Parte la rubrica dedicata ai lavoratori di un settore profondamente gravato dalla pandemia. Le storie professionali di autentici protagonisti troppo spesso messi in secondo piano

Protagonisti in secondo piano, spazio agli operatori dello spettacolo
A partire dal 10 dicembre, racconteremo le storie professionali di dieci lavoratori del mondo dello spettacolo

Ci sono mansioni che non si possono svolgere in smart working, intere categorie di lavoratori costrette a star ferme, da mesi. Non è la trama di un film di Steven Spielberg, bensì quello che sta accadendo ed è sotto gli occhi di tutti a causa del Covid.

Tra le varie criticità e le numerose difficoltà, c’è un settore particolarmente gravato dalla pandemia, composto da oltre 570.000 operatori specializzati del mondo dello spettacolo. Tecnici, macchinisti, fonici e un sacco di altre figure professionali, impossibilitate a svolgere il proprio ruolo nella grande macchina organizzativa dell’intrattenimento.

Artigiani in continua evoluzione che si sono sempre rimboccati le maniche, forse, senza ricevere i dovuti riconoscimenti. Fabbricanti di emozioni a cui abbiamo chiesto di raccontare le proprie storie professionali, per comprendere al meglio le problematiche direttamente dalla loro voce. Senza filtri, senza strumentalizzazioni.

Spesso si tende a parlare dei lavoratori dello spettacolo in terza persona, come se fossero entità astratte. Si mobilitano associazioni e si spendono pareri autorevoli, ma senza ascoltare la testimonianza diretta di chi vive questa frustrazione sulla propria pelle. Una serie di mancanze e di tutele in realtà antecedenti a questo periodo storico, su cui è arrivato il momento di porre l’accento.

Protagonisti in secondo piano, così potremo definirli, lavoratori che con la loro professionalità educano la nostra fantasia, contribuendo a farci svagare, riflettere, sorridere e commuovere, in una sola parola: sognare. In secondo piano, sì, perchè non sono particolarmente avvezzi a mettersi in mostra, non soffrono di esibizionismo. Sono soliti svolgere la propria funzione in maniera defilata dietro le quinte, ma non per questo non esistono o non necessitano meritato plauso e del dovuto sostegno.

A partire dal 10 dicembre, per dieci giovedì consecutivi, dedicheremo questo spazio alle loro storie, al loro percorso di crescita professionale, raccontando in cosa consiste dettagliatamente il loro lavoro, parlando di come riescono a reinventarsi in un momento particolare come questo.

Un settore complesso, in continuo movimento, composto da persone con competenze ed esigenze differenti. Abbiamo deciso di addentrarci in questo mondo con passione e riconoscenza, con la dovuta delicatezza, immedesimandoci in un vissuto e in una situazione che ci riguarda tutti… perchè la vita è un grande spettacolo e ciascun ruolo va tutelato.

Appuntamento a giovedì 10 dicembre su Musica361!

Intervista al cantautore pugliese, al suo debutto discografico da solista con l’album “Amore doni, amore vuoi”

Forte
Forte si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita del suo progetto d’esordio discografico

Si intitola Amore doni, amore vuoi” il primo album solista di Lorenzo Forte, in arte semplicemente Forte, cantautore classe ’88 con una solida gavetta alle spalle, fatta di live ed esperienze musicali a tutto tondo. Un progetto che riassume esperienze di vita traducendole in parole e note.

Cosa hai avuto l’esigenza di raccontare in questo tuo lavoro d’esordio?

Semplicemente storie che ho osservato da molto vicino o che ho vissuto in prima persona.

Sonorità vintage a supporto di un tematiche senza tempo, pensi che questo sia un disco in cui ci si possa facilmente immedesimare?

Non tantissimo, nel senso che, molti brani vanno ascoltati più di una volta prima di potercisi immedesimare, forse solo un paio sono molto più diretti e da primo ascolto.

Che ruolo gioca la musica nel tuo quotidiano? Coltivi altre passioni?

Sono molto appassionato di cinema moderno, ma la musica è sempre stata al centro dei miei interessi fin da quando ho 13 anni. Mi ha sempre aiutato e ha sempre colorato le miei giornate in maniera indescrivibile.

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La copertina di “Amore doni, amore vuoi”

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

L’arrangiamento, mi affascina tantissimo vedere come un memo vocale chitarra/voce registrato sul mio cellulare, possa diventare un lavoro completo con l’inserimento di altri strumenti, con partiture diverse fra loro, che colorano ed impacchettano il tutto. E’ magia.

