Quattro chiacchiere con il cantautore calabrese, attualmente impegnato nella fase di scrittura delle sue nuove canzoni

Scarda
Scarda si racconta ai lettori di Musica361 in occasione della sua ultima tournée – @ foto di Marta Tosto

Reduce dal successo del suo FineTormentone Tour, ritroviamo con piacere Domenico Scardamaglio, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Scarda, artista classe ’86 che si è già fatto notare per la sua poetica fuori dal comune, come uno dei rappresentanti del nuovo cantautorato.

Dopo aver inaugurato la sua tournée lo scorso 26 ottobre da Pistoia e aver proseguito il proprio viaggio live da Bari, Rende (CS), Milano, Perugia e Santa Maria a Vico (CE), il 2019 del cantautore calabrese si concluderà con ultime tre imperdibili date, in programma il 12 dicembre al Covo di Bologna, il 13 dicembre allOff Topic” di Torino ed il 14 dicembre dal Monk di Roma.

Che ruolo gioca la musica nel tuo quotidiano?
Sono uno che ascolta parecchia musica, ma che non ha iniziato prestissimo, bensì dalla terza media in poi. Da lì è diventata una costante, parte integrante delle mie giornate.

Quale è stato il primo disco che hai acquistato?
Quasi mi vergogno a dirlo (ride, ndr) era “Hit Mania Dance ‘99”. Naturalmente col tempo ho preferito altre cose, da Ligabue al rock più classico dei Pink Floyd e dei The Doors, passano per i Nirvana e i Radiohead. Poi, ai tempi dell’università ho scoperto il cantautorato.

Hai altre passioni oltre la musica?
Mi piace leggere, di sicuro mangiare… ma anche cucinare. Mi diverte ricreare, sempre a livello abbastanza amatoriale, i piatti che sono diventati dei “classiconi”, dall’amatriciana alla carbonara.

Un piatto e un libro che consiglieresti ai nostri lettori?
Come libro mi sento di consigliare “Non si muore tutte le mattine” di Vinicio Capossela, un flusso di coscienza continuo che ho trovato bellissimo da leggere. Una ricetta, invece, è più difficile perché me ne piacciono di diverse, te ne dico uno random: spaghetti con le vongole.

In che direzione andrà la tua musica?
Non lo so, sicuramente continuerà questo flusso un po’ elettronico assunto con l’ultimo disco. Allo stesso tempo non vorrei neanche che fosse qualcosa troppo modaiola, bensì che avesse uno spessore.

Intervista al giovane artista romano, nuova promessa del cantautorato made in Italy

Emanuele Bianco
Emanuele Bianco si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita del singolo “Sotto la Torre Eiffel”

Si intitola Sotto la Torre Eiffel” il nuovo inedito di Emanuele Maracchioni, in arte Emanuele Bianco, reduce dalla duplice apertura del concerto di Fabrizio Moro, sia a Roma che a Milano. Segnatevi il suo nome, perché ne sentirete parlare. Conosciamolo meglio.

Come nasce e come si sviluppa questo pezzo?
L’ho scritto di getto lo scorso agosto, il grosso lavoro è stato fatto sulla produzione. Sono molto soddisfatto del risultato, siamo riusciti a dosare bene la melodia con l’elettronica.

Come riesci a far convivere l’animo cantautorale con quello da producer?
Negli Stati Uniti sempre più artisti della nuova generazione si occupano anche di produzione. A seconda del tipo di canzone è bello sia lavorare in team, tipo catena di montaggio, che assecondare il proprio lato da musicista. Quando compongo ho già il beat in testa, nessuno meglio di me può riprodurlo fedelmente.

Un brano che parla di mancanza, in un’epoca così social la lontananza esiste ancora?
Sicuramente il web ha abbattuto tantissime barriere, ma quando ti manca davvero una persona non ti basta sentirla su WhatsApp, come canto nel brano. Oggi tendiamo a volere tutto e subito, si è persa un po’ di magia, mentre nelle mie canzoni c’è uno spirito che va oltre l’epoca attuale, un’attitudine un po’ più retrò se vogliamo.

Emanuele Bianco
Emanuele Bianco

Sei un estimatore di Tiziano Ferro, hai avuto già modo di ascoltare “Accetto miracoli”?
Certo! E’ un disco che va sentito più volte, lo apprezzi sicuramente col tempo. Sia i testi che le linee melodiche non ti entrano subito in testa e questo è un bene, perché vuol dire che è un lavoro più ricercato e maturo. Mi ha molto colpito il pezzo con Jovanotti, ma anche “Come farebbe un uomo” e “Amici per errore”.

