Quattro chiacchiere con il cantautore napoletano, in uscita con il suo album d’esordio intitolato “Se invece di sbattere gli occhi

Adduci
Adduci si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Giulia Bartolini

Interessante debutto discografico per Vincenzo Adduci, in arte semplicemente Adduci, cantautore che rappresenta il giusto anello di congiunzione tra la scuola tradizionale e la nuova scena cantautorale degli ultimi anni. Si intitola “Se invece di sbattere gli occhi” il suo primo progetto ufficiale, rilasciato per Adesiva Discografica / The Orchard a partire dallo scorso 21 maggio

Come si è svolto il processo creativo di questo lavoro? 

Il processo creativo è stato molto vario e ciascuna canzone ha avuto una genesi a  sé. Ciò che accomuna questi brani è il fatto di essere stati concepiti come un’introspezione a seguito dell’interazione con le persone che ho incontrato in questi anni. 

Cosa pensi di aver imparato durante la realizzazione di “Se invece di sbattere gli occhi”? 

È stato un lavoro molto particolare, svolto in un momento della mia vita in cui tutto stava cambiando. A differenza delle precedenti esperienze in studio qui ho voluto prendermi tutto il tempo, ho così imparato che la sensibilità di un artista può cambiare molto velocemente. Nel giro di qualche giorno può capitare di avere la sensazione di essere una persona completamente diversa. 

Credi nel potere terapeutico della musica? 

La musica ha il potere di abbattere qualsiasi barriera, può così essere d’aiuto per fuggire come per tornare da qualche parte!  

Ti senti rappresentato dall’attuale mercato e da ciò che si sente oggi in giro? 

Mi sento vicino al cantautorato italiano degli ultimi dieci anni circa. Mi sento però anche vicino al cantautorato degli anni sessanta. In definitiva non saprei dire se mi sento esattamente rappresentato, direi “a tratti”! 

Personalmente ti collochi in un genere particolare? 

Questa domanda è sempre molto difficile da affrontare razionalmente! Nella mia musica riconosco influenze diverse, anche molto distanti tra loro, ma credo di poter dire che la mia proposta in questo momento sia indie pop / indie rock. 

Quale tipo di insegnamento pensi di aver appreso dalla musica fino ad  oggi? 

Alla musica devo praticamente tutto, se non avessi imparato a essere disciplinato non sarei riuscito a raggiungere molti dei miei obiettivi. Mi ha insegnato l’importanza di amare sinceramente ciò che si fa, questo fa sempre la differenza.

Intervista al cantautore toscano Caleido, in uscita con il suo disco d’esordio “Pop Corn”

Caleido: "La sincerità è il filo conduttore nelle mie canzoni"
Caleido si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Simone Biavati

Tempo di nuova musica per Cristiano Sbolci, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Caleido, che incontriamo in occasione dell’uscita di “Pop Corn”, il suo album d’esordio rilasciato lo scorso 14 maggio per Pulp Music, prodotto da Federico Nardelli e Giordano Colombo.

“Pop corn”: più un punto di partenza o un punto di arrivo?

Io vedo Popcorn come un mio capitolo e quindi come tale ha un punto di partenza e un punto di arrivo. Sicuramente a livello di processo creativo è un punto di partenza necessario per poter continuare questo fantastico percorso e trovare sempre di più il focus giusto.

C’è un qualche filo conduttore che unisce queste dieci tracce?

Credo che il filo conduttore nelle mie canzoni sia la sincerità, alla fine trattano della mia vita in modo estremamente diretto. La cosa che però lega tutto quanto in maniera omogenea penso sia la mia vocalità, quello forse è il collante reale che lega tutte le 10 canzoni.

Caleido: "La sincerità è il filo conduttore nelle mie canzoni" 1
La copertina di Pop Corn

A cosa si deve la scelta del tuo nome d’arte?

Devo ringraziare la mia adolescenza per la scelta del nome d’arte. Da ragazzino ero molto legato alla scena musicale alternativa italiana, ero uno da transenna ai concerti, questo ha fatto si che mi appassionassi moltissimo a una band che al quinto disco tirò fuori una canzone intitolata appunto Caleido. Poi ho cercato in rete giustificazioni più accattivanti dal punto di vista culturale ma solo successivamente.

Coltivi altre passioni oltre la musica?

A dire il vero no, tutte le energie che ho le sfrutto per scrivere canzoni.

Come descriveresti il tuo rapporto con i social network e quanto pensi siano importanti oggi per un lancio discografico?

Il mio rapporto con i social inizialmente era terribile, odio totale, poi fortunatamente col tempo mi ci sono rappacificato scoprendo anche un lato divertente. Sicuramente è un lato molto importante oggi, ha un ruolo fondamentale a livello di promozione, alla fine tutti quanti quando scopriamo magari un nuovo artista apriamo Spotify ma subito dopo andiamo a vedere il profilo Instagram.

Quale messaggio ti piacerebbe riuscire a trasmettere a chi ascolterà “Pop corn”?

A me piacerebbe regalare giusto qualche emozione e far sì che chi ascolta riesca ad immedesimarsi nelle parole che canto e, magari, possa sentirsi un po’ meno solo.