Alla luce del momento che stiamo vivendo, cosa speri che questa situazione complicata possa insegnarci?

Spero che ci insegni a non dare più per scontato niente, uscire la sera, bere una birra con un amico, urlare ed emozionarsi ad un concerto! Quando tutto questo sarà finito apprezzeremo molto di più tutto ciò, anche se per poco.

A proposito di insegnamenti, qual è la lezione più importante che pensi di aver appreso tu, fino ad oggi, dalla musica?

Fai quello che piace a te e solo a te, chi vuole criticarti lo farà comunque e chi vuole elogiarti ti apprezzerà di più, puoi fare qualsiasi genere tu voglia ma tutto quello che fai deve essere reale, tu devi essere reale! Altrimenti sei una bugia e le bugie, da sempre, hanno le gambe corte.

A tu per tu con il cantautore romagnolo, in occasione dell’uscita del singolo “Il cane e la mia ragazza”

Braschi
Braschi si racconta ai lettori di Musica361 al suo ritorno discografico © foto di Paolo Crocenzi

Quotidianità e immaginazione, due elementi che trovano il giusto equilibrio nella musica di Braschi, cantautore che abbiamo imparato a conoscere nel corso della sua partecipazione a Sanremo 2017 e che ritroviamo in occasione di questa nuova interessante uscita. Il brano, intitolato “Il cane e la mia ragazza”, sviscera tutta una serie di stati d’animo che attraversano il percorso che dal buio porta alla luce.

Accettare una caduta e sapersi rialzare, quali sensazioni e quali riflessioni hanno accompagnato la nascita di questo pezzo?

È un pezzo a cavallo tra una dimensione onirica e una domestica. La vita di tutti i giorni che si mescola con la fantasia. È anche una sorta di preghiera laica o forse neanche troppo laica: “E se c’è qualcuno che mi protegga da chi sto diventando”.

Quali skills artistiche pensi di aver acquisito in questi ultimi anni di attività?

Ho imparato a cantare meglio, a dosare i “piani” e i “pianissimi”, ad avere più senso dello spazio sul palco, quando sul palco si poteva andare (sorride, ndr). Invece, per quanto riguarda la scrittura, cerco di non imparare nulla, è un esercizio che pratico spesso: appena sento che sto apprendendo qualcosa, provo a distruggerlo o a dimenticarlo per evitare di scrivere con il pilota automatico. 

Braschi e la vita di tutti i giorni che si mescola con la fantasia
La cover de “Il cane e la mia ragazza”

Che ruolo gioca la musica nel tuo quotidiano?

È il motivo per cui mi sveglio la mattina e il motivo per cui non dormo la notte. La salvezza e la miseria. 

Qual è l’aspetto che più ti affascina esattamente della fase di composizione di una canzone?

Il momento in cui l’hai appena scritta, te la canticchi sul divano e senti precisamente la sensazione di avere costruito qualcosa dal niente, che prima il foglio era bianco e ora non lo è più, insomma la sensazione di avere creato qualcosa che emoziona te prima di tutto.

Alla luce del momento che stiamo vivendo, quale augurio ti senti di rivolgere alla collettività? Cosa speri che questa situazione complicata possa insegnarci?

Penso che questo momento possa in parte salvarci dalla deriva e dalla miseria di una vita focalizzata solamente su sé stessi, sui propri obiettivi, sul nutrimento del proprio ego, almeno credo ci abbia insegnato qualcosa in questo senso. Come scrive Mariangela Gualtieri: “Adesso lo sappiamo quanto è triste stare lontani un metro”.

A proposito di insegnamenti, qual è la lezione più importante che pensi di aver appreso tu, fino ad oggi, dalla musica?

Credo sia qualcosa di vicino alla risposta precedente. A non dare per scontati gli altri esseri umani. Non sentirsi il centro del mondo, sentirsi parte di un tutto.

Intervista alla giovane cantautrice viterbese, reduce dall’uscita con il singolo “Leggera” e dalla collaborazione con Fiorella Mannoia

Olivia XX
Olivia XX si racconta ai lettori di Music361 in occasione dell’uscita del singolo “Leggera”

Ha talento da vendere Arianna Silveri, alias Olivia XX, artista che stiamo imparando a conoscere grazie all’uscita del nuovo singolo “Leggera”, oltre che per la sua partecipazione nel disco Padroni di niente di Fiorella Mannoia, con il brano “Solo una figlia”. Entrambe le canzoni mettono in risalto le abilità di scrittura e le qualità vocali della giovane cantautrice, al punto da poterla considerare come una delle proposte più originali e interessanti di questo 2020.