Coltivi altre passioni oltre la musica?
Sono molto appassionato di tecnologia, impazzisco per la domotica. Come sport adoro la boxe, l’ho praticata per circa quattro anni, poi ho scelto la musica, perché entrambe le discipline richiedono grande sacrificio. Per riuscire al meglio, ad un certo punto ho dovuto prendere una decisione, così mi sono dedicato completamente alle mie canzoni.

Cosa hai imparato dal pugilato? Quali insegnamenti hai riportato nella tua musica?
Calcola che il mio maestro era Guillermo Mosquera, detto Pantera, campione del mondo di pesi leggeri, che purtroppo non c’è più. La prima cosa che ho imparato è vedere le cose in maniera facile, così anche le imprese più complicate possono sembrarti una passeggiata. Sia la boxe che la musica mi hanno insegnato l’importanza della disciplina, soprattutto in quest’epoca in cui anche noi cantanti avremmo bisogno, oltre che del classico vocal coach, anche di un vero e proprio mental coach.

Quattro chiacchiere con la cantautrice calabrese prima della partenza del suo tour europeo

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Ylenia Lucisano si racconta ai lettori di Musica361 prima della partenza del suo tour europeo © foto di Daniele Barraco

E’ partito dal Mare Culturale Urbano di Milano lo scorso 24 novembre l’eurotour di Ylenia Lucisano, il viaggio che porterà l’artista calabrese ad esibirsi dal vivo in alcune delle località più affascinanti del vecchio continente. Marsiglia, Alise Sainte Reine, Digione, Bruxelles, Parigi, Amsterdam, Eijsden, Berlino, Monaco di Baviera e Francoforte, sono le città in cui farà tappa il suo spettacolo musicale. Scopriamone di più con la diretta protagonista.

Cosa puoi anticiparci di questa imminente tournée?
Andremo in giro in trio, insieme ai musicisti Pasquale “Paz” Defina e Roberto Romano, rispettivamente alla chitarra e ai fiati. Ogni sera sarà una sorpresa diversa, perché attraverseremo Paesi con tradizioni e culture diverse. In scaletta canterò le canzoni del mio ultimo album Punta da un chiodo in un campo di papaveri“, più qualcosina in dialetto calabrese del mio primo disco, un brano di Fabrizio De Andrè e uno di Francesco De Gregori.

Ti piace viaggiare? C’è una tappa di questo tour che ti affascina particolarmente?
Sì, amo molto viaggiare, ho già avuto modo di visitare molti dei posti in cui andremo a suonare. Mi affascina un po’ tutto l’itinerario, per via delle diverse reazioni da parte del pubblico di ciascuna città. E’ sempre bello ragionare sul fatto che la musica sia un linguaggio comune, che và oltre la lingua, per cui lavorerò molto per cercare di trasmettere emozioni al di là delle parole.

Un viaggio che non hai ancora fatto e che ti piacerebbe fare?
Banalmente New York o Nuova Delhi in India, che sono completamente due opposti (ride, ndr), ma io sono fatta così, non ho una via di mezzo!

Il 2019 è stato per te un anno di soddisfazioni, quali sono i tuoi buoni propositi per il futuro?
Mi piacerebbe prendermi del tempo per capire cosa voglio, devo ammettere di sentirmi un po’ satura, vorrei cercare di trovare dei modi diversi per esprimere la mia musica. Oggi come oggi tutti fanno dischi, gli spazi sono più ristretti e le possibilità sempre di meno. Vorrei un po’ lavorare su me stessa per capire come veicolare quello che ho da dire. Intanto mi godo il presente, quello che sto costruendo giorno per giorno, dalle date live alle collaborazioni. Per me resta fondamentale non entrare nel vortice del dover fare a tutti i costi qualcosa.

Incontro con la band torinese, fuori con un disco volto a far riflettere l’ascoltatore sull’importanza delle diversità nella società di oggi

Fran e i Pensieri Molesti
Fran e i Pensieri Molesti si raccontano ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita dell’album “Anomalia”

Un anno e mezzo di lavoro per realizzare questo disco, Fran e i Pensieri Molesti hanno voluto fare le cose con calma e per bene, in netta contrapposizione con l’attuale andamento consumistico del mercato. Il risultato è evidente e si sente sin dal primo ascolto, Anomalia è un disco che vi farà ragionare, oltre che muovere a tempo il piedino.

