Mario Natale, uno dei Maestri e arrangiatori più importanti della nostra musica

Chiacchierata con il Maestro Mario Natale tra la musica di ieri e di oggi 

“Dirige l’orchestra Mario Natale”. L’abbiamo sentita un’infinità di volte questa frase a Sanremo; talmente tante che, anche chi non conosce il percorso di Mario Natale, ha perlomeno la certezza di trovarsi, con lui, di fronte a qualcosa di fortissimo dal punto di vista della qualità. Il curriculum festivaliero parla per lui: due primi posti (2002 Messaggio d’amore con i Matia Bazar, 2005 Non credo nei miracoli con Laura Bono tra i Giovani e nello stesso anno secondo posto assoluto con Cutugno e Minetti per Come noi nessuno al mondo) e tantissimi successi indimenticabili frutto di una grande curiosità e della voglia di sperimentare.

A, Siamo donne, Quelli che non hanno età, Quelli come noi, Nel cuore delle donne, Un falco chiuso in gabbia: tutte canzoni, di generi anche completamente diversi, dirette dal nostro ospite settimanale di Musica Maestro.

Mario Natale, cresciuto da subito con la passione per la musica, sviluppata con lo studio della fisarmonica e, trasformata con l’attenzione alla musica dance, ci racconta alcune tra le sue più significative esperienze musicali da Direttore e arrangiatore.

"Musica Maestro": i grandi Direttori d'Orchestra si raccontano 1
Mario Natale è il ventunesimo ospite della rubrica Musica Maestro

Mario, tra i tantissimi, qual è l’incontro più incredibile che tu abbia vissuto fino a questo momento?

Difficile fare una scelta. Sicuramente un’emozione enorme la vissi quando con Amii Stewart realizzammo due album di cover con una grande orchestra in presa diretta. Il che significava banalmente, dopo un lungo lavoro di ricerca, dare a tutti i musicisti le partiture, io su un piedistallo che davo il via, gli orchestrali suonavano, Amii cantava. Era il 1995: fu una delle ultime volte che si fece un disco in quella maniera, almeno nel pop. Dirigere a tutti gli effetti in un disco è qualcosa che oggi sembra impensabile. Però ci sono altre esperienze particolarmente stimolanti che porto sempre nel cuore.

Per esempio?

Sicuramente la collaborazione con Laura Bono: mi buttai anima e corpo in quel progetto per fare della musica di qualità. In tanti ci facevano notare che all’epoca Laura avesse già 25 anni, un’età che per qualcuno inopinatamente è già poco interessante per una gara di Giovani. La canzone, però, era bella, piacque e arrivò a vincere in un’edizione in cui c’erano persino Negramaro e Modà.

E poi non posso dimenticare la collaborazione con Franco Fasano. Lavorammo, insieme a Roberto Turatti, all’arrangiamento di E quel giorno non mi perderai più. Era il 1989, non c’era l’orchestra purtroppo. Franco sembrava diffidente all’inizio perché lui proponeva una musica melodica molto profonda, mentre noi arrivavamo da un mondo più frivolo come quello di Salvi. Da questa commistione strana nacquero cose molto importanti. Merito della magia della musica.

Ecco, parliamo di Salvi. Come nacque quella serie di successi, da Esatto fino a Le solite promesse, A, Il lupo, ecc..?

Con Francesco, insieme a Silvio Melloni e Roberto Turatti, iniziammo a incontrarci per costruire la sigla del MegaSalvi Show.

Insomma per qualcosa di puramente commerciale e televisivo. Quando condividemmo le idee capimmo subito che potevamo prendere spunto dalla vita di tutti i giorni, compreso il concetto di spostare l’auto da un parcheggio. Andò così: aspettavamo Salvi nel nostro studio alle nove di sera e proprio a quell’ora suonò il citofono. Era una persona esagitata che gridava “Qua c’è da spostare una macchina!”. Pensavo fosse Francesco, quindi aprii il portone. In studio, però, non entrava nessuno. Uscimmo allora a vedere cosa succedesse e trovammo il dirimpettaio che ripeteva: “Qua c’è da spostare una macchina!”. Nello stesso momento arrivava Salvi, che vide la scena. Ci mettemmo tutti a ridere, entrammo in studio e nel giro di un’ora nacque la canzone. Così scoprimmo che si potevano catturare certi momenti e trasformarli in tormentoni.

Vi inventaste qualcosa di assolutamente innovativo unendo la dance alla musica comica. La chiamavano nonsense, ma rispetto alla trap di oggi era più che sensata anche dal punto di vista dei testi…

Piaccia oppure no, però, per chi fa quel genere anche la trap ha un senso, incredibilmente! Noi facemmo la scommessa di  introdurre in quelle canzoni un

sound che in quel momento era molto attuale. Siamo tutti un po’ la contaminazione del nostro vissuto. Ora abbiamo possibilità di vedere immediatamente qualcosa del passato grazie al web, una volta c’era un maggiore lavoro di ricerca.

Parlavi prima del disco con Amii Stewart come di qualcosa che oggi sembra impensabile. In realtà purtroppo oggi tutta la direzione d’orchestra in generale appare come un lavoro d’altri tempi: perché?

È cambiato il modo di interpretare la musica, ma dirigere un’orchestra è esattamente lo stesso lavoro emozionante di sempre.

Una volta c’era una qualità diversa. Andare in uno studio di registrazione era impegnativo, significava dovere affrontare un certo costo, che costringeva ad avere idee molto chiare. Oggi questo aspetto è assolutamente più democratico: avere uno studio di registrazione ad alto livello è più alla portata di molti. Così ci si mette in casa propria del materiale per potersi esprimere e vengono proposte idee non filtrate da nessuno. Insomma quella ricerca di cui parlavo non si fa più, né si ascolta un provino con quell’idea: contano la visibilità e la notorietà sui social. Sono stati scardinati tutti i sistemi. Tante volte non riusciamo a trovare un senso in ciò che ascoltiamo semplicemente perché quel senso non c’è. Insomma diciamocelo onestamente, se un ventenne vuole fare musica e ha delle delle idee interessanti, si fa fatica a vederlo perché viene sommerso da altri che hanno voglia solo di apparire.

Nel 1989 dirigesti anche all’Eurovision Song Contest: si trattava di Avrei voluto, cantata da Oxa e Leali.

Un’esperienza bellissima e prestigiosa. La difficoltà fu quella di portare il brano a una durata di tre minuti, come era richiesto dal regolamento: in origine la canzone durava più di quattro minuti…

C’è un artista che oggi ti convince particolarmente e con cui ti piacerebbe collaborare?

Francesco Gabbani. Ha trovato un modo molto ironico e allo stesso tempo pieno nella sua proposta musicale ricca di contenuti di un certo spessore. Ha iniziato ad avere successo a un’età importante e questo lo ha aiutato in una maturità professionale.

I prossimi successi a cui stai lavorando?

