L’incontro con il cantautore comasco, al debutto con il suo primo EP anticipato dai singoli “Christian De Sica” e “Tra il tedio e il dolore”

JurijGami e il suo esordio ironico-spirituale con "Breve ma incenso" 1
Spazio Emergenti: JurijGami si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Si intitola semplicemente “Breve ma incenso” l’EP d’esordio di JurijGami, chitarrista e cantautore che abbiamo apprezzato la scorsa estate con l’irriverente singolo Christian De Sica, seguito a ruota dall’ispirato Tra il tedio e il dolore, entrambi contenuti in questo primo album pubblicato il 9 novembre per Cello Label, etichetta indipendente con sede a Bruxelles. In occasione di questo importante battesimo discografico, abbiamo raggiunto telefonicamente il giovane artista per una piacevole chiacchierata.

Com’è nato e cosa rappresenta per te questo EP d’esordio?
Rappresenta il primo passo all’interno del mondo della musica, suono la chitarra da quando ho tredici anni, ma è la prima volta che mi sono cimentato nella scrittura di testi, cercando di spaziare il più possibile con le parole e gli argomenti, come spero si possa notare ascoltando le tracce del disco.

Hai voluto donare una veste precisa alle tracce, per spaziare il più possibile tra i generi?
Esatto, avevo nel cassetto venticinque pezzi, ho cercato di selezionare quelli più corposi, cercando di metterli insieme dandogli un unico filo conduttore. Credo di aver sperimentato abbastanza, sai, negli ultimi tempi c’è questa idea che se la musica non si colloca in uno schema ben preciso viene definita indie, un termine che credo non mi identifichi, in più non sono un amante delle etichette.

JurijGami e il suo esordio ironico-spirituale con "Breve ma incenso"
La copertina di “Breve ma incenso”

Nel disco giochi parecchio con le parole, toglimi una curiosità: sei un abbonato alla settimana enigmistica?
Eh sì (ride, ndr) mi diverte molto, al di là dell’enigmistica, il mio cervello realizza costantemente collegamenti pazzi, io non mi pongo alcun problema ad esternarli, anche se in alcuni casi dovrei pensarci un pochino di più, perché a volte escono di quelle cose… ma non fa niente, serve esperienza e sperimentare aiuta.

Nella copertina un paesaggio si trasforma in uno sfondo di un computer, a simboleggiare il filo sottile tra realtà e finzione?
Sì, esatto, anche un modo per descrivere com’è diventata oggi la nostra società, una tematica ricorrente all’interno del disco, mi riferisco all’evoluzione tecnologica ci sta portando ad instaurare un rapporto sempre più virtuale e meno diretto tra le persone.

C’è una canzone che ascoltandola ti suscita ogni volta delle emozioni?
Guarda, con la musica ho un rapporto strano, nel senso che l’ascolto a caso e vado a periodi, mi piace spaziare. Un artista che ho sempre seguito molto è John Mayer, lo trovo completo. Se dovessi scegliere un suo prezzo, citerei “Gravity” perché non mi stanco mai di ascoltarlo.

Qual è la lezione più importante che senti di avere appreso dalla musica in questi anni di gavetta?
Non smettere mai di sentirsi curiosi e, di conseguenza, vivi. Credo sia fondamentale per non sfociare nell’abitudine, per non invecchiare spiritualmente. La musica è un elisir di giovinezza che fa bene a qualsiasi età, un’attività creativa che ti porta ad allenare la mente, come sostiene Kafka: la felicità sta nel costruire più che nel raggiungimento di un determinato obiettivo. Ecco, questo ho imparato dalla musica.

Tra il tedio è il dolore, cosa rappresenta esattamente il tuo personale castello di felicità?
Dicono che la felicità sia fatta di attimi fugaci, ho voluto raffigurarla in maniera imponente come un castello, a simboleggiare che non si tratta di una sensazione effimera. Il mio personale castello di felicità è racchiuso all’interno del mio Mac, sono contento ogni volta che lo accendo, apro Logic e mi metto a giocare con i suoni e le parole, gettando le fondamenta di quelle che diventeranno poi le canzoni. Spero di avere sempre qualcosa da dire, di portare avanti sempre e comunque un messaggio che sia di contenuto.

A tu per tu con il rapper milanese in uscita con il singolo “Sorrisi altrove”, nuovo estratto dall’album “Mietta sono io”

Peligro: 1
Spazio Emergenti: Peligro si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Le sue canzoni racchiudono ideali comuni, attingono dal vissuto quotidiano e raccontano storie. Stiamo parlando di Andrea Mietta, meglio conosciuto come Peligro, rapper milanese che continuiamo a seguire con particolare attenzione e che ritroviamo a pochi mesi di distanza dal lancio del suo disco Mietta sono io.

Ciao Andrea, ben ritrovato su Musica361. Parliamo del tuo nuovo singolo “Sorrisi altrove”, quanto c’è del tuo passato e quanto del tuo presente in questo brano?
Ciao, è bello rivederci (sorride, ndr)Se dovessi esprimerlo in proporzione c’è un 60% di passato, un 30% di presente e un 10% di futuro. Le immagini che ho cercato di evocare attingono molto dal mio vissuto, la panchina che cito nella prima strofa esiste davvero ed era davvero “nostra” un tempo, mentre ora non lo è più…

Quale veste sonora e quale taglio hai voluto attribuire al pezzo composto a quattro mani con Marco Zangirolami?
In realtà il testo è mio, l’apporto di Marco riguarda la parte musicale. Comunque, la creazione di un brano in totale sinergia è un’esperienza meravigliosa. Il flusso di energie che si crea è indescrivibile ed è totalizzante.

Molto bello il video con il quartetto d’archi, cosa hai pensato la prima volta che lo hai visto? Che i ragazzi che l’hanno realizzato hanno fatto una specie di miracolo! Questo video è stato girato in condizioni un po’ precarie, per una serie di ragioni. Sostanzialmente avevamo un solo tentativo a disposizione e poco tempo per completare il lavoro. Alla luce di ciò, il risultato è sorprendente.

Quanto è importante, oggi, riportare l’attenzione su tematiche semplici e prese in prestito dal nostro vissuto?
Credo che per chi scrive musica sia fondamentale attingere al proprio quotidiano per raccontare storie. Al di là di quello che può apprezzare il pubblico (che, secondo me, cerca sempre più storie di persone che gli somiglino), mettere se stessi nelle canzoni è innanzitutto terapeutico. Come si dice: “costa meno di uno psicologo” (ride, ndr). 

