Quattro chiacchiere con la giovane cantautrice sarda Manuella, in uscita con il suo EP d’esordio intitolato “Giostra”

Manuella Giostra
Manuella si racconta ai lettori di Musica361, in occasione dell’uscita dell’EP “Giostra”

Debutto discografico per Manuela Manca, in arte semplicemente Manuella, cantautrice classe ’90 che si presenta al grande pubblico con il suo biglietto da visita discografico intitolato Giostra, extended play disponibile negli store digitali e sulle piattaforme in streaming dallo scorso 27 agosto.

“Giostra”, quali pensieri e quali stati d’animo ti hanno accompagnato durante la fase creativa di questo progetto?

Più che i pensieri, in questo progetto mi hanno accompagnata il desiderio di fare ordine dentro me stessa e la necessità di riconnettermi alla mia anima. Ma anche un forte senso di appartenenza alla Sardegna e allo stesso tempo il desiderio di “superarne il confine”. Lo stato d’animo dovuto a questa mia condizione da isolana, che mi porta ad avere un piede nella mia isola e l’altro nel mondo, si riflette in tutto l’EP. 

Quanto contano le radici nella vita e nella tua musica?

Ho capito che per me contano tantissimo, letteralmente mi tengono in piedi. Se non fossi rientrata a casa, dove le mie radici affondano, probabilmente non sarei riuscita a completare “Giostra”.

Hai viaggiato parecchio, quali sono i luoghi che ti piacerebbe visitare non appena possibile?

Tutti quelli dove è possibile vedere l’aurora boreale.

Coltivi altre passioni oltre la musica? 

La mia infinita passione per la natura. Poi amo praticare yoga, ma non sono ancora un’esperta (ride, ndr). 

A cosa si deve la scelta del tuo nome d’arte?

Mia nonna paterna mi ha sempre chiamata così, io mi chiamo Manuela ma lei non riesce a pronunciarlo bene, con una sola elle, perciò, Manuella! Inoltre, le mie amiche mi chiamano così nelle situazioni più “pazze”.

Un disco o una canzone che ti ha cambiato la vita? O che ti emoziona particolarmente ogni volta che l’ascolti…

La canzone che ha cambiato la mia vita è “Sceti Tui”, l’intro del mio EP. É il brano che ha realmente iniziato a sciogliere le mie paure, la prima canzone in assoluto che ho cantato in pubblico. Prima di allora, la paura di far risuonare la mia voce di fronte ad altre persone mi terrorizzava. “A Song For You” di Donny Hathaway cantata da Ray Charles mi fa sciogliere, da sempre.

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

L’energia e la sinergia che si creano in studio quando un brano prende forma, mi piace chiudere gli occhi e assaporarne ogni istante.

Intervista al giovane talento sardo Bandito, reduce dalla positiva esperienza del Festival di Castrocaro 2021

Bandito
Bandito si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita del singolo “Romantico cronico”

Si è fatto notare prendendo parte alla 64esima edizione del Festival di Castrocaro, aggiudicandosi il prestigioso Premio SIAE per la sua performance. Stiamo parlando di Antonio Meleddu, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Bandito, cantautore classe 2002, che ha da poco rilasciato il singolo inedito “Romanico cronico”. Conosciamolo meglio.

Come ti sei trovato a condividere questa avventura con gli altri ragazzi? Che clima si respirava dietro le quinte di Castrocaro 2021?

I miei compagni di avventura sono stati meravigliosi, i migliori che potessi desiderare. Siamo entrati subito in confidenza diventando un gruppo molto unito e affiatato, dove regnava il rispetto, la curiosità e la voglia di crescere insieme. Anche nei momenti meno belli siamo riusciti a supportarci e la musica, le risate, le chiacchierate e le giocate a briscola hanno fatto di noi una grandissima squadra.

Sei soddisfatto della tua performance?

Devo ammettere di essere contento della mia performance, ma sono convinto che ci sia sempre qualcosa da migliorare. Tuttavia non mi sono preoccupato più di tanto sopra il palco, ho lasciato che la musica e l’adrenalina mi guidassero, me la sono goduta e sono felicissimo di aver cantato insieme ad una band eccezionale e davanti a così tante persone e, riascoltandomi, ritengo di aver fatto una buona performance. Poi mi è stato conferito il Premio SIAE per la miglior performance quindi, anche se a caso, qualcosa devo averlo azzeccato.

“Romantico cronico” è l’inedito che hai presentato, quali sono i feedback che più ti hanno fatto piacere sul brano?

I feedback sono stati numerosi e devo ammettere che non mi aspettavo che il brano potesse essere apprezzato da così tante persone. Qualsiasi messaggio di apprezzamento e supporto che ho ricevuto e ricevo mi fa un piacere immenso, e tutto ciò mi dà un’enorme motivazione per andare avanti. Se però c’è una cosa che mi gasa tanto è sapere che ci sono persone che “non vedono l’ora di ascoltare nuove canzoni”. Per me è meraviglioso che ci sia qualcuno tanto interessato alla mia creatività.

Come descriveresti il tuo rapporto con i social network?