Ultimamente mi sono dedicato a musiche di commento sonoro di immagine, che hanno vinto anche qualche premio.

Non mi interessa fare necessariamente lavori da classifica: se c’è un progetto di qualità ci si può dedicare anche a qualcosa che resti più nascosto, ma che emerga nel cuore di ha voglia di ascoltare.

LegalPop, come muoversi tra musica e diritto 1
Nuova puntata di LegalPop: i ruoli di una casa discografica. E’ necessario sottoscrivere un contratto con un’etichetta? Risponde l’Avvocato Moraschi

L’Avvocato Moraschi chiarisce i dubbi sul ruolo di una casa discografica

Avere una casa discografica è ritenuto fondamentale in molti concorsi musicali. E’ sinonimo di garanzia professionale: fondamentalmente si certifica un lavoro accurato alle spalle, con un progetto e un percorso studiato su misura per l’artista. La presenza di una casa discografica conferma che il giovane cantante ha deciso di investire su se stesso per raggiungere gli obiettivi prefissati. Non tutti, però, potrebbero averne voglia. In fin dei conti il talento potrebbe essere espresso comunque.

Ma perché è richiesta così assiduamente la collaborazione con una casa discografica per partecipare ai concorsi?

E’ obbligatorio di fatto?

Questo richiede la nostra lettrice Anna questa settimana. Come sempre risponde lAvvocato Renato Moraschi. In fondo all’articolo troverete la nostra traduzione dal linguaggio Legal a quello Pop. Se anche tu hai una storia da raccontarci e hai una domanda da porre all’Avvocato, scrivici a redazione@musica361.it.

 

Buongiorno, 

canto in un locale da diversi anni, ma non ho un contratto con nessuna etichetta. Ho sempre preferito sentirmi libera di decidere cosa cantare e di guadagnare con le mie serate senza dover dividere nulla con terzi che sfruttano l’immagine. Il problema è che quando provo a partecipare ogni mese a concorsi musicali di rilievo, mi viene imposta la presenza di una casa discografica. Possono farlo?

Per legge sono obbligata a sottoscrivere un contratto?

 

Anna, Forlì 

Risponde l’Avvocato.

Un Artista non necessariamente deve ingaggiare una casa discografica, in quanto allo stato attuale con i mezzi digitali a disposizione può autoprodursi così come può non avere un editore.

Tuttavia, per prassi, la presenza di un editore e di una casa discografica contribuiscono notevolmente al successo dell’Opera musicale.
 

La casa discografica o etichetta discografica, o più comunemente definita major, è sostanzialmente il produttore dell’Artista.

Procede con la pubblicazione, la promozione e lo sviluppo di uno o più singoli o interi album interpretati dall’Artista composti da Opere musicali scritte, composte e create da altri artisti oppure dal medesimo.
Le etichette discografiche si dividono sostanzialmente in tre categorie:
  • Le major – Legate a multinazionali che detengono gran parte del mercato musicale mondiale.
  • Le indipendenti – Etichette che autoproducono e promuovono i propri prodotti indipendentemente dal circuito delle multinazionali
  • Le vanity label – Etichette fondate e gestite da un artista anch’esse indipendenti fondate in genere per avere un certo grado di libertà da una o più etichette principali che ne distribuiscono la produzione.

DAL LEGAL AL POP

Non è necessario avere una casa discografica: i regolamenti dei singoli concorsi non sono legge, ma appunto regolamenti interni.

L’etichetta, tuttavia, aiuta al successo in qualità di produttore, che si occupa quindi di pubblicare, promuovere e sviluppare le Opere dell’Artista.

Pino Perris: La musica ha futuro, con i talent e i social 2
Il Maestro Pino Perris debuttò nel Varietà napoletano negli anni Novanta. Prima di “Amici” frequentò la tv come pianista a “Campioni di ballo”, “Viva Napoli”, “Trenta ore per la vita”, “Bravo bravissimo”.


Il Maestro Pino Perris: dalla commedia di Garinei e Giovannini ad Amici fino a Sanremo. La musica non ha limiti

Pino Perris è uno dei mitici insegnanti di Amici. Con la sua preparazione emersero Marco Carta, Valerio Scanu, Alessandra Amoroso, Emma Marrone: praticamente chi si affida di lui ha un successo assicurato. Sì, perché lui Maestro lo è davvero.

Pino Perris infatti si diploma in pianoforte nel 1993 per accompagnare successivamente serate di varietà e orchestrare i musical più importanti degli ultimi trent’anni: Hello Dolly, A qualcuno piace caldo, Pinocchio, Bulli e Pupe, The Producer, solo per citarne alcuni. L’esperienza da pianista in tanti spettacoli di Garinei e Giovannini lo portano al Maurizio Costanzo Show nel 2007, con il suo inconfondibile talento di sottolineare i momenti della trasmissione talvolta anche con pochi ma essenziali tocchi sul pianoforte. Nel suo curriculum grandi collaborazioni anche con Fiorella Mannoia.

Anche Sanremo è da parecchi anni nel mirino del Maestro Pino Perris.

Iniziò nel 1996 dirigendo Syria in Non ci sto e fu subito vittoria tra i Giovani al debutto. Ci riprovò nel 2012 con Emma Marrone (Non è l’inferno) e non andò peggio: primo posto tra i Big. Successivamente grandi successi discografici con Dear Jack, Fabrizio Moro, Sergio Sylvestre, Annalisa, Alberto Urso, Riki. Sa capire perfettamente le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione e crede molto nei ragazzi: del resto ne sa qualcosa di cosa voglia dire sviluppare la passione musicale in giovane età.

"Musica Maestro": i grandi Direttori d'Orchestra si raccontano 1
Pino Perris è il ventesimo ospite della rubrica Musica Maestro

 

Quando inizia il tuo percorso nella musica?

Sin da bambino. Casa mia era “infestata” da musicisti: mia madre aveva studiato da piccola, gli zii erano tastieristi e cantanti. Il pianoforte a casa era il “gioco” su cui io e i miei 4 fratelli ci sfogavamo per trovare le melodie grazie anche qualche insegnamento che ci dava nostra madre. Lo zio quindi ci mise sul percorso e il nonno materno, appassionato di musica, ci incoraggiava esaudendo tutti i nostri desideri: se dicevo che volevo suonare uno strumento, lui andava al negozio e lo comprava subito. Così con i miei fratelli (il più piccolo aveva 11 anni in meno di me) creammo un piccolo gruppo dove suonavamo pianoforte, contrabbasso, chitarra e batteria. Partecipammo anche ad alcune gare televisive.

Insomma eravate una specie di Five italiani. Poi la cosa si fece sempre più seria.

Mi diplomai in pianoforte e ci volle anche un po’ di coraggio.

La cultura del Sud impone sempre di pensare ad avere un posto fisso e stabile e di considerare la musica come hobby, invece divenne la nostra professione.

Tutti e cinque oggi siamo musicisti, ognuno in un ambito diverso.

