L’incontro con il giovane cantautore romagnolo classe ’93, fuori con l’album d’esordio “Non pensarci”

Federico Baroni
Spazio Emergenti: Federico Baroni si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

E’ partito lo scorso 18 maggio da Napoli lo Street Tour di Federico Baroni, un ritorno alle origini e alla sua coinvolgente attitudine da artista di strada, un viaggio che passerà il prossimo 25 maggio da Rimini, il 1° giugno da Bologna, l’8 giugno da Roma e il 15 giugno da Milano. Nel corso di questi appuntamenti, il cantautore proporrà alcuni estratti dal suo album d’esordio Non pensarci, pubblicato lo scorso 5 aprile da Artist First.

Quali sono le tue principali passioni oltre la musica?
In realtà ne ho tante, mi piace molto viaggiare e pratico sport sin da quando ero piccolo, anche a livello agonistico.

Federico Baroni: la musica, i viaggi e lo sport
Federico Baroni, classe ’93

Quali sport pratichi?
Ho iniziato con il basket all’età di otto anni, poi sono passato al pugilato, una passione trasmessa sia da mio padre che da mio nonno, un nome abbastanza conosciuto nel settore. La boxe mi ha svoltato la vita, all’epoca ero sovrappeso, mi ha aiutato e formato molto, sotto tutti i punti di vista. In più faccio pesca subacquea, amo tantissimo il mare.

E per quanto riguarda i viaggi?
Di solito approfitto dell’estate per viaggiare, anziché starmene in spiaggia per intere settimane preferisco visitare posti che non conosco, non riesco molto a stare fermo. Il mio viaggio più bello è stato quello della maturità, l’interrail in giro per l’Europa durato un mese, che cerco di ripetere non appena posso. Mi piacciono le situazioni un po’ all’avventura, zaino in spalla, camminare tutto il giorno, conoscere gente per caso, lo trovo bellissimo e stimolante.

Musica, viaggi e sport: cosa hanno in comune queste tue tre passioni?
Sicuramente il fatto di perseguire un obiettivo, cercare di puntare sempre alla meta, prendendosi le proprie responsabilità, avere degli orari e delle regole ma, al tempo stesso, la libertà di poterle stravolgere ed esprimere al meglio se stessi. Sono tre forme d’arte differenti, da cui ho attinto e imparato tanto.

Alla scoperta della band romana che ha collezionato un’importante esperienza live a livello internazionale

WakeUpCall
Spazio Emergenti: i WakeUpCall si raccontano ai lettori di Musica361, approfondiamo la loro conoscenza

Risvegliare l’interesse del rock nelle nuove generazioni, questa è la missione dei WakeUpCall, realtà fondata nel 2010 dai fratelli Forni, dal cantante Tommaso e dal chitarrista Oliviero. Dopo aver lavorato in studio con il noto producer americano Beau Hill, il gruppo ha trovato la propria dimensione dal vivo, collezionando concerti in tutta Europa.

Quanto è cambiata la realtà live con l’avvento del web?
Notevolmente e non in positivo. A livello underground è molto più difficile riempire un locale rispetto al passato, per quanto riguarda il mainstream non si va più ad un concerto per ascoltare un artista, ma per far vedere sui social di esserci stato. Per godersi appieno un concerto, il cellulare andrebbe spento o lasciato direttamente a casa.

Vi sentite rappresentati dall’attuale scenario musicale?
Quasi per niente, abbiamo sempre voluto fare un percorso alternativo, di quelli che si facevano una volta, la cosiddetta gavetta. Oggi come oggi i talent show sembrano essere rimasti l’unica via percorribile per chi desidera arrivare ad un pubblico più vasto e non restare relegati per l’eternità nell’hinterland discografico.

I vostri brani sono cantati in inglese, scelta o istinto?
Per noi è naturale, il rock nasce in inglese, ma ultimamente stiamo scrivendo anche in italiano. Una volta superati i primi ostacoli mentali, ci siamo buttati con entusiasmo in questa nuova sfida, alla fine la lingua è solo un canale, quello che conta è il messaggio.

A chi dice che il rock sia morto, cosa rispondete?
Che ha quasi ragione (ridono, ndr), viaggiando spesso all’estero abbiamo riscontrato che la questione non riguarda soltanto l’Italia, purtroppo è una situazione globale. Noi confidiamo nel riciclo continuo della musica e nelle nuove generazioni che, magari, possono avvicinarsi al rock anche attraverso personaggi come Achille Lauro o i Måneskin, appassionandosi al genere fino ad arrivare a scoprire, ad esempio, Bruce Springsteen. Sembrerà assurdo, ma potrebbe essere il giusto modo per riaccendere la curiosità nei giovani.