Come valuti l’attuale epoca discografica che stiamo vivendo?
È un periodo strano, di transizione. Si potrebbe dire che sia un periodo di crisi, ma non c’è crisi senza opportunità. Oggi, tutto dell’apparato dell’industria discografica viene messo in discussione, i ruoli cambiano, vecchie figure professionali muoiono e ne nascono di nuove. Probabilmente non c’è mai stato un periodo storico migliore per creare musica, perché i mezzi per farlo oggi sono alla portata di tutti, non ci sono più barriere. Dall’altro lato, chi decide di fare musica oggi deve fare i conti con una profondissima frammentazione del pubblico e con il fatto che, probabilmente, i “numeri” di un tempo non saranno mai più eguagliati. Si può puntare a cose diverse, a un modo di fare musica che sia sostenibile innanzitutto per chi la fa.

Peligro:
La copertina di “Sorrisi altrove”

A conti fatti, ci sono più pro o contro a portare avanti il proprio discorso musicale?
Se scrivere e fare musica è un’urgenza, un’esigenza, non c’è contro che regga.

Se dovessi scegliere un’epoca del passato, quale decennio sarebbe più vicino al tuo modo di intendere la musica?
Sembrerà strano, ma proprio perché ho fatto mie le opportunità di cui parlavo prima, penso che l’epoca giusta sia proprio questa. Non sono particolarmente nostalgico del passato… un tempo fare musica era qualcosa alla portata di pochi. È vero che c’era un mondo intero da scoprire e da inventare, ma chi può dire che avrei avuto il privilegio di portare avanti un discorso musicale, se fossi nato in un periodo storico diverso?

Tornando al presente, sono passati oltre quattro mesi dal lancio del tuo disco “Mietta sono io”, qual è il tuo personale bilancio?
Penso che il meglio debba ancora venire, ma il bilancio non può che essere in attivo. Sia a livello quantitativo che a livello qualitativo sto ricevendo dei feedback molto importanti, e questa è benzina per il mio motore.

A tu per tu con la giovane artista romana, impegnata con la promozione del suo ultimo singolo “Nomentana”, composta a quattro mani con Zibba

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Spazio Emergenti: Frances Alina si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Racconta le sue fragilità e il modo in cui ha superato le proprie difficoltà Frances Alina Ascione, talentuosa artista nata negli Stati Uniti ma cresciuta nel nostro Paese. Una passione per la musica trasmessa per via materna, espressa con grande determinazione in tutte le sue esperienze professionali, tra cui la partecipazione alla quarta edizione italiana di The Voice e la presenza fissa nel programma Radio2 Social Club con Luca Barbarossa. In occasione del lancio discografico di “Nomentana” (distribuito da Believe Digital per la label Platonica), abbiamo incontrato per voi la giovane cantante per scoprire le sensazioni e il suo attuale stato d’animo.

Ciao Frances, partiamo dal tuo nuovo singolo, com’è nato e cosa rappresenta per te?
Ciao! “Nomentana” nasce dall’incontro alquanto casuale con Zibba, il quale si è rivelato un grande artista con cui collaborare e da cui imparare, ma sopratutto un amico. Ci siamo incontrati con l’intento di fare tutt’altro e a sorpresa in poche ore è uscita fuori questa canzone. È nata in modo molto naturale perché è partito tutto da una chiacchierata sincera e confidenziale, che abbiamo poi messo in musica.

C’è una veste precisa che avete voluto donare al pezzo a livello di sound?
A dire il vero non ci abbiamo pensato molto. Sicuramente siamo partiti entrambi con l’idea di rimanere nel mondo “Black” e di fare qualcosa che fosse molto minimale, però il mood e il sound un po’ scuro sono venuti fuori da sé, man mano che scrivevamo strofe e ritornello.

Quale stato d’animo esprime il testo della canzone?
“Nomentana” esprime un chiaro senso di disagio e inadeguatezza. Stato d’animo che personalmente provo un po’ da sempre in molte circostanze, da quando sono bambina, essendo piuttosto timida e riservata. Negli ultimi anni questa sensazione si è decisamente accentuata, specialmente da quando lavoro nel mondo dello spettacolo, dove le aspettative sono alte e l’apparenza e la sicurezza giocano un ruolo importantissimo. In una società che si misura in “like”, dominata dall’ostentazione e dalla fame di approvazione, essere interessanti è diventata una regola, una cosa assolutamente normale. Ora tutti, principalmente tramite i social, riescono a sembrare quotidianamente “speciali”. Ecco, spesso in questa situazione sento di non avere nulla di importante da dire.

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Frances Alina Ascione

Con quale spirito ti affacci al mercato e come valuti il livello generale dell’attuale settore discografico?
Sinceramente dopo varie peripezie che ho avuto nel mio percorso e diversi errori commessi, sono alquanto disillusa ma fortunatamente serena. Voglio solo fare cose che mi divertono e che mi rappresentano, con persone che mi stimolino, senza grandi aspettative. Sto lavorando molto ultimamente e mi sento fortunata nel mio piccolo. Per quanto riguarda il panorama discografico italiano attuale, posso dire che mi fa molto piacere constatare che la musica e le produzioni indipendenti stiano facendo da contraltare al meccanismo dei talent (che da anni domina e monopolizza la discografia italiana) e si stiano creando uno spazio stabile e strutturato nel settore, che diversamente sarebbe alquanto arido.

Nonostante la tua giovanissima età, di palchi ne hai calcati veramente tanti. Quanto conta davvero la parola “gavetta” oggi?
Ovviamente penso sia fondamentale. Da subito ho iniziato a fare molti live nei club e nelle piazze, che sono stati la mia scuola e la mia palestra. Però, posso dire di aver trascurato per molto tempo il lavoro in studio e su me stessa, o meglio non ci ho creduto molto. Al giorno d’oggi i ragazzi sono molto fortunati perché con la tecnologia e i mezzi di comunicazione che esistono possono esprimersi al massimo ed esporsi facilmente. Ovviamente tutto questo deve essere coniugato al lavoro e al contatto fisico con le persone e il pubblico.

Tra l’esperienza televisiva di The Voice e quella radiofonica di “Radio 2 Social Club”, in quale ti sei sentita maggiormente a tuo agio?
Sicuramente il mio lavoro a Radio2 è fantastico! È un ambiente bellissimo. Davvero. Il programma è avanti anni luce, valorizza al massimo una cosa che a volte sembra quasi antica: la musica live. So per certo che tre anni fa non sarei stata capace di affrontare questa esperienza. C’è un tempo per tutto. Per quanto riguarda The Voice posso dire che mi ha dato tanto, l’ho apprezzato tantissimo e mi sono divertita. È stata un’esperienza molto formativa, che mi ha dato anche visibilità. Tornando indietro lo rifarei, anche se non ho mai amato i talent e penso che a volte potrebbero essere molto pericolosi.