Si intitola “fusion.”, scritto rigorosamente in minuscolo e col punto, il nuovo progetto discografico di Davide Shorty

Davide Shorty: "Spero che la mia musica faccia muovere la testa"
Davide Shorty si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Alberto Romano

A qualche mese di distanza dalla fortunata partecipazione al Festival di Sanremo, dove si classificato il secondo posto della categoria Nuove Proposte con il brano “Regina”, abbiamo modo di approfondire la conoscenza di Davide Shorty, in occasione dell’uscita del disco fusion.. Un lavoro ricco di collaborazioni e contaminazioni, vissuto e suonato dalla prima all’ultima nota.

Quale significato attribuisci al titolo, alla parola “fusion.”?

In “fusion.” è racchiuso quello che sono io. Non faccio quel genere musicale ma sono una fusione di tantissimi elementi diversi tra loro, di emozioni, di persone, di lingue e di culture diverse. Già da siciliano sono fusion dalla nascita in quanto la Sicilia è un misto di tante culture diverse, e poi mi sono fuso ancora di più con tantissimi altri elementi nel corso della mia vita e della mia carriera. Ho preso questo termine da una critica che mi è stata mossa da uno dei giudici durante AmaSanremo, mi è stato detto come se fosse qualcosa di negativo, invece la cosa mi ha fatto sorridere e mi ha fatto riflettere: effettivamente ho realizzato di essere fieramente fusion! C’è il punto alla fine perché è proprio una cosa categorica, in Sicilia quando ci teniamo a puntualizzare qualcosa diciamo “è così punto” e io sono fusion.

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di questo nuovo album?

Questo disco è assolutamente lo specchio di quello che sono, da tutti i punti di vista. Sono fiero delle persone che ci hanno collaborato, fiero di tutta la musica, delle parole e del periodo in cui l’abbiamo scritto. Abbiamo dovuto affrontare una pandemia mondiale, che è una cosa che nessuno di noi ha mai affrontato prima, e sono felice di aver fatto tutto ciò in un periodo in cui c’erano tantissimi limiti. Quei limiti però sono serviti anche a scatenarci una reazione forte che ha fatto in modo che nascesse fusion. esattamente come lo sentite ora.

Numerosi i musicisti e i colleghi, quale apporto hanno dato al risultato finale?

Ogni persona che ha lavorato al disco è una persona con cui ho avuto una profonda connessione spirituale. Trovo che ogni personalità abbia aggiunto qualcosa di importantissimo all’identità del disco e lo ha reso ancora più fusion dal punto di vista concettuale. Credo che le collaborazioni siano importantissime nell’arte e nella creatività perché vedere il punto di vista di qualcun altro fa in modo che tu possa conoscere anche qualcosa in più di te stesso, perché magari le persone ti spingono fuori dalla tua zona di comfort e così facendo puoi anche vedere le cose da un’altra prospettiva.

Un disco suonato come questo, trova il suo giusto proseguo dal vivo. Quanto conta per te la dimensione live e come sarà tornare a suonare questa estate dopo un così lungo stop?

Per me suonare è sempre stato fondamentale, è sempre stata una grande terapia, così come la scrittura d’altronde, anche se sono due tipi di terapia diversi. Stare su un palco mi dà modo di scaricare l’energia in eccesso, per una persona iperattiva come me ritrovarsi sul palco dà modo di scaricare tutte quelle tensioni ed energie accumulate durante la giornata. Questo è un disco tutto suonato, per cui ritornare sul palco insieme a questi musicisti pazzeschi è una cosa bellissima!

Però ammetto che la pandemia mi ha mi ha messo in uno stato psicologico abbastanza conflittuale e mi ritrovo talvolta insicuro e devo fare i conti con me stesso. Non ha senso mettersi una maschera o un’armatura e non essere sinceri su questo argomento. Penso che tutti quanti – chi più chi meno – siamo stati condizionati da questo periodo e dalla pandemia in generale, quindi ognuno deve fare i conti in maniera diversa. La mente è un grandissimo strumento ma se non la si sicura può diventare una nemica. Personalmente sono consapevole che devo prendermi cura della mia salute mentale, specialmente nel momento che precede il ritorno sul palco.

Coltivi altre passioni oltre la musica? 

Sì, oltre alla musica ho tantissime passioni! Una delle tante è cucinare, lo trovo molto rilassante a non lontano dal fare musica, alla fine si tratta di mescolare degli ingredienti e trovare il giusto equilibrio tra di loro. Poi un’altra passione che ho è sicuramente il basket. Mi piace tantissimo giocare nonostante non segua tanto le partite, nè del campionato italiano nè dell’NBA, però mi diverto a giocare! Poi ce ne sono tante altre ma non non basta una pagina per elencare tutte (sorride, ndr).

Per concludere, quali sensazioni e quali riflessioni ti piacerebbe riuscire a trasmettere a chi ascolterà “fusion.”? 

Quando faccio musica non penso mai a chi ascolta. In questo caso devo dire che ho scritto tutto in maniera molto egoistica, nel senso che serviva a me come terapia personale. Probabilmente nel 99,9 dei casi è sempre così, spero che il disco possa trasmettere dell’energia positiva e di crescita e spero che la musica faccia muovere la testa.

Reduce dal podio sanremese, Folcast rilascia il singolo “Senti che musica”, impreziosito dal featuring con Roy Paci

Folcast: "Musica è condivisione"
Folcast si racconta ai lettori di Musica361, in occasione dell’uscita del suo nuovo singolo © foto di Chiara Mirelli

A qualche mese di distanza dalla fortunata partecipazione al Festival di Sanremo, dove si è aggiudicato un ottimo terzo posto nella categoria Nuove Proposte, abbiamo modo di approfondire la conoscenza di Daniele Folcarelli, alias Folcast, in uscita con il singolo “Senti che musica”, prodotto da Tommaso Colliva e realizzato in collaborazione con Roy Paci. Il risultato? Un inno alla musica trascinante e irresistibile.