L’incontro con la cantautrice pugliese, romana d’adozione, in uscita con il suo quarto lavoro in studio intitolato “Mia”

Valeria Vaglio
Spazio Emergenti: Valeria Vaglio si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Molti la ricorderanno sul palco dell’Ariston in concorso a Sanremo 2008, oggi Valeria Vaglio è una donna probabilmente diversa, appagata e serena, che non ripone tutte le sue aspettative nella musica, bensì la utilizza come valvola di sfogo e canale artistico di comunicazione. Mia è l’album che ce la restituisce in piena forma creativa.

Torni dopo cinque anni di silenzio, come mai ci sono solo sei tracce in scaletta?
Per un motivo molto semplice: sono canzoni in cui credo fortissimamente, non avevo bisogno di riempire l’album con altri pezzi che avevo nel cassetto, ho voluto inserire quelli che reputo per me più importanti in questo momento della mia vita.

Cosa significa esattamente per te la musica?
Da una parte una fortuna dall’altra una condanna, qualcosa di cui non posso né liberarmi né farne a meno.

Ti ha aiutato?
Tantissimo, è stata il modo per canalizzare al di fuori tutta una serie di situazioni che, se fossero rimaste dentro di me, avrebbero provocato un’implosione.

Valeria Vaglio 1
© foto di Silvia Buccino

Hai altre passioni oltre al canto?
Da qualche anno sono diventata una video producer professionista, questo mi ha permesso di vivere la musica molto più serenamente, senza più ansie da prestazione o con il pensiero di dover pagare la bolletta a fine mese, questo è un aspetto fondamentale perché ti mette nella condizione tale di avere la massima libertà, di non riempire il foglio bianco a tutti i costi anche quando manca l’ispirazione.

Cosa ha aggiunto il video design al tuo percorso?
Vestire delle scene visive con la musica mi ha fatto capire come queste due arti possano andare di pari passo, viaggiando sulla stessa lunghezza d’onda, quasi all’unisono.

Qual è il tuo personale bilancio di questi anni di carriera?
Positivo, tutto il percorso che ho fatto lo rifarei, esattamente nello stesso modo, gli step sono stati fondamentali, mi sono evoluta e mi sento assolutamente serena delle mie scelte.

Tutti i desideri dell’artista romano espressi nel singolo “Stella cadente”, manifesto visionario e fiducioso dai nobili intenti

Joe Balluzzo, il piccolo principe della musica italiana
Spazio Emergenti: Joe Balluzzo si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Romantico e sognatore, così si definisce Joe Balluzzo in occasione della pubblicazione del singolo Stella cadente (etichetta Ultratempo), brano che strizza l’occhio a chi tenta quotidianamente di perseguire i propri obiettivi con dedizione e coraggio.

Cosa hai voluto raccontare?
Il momento in cui da bambino esprimevi un desiderio guardando una stella cadente, quando bastavano cose più semplici per essere felici, mentre da grandi ci complichiamo un po’ troppo la vita perché puntiamo sempre ad avere di meglio e non apprezziamo quello che già abbiamo.

Joe Balluzzo, il piccolo principe della musica italiana
Joe Balluzzo © foto di Jereymy Daniel Crouch

Quali desideri hai espresso da bambino? 
Cose semplici, nulla di materiale. Il desiderio ricorrente era quello di vivere di musica e diventare un cantante, posso svelarlo perché l’ho eseguito e giorno dopo giorno continua a concretizzarsi, altre cose non posso dirtele altrimenti non si avverano (ride,ndr).

Nel brano rendi omaggio a Il piccolo principe, cosa ti colpisce di quella storia?
E’ un romanzo che ho letto in varie fasi della mia vita e ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso, a seconda dell’età il percepito cambia, è un libro che cresce insieme ai propri lettori. Da sempre mi colpisce la semplicità con cui vengono descritti gli affetti, che poi credo sia la chiave di tutta la nostra esistenza, perché complicarsi le cose non serve a nulla, rende tutto solamente più confuso.

Che ruolo ha la musica nella tua vita?
Ha ruoli molteplici: riesce a calmarmi, caricarmi, farmi riflettere e molto altro ancora. La scrittura mi aiuta a esprimere quello che sento, credo che un artista abbia il dovere di raccontare il proprio punto di vista su ciò che gli accade intorno.