Hai composto “Leggera” in un momento in cui hai raccontato di avere qualche problema di comprensione con l’amore. Dopo averla scritta, ci hai capito qualcosa?

Dopo averla scritta ci ho capito un po’ più di prima. E’ stato come parlare con me stessa e guardare in faccia la realtà delle cose. Ho scovato le mie insicurezze e le ho capite, le ho iniziate a perdonare e a risolvere. Posso dire che “Leggera” è stata la chiave che mi ha aperto la porta per iniziare a guardarmi dentro e smettere di guardare solo la superfice dell’altro.

I sentimenti restano un grande mistero, così come la musica. Qual è l’aspetto che più ti affascina della fase di composizione di una canzone?

Il fatto che riesco a scrivere qualcosa che nemmeno sapevo di voler scrivere e farla entrare in tre minuti e mezzo. Sono una che parla tanto e in generale non ho capacità di sintesi. Quando scrivo riesco ad esprimermi chiaramente nel tempo di una canzone e questo ancora non me lo spiego. Forse perché non è la mia parte conscia quella che mi fa scrivere le canzoni, infatti spesso capisco quello che ho scritto solo dopo che l’ho scritto. Una specie di trance.

“Solo una figlia” è il brano che hai scritto e cantato con Fiorella Mannoia. Da una parte c’è Nadira e dall’altra Martina, una sposa bambina e un’adolescente occidentale vittima di abusi? Cosa le accomuna e cosa le caratterizza?

Le accomuna un’infanzia rubata e degli adulti che fanno finta di niente. Nadira subisce una violenza che purtroppo è ancora legale in molti paesi del mondo e Martina subisce una violenza che in occidente in teoria è illegale ma spesso non viene denunciata. Purtroppo viviamo in una società dove una cosa, se nessuno la sa, vuol dire che non esiste. A Martina e Nadira viene tolto il futuro. Non si può diventare grandi senza essere stati piccoli.

Cosa ti ha lasciato di concreto l’esperienza in studio con Fiorella?

La fiducia in me stessa. Se Fiorella Mannoia ha creduto in me, chi sono io per non crederci?

Ci sono altri artisti con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?

Visto che ci è concesso sognare la sparo grossa: Vasco Rossi.

Alla luce del momento che stiamo vivendo, quale augurio ti senti di rivolgere alla collettività? Cosa speri che questa situazione complicata possa insegnarci?

L’augurio è quello di renderci conto prima o poi, che non ci sono vite che valgono di più e vite che valgono di meno. Penso che ognuno abbia percorsi diversi e una lezione diversa da imparare, quindi sicuramente questa situazione ci darà lezioni diverse e personali. Bisogna vedere se le impariamo.

A proposito di insegnamenti, qual è la lezione che pensi di aver appreso tu, fino ad oggi, dalla musica?

Grazie alla musica ho capito che non siamo mai soli, che le emozioni sono di tutti e che condividerle non è un atto di debolezza ma un gesto d’amore e libertà verso sé stessi e verso gli altri.

A tu per tu con il cantautore romano, al suo ritorno con il singolo “Con il senno di poi” prodotto da Elisa

Marco Guazzone
Marco Guazzone si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Edoardo Confronti

L’incanto della musica alberga nel momento della sua stessa creazione, l’attimo in cui prende vita un’idea, un ricordo, un sorriso, una lacrima. “Con il senno di poi” è il nuovo singolo di Marco Guazzone, artista che ricordiamo per la sua partecipazione a Sanremo 2012, oltre che per i successivi traguardi raggiunti con la band degli STAG e come autore di artisti del calibro di Andrea Bocelli, Malika Ayane, Chiara Galiazzo e Arisa. Una lunga lista di collaborazioni a cui si aggiunge Elisa, che ha prodotto, supervisionato, suonato, campionato, curato in ogni minimo dettaglio il brano, fino ad impreziosirlo con la sua voce in un cameo.

“Con il senno di poi”: molto più di una canzone, ovvero un tripudio di gesti, di note e di parole. Come confluiscono in questi 3 minuti e 18 secondi?

Credo sia una magia che avviene proprio grazie alla musica, che riesce a rendere visibile tutto ciò che è invisibile. Secondo me, le canzoni hanno questo potere intriseco di scattare una fotografia esatta delle emozioni e di farcele visualizzare e rivivere come un film ad occhi chiusi.