Tra i vari ruoli attribuiti nel tempo alla musica, quale pensi sia il più importante?

La socialità. La musica richiede condivisione dalla prima nota pensata all’ultima nota suonata, in un concerto davanti a delle persone. Musica è condivisione.

Come ti sei trovato a lavorare con Roy Paci?

Benissimo! Nonostante la distanza, siamo subito riusciti ad entrare in contatto con il significato musicale e testuale della canzone. Roy è un grande. Persona integra e disponibile. Quello che è si sente nella musica che suona.

A suonare nel brano ci sono anche i Selton, qual è stato secondo te il loro apporto?

Insieme a Tommaso Colliva sono riusciti a dare una direzione ancora più forte e decisa al brano, rendendolo accattivante e profondo allo stesso tempo. Musicisti molto forti e persone fantastiche che definire creative è dire poco. Hanno tantissime idee e non hanno timore a condividerle con gli altri.

Coltivi altre passioni oltre alla musica? 

Amo viaggiare, in particolare in macchina. Fare i cosiddetti viaggi On the road. Poi mangiare, sto ancora cercando un alimento che non mi piace.

Pensando alle tue recenti esperienze, ti sono tremate più le gambe sul palco dell’Ariston di Sanremo o al concerto del Primo Maggio?

Sanremo è stata un’esperienza fortissima e più faticosa del Primo Maggio. Nel senso che in finale ci sono arrivato a marzo, ma per le “Nuove proposte” il percorso era iniziato già ad ottobre con AmaSanremo. Sono molto felice di aver preso parte al Festival come di aver potuto suonare al Primo Maggio. Anche se entrambe le situazioni erano diverse dal solito. Spero di poterci ritornare un giorno, magari in una situazione di normalità.

“Scopriti” e “Senti che musica” sono solo i tuoi primi due tasselli di quello che immagino diventerà un progetto discografico. Cosa puoi anticiparci e cosa dobbiamo aspettarci a riguardo?

Un progetto che racchiude diverse storie, momenti di rabbia, amore, confusione e gioia. Alla base c’è la mia esperienza e quello che vivo in prima persona. Non ci sarà niente di forzato.

Intervista al giovane artista romano Maggio, fuori con il suo primo progetto discografico intitolato “Nel mentre (Lato A)”

Maggio
Maggio si racconta ai lettori di Musica361, in occasione dell’uscita del suo primo album © foto di Cristina Troisi

Nel mentre (Lato A), questo il titolo del primo progetto discografico ufficiale di Roberto He, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Maggio, talento del roster di Asian Fake, penna e volto della nuova scena musicale italiana.

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di questo lavoro?

Il fatto che sia un bel reportage di quello che ho vissuto, un racconto fedele e veritiero. Questo mi fa sentire sereno, non ho l’approccio della “commercialata”. Quando scrivo non conta nient’altro.

A livello di ascolti, ti reputi abbastanza onnivoro oppure tendi a cibarti di qualche genere in particolare?

Abbastanza onnivoro, svolazzo un po’ di qua e di là. Ho avuto dei momenti in cui ero in fissa con un gruppo X o un rapper Y, ad esempio tra le medie e il liceo ho avuto il periodo degli Yellowcard, per poi aprirmi all’alternative rock e al rap. Ancora oggi tendo ad approfondire la conoscenza di ciò mi piace, ma anche di quello che non conosco. Ci sono sicuramente tanti generi e tanti artisti degni di nota che non ho ancora ascoltato, con il tempo spero di colmare quante più lacune possibili.

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La copertina del disco

A cosa si deve la scelta del tuo nome d’arte?

E’ stata una mia amica a chiamarmi così, un’associazione molto facile di stampo italiano. Il mio vero nome è Roberto, diminutivo Roby, quindi il calciatore Roby Baggio. Poi, hai presente i giovani che cambiano lettere a caso? Così si è passati a Roby Maggio, per poi lasciare soltanto Maggio. Quando ho dovuto scegliere un nome da rapper, ho pensato di mantenere questo soprannome che mi era stato affibbiato da qualche anno.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Cavalcare tutto quello che accade, cercando di rimanere il più leggero possibile. Negli anni ho cambiato più volte le mie idee, per cui so che l’età farà il suo corso e mi porterà nuovi pensieri. Gli obiettivi col tempo potrebbero mutare, per ora il mio volermi esprimere attraverso la musica è al centro di tutto.

C’è una promessa che senti di rivolgere a te stesso?

In verità sì, fare in modo che il mio collettivo diventi una realtà. E’ nato tutto da lì, da una promessa che ho fatto a me stesso da piccolo e che voglio cercare con tutte le mie forze di portare avanti. Altrimenti vorrà dire che sono diventato grande, ma in un modo che non mi piace per niente.

Intervista al pluripremiato musicista Luca Buosi, talentuoso pianista ed esperto compositore di colonne sonore

Luca Buosi: "Il made in Italy è un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo"
Luca Buosi si racconta ai lettori di Musica361, reduce dai nuovi riconoscimenti ottenuti con il corto “13 scatti”

Continua a conquistare prestigiosi premi all’estero Luca Buosi, da Hollywood a Istanbul, dalla Georgia al Regno Unito. 13 scatti è il titolo dell’ultimo cortometraggio di cui ha firmato la colonna sonora, una pellicola firmata del regista Leonardo Barone che sta facendo incetta di riconoscimenti in giro per il mondo.