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L’artista è attualmente in rotazione radiofonica con il singolo “Nomentana”

Qual è la lezione più grande che hai appreso dalla musica?
È una domanda difficile! (ride, ndr). Probabilmente non so ancora dare una risposta. La musica per me è sempre stata un rifugio e uno sfogo, non un luogo sicuro, questo no. Quando sei davanti alle persone a esibirti o quando fai sentire a qualcuno la tua musica sei assolutamente nuda e vulnerabile e devi essere forte. Non è stato facile per me e a volte non lo è tuttora perché, come ti ho già detto, sono sempre stata molto timida e insicura ed è un lato di me che credo rimarrà sempre.  Forse la musica mi ha insegnato ad essere, per forza di cose, meno suscettibile e a fare quello che voglio per me stessa e non sempre e solo per gli altri.

Se ti guardi allo specchio, oggi, quale immagine vedi?
Domanda ancora più difficile e più imbarazzante (ride ancora, ndr), non lo so proprio. In questo momento non sto lì a guardarmi allo specchio e a chiedermi cosa vedo… Sicuramente una donna ansiosa e sempre a 300 all’ora!

A tu per tu con la nota criminologa, per approfondire il ruolo sociale e terapeutico di questa significativa forma di espressione artistica, tra psicologia e sentimento

Roberta Bruzzone: “La musica? Strumento ideale per veicolare messaggi importanti”
Roberta Bruzzone: “La musica? Strumento ideale per veicolare messaggi importanti”

Psicologa forense e criminologa investigativa, questo e molto altro ancora è Roberta Bruzzone, autentica professionista del settore ma anche una donna determinata e appassionata: della vita, del suo lavoro, delle due ruote e, infine, anche della musica, come ci rivela in questa piacevole informale intervista. 

Qual è il tuo rapporto con la musica?
Mi accompagna da sempre, ho dei pezzi che sono collegati ad alcune persone e momenti particolari della mia vita, ogni volta che casualmente passano in radio vengono fuori ricordi che mi riattivano emozioni molto profonde. Credo che sia uno strumento potentissimo a livello comunicativo, tra i più efficaci che esistano. Personalmente ho un legame molto forte con la musica, purtroppo ho poco tempo per ascoltarla.

Da psicologa, credi nel concetto del “dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei”?
Si, credo proprio di sì. Indubbiamente ci sono dei gusti musicali particolarmente rivelatori dal punto di vista personologico, quando un individuo sceglie un genere alternativo o trasgressivo ha fondamentalmente poco a che fare con l’armonia, molto spesso si tratta di soggetti che hanno dei problemi profondi di disagio che non sono mai stati elaborati, quel rumore in qualche modo riesce a sedare, seppur temporaneamente, l’angoscia che provano. 

Cosa pensi della musicoterapia?
Guarda, l’ho vista applicata in determinati casi, per cercare di aiutare la persona a disinnescare lo stato d’ansia per evitare di arrivare all’attacco di panico vero e proprio. E’ un fenomeno legato alla prevenzione, quando il paziente comincia a sperimentare l’aspetto iniziale, vale a dire quella punta di irrequietezza che rapidamente può indurti ad uno stato di ansietà. L’ascolto di una determinata e accuratamente selezionata playlist può rievocare nella mente del soggetto, in modo molto efficace, una serie di esperienze positive e profonde, ideali per contrastare l’angoscia. 

L’amore tormentato è spesso fonte d’ispirazione per autori di canzoni che, puntualmente, catalizzano l’attenzione del pubblico. Secondo il tuo personale punto di vista, per quale motivo?
Perché rappresenta un modo per metabolizzare certe situazioni, diversi testi di canzoni sono stati più utili delle sedute di psicoterapia. E’ difficile lasciare andar via qualcuno a cui tieni, che tu sia parte attiva o ancor più passiva, molti pezzi tra quelli di maggior successo parlano proprio di storie finite, probabilmente la persona nel riascoltare il brano viene aiutata ad elaborare questo lutto sicuramente travolgente, da cui ci si può sempre rialzare. Mi viene in mente “Questo piccolo grande amore” di Baglioni, ma tantissimi altri pezzi sono entrati indubbiamente nell’immaginario collettivo, perché rappresentano gli stereotipi di quel che accade quando una relazione volge al termine. 

La musica è la compagna della nostra vita, scandisce sia momenti belli che brutti, c’è una canzone alla quale ti senti maggiormente legata?
In realtà ci sono due pezzi che trovo molto rappresentativi per il mio percorso di vita: per restare in ambito italiano “Gli angeli” di Vasco Rossi, canzone che faccio fatica ad ascoltare perché mi riporta ai miei trascorsi, in particolare a mia nonna che ho perso qualche anno fa; altro brano che mi accende le emozioni è “Hotel California” degli Eagles, per la storia che c’è dietro, partendo dal viaggio in moto essendo io un’appassionata harleysta, fino al significato della struttura che in realtà altro non era che una clinica sulle colline di Bel Air, dove tutti coloro che avevano vissuto una vita abbastanza sui generis, eccedendo con psicofarmaci, droghe e quant’altro, trascorrevano la parte finale della loro esistenza ricoverati in questo luogo dal quale non sarebbero più usciti. 

Cosa ti colpisce così tanto delle parole di questa canzone?
E’ un pezzo che mi porta a confrontarmi con il percorso della vita, mi reputo una persona con tantissima energia che potrebbe spaccare il mondo e credo anche di averlo fatto, più volte (sorride, ndr), ma adesso ho 45 anni e mi rendo conto che il tempo passa in fretta. Dal mio punto di vista mi sento ancora la dodicenne che impennava su una ruota, ma le esperienze e la mia professione mi hanno portato lontano da quel periodo spensierato e so che, prima o poi, dovrò fare i conti con il mio Hotel California. Non mi riferisco alla popolarità, ciò che mi spaventa è l’idea di non avere più l’energia di fare tutto quello che mi piace, la parabola discendente inevitabile che colpisce ognuno di noi, spero solo che si manifesti il più tardi possibile.

Il primo concerto a cui hai assistito e l’ultimo brano che hai scaricato da iTunes?
Il mio primo spettacolo musicale dal vivo è stato quello di Madonna nel ’90, allo stadio Delle Alpi di Torino insieme a mia cugina, ma non sono fatta per i concerti perché non amo la folla, la ressa e la confusione. L’ultimo brano che ho scaricato da iTunes, invece, è la colonna sonora di “Suicide Squad”, un film che mi piace tantissimo.