Dove desideri arrivare con “Stella cadente“?
Semplicemente al cuore delle persone, perché la musica è un linguaggio universale che unisce popoli di culture e ideologie diverse. Mi piacerebbe lavorare anche all’estero, essendo laureato in interpretariato e traduzione parlo perfettamente l’inglese e molto bene lo spagnolo, sarebbe bello portare le mie canzoni anche fuori, senza limiti e confini.

Reduce dal successo di “Cherofobia”, la giovanissima artista romana è pronta a debuttare con il suo spettacolo dal vivo

Spazio Emergenti: Martina Attili si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Partirà il prossimo 4 maggio dall’Auditorium Parco della Musica di Roma il “Cherofobia Tour”, di Martina Attili, show che andrà in scena anche il 9 maggio al Teatro Concordia di Torino e il 13 maggio al Teatro dal Verme di Milano.

Che spettacolo hai in serbo?
Il live avrà due anime, una piano-voce e l’altra più dinamica con un corpo di ballo guidato dal coreografo Patrizio Ratto, ci sarà spazio sia per le canzoni del mio primo EP che per diverse cover.

Come descriveresti l’esperienza di X Factor?
Una bella panoramica che mi ha aperto gli occhi su quelle che sono le caratteristiche di questo mestiere, i pro e i contro che caratterizzano la vita di chi canta.

Quale insegnamento ti ha lasciato Manuel Agnelli?
Di restare me stessa, mi diceva sempre di non perdere la follia che mi contraddistingue, di questo consiglio ne farò sempre tesoro.

Come ti spieghi il successo di “Cherfobia”?
A parte l’inciso molto orecchiabile e la verità espressa attraverso il testo, credo che abbia contribuito molto il titolo, un termine che ha incuriosito le persone fino a diventare una delle parole più ricercate sul web in tutto il 2018. Se il brano si fosse chiamato in un altro modo non avrebbe avuto lo stesso riscontro.

Sogni nel cassetto per il futuro?
Non ho mai nascosto il mio desiderio di partecipare a Sanremo, sono molto determinata e lavorerò sodo per riuscire un giorno a calcare il palco dell’Ariston.

Hai seguito l’ultima edizione del Festival?
Si, mi è piaciuta parecchio. Ho tifato per Simone Cristicchi, sul podio avrei visto bene anche Loredana Bertè e Irama.

Se ti guardi allo specchio, oggi, quale immagine vedi?
Una ragazza propositiva che ha imparato a convivere con se stessa, che ha fatto pace con i propri difetti e che, piuttosto che lamentarsi, si sforza di fare il possibile per migliorarli e migliorarsi.

Intervista al giovane artista calabrese, talento completo e ispirato che veicola attraverso la recitazione e il canto

Carlo Belmondo
Spazio Emergenti: Carlo Belmondo si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Reduce dalla visibilità ottenuta con la trasmissione televisiva “Colorado”, Carlo Belmondo fa il suo esordio discografico con il singolo Non illudermi, prodotto da Massimo Di Cataldo per Dicamusica e distribuito da Believe Digital.

Canto e recitazione, quali analogie hanno per te queste due forme d’arte?
Camminano insieme ma per me l’arte in generale, sotto ogni forma, è collegata. Sicuramente il canto aiuta nel giocar meglio con la voce durante l’interpretazione di un personaggio come lo studio della recitazione ti aiuta a dare più peso alle parole che canti e di conseguenza farle arrivare maggiormente.

Come ti sei trovato a lavorare con Massimo Di Cataldo?
Benissimo, ho avuto la fortuna di collaborare con un professionista. Oltre a produrmi mi ha dato molti consigli e sicuramente tanti insegnamenti che custodirò gelosamente. Piccoli segreti sulla scrittura, sulla musica, sul come trasformare una canzone con la chitarra in un brano da far ascoltare e arrivare agli altri.

Un momento che reputi fondamentale per la tua carriera?
La chitarra presa in mano a 15 anni, tutto ebbe inizio da lì. Il resto è venuto da sé con sacrifici, voglia di mollare, costanza, perseveranza, studio e incontri fortuiti.

Con quale spirito ti affacci al mercato discografico?
Con la curiosità di un attore che ha composto un brano, quindi sto lì a bussare piano piano per non offendere chi lo fa di mestiere. Il mercato discografico mi piace molto perché le etichette indipendenti stanno facendo conoscere al pubblico molti ragazzi validi che altrimenti non avrebbero avuto spazi.