Che significato attribuite alla parola “anomalia” e a questo nuovo progetto?
Il titolo del disco è arrivato alla fine di tutto il lavoro, abbiamo cercato una parola che potesse racchiudere quanto raccontato. Abbiamo scelto “Anomalia” perchè tutte le tracce hanno questo tipo di sottotesto, l’amore per il diverso e per l’emarginato. Per noi le anomalie non sono da demonizzare, bensì da comprendere.

Cosa vi piace e cosa meno dell’attuale società in cui viviamo?
Di questa società ci piace il libero pensiero, la possibilità di esprimersi, anche se ci sono tantissime ingiustizie. Attraverso la nostra musica cerchiamo di veicolare dei messaggi, ad esempio nel brano “Lucciole” parliamo di prostituzione. Siamo stati a Saluzzo in un centro che recupera ragazze dalla strada, il fatto che ci siano ancora storie di questo tipo per noi è davvero inconcepibile.

Fran e i Pensieri Molesti 1
La copertina del disco “Anomalia”

Avete altre passione comuni oltre la musica?
Siamo quattro identità molto diverse, abbiamo sicuramente passioni comuni, ma questo progetto si è un po’ mangiato la parte personale della nostra vita. In media dedichiamo dalle otto alle dieci ore al giorno alla nostra attività, passiamo talmente tanto tempo insieme che tutti gli altri interessi sono stati un po’ sacrificati per la musica.

Come descrivereste il rapporto con la vostra città?
Un rapporto sicuramente d’amore, come per ogni cosa, quando ci viviamo all’interno tendiamo sempre a vedere gli aspetti meno belli; quando ci allontaniamo ci rendiamo conto di quanto ne siamo legati. Torino ha bisogno di una scossa, per diverso tempo si è fermata dal punto di vista dei concerti. Piano piano, sta cercando di ripartire, siamo certi che potrà tornare presto ad essere un fulcro sia per la cultura che per la musica.

A chi si rivolgono questo disco e la vostra musica in generale?
La cosa positiva è che ha un target molto ampio, la nostra musica può essere ascoltata dal ragazzo giovane alla persona adulta. Con “Anomalia” abbiamo cercato di abbracciare in modo particolare la fascia che va’ dai 18 ai 30 anni, ma in realtà si rivolge a tutte le persone che sentono di bisogno di una musica che rispetti il proprio intelletto.

Intervista al poliedrico artista, in uscita con il suo secondo album intitolato “Natura molta”

Gio Evan
Gio Evan si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita dell’album “Natura molta”

Poesia fino al midollo per Giovanni Giancaspro, alias Gio Evan, artista versatile dotato di estrema sensibilità e di immenso talento. Attraverso la musica e la scrittura esprime se stesso e la propria visione del mondo, Natura molta è il titolo del suo secondo progetto discografico, anticipato dal singoloKlimt.

Da ascoltatore, come definiresti il tuo rapporto con la musica?
Mi reputo un grande ascoltatore, utilizzo questa forma d’arte per farmi compagnia perché vivo da solo in montagna, mi arricchisce e mi stimola. Da sempre ho un bel rapporto con la musica, non sono mai stato veramente in silenzio.

Dove abiti esattamente e perché hai scelto di vivere lontano dalla città?
Attualmente nelle Marche, lo trovo un posto strategico, il centro Italia è comodo per spostarmi comodamente quando sono in tour. Ho preso questa scelta perché mi piace vivere nei boschi, svegliarmi e avere l’alba a portata dei miei occhi, senza smog o clacson.

Hai altre passioni oltre la musica?
Tante, sono un amante dei giochi, collaboro con diverse associazioni e gioco molto con i bambini. Oltre a fare bene agli altri fà molto bene a me, mi dona un senso di serenità totale. Mi piace lo sport, pratico alpinismo e faccio arrampicata.

Sei più volte stato definito “il poeta dei millennials”, cosa pensi delle nuove generazioni?
La nuove generazioni stanno un pochino inguaiate, penso che i miei spettacoli siano nati proprio per questo. Per quanto io sia isolato dalla società, mi piace la relazione umana, cercare di dire la mia soprattutto ai giovani. Oggi c’è un sacco di disordine mentale, una sorta di disagio emotivo, bisogna spiegare bene ai ragazzi quello che sta succedendo e stargli accanto, perché sono stati abbandonati a loro stessi.