Onestamente non sono un tipo molto social: non li uso praticamente mai se non per restare aggiornato su news di artisti che seguo, apprezzare un po’ di arte e gatti e niente più. Tuttavia riconosco l’importanza del ruolo che giocano nella vita di una persona che vuole fare della musica il suo lavoro, la sua vita. Perciò mi sono messo come obiettivo di imparare ad usarli meglio e con più costanza.

Coltivi altre passioni oltre la musica?

Coltivo tante altre passioni oltre alla musica, tra cui quella per la natura, nella quale ho la fortuna di immergermi per bene data la meraviglia ambientale della Sardegna (in questi giorni sto scrivendo una canzone che mi è stata ispirata da una quercia millenaria ai piedi della quale mi sono seduto un po’ di giorni fa, esperienza intensa). Mi piace molto studiare e approfondire i più disparati argomenti, ma la mia vocazione principale è per la filosofia, che voglio continuare a studiare nel mio futuro prossimo. In più credo di essere dipendente dai video del canale YouTube di Kurzgesagt e JustMick, non posso restare senza. Però la mia più grande passione sono sos culurgiones de patata (ravioli di patate) di mia madrina.

Obiettivi e sogni nel cassetto per il futuro?

Banalmente il mio obiettivo principale è quello di convertire la mia passione per la musica in un lavoro, nel flusso continuo della mia vita. E per questo ho intenzione di impegnarmi a fondo, dato che non è un mondo facile, ma è anche questo il bello. Ho anche degli altri piccoli obiettivi da realizzare, tra cui andare con mio babbo sul Kilimangiaro e vedere la Cappella Sistina con mamma.

La musica per te è più una valvola di sfogo o un’isola felice su cui rifugiarti?

La musica è tutto ciò e molto altro. La meraviglia risiede proprio qui: può diventare tutto, basta che tu lo voglia. Ci sono momenti in cui mi sfogo con la musica, altri in cui ho semplicemente voglia di svagarmi, oppure ancora di mettere alla prova le mie capacità. E’ una crescita continua, una realtà concreta di cui l’essere umano, ne son convinto, non può proprio fare a meno. La musica scorre dentro tutti noi, sin dall’alba dei tempi.

A tu per tu con il giovane cantautore torinese Simo Veludo, vincitrice della 64esima edizione della kermesse dedicata alle voci nuove

Simo Veludo
Simo Veludo si racconta ai lettori di Musica361, all’indomani della sua partecipazione a Castrocaro 2021

Si è appena conclusa l’edizione 2021 del Festival di Castrocaro, ad aggiudicarsi il titolo è stato Simo Veludo, cantautore classe ’95 di Moncalieri, in provincia di Torino. A convincere la giuria (composta quest’anno da Ermal Meta, Noemi, Boosta e Margherita Vicario), oltre all’esecuzione della cover di “In alto mare“ di Loredana Bertè e di una speciale versione della sigla di “Willy, il principe di Bel–Air” realizzata con la loop station, è stata soprattutto l’interessante performance che lo ha visto proporre il suo inedito “Mutande”. Approfondiamo la sua conoscenza.

A chi dedichi questa vittoria?

Questa vittoria è dedicata a Federica, a Giacomo, alla mia famiglia, a tutte le persone che lottano tutti i giorni per realizzare quello che vogliono fare nella vita e che dopo tanti anni, credono ancora nelle favole (sorride, ndr).

Cosa ha rappresentato per te questa esperienza?
Ha rappresentato un percorso di crescita in cui ho capito, rapportandomi con una squadra enorme di professionisti, tante cose su di me che prima non avevo capito. Rappresenta inoltre una speranza, un bagliore di luce, perchè tutti quelli che mi conoscono mi hanno sempre detto: “senza pagare o senza le spinte giuste non vai da nessuna parte”. Io spero di essere la speranza che il duro lavoro, ogni tanto, paga.

Che ruolo gioca la musica nella tua vita?

Il ruolo di una maledizione, perchè non riesco a farne a meno. Non mi fa stare bene, perchè diciamocelo, scavarsi dentro, mettersi a nudo e confrontarsi sempre con le proprie emozioni peggiori a volte fa davvero male, ma allo stesso tempo è una catarsi e non riesco a farne a meno: la musica è la cosa che mi fa svegliare tutte le mattine e mi dà la forza di lottare contro tutto.

Quali pensi siano i tuoi punti di forza e le caratteristiche che possono farti contraddistinguere nel mondo della musica?

Penso che la gavetta e l’esperienza giochino un ruolo fondamentale: non ho mai snobbato niente, mi sono messo in gioco in tutti i concorsi possibili, dal peggiore di paese al migliore su Rai Due, ho suonato un miliardo di volte per strada a Torino, in Liguria, a Bologna, tante volte prendendo insulti dai passanti, dei quali ricordo benissimo parole e alcune facce, ho fatto esperienza in diverse rock band, suonando in tutti i locali possibili.

