Il Ciclone, e il flamenco divenne musica eroica
Il Ciclone,
ovvero Il Flamenco. La celebre pellicola di Leonardo Pieraccioni ha ormai 23 anni, e ancora ci appassiona a suon di battute cult, tormentoni, e di musica.
Ne Il Ciclone è infatti centrale il ruolo del flamenco: la colonna sonora di Guidetti, composta apposta per il film, si alterna a canzoni degli anni Novanta, su cui le meravigliose ballerine ancheggiano a ritmo di nacchere.

È la musica spagnoleggiante a regalare il tono più romantico e al tempo stesso sensuale al film. Le ragazze ballando fanno esplodere la loro anima latina, e intanto danno un carattere spensierato e travolgente alla tranquilla consuetudine della campagna.

Quando Lorena Forteza dice: ‘Solo esta noche, non te daremo fastidio’, le nostre orecchie sono già abituate ad ascoltare successivamente ‘2 the night’.

Il brano, ballato sul tavolo dalle fanciulle spagnole circondate da Pieraccioni e Ceccherini, segna di fatto l’inizio dell’avventura.

È l’inizio de Il Ciclone.

La canzone è interpretata da La Fuertezza, ovvero un gruppo guidato da Paolo Verlanzi e Marco Valenti, dj producers che trasformano il flamenco in musica dance. Qualche mese dopo la canzone de Il Ciclone, lanceranno anche Fiesta flamenka, sigla di chiusura di Un medico in famiglia.


L’intuito è geniale: il flamenco diventa così protagonista esso stesso del film,

in una versione ancor più ballabile e coinvolgente. La musica sembra sorridere insieme alle sue danzatrici, e non a caso sulle prime note è impossibile tenere a freno gambe e braccia in cerca di un movimento che batta il ritmo.

Il Ciclone, e il flamenco divenne musica eroica 1

Il Ciclone vede nuovi amori nascere come colpi di fulmine.

Il Ciclone racconta soprattutto il coraggio di cambiare prospettive e lanciarsi in nuove avventure, senza preoccuparsi dei possibili rischi.

Levante si mette in gioco insieme a Selvaggia, Libero e Osvaldo.

A coinvolgerli sono Caterina e le sue amiche, vere eroine arrivate per salvare il cascinale dalla noia a cui tutti sono abituati.

Ecco come il flamenco quindi prende ritmo diventando esso stesso musica eroica, non meno di quanto non lo sia Pippo Landro, da sempre coraggioso eroe della musica indipendente.

Proprio lui, con la New Music International, credette per primo nei La Fuertezza. Gli sguardi magnetici negli occhi da cerbiatta di Lorenza Forteza sono l’autentica arma dell’eroe insieme al flamenco, che diventa appunto parte narrativa della storia.

Le chitarre di Ezio Casalini e Rossano Palù sono gli unici strumenti su cui Verlanzi e Valenti possono giocare modernizzando un genere nato duecento anni prima. E sulle prime note è subito magia.

In una sola scena si descrive così l’intero significato de ‘Il Ciclone’.

Successivamente la scena si ripete all’aperto, con un sempre più irrefrenabile Ceccherini, sulle note di The rythm is magic, cantata da Marie Claire D’Ubaldo. Qui Levante, da tutt’altra parte fisicamente, sente il flamenco come richiamo dell’anima e arriva di corsa alla cascina: l’eroe chiama a sè il popolo smuovendolo da qualunque altra distrazione.

Il Ciclone si serve della musica esattamente allo stesso modo di quanto faccia con l’ironia.

Pieraccioni, che è anche geniale compositore, successivamente userà spesso la musica come descrizione dei suoi racconti. Nessuna raggiungerà la popolarità di ‘2 the night’, talmente efficace da poter essere conosciuta da molti come ‘la canzone de Il Ciclone’.


La celebre colonna sonora di Detto Mariano ha la sua forza in una voce femminile

Il ragazzo di campagna è il film che, girato nel 1984, rappresenta l’icona della comicità di Renato Pozzetto. Tante le battute di quella pellicola che sono rimaste dei cult, tante le immagini fissate nella mente di ciascun cineamatore. Una sola canzone, indimenticabile. Quando si pensa a Il ragazzo di campagna, la mente va subito a quel famoso ritornello Beato te contadino. È così che il protagonista si trasforma in un eroe a tutti gli effetti.

Suono di chitarra, ritmo deciso e cadenzato come quello di un trattore, e una voce femminile che infonde serenità.

Quello di Patrizia Tapparelli è un timbro caldo che il pubblico già conosce per un’altra canzone arrangiata da Detto Mariano. Fiori e fantasia, colonna sonora de Il bisbetico domato racconta nel 1980 una storia nata sempre nelle campagne milanesi, e lo straordinario talento che la canta è infatti lo stesso.