Coniugare la tecnica vocale con l’aspetto comunicativo, quanto lavoro c’è dietro l’interpretazione di un brano di questo spessore?

E’ stato un lungo processo di elaborazione reso possibile dal lavoro incredibile che ha fatto Elisa. Quando eravamo in studio mi ha ricantato tutto il brano con la sua voce per insegnarmi la giusta leggerezza con cui calibrare ogni singola parola ed ogni respiro. Il suo cameo vocale, regalo inestimabile di cui le sarò sempre grato, infatti è nato proprio così, dalla sua voce guida per indicarmi la giusta interpretazione della canzone.

Coltivi altre passioni o interessi oltre la musica?

Vorrei rispondervi citando una frase del critico d’arte John Berger: “La musica pretende obbedienza. Pretende persino l’obbedienza dell’immaginazione quando una melodia salta in mente: non si può pensare a nient’altro. E’ un tiranno. In cambio offre la sua propria libertà”.

Qual è l’aspetto che più ti colpisce e affascina nella fase di composizione di una canzone?

La genesi di una canzone, ovvero quell’attimo preciso in cui si crea qualcosa dove prima non c’era niente. E’ una delle fasi più misteriose e affascinanti del processo creativo, ma allo stesso tempo risponderei la produzione: è uno degli aspetti più fondamentali e delicati nello sviluppo di un brano, perchè scegliere il vestito sbagliato può distruggere un brano, mentre trovargli la veste giusta può farlo decollare tra le stelle. Insomma, per le canzoni non vale assolutamente il detto “l’abito non fa il monaco”.

La musica ti ha dato tanto, ma ti ha mai tolto qualcosa?

Mi ha tolto molte cose come il tempo, le amicizie, gli amori e gli svaghi. Questo, però, è successo solo fino a un certo punto della mia vita. Quando ho capito che la musica non è la vita, ma una mia rappresentazione di essa, ho compreso finalmente che per scrivere devo prima vivere, devo alimentare la mia ispirazione andando fuori nel mondo per esplorarlo, soffrirlo e poi reinventarlo.

L’incontro con la talentuosa rapper romana, per parlare del suo album d’esordio “Viva”

Leyla
Leyla si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita del disco di debutto intitolato “Viva”

Tra le proposte più interessanti dell’hip hop italiano risalta il nome di Eleonora La Monica, meglio conosciuta con lo pseudonimo Leyla, giovane artista della scuderia Honiro, al suo esordio discografico con l’album Viva. Undici tracce in scaletta che sottolineano l’impegno e l’energia della rapper, disinvolta nell’esplorare anche altri orizzonti sonori.

Rime taglienti ma anche tanta voglia di sperimentare, quanto c’è di Leyla e quanto c’è di Eleonora in questo lavoro?

C’è molto di entrambe. Io tendo ad identificare Leyla con la parte più forte e diretta di Eleonora, ma non sono due entità totalmente separate. L’una non fa altro che dar voce ai pensieri e alle emozioni dell’altra.

Quali skills pensi di aver acquisito nel corso della lavorazione di questo album?

Ho innanzitutto raggiunto una maggiore sicurezza e consapevolezza di me stessa in quanto artista. Lavorare in modo professionale e costante mi ha permesso, poi, di conoscermi meglio e migliorare sempre di più sia la penna che la voce, entrambe elementi essenziali della mia musica.

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La copertina di “Viva”

Nel quotidiano, cosa ti fa sentire “Viva”?

A costo di risultare banale direi sempre e comunque la musica. Non importa che si tratti della mia o di quella di altri, anche il semplice ascoltare nuovi brani, vivere nuove emozioni tramite il lavoro di altri artisti per me è vitale. Passo le mie giornate con le cuffie nelle orecchie e la musica a tutto volume dentro e fuori casa, per me è una vera e propria necessità.

La musica ti ha dato tanto, ma ti ha mai tolto qualcosa?

Dico sempre che tra me e lei vige una sorta di ‘odi et amo’. Ci sono state volte in cui è riuscita a togliermi la serenità, quando, per esempio, passavo ore davanti ad un foglio bianco senza riuscire a scrivere nulla. Per inseguire il mio sogno qui in Italia, poi, mi sono ritrovata a vivere da sola, con la famiglia distante chilometri che attualmente si trova a Barcellona. E’ sicuramente dura, ma lo rifarei altre mille volte.

Che bambina sei stata?