Come te lo immagini il mondo tra vent’anni?
Me lo immagino come il film “Il pianeta verde”, penso che dovremmo tornare un po’ a quel tipo di dimensione, fare tutto un po’ meno. Mangiare meno, giudicare meno, correre meno, tutto meno.

Quattro chiacchiere con l’artista in uscita con il suo secondo disco, il primo completamente in italiano, intitolato “Milano parla piano”

Wrongonyou
Wrongonyou si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita dell’album “Milano parla piano”

Tempo di nuova musica per Marco Zitelli, meglio noto con lo pseudonimo di Wrongonyou, artista che abbiamo conosciuto in occasione della pubblicazione del suo precedente progetto Rebirth. Si intitola Milano parla piano il suo secondo lavoro in studio, pubblicato da Carosello Records lo scorso 18 ottobre, il primo cantato interamente nella sua lingua madre.

Dall’inglese all’italiano, un passaggio difficile?
Il lavoro vero è stato mantenere la stessa identità e originalità che avevo prima, la cosa difficile è stata riuscire a riportare la mia vocalità come accadeva con l’inglese, perché l’italiano ha parecchie parole troncate e all’inizio non mi riconoscevo ascoltandomi. La vera ricerca è stata sui vocaboli, sulle parole, molto più che sulla musica.

Quali ascolti hanno segnato e influenzato il tuo precorso?
Mi sono sempre concentrato sulla musica straniera, ho avuto il mio periodo metal ma anche quello legato ai Backstreet Boys e alle Spice Girls. I miei ascolti continuano ad essere principalmente internazionali, ultimamente mi sono aperto con attenzione al repertorio italiano, ho approfondito la conoscenza di Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Lucio Battisti, che prima conoscevo sommariamente. E’ stato parecchio stimolante.

Wrongonyou, un romano a Milano
La copertina di “Milano parla piano”

“Milano parla piano”, un’affermazione o una richiesta?
Venendo da Roma non considero Milano una città chiassosa, la vedo molto attiva e irrequieta, c’è sempre da fare, la gente và molto di fretta. Nella fattispecie della canzone è una specie di  richiesta, dove chiedo di rallentare un attimo, per concentrarmi su una cosa importante da fare.

Quali sono le principali differenze che riscontri tra queste due città?
Milano è più piccola, si gira tranquillamente a piedi, rispetto a Roma le distanza sono completamente diverse. Ho scoperto una comodità cittadina che non conoscevo, che mi ha stimolato ad essere più produttivo, perché se vai a “mashuppare” la pigrizia romana e la frenesia milanese, viene fuori una persona normale (sorride, ndr).

Cosa ti manca di Roma e cosa ti piace di Milano?
Di Roma mi mancano quei tramonti magici, arancioni e rosa, col Cupolone che spunta in lontananza. A Milano mi trovo bene, si vive tranquillamente. Sei mai stato alle poste a Roma? Un macello, ci passi una giornata, tra un cliente e l’altro accadono un sacco di cose, mentre qui i ritmi sono decisamente più serrati. Magari Bologna è una via di mezzo (ride, ndr), non lo so, non ne ho idea.

Quattro chiacchiere con l’artista per parlare della sua vita e del ruolo che la musica gioca nel suo quotidiano

Antonella Lo Coco
Antonella Lo Coco si racconta ai lettori di Musica361 in occasione del lancio del singolo “Solo per te”

“Amore” spesso è una parola impegnativa, ma anche tanto sottovalutata. A darle il giusto peso è Antonella Lo Coco, lo fa con la sua musica, lo fa con il suo esempio di donna coraggiosa e determinata. Felici in due e Solo per te sono i titoli dei due singoli che hanno segnato l’inizio di una nuova fase della sua carriera, inaugurata sotto il segno della serenità e della sincerità.

Che ruolo gioca la musica nel tuo quotidiano?
Un ruolo fondamentale, la mia vita è fatta di musica, è la colonna sonora di ogni mio momento. A volte mi capita di associare una canzone o un album ad un determinato periodo, a un ricordo, perché questa forma d’arte è in grado di scandire il tempo.

In che modo ti prendi cura della tua voce?
Diciamo che potrei impegnarmi di più, nel senso che avendo studiato per insegnare canto ho le basi della didattica, ma non sempre mi applico, mi lascio prendere troppo dall’entusiasmo di dovermi esibire. Magari mi capita di saltare il riscaldamento, che invece è molto importante.