La semplicità della vita tra fieno e campi diventa così, a inizio anni Ottanta, un simbolo, un esempio da seguire.

Il ragazzo di campagna è la bellezza di sorprendersi di fronte a un treno.

 

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È la pienezza della libertà di espressione dei sentimenti, in una totale assenza di filtri. È l’innocente onestà morale di fronte a un mondo meschino che spinge alla slealtà.

Beato te contadino, come Fiori e fantasia, descrive quindi la spensieratezza della campagna.
La visione più poetica dell’essere umano è lontana dalla frenesia della città.

 

Il ragazzo di campagna, come dice la sua colonna sonora, è più ricco di un re.

È lui infatti a conoscere il ‘Reale’ valore del denaro e dei sacrifici che chi è seduto su un trono non sa distinguere. La forza d’animo che emerge dalla colonna sonora di ‘Il ragazzo di campagna’ fa pendant con quella di ‘Il bisbetico domato’. Qui infatti si celebra proprio la forza umana in mezzo alla natura che le è amica.

E se credi in ciò che fai vedrai che vincerai

Così ripete Patrizia Tapparelli nella canzone che interpreta proprio con Adriano Celentano. Il campagnolo, controcorrente nell’Italia degli Yuppies e del boom economico, cerca i suoi successi nei propri sogni, nella fantasia e nella spontaneità. Disinteressandosi di calcio, televisione e ricchezza: praticamente un eroe.

La comicità descrive così un personaggio che rappresenta un’identità di pensiero, una filosofia. Il genio di Detto Mariano suona la vita di campagna senza servirsi delle più scontate melodie country, ma straordinari arrangiamenti pop su cui la voce della Tapparelli fa tutto il resto. Diventando essa stessa strumento musicale; facendoci sentire i profumi e la bellezza della natura solo cantando.

Il ragazzo di campagna infatti è l’eroe che vive nella semplicità, ma non sa cosa sia la banalità.

Si può vincere solo se si è se stessi, ovvero spontanei e originali. Sensazioni che la musica, ancora una volta, sa trasmettere. Musica che, ancora una volta, diventa incredibilmente eroica.

Checco Zalone, il comico che diventa eroe con la musica

Orgoglio e voglia di emozionare, così l’eroe combatte le ostilità

Checco Zalone esordisce artisticamente con un gruppo jazz pugliese, per poi spopolare a Zelig in veste di comico cantante. Da subito si nota che, dietro a quella verve con cui storpia l’italiano, c’è un talento musicale. Con la sua spontaneità e la voglia di divertire prende di mira i vizi italiani e li fa diventare punti di forza, e così la sua Siamo una squadra fortissimi diventa l’incredibile tormentone dell’estate mondiale 2006.

Checco Zalone, nel 2009, sfonda al cinema senza dimenticare la sua prima passione: la musica.

Quando esce Cado dalle nubi il pubblico è pronto a vedere un film tutto da ridere. Non solo non viene deluso, ma rimane anche sorpreso.

Nella pellicola diretta da Gennaro Nunziante, infatti, c’è un racconto che segna un netto distacco dalla povertà di contenuti a cui ci hanno abituati i cinepanettoni. E che ci fa aprire la nuova puntata di Musica ed Eroi.

Il giovane cantante pugliese lascia Polignano a Mare per cercare fortuna a Milano, dove, in uno studio televisivo ormai vuoto, non si vuole negare il suo sogno. Lasciandosi guidare dall’estro e dalla fantasia, Checco Zalone si esibisce con la sua canzone, Lo sto sognando.

Armonizzazioni meravigliose dettate dagli archi, con assoli dei fiati e una melodia orecchiabile. Il brano ha tutti i crismi della bella canzone pop.

Nel testo tante citazioni che giocano tra titoli e interpreti famosi: da Morandi ai Queen. Ma è su “Io canto” anche più di Coccianto che la satira si supera.

La comicità trasforma le situazioni ironizzando sui pregiudizi e le avidità in cui sembrano non trovare spazio le speranze. E’ proprio con questa canzone. invece, che Checco Zalone può confermare l’intento geniale ed eroico della comicità. L’apparente ignoranza permette di vedere il bello nelle cose semplici. Unitamente all’amore dà la possibilità di credere in questa vita e nei suoi sogni.

L’eroe Checco Zalone è talmente ingenuo da non accorgersi di essere schermito da tutti, e in fondo nemmeno gli interessa, perchè ha tutto quello che gli serve per stare bene: purezza, sincerità e voglia di amare. In una società che ci insegna spesso a usare la mediocrità come arma di difesa, i valori che mette in evidenza Checco Zalone diventano più che mai preziosi. E sono ripagati.

Al termine dell’esibizione, infatti, il sogno diventa realtà e arriva il successo.

Perchè la vita è così, a certi no e certi sì. Per questo non mi tormento, canto e sto contento.