Senza contare l’esperienza in studio passando centinaia, migliaia di ore a imparare a produrre musica da solo. Oltre a questo, penso di essere molto poliedrico, so fare tante cose: spesso passo dal beatbox più crudo allo scrivere una canzone cantautorale, dal flow di un hip hop classico all’assolo dei Megadeth su una chitarra elettrica.

Secondo te, il mercato discografico di oggi è ancora in grado di individuare e valorizzare il talento?

Lo spero. Ci sono tantissimi artisti in classifica che reputo dei mostri a livello artistico: ThaSupreme, Blanco, Frah Quintale, Mahmood, solo per citarne alcuni. Penso che il talento faccia rumore e che, alla lunga, un grosso baccano non può essere più ignorato (sorride, ndr).

La vittoria di Castrocaro ti consente l’accesso diretto alle audizioni di Sanremo Giovani, quali sono le tue aspettative a riguardo?

Sanremo è un sogno che si realizza. Ci ho provato tante volte, passando da Area Sanremo, e non sono mai riuscito ad andarci così vicino. Non ho grosse aspettative per ora, perchè è una cosa più grande di me, ma allo stesso tempo lavorerò duro per un bel faccia a faccia con l’Ariston quando sarà ora.

Quale messaggio ti piacerebbe riuscire a trasmettere attraverso la tua musica?

Diversi messaggi, ma tutti quanti positivi: in alcuni brani, come in Ascesa, cerco di far capire  quanto sia speciale essere sè stessi, con le proprie debolezze e particolarità che, proprio perchè uniche, sono le cose che ci rendono davvero speciali. In altri, come in “Mutande”, il messaggio è di rispetto assoluto verso un’anima che vale molto di più del suo corpo. Penso che l’amore sia importante, soprattutto se poggia su dei valori. In altri ancora, come “Torino Metropolitana”, mi prendo qualche rivincita sarcastica nei confronti di chi si è comportato male con me in questi anni!

Intervista al cantautore milanese Emanuele Patti, in occasione dell’uscita del singolo “Mare Mercurio”

Emanuele Patti
Emanuele Patti si racconta ai lettori di Musica361 all’indomani dell’uscita del singolo “Mare Mercurio”

Un invito a viaggiare e a lasciarsi alle spalle un periodo difficile, potremmo definire così l’ultimo singolo di Emanuele Patti, intitolato “Mare Mercurio”, disponibile in radio e sulle piattaforme digitali per Senape Dischi a partire dallo scorso 23 luglio.

Cosa racconta questo nuovo brano?

“Mare Mercurio” esprime la voglia di respirare un pò di magia e di sorpresa, a volte diamo tutto per scontato, le cose che abbiamo, le cose che vogliamo e le persone che amiamo. Questa canzone vuole rompere il muro di silenzio tra due che viaggiano senza parlarsi o fanno le cose senza slancio.
Il viaggio nel caso specifico di questa canzone, rappresenta il tempo e la macchina é la nostra vita, con alla guida noi, le persone che portiamo con noi e tutti i nostri bagagli.

Quando il “motore” si rompe é perché qualcosa non sta andando come dovrebbe o come vorremmo e spesso questa cosa dipende solo da noi. L’invito che faccio o che provo a fare con questa canzone più che quello di viaggiare é quello di godersi il viaggio davvero e di portarsi dietro solo le persone giuste.

Un invito a viaggiare e a lasciarsi alle spalle un periodo difficile, quali riflessioni ti hanno ispirato questo pezzo?

Tendenzialmente scrivo di getto ed è stato così anche per questa canzone, quello che posso dirti è che stavo viaggiando in macchina e la radio non riusciva a sintonizzarsi ma continuava a “sputare pezzi di canzone”, forse è stato questo l’imput, l’immagine da cui è scaturito tutto.

Emanuele Patti 1
La copertina di “Mare Mercurio”

A livello musicale, che tipo di sonorità avete scelto di abbracciare con il producer Sveno Fagotto?

Per questa canzone abbiamo deciso di fare un arrangiamento con delle sonorità spiccatamente pop, fresche ed estive, con un sound incalzante in cui la chitarra acustica si sposa con l’elettronica, trascinando l’ascoltatore. L’atmosfera è resa ancora più magica dalla voce unica di Deborah Grandi, una cantante che ho fortemente voluto, i suoi vocalizzi sono parte integrante e fondamentale dell’arrangiamento.
Parlando in generale, invece, ogni canzone è a sé, così anche il “vestito”, l’arrangiamento che decidiamo volta per volta e che può essere sempre diverso. L’unico filo conduttore sono i miei testi e la mia voce.

Quando e come ti sei avvicinato alla musica?

Mi sono avvicinato alla musica intorno all’età di 12 anni. All’inizio scrivevo testi per cantanti e gruppi e solo intorno ai 25 anni ho iniziato ad interpretare io stesso le mie canzoni.

Quali ascolti hanno accompagnato e influenzato la tua crescita?

I cantanti che amo sono per lo più i cantautori italiani, in particolare Lucio Battisti (sono un grande fan dei suoi dischi che vanno dal 1982 al 1994), Franco Battiato, Lucio Dalla, Vasco Rossi, Enzo Carella, Fabri Fibra, Caparezza. Ho ascoltato tanto anche David Bowie, The Cranberries e John Lennon.

