosa insieme, lui è davvero un grande autore, quando ho letto per la prima volta il testo mi sono emozionato perché parlava proprio di me. Conoscendomi molto bene è riuscito a fotografare ogni paesaggio della mia anima, di conseguenza, lavorare agli accordi e alla musica è stato facilissimo.

Come e quando ti sei avvicinato alla musica?
Questa domanda mi fa sempre tremare un po’ le gambe (sorride, ndr), ho scoperto la musica all’età di otto anni, quando ascoltavo le cassette di Michele Zarrillo. Piano piano mi sono avvicinato allo strumento strimpellando una pianola guadagnata con i punti del supermercato, mentre le esperienze con le prime band sono arrivate con l’adolescenza. Quando ho iniziato a pensare di poter trasformare questa mia passione in un mestiere, mi sono scontrato con i miei genitori, che non hanno mai preso di buon occhio questa mia dedizione per la musica. Ho studiato canto e mi sono applicato, anche contro il loro volere.

Quali parole ti hanno infastidito da parte di chi non ha realmente compreso la tua passione?
Più che fastidio mi hanno provocato dispiacere, è un discorso legato alla mentalità, abbiamo la fortuna di vivere nel Paese più bello del mondo, ma non tutta l’Italia ha lo stesso tipo di apertura. In una realtà di provincia può capitare di non essere compresi, addirittura anche presi in giro, sia per la musica ma anche per qualsiasi altra passione. Non c’è una frase particolare, ci sono stati dei periodi in cui non sono stato capito, ma è servito a fortificarmi perché, se sei veramente innamorato di ciò che fai, niente e nessuno può fermarti. 

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“Vieni con me” il nuovo singolo di Paolo Marà

Con quale spirito ti affacci al mercato e come valuti il livello generale dell’attuale settore discografico?
Con un forte spirito di adattamento, dagli anni ‘90 ad oggi c’é stata più di un’evoluzione, la musica è fruita in modo più immediato e veloce, bisogna stare al passo con i tempi e cercare di tornare ad alimentare il mercato con canzoni che possano restare nel tempo.

C’è un incontro che reputi fondamentale per il tuo percorso?
Più di uno. In primis il mio produttore Matteo Tateo, colui che più ha creduto in me e che mi ha trasmesso il coraggio per andare avanti nei momenti meno facili. Ringrazio anche Tommaso Martinelli, una delle persone più belle che ho avuto il piacere di incontrare nella mia vita, non è facile trovare in questo ambiente amici veri, lui lo è senz’altro.

Credi di aver raggiunto una tua identità ben definita o, più semplicemente, ne sei ancora alla ricerca?
Penso di aver trovato la mia rotta artistica, la direzione verso la quale mi piacerebbe proseguire il mio percorso, ovviamente c’è sempre da lavorare e molto da migliorare. “Vieni con me” è sicuramente un ottimo punto di partenza, le fondamenta per costruire al di sopra qualcosa di importante. Tendenzialmente di nascita sono un bluesman, anche se mi piace molto sperimentare ed utilizzare diversi colori della mia voce.

Cosa ha rappresentato per te l’esperienza di The Winner Is?
L’avventura più emozionante vissuta sino ad oggi, per la prima volta ho varcato la soglia di studi televisivi importanti come quelli di Mediaset, entrando a contatto con le persone e tutto ciò che c’è dietro uno programma del genere. Questa esperienza mi ha insegnato a comprendere meglio il mondo dello spettacolo, un bagaglio culturale molto più importante della vittoria o di qualsiasi altro premio in palio.

Se potessi “rubare” una canzone a un collega, quale sceglieresti?
Ti direi “Quanno chiove” di Pino Daniele, perché ogni volta che la canto e la suono mi ritrovo a combattere con le mie più profonde emozioni. Quando sono da solo mi lascio andare, mentre davanti al pubblico cerco di trattenermi. Un brano che ruberei sicuramente al grande Maestro.