Tra i tanti casi di cui ti sei occupata, uno su tutti ha a che fare con la musica, ossia la triste vicenda di Luigi Tenco. Qual è la tua posizione a riguardo?
Personalmente lo ritengo un chiaro caso di omicidio, sono accadute cose che reputo raccapriccianti, sotto diversi punti di vista. Purtroppo è una vicenda che non si può più sciogliere, perché non sussistono le informazioni che potrebbero portare ad una soluzione. Onestamente non torna nulla di quello che è stato raccontato, una tale sequenza di alterazioni e di macroscopiche variazioni della scena del crimine non si sono mai ripetute in nessun caso al mondo, oltre ad una totale inosservanza di quelli che erano i protocolli già attuabili all’epoca. Personalmente credo che si sia trattato di un delitto passionale, i successivi suicidi di Dalida e del suo ex marito Lucien Morisse mi confermano questa ricostruzione. 

A proposito della pressione psicologica che un artista può subire a causa dei propri alti e bassi professionali, cosa pensi dei talent show?
Li considero dei tritacarne, la gente che prende parte a questi programmi non ha nessuna realistica possibilità di trasformare quel tipo di passione in una reale professione, la stragrande maggioranza di loro sparisce non appena i riflettori si spengono. Il problema reale è che nel mentre gli viene inoculata un’aspettativa che li proietta in un’ottica di un futuro successo, consensi che non avranno mai. Temo che sia un sistema destinato a produrre psicopatologie di matrice depressiva, le persone più fragili rischiano di precipitare in un baratro senza fondo. Trovo questo sistema di fare spettacolo profondamente pericoloso, perché si scontrano esigenze completamente diverse, il meccanismo favorisce palesemente l’aspetto economico, senza considerare minimamente il fattore psicologico di questi ragazzi.

La tua esposizione mediatica ti ha permesso di conoscere vari personaggi dello spettacolo, ci sono cantanti con i quali hai legato?
Ho un’amicizia con Valerio Scanu, che apprezzo perché è un ragazzo coraggioso e davvero molto in gamba, sta facendo un percorso interessante e quello che ha ottenuto è tutta farina del suo sacco, un aspetto lodevole e non del tutto scontato oggi.

Tra i fenomeni musicali in voga in questo momento c’è la trap…
Non so neanche cosa sia… (prendo il cellulare e le mostro qualche video di alcuni esponenti del genere, ndr). Ne vengo a conoscenza soltanto ora, confesso questa mia lacuna, anche se francamente credo di riuscire a sopravvivere e di potermene fare tranquillamente una ragione. Diciamo che quel poco che ho ascoltato mi è bastato per farmi un’idea a riguardo: se sono dispensatori di messaggi di questa entità, spero vivamente che possano sparire al più presto dalla circolazione. I nostri ragazzi hanno bisogno di esempi positivi, non di bulletti da quattro soldi che pensano di aver raggiunto chissà che cosa e sono destinati all’oblio molto rapidamente. Sono soggetti pericolosi perché hanno potere di fascinazione nei confronti dei giovanissimi, che in questa fase dovrebbero cibarsi di concetti ben diversi. 

Per concludere, l’arte può ancora influenzare positivamente la massa?
Certo che si! Tutto ciò che è comunicazione è in grado di smuovere coscienze, qualsiasi forma d’arte rappresenta una metodo di comunicazione, i contenuti sono oltremodo fondamentali. La musica andrebbe utilizzata per veicolare messaggi importanti, specie in quest’epoca in cui c’è bisogno di segnali positivi, senza accentuare tutta una serie di aspetti ignobili del comportamento umano, che poi si ripercuotono nella realtà e generano tanta sofferenza.

A tu per tu con il gruppo parmense, reduce dal lancio del primo disco “Qualunque cosa sia”, disponibile in fisico e digitale a partire dal 12 ottobre

I Segreti:
Spazio Emergenti: I Segreti si raccontano ai lettori di Musica361, approfondiamo la loro conoscenza

Si intitola Qualunque cosa sia il disco che segna il debutto discografico de I Segreti, band di Parma composta da Angelo Zanoletti (voce, tastiera e synth), Emanuele Santona (basso) e Filippo Arganini (batteria). Tra gli otto inediti, spiccano i primi tre singoli estratti: “L’estate sopra di noi”, “Vorrei solo” e “Torno a casa”, brani che hanno totalizzato oltre 550.000 ascolti su Spotify. 

Ciao ragazzi, partiamo dal vostro album d’esordio, un punto di partenza?
“Qualunque cosa sia” è il nostro primo disco, quindi è anche un punto di partenza, nato a cavallo tra il 2017 e il 2018, a metà tra la nostra sala prove nelle campagne parmensi e lo studio di registrazione a Milano. Inizialmente pensavamo di fare semplicemente un EP, ma avevamo già scritto qualche altro pezzo e, insieme al nostro produttore, abbiamo deciso di realizzare un vero e proprio album.

Quali sono le tematiche predominati e che tipo di sonorità avete scelto per raccontarle?
I pezzi parlano di emozioni, di sentimenti, in generale sono molto introspettivi. A tal proposito abbiamo deciso di chiamarci “I Segreti”, per dare uno sfondo a queste canzoni. Abbiamo dato maggior risalto a synth e tastiere, è un disco molto suonato, dalle sonorità a metà tra moderno e vintage. Cerchiamo sempre di equilibrare il sound fresco delle canzoni con dei testi intensi.

Come vi siete trovati a collaborare con il produttore Simone Sproccati?
Ci siamo trovati molto bene, è stato stimolante, una sfida a rendere le nostre canzoni in parte diverse da quelle che erano. Ci siamo dovuti mettere in discussione, abbiamo lavorato tanto insieme e lui ci ha aiutato a dare una forma al disco.

Da questo progetto sono stati estratti i singoli “L’estate sopra di noi”, “Vorrei solo” e “Torno a casa”. Quale brano, a vostro parere, esprime al meglio il vostro stile?
“Vorrei solo”.

Con quale spirito vi affacciate al mercato discografico e come valutate il livello generale dell’attuale settore musicale?
Siamo arrivati in punta di piedi, senza pretese ma con grande voglia di crescere e ritagliarci uno spazio sul mercato, nella speranza di portare il nostro messaggio a quante più persone possibili. È difficile valutare qualsiasi cosa, in quanto è tutto sempre in continua evoluzione.