Come descriveresti il tuo rapporto con i social network e quanto credi siano importanti per il lancio di un progetto discografico?

Con i social vivo un rapporto di odio e amore, non ti nascondo che più di una volta ho eliminato i miei profili Instagram e Facebook, dovendo poi ricominciare da capo per una questione, ahimè, puramente promozionale. Sono, infatti, fondamentali per chi vuole far ascoltare e conoscere la propria musica e arrivare a più gente possibile. 

Quanto incide Milano nelle tue produzioni?

Milano è la mia città, nelle mie canzoni e nel mio stile si sente. Le storie che vedo intorno mi ispirano, ho dedicato un disco al mio quartiere e di riflesso alla mia città, così piena di storie, cose da fare e opportunità. Soprattutto in ambiente musicale non potrei pensare di fare quello che faccio altrove.

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso del tuo percorso e di quanto realizzato fino ad oggi?

Quello che mi rende orgoglioso è che oggi finalmente mi ascolto e quello che faccio mi piace e mi ci riconosco. Non è stato sempre così, infatti, ho aspettato tanto prima di pubblicare qualcosa, dopo anni di tentativi, sempre cercando di correggere il tiro. Un’altra cosa di cui sono felice è il team di lavoro che si è creato, in particolare col mio produttore e amico Sveno.

Intervista al giovane cantautore milanese Rivolta, in uscita con il suo singolo d’esordio “Sottovoce”

Rivolta
Rivolta si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Airuf

Debutto discografico per Alberto Rivolta, in arte semplicemente Rivolta, cantautore classe ’95 che ha scelto di farsi conoscere al grande pubblico con il suo biglietto da visita discografico intitolato Sottovoce, singolo disponibile in radio e in digitale a partire dallo scorso 17 luglio.

In “Sottovoce” ti ribelli alla percezione che gli altri possono avere di noi, spesso sbagliata. Cosa ti ha ispirato questa riflessione?

È una riflessione a cui sono arrivato cominciando a lavorare su me stesso. Ci possiamo raccontare di tutto, ma alla fine quello che conta è cosa vedi nello specchio. Nel mio caso, sono arrivato ad un punto in cui non mi riconoscevo, era come se invece che vedere me stesso, vedessi l’immagine di ciò che altri volevano che fossi.

Ero stufo di essere sempre quello che si fa mettere i piedi in testa, che vive solo assecondando pareri e decisioni altrui, senza metterci del proprio. Piano piano, sottovoce se vogliamo dire, ho cominciato a ribellarmi, cercando di ascoltarmi e capire che cosa davvero volessi. Non è un percorso veloce, nemmeno facile, ma sono contento di aver finalmente messo in moto qualcosa.

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di questo pezzo?

Credo che la cosa fondamentale di un pezzo sia che quando premi play, quello che senti piaccia prima di tutto a te. Sono orgoglioso di essere riuscito a esprimere quello che davvero sono nel testo,  facendomi scivolare addosso critiche e pareri di persone che sostengono che quello che ho scritto non mi rispecchi.

Anche la base musicale è qualcosa di cui sono particolarmente fiero. Volevo creare qualcosa con un sound che fosse un insieme di elementi tratti da un mondo più moderno, contrapposto a elementi di un mondo musicale totalmente diverso, come quelli del tango argentino. Sono molto contento del risultato finale.

Cosa ti ha spinto a sceglierlo come tuo primo singolo ufficiale?

“Sottovoce” è il brano a cui sono più legato, perché è stato quello che per primo mi ha portato ad iniziare il percorso personale di cui ho parlato nella prima domanda. La scelta di volerlo pubblicare come primo, deriva principalmente da questo.  L’altra motivazione risiede proprio nel titolo del brano. Mi piaceva l’idea di iniziare il mio percorso musicale “Sottovoce”, per poi andare a costruire qualcosa di concreto, tassello dopo tassello.

Credi nel potere terapeutico delle canzoni? Ci sono dei brani di altri artisti a cui sei particolarmente ed emotivamente legato?

Assolutamente sì, per me la musica è magica in questo senso. Crea una connessione tra te, il brano che stai ascoltando e il particolare momento in cui avviene il tutto. Ci sono dei brani di cui non mi stanco mai, anche per il fatto che mi ricordano proprio il periodo in cui li ho ascoltati per la prima volta. Uno di questi è “ Ti sposerò” di Nesli. Mi ha colpito a tal punto che ho deciso di tatuarmene una frase sul braccio. Un altro brano al quale sono profondamente legato è “Skinny love” di Bon Iver. C’è una frase,  “I tell my love to wreck it all”, che mi fa sempre venire i brividi, sia per come viene cantata, sia per il suo significato. Credo che prima o poi mi tatuerò anche questa!

Coltivi altre passioni oltre la musica?