Ci sono Maestri a cui aspiravi di avvicinarti per la loro grandezza?

In realtà li ho scoperti tutti strada facendo. Ho iniziato a Napoli con il varietà e il cabaret; ebbi la fortuna di lavorare in una trasmissione Rai con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (Avanspettacolo, nel 1992), quindi al Carlo Sistina a Roma con la ditta Garinei e Giovannini, con cui ho collaborato per 16 anni. In queste occasioni conobbi vari Maestri e cominciai ad apprezzare i creatori della storia della commedia musicale italiana. Lavorai così con Gianni Ferrio, che fino ad allora era per me il Maestro di Mina con Parole parole e Non gioco più. Conobbi Armando Trovajoli, per cui arrangiai tre commedie musicali. Ecco, non ebbi mai l’occasione di incontrare Ennio Morricone: peccato…

Qual è la caratteristica principale di un Direttore d’Orchestra?

È una figura che va distinta in due ambiti: quello classico, che richiede uno studio particolare, e quello della musica pop. È un ruolo dove ci si affida molto all’istinto. La gestualità è fondamentale ed è insita nel Direttore, che con quella sa esprimersi come nessun altro per trasformare la scrittura nel suono dei musicisti.

Tu che frequenti molto la tv, non hai paura che questa e tanti personaggi che ne fanno parte possano in qualche modo sminuire il valore della qualità musicale del Maestro Pino Perris?

La televisione è intrattenimento, quindi sarà sempre legata agli ascolti, ossia a un sistema che non farà mai parte della musica, ma voglio vederla come una possibilità in più.

Ho sempre vissuto il mio lavoro con gioia, non mi preoccupo quello che c’è intorno: io rimarrò sempre Pino Perris in qualunque ambito.

E poi l’esperienza mi insegna che tutto questo fa parte della vita. Mi spiego, la musica è un bene comune, come il calcio: tutti si sentono autorizzati a fare gli allenatori e i musicisti o, nella migliore delle ipotesi, i critici. È compito di chi gestisce queste situazioni discernere dove ci sia solo intrattenimento e dove la qualità, per darle risalto.

Tra le tue tantissime esperienze, praticamente tutte vincenti, vorrei chiederti come prendesti la scelta di Riki, a Sanremo 2020, che chiese al suo pubblico di non televotarlo per concentrarsi sull’ascolto della dolcissima canzone (Lo sappiamo entrambi). Arrivò così ultimo: scelta nobile, ma sappiamo che il televoto fa quasi sempre la differenza…

Certo, quando si dirige una canzone che vince come accadde con Emma nel 2012, si vive una grande gioia. In ogni gara, però, anche gli ultimi in classifica hanno fatto storia, quindi non mi preoccupò minimamente quella sua richiesta ai fan. Preciso che il pezzo fu arrangiato dalla sua produzione, io trascrissi per l’orchestra ciò che dava merito al pezzo originario: ero quindi poco legato alla storia del pezzo, quanto piuttosto a Riki, che avevo conosciuto ad Amici. Lui è una bravissima persona e la sua richiesta scaturì da un sistema che non gradiva: non per niente mira più al mercato sudamericano, dove è molto apprezzato.

C’è sempre un certo scetticismo da parte di molti Maestri nei confronti dei talent. Tu che li frequenti con tutto il bagaglio delle tue importanti esperienze, puoi dirci perché bisogna credere nei talent?

La televisione ha una potenza mediatica straordinaria ed è l’unico mezzo che rende popolare il personaggio. Musicalmente i talent aiutano a questo. Ovviamente bisogna riconoscere che è pur sempre spettacolo, ma anche le case discografiche oggi attingono dai talent mentre una volta scovavano i giovani nei locali.

Oggi è tutto più veloce: per i discografici è diventato molto più comodo mettere sul mercato un ragazzo che abbia già sei mesi di visibilità televisiva.

Si parte già da un percorso musicale di un certo tipo.

Quindi la bella musica ha ancora un futuro assicurato?

Direi proprio di sì! I social oggi stanno facendo molto: il web è la televisione del futuro. Nell’ultimo Festival di Sanremo molti cantanti arrivavano da lì, perché l’aspetto sonoro stesso è cambiato. Ora la musica si ascolta con i cellulari. Bisogna dare fiducia alle nuove tecnologie.

LegalPop, come muoversi tra musica e diritto 1
Nuova puntata di LegalPop, risponde l’Avvocato Moraschi. Si parla di musica e traduzioni.

L’Avvocato Renato Moraschi parla di canzoni straniere e traduzioni

Traduzioni dei brani musicali da una lingua a un’altra? Sono senza dubbio utili per far conoscere il vero significato delle canzoni straniere, ma farlo non è così semplice come sembra. Non solo perché prevede un’ampia conoscenza delle lingue, ma anche perché se non si rispettano attentamente tutte le misure dei diritti d’autore, si rischia di incorrere in gravi sanzioni.

Negli anni Sessanta e Settanta, in Italia, andava di moda fare cover di brani stranieri. Talvolta, però, i testi che cantavamo in italiano non c’entravano nulla con quelli originali e tuttavia a volte erano anche più belli: basti ricordare Stand by me, superata in preziosità dalle parole di Pregherò. E, diciamoci la verità, in tanti si sono dimenticati di alcune versioni originali, attribuendo la paternità del brano a chi ne ha fatto solo una cover anni dopo. Insomma, quando si tocca una canzone altrui è bene specificare che si sta proponendo qualcosa di diverso da ciò a cui si è abituati.

Le traduzioni delle canzoni potrebbero essere quindi fuorvianti e anche per questo c’è una precisa legge che le regolamenta, come vediamo dalla lettera che ci invia Teresa questa settimana. 

Come sempre risponde l’Avvocato Renato Moraschi, specializzato in diritti d’autore. In fondo all’articolo la nostra sintesi della risposta dal linguaggio legal a quello pop.

 

Buongiorno,

mi occupo di filologia e traduzione dei testi. Leggevo da qualche parte che per tradurre un brano musicale straniero e farlo incidere nella nostra lingua avrei bisogno di precise autorizzazioni. E’ vero? Se in fondo già pago la Siae per utilizzare la musica, perché dovrei farlo?

Le traduzioni dei brani musicali da una lingua a un’altra sono soggette a un’ulteriore legge? 

Teresa, Genova

 

Risponde l’Avvocato:

La legge sul diritto d’autore afferma che il diritto di traduzione ha per oggetto la traduzione dell’opera in altra lingua o dialetto ed il diritto alla traduzione compete unicamente all’autore del testo e/o ad altro soggetto dal medesimo espressamente autorizzato.

Le traduzioni del testo di canzoni senza la preventiva autorizzazione dell’autore originario integra la violazione alla LDA.

 

DAL LEGAL AL POP

Non importa se si paga già la Siae per l’utilizzo della musica del brano: qui parliamo di una regolamentazione parallela.