Cosa ti affascina del comporre colonne sonore?

Mi affascina mettermi in gioco e cercare di creare qualcosa di unico, qualcosa che è stato creato completamente da me, cercare i suoni giusti e saperli contestualizzare, dare una caratterista sonora al video che stiamo vedendo e renderlo subito riconoscibile all’ascolto, e perciò unico.

Che esperienza ha rappresentato per te lavorare al cortometraggio “13 scatti” di Leonardo Barone?

Lavorare con Leonardo è stato molto semplice perché ha le idee ben chiare su cosa vuole fare. Barone ha già esperienza nel campo e, a sua volta, ha vinto già altri premi, sicuramente lavorare con una persona competente ti facilita il lavoro e ti mette in condizioni di poter dare il meglio, infatti oggi possiamo vantare diversi premi in tutto il mondo grazie a questa sinergia tra noi. “13 scatti” è un lavoro che mi ha regalato molte emozioni e spero che anche il nostro prossimo lavoro possa portarci altre belle soddisfazioni.

Quali sono, secondo te, le pellicole con le colonne sonore più belle?

Non posso non nominare il grande maestro Enio Morricone con la sua inconfondibile “Per un pugno di Dollari”, e non solo. Rimanendo sempre in Italia c’è il grandissimo Ludovico Einaudi, cito “Una mattina”,  ma sono davvero molte le sue colonne sonore belle a livello pianistico, e lo stimo molto anche nella sua pronuncia musicale. Inoltre mi piace la colonna sonora di un altro grande compositore, Hans Zimmer con i “Pirati dei Caraibi”. Ci sono davvero bravi compositori da cui possiamo prendere spunto.

Nel corso della tua carriera hai ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, viaggiando in giro per il mondo. Com’è considerata la nostra arte al di là del confine?

Il made in Italy è sempre un’eccellenza e ricevere soddisfazioni oltre Oceano ti fa capire che il lavoro svolto è stato fatto bene. Credo che che dovremmo essere riconosciuti anche nel nostro territorio, perché non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, anzi dobbiamo valorizzare i nostri artisti.

A causa della pandemia, il settore musicale e quello cinematografico sono stati messi ulteriormente in ginocchio. Pensi che si sia fatto davvero abbastanza per tutelare gli operatori dello spettacolo?

Purtroppo non è stato fatto molto, il settore è davvero in crisi e come tutti sanno le forze politiche non hanno fatto a pieno il lavoro che serviva per dare dignità a questa categoria. Essendo anch’io un musicista, spero di potermi esibire quanto prima e poter cercare un po’ di normalità in questo periodo cosi difficoltoso.

In un momento storico delicato come quello attuale, cosa ti piacerebbe riuscire a trasmettere attraverso le tue melodie?  

Il mio scopo è sempre stato quello di emozionare sia nelle esibizioni dal vivo che nelle colonne sonore, credo che quando una persona si ricorda del tuo lavoro hai centrato l’obbiettivo.

Con la sua penna ha ispirato ed emozionato intere generazioni, approfondiamo la storia professionale del paroliere Cristiano Minellono

Cristiano Minellono
Cristiano Minellono si racconta ai lettori di Musica361, il ritratto di una specialista della parola

L’italiano“,”Soli“, “Il tempo se ne va“, “Felicità“, “Ci sarà“, “Se m’innamoro“, “Come vorrei“, “Mamma Maria“, “Voulez vous danser“, “Comprami e Noi, ragazzi di oggi, queste alcune delle canzoni scritte da Cristiano Minellono, detto “Popy”, brani conosciuti e cantati ancora oggi in giro per il mondo. Abbiamo il piacere di approfondire la sua storia professionale, ospitandolo in questo ventesimo appuntamento della rubrica Protagonisti in secondo piano“.

Partiamo dal principio, come ti sei avvicinato alla musica?

Mi avvicinai all’età di sedici anni, ero fuori casa, dovevo mangiare. In quel momento il lavoro in teatro e in televisione era veramente poco, visto che ero cresciuto e non ero più considerato un bambino prodigio. A Milano, in un locale in piazza Formentini, cercavano un musicista, così comprai una chitarra da due lire e una rivista in edicola per imparare a suonarla. In un paio di giorni appresi le basi, andai lì e mi presero per suonare dalle nove di sera alle tre di notte.

Com’è avvenuto poi il passaggio alla scrittura?

Facendo l’attore, andai a Napoli per recitare in una commedia della televisione. Si andava in onda in diretta al venerdì, poco prima il regista era disperato perchè non aveva né la sigla di apertura né quella di chiusura, così mi proposi. Registrai “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan e “And I love her” dei Beatles, nel giro di poche settimane arrivarono 27.000 lettere alla Rai, da parte di ragazzi arrabbiatissimi perchè il mio disco non era nei negozi.

Mi chiamò la Curci per farmi un contratto, firmai, ma una volta realizzato il primo pezzo mi resi conto che non mi piaceva il mio modo di cantare, così mi opposi all’uscita del disco. Loro, disperati, mi proposero di selezionare, tra i pezzi stranieri delle loro subedizioni, i brani che potessero andare bene nel nostro Paese. Tra questi c’era “Crimson and clover” di Tommy James and the Shondells, lo riadattai in italiano e finì in cima alla hit parade cantato da Patrick Samson.