Per concludere, qual è l’insegnamento più importante che senti di aver appreso da tutti questi anni di gavetta?
La musica è un linguaggio che accomuna tutte le popolazioni, non c’è alcun tipo di distinzione. Chiunque può farla o comprenderla, a patto che ci metta il cuore, potrà sembrare banale dirlo ma è più semplice di ciò che si pensa. Il mio obiettivo è quello di riuscire a trasmettere emozioni attraverso questo bellissimo linguaggio artistico.

A tu per tu con il duo veneto, in uscita in tutti gli store con il nuovo album di inediti intitolato “Hey Hey Hey”

Blonde Brothers: "Viviamo di contaminazioni e di nuovi stimoli"
Spazio Emergenti: i Blonde Brothers si raccontano ai lettori di Musica361, approfondiamo la loro conoscenza

Tempo di nuova musica per i fratelli Luca e Francesco Baù, meglio conosciuti come i Blonde Brothers, duo di musicisti che hanno saputo mescolare credibilità e sperimentazione nel loro nuovo progetto discografico Hey Hey Hey, un mix vincente di sonorità electro-country frutto di anni di esperienze, viaggi e concerti dal vivo.

Disponibile negli store digitali a partire dal 19 ottobre, il disco è composto da tracce eseguite sia in italiano che in inglese, con un’incursione anche con la lingua francese.

Un lavoro versatile e dal linguaggio universale, come raccontatoci dagli stessi due artisti.

“Hey Hey Hey” è il titolo del vostro quarto album. Da quale idea iniziale siete partiti e a quali conclusioni siete arrivati?
Il titolo è un modo per dire “Hey ascoltami… devo raccontarti qualcosa”.

Eravamo partiti con l’idea di lanciare alcuni singoli poi in questi ultimi tre anni abbiamo avuto molta ispirazione così abbiamo pensato di fare un album intero che avesse la caratteristica di tutti i singoli al suo interno.

Dalle montagne venete agli store tradizionali e digitali, cosa rappresenta per voi questo nuovo tassello discografico?
Questo nuovo tassello discografico è un viaggio all’interno di valori sui quali noi crediamo ed è un modo di arrivare al grande pubblico camminando con le scarpe da montanaro. Montanari che hanno viaggiato molto ma che sono radicati al proprio punto di partenza…

Elettronica e country, due mondi apparentemente distanti che possono coesistere nella stessa forma canzone?
Siamo convinti che l’elettronica abbia trasformato e fatto crescere ulteriormente la musica, perché rappresenta un’occasione per tutti noi artisti, per poter segnare ancora una volta l’evoluzione e la crescita di questa forma di comunicazione potentissima che è la musica. La contaminazione del resto è quasi sempre evoluzione.

Credibilità e sperimentazione possono convivere in musica?
Per noi ciò che rende veramente interessante un artista è proprio questo, saper osare e avere il coraggio di sperimentare, è più rischioso ma rende tutto piu frizzante e divertente, più credibile perché l’artista ha bisogno sempre di nuovi stimoli.

Ascoltando il disco ci si rende conto dell’importanza che avuto nel vostro percorso la dimensione live. Quanto ha contato per voi la gavetta?
La gavetta ha contato molto, conta e conterà in futuro, perché il percorso di crescita è infinito e tutti noi abbiamo i propri limiti che solo attraverso il duro lavoro riusciamo a superare.

Ogni singola serata, ogni singolo accordo suonato, ogni singola persona incontrata sul palco e sotto il palco è parte di questo viaggio e di “Hey Hey Hey”.

Nel brano “Credi in te” lanciate un segnale molto positivo, in questo preciso momento storico c’è davvero bisogno di riacquistare fiducia in noi stessi?
Credere in se stessi è anche un modo per credere negli altri perché attraverso la propria forza interiore si riesce a condizionare la realtà e di conseguenza aiutare il prossimo.

In questo momento storico abbiamo bisogno di credere molto e saper sognare perché il “sogno” è la componente che fa diventare “magica” la nostra esistenza.