Chi volesse tradurre un’opera da una lingua a un’altra deve necessariamente essere autorizzato dall’autore del testo, l’unico ad avere acquisito tale diritto. Si sta trattando, del resto, pur sempre di un utilizzo che modifica un’opera d’arte e l’artista deve esserne necessariamente al corrente.

Giulio Nenna: Dividere la musica in categorie è sbagliato. Vi spiego perché
Giulio Nenna: “Con Irama un incontro molto fortunato grazie alla nostra curiosità di esplorare diversi mondi musicali”


Giulio Nenna: Si possono suonare diversi generi. L’unico limite è quello che si può dare l’artista stesso

Giulio Nenna è stato, nel 2015, a soli 26 anni, uno dei più giovani Direttori d’Orchestra nella storia ad approdare sul palcoscenico del Teatro Ariston per il Festival di Sanremo. Quell’anno seguiva Irama, con il quale avrebbe poi dato vita ad altri successi importantissimi. Nel 2017 diresse anche Francesco Guasti.

Produttore che ama inserire nei suoi lavori un po’ della sua cultura musicale di ogni epoca, da quella rinascimentale a quella barocca fino a quella popolare, Giulio Nenna iniziò a studiare pianoforte all’età di cinque anni. La musica è chiaramente la sua vita, ma questo non gli ha impedito di concludere i suoi studi universitari in economia. E, chissà, forse è anche per questo che sa sempre azzeccare ogni pezzo di successo per il mercato musicale, contaminando tra loro diversi generi in maniera decisamente geniale.

Giulio Nenna è il nuovo ospite di Musica Maestro.

"Musica Maestro": i grandi Direttori d'Orchestra si raccontano 1
Giulio Nenna è il diciannovesimo ospite della rubrica Musica Maestro

Giulio, come ti affacciasti al mondo della musica?

Per circa vent’anni ho frequentato lezioni private di pianoforte presso varie scuole, specie alla Music Time di Milano. Successivamente ho conosciuto Angelo Valori, ai tempi responsabile del corso di pop music al Conservatorio di Pescara, con insegnati davvero eccellenti. Da lì si aprirono le strade per i contatti con le etichette più importanti. Mi specializzai quindi in composizione e produzione, studiando anche alla Pop Academy di Mannheim, in Germania, dove ero in classe con Alice Merton (celebre per la sua No roots, ndr). Ho iniziato a lavorare da subito fortunatamente e, al termine del percorso di studio a Pescara, ho conosciuto Irama.

Un incontro che ha cambiato le sorti di entrambi.

Abbiamo iniziato subito in effetti a lavorare insieme a livello professionale: il debutto fu a Sanremo Giovani nel 2015. Era la prima volta che dirigevo un’orchestra così importante. Un incontro molto fortunato: arrivavamo da esperienze diverse ed entrambi siamo estremamente curiosi di esplorare diversi mondi musicali. Inizialmente lui era immerso in un mondo urban, hip pop; io, invece, ero focalizzato nella musica del Mediterraneo. Proposi quindi a Filippo di scrivere con il suo stile, ma anziché su un ritmo trainante di batteria avrebbe dovuto provare a farlo su un giro di pianoforte. E così ne nacque Cosa resterà.

Nessuna difficoltà a convincerlo?

No, per lui era una cosa bellissima e diversa dal solito.

Seguire senza paura l’unicità di quello che si sente è fondamentale, perché solo così ci si distingue sul mercato.

Fu più difficile convincere gli altri, prima su tutti l’etichetta per cui lavoravamo, ma già dalle prime prove ufficiali arrivarono complimenti autorevoli. Uno su tutti, quello di Giovanni Allevi per la coniugazione della musica con l’esigenza di Irama di raccontare qualcosa.

Avete cambiato radicalmente vari generi senza porvi limiti. Una bella sfida…

Oggi si tende a dividere la musica in categorie, anche per facilitare le cosiddette playlist di consumo: c’è quella per rilassarsi, quella per andare a correre, ecc…In realtà la musica appartiene sempre allo stesso mondo: io e Filippo abbiamo sempre seguito un eclettismo che ci consente di passare da La genesi del tuo colore a Nera, che può sembrare una canzonetta leggera e invece ha in sé una cultura un po’ spagnola. Si può passare da un genere a un altro senza problemi. L’unico confine possibile è quello che sente l’artista stesso. Freddy Mercury è un esempio di quanto sto dicendo: ha spaziato tra diversi generi, eppure è sempre Freddy Mercury!

In tanti ci hanno raccontato che le prove sono il momento più importante per un Direttore d’Orchestra. Tu che quest’anno non hai potuto salire sul palcoscenico (uno dello staff era risultato positivo al Covid-19), però, forse ci puoi raccontare cosa ti è mancato nella diretta.

Le prove sono molto importanti e delicati: è in quel momento che il Direttore verifica che il pezzo suoni come ha in mente il produttore. Tutto deve suonare alla perfezione. In questo caso mi era più facile perché il pezzo l’avevo co-prodotto io stesso con Dardust. Anche le prove sono emozionanti quando si ha a che fare con un’Orchestra come quella della Rai: esibirsi in diretta è però ovviamente diverso. La soglia di emozione cambia completamente. Sul palcoscenico lo scambio che c’è tra Direttore e Orchestra è anzitutto emotivo.

Mi è dispiaciuto quindi che, nella prova andata in onda, mancasse quel surplus di emotività che avremmo sicuramente tirato fuori insieme.

Come si dirige un’Orchestra che in quei giorni è coinvolta in tantissime produzioni e lavora con altrettanti direttori?

È un’esperienza impegnativa da sostenere, perché si hanno davanti i Maestri più importanti che ci possano essere in Italia. È fondamentale quindi rapportarsi con loro con il massimo rispetto, rendendoli partecipi nel pezzo e tenendo il timone dritto rispetto alla direzione che si vuole dare al pezzo.

I musicisti sono artisti prima di tutto: ciascuno di loro ha un gusto diverso e il Direttore deve convogliare tutto questo per dare un’unica impronta al brano.

Per farlo bisogna confrontarsi su ogni dettaglio.

Progetti per il 2022?

Sto seguendo il primo disco del progetto Rockin’1000, nato da ragazzi di Cesena che volevano portare nella loro città i Fighters: per farlo hanno realizzato una cover di un loro brano eseguito da mille musicisti. Da questo è nato il progetto di una rock band composta da mille musicisti che sta riempiendo gli stadi di tutto il mondo. Inizieremo i lavori in autunno, quindi credo sarà pronto per la prossima primavera.

LegalPop, come muoversi tra musica e diritto 1
Una nuova puntata di LegalPop: l’Avvocato Moraschi chiarisce i diritti di un produttore di canzoni

I diritti di un produttore spiegati dall’Avvocato Moraschi

Un produttore quale diritto ha essenzialmente rispetto a un brano a cui lavorato?

Se è vero che chiunque può incidere cover (come abbiamo visto in passato) purché siano dichiarate, quali possibilità ha un produttore di decidere se il suo brano possa essere utilizzato?