Da qual momento in poi cominciai a scrivere per numerosi artisti, dai Nomadi ai Nuovi Angeli, passando per Memo Remigi e Wess. Mi ritrovai di colpo nel panorama dei grandi parolieri italiani, composto da Luciano Beretta, Vito Pallavicini, Mogol, Alberto Testa, Luigi Albertelli e Giancarlo Bigazzi, che in quel momento erano considerati già grandi. Io avevo un linguaggio nuovo, proprio per questo ero abbastanza benvoluto e ricercato dal mercato.

Qual è stato il momento in cui hai capito che quello era diventato a tutti gli effetti il tuo mestiere?

All’inizio degli anni ’70, avevo già scritto “Il primo giorno di primavera” e “Soli si muore”, dopo aver collezionato i primi successi ho cominciato a capire che era diventato il mio mestiere, però non mi bastava. Per questo nel 1982, dopo un colloquio avuto con Silvio Berlusconi, decisi di cimentarmi come autore televisivo, lavorando prima a “Beauty Center Show” con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e Barbara Bouchet, e poi a “Premiatissima” che aveva battuto in termini di ascolti al sabato sera persino “Fantastico”.

Tra i tanti artisti con cui hai collaborato, ci sono due grandissime voci femminili: Dalida e Mia Martini. Che ricordo hai di loro?

Per Dalida scrissi “Laissez-moi danser”, riadattamento di “Voglio l’anima” di Toto Cutugno. Tutti la descrivevano come una donna molto ombrosa e chiusa, mentre con me è sempre stata di una simpatia incredibile, aperta e molto meridionale come carattere. Ne conservo un ricordo completamente diverso da quello che hanno gli altri. Con Mimì, invece, c’è stato un rapporto speciale, anche perchè abbiamo avuto una bella storia insieme.

Lei era una donna bella, dentro e fuori, un’artista che amava la musica e che amava la vita, distrutta da quelle orribili voci sul suo conto. Voci, tra l’altro, messe in giro da qualcuno che le girava molto vicino e che poi ha recitato la parte dell’addolorata, in realtà al principio fu lei stessa la causa di tutto, perchè era gelosa del suo talento. Non faccio nomi, ma chi vuole intendere intenda. Mimì è stata una donna con cui ho vissuto dei momenti veramente belli, sia artisticamente che umanamente.

Hai scritto tantissime canzoni che hanno fatto il giro del mondo, ma c’è un pezzo che, secondo te, non ha avuto la stessa fortuna e che avrebbe meritato una visibilità più ampia?

Sicuramente “Sei la sola che amo”, che ho fatto incidere a Dario Farina, che poi è l’autore con me di brani come “Felicità”, “Ci sarà”, “Mamma Maria”, “Come vorrei” e tanti altri. Quello è un pezzo che reputo uno dei più belli che io abbia scritto, proprio per la sua semplicità, una canzone che ha riscosso molto meno di quello che avrei voluto.

“Nemo propheta in patria”: ti sei mai sentito così?

Beh, sicuramente, il mio lavoro è stato molto più riconosciuto all’estero che in patria. E lo sai perchè? In Italia esiste una casta, la cosiddetta intellighenzia, ovvero degli pseudointellettuali, giornalisti e opinionisti tendenzialmente di sinistra. Premetto di essere antipolitico, di non essermi mai schierato, mi ritengo un “anarchico individualista”, proprio come mi aveva definito il mio grande amico Fabrizio De Andrè.

A quei tempi ero classificato come il paroliere nazionalpopolare, quando una pezzo come “L’italiano” era una fotografia critica dell’Italia in quel momento storico, perchè “l’autoradio nella mano destra” vuol dire un Paese di ladri, “con troppa America sui manifesti” vuol dire un Paese privo di personalità, “con più donne e sempre meno suore” vuol dire un Paese privo di vocazione. Insomma, una canzone molto cruda e critica che è stata interpretata come una canzonetta banale tipo “Sole, pizza e amore”.

Per questo motivo sono sempre stato ignorato, cosa che accade ancora oggi. Viene sempre citato Mogol, ma io che ho venduto cinquanta volte quello che ha venduto lui, tuttora, non vengo considerato. Siamo quasi a 200 milioni di copie e fai conto che solo l’anno scorso, in Russia e nei Paesi limitrofi, con le mie canzoni ho ottenuto oltre un miliardo di visualizzazioni su YouTube. Questi sono numeri, per non parlare del riconoscimento e del fatto che le mie canzoni vengano ancora cantate e riportate nei libri di testo dei bambini. Non in Italia s’intende.

Come si è evoluto negli anni, secondo te, il mestiere del paroliere?

Il mestiere del paroliere si è involuto fino a sparire del tutto, infatti oggi è completamente morto. Non esistono più i grandi autori e i grandi compositori, bensì dei gruppi di lavoro sottopagati dalle multinazionali, che agiscono nell’ambito dei vari talent show e che fanno canzoni per un determinato periodo, per poi essere sostituiti ciclicamente da altri elementi dalle stesse major. Non a caso, della miriade di canzoni che vengono pubblicate adesso non ne va all’estero neanche una.

Le aziende italiane che non hanno potuto comprare le hanno fatte fallire, infatti, tra gli editori sopravvissuti sono rimasti soltanto Curci e Sugar, ma è finita la discografia nazionale. Non sono più i produttori che decidono, bensì i direttori di etichetta, gente messa lì per questioni politiche o roba del genere, persone totalmente inadatte per quel ruolo, poiché incapaci di riconoscere un vero successo e di fiutare il vero talento.