Checco Zalone, il comico che diventa eroe con la musica 1

Una lezione che tutti dovremmo prendere come esempio: superare le invidie e le ingiustizie cantando.

Checco Zalone diventa quindi l’eroe che non usa frecce, pistole, o superpoteri, ma la musica e la fantasia.

La canzone viene pubblicata nel terzo album dell’artista, Cado dalle nubi, pubblicato da RTI. Non raggiunge le vette delle classifiche come il film, ma il pubblico apprezza il progetto.

Con l’orgoglio della propria vita e la voglia di dare risate, Checco è il vero eroe che si difende da chi vorrebbe annientarlo.

Lo sto sognando, ogni volta, lascia scendere delle lacrime alla fine del film che nessuno sa bene dire se siano di gioia o di commozione. E’ un’emozione, e questo dovrebbe bastare, senza porre troppe domande. In fondo la musica ha questo scopo, e il suo valore terapeutico di guarigione dell’anima non è un mistero. Ecco perchè, la musica potrà essere sempre eroica. Anche quella comica.

"La Ballata di Fantozzi": l'eroe comico secondo Fabio Frizzi

La maschera del ragioniere tragico raccontata da una marcia e da un tango

La Ballata di Fantozzi è la canzone probabilmente più storica e leggendaria legata alla comicità italiana. E’ il brano dedicato al ragioniere più famoso di sempre. Fantozzi nasce come personaggio letterario e divenuto una maschera del cinema e della società. Un eroe, sotto tanti aspetti.

Cominciamo quindi proprio da La Ballata di Fantozzi il nostro terzo e ultimo capitolo della rubrica Musica ed Eroi, con il quale indagheremo le colonne sonore dei film comici. Da sempre, infatti, novembre e dicembre sono dedicati alle risate dei cinepanettoni.

Quando nel 1975 il Maestro Fabio Frizzi musica le parole di Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e Paolo Villaggio, non può immaginare il successo che avrà il film, né tantomeno la canzone, vero e proprio paradigma del personaggio.

Sveglia e caffè, barba e bidet, presto che perdo il tram.

Bastano solo queste prime parole a richiamare già la melodia che Frizzi regala a ritmo di marcia con tanto di percussioni pronte a sottolineare l’incedere goffo e lento del ragioniere. A dettare i tempi della canzone sembra proprio la macchina da scrivere, lo strumento di lavoro nonché fonte di stress dei dipendenti. La Ballata di Fantozzi, come tutte le colonne sonore, descrive infatti il carattere del protagonista. La musica lo accompagna in ogni (dis)avventura per tutta la durata del film.

L’esordio quasi faticoso di una melodia su cui Villaggio interpreta quelle parole diventate cult, danno spazio a una frenetica necessità di affrontare la giornata dopo aver preso l’autobus rigorosamente…al volo!

Un coro di voci femminili riecheggia la voglia di vacanza con uno spensierato “Uacciuariuari” che contrasta con gli impegni di lavoro del protagonista.

La fatica, la frustrazione, le umiliazioni.

Questi sono i tre canali attraverso i quali La ballata di Fantozzi e l’intera saga del film sanno fare ironia, prendendo di mira in realtà non tanto i dipendenti della Megaditta quanto i potenti che li comandano. Ovvero quelli che dovrebbero prendere decisioni, e che in realtà si prendono gioco dei cosiddetti sottoposti, di cui il buon Ugo è proprio il simbolo.

"La Ballata di Fantozzi": l'eroe comico secondo Fabio Frizzi 1

Sposato con una donna (la Pina) che anziché amarlo lo stima tantissimo quando non prova per lui pena. Innamorato nemmeno troppo segretamente della più insopportabile, volubile e nemmeno troppo bella collega Silvani (interpretata dalla magistrale Anna Mazzamauro).

La maschera creata da Villaggio, nella sua palese mediocrità rappresenta l’eroe della normalità. Il ragioniere non accetta di passare per l’annunciato perdente, che deve rassegnarsi di essere alla fine di ogni triste storia.

Lotta per i diritti dei lavoratori, si mette in prima linea a difesa dell’azienda, protegge la sua famiglia.

Apparentemente gli riesce tutto male, in realtà il regista Luciano Salce dirige un geniale personaggio che le tenta tutte prima di dovere alzare bandiera bianca.

La Ballata di Fantozzi è quindi la colonna sonora di un eroe. Quello che, servile e senza personalità, ha degli scatti di orgoglio che sfociano proprio in quel coro del ritornello che raccontavamo prima.

Insomma, la caricatura della normalità, sebbene chiunque faccia fatica ad ammetterlo. Tutti ci siamo identificati almeno una volta in Fantozzi. Nelle sue testate contro i muri, simboli degli ostacoli quotidiani.

In fondo anche gli apparenti vincenti Calboni e Filini non sono altro che gli sconfitti che nascosti dietro al protagonista. Dietro all’eroe che fa da scudo.