In conclusione, cosa vuoi fare “da grande”?
Seguire quello che mi arriva. Ho conseguito un diploma in recitazione quindi la mia priorità rimane quella ma non escludo altri campi. Ho da poco confezionato un altro brano ed altri sono in costruzione, credo di essere in un buon periodo creativo quindi lo sfrutto finché dura.

La giovane cantautrice toscana raccoglie il meglio della musica al femminile nell’album “Le favorite”

Spazio Emergenti: Giulia Mutti si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Gianna Nannini, Nada, Carmen Consoli e Arisa, queste le artiste scelte da Giulia Mutti per il primo volume de Le favorite, Vol 1, progetto che arriva a pochi mesi dalla sua partecipazione a Sanremo Giovani.

Il titolo si ispira al film “La favorita”, cosa ti ha colpito di questa storia?
Pur essendo ambientata nel ‘700, la pellicola racconta ruoli e giochi di potere molto attuali, ho riscontrato parecchie analogie con il mondo di oggi. La trama ruota attorno alle protagoniste femminili, gli uomini sono quasi completamente assenti, relegati quasi a fare le comparse, questo mi è piaciuto molto (sorride, ndr).

Nell’EP è presente l’inedito “Acciaio”, nato in un periodo di sofferenza. È una regola oppure le canzoni possono arrivare anche in momenti di felicità?
Non credo che ci siano situazioni emotivamente più proficue per comporre musica, l’ispirazione può arrivare con qualsiasi stato d’animo, molto dipende dal tipo di messaggio che si vuole lanciare. Essendo una cantautrice, ogni istante della mia vita influenza le cose che scrivo, sia direttamente che attraverso quello che mi capita intorno.

Cosa ti ha spinto a metterti in gioco anche come interprete?
Il coraggio di mostrare un lato diverso di me. Le cover rappresentano sempre un rischio, perché devi riuscire a rispettare le versioni originali pur aggiungendo qualcosa di nuovo. Il paragone c’è sempre, soprattutto quando si parla di artiste dotate di qualità vocali così particolari, per cui il confronto è inevitabile.

Cosa accomuna le artiste che hai voluto omaggiare?
Il fatto che siano tutte donne lungimiranti, da cui ho attinto per migliorarmi e per scoprire mondi differenti dal mio. Si tratta di realtà diverse l’una dall’altra, trovo che il fil rouge che accomuna queste straordinarie cantautrici sia la coerenza, ciascuna è riuscita a restare fedele al proprio stile e alla sua inconfondibile timbrica.

A tu per tu con il giovane cantautore toscano, attualmente in radio e negli store digitali con il singolo “Rotelle”

Zic, l'importanza di preservare il bimbo che è in noi
Spazio Emergenti: Zic si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

Tempo di nuova musica per Lorenzo Ciolini, meglio conosciuto come Zic, artista classe ’97 che abbiamo apprezzato nel corso della diciassettesima edizione del talent “Amici” di Maria De Filippi. Edito dall’etichetta Bonshakara e distribuito da Believe Digital“Rotelle” è il titolo di questo suo nuovo singolo, dal testo sognante ma consapevole, evocato dal lato più spensierato e fanciullesco che alberga nel profondo del nostro animo.

Quanto è importante preservare il bimbo che è in noi?
Preservare il bimbo che è in noi è vitale, per poter essere sempre pronti a lasciarsi stupire. 

Che tipo di bambino sei stato?
Sono stato un bambino che cercava di essere normale. 

Il tuo nome d’arte, infatti, si ispira al personaggio di un cartoon. Quali erano le tue serie animate preferite?
Si. Zic era il nome del protagonista di uno dei miei cartoni animati preferiti, si chiamava “Monster Allergy”Ero innamorato dei vecchi cartoni: “Capitan Harlock”, “Le corse pazze”, “Conan”, “Tekkaman”, “Dragon Ball” e tanti altri. Per non parlare dai classici Disney, per quelli ho ancora oggi un debole.

Cosa aggiunge “Rotelle” al tuo percorso artistico?
Non so di preciso cosa aggiunga, o forse semplicemente non spetta a me dirlo. Io faccio musica e la mia musica inevitabilmente cresce insieme a me.

Quando hai scoperto di non poter fare a meno della musica e quali ascolti ti hanno particolarmente segnato?
Non so se c’è un momento preciso, ero piccolo. La mia vita è stata scandita dalla musica, tanta musica. Non credo di avere degli idoli particolari, ho tratto un sacco di insegnamenti da innumerevoli artisti diversi. 

Qual è la tua personale formula per comporre una canzone?
Io scrivo ciò vivo. 