Hai altre passioni oltre la musica?
Mi piace molto cucinare, soprattutto da quando sono andata a vivere da sola, non sapevo fare nulla, devo tutto a Sonia Peronaci di Giallo Zafferano (ride, ndr). Una volta imparate le basi, adesso mi capita di improvvisare, di fare mie ricette, adoro cucinare per gli altri.

Arriviamo all’amore: sei felice?
Molto e mi sento parecchio fortunata. Io ed Elisa abbiamo investito tanto nella nostra relazione, perché credo che tutti i rapporti vadano curati quotidianamente, a tutti capita di discutere, l’importante è trovare sempre un punto di incontro. Come coronamento di dieci anni di vita, lo scorso 20 giugno ci siamo sposate.

Cosa ti senti di dire a chi, per paura del giudizio degli altri, cela una parte di sè?
Ci sono situazioni davvero difficili da gestire, mi arrivano messaggi che mi spezzano il cuore. A volte ti trovi davanti ad una scelta, quasi come se dovessi rinunciare alla tua felicità per rendere felici gli altri, magari gli stessi genitori che non comprendono. Non c’è un consiglio, perché è qualcosa che devi sentire dentro di te, di certo non è bello vivere a metà. Auguro alle persone che vivono questo tipo di situazioni, di prendere forza per poter vivere alla luce del sole.

Intervista al giovane cantautore genovese in occasione della pubblicazione del singolo “Wanderlust!”

Alfa
Alfa si racconta ai lettori di Musica361 in occasione del lancio del singolo “Wanderlust!” © foto di Gabriele Di Martino

Numeri da capogiro per Andrea De Filippi, alias Alfa, artista diciannovenne che può vantare ben 168 mila follower su Instagram, più di 36 milioni di stream totali su Spotify e un disco di platino con il precedente singolo d’esordio, intitolato Cin cin. Ma ciò che più sorprende di questo ragazzo è la maturità, che dimostra sia nei testi che nei suoi discorsi.

Quando e come ti sei avvicinato alla musica?
Suono chitarra e pianoforte dall’età di otto anni, poi mi sono appassionato al rap e ho cominciato a partecipare a gare di freestyle. Successivamente ho iniziato a scrivere, prima poesie e poi canzoni, da un anno e mezzo a questa parte ho cominciato a viverla più seriamente, come una vera e propria professione.

Quali ascolti hanno influenzato il tuo percorso?
Un sacco di musica italiana, tutto ciò che ascoltavo in macchina con mio padre, da Vasco Rossi a Ligabue, passando per Domenico Modugno e Cesare Cremonini, un po’ di tutto. Per un bisogno musicale non credo sia giusto ascoltare esclusivamente le cose contemporanee, è necessario affidarsi e attingere dal passato.

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La copertina di “Wanderlust!”

Hai altre passioni oltre il canto?
Il disegno e la pittura, anche se non ho mai fatto vedere i miei quadri a nessuno, chissà magari un giorno. Guardo moltissime serie tv, poi mi piace molto camminare, soprattutto nella mia Genova che è ricca di paesaggi bellissimi.

Come descriveresti il rapporto con la tua città? 
Fondamentale, la cultura e la storia musicale genovese mi hanno influenzato tantissimo, devo ammettere che è una forte responsabilità ma è bello assistere alla nascita di una nuova scuola. Genova è stata in silenzio per tanto tempo, adesso sta riprendendo la sua importanza.

Quale significato attribuisci oggi alla parola “successo”?
Percezione degli altri, quando ti accusano di essere cambiato in realtà è quasi sempre cambiata la visione degli altri, non la tua. Il successo ad oggi non è una cosa che ricerco, se arriva tanto di guadagnato, ciò che conta è essere fieri di se stessi, a prescindere dal tipo di riscontro.

Tempo di nuova musica per il cantautore lombardo, in uscita con il brano che segna la sua rentrée discografica

Simone Tomassini
Simone Tomassini si racconta ai lettori di Musica361 in occasione del lancio del nuovo singolo “Ovunque”

Si intitola Ovunque il brano che segna il ritorno discografico di Simone Tomassini, artista che ricordiamo sul palco di Sanremo 2004 con “E’ stato tanto tempo fa”, oltre che per la partecipazione nel corso della seconda edizione di Music Farm. Il cantautore comasco è tornato in rotazione radiofonica dallo scorso 27 settembre con un pezzo che, di fatto, anticipa il suo sesto album di inediti, in uscita il prossimo anno per Cello Label.