Fantozzi rappresenta la fantasia di chi vivendo l’esperienza del tragico, come dice Henri Bergson, trasforma la nostra consapevolezza distaccata in una risata. Lasciandoci quel misto di tenerezza e compassione da cui è impossibile non farsi coinvolgere.

Incisa da Paolo Villaggio con l’uscita del film, La Ballata di Fantozzi è la facciata A di un 45 giri il cui lato B è arrangiato anche da Vince Tempera.

Si tratta dell’Impiegatango.

Ovvero della musica che nel film trova la sua versione unicamente strumentale nella orchestrazione del fantomatico Maestro Canello. Quello che portava avanti le lancette dell’orologio per accelerare il Capodanno in una società abituata a doversi muovere nella falsità.

La musica estremamente e volutamente dai caratteri tradizionali quali sono il walzer, il tango e la marcetta, va quindi a sottolineare l’aspetto comico della situazione.

Fabio Frizzi, compositore tra le altre colonne sonore anche di quella di Febbre da cavallo, trova con La Ballata di Fantozzi la sua consacrazione, dimostrando che la comicità vera, per essere tale, necessita di una musica fatta seriamente. Di una musica vera.

Gian Pieretti, il poeta del ciclismo romantico...ed eroico!

“Tra poco passa il Giro” fu la sigla del Processo alla Tappa

Gian Pieretti è un cantautore toscano dotato di grande ironia e profonda conoscenza dei vizi e dei costumi italici a cui non risparmia un sarcasmo talvolta pungente. E’ da lui che ripartiamo per una nuova puntata di Musica ed Eroi.

Nel 1998 Gian Pieretti viene chiamato dalla Rai per comporre la sigla del Processo alla tappa, che torna dopo tanti anni con la conduzione di Claudio Ferretti. Il gioco è fatto: tanta ironia, un velo di malinconia e molta verità. Così si compone Tra poco passa il Giro, che con quei tre ingredienti fa vivere in due minuti di canzone tutto il romanticismo e la passione del ciclismo.

E’ l’anno di Marco Pantani in rosa prima di conquistare la maglia gialla del Tour, e quindi gli italiani sono particolarmente coinvolti dalla fatica delle due ruote.

Il poeta compone una delle canzoni più straordinarie stilisticamente: in una atmosfera retrò che riporta al ciclismo degli anni ’60, vissuto come una festa, l’eroe questa volta non è un corridore in particolare. Bensì il ciclismo in sé. Ovvero, il pubblico stesso.

Canta Gian Pieretti: E una festa, una gran festa, certamente ci sarà. Ci sarà tanta gente che per strada griderà. Mancherà soltanto Coppi perchè Bartali è già là.

Infatti il Ginettaccio, che morirà due anni dopo, all’epoca della canzone è ancora la migliore memoria storica del più avvincente duello di sempre.

La festa di cui racconta il ritornello, però, riscatta una storia triste del protagonista della canzone. Gian Pieretti racconta infatti della fine di una relazione in cui aveva sperato tanto e, in un parallelismo con il ciclismo, fa come i corridori che, stanchi, si ritirano.

La nostalgia della sua amata è grande, ma il protagonista scopre il riscatto proprio nel Giro: “Però sinceramente, non me ne frega niente, tra poco passa il Giro e in casa solo io non ci resterò”.

Gian Pieretti descrive quindi il protagonista come un eroe che supera un difficile momento personale con la passione per lo sport.

Gian Pieretti, il poeta del ciclismo romantico...ed eroico! 1

E in quel personaggio del brano si ritrova tutto il pubblico del Giro d’Italia. La folla e la voglia di partecipazione (realtà che ai tempi del Covid-19 sembrano appartenere ormai al Paleozoico) sono gli elementi fondamentali per trasformare un’emozione di tristezza in una grande gioia. Il ciclismo come unico vero amore che non tradisce mai.

Tuttavia la nostalgia di lei è ancora troppo forte, e solo il paragone con lo sport più amato sembra consolare la solitudine di chi canta.

E qua si inneggia al coraggio dell’eroe che sa cercare anche in ciò che ama il miglior alleato per riprendere ciò che gli spetta nel mondo, con determinazione.

“Io sono disperato e come un corridore per disgrazia ho anche forato. Senza la tua presenza, sto chiuso in questa stanza. Malgrado passi il Giro devo dire che mi manchi da morire”.

Introdotto da un “Iattattira Tattattà” tipico del cantautore pistoiese, Tra poco passa il Giro si nutre di tanta ironia anche per il modo scanzonato di interpretarla a cui non rinuncia Gian Pieretti, maestro del genere.

Fisarmonica e chitarra bastano al suo genio creativo per produrre una delle canzoni più poetiche di sempre dedicate al ciclismo, con sfumature originali a metà tra la canzone d’autore e il divertissment del menestrello. Nel brano infatti ritroviamo la passione della gara, ma anche la sciura Maria che, abituata a fare la spesa in bicicletta, si affaccia alla finestra con il cartello “Viva il Giro”.