Come vi siete conosciuti e quando vi è venuta in mente l’idea di creare una band?
Come quasi tutti i gruppi ci siamo conosciuti alle superiori. Volevamo semplicemente riempire i tempi vuoti con la nostra principale passione.

Quali album hanno ispirato e accompagnato il vostro percorso?
“Fuoricampo” – Thegiornalisti
“Marassi” – Ex-Otago
“Francesco De Gregori” – Francesco De Gregori
“Io tu noi tutti” – Lucio Battisti

I Segreti: 1
© foto di Iacopo Barattieri

Quanto conta per voi la dimensione live? Ci sono degli appuntamenti prossimamente in calendario?
Angelo: io prediligo la parte della stesura di testi e musica
Emanuele e Filippo: noi ci divertiamo in sala prove ma amiamo di più la parte live.

Tanti appuntamenti a partire dal 26 ottobre da Parma, al momento sono circa 20 date in giro per l’Italia (in aggiornamento), abbiamo voglia di incontrare gente ed esprimerci tramite la nostra musica.

Prendendo spunto dal nome della vostra band, qual è il segreto più importante che avete scoperto facendo musica?
Quando fai un disco devi saperti mettere in discussione, essere aperto agli input esterni rimanendo radicati alla propria essenza.

A tu per tu con il giovane cantautore di Celle Ligure in rotazione radiofonica con “Altro pianeta”, realizzato in collaborazione con Zibba

SEM:
Spazio Emergenti: SEM si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Chi non intravede nulla di nuovo nel nuovo scenario musicale italiano non ha ancora ascoltato le ultime produzioni Samuel Puppo, in arte SEM, ventenne savonese reduce dal debutto discografico con Anche se, brano che ha registrato in breve tempo 10mila streaming su Spotify e 70mila views su YouTube. A pochi mesi di distanza dal lancio, l’artista torna con il secondo singolo “Altro pianeta” (prodotto insieme a Nicola Arecco e realizzato in collaborazione con Zibba per l’etichetta Platonica), una canzone che fortifica e contraddistingue il suo fresco stile sonoro.

Ciao Samuele, parto col chiederti un tuo biglietto da visita: chi è SEM?
Un ragazzo ventenne di Celle Ligure che ha sempre suonato la chitarra dall’età di otto anni, per poi avvicinarsi al cantautorato nel corso dell’adolescenza. 

In quale genere musicale ti collochi?
Per la direzione che stiamo prendendo con il mio team di lavoro, ora come ora, potrei definire il mio stile vicino all’indie-pop, inteso dal punto di vista internazionale e non quello che viene espresso da noi, oggi, in Italia. 

Hai iniziato con la scrittura in inglese, ora ti senti completamente a tuo agio con l’italiano?
Ho iniziato a scrivere canzoni in inglese perché i miei primi riferimenti musicali sono stati anglofoni, quindi mi è venuto inizialmente naturale. Con il passaggio all’italiano sento di non aver stravolto ciò che ho fatto in precedenza, sono rimasto fedele a me stesso e al messaggio. Poi, ovvio, sono cresciuto a livello di scrittura rispetto a quando avevo quattordici anni, ma con l’italiano mi trovo perfettamente a mio agio.

Che tassello rappresenta nel tuo percorso artistico il nuovo singolo “Altro pianeta”?
Spero vivamente che sia un ulteriore step per la mia carriera, sono molto soddisfatto del risultato. Rispetto al precedente singolo “Anche se”, abbiamo voluto proseguire lo stesso tipo di discorso, puntando ancora di più sul sound, molto più a fuoco in questo secondo progetto. 

C’è una veste precisa che hai voluto dare alla canzone, sia a livello testuale che di sonorità? 
Il testo è stato stravolto più volte, con Zibba abbiamo lavorato molto per trovare il giusto equilibrio tra immagini e parole. Il sound aveva sin dall’inizio la sua direzione, abbiamo seguito il tragitto naturale che, in qualche modo, era già stato tracciato dal precedente singolo.

C’è un incontro che reputi fondamentale per la tua carriera?
L’incontro con Nicola Arecco, con il quale abbiamo portato avanti il precedente progetto in lingua inglese, per poi virare su questa strada indie-pop, l’intuizione è stata la sua. Io ho avuto l’esigenza di cominciare a scrivere in italiano, le due cose sono arrivate contemporaneamente e hanno dato vita a ciò che potete ascoltare oggi.

Quali sono i tuoi principali ascolti musicali e riferimenti artistici?
Come tutti, nel tempo ho cambiato i miei ascolti, ho iniziato ad apprezzare molto John Mayer, perché era quello che sentivo di voler fare, ovvero mettermi alla prova con canzoni chitarra e voce. In seguito ho avuto un periodo più folk, fino ad abbandonarmi completamente al soul ed a scoprire questa scia indie-pop. Tra i miei punti di riferimento attuali, cito il norvegese Boy Pablo e il neozelandese Phum Viphurit, entrambi due avanguardisti che hanno puntato su un qualcosa di nuovo che è poi esploso in giro per il mondo.

Un aspetto positivo e uno negativo del fare musica oggi?
Di positivo c’è che è molto semplice far arrivare la propria musica alle persone, praticamente immediato, un aspetto che ha rivoluzionato l’intera industria discografica. Il rovescio della medaglia negativo è che, con questo tipo di meccanismo, tutto diventa più usa e getta, perché realizzare un singolo è diventato veramente alla portata di tutti. 

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La copertina di “Altro pianeta”

Come immagini il settore discografico tra dieci anni?
E’ difficile darti una risposta, specie se si pensa a dieci anni fa, la situazione si è completamente ribaltata. Potrebbero arrivare nuovi colossi digitali come Spotify, o piattaforme completamente diverse. A prescindere dal grado di tecnologia e delle invenzioni dei prossimi anni, ciò che mi auguro è che la gente possa continuare ad andare ai concerti, perché il contatto con il pubblico per un artista sarà sempre fondamentale. Magari la distribuzione sarà  più liquida, ma non riesco proprio ad immaginare un futuro dove i live possano essere trasmessi in streaming.

Come ti vedi personalmente tra dieci anni?
Caspita, che bella domanda (ride, ndr). Spero non troppo disilluso, all’alba dei trent’anni, con attorno persone che amano quello che fanno e credono nel mio stesso progetto, sempre con tanta passione e grande divertimento. Il mio obiettivo nella vita è quello di suonare dal vivo, ciò che desidero di più è riuscire a raggiungere l’autonomia per poterlo fare per più tempo possibile. Non chiedo altro.