Praticamente nessuna, ecco perché.

Lo vediamo attraverso la domanda di Antonio, che questa settimana scrive alla nostra rubrica LegalPop, a cui risponde come sempre l’Avvocato Renato Moraschi. In fondo alla pagina, la nostra traduzione della risposta dal linguaggio legal a quello pop.

Se anche tu hai una storia da raccontarci e una domanda da fare all’Avvocato, scrivici a redazione@musica361.it.

Buongiorno,

sono musicista di una giovane band. Recentemente la nostra musica è stata riutilizzata da un artista come sigla di un suo evento, per la quale siamo stati anche pagati. Tutto in regola insomma.

Essendo oltre che cantante anche un produttore, però, non dovrei autorizzare io stesso l’utilizzo della musica prima ancora che mi venga riconosciuto un compenso?

Grazie,

Antonio (Biella)

Risponde l’Avvocato:

Un produttore può autorizzare la riproduzione diretta o indiretta, temporanea o permanente, dei suoi fonogrammi. A lui, come all’artista interprete ed esecutore, non è però riconosciuto un diritto esclusivo di comunicazione al pubblico, ma un diritto a compenso per le utilizzazioni proprie di tale diritto.

L’art. 73 l.d.a. prevede infatti che “il produttore di fonogrammi, nonché gli artisti interpreti e gli artisti esecutori che abbiano compiuto l’interpretazione o l’esecuzione fissata o riprodotta nei fonogrammi, indipendentemente dai diritti di distribuzione, noleggio e prestito loro spettanti, hanno diritto ad un compenso per l’utilizzazione a scopo di lucro dei fonogrammi a mezzo della cinematografia, della diffusione radiofonica e televisiva, ivi compresa la comunicazione al pubblico via satellite, nelle pubbliche feste danzanti, nei pubblici esercizi ed in occasione di qualsiasi altra pubblica utilizzazione dei fonogrammi stessi. L’esercizio di tale diritto spetta al produttore, il quale ripartisce il compenso con gli artisti interpreti o esecutori interessati“. Tali utilizzazioni sono chiamate, nel gergo tecnico, “utilizzazioni secondarie del fonogramma“.

Tale diritto a compenso spetta anche quando l’utilizzazione è effettuata a scopo non di lucro (art. 73-bis l.d.a.).

DAL LEGAL AL POP

Il produttore ha diritto di autorizzare la riproduzione dei fonogrammi, ossia dei primi suoni fissati. La musica già pubblicata, però, può essere riprodotta da tutti: è la cosiddetta utilizzazione secondaria del fonogramma. Al produttore spettano invece i diritti di compensi su tali riproduzioni.

Massimo Zanotti: Umanità e precisione, fondamentali per un Direttore
Il Maestro Massimo Zanotti è un veterano del Festival di Sanremo, ma ha lavorato anche a tanti album con Big della musica: da Renato Zero a Claudio Baglioni fino ad Adriano Celentano)

Il Maestro Massimo Zanotti racconta il suo percorso da Direttore d’Orchestra

 

Quando Massimo Zanotti, nel 1995, lavorò per la prima volta sulle partiture di alcune canzoni in gara al Festival di Sanremo, forse non immaginava di avere riscontri importanti come suo padre Fio. Eppure la meticolosità nel lavoro e lo spirito di sacrificio, probabilmente nel DNA di famiglia, lo hanno reso praticamente da subito un Direttore d’Orchestra con peculiarità ben precise e distinte che identificano una delle personalità più apprezzate nel campo musicale.

Da Paola Turci a Cesare Cremonini, fino a Nek, Loredana Bertè, Eros Ramazzotti, Celentano, Morandi, Renga e tantissimi altri, quando gli artisti collaborano con Massimo Zanotti sanno di avere a che fare con un Direttore che fa della creatività ma anche della gentilezza e dell’attenzione ai dettagli le sue cifre principali. Valori che, per fortuna, hanno ancora una centralità nella musica e grazie ai quali arrivano poi risultati straordinari.

Massimo Zanotti è il diciottesimo ospite della nostra rubrica Musica Maestro.

Nel tuo caso ipotizzare come ti sei avvicinato alla musica potrebbe quasi scontato, ma immaginavi già da piccolo di diventare il Maestro Massimo Zanotti?

Assolutamente no. Effettivamente sono nato in una famiglia di musicisti: da mio nonno ai miei zii fino ai miei genitori. Mia madre si diplomò in violoncello mentre aspettava me che, nella pancia, venivo coccolato da quel suono meraviglioso. Abitavamo in un piccolo appartamento a Bologna dove mio padre aveva il pianoforte nella mia stanza e ci lavorava tutte le notti. Insomma respiravo le sette note in ogni momento della mia giornata, eppure per molto tempo dalla musica sono rimasto distaccato.

Come cambiarono le cose?

Quando venni ad abitare a Monzuno, in provincia di Bologna, tutti i miei amici suonavano nella banda del paese. Per stare con loro, iniziai quindi a suonare il corno: avevo undici anni. In seguito studiai lo strumento alla scuola di musica di Fiesole; quindi mi avvicinai al pianoforte e a 14 anni entrai in Conservatorio per frequentare gli studi di Composizione. Quando avevo circa 18 anni un negoziante regalò a mio padre un trombone, che io iniziai a studiare da autodidatta entrandoci piano piano in sintonia fino a farlo diventare il mio strumento principale ed in seguito a diplomarmi. L’attività di scrittura e arrangiamento, però, mi ha sempre accompagnato nel tempo. Grazie allo studio, al lavoro e tanti sacrifici sono riuscito a farla diventare la mia caratteristica principale.

C’è una missione che senti di avere quando dirigi l’orchestra?

L’unica “missione” che ho è quella di poter essere la versione migliore di me, per meritare il rispetto delle persone che ho davanti.

I musicisti dell’orchestra sono un indicatore perfetto: se comprendono che hai consapevolezza di ciò che stai facendo e chiedendo loro, allora ti seguiranno con entusiasmo e con grande spirito di squadra. Ritengo altresì fondamentale il rapporto umano, l’empatia, la condivisione di emozioni. Un’orchestra col cuore aperto suonerà sempre in maniera molto più viva e magica.

"Musica Maestro": i grandi Direttori d'Orchestra si raccontano 1
Massimo Zanotti è il diciottesimo ospite della rubrica Musica Maestro

Com’è il rapporto con il cantante durante l’esecuzione che lo vede già concentrato e teso davanti alle telecamere?

In quel momento, e comunque sempre, credo che sia importante dare serenità e positività, magari può capitare attraverso un incrocio di sguardi, un gesto d’intesa. Poi devi sempre capire la persona con cui hai a che fare, c’è chi in quel momento magari cerca energie anche attorno a sé e chi invece si isola nella concentrazione. Anche l’aspetto psicologico e la comprensione dell’altro sono sempre importantissimi.