E’ con questo brano, tutto da ascoltare, che chiudiamo il secondo capitolo di Musica ed Eroi, anticipando già ciò che analizzeremo da venerdì prossimo: gli Eroi raccontati dalla musica….comica!

"E mi alzo sui pedali": l'abbraccio degli Stadio a Marco Pantani 1

L’eroe sogna, ama e scrive la storia

Marco Pantani è il mito del ciclismo per eccellenza degli ultimi trent’anni. Nessuno più di lui è riuscito a tenere testa alla popolarità dei calciatori, in un’epoca fatta di campioni irripetibili nella nostra Serie A.

Marco Pantani, facendo sognare da giovanissimo e vincendo Giro e Tour nel ’98, è l’eroe del ciclismo, calpestato alla fine da tanti falsi amici e dagli interessi di tutto ciò che non ha a che fare con lo sport.

Nelle difficoltà, però, i tifosi non lo hanno mai abbandonato. Tra questi ci sono gli Stadio. Quando Gaetano Curreri nel 2007, a tre anni dalla scomparsa del ciclista romagnolo, interpreta E mi alzo sui pedali, sa di dedicare un brano a un mito autentico. Lo fa con intensità, sentimento, e infinita delicatezza. Entriamo così nella nuova puntata di Musica ed Eroi.

Lontani da ogni attrazione per la retorica,

Giancarlo Bigazzi, Marco Falagiani e Saverio Grandi scrivono parole e testo di questa poesia che riporta in qualche modo in vita il Marco Pantani.

La compongono pensandola subito come sigla del film tv per la Rai, Il Pirata, disponibile su Rai Play. Dopo una vita di successi ma anche tante sventure e tormenti, il ciclista nell’ultima toccante scena se ne andava metaforicamente in piedi sui pedali. E lì iniziava la strofa degli Stadio.

"E mi alzo sui pedali": l'abbraccio degli Stadio a Marco Pantani

Cantata in prima persona, la canzone si propone una autobiografia amara e consapevole del Pirata, immaginato finalmente sereno in un aldilà dove può godere del suo unico grande amore: la bicicletta.

Io sono un campione questo lo so, è solo questione di punti di vista. In questo posto dove io sto, Mi chiamano Marco il ciclista.

Fragile. Umano. Sconfitto eppure vincente.

Marco Pantani sembra materializzarsi e raccontarci dal vivo la sua storia in questa canzone.

Le parole talmente vere da sembrare sue, la strofa talmente malinconica da riportarci a quella drammatica tappa di Madonna di Campiglio. Ci piace immaginarlo, con gli Stadio, come il suo saluto al pubblico. L’inciso, invece, si apre lasciando immaginare l’ennesimo scatto del Pirata che si appresta a staccare nuovamente tutti i suoi avversari. Marco Pantani vola sulle salite dove si scatena e dove vince da sempre, con la fatica e il sacrificio di chi sa anche diventare gregario al momento opportuno.

Purtroppo è un’illusione, la fuga non ci sarà più.

Eppure la forza della musica riporta in vita un eroe rimasto tale per le battaglie vinte e le emozioni create, che superano ogni possibile e umana sconfitta. L’eroe diventa tale perché sa anche perdere. Dopo avere scritto, però, pagine di storia indimenticabili che avrebbero meritato un rispetto e un epilogo diversi.

E mi alzo sui pedali ripercorre proprio la voglia di sognare, di immaginare il mare di Cesenatico dal Passo del Pordoi, e aspettare l’amore vero che lo faccia vivere sereno.

Ecco così l’ultima salita verso la montagna più preziosa.

Il brano, inserito nell’album Parole nel vento presentato nella partecipazione degli Stadio al Festival di Sanremo di quell’anno, si propone eccezionalmente intimistico, anche per il testo ispirato ai biglietti scritti da Marco Pantani e ritrovati nella stanza dell’hotel dove finì la sua vita.

Così la canzone diventa musica eroica, facendoci scoprire solo a posteriori quanto fosse stato mitico il suo protagonista. Pirata, combattente vero.

L’eroe riconosce i punti di forza dell’avversario e li sa sfruttare per crescere

Gimondi contro Merckx: la nuova puntata di Musica ed Eroi è per loro. Il grandissimo ciclista bergamasco contro il “cannibale”. Questo dualismo ha acceso l’interesse degli appassionati sportivi tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. L’italiano, vincitore di tre Giri d’Italia, una Vuelta, un Tour de France, un campionato mondiale e numerose classiche, si è sempre contraddistinto per eleganza e discrezione. Il belga è stato il suo avversario quasi imbattibile, senza pietà e sempre assetato di vittoria, ma rispettoso e signore allo stesso modo. Tutti abbiamo nella vita un rivale senza il quale la strada sarebbe apparentemente più facile.