A tu per tu con la giovane cantautrice romana in radio con “Tutto cambia”, brano che sviscera il nostro mutamento interiore e quello della società che ci circonda

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Spazio Emergenti: Valentina Parisse si racconta ai lettori di Musica361

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Questo è il tema alla base di Tutto cambia, il singolo che segna il ritorno di Valentina Parisse, a sette anni di distanza dal suo esordio in lingua inglese con “Vagabond”. Dopo diverse esperienze internazionali, la ritroviamo perfettamente a suo agio in questo singolo, preludio di un nuovo interessante progetto discografico.

Ciao Valentina, partiamo da “Tutto cambia”: com’è nato e cosa rappresenta per te questo brano?
Rappresenta un punto di arrivo e un punto di inizio allo stesso tempo. È nato dall’esigenza di scrivere qualcosa che mi rappresentasse al massimo. Soprattutto, è per me una canzone che mette in rapporto il singolo rispetto alla collettività in un questo periodo storico in cui tutto sembra una sfida continua con se stessi e gli altri. 

Un pezzo composto a quattro mani con Luca Bizzi. C’è una veste precisa che avete voluto dare al brano a livello testuale?
Questo testo che ho scritto con la collaborazione di Luca desidera fotografare con occhi lucidi quel momento di cambiamento che tutti prima o poi incontrano nella propria strada. La paura, lo smarrimento ma anche quell’opportunità di crescere che può rappresentare. Mi piace un linguaggio diretto, che faccia viaggiare di pari passo musica e parole.

Dal punto di vista del sound, invece, ti sei trovata a tuo agio in questa veste sonora?Assolutamente si! Mi sento in continua evoluzione col suono delle mie canzoni, ed in questa strumenti organici ed elettronici si mescolano in armonia tra loro. Il sound per me è fondamentale. Sono molto grata a Francesco Catitti aka Katoo, il producer di questo brano, per aver concretizzato le idee che avevo nella mente. 

Cosa avete voluto esprimere attraverso le immagini del video diretto da Andrea Giacomini?Questo clip è stata un’avventura totale! Ho conosciuto Von Jako a Los Angeles mentre scrivevo proprio “Tutto Cambia” ed altri brani, e quando abbiamo deciso di girare insieme, abbiamo messo la canzone nella macchina e siamo partiti con destinazione Deserto del Mojave. Tutti i simboli e gli elementi del clip come il libro che mi lascio alle spalle, il deserto stesso, la macchina che si ferma nel nulla e gli altri che trovate sono quello che abbiamo incontrato viaggiando, e che per noi hanno una forza evocativa e una diretta connessione col testo che canto. 

Quando e come ti sei avvicinata al mondo della musica?
Presto, prestissimo. A 14 anni ero già in studio a registrare le mie prime canzoni. Un provino che senza dubbio ha cambiato la mia strada. 

Quali ascolti hanno ispirato e accompagnato la tua crescita?
Tantissimi, ascolto in continuazione. Molti sono gli Artisti del passato che mi affascinano pur non appartenendo alla mia generazione: tra tutti Joni Mitchell e Stevie Nicks. 

Come valuti l’attuale panorama discografico e con quale spirito ti affacci al mercato?
Credo siamo in un momento di grande cambiamento, “Tutto Cambia” (ride, ndr), e le difficoltà sono innegabili. Io mi affaccio con tutta la passione possibile che metto in quello che scrivo e canto, mettendoci la massima cura e impegno. Questo è lo spirito.

Rispetto al tuo esordio discografico del 2011 con l’album “Vagabond”, composto interamente in inglese, come hai vissuto l’approccio alla scrittura in italiano?
In modo naturale e senza forzature: le canzoni nascono in modo spontaneo e, anzi, quando si cerca per forza un suono o una parola è il momento che non arrivano. 

Valentina Parisse:
Valentina Parisse

Nonostante la tua giovanissima età hai già scritto e collaborato con artisti del calibro di Renato Zero e Michele Zarrillo, cosa hanno rappresentato per te questi due prestigiosi incontri?
Mi hanno insegnato molto, moltissimo. A livello umano e professionale. E poi l’enorme soddisfazione di sentire le proprie canzoni interpretate da Artisti così grandi, è una emozione che non ha confine.

Quali sono i tuoi prossimi progetti in cantiere e i sogni nel cassetto?
Ci sono in cantiere una serie di date ed eventi dove non vedo l’ora di partecipare e condividere le mie canzoni, innanzitutto. Sogni, tantissimi. Del resto “andare avanti non serve a niente restando immobili”, e aggiungo in questa occasione, che i sogni sono la benzina per andare avanti!

C’è un messaggio che vorresti trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?
Non mi sono mai sentita in diritto di mandare messaggi nelle mie canzoni. Mi è sempre sembrato come sedersi ad una cattedra, e davvero non sarei io. Posso dirti che spero che chi mi ascolta possa ritrovare un pezzo di se stesso, e per un momento, riconoscersi.

A tu per tu con il giovanissimo duo ligure, in rotazione radiofonica a partire da venerdì 21 settembre con il singolo “Fools”

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I Seawards: a sinistra Giulia Benvenuto, a destra Francesco Proglio De Maria

Si intitola “Fools” ed è stato prodotto da Zibba il nuovo singolo dei Seawards, duo musicale nato nel 2015 che ha già ottenuto l’attenzione di addetti ai lavori e artisti internazionali, non ultima la loro apertura delle due tappe italiane della tournée dei The Script, noto gruppo pop irlandese che non ha bisogno certo di presentazioni. In attesa del loro album d’esordio, in programma per il prossimo 14 dicembre, abbiamo incontrato per voi Giulia e Francesco.

Ciao ragazzi, chi sono i Seawards? Come descrivereste il vostro duo musicale?
Dal punto di vista umano siamo due ragazzi che si sono conosciuti tra i banchi di scuola, artisticamente siamo due musicisti che creano musica in acustico e che, grazie al prezioso intervento di Zibba, la trasformano in un qualcosa di indie-alternative-pop.

Il vostro nome tradotto significa letteralmente “verso il mare”, a dimostrazione del fatto che avete ben chiara la direzione in cui volete andare?
Ben chiaro è l’obiettivo, come arrivare a raggiungerlo non si sa mai, le strade sono tante e difficili, ma stimolante è il percorso. Il nostro scopo è quello di farci conoscere da più persone possibili, è stato chiaro sin dall’inizio. Il nome che abbiamo scelto è anche un omaggio alla nostra Imperia, una città bagnata dal mare.