Da esperto del settore, intravedi una qualche soluzione?

E’ dura, perchè non conviene a nessuno. Ti faccio un esempio: una volta se volevi avere ospite Alberto Sordi nella tua trasmissione bastava pagare una cifra importante, mentre adesso per risparmiare quei soldi si fanno interi programmi con la gente presa dal Grande Fratello, persone che ricevono due lire, ma in cambio ottengono visibilità. Oggi come oggi, non si ricerca più la qualità nel prodotto televisivo o la qualità nel prodotto discografico, l’obiettivo è che possa rendere più di quello che è costato.

A complicare ulteriormente la situazione ci ha pensato la pandemia. Da parte delle istituzioni, pensi che si sia fatto abbastanza per tutelare il settore dello spettacolo?

Menomale che c’era Franceschini come Ministro, l’unico che ha evitato di non fare niente, proprio come chi lo ha preceduto. Se non altro qualcosa ha realizzato, anche se non possiamo considerarlo abbastanza. Quando si parla del made in Italy si citano la Ferrari, la moda di Valentino e di Armani, ma non si parla mai della musica italiana, degli artisti e degli autori che continuano a portare la nostra arte nel mondo, come Andrea Bocelli, Adriano Celentano, Toto Cutugno, Ricchi e Poveri, Albano e Romina. Si pensa a finanziare altro, ma non l’industria musicale nazionale. Questo è un grande vulnus del nostro Paese, perchè i politici non hanno la cultura sufficiente per capire com’è importante la musica per l’Italia.

Qual è l’augurio che ti senti di rivolgere in futuro al mondo della musica?

Che i ragazzi capiscano che un’unica figura non può fare tutto, non si può essere cantanti, parolieri, compositori, arrangiatori e produttori. Ad essere fortunati si riesce a svolgere una di queste professioni in maniera decorosa, ma non tutte. L’augurio è che ritornino ad esserci esperti per ogni singolo ruolo, non chi vuole scriversela e cantarsela da solo, perchè così non andremo da nessuna parte. Anch’io ho un figlio di venticinque anni che fa il rapper, comprendo benissimo come i tempi siano cambiati, ma per rinascere davvero bisogna ritrovare lo spirito di un tempo.

Ai ragazzi di oggi dico: rimettetevi insieme, tornate a formare i gruppi, suonate nelle cantine come facevamo noi negli anni ’60, siate curiosi, affamati ma soprattutto appassionati di questa magia che è la musica. Per provare a creare un nuovo movimento bisogna stare insieme, essere uniti, non ciascuno per i fatti suoi. Un grande paroliere deve avere al suo fianco un grande compositore, insieme devono trovare un grande interprete e, sempre insieme, devono ricercare un grande produttore e un grande arrangiatore. Così si fa la musica.

Cristiano Minellono: "La musica si fa insieme, non individualmente"

A tu per tu con la giovane cantautrice lombarda Ciao sono Vale, fuori con il singolo “Tutto ciò che vuoi”, un brano intimo e universale

Ciao sono Vale,
Ciao sono Vale si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Massimo Zanconi

A circa un anno di distanza dalla nostra precedente intervista, ritroviamo con piacere Valeria Fusarri, in arte Ciao sono Vale, cantautrice lombarda classe ’98 della scuderia Honiro Rookies. “Tutto ciò che vuoi” è il titolo del singolo realizzato a quattro mani con Diego Calvetti, un brano che rappresenta un’ulteriore crescita per la giovane artista, in gara tra i 16 finalisti della XXXII edizione di Musicultura.

Quale significato attribuisci oggi alla parola “amore”?

Per me l’amore si può trovare in qualsiasi cosa, sotto ogni forma e punto di vista. Un sentimento senza limiti e senza paletti, la cosa più bella che esista. Mi ritengo fortunata di poterlo vivere ogni giorno. Sai, prima della mia attuale fidanzata ho avuto molte delusioni amorose, oltre a dei periodi di accettazione della mia sessualità molto complicati. Quindi, per arrivare a questa consapevolezza ci sono voluti molti anni, lasso di tempo durante il quale la mia concezione dell’amore è cambiata.

C’è una frase di “Tutto ciò che vuoi” che rappresenta e sintetizza al meglio il senso della canzone?

Sì, secondo me è la parte più intensa del brano, quella che rappresenta un po’ un’arma a doppio taglio. Mi riferisco al pezzo finale dove dico: “adesso stai zitta, non parlare, portami lontano lontano con le mani e con le tue dita fammi volare”. Questa per me è la frase più significativa del pezzo, perchè riassume la mia sessualità e rappresenta la parte più romantica del brano, un verso che sintetizza il mio attuale punto di vista sull’amore.

Venendo all’attualità, come lo hai vissuto l’ultimo anno e cosa ti ha insegnato questo periodo di riflessione obbligata?

Di tempo ce n’è stato tanto per restare soli con noi stessi, aprirsi un mondo e riflettere su tante cose. Dal punto di vista professionale, sono soddisfatta per essere riuscita a portare a casa risultati importanti, come la partecipazione a Musicultura, piuttosto che i positivi riscontri di alcuni miei pezzi usciti durante questo periodo complicato. Considerati i limiti imposti e le cose che non abbiamo potuto fare, cerco di pensare a ciò che di buono è arrivato.