Felice Gimondi, senza Eddy Merckx, avrebbe vinto ancora di più. Forse, però, in quel modo non sarebbe l’eroe che è stato.

Proprio nel suo confrontarsi con un leale fuoriclasse, Gimondi ha sempre dimostrato nella sua serietà un amore per le sfide, ben consapevole di avere davanti uno dei più vincenti sportivi della storia. Lui, però, la sua ruota da quella di Merckx non l’ha mai allontanata.

Per questo Enrico Ruggeri, vent’anni, fa gli dedicò il brano “Gimondi e il cannibale”. Una canzone scritta come se a raccontarsi fosse proprio il ciclista italiano, scomparso nel 2019. La penna di Ruggeri e Luigi Schiavone va così a delineare la storia di uno sportivo che non si arrende mai, ombra del suo stesso rivale a cui metteva sempre il fiato sul collo. E che, a dispetto della leggenda che lo voleva unicamente “eterno secondo”, in più di una circostanza superava.

Il brano, che sembra avere l’incedere di una pedalata lenta e vincente in un’ipotetica tappa, si apre nell’inciso che molti ricorderanno anche per essere stato sigla del Giro 2000. Fu il singolo di lancio dell’album L’uomo che vola. Le parole del testo, vanno persino oltre il fatto sportivo.

“Gimondi e il cannibale” narra la metafora della vita che il ciclismo descrive tappa dopo tappa.

La fatica del corridore in salita è attenuata proprio dalla presenza del rivale onnipresente raccontata da Ruggeri. “Quando la strada sale non ti voltare, io ci sarò”. Quasi una rassicurazione dietro a questa sfida lanciata da Gimondi, talmente legato nei valori dello sport da rinunciare a indossare la maglia rosa quando il Giro ripartì senza Merckx, fino a quel momento leader, fermato per doping.

Il brano passa su un piano persino filosofico ricordando il senso del tempo per chi, come i due protagonisti, dà il cuore per raggiungere l’obiettivo. L’orologio prende il tempo, ma non ci sono più vincitori né vinti oltre un certo livello.

Se il tempo non conta più, cronometrarlo non ha più senso.

Ormai al traguardo, in questa gara, i vincitori sono solo loro due: il gruppo è troppo distante.

Troppe volte corriamo e ci dimentichiamo che stiamo perdendo il valore di ciò che facciamo. Talvolta scordiamo che chi ci è di fianco potrebbe non essere un rivale, ma il miglior collaboratore per raggiungere la vetta dei traguardi più importanti. L’eroe sa riconoscere anche questo: senza approfittare solo dei punti deboli dell’altro, ma sfruttando anche la forte spinta dell’altro.

E’ solo un insieme di regole a metterci gli uni contro gli altri davanti al pubblico: se si combatte con lealtà, però, si può solo crescere.

Come ama spesso ripetere Ruggeri raccontando questo brano, ognuno è il giudice di se stesso: la classifica ufficiale non ha più senso di fronte alla nostra graduatoria fatta di valori e convinzioni. Se si dà il massimo, la battaglia è sempre vinta. A volte Ettore può essere più eroicamente vincente di Achille.

Gimondi e il cannibale, con il suo trasporto emotivo che unisce rock e melodia creando le suggestioni che solo Ruggeri ha sempre saputo realizzare, si inserisce così di diritto nella musica eroica.

Il bandito e il campione: il ciclismo eroico raccontato da De Gregori
L’eroe, prima di vincere, sa fare la scelta giusta

Il bandito e il campione è una canzone del 1993 inserita nell’album live omonimo di Francesco De Gregori. È a questo brano che dedichiamo la nuova puntata di Musica ed Eroi.

Diciannove tracce, tra cui due omaggi a Vasco e Jannacci, completano uno dei dischi più famosi del cantautore romano che dedicò questo lavoro al ciclista degli anni Venti, Costante Girardengo. Non a caso nell’album ritroviamo anche Viva l’Italia.

Il bandito e il campione sono proprio Sante Pollastri e il recordman di nove campionati italiani.

Sei Milano-Sanremo, tre Giri di Lombardia, cinque Milano-Torino e due Giri d’Italia: Girardengo ha vinto tutto quello che poteva in Italia. A fare di lui un campione,però, più che le vittorie è anzitutto l’atteggiamento.

Cresciuto nella povertà insieme a Pollastri con la passione per la bicicletta, decise infatti di dedicarsi a questa.

Girardengo trovò nella fatica del ciclismo la sua cifra che lo contraddistinse.

Pollastri, al contrario, dopo una resa di conti le cui motivazioni sono scritte in tante ipotesi divenute leggende, divenne un bandito.