“Fools” è il vostro singolo in uscita venerdì 21 settembre, com’è nato e cosa rappresenta per voi?
Prima è nato il testo, racconta di una storia d’amore nascosta, in cui una delle due persone non vuole far sapere nulla ma è consapevole di non sentirsi felice per questo segreto. Nel videoclip diretto da Megan Stancanelli, abbiamo pensato di realizzare qualcosa in netto contrasto con la canzone, il risultato lo lasciamo giudicare a voi!

Lo scorso giugno avete aperto le due tappe del tour italiano dei The Script, tre aggettivi per descrivere quell’esperienza?
1) Figata, anche se non è un aggettivo; 2) Emozionante perché è stata un’esperienza incredibile, nei camerini ci tremavano le gambe in una maniera assurda; 3) Umana, per noi è stata la prima volta che ci siano relazionati con artisti di quel calibro e abbiamo scoperto delle persone fantastiche, è proprio vero che più le persone sono grandi più riescono a sorprenderti per la loro umiltà. 

Un brano che arriva dopo il precedente “Walls” e anticipa l’uscita del vostro album d’esordio, previsto per il prossimo 14 dicembre. Cosa potete anticiparci di questo lavoro?
Una cosa simpatica? E’ tutto praticamente già pronto, c’è la data ma non ancora il titolo, perché un altro artista ha annunciato il suo album con il nome che avevamo pensato. Pensa che sfortuna (ridono, ndr). Ci saranno una decina di pezzi, mood diversi e abbastanza versatili, da sonorità più tristi ed altre super ballabili.

Produttore dell’intero progetto è Zibba, com’è stato lavorare con lui?
Ogni qualvolta ci viene posta questa domanda, non sappiamo cosa rispondere se non che si tratta di un’esperienza incredibile, è un qualcosa che è difficile da spiegare, bisognerebbe vederlo all’opera per capire il suo immenso talento nel confezionare al meglio i brani.

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La copertina del singolo “Fools”

Personalmente, vi collocate in un genere particolare?
E’ difficile perché Giulia direbbe indie-alternative-pop, mentre Francesco più una miscela di folk-elettro-pop. Abbiamo due concezioni totalmente differenti, in generale e soprattutto negli ascolti musicali. Forse è proprio questo il nostro valore aggiunto, non avere dei limiti se non un’identità ben definita.

Con quale spirito vi affacciate al mercato e come valutate il livello del settore discografico?
Oggi come oggi è difficile farsi strada tra i giganti che hanno in mano il mercato, vale a dire le major, anche se ultimamente abbiamo notato uno sviluppo positivo per le realtà indipendenti, come nel caso della nostra etichetta Platonica. Dal punto di vista artistico, invece, credo che ciò che è considerato mainstream non sia il reale specchio della nostra società.

Da imperiesi doc, vi piacerebbe un giorno partecipare a Sanremo?
Sai che non lo sappiamo? Un giorno, magari, inizieremo a scrivere in italiano e potrebbe venirci in mente, per il momento la lingua inglese non ci permette nemmeno di ipotizzarlo. Chissà, il palco dell’Ariston e l’atmosfera del Festival ci suggestionano, se un giorno dovesse accadere, sicuramente  non ci snatureremo e cercheremo di portare la nostra personalità, senza scendere a compromessi.

A tu per tu con la giovane cantautrice lombarda, attualmente in rotazione radiofonica e sulle piattaforme digitali con il singolo “Lucciole”

Mara Bosisio:
Mara Bosisio (con la sua inseparabile chitarra) si confessa ai lettori di Musica361

Non pone limiti alla sua creatività Mara Bosisio, artista che ritroviamo tra le nostre pagine a distanza di qualche mese dall’uscita del precedente singolo “Mi fa sentire”. In occasione della pubblicazione della sua nuova creatura discografica, apriamoci nuovamente ad una piacevole intervista.

Ciao Mara, cominciamo naturalmente da “Lucciole”, com’è nato e cosa rappresenta per te questo singolo?
“Lucciole” è il primissimo lavoro che ho curato dall’inizio fino alla fine: ne ho scritto il testo, composto la melodia e creato l’arrangiamento interamente in un’unica notte, nelle quattro mura di camera mia.
Sono molto legata emotivamente a questa mia ultima fatica perché racconta un momento speciale del mio trascorso ed è la canzone che più mi rappresenta a livello di maturità e sperimentazione musicale.

Una canzone che hai scritto e musicato totalmente da sola. Per caso, ti occupi anche di arredamento di interni e sgomberi di cantine? 
Sfortunatamente l’esperienza “sgombero cantine” ancora mi manca; però ho recentemente riarredato tutta casa mia! 
Vabbè dai, chi mi conosce sa benissimo che sono curiosa ed estremamente autosufficiente. Non riesco a stare ferma: amo approfondire e cimentarmi in ogni cosa, purché mi stimoli e mi permetta di sperimentare la mia creatività in toto. Non mi stupirei se alla prossima occasione fossi io a farti domande e tu a rispondere! (ride, ndr)

Com’è stato collaborare con il producer Samuel Aureliano Trotta?
Meraviglioso e stimolante. E’ un ragazzo veramente talentuoso, sensibile e incredibilmente umile. La cosa che più mi ha affascinato nel suo modo di lavorare è l’estrema capacità di entrare nel profondo di una canzone, e il saper ricreare quell’atmosfera musicale perfetta e complementare alle parole e al senso del brano.

Qual è il complimento più bello che vorresti venisse attribuito al tuo pezzo?
Sapere che qualcuno si sia emozionato ascoltando una mia canzone o si sia rivisto nelle mie parole; credo che non esista regalo più gratificante e appagante. Colgo al volo l’occasione per ringraziare di cuore tutti coloro che hanno dedicato in questi giorni del tempo per ascoltare le mie canzoni o per spendere parole di apprezzamento e di supporto nei miei confronti. Siete spettacolari!

A cosa si deve la scelta di adottare sonorità anni ‘80-‘90 in un momento storico in cui, discograficamente parlando, sembra esserci dimenticati anche del nostro più recente passato?
Il tutto è nato in modo veramente molto spontaneo, per amore della musica di quegli anni.
Sono sempre stata affascinata dal mondo dei sintetizzatori e dalle sonorità “futuristiche” degli anni 80-90. Inoltre poi, essendo un perfetto “bastian contrario della vita”, preferisco seguire ogni volta i miei istinti e gusti personali, piuttosto che conformarmi ai dettami delle mode del momento. Ad ogni modo, in risposta alla tua domanda, sono molti gli artisti italiani (come ad esempio i TheGiornalisti e Calcutta) che stanno attualmente riutilizzando queste sonorità “vintage”. Perciò direi che non sono proprio l’unica ad aver avuto questo intuito.