Ho sempre avuto la passione per la poesia e la letteratura. Ricordo che alle medie ho avuto i primissimi contatti con pezzi di opere italiane e non, come ad esempio i “Promessi sposi” o “Ventimila leghe sotto i mari”, e mi colpirono tantissimo. Ho scelto poi di fare il liceo classico, per poter conoscere alti autori ed opere. Un’altra passione che coltivo da quando ero molto piccolo è quella per l’informatica. Ho iniziato ad usare i computer grazie a mio nonno, quando ancora c’era il 56k che risuonava per tutta la casa. Da lì, non ho mai smesso di usarli, non ho dormito per giorni quando mi venne regalato il mio primo computer.

Strettamente collegato al mondo dell’elettronica, ho sempre avuto la passione per il gaming, in particolare per i simulatori di guida. Tra tutti, quelli che preferisco sono i giochi di formula 1, che è il mio sport preferito. Mi piace passare parte del mio tempo libero seguendo i gran premi o correndo sul simulatore.

Come ti immagini tra dieci anni?

Più che dire come mi immagino, posso dire quello che desidero. Spero di essere una persona serena con se stessa, che è finalmente riuscita ad accettarsi completamente. Il mio più grande sogno è sempre stato quello di vivere della mia musica,  quindi mi piacerebbe davvero realizzarlo da qui a dieci anni, magari anche mettendo su famiglia e condividendo con loro la mia vita.

Intervista al cantautore Fulvio Effe, in uscita con il suo nuovo singolo dal titolo “Boh”

Fulvio Effe

Si intitola semplicemente “Boh” il nuovo inedito di Fulvio Zangirolami, alias Fulvio Effe, ispirato tassello della sua saga discografica, che segue i rilasci dei precedenti singoli: L’istante di un brividoAncora, Bla bla bla e Splendido. Il brano, dalle spiccate sonorità estive, riflette con autoironia su diversi aspetti della vita, domande a cui non sappiamo rispondere.

Quali pensieri e quali stati d’animo ti hanno ispirato durante la fase di scrittura di questo pezzo?

La consapevolezza, crescente e costante, che NULLA è per sempre, che le persone cambiano, le situazioni cambiano, e che anche se cerchiamo IN TUTTI I MODI, quasi compulsivamente, di trovare a tutti i costi le risposte a certe domande… certe domande non trovano mai risposta e quindi… BOH.

Com’è nata l’idea della citazione finale di una frase cult di “Tanti auguri” di Raffaella Carrà?

È una frase che ho sempre amato, in realtà non era presente nella stesura iniziale del testo ma, caso vuole, che proprio il giorno fissato per le registrazioni della voce arriva la triste notizia della morte di Raffaella, allora in quel momento decisi di chiudere il brano con questo “piccolo omaggio” che credo si sposi bene con il significato della canzone in quanto invita SEMPRE E COMUNQUE ad andare avanti soffermandosi poco su quel che è stato ma molto di più su quel che è e sarà.

Quanto conta l’autoironia nella vita e nella musica?

È fondamentale, il mondo credo abbia bisogno più che mai di persone allegre, positive e ironiche, c’è tanto nervosismo in giro, soprattutto a causa del periodo di incertezza che noi tutti stiamo vivendo, ed è per questo che, quando posso, cerco sempre la “leggerezza” delle cose, è dura eh! Ma bisogna quantomeno provarci.

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

L’idea creativa iniziale, è sempre quello il fulcro di ogni canzone, potresti stare 8 ore davanti ad un pianoforte senza riuscire a tirar fuori nulla… oppure può venirti in mente una melodia pazzesca mentre stai tornando da chissà quale concerto alle tre del mattino… è il lato misterioso e affascinante della creatività che arriva senza bussare, mai.

A cosa si deve la scelta del tuo nome d’arte?

Vorrei raccontarti chissà quale aneddoto curioso ma la realtà nuda e cruda è che il mio cognome (seppur veneto) sia assolutamente impossibile da imparare al primo colpo (Zangirolami) e allora ho cercato qualcosa di più immediato e visto che il mio nome di battesimo inizia con la lettera F ho pensato di creare un “cognome” scrivendola per esteso, EFFE appunto, che fantasia eh?

Come valuti il livello generale delle proposte musicali di questa estate?

Più alto di altre estati, ci siamo un po’ scrollati di dosso il Reaggeton, ho sentito molti artisti tornare al caro vecchio POP, ho sentito cose davvero molto interessanti.

Cosa ti piacerebbe riuscire a trasmettere a chi ascolterà la tua “Boh”?

Spensieratezza ed ottimismo, nulla di più.

Intervista al giovane artista italo-francese Esa Abrate, in occasione dell’uscita del suo singolo per l’estate 2021

Esa Abrate: "Cambiare prospettiva fa trovare nuove strade"
Esa Abrate si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Jacopo Rossini

Tempo di nuova musica per Esa Abrate, artista che abbiamo avuto modo di conoscere nel corso della ventesima edizione di Amici di Maria De Filippi. Si intitola “Avec toi (ce soir)” il nuovo singolo del talento classe ’98, impreziosito dal featuring realizzato con Patrik.

Un brano che mette in luce nuove sfumature della tua artisticità, da quali riflessioni è stato ispirato?