Il bandito e il campione: il ciclismo eroico raccontato da De Gregori 1

Latitante, autore di omicidi ai danni dell’Arma e di diverse rapine, Sante ritrovò Girardengo a Parigi, dove si trovava per una Sei Giorni nel 1927. Lì dovette testimoniare al processo contro l’ex amico.

Il bandito e il campione sono quindi simbolo di una scelta di vita.

La canzone di De Gregori è così una bellissima ballata che racconta di questa amicizia. Un sodalizio interrotto quando il campione ha continuato a pedalare mentre il bandito ha deciso di usare diversamente le doti di corridore.

La frase ‘Vai Girardengo vai grande campione’ sprigiona tutto l’entusiasmo nell’apertura dell’inciso. Ascoltandolo si vive la serenità di una fuga riuscita, al contrario di quella destinata all’arresto.

Il bandito e il campione è in effetti divisa in due parti.

Nella prima si narra dell’amicizia e delle motivazioni diverse dei due appassionati della bicicletta.

Uno corre con rabbia, l’altro con amore.

È quest’ultimo a dare la carica maggiore per arrivare al traguardo vincente.

La seconda parte della canzone si concentra sulla vicenda di Pollastri e sulla sua scelta di vita.

Essere campioni non significa solo avere doti atletiche, ma avere la consapevolezza di queste per sfruttarle nel modo migliore.

Questo trasforma uno sportivo in un eroe, che trova il coraggio di andare oltre le difficoltà della sua vita personale.

La testimonianza di Girardengo contro Pollastri non è tradimento di una amicizia, già messa in crisi dalle scelte di vita dello stesso Sante.

Il bandito e il campione diventa musica eroica perché inneggia ai successi umani prima ancora che sportivi. 

La canzone ispirerà anche il ritornello di ‘Fortuna’, la canzone con cui Barbarossa  arriverà dieci anni dopo a Sanremo. Non con altrettanta fortuna di classifica e di vendite.

Il brano simbolo dell’0rgoglio italiano firmato dal cantautore piemontese

Bartali: in un cognome così toscano è racchiusa una storia tutta italiana. E’ lui il protagonista della nuova puntata di Musica ed Eroi. Il più grande eroe del ciclismo di tutti di tempi, e non solo per meriti sportivi, è senza dubbio il Ginettaccio nazionale.

Tre Giri d’Italia, due Tour de France, quattro Milano-Sanremo, Tre Giri di Lombardia: il palmares di Gino Bartali è qualcosa di irraggiungibile nel ciclismo moderno. Ancor più raro è il suo coraggio morale che lo elegge eroe a tutti gli effetti.

Nel 1943, in pieno conflitto mondiale, trasporta oltre ottocento documenti falsi utili all’espatrio di altrettanti ebrei. Nel 1948, in ritardo di circa venti minuti in classifica da Bobet, si scatena sui Pirenei andando a vincere la Gran Boucle. Il 14 luglio, infatti, festa nazionale francese, il Tour non si corre. In Italia l’attentato a Palmiro Togliatti rischia di fare esplodere una rivoluzione. De Gasperi chiama Bartali e gli chiede di vincere il Tour. Incredibile ma vero, il toscanaccio trionfa il giorno dopo, l’Italia dimentica il caos sociale.

Gino Bartali diventa così l’eroe che evita la guerra civile.

Il 16 luglio vince ancora una tappa, e nove giorni dopo, a 34 anni, arriva a Parigi in maglia gialla, con un fortissimo senso di dovere verso la sua patria.

 

È proprio pensando a quella vittoria che il cantautore genovese, Paolo Conte, dedica il celebre brano al ciclista.

Tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano…ecco arrivare quel naso triste come una salita quegli occhi allegri da italiano in gita.

“Bartali” è la canzone simbolo dell’orgoglio nazionale che inviperire i cugini d’Oltralpe.

In realtà i versi, con l’interpretazione dello stesso cantautore amatissimo in Francia, risuonano nella loro carica di ironia e vengono apprezzati anche dai tifosi di Bobet.

Il testo racconta di un uomo che vuole abbandonarsi alla noia apparente della solitudine e della tranquillità. Indifferente rispetto al mondo e alla presenza femminile. Il protagonista, tifoso di Bartali, usa proprio l’atteggiamento del Ginettaccio per le sue imprese che l’hanno reso un eroe. Con sguardo sornione si isola dalla quotidianità e si gode se stesso.

La forza più grande, musicalmente, resta quel ritornello senza parole di senso compiuto ma unicamente onomatopeiche (zazzarazà zazzarazà) che seguono l’incedere jazzistico del brano nella sua vivacità. Il ritmo di marcia sembra quasi andare di pari passo con la pedalata leggera del gigante del ciclismo.

 

Bartali esce nel 1979, pubblicata nell’album Gelato al limon di cui è la seconda traccia. Poco dopo il debutto arrivano versioni storiche anche di Bruno Lauzi e ancor più di Enzo Jannacci.