Certo, ci sono stati indubbiamente momenti difficili, anche perchè caratterialmente ho il difetto di tenere sempre tutto dentro finché non esplodo. Ecco, sono esplosa pochi giorni fa (sorride, ndr). Avevo accumulato così tante sensazioni e situazioni, mi sono dovuta liberare. Ho passato questo anno un po’ in bilico, come tutti, però mi ha insegnato tante cose anche positive, perchè è nei momenti di difficoltà che riesci a distinguere quali sono i veri affetti, chi è davvero importante e chi no.

Pensi che si sia fatto abbastanza per tutelare i lavoratori dello spettacolo?

No, assolutamente. Penso ci sia tanto da fare per cercare di venire incontro ai lavoratori dello spettacolo. Ultimamente noto che si sta muovendo qualcosa a livello di sostegni, ma come in tanti altri settori ci sono ancora delle lacune non indifferenti, che spero si possano colmare il prima possibile. Noi viviamo di questo, abbiamo bisogno di più supporto. Non parlo solo per me, artista emergente, ma anche per chi sta dietro i palchi e fa questo lavoro da una vita.

Con quale spirito stai vivendo questa ripartenza?

Ti dico, finché non vedo non credo. Spero con tutto il cuore che sia una ripartenza decisiva e che si possa pian piano tornare alla normalità o, comunque, ricominciare a vivere in modo diverso rispetto ad oggi. In questo voglio essere fiduciosa, speriamo bene.

Al netto dell’attuale incertezza discografica dovuta al momento, cosa dobbiamo aspettarci dalla tua nuova musica? 

Sto lavorando al mio nuovo EP, alcuni brani sono realizzati in collaborazione con Diego Calvetti. E’ un progetto a cui tengo molto, secondo me rappresenta un passo in avanti molto importante, lo sento più maturo rispetto al mio primo disco “SOS”, al quale sono molto legata. Lo considero un lavoro che sta prendendo un bel colore, pieno di emozioni, mi piace, non vedo l’ora di poter dire di più.

In un momento complicato come questo, quali sensazioni e quali sentimenti ti piacerebbe riuscire a trasmettere a chi ascolterà “Tutto ciò che vuoi”?

Una bella dose di leggerezza. E’ un pezzo che si può ascoltare in qualsiasi momento della giornata, con qualsiasi umore, non ti tira su e non ti tira giù, ma ti tiene lì. Un brano che ti arriva dritto in faccia, che può aiutarti a prendere questo periodo nella maniera più tranquilla possibile.

Quattro chiacchiere con Mariagrazia Innecco, ideatrice e organizzatrice della rassegna “Portiamo il teatro a casa tua”

Mariagrazia Innecco: "Attraverso il teatro possiamo e dobbiamo lavorare sui concetti"
Mariagrazia Innecco si racconta ai lettori di Musica361, dalla passione all’impegno per il teatro

“Amica del teatro”: si definisce così Mariagrazia Innecco, pierre e autrice di quattro libri dedicati alle regioni italiane. Il teatro a casa tua è il titolo della rassegna online da lei curata, un punto di incontro per tutti gli appassionati, una community virtuale ma con lo spirito del focolare, di un vero e proprio salotto. Abbiamo il piacere di approfondire la sua storia professionale, ospitandola in questo diciannovesimo appuntamento della rubrica Protagonisti in secondo piano“.

Come ti sei avvicinata al teatro e come hai sviluppato questa passione?

Ho iniziato da comune spettatrice, frequentando abitualmente i teatri. Col tempo ho cominciato ad apprezzare realtà del milanese sempre più piccole, come l’Out Off, il Teatro Libero, il Menotti. Posti con dimensioni un po’ più raccolte, ma con un’offerta qualitativamente buona, legata anche alla possibilità di incontrare le persone e di avere un contatto con gli attori. Dentro di me è maturata sempre più l’idea del teatro come punto di incontro di un buon livello culturale.

Com’è avvenuto il passaggio da spettatrice ad addetta ai lavori?

Circa cinque anni fa, uno di questi attori che frequentavo a teatro mi propose se poteva venire a farmi uno spettacolo a casa. Così è partita questa nuova era, un crescendo esponenziale nel corso del tempo, una vera e propria evoluzione. Siamo arrivati a quattro stagioni realizzate all’interno della mia abitazione, dove sono passati circa centodieci spettacoli.

Quindi non è stata una tua intuizione?

No, francamente io non avrei mai pensato di realizzare una cosa del genere, me l’hanno proposta le persone. Poi la cosa si è autoalimentata grazie al passaparola, un circolo virtuoso, una concatenazione di situazioni e di attori di buon livello.

Poi è arrivato il Covid, il tuo salotto è rimasto vuoto, così come i palchi di tutti i teatri. Com’è ti è venuta l’idea di trasmettere via web?

Ad ottobre, prima ancora che richiudessero praticamente tutto a causa della seconda ondata, ho avuto come la sensazione che qualcosa stesse per accadere. Così, nel giro di una settimana, ho pensato a questa nuova modalità, cominciando a riprendere gli spettacoli e mandandoli in onda tramite web.

Com’è stata la risposta del pubblico?

Buona, perchè io sono uno schiacciasassi (sorride, ndr), ho creato una community proprio perchè credo nell’importanza dell’aver cura del pubblico. Le persone che prendono parte agli spettacoli sono appassionate come me di teatro, per questo bisognava ricreare qualcosa di diverso dal semplice streaming. Sai, la gente è afflitta da numerose preoccupazioni,  per questo motivo lascio a loro disposizione una settimana di tempo per vedere lo spettacolo. In un momento come questo, credo sia necessario stare ancora più vicino al pubblico, per questo ho scelto di continuare ad essere la padrona di casa della rassegna, accogliendo gli ospiti, introducendo di volta in volta ciascun spettacolo, proprio come facevo in presenza. Attraverso il teatro possiamo e dobbiamo lavorare sui concetti.