Credo che un artista non si debba mai porre dei limiti. Io ho tirato fuori qualcosa che non avevo ancora sperimentato ma già avevo dentro.

Per quanto riguarda il sound, quanta importanza attribuisci alla sperimentazione?

Tantissima, bisogna sperimentare di continuo. Ognuno cerca un modo per trovare una sorta di equilibrio nel posto in cui si trova. Cambiare prospettiva può sicuramente far trovare nuove strade, nuovi equilibri, ugualmente interessanti.

A livello di linguaggio, credi nel potere terapeutico della musica?

Assolutamente sì, anche solo per il fatto che ascoltiamo le canzoni in base al nostro umore. Io, ad esempio, quando sono triste sicuramente non ascolto up tempo e quando sono felice non ho voglia di ascoltare una ballad. Quindi sì, la musica secondo me fa parte del nostro subconscio ed è capace di accentuare le nostre emozioni.

Ti senti rappresentato dall’attuale mercato musicale e da ciò che si sente in giro oggi? 

Sì, devo dire che ci sono alcuni brani che sono usciti nell’ultimo periodo che mi fanno sentire a “casa” quando li ascolto, come “La genesi del tuo colore” di Irama o anche “Te lo prometto” de Il Tre.
Anche se Esa guarda già alle nuove canzoni che arriveranno.

Com’è nata la collaborazione con PATRIK?

Io e Patrik ci siamo conosciuti circa un anno fa. Tra di noi è nata fin da subito una forte intesa, sia a livello personale che artistico, infatti ci eravamo promessi che prima o poi avremo scritto e cantato una canzone insieme; così è nata “Avec toi”. Grazie a Patrik il pezzo ha una grande versatilità.

Ti piacerebbe lavorare con qualche particolare artista in futuro?

In Italia sogno un brano con Mahmood e Ghali, tutti e tre insieme. Uscendo dall’Italia sarebbe fantastico un feat. con Lous and The Yakuza.

Coltivi altre passioni a parte la musica? 

Sì, mi piace molto il calcio, più giocarlo che tifarlo. Amo lo sport in generale e le lingue, infatti parlo italiano, francese, spagnolo e inglese.

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di “Avec toi (ce soir)”?

L’originalità, la sperimentazione e la freschezza.

Intervista al giovane cantautore romano Lorenzo Lepore, in occasione dell’uscita del singolo “Futuro”

Lorenzo Lepore: "Il mio obiettivo? Navigare nell'ispirazione più sincera"
Lorenzo Lepore si racconta ai lettori di Musica361 all’indomani dell’esperienza di Musicultura

Tra i vincitori della 32esima edizione di Musicultura, spunta anche il nome di Lorenzo Lepore, artista classe ’97 che abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare con l’inedito Futuro, un brano sentito e profondo, a metà strada tra un biglietto da visita e un manifesto della sua poetica.

In “Futuro” fotografi vari stati d’animo, cosa ha innescato in te questo mix di emozioni?

“Futuro” è nata piangendo, nel vero senso della parola. Ero su una spiaggia dopo un anno intero passato a rincorrere qualcosa per “inerzia”. A far finta di essere qualcun’altro. Incastrato in un sistema che ci vuole sempre scattanti e al passo coi tempi. Quel pianto ha rappresentato per me una liberazione. Un essere grato alla sincerità del riconoscermi in quello che sono e alla facoltà stessa di riuscire ancora a commuovermi.

Quando piango è quasi sempre perché mi piovono addosso paure, gioie e sentimenti vari che non riesco a gestire. Questa canzone è figlia dell’irrazionalità. I vari stati d’animo, appunto, che ho cercato di racchiudere in questi quattro minuti, ne sono l’esempio e questa canzone rappresenta un po’ una mappa che li ripercorre, li analizza e li ricongiunge a una speranza di fondo.

In un’epoca così frenetica e dopo un periodo difficile come quello causato dalla pandemia, secondo te, riusciremo davvero a riscoprire l’importanza delle piccole cose?

Chi lo sa… Vorrei tanto rispondere di sì. La vita è una sfida continua fra il dare valore alle “piccole” cose e il nostro ego. Secondo me in ognuno di noi ogni tanto cala una gioia diversa dalle altre. Magari un semplice sorriso, una buona azione, un pensiero o un gesto che fa più luce di qualsiasi altra cosa. Che ci riempie e di cui ognuno deve fare tesoro. Bisogna tenersi stretti sempre, non perdersi. È difficile ma vale la pena tentare

Come te lo immagini il futuro a livello generale?

Purtroppo non bene. Mi fa paura, altrimenti credo non sarebbe mai nata “Futuro”. Ma la chiave stessa è appunto la speranza. Senza la quale non potrei mai svegliarmi la mattina e dire: “Oggi è un nuovo giorno”. Se smettiamo di sperare perdiamo in partenza. Quindi dico: Anche se quello che ci aspetta potrà non essere piacevole, io lotterò per farmelo andare bene. Cercherò di ricomporre i rottami e dipingerli di colori nuovi fino ad esserne grato. Un futuro radioso credo non possa che generarsi da questa ambizione.