Ricordo sinceramente poco di me bambina, mi dicono sempre che sono cresciuta troppo in fretta. Ho avuto un’infanzia tutto sommato felice, ero comunque una bimba molto tranquilla. I nodi al pettine sono arrivati per lo più in adolescenza, dai 13 ai 18 anni sono stata un vero disastro tra compagnie non proprio raccomandabili, un padre molto lontano e tanti alti e bassi psico-fisici. Non è stato facile, ma nonostante tutto oggi ricordo quei momenti con un sorriso, direi, dolce-amaro.

Che donna ti immagini tra vent’anni?

Spero di essermi fatta una famiglia e di aver raggiunto una certa tranquillità, anche se non riesco proprio ad immaginarmi un futuro senza musica. Mi auguro di diventare quella ‘mamma fica’ che per vivere fa dischi e concerti. L’unica cosa che so per certo è che avrò una mia personale stabilità, non voglio dover dipendere da nessuno se non da me stessa, è una promessa che mi sono fatta già tempo fa.

A tu per tu con il giovane cantautore classe ’98, per parlare delle sue passioni e dei suoi interessi

Manfredi: la musica, l'ingegneria, l'amore e le bugie di "Hollywood"
Manfredi si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita di “Hollywood” © foto di Federico Cataleta

Tra le uscite più interessanti di questo autunno, segnaliamo il ritorno discografico di Antonio Guadagno, alias Manfredi, con il singolo intitolato Hollywood. Prodotto da Matteo Cantaluppi per Foolica, il brano si distingue e si impone per sonorità, approccio, originalità e intenzioni.

“L’amore è una bugia di Hollywood” canti nel ritornello, ti è capitato di sentirti intrappolato in una relazione in cui non riuscivi a comprendere la differenza tra realtà e finzione? 

Tutte le mie relazioni mi sono sempre sembrate come “sospese”, fuori dal tempo, lontane dalla quotidianità. Questo è per certi versi un bene perché davvero mi sembrava di vivere un sogno, per altri versi invece un grande problema perché solo inserendo una relazione nella tua quotidianità riesci a farla funzionare, a farla durare e a farla vivere davvero. Credo che questo sia il prossimo step che dovrò affrontare per crescere e diventare più maturo: imparare a far convivere una relazione con tutti gli impegni di musica ed università. Credo mi aiuterà anche a capire molte cose di me.

A proposito di cinema, che tipo di pellicole prediligi?

Parto dicendo che non sono assolutamente un cinefilo. Dei film riesce ad appassionarmi la trama, ma di fotografia, sceneggiatura e tutto il resto non ne so davvero nulla. Mi piacciono molto i film cult, i film romantici, quei film nei quali posso rivedermi, che possono farmi sognare e desiderare qualcosa di più. Tra i miei film preferiti ci sono “Pretty Woman“, “Notting Hill“, “The Terminal“, “Forrest Gump“. 

Manfredi: la musica, l'ingegneria, l'amore e le bugie di "Hollywood" 1
La copertina di “Hollywood”

Coltivi altre passioni oltre la musica?

Ci sono molte cose che attirano il mio interesse, sono una persona piuttosto curiosa, mi piace provare un po’ di tutto, spesso però non riesco a dedicarmi con costanza ad ogni attività perché mi viene naturale dedicare quasi tutto il mio tempo libero alla musica. Ultimamente ho deciso di ritagliarmi però un po’ di tempo per la cucina. Mi piace molto cucinare, soprattutto per gli altri. Credo sia un gesto d’amore, un modo molto genuino per dire ad una persona “per me sei importante, mi va di passare del tempo insieme e di farti mangiare qualcosa che ti piaccia”. Credo che la cucina sia la più grande forma d’arte perché trasforma la necessità di soddisfare un bisogno quale mangiare in qualcosa di più elevato, di unico. 

Ti sei da poco laureato in ingegneria informatica, cosa ti affascina di questa materia?

L’ingegneria ti insegna a ragionare, a risolvere problemi, ad organizzare, tutte cose molto utili a prescindere dal lavoro che fai o dagli interessi che coltivi. Mi ha sempre affascinato l’idea di creare “qualcosa di mio”, un progetto da seguire e da veder crescere quasi come fosse un figlio. Programmare ti aiuta in questo, puoi pensare di realizzare un’app, un sito. Alla fine, è la stessa cosa che faccio con la musica: pubblico canzoni, le vedo accumularsi, le sento mie, arrivo ad un disco, arrivo ad un tour e così via. Inoltre l’università mi ha fatto conoscere un sacco di persone, mi ha fatto spostare dalla provincia alla grande città. Tutte queste cose sono fonte di ispirazione per le canzoni e in generale ti fanno crescere.