In conclusione, alla luce di quello che stiamo vivendo, che ruolo possono avere oggi il teatro e l’arte in generale?

Un ruolo importante, sicuramente bistrattato e considerato di minore importanza rispetto a quello che è realmente, anche se capisco che per alcuni può non essere la parte prioritaria, ma il Covid non c’entra. Il processo di degrado culturale credo sia cominciato con l’avvento delle tv e delle radio private, che hanno creato l’intrattenimento evasivo. Da quel momento in poi, non sono più stati considerati dei canali di acculturamento, o almeno non come in precedenza. In questo momento, chi fornisce strumenti dovrebbe fare un lavoro più intelligente, andando oltre alla richiesta delle persone, cercando piuttosto di soddisfare quello di cui tutti noi abbiamo bisogno, perchè l’arte migliora il nostro stare al mondo.

A tu per tu con il cantautore Zibba, al suo ritorno discografico con “Ep Arancione”, tratto dal nuovo progetto “Amore, morte e distrazioni

Zibba

Tempo di nuova musica per Sergio Vallarino, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Zibba, artista che abbiamo imparato a conoscere attraverso il suo impegno cantautorale, scrivendo per sé e per altri colleghi. Lo scorso 16 aprile è uscito Ep Arancione, primo tassello del concept “Amore, morte e distrazioni”, un progetto a metà strada tra musica e arte.

Com’è nata l’idea di suddividere questo lavoro in più parti?

L’idea è partita dal fatto che ci siamo accorti che le canzoni scritte avevano tre temi ricorrenti, parlavano d’amore, di morte o di svariati modi per distrarsi dalle brutture della vita. Di conseguenza, è venuto facile realizzare questi tre insiemi, raggruppando queste canzoni per fare in modo che gli Ep avessero tre colori diversi, molto distinti tra loro.

Cosa hai voluto inserire in questo primo episodio?

Nelle tracce di questo primo Ep ho tirato fuori dei lati di me, raccontando le follie dell’amore quando inizia, affrontando anche la fase della gelosia e parlando soprattutto di speranza. Sono canzoni che attraversano questo sentimento, che fanno un po’ tutto il giro delle emozioni attorno allo stare insieme.

Un lavoro anche visivo, frutto del sodalizio artistico con la tua compagna Camilla Folino, che ha realizzato le illustrazioni in chiave cubista. Come si incastrano nella vostra vita di coppia la musica e la pittura?

Zibba 2Guarda, noi non facciamo altro. Ci alziamo al mattino e se facciamo qualcosa ha sempre a che fare con la musica o con l’arte. E’ un po’ il contrario, semmai sono le altre cose che si devono incastrare con questo nostro stile di vita (sorride, ndr). Tendenzialmente ci riusciamo molto bene, entrambi amiamo collaborare, io l’ho sempre fatto, l’obiettivo è sempre quello di andare oltre i propri limiti. Tieni conto che noi lavoriamo di pari passo, ci lasciamo ispirare a vicenda durante il momento creativo, portando avanti questo progetto in work in progress in modo tale che nessuno finisca mai prima dell’altro. Ci dedichiamo contemporaneamente agli stessi dettagli, io sulla musica e lei sulla pittura.

Unico ospite in scaletta è Gnut, com’è nata la vostra collaborazione?

E’ una di quelle collaborazioni nata a schiaffo. Sai, io detesto lavorare con chi non ho mai visto, Gnut l’ho incontrato casualmente la prima volta in autostrada, in coda, mentre andavamo entrambi a Palermo per suonare sullo stesso palco. Naturalmente ci siamo conosciuti meglio dopo il concerto, abbiamo passato la notte a parlare e fare amicizia. Credo che già quella volta fosse venuta ad entrambi la voglia di fare qualcosa insieme, di raccontare anche questo incontro così particolare e rocambolesco.

Venendo all’attualità, qual è il tuo pensiero riguardo la situazione che stiamo vivendo? Pensi si sia fatto abbastanza nei confronti dei lavoratori dello spettacolo?

Sono molto deluso e molto preoccupato, per tutte quante le persone che fanno questo lavoro, me compreso. Siamo tutti molto tristi, perchè facciamo parte di un settore dimenticato, abbandonato e considerato poco importante. Non siamo l’unica categoria, ma siamo una di quelle categorie lasciate un po’ per ultime. E’ inspiegabile, non saprei cosa aggiungere, perchè dovrei raccontarti di tante situazioni di persone che conosco e che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, ma cosa ci mettiamo a raccontare le cose tristi? Diciamo piuttosto che siamo tutti incazzati.

Infine, considerato l’attuale momento storico, cosa ti piacerebbe riuscire a trasmettere a chi ascolterà questo tuo EP?

Niente che abbia a che fare direttamente con il periodo storico. E’ un progetto che parla d’amore in un modo molto personale, come lo sono spesso le mie canzoni. Quello che vorrei trasmettere è questo senso di libertà: ognuno faccia ciò che vuole, nella vita è importante esprimere se stessi, seguire le proprie idee. Con la mia musica credo di essere riuscito dimostrare proprio questo a chi mi ascolta, perchè ho sempre fatto quello che volevo, indipendentemente dalle mode.

Zibba 1

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