Cosa ha rappresentato esattamente per te l’esperienza di Musicultura 2021?

Musicultura è per me un sogno e un’ambizione sin da quando ho imbracciato una chitarra e scritto le mie prime canzoni. Seguivo il concorso ogni anno, mi appassionavo sentendo le canzoni d’autore in cui mi rispecchiavo. Ritrovarmi in finale, vincere il premio per il miglior testo, pensare che abbiano scelto me e pochi altri di fronte a più di mille richieste mi sorprende e mi riempie di gioia.

Mi ripaga di tanti sforzi, le ore passate a costruire canzoni, litigarci fino anche a buttar via tutto. Ma su quel palco era magia, era gioia, era letteralmente una “casa” in cui mi sentivo al sicuro anche un po’ stranamente (vista la grandezza rispetto a molti altri in cui mi sono esibito.) Incredibilmente non c’era paura, ho vissuto tutto alla grande e ho capito di adorare questa vita. Sì, dopo questa esperienza ho capito realmente di poter fare il cantautore.

Nel brano c’è spazio anche per alcuni versi in dialetto romano, cosa ti lega in modo particolare alla tua terra?

Quello che mi lega alla mia terra è ovviamente l’esserci nato. Questa grande città di gioie e di dolori. Roma ce l’ho dentro. Quando esco di casa fra i saluti calorosi e un po’ offensivi che ci si scambia, che in realtà sono semplici pacche sulla spalla per far passare la giornata a denti stretti. Le parti in “romanesco” di futuro rappresentano la “superficialità” che ci può essere in un discorso fra amici pensando al futuro.

“Nun ce pensà che è mejo, damme retta!” è quel rimanere prevenuti di fronte alle cose della vita e non addentrartsi nel profondo di esse. La mia canzone invece è portatrice del contrario di questo modo di pensare. È un sorriso giovane e sprezzante del pericolo di quello che può capitare. È la voce di qualcuno che con rammarico capisce che le cose stanno andando male, ma già solo il fatto di averlo capito è la più grande vittoria.

Cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi prossimi progetti in cantiere?

Dovete aspettarvi tante belle cose in crescita e aspettarvele nel “presente”, poiché ho capito che il “Futuro” non è che adesso. È ora che bisogna muoversi per cambiarlo! Il tour che sto facendo quest’estate in giro per l’Italia ne è l’indice più grande. Il “FuTour appunto, non poteva chiamarsi diversamente. Sto suonando le mie canzoni future (poiché sono tutte inedite) in questo viaggio in costruzione. Mettendo su arrangiamenti, collaborazioni, testi nuovi. Dando al pubblico un’anticipazione di quello che sarà il mio primo disco al quale sto lavorando intensamene all’interno di questa mia prima tournè.

A settempre poi, facendo tesoro delle esperienze di quest’estate entrerò in studio a finalizzarlo. Uscirà sicuramente entro il prossimo anno e conterrà le canzoni che mi hanno portato ad essere quello che sono. Dalla mia adolescenza fino ad oggi. Questo disco sarà di certo la mia fotografia più intensa e il mio intento sarà quello di suonarlo ovunque e presentare queste canzoni a più concorsi possibili compreso “Sanremo giovani”. Il mio obiettivo resterà comunque navigare nell’ispirazione più sincera e scrivere soprattutto per fare stare bene me e regalare qualcosa a chi ho intorno.

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di un brano come “Futuro”?

“Futuro ” è un pezzo difficile a mio parere e non mi sarei mai aspettato che il mio esordio nella discografia sarebbe avvenuto con questa canzone. Di certo non è una canzoncina di sottofondo che passa alla radio e fa stare senza pensieri. No, è pungente. Lo è stato per me scriverla e noto esserlo anche negli occhi di chi la ascolta. È una canzone che secondo me presuppone un coraggio nell’ascoltatore, poiché non ha una struttura canonica, in certi punti presenta un “parlato”. Un dialogo intervallato dalle parti musicali più simile al teatro che alla canzone. Poi c’è da dire che è una canzone “acustica” a tutti gli effetti e che non segue sicuramente la moda di quest’epoca. Gli strumenti che entrano sono tutti funzionali alle parole del testo.

Seguono minuziosamente la dinamica del cantato con dolcezza e verità. Tutte queste caratteristiche mi rendono certamente orgoglioso della mia composizione e se c’è una cosa che ho imparato dalla musica e dall’arte in questo mio breve percorso è che non bisogna mai mettersi in fila ma avere il coraggio di dire la propria a costo di sembrare diversi. Che meraviglia la diversità. La bellezza di essere autentici è il premio più grande. Non a caso questo mio prendere posizione mi ha fatto arrivare fra gli otto vincitori di Musicultura, mi ha fatto esibire su Rai 2 fra i quattro finalisti e mi ha regalato di ricevere il “Premio per il miglior testo”.

Quello che dico nelle canzoni, per me, è la cosa più importante di tutte. Aver toccato certe tematiche in questo modo sento che mi ha consacrato al panorama musicale in maniera pura. Questo era tutto quello che desideravo in questo momento dalla vita e di certo lo porterò per sempre nel cuore.