Come valuti il tuo rapporto con i social network e quanto incidono oggi in un progetto discografico?

Utilizzo molto Instagram perché mi permette di rimanere in contatto con chi mi segue, di pubblicare aggiornamenti sulla mia musica e anche di staccare un po’ la testa durante la giornata. I social network oggi sono uno strumento utilissimo, sia per farsi conoscere che per rimanere in contatto con chi già ti conosce. Non mi piace però esagerare. Se devo raccontare qualcosa di me preferisco farlo con le canzoni o magari vis a vis, facendo quattro chiacchiere. 

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

Senza dubbio il momento della scrittura. Io credo che una canzone si scriva in 5 minuti al massimo, poi si tratta di trovare le parole, di riuscire a raccontare la storia in modo che si capisca. Tutto nasce da un istante, da una frase che ti viene in mente, da una cosa che ti succede. Poi devi dargli una bella forma, ma una canzone sta tutta nella scintilla che ti fa dire “Dov’è la chitarra? Devo scrivere una cosa.”

A tu per tu con il giovane e talentuoso cantautore romano, al suo debutto discografico con l’album “Astronave”

Matteo Alieno
Matteo Alieno si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita di “Astronave” © foto di Lorenzo Piermattei

Il viaggio inteso come esplorazione. Astronave è il debut album di Matteo Pierotti, alias Matteo Alieno, un titolo che gioca sul suo nome d’arte e sulla voglia di navigare all’avanscoperta di nuovi mondi. Undici tracce in scaletta, interamente suonate dalla prima all’ultima nota. Un biglietto da visita analogico destinato a durare nel tempo.

Quali aspetti ti rendono più orgoglioso di questo lavoro?

Il fatto che il disco sia suonato, ogni volta che lo ascolto scopro una sfumatura in più. Avendo scritto le canzoni ce le ho bene in testa, mi stupisce ascoltare il grande lavoro che è stato fatto dai musicisti coinvolti, professionisti che hanno saputo donare creatività, passione e competenza. Ciascuno strumento ha una vita propria,

Cosa hai voluto portare a bordo della tua navicella spaziale?

Sicuramente mi sono portato a bordo i miei mondi interiori, perchè si tratta di un viaggio introspettivo, anche se non parlo di sensazioni o sentimenti personali, nel disco esprimo le mie riflessioni sul mondo che mi circonda. Un po’ di tempo fa ho letto un post di Cesare Cremonini, in cui diceva che si può viaggiare anche restando in camera. E’ verissimo, il viaggio è una condizione mentale, un’esplorazione dentro se stessi. Lo abbiamo sperimentato un po’ tutti durante il lockdown.

"Astronave, il viaggio intergalattico di Matteo Alieno
La copertina di “Astronave”

Cosa hai voluto lasciare, invece, sulla Terra?

La paura di fare un disco fuori dai canoni, mi sono lasciato alle spalle il timore di non realizzare un progetto che potesse essere collocato in questo tempo. Spesso mi dicono: “Mattè, ancora con la chitarra nel 2020?”, la mia risposta è semplicemente “sì”. Mi ricollego a una frase di Egon Schiele, il mio pittore preferito, che diceva: “L’arte è sempre contemporanea, figlia delle influenze del tempo in cui viviamo”. Nel mio caso si è trattato quasi di una specie di rigetto, perchè in passato ho prodotto tanta musica elettronica per altre persone, non ce la facevo più, mi stava esplodendo il cervello. Non ti nego, però, che con il prossimo disco mi piacerebbe sperimentare di più.

Nella versione fisica, le tracce di “Astronave” sono proposte in chiave acustica. A cosa si deve questa scelta?

Degli artisti che seguo ho sempre amato collezionare demo e versioni inedite, più sono difficili da trovare e più mi appassiono. Banalmente ho voluto farlo anch’io, per dare l’idea di come sono nate le canzoni, oltre che per donare qualcosa in più a coloro i quali acquisteranno e gusteranno il disco in versione fisica, rispetto a chi lo ascolterà in digitale.

Verso quali pianeti e verso quali civiltà si dirige la tua astronave?