Cosa rappresenta per te questo nuovo singolo?
E’ il brano che segna il mio ritorno, composto con Andrea Bonomo ed Emiliano Bassi, due autori che stimo tantissimo. La percezione delle canzoni d’amore credo che sia ormai abbastanza satura, tendenzialmente è stato detto già tutto a riguardo. In questo pezzo abbiamo voluto dare delle coordinate, una precisa collocazione a questo sentimento che, davvero, possiamo ritrovare ovunque.

Cosa ti piace e cosa meno dell’attuale settore musicale italiano?
Mi piace il fatto che si torni a parlare di live, molti ragazzi giovani riempiono palazzetti e la risposta del pubblico è molto calorosa. La cosa che mi piace meno è che sembra che tutti possano fare musica, non è giusto, perché lo studio e la gavetta sono fondamentali. Purtroppo, quello che si percepisce a volte dalla televisione è l’esatto opposto.

Insieme a Paolo Meneguzzi gestisci la Pop Music School, quali valori cercate di trasmettere?
La cosa bella della nostra scuola è che i ragazzi non ricevano da noi direttive in base ai nostri gusti personali, non vogliamo creare cloni, cerchiamo di tirare fuori la loro identità. Devono imparare a conoscersi e far conoscere chi sono, il loro approccio alla musica deve essere unico. Siamo contenti perché stiamo costruendo un bellissimo percorso.

“Ovunque” anticipa il tuo nuovo progetto discografico, quando uscirà?
Tra l’inizio e la primavera del 2020, stiamo cercando di fare un buon lavoro, prendendoci tutto il tempo necessario. Siamo in dirittura d’arrivo, a breve annunceremo sicuramente tutte le novità.

Intervista alla band milanese, in uscita con il nuovo disco “Shock”, disponibile dal 4 ottobre

L'introverso
I ragazzi de L’introverso si raccontano ai lettori di Musica361 in occasione del lancio del nuovo album

Si intitolaShock il disco che segna il ritorno di Nico Zagaria, Marco Battista e Giacomo “Futre” Cigolotti, membri del gruppo de L’introverso, una delle realtà più interessanti della scena indipendente. Musica suonata e tematiche di contenuto, questi gli elementi che caratterizzano i tratti somatici del loro progetto.

Perché avete deciso di chiamarvi così?
Perché rispecchia il tipo di musica che facciamo, sia a livello di suoni che di testi molto introspettivi, ma con una certa relazione col mondo. Abbiamo scelto di lasciare il nostro nome al singolare perché, suonando da tempo ed essendo molto amici, ci consideriamo come un’unica identità.

Quanto hanno inciso Milano e la periferia nel vostro percorso?
Oltre ad esserci cresciuti, la Barona resta il nostro quartier generale, dove abbiamo la nostra sala prove. Milano è una città che ti viene addosso, la periferia è particolare perché, pur non essendo la provincia, rappresenta una realtà a sé, per assurdo diversa da Porta Genova che è a sole due fermate di metropolitana.

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La copertina di “Shock”

Avete altre passioni oltre la musica?
Ci accomuna l’interesse per il sociale, ci impegnamo molto per l’ambiente. In più ci piace il calcio, l’unico giorno in cui “discutiamo” è quando si disputa il derby tra Milan e Inter (sorridono, ndr).

Cosa vi piace e cosa meno dell’attuale scenario discografico?
Non ci piace più quello che abbiamo ascoltato per anni, il rock ci ha un po’ stufato, anche a livello internazionale non c’è niente di nuovo. Ci piace molto Sia e quel pop moderno ed elettronico, che ci stimola sicuramente di più.

Prendendo spunto del titolo dell’album, cosa vi provoca shock oggi?
Indubbiamente la crisi climatica, non avremmo mai pensato che il mondo sarebbe caduto a pezzi a causa del profitto e dei soldi. In discussione c’è il futuro del nostro pianeta che, sinceramente, sognavamo diverso.

Quale potrebbe essere, secondo voi, la soluzione?
Una bella lezione ce la danno i ragazzi che protestano a favore dell’ambiente, un anno fa non se lo sarebbe aspettato nessuno. Solitamente i giovani vengono accusati di stare sempre con gli smartphone in mano, ben vengano slanci di questa rilevanza. Se noi adulti li sopportassimo, anziché dargli contro, potrebbe essere il vero e proprio punto di svolta.

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