C’è un gesto che caratterizza il Maestro Massimo Zanotti?

Ho un approccio rispettoso ma non troppo formale. Mi è capitato di dirigere spesso persone che conosco, in qualche caso persino ex colleghi: viene quindi spontaneo propormi con educazione, salutando subito tutti gli orchestrali prima di chiunque altro sul palcoscenico e dando la mano al primo violino. L’aspetto umano è per me prioritario e determinante.

Dal punto di vista tecnico qual è la direzione perfetta?

Quella che lavora su una scrittura ben orchestrata e ben distribuita: quando la musica è scritta bene ogni musicista si sente in una perfetta relazione con tutto ciò che ha intorno e questo gli consente di suonare nel suo giusto spazio e con i giusti riferimenti. La conseguenza di ciò è un’esecuzione migliore, più sentita, assieme ad una maggiore efficacia di tutta l’orchestra.

Quando vedo i musicisti che si divertono eseguendo musica scritta da me, sinceramente sento di aver centrato un obiettivo importante.

Quanto tempo richiede un lavoro di orchestrazione con tutta l’attenzione ai dettagli?

Se voglio essere sicuro che tutti i dettagli siano a posto certamente ti posso dire che non è un lavoro veloce. Se ci aggiungi che chiedo a me stesso sempre il massimo, è facile tirare le conclusioni! Mi capita spesso di ricevere brani già arrangiati nella parte ritmica, sui quali io devo scrivere e registrare tutta la parte orchestrale, archi, fiati ,percussioni, coro e quant’altro. Quei dettagli di colore sono tutta la mia ragione di vita: alla fine di un lavoro devo sentirmi totalmente felice di riascoltarlo. Dipende anche molto dalla canzone, perché quando è bella ed è già scritta bene, è come se contenesse in sé il suo destino finale e ti può suggerire tanto.

Il tuo lavoro più significativo fino a questo momento?

Difficile rispondere: ho potuto collaborare con Artisti molto importanti nel corso del tempo, ricordo delle bellissime sessioni di archi con Eros Ramazzotti, con Biagio Antonacci, con Nek. E sicuramente le direzioni a Sanremo, tutte bellissime e sentitissime: con la Bertè (nel 2019, Cosa ti aspetti da me, ndr) quasi ci scappava il colpaccio! (già ottenuto lavorando alle partiture di Senza pietà nel 1999, Doppiamente fragili nel 2002 e Occidentali’s Karma nel 2017, ndr).

Ma credo che il lavoro che ha avuto più riscontro sia la cover di Se telefonando con Nek nel 2015.

Molti giovani oggi credono che la canzone sia di Nek: gliel’avete cucita addosso come non è mai accaduto per nessun’altra cover presentata a Sanremo!

Quell’arrangiamento, realizzato per la parte ritmica dal mio amico Luca Chiaravalli e per la parte orchestrale da me, è diventato un po’ un classico e molti ancora oggi lo prediligono come vestito rispetto addirittura alla versione originale: recentemente anche Il Volo nell’omaggio a Ennio Morricone.

Quell’orchestrazione la realizzai in due giorni senza andare a letto: come sempre i tempi erano stretti sotto Sanremo! Il pezzo, però, è bellissimo; la linea melodica è stupenda e questo mi ha aiutato molto nello scrivere le contromelodie degli archi. Nek poi è un cantante eccezionale e ha fatto decollare il tutto.

Chiarisce i dubbi Renato Moraschi, specialista in diritti d’autore 

LegalPop, come muoversi tra musica e diritto 1
Si pagano i diritti d’autore per le musiche classiche di autori scomparsi da oltre un secolo?

I diritti d’autore, si sa, vanno pagati. Ma come funziona quando sono passati tanti anni dalla morte del compositore? Gli eredi ne possono pretendere qualche diritto particolare?

In effetti siamo tutti portati a immaginare di dovere pagare i diritti d’autore se eseguiamo in pubblico canzoni degli ultimi decenni,

ma siamo sicuri di avere la stessa attenzione nei confronti di una musica di secoli fa?

La domanda di Edoardo questa settimana verte proprio su questo e, come sempre, risponde l’Avvocato Renato Moraschi per la nostra rubrica LegalPop. In fondo alla pagina la traduzione della risposta dal linguaggio legal a quello pop.

Buongiorno,

Se volessi suonare musica di compositori classici ormai datati come Mozart o Beethoven, posso farlo senza problemi di diritti d’autore?

Grazie,

Edoardo

Risponde l’Avvocato

Anzitutto è fondamentale precisare che, nel caso di specie,

ricadiamo nell’alveo che viene definito “opere di dominio pubblico”

ovvero un’opera creativa per la quale siano trascorsi i termini previsti dalla normativa nazionale (70 anni dopo la morte dell’autore) oltre i quali è possibile utilizzarla liberamente senza chiedere l’autorizzazione all’autore per l’utilizzo o dovere corrispondere alcun compenso.

E’ bene precisare che i diritti di cui si parla sono unicamente quelli patrimoniali, poiché i diritti morali di paternità dell’opera sono irrinunciabili ed imprescrittibili.

Sul punto è opportuno accennare che sussiste una differenza tra le elaborazioni creative di opere di pubblico dominio e opere originali costituite solo in parte da opere di pubblico dominio, per le quali è necessario seguire una procedura diversa e dettagliata per il loro deposito in SIAE.

DAL LEGAL AL POP

La differenza non sta ovviamente nel “genere classico”, ma nel tempo trascorso dalla morte dell’autore. Parlando di Mozart o Beethoven sono passati più di 70 anni, quindi le loro opere sono di dominio pubblico. Se si vuole eseguire una loro opera, senza riprodurre l’originale, non si devono pagare diritti.

La paternità dell’opera, invece, continuerà ad appartenere all’autore eternamente.

Pasquale Mammaro: Vi racconto chi era Gianni Ravera
Pasquale Mammaro con Il Volo, che ha portato a Sanremo nel 2015 e nel 2019

Intervista a Pasquale Mammaro, il più lungimirante (e vincente) dei manager ed editori musicali

Pasquale Mammaro. Uno dei manager ed editori musicali più lungimiranti e attenti al gusto della gente e, per questo, sempre vincente. Giusto per fare qualche esempio, è lui la mente delle recenti partecipazioni sanremesi di Diodato con Fai rumore (primo nel 2020) e di Orietta Berti con Quando ti sei innamorato (vincitrice morale nel 2021). E fu sempre lui a tirare fuori dal cassetto una canzone come Grande amore, suggerita a Il Volo per partecipare (e trionfare) a Sanremo nel 2015.

Quando una canzone può funzionare, Pasquale Mammaro la sa riconoscere immediatamente: merito di un fiuto manageriale che non pensa solo alle vendite del momento ma si avvale di una conoscenza musicale che garantisce la durata nel tempo di un brano.

Qualità oggi tutt’altro che usuale. Per questo tantissimi artisti dello spettacolo si affidano a lui.