Ecco come un campione dallo sguardo burbero e sarcastico, degno della più grande rivalità da sempre simbolo del nostro sport, diventa così un tormentone persino nelle sette note.

Potere della musica, che sa trasformare in ironico qualcosa di estremamente serio.

Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, dicevano gli stoici (ovvero, il fato conduce chi lo vuole, e trascina chi non lo vuole). Bartali, che stoicamente non si ferma davanti a nulla, condusse l’Italia verso un destino vincente. E viene così raccontato da una delle canzoni più spettacolari che si inserisce così nella musica eroica. Quella dell’orgoglio italiano…nella terra dei francesi.

Ecco cosa accomuna Puccini e…Pantani

E il Giro d’Italia rese eroica la ‘Turandot’
Giro d’Italia 2020: da domani, sabato 3 ottobre, ripartirà la corsa rosa dopo tanta attesa.

Lo sport simbolo della fatica e del gioco di gruppo più di ogni altro, domani affronterà la prima delle ventuno tappe. Leader e favoriti, ma soprattutto gregari pronti a lavorare con sacrificio per i proprio capitani: un impatto emotivo più volte raccontato anche dalla musica.

Esattamente come Morricone con i western, Badelt con i pirati, in tanti si sono prodigati per scrivere le imprese che hanno fatto sognare gli italiani.

La seconda parte di Musica ed Eroi la dedichiamo quindi alle canzoni dedicate ai protagonisti del ciclismo.

Giro d’Italia è infatti sinonimo di grandi battaglie sportive.

Sotto pioggia, neve, vento e sole battente in più di venti giorni, la divisa da corridore diventa a tutti gli effetti quella di un eroe.

E il Giro d’Italia rese eroica la ‘Turandot’ 1

Non possiamo cominciare questo viaggio senza ricordare due celebri sigle del Giro d’Italia.

La più storica, trionfale e amata rimane senza alcun dubbio quella che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, accompagnò le imprese di Hampsten, Bugno, Chioccioli e Indurain.

Il ‘Nessun dorma’ di Puccini cantato dal tenore Giuseppe Di Stefano riportava al leggendario scambio della borraccia tra Coppi e Bartali.

Il grido ‘Vinceró’ assume un tono naturalmente del tutto diverso da quello originario della Turandot pucciniana. Lì infatti il protagonista Calef si mostrava sicuro di sè nel fatto che la principessa, non scoprendo il suo nome, sarebbe stata costretta a sposarlo appena finita la notte. In caso contrario, lei avrebbe potuto ucciderlo.

Eppure, quanti non hanno mai conosciuto la vera storia della Turandot e hanno creduto che quel ‘Vincerò’ fosse legato a qualche guerra. Ci ha pensato dunque il ciclismo a dargli il significato popolare.

Ci voleva il Giro d’Italia per rendere eroica una romanza che oggi, in un testo decisamente maschilista, solleverebbe polemiche a non finire.

Arpe, sordina, celesta e legni creano l’incanto della sinfonia che cresce di intensità fino a quel grido finale che la Rai trasmetteva con il ciclista involato verso il traguardo.

Il Giro d’Italia commentato da Adriano De Zan conobbe così la musica operistica

per presentare ogni giorno la rincorsa alla maglia rosa.

E il Giro d’Italia rese eroica la ‘Turandot’ 2

Dopo qualche anno, nel 1996, la sigla con il testo di Elisabetta Mondini non si lascia sfuggire l’ironia ‘La bici l’ho voluta io e tiro la volata ormai’. La canzone è un rap che forse 24 anni dopo, sui social, raccoglierebbe anche molti più consensi. Diventa una canzone eroica poiché cantata dal mito ciclistico per eccellenza degli ultimi 40 anni: Marco Pantani, in quella edizione fuori gara per infortunio.

In quella che fu l’ultima edizione targata Mediaset, il Giro d’Italia esordì apriva dunque con quel rap autobiografico decisamente poco esaltante, eppure indimenticabile per l’interprete. Che, diciamolo, dal punto di vista musicale era proprio la parte meno interessante della canzone.

In altre edizioni furono utilizzati brani di cantautori che analizzeremo nelle prossime settimane.

La musica quindi ha sempre raccontato in qualche modo il ciclismo e la sua instancabile fatica che lo fa avvicinare alla filosofia stoica.

Il corpo si potenzia nello sforzo,

diventando così la nostra arma micidiale per affrontare tutte le salite.

Vedendo nell’attesa l’ostacolo di chi dipende dal domani e spreca l’oggi. Senza paura del dolore, certi che andrà a finire dopo qualche tornante che accompagna verso la vetta.


Ecco come il ciclismo diventa metafora della vita.

Così la montagna viene vissuta e raccontata quale simbolo di leggendarie azioni.

Ecco perché, le canzoni dedicate al Giro d’Italia e a questo meraviglioso sport, si inseriscono nella categoria della musica eroica.  

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