Guarda, in questo disco ho esplorato molto in me stesso, scavando e cercando di capirmi. Nessuno di noi arriverà mai a farlo al 100%, però penso di essermi inquadrato maggiormente. Di conseguenza vorrei iniziare a viaggiare verso gli altri, raccontare anche storie che non riguardano me. Può essere una sfida, perchè mi sono sempre trovato in difficoltà a calarmi nei panni di altre persone. Ho sempre cercato di tenere il mio sguardo sul mondo, col tempo ho imparato che gli sguardi degli altri possono essere anche più interessanti da decifrare e raccontare.

Intervista alla giovane cantautrice padovana, al suo esordio discografico con il singolo “C’è tempo”

Matilde Schiavon
Matilde Schiavon si racconta ai lettori di Music361 in occasione dell’uscita del singolo “C’è tempo”

Capita di fermarsi per mettere ordine alle proprie cose, riflettere sul passato e interrogarsi sul presente. Questo e molto altro ancora è C’è tempo, singolo che segna l’esordio discografico di Matilde Schiavon, artista classe ’92  che ha saputo mettere nero su bianco pensieri e sensazioni provati durante il lockdown.

In “C’è tempo” ti interroghi sul concetto di normalità. Componendo questo brano, a quali conclusioni sei arrivata?

La normalità è un concetto soggettivo e mutevole nel tempo: quello che consideriamo “normale” oggi, potrebbe sembrarci insolito o addirittura sbagliato tra un anno. 

La mia normalità prevedeva delle cose che, quando poi sono stata costretta a fermarmi. Mi sono resa conto non essere davvero così necessarie o utili al mio benessere.

Quindi ho rivalutato un po’ il modo in cui trascorrevo le mie giornate, tra studio, lavoro, vita privata e ho cambiato quelle che erano le mie priorità; spostando il focus sulle cose davvero necessarie alla mia crescita.

Ho capito che certe situazioni ci sembrano “normali” solo perché e fintanto che ne siamo abituati, ma non significa che debba continuare ad essere così.

Nel testo dici: “In questi giorni ho tempo per guardarmi dentro, sistemare un po’ di cose”. Cosa ha rappresentato esattamente per te il lockdown e quali segni ti ha lasciato?

Per me è stata un’opportunità di autoanalisi, che mi ha portato a liberarmi da una serie di blocchi che mi sentivo dentro e che mi impedivano di fare quello che volevo in modo sereno. 

Ho chiuso definitivamente delle parentesi che avevo lasciato aperte per insicurezza e per la paura di spiccare il volo da sola, e ho iniziato a domandarmi cosa volessi davvero per me.

I mesi di riflessione mi hanno lasciato una gran voglia di lottare per quello che amo e un senso di sicurezza che prima desideravo ma non sapevo come trovare. 

Perchè hai scelto proprio “C’è tempo” come tuo biglietto da visita musicale? Cosa ti rende più orgogliosa di questo pezzo?

Matilde Schiavon 1
La copertina del singolo “C’è tempo”

Non è stata una scelta ragionata, è stato tutto molto istintivo; il pezzo è nato in un momento particolare, che ha segnato una mia crescita interiore, e dal momento in cui è nato ho sentito il desiderio e il bisogno di condividerlo. Mi rappresenta in ogni sua parola e immagine, descrive i miei pregi e i miei difetti, in un contesto in cui credo che molti si possano riconoscere, e non solo per via dell’esperienza del lockdown. 

Sono fiera della cura e dell’attenzione che hanno segnato ogni istante dei lavori su questo brano, dalla sua composizione, all’arrangiamento, alle riprese del videoclip, sono felice delle persone con cui ho lavorato, perché sono state meravigliose e hanno colto quello di cui avevo bisogno, copertina del brano inclusa, e sono felice dei feedback che mi hanno dato tanto le persone che conosco quanto quelle che non conosco e che, ascoltando “C’è tempo”, hanno colto un qualcosa di genuino e di vero. 

Sono contenta di iniziare questa strada con un pezzo autobiografico, in cui tanti sono riusciti a riconoscermi e a riconoscersi.

Coltivi altre passioni oltre la musica?

Amo cucinare, soprattutto per le persone care; ma a parte questo, trovo che la musica sia una passione piuttosto “invadente” e non lasci molto spazio ad altre passioni. O almeno è così per me.

Visto che le citi nella canzone, quali sono le tue serie tv preferite? E in quale altro modo hai impiegato il tempo in quelle interminabili giornate?