Nessuno meglio di Pasquale Mammaro potrebbe quindi parlarci di un grande maestro come Gianni Ravera, a cui è dedicato il Premio giunto alla settima edizione, in scena sabato 4 settembre a Tolentino. Lo abbiamo voluto intervistare.

Pasquale Mammaro, tu sei quello che ha fatto conoscere Diodato ad Amadeus, nonché quello che ha fatto conoscere Orietta Berti alle nuove generazioni, andando forse anche oltre ogni aspettativa. Come si potrebbe raccontare Gianni Ravera a chi non l’ha mai conosciuto? Chi era Ravera?

È stato sicuramente il più grande organizzatore del Festival di Sanremo, ma non va dimenticato che nasce come cantante e fu proprio la sua passione per la musica a portarlo a trasformare la kermesse. A differenza degli altri organizzatori, Ravera aveva l’intuito, era molto lungimirante. Era ruspante, genuino con un grande orecchio musicale. Riusciva a capire prima degli altri se un brano avesse le potenzialità giuste.

Tu hai avuto la fortuna di conoscerlo. Ti ha mai svelato il suo segreto?

Usava un metodo molto semplice e infallibile: quando gli venivano proposte le canzoni, lui le vagliava e poi quelle che riteneva più giuste le faceva ascoltare al macellaio, al panettiere, al barista. In questo modo faceva dei sondaggi mirati al popolo, ossia a chi avrebbe poi visto il Festival. Non a caso dai suoi Festival sono nati tanti artisti di successo e tante canzoni che hanno fatto il giro del mondo.

Tra le sue scoperte chi ti colpì di più?

Sono davvero tantissime, l’elenco sarebbe lunghissimo: possiamo citare Eros Ramazzotti, che fu l’ultima sua scoperta e infatti era in prima fila al suo funerale, pochi mesi dopo la vittoria di Adesso tu.

Gianni Ravera è morto nel 1986, ma questo Premio esiste solo da 7 anni. Come mai ci è voluto così tanto tempo prima di celebrare una grande figura come la sua?

In Italia va così, ci si dimentica in fretta di tutto.

L’idea del Premio nacque con Michele Pecora, mio grande amico dagli anni ’70.

Qualche anno fa mi chiamò proponendomi questa serata, essendo lui molto legato a Ravera che lo scoprì a Castrocaro. Michele vive nelle Marche, Ravera era marchigiano (di Chiaravalle, in provincia di Ancona, ndr), così anche la location era facile da decidere. Accettai subito la sua proposta e contattai Pippo Baudo per condurre la prima edizione. Pippo, che aveva un grande rapporto con Ravera e aveva condotto varie edizioni dei suoi Festival, arrivò immediatamente. Fu un trionfo: tra i premiati c’erano anche Carlo Conti, che aveva appena diretto il suo primo Festival di Sanremo, e tanti artisti dei Festival di Ravera: Cinquetti, Zanicchi, Leali e tanti altri.

Successivamente, sempre con grandissimi ospiti, sarebbero arrivati alla conduzione Frizzi, Pupo, Mara Venier. Quest’anno ci saranno Dario Salvatori e Amadeus.

Esatto, Amadeus prenderà a un certo punto le redini della serata soprattutto per introdurre Diodato e Orietta Berti, ossia i due personaggi più importanti emersi negli ultimi due Festival. Anche quest’anno saremo ancora limitati dalla pandemia, con tutte le limitazioni del caso, ma sono contento di avere formato un cast importante. Tra gli ospiti ci saranno anche Albano, i Nomadi, Gio Evans, Le Deva, Random, Emanuela Aureli, Franco Fasano e molti altri.

Due ore di spettacolo, introdotte da otto giovani: un bel messaggio in una serata così ricca di Big.

Sì, faremo esibire – senza gara – otto giovani prima dell’inizio del Premio, che sarà consegnato da un importante orafo, Michele Affidato.

Saranno premiati Diodato, Albano, Adriano Aragozzini – organizzatore di due bei Festival a fine anni ’80 -, e Orietta Berti come rivelazione dell’anno.

La pandemia ci ha costretti a un ascolto sempre più virtuale della musica, con l’assenza dei live. Come l’avrebbe presa Ravera?

Non l’avrebbe certo interpretata bene! (ride, ndr). Avrebbe sicuramente agito per cercare di fare il Festival in tutte le maniere: anche lui quindi non avrebbe rinunciato alla sua creatura, portandolo al termine in un modo o nell’altro, anche senza pubblico piuttosto.

Nel 2022 come sarà Sanremo? Anzitutto, sarà sempre all’Ariston?

Sicuramente a Sanremo 2022 il pubblico ci sarà. E si farà sempre all’Ariston.

Si sarebbe potuto fare anche quest’anno tutto sommato, ma la massima attenzione da parte della Rai e la polemica che si era innescata con il resto dei teatri chiusi lo impedì. Ora con il Green Pass e tutte le accortezze, si potrà pensare a un Festival con il pubblico. Certo quello del 2020 rimarrà storico per chiunque vi abbia partecipato.

Pasquale Mammaro: Vi racconto chi era Gianni Ravera 1
Pasquale Mammaro con Orietta Berti e il Maestro Campagnoli a Sanremo 2021

C’è già qualche progetto che bolle in pentola?

È ancora presto: l’idea di Orietta a Sanremo 2021 nacque in estate per maturare solo a novembre. In questo momento non viene presa nessuna decisione. A metà dicembre è prevista la presentazione dei Big, ma il mosaico sarà costituito da fine novembre, non prima. Io sto già ascoltando brani che mi propongono: se c’è qualcosa che mi interessa, li proporrò ad Amadeus…

La musica vera, fatta di note e parole con un significato, ha ancora un futuro in Italia?

Mi auguro proprio che la musica e il bel canto possano continuare a vincere nelle classifiche: sono le canzoni che ci chiedono all’estero. Certo, le vendite sono cambiate. Nei Festival di Ravera vincere voleva dire vincere al Totocalcio: si vendevano milioni di copie, oggi è cambiato tutto. Quando vinsi con Grande amore alla Sony mi dissero, di fronte a 300 mila copie vendute, che avremmo venduto 1 milione di copie tempo prima. Ora con Orietta siamo al quarto disco di platino con Mille: sono risultati che dobbiamo già imparare a tenerci stretti.

Stefano Zavattoni: Con gli errori imparai a dirigere l'orchestra
Il Maestro Stefano Zavattoni

Il Maestro Stefano Zavattoni si racconta: “Con la Big Band volevamo andare oltre la musica di servizio. Ci riuscimmo…”

Stefano Zavattoni rappresenta la certezza che credere nei propri sogni è l’unico modo per realizzarli. Il suo motto è “La musica è una conquista, un privilegio e un dono”: lui a quella conquista ci è arrivato davvero dopo anni di studio intorno a una passione che la vita gli aveva regalato sin da bambino.