A tu per tu con il cantautore napoletano, in uscita con il suo terzo progetto discografico intitolato “Mia madre odia tutti gli uomini”

Maldestro: "La musica mi ha concesso uscire dai confini e dagli schemi" 1
Spazio Emergenti: Maldestro si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Una chiacchierata in compagnia di Antonio Prestieri, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Maldestro, è sempre motivo di arricchimento personale e culturale. Il pretesto è l’uscita del suo terzo album in studio intitolato Mia madre odia tutti gli uomini, pubblicato lo scorso 9 novembre per l’etichetta Arealive con distribuzione Warner Music. Anticipato dai singoli “Spine” e “La felicità”, il disco si avvale dell’esperienza del produttore Taketo Gohara e riflette tutte le anime dell’artista campano, che avevamo già conosciuto nel 2017 tra le Nuove Proposte del Festival di Sanremo, in gara con “Canzone per Federica”, classificatasi al secondo posto e vincitrice del prestigioso Premio della Critica Mia Martini.

Cosa raccontano questi dieci brani inediti?
Raccontano me stesso, nudo e crudo, felice e malinconico, le canzoni parlano della mia infanzia e di alcuni momenti della mia vita, belli o brutti che siano, che mi hanno permesso di diventare ciò che sono oggi.

A livello musicale, quali sonorità hai voluto abbracciare?
Quelle più intime, proprio perché nei testi parlo molto di me. Con il produttore Taketo Gohara, che considero un mago, abbiamo scelto un sound asciutto e acustico, per donare maggiore risalto alla voce e un filo logico al racconto, con l’ausilio di strumenti veri e l’utilizzo di pochissima post produzione. Abbiamo cucito su misura un vestito semplice, per dare centralità alle parole e al contenuto.

C’è una tematica ricorrente nel disco?
Potrà sembrare un parolone, ma ho cercato di trattare e ricercare il senso della vita, che si riflette senza filtri nella quotidianità. Mi sono messo a nudo e non mi sono vergognato di farlo, anzi, sono fiero di esserci riuscito, perché ho capito di avere maggiore consapevolezza della mia fragilità.

Il tuo nuovo singolo si chiama “La felicità”, credi di aver trovato il sentiero che ti porta in quella direzione o, più semplicemente, ne sei ancora alla ricerca?
Ah (ride, ndr) ne sono ancora alla ricerca. Se fossi felice probabilmente non sarei qui, me ne starei da qualche parte a godermi la natura e le piccole cose della vita. Purtroppo continuo ad essere un uomo ancora impelagato in certe situazioni, forse la felicità è uno stato che non si raggiungerà mai, un po’ come l’orizzonte che più ti avvicini e più si allontana, una meta quasi utopistica, ed è questo il grande mistero della vita.

Come descriveresti il tuo rapporto con il web e con i social network?
Guarda, mi sono convinto da poco e per gioco. Per me è una nuova veste e devo ammettere che è bello avere questo tipo di rapporto con le persone, anche se è necessario stare sempre attenti e avere la lucidità per restarne un minimo distaccati. Ormai è un qualcosa che fa parte della nostra realtà, i dispositivi sono diventati un’estensione del nostro corpo, ma bisogna sempre essere equilibrati, mai all’estremo. Non mi sento molto social, ma sto imparando ad utilizzare questo canale perché, oggi come oggi, conta più una storia su Instagram di un passaggio radiofonico.

Qual è l’insegnamento più grande che hai appreso in tutti questi anni di attività?
Che l’arte può salvarti, in particolare la musica regala diverse prospettive e ti permette di comunicare in maniera non ordinaria. Personalmente mi ha insegnato a non arrendermi, a non restare fermo tra le mie mura, mi ha concesso di uscire dai confini e dagli schemi, se non avessi avuto la passione della scrittura la mia vita non sarebbe stata la stessa, è il mezzo che mi ha permesso di sentirmi più libero e leggero.

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