A tu per tu con il giovane artista genovese classe ’98, in uscita con il nuovo singolo “Cristo”

Spazio Emergenti: Cromo si racconta ai lettori di Musica361, approfondiamo la sua conoscenza

A circa un anno di distanza dal lancio del suo disco d’esordio “Oro cromato”, torniamo a parlare di Matteo Cerisola, meglio noto con lo pseudonimo Cromo, talentuoso rapper genovese molto legato alla tradizione, seppur dotato di un grande spirito di innovazione come dimostra nel suo ultimo singolo.

Perché “Cristo”?
Il brano esprime metaforicamente un senso di rinascita, un nuovo punto di partenza, perché bisogna sempre rinnovarsi e puntare a crescere. Questo singolo rappresenta la mia svolta, un cambiamento sia personale che artistico.

Che significato attribuisci alla parola “resurrezione”?
Penso che la vita sia una serie altalenante di successi e fallimenti, un susseguirsi di delusioni e soddisfazioni, scontrandoti con te stesso riesci a tirar fuori il meglio. Ho vent’anni, sono giovane, sto crescendo, ogni giorno cerco di maturare, “resurrezione” è il termine più adatto per descrivere il mio attuale stato d’animo.

Cromo: “Se Fabrizio De Andrè fosse nato oggi sarebbe un rapper”
Matteo Cerisola, in arte Cromo

Tra credibilità e sperimentazione, dove ti collochi?
Mi colloco esattamente al centro. Il problema di molti artisti della mia generazione è quello di trovare una formula basilare e ripeterla fino allo sfinimento, il mio obiettivo è fare la musica che mi piace con le dovute innovazioni, senza restare ancorato ad un unico linguaggio. Sono convinto che se Fabrizio De Andrè rinascesse oggi sarebbe sicuramente un rapper, perchè il codice è cambiato ma i valori del vecchio cantautorato sono riconducibili a molti pezzi della nuova scena hip hop.

Se avessi la possibilità di tornare indietro, che consiglio daresti a quel ragazzino di Molassana con il sogno di sfondare nella musica?
Di non essere troppo buono, è un mio problema, mi fido sempre tanto delle persone che mi circondano, questo aspetto può rappresentare a volte un ostacolo, ma anche un punto di forza nelle situazioni più importanti. Insomma, come si suol dire, è una questione di punti di vista.

L’incontro con la band milanese a poche ore dal concerto nel noto locale della loro città

Canova
Spazio Emergenti: i Canova si raccontano ai lettori di Musica361, approfondiamo la loro conoscenza

La voce e la penna di Matteo Mobrici, le chitarre e il carisma di Fabio Brando, il basso e l’energia di Federico Laidlaw, la batteria e il ritmo di Gabriele Prina sono i principali punti di forza dei Canova, gruppo musicale che ha da poco rilasciato il disco Vivi per sempre.

Caparezza canta che il secondo album è sempre il più difficile, siete d’accordo con lui?
Per quanto riguarda la nostra personale esperienza no, è stato un processo molto naturale, siamo fieri del risultato. Chissà magari per il terzo sarà più tosta e ci toccherà dargli ragione (sorridono, ndr).

Nel 2015 avete partecipato alle selezioni di Sanremo Giovani, adesso che i tempi sono più maturi vi piacerebbe ritentare il Festival?
Onestamente non lo sappiamo, non amiamo molte la competizioni e il concetto di mettere le canzoni sulla bilancia, ma siamo consapevoli del famoso detto della bicicletta e che, una volta inseriti in un certo tipo di mercato, ci tocca pedalare. Chissà, tutto dipenderà se avremo o meno il pezzo giusto.

Cosa vi è piaciuto dell’ultima edizione?
Sicuramente è stato un Festival multiforme, c’era un po’ di tutto. Ci siamo sentiti ben rappresentati da Motta, Ex-Otago e Zen Circus, al punto da tifare spudoratamente per loro.

Da milanesi doc, cosa ne pensate dell’evoluzione della città negli ultimi anni?
A parte il discorso dell’Area B, che riteniamo una scelta coraggiosa e importante, anche se per alcuni di noi sarà motivo di disagio, dobbiamo ammettere che Milano negli ultimi anni è migliorata, le persone che l’hanno amministrata sono state attente e scrupolose, andando oltre la propria fede politica.

Il prossimo 20 marzo suonerete all’Alcatraz, siete carichi?
Carichissimi, i live ci stimolano parecchio perché rappresentano il momento in cui le canzoni e il pubblico si conoscono di persona, faremo il possibile affinché questo incontro possa essere indimenticabile.

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