Intervista al giovane cantautore salernitano HALE, in uscita con il suo nuovo progetto discografico intitolato “Un mondo violento – Parte I”

Hale: "La mia musica pluralista, composta da visioni diverse"
HALE si racconta ai lettori di Musica361 © foto di Gianluca Saragò

Un disco intimo e intenso, questo e molto altro ancora è Un mondo violento – Parte I, il nuovo progetto discografico di Pasquale Battista, meglio conosciuto con lo pseudonimo di HALE, cantautore e musicista classe ’95, tra gli artisti più interessanti della nuova scena cantautorale.

Qual è stata la genesi di “Un mondo violento – Parte I”?

Posso dire che questo disco ha risolto un mio momento di stasi. In un certo senso mi ha preso e ributtato nella mischia probabilmente in uno dei periodi più difficili per la musica e più in particolare per il mio percorso, ma ne ho sentito il bisogno.

Da cosa nasce l’idea di dividere questo progetto in più parti?

Preferisco lasciarlo all’immaginazione di chi lo ascolterà per non rischiare di deludere nessuno!

Hale: "La mia musica pluralista, composta da visioni diverse" 1
“Un mondo violento – Parte I”

Un disco introspettivo che parla di dolore e di rinascita, quali riflessioni ti hanno ispirato?

Sicuramente il brutto periodo che tuttora stiamo attraversando, ma è anche il riflesso di un percorso difficile.

Cimentarsi in questo tipo di analisi è un esercizio che consigli?

Lo consiglierei a patto che non lo si faccia per accrescere il proprio ego, perché credo che il senso non sia quello.

Molto interessanti le sonorità, come siete arrivati a questo risultato? Ci sono stati dei riferimenti particolari?

I riferimenti che ci si danno prima di cominciare un lavoro il più delle volte poi non si seguono mai. Alla fine un disco prende la sua strada senza dare troppe spiegazioni.

Quali innovazioni contiene questo progetto rispetto alle tue produzioni passate?

Lo vedo più pluralista, ci sono dentro più visioni diverse.

Se dovessimo definire “Un mondo violento – Parte I” con uno stato d’animo, quale sceglieresti?

Simpatia, nel senso etimologico del termine. Dal greco antico, “soffrire insieme”.

Intervista alla giovane artista JnJavelin, in uscita con il suo nuovo singolo intitolato “7 vite”

JnJavelin
JnJavelin si racconta ai lettori di Musica361 in occasione dell’uscita del singolo “7 vite”

É disponibile dallo scorso 2 giugno “7 vite”, il nuovo singolo di Riccardo Sbarbati, in arte JnJavelin, giovane cantautore che abbiamo conosciuto lo scorso novembre in occasione del suo debutto discografico con Io sono questo e, successivamente, con il suo secondo estratto intitolato Estraneo.

Un brano che ti descrive in profondità, da quali riflessioni e’ stato ispirato?

In “7 vite” ho voluto far entrare chi ascolta dentro la mia vita, ho voluto descrivere delle sensazioni che mi hanno caratterizzato e che mi delineano in parte. Quando ho scritto la canzone ho pensato ad una serie di immagini da proporre a parole. per dargli un significato e per poter far arrivare a chi ascolta quel tipo di emozione.

Credi nel potere terapeutico della musica?

Credo che la musica possa aiutare a superare momenti difficili. Uno stato negativo se espresso e condiviso può essere affrontato. A me personalmente, dare una forma musicale alle mie sensazioni mi aiuta a superare i momenti no in maniera più serena.

A cosa si deve la scelta del tuo nome d’ arte?

Per il nome d’arte mi sono ispirato al Javelin, che è un arma bellica.

Ti senti rappresentato dall’attuale mercato musicale e da ciò che si sente oggi in giro?

Io credo che ogni artista descriva con il proprio punto di vista quello che prova e quello che ha intorno. Mi vedo sicuramente più simile a qualcuno rispetto ad altri, ma non per questo mi metto a disprezzare chi non vede le cose come le vedo io o non la pensa al mio stesso modo. Per piacermi una canzone deve trasmettermi qualcosa, un emozione positiva o negativa, non deve limitarsi all’orecchiabilità o alla tecnica del canto. Mi colpisce più un testo profondo che una bella voce intonata.

Personalmente ti collochi in un genere particolare?

Non credo di potermi collocare in un genere particolare, mi piace spaziare da una canzone all’altra per dare ogni volta un’interpretazione un po’ diversa alle canzoni.

Coltivi altre passioni oltre la musica?

Ho altri interessi al di fuori della musica, ma come vera e propria passione la musica è l’unica.

Cosa ti piacerebbe riuscire a trasmettere a chi ascolterà “7 vite”?

In “7 vite” voglio trasmettere agli altri quello che provo, condividere un lato più scuro di me per dargli forma e non per covarlo dentro di me. Quello che arriva agli altri non lo so di preciso, varia da persona a persona, ma quello che io vorrei trasmettere è la voglia di continuare a combattere le situazioni negative per superarle sempre.

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