In verità non sono una fanatica né della televisione in generale, né delle serie tv, difatti nel mio pezzo quella delle serie tv è più una frecciata che non un’ammissione di colpevolezza! Detto questo, mi è capitato di guardarne qualcuna, una per tutte “GOT”, ma cerco di non abusarne e, se posso, di spendere il tempo in altro modo.

Nei mesi di clausura, ho cucinato pietanze di tutti i tipi: sfornavo pizze almeno una volta a settimana, crostate, primi piatti e via dicendo. È stato liberatorio perché, tra un impegno e l’altro, era una vita che non mi dedicavo con così tanta costanza e passione alla cucina.

Ho registrato parecchie cover, ho seguito seminari online sulla voce, ho continuato a dare lezioni online ai miei allievi. Mi sono dedicata allo studio di Logic e delle sue funzionalità e, ovviamente,  mi sono comprata un microfono nuovo!

A livello generale, cosa speri che questa situazione di estrema difficoltà ci abbia potuto insegnare? Qual è l’augurio che ti senti di rivolgere all’intera società?

Spero ci abbia insegnato che da un momento all’altro può accadere qualcosa di assolutamente imprevedibile… che ci scombina i piani e che ci costringe a riprogrammare la nostra vita… e che, quindi, non valga la pena di andare continuamente e ossessivamente alla ricerca di stimoli nuovi, relazioni nuove, posti nuovi; ma sia invece più utile dedicarsi alle cose che ci fanno stare davvero bene e imparare a stare anche semplicemente con se stessi.

Io ho riscoperto la bellezza di tante cose semplici, che magari già facevo ma con poca consapevolezza di quanto amassi farle. Cucinare, passeggiare fuori, fare una telefonata a qualcuno, concedermi del tempo per fermarmi e farmi delle domande e prendermi cura di me. Auguro a tutti di trovare il proprio posto nel mondo, qualunque esso sia, e di essere felici di sé e del proprio percorso.

Intervista al cantautore e sound designer romano, al suo esordio discografico con l’album “Onde”

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Sealow si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita del suo progetto d’esordio discografico

Tra le pubblicazioni più interessanti delle ultime settimane troviamo Onde, l’album che segna il debutto di Simone Patti, in arte Sealow, cantautore romano classe ’93 trasferitosi negli ultimi due anni a Milano. Rilasciato lo scorso 25 settembre per Macro Beats e distribuito da Artist First, il disco è fortemente influenzato da sonorità afrobeat e impreziosito dalla presenza dei producer GuIRIE, Tommaso Colliva, Aegeminus e gheesa, oltre che del featuring con Roy Paci.

Un lavoro venuto fuori esattamente come te lo immaginavi?

Una visione c’è: fondere da una parte delle sonorità lontane ma che ci rappresentano artisticamente al 100%, dall’altra una scrittura che è il risultato della mia riscoperta e conseguente interpretazione del cantautorato italiano. Direi più che altro che è venuto fuori come doveva venire fuori, sono stati due anni pieni di ispirazioni diverse.

Le onde intese come emozioni, stati d’animo diversi. Nella vita di tutti i giorni tendi più a surfurle o a nuotare controcorrente?

Senza dubbio surfarle, emozionare senza emozionarsi è impossibile, e viversi appieno questi diversi stati d’animo è la chiave per raccontarli.

Coltivi altre passioni oltre la musica?

Sono un sound designer, motivo per cui le mie produzioni hanno anche dei suoni ambientali dentro. Inoltre da 5 anni a questa parte conduco un programma su astarbene.com, collettivo e webradio romana di cui sono cofondatore.

Sealow
La copertina di “Onde”

Essendo anche uno speaker, in una società iperconnessa, quale pensi sia il ruolo della radio oggi?

La radio ci da la possibilità di raccontarci con un’intimità diversa rispetto a tutti gli altri mezzi di comunicazione, secondo me mantiene anche adesso la sua funzione in questo senso. Io lo vedo come uno spazio personale dove posso far ascoltare la musica che mi ispira e parlarne in maniera diretta.

C’è un artista che senti particolarmente vicino e che reputi per te un punto di riferimento?

Ce ne sono diversi che hanno significato molto nel mio percorso, a partire da quelli che mi facevano ascoltare i miei genitori da bambino: Pino Daniele, Manu Chao. Le altre due grandi correnti di ispirazione a livello musicale sono quella Giamaicana e quella Nigeriana, con artisti come Popcaan, Koffee, Wizkid, Mr Eazi.

Come ti immagini tra dieci anni?

Su un palco con tanti dischi e musica alle spalle, questo è senza dubbio il primo di non so quanti album.

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