A livello testuale, non ti senti un po’ in controtendenza a parlare d’amore, piuttosto che sfoggiare Rolex, beni materiali o sostanze poco legali?

Non ho Rolex, beni materiali di rilievo, nè interesse nel vivere certi stili di vita borderline: quindi mi pare evidente che certe tematiche si escludano a priori. Ci tengo però a precisare che, seppure la predominanza dei miei brani possa riguardare la sfera sentimentale, non tutte le mie canzoni parlano di amore. Ho sempre un occhio di riguardo nei confronti del mondo e della società che ho intorno. Le mie ultimissime canzoni destinate a Sanremo 2019, parlano proprio di questo.

Mara Bosisio: "Alle mode del momento, preferisco seguire l'istinto"Personalmente, ti collochi in un genere particolare?
Non mi piace ragionare per compartimenti stagni. Se devo necessariamente incasellare la mia musica da qualche parte, beh.. direi che appartiene senza dubbio al macro-cosmo del genere Pop.

Hai già pensato alla veste live di “Lucciole”?
Ogni mio brano nasce sempre in modalità acustica, talvolta al pianoforte, ma più frequentemente alla chitarra. Per “Lucciole” ho già deciso che ne registrerò a breve una versione unplugged perché giorni fa, avendone improvvisato un piccolo pezzetto chitarra e voce sui miei social, ho riscontrato da parte del pubblico un apprezzamento quasi maggiore rispetto alla versione originale (che comunque rimane tuttora molto apprezzata).

Sogni nel cassetto?
Diventare una sgombera cantine professionista, chiaramente! (ride, ndr)

Per concludere, chi è Mara Bosisio oggi?
Bella domanda. Sicuramente è una ragazza che si dà parecchio da fare, da tanto tempo e (spesso e volentieri) da sola. Mi piace pensare però che sto cercando di scoprirla a poco a poco grazie alla musica: vedremo se arriverò mai a conoscerla realmente fino in fondo. Il viaggio è appena iniziato!

Intervista al duo toscano che ha recentemente pubblicato l’album “Slow”, un inno alla natura e alle sue molteplici sfaccettature

Secondamarea:
Approfondiamo la conoscenza di Ilaria Becchino e Andrea Biscaro, coppia sia sul palco che nella vita

Reduci dal successo estivo del loro “AgriTour”, i Secondamarea continuano ad imporsi come una delle novità più interessanti dell’attuale scenario discografico. La loro è una musica non contaminata, se vogliamo pure controtendenza, che racchiude un messaggio molto forte, in un periodo storico dove i contenuti sembrano contare poco o niente. Lasciamoci contagiare dal loro suggestivo sound.

Ciao Ilaria, ciao Andrea, partiamo da “Slow”, il vostro ultimo album, cosa avete voluto lasciare fuori e cosa avete voluto portare con voi in questo disco?
Abbiamo voluto lasciare fuori tutte le sovrastrutture ideologiche e tecnologiche, inserendo tutto ciò che siamo noi. E’ il nostro disco più autentico, racconta della nostra quotidianità e sviscera lo stile di vita che ci appartiene. Attraverso queste dodici canzoni abbiamo messo in luce la nostra vera essenza.

A livello testuale è predominante la tematica degli effetti, spesso negativi, che l’uomo ha sul clima. Al contrario, credete che la natura riesca ancora ad infondere stupore nell’uomo?
Secondo noi, la natura ha ancora un grande valore immaginifico, il potere di stupirci, il vero problema è la distrazione dell’essere umano, imposta da chi ci ha messo in mano i vari giocattolini tecnologici del momento.

Ci si emoziona ancora davanti ad un tramonto o si preferisce condividere una foto, spesso filtrata, su Instagram?
Vivendo su un’isola, la metafora che hai appena fatto è davvero azzeccata. Al Giglio si può assistere a tramonti bellissimi, quello che notavamo è un certo esodo di turisti che, negli ultimi tempi, accorrono in massa per assistere a questo spettacolo. Sinceramente, nutriamo seri dubbi sul fatto che questa affluenza sia dettata dal voler vivere un momento a pieno contatto con la natura, anche perché hanno sempre un tablet o uno smartphone tra le mani. Forse perché siamo più interessati a mostrare la bellezza agli altri, più che a noi stessi.

Un po’ come accade durante i concerti, anziché godersi lo spettacolo si tende a riprenderlo con la fotocamera…
Esattamente, nel nostro piccolo abbiamo cercato di proporre un live diverso, per certi versi anomalo, realizzando oltre cinquanta date senza amplificazione. Una scommessa vinta, perché il nostro “AgriTour” è stato molto apprezzato del pubblico, che ha riscoperto il valore del vero ascolto, girando nei vari agriturismi abbiamo cercato di ricreare l’atmosfera delle canzoni intorno al fuoco. La comunicazione musicale è tra le più dirette e primitive, la gente ha bisogno di un contesto semplice per ritrovare la giusta concentrazione. 

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La tracklist di “Slow”

1. C’hanno rubato l’inverno
2. Naturale
3. Pellegrinaggio
4. Macina
5. Slow
6. Petrolio
7. Il presente
8. Via dell’orto
9. Sangue di legno
10. Senza
11. Acuacanta
12. Il mondo vuole te

Come valutate l’attuale scenario discografico e dove vi collocate? 
Onestamente facciamo un un po’ fatica a collocarci. Oggi come oggi, è molto più semplice realizzare un prodotto usa e getta, piuttosto che investire su un progetto di ricerca, su un qualcosa che potrebbe avere degli effetti non immediati. In un verso contenuto nell’album diciamo: “perché il buono non è nel nuovo, ma nell’antico da ritrovare”. Non ci definiamo nostalgici, crediamo che sia necessario coltivare la memoria, così come stare al passo coi tempi maturando una consapevolezza critica nei confronti della modernità, senza bisogno di sconfinare in un retorico “si stava meglio prima”. Come in tutte le cose, bisogna prendere il buono e migliorare gli aspetti negativi.

Per concludere, citando il titolo della canzone che apre il disco, chi è che ci ha rubato l’inverno?
Bella domanda, scrivendo quel pezzo siamo arrivati alla conclusione che, in fin dei conti, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino. In modo sarcastico abbiamo voluto descrivere le nostre contraddizioni, tendiamo sempre a cercare un colpevole ma non capiamo che ognuno di noi, nel suo piccolo, può contribuire sia all’evoluzione che all’involuzione della nostra umanità. 

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