Come ci racconterà lui stesso in questa nuova puntata di Musica Maestro, Stefano Zavattoni ha iniziato a studiare musica giovanissimo per diplomarsi al Conservatorio di Perugia a 23 anni diventando così un pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra di riferimento per i più grandi della canzone.

Nel 1997 ha creato la sua popolare Big Band per arrivare a proporre in poco tempo una musica diversa anche nei programmi televisivi: un ritorno alla vera orchestra, che non si limitasse solo al sottofondo di brevi intermezzi ma che sapesse trovare il coinvolgimento del pubblico strizzando l’occhio alle diverse epoche canore e soprattutto a diversi generi.

Tra gli interpreti diretti da lui anche Adriano Celentano, Il Volo, Fiorella Mannoia, Massimo Ranieri, Annie Lennox, Gianni Morandi, Ornella Vanoni.

Direttore d’Orchestra a diversi Concerti di Natale in Vaticano, oltre che per qualche colonna sonora, Stefano Zavattoni è cresciuto con il mito di Glenn Miller, in onore del quale ha diretto per tanti anni un omaggio patrocinato dall’Ambasciata USA di Roma.

Un esempio di umiltà e professionalità come strumenti necessari per raggiungere risultati che si immaginano impensabili.

"Musica Maestro": i grandi Direttori d'Orchestra si raccontano 1
Stefano Zavattoni è il nuovo ospite della rubrica Musica Maestro

Stefano Zavattoni, con questa rubrica stiamo raccontando chi sia davvero un Direttore d’Orchestra. Sei pronto?

Impresa ardua! Il grande Gianni Ferrio, dopo tanti anni di carriera, una volta disse in un’intervista: “Vorrei far capire alla gente che mestiere faccio”. Ecco, in molti si chiedono ancora a cosa serva quel signore con la bacchetta. Anch’io da piccolo, purtroppo, pensavo che ogni direttore d’orchestra fosse uguale a un altro. Credevo avesse un ruolo quasi marginale.

Partiamo dal tuo percorso. Come ti affacci al mondo della musica?

Anzitutto ebbi la fortuna di avere in casa dei musicisti e di nascere con l’orecchio assoluto: mi bastava quindi un semplice strumentino di plastica per riprodurre le melodie che ascoltavo. Iniziai con i primi studi di musica, per poi approdare al Conservatorio e, a 23 anni, mi diplomai in pianoforte. Devo dire che raggiunsi quel risultato non senza fatica proprio “a causa” di quell’orecchio assoluto, che ti porta a fare un po’ quello che ti pare prescindendo dagli spartiti.

Non leggevi alcuno spartito?

Sì, in realtà mi appassionava leggere come venissero disposti gli strumenti in una partitura, ma sempre condizionato dall’orecchio assoluto che mi porto dietro sin da bambino. Mi iniziai ad appassionare alla scrittura intorno ai 15 anni ascoltando una cassetta di Glenn Miller: rimasi affascinato dal suono dei fiati e, da quel momento, per la mia prima mini band, cominciai a scrivere la musica per i fiati.

Una bella responsabilità sin da giovane. C’era qualcuno che ti dava consigli mentre imparavi?

Consigli ne arrivavano, ma si parte dall’idea per cui si impara continuamente per tutta la vita, quindi il primo critico deve essere lo stesso compositore che, ascoltandosi, capisce cosa non dovrà ripetere successivamente.

Proprio da alcuni miei stessi errori sul campo capii che dirigere l’orchestra è più complicato di quanto non immaginassi dall’esterno: quando un tuo gesto non ottiene il risultato richiesto, comprendi che non sei lì solo per chiamare gli strumenti ad entrare al momento giusto. Quel gesto bisogna che sia studiato e appropriato.

Nel 1999 con la tua Big Band arrivasti in prima serata su Raiuno ad animare gli spazi musicali di Torno Sabato. Come arrivò la conoscenza con Paolo Belli?

Con Paolo Belli fu un’esperienza molto importante. Dopo il servizio militare avevo deciso di mettere in piedi una Big Band con le persone disponibili del territorio: non mi interessava l’esperienza dei musicisti, ma il suono che erano in grado di fare emergere. Tra i componenti c’era un amico di Paolo Belli che, quindi, ci venne ad ascoltare, e ci coinvolse per un progetto assolutamente innovativo. Nel giro di sei mesi ci ritrovammo catapultati su Raiuno: il primo ospite fu Wilson Pickett, non so se riesco a spiegare l’emozione…

Lo possiamo solo immaginare! Come fu l’impatto con la tv per un autentico musicista a 360 gradi come te?

Non mi aspettavo ritmi così serrati: in quella trasmissione i tempi erano particolarmente stretti! Dovevo preparare arrangiamenti di notte per la mattina dopo: pensavo fosse la normalità, in realtà mi accorsi più tardi che, fortunatamente, non funziona sempre così. L’entusiasmo, però, era talmente tanto che ne vedevo solo il lato più bello: riuscivamo a esprimerci musicalmente come volevamo. Non era “musica di servizio”, come spesso oggi si sente dalle orchestre in tv: mi affidai alla mia piccola esperienza e ci portammo a casa belle soddisfazioni.

Che emozione rappresenta dirigere un’orchestra?

Oggi siamo abituati purtroppo a tante ritmiche fisse che fanno venire meno l’importanza del Direttore. Invece, quando ci sono i presupposti di un grande progetto, è un mestiere unico.

Dirigere le proprie musiche è la migliore possibilità, ma solo se si ha un minimo di conoscenza della direzione per dare il gesto corretto.

Un buon orchestratore deve fare dirigere a qualcuno che ha una conoscenza della direzione del brano, altrimenti se ne compromette la scrittura.

È più divertente dirigere o essere diretto?

Essere diretti permette di mettersi ancora di più in gioco per certi versi, ci si mette in discussione confrontandosi con il lavoro di un altro. Essere diretti da un buon direttore è quindi una grande soddisfazione, ma questo avviene solo con la musica classica: nella musica leggera il Direttore porta essenzialmente il tempo, quindi il trasporto emotivo è diverso.

Arrangiatore e Maestro di tanti Big della musica. Potendo scegliere, qual è l’esperienza professionale più emozionante della tua carriera?

Domanda difficilissima. Ma dico l’album con Fiorella Mannoia (A te, omaggio a Lucio Dalla, ndr), suonato in diretta al Forum Village di Roma. Quello mi appartiene probabilmente più di ogni altro lavoro: fu anche un’esperienza di confronto con grandissimi come Peppe Vessicchio e Pippo Caruso, il Maestro a cui mi sento di somigliare di più. In quell’occasione ognuno portava la sua esperienza, si sentiva la mano di ciascuno. Avevamo solo archi e un pianoforte, io realizzai cinque arrangiamenti.

Nel 2002 vincesti il Premio Barzizza per arrangiatori di orchestra ritmo-sinfonica. Un riconoscimento unico nel suo genere che, purtroppo, non si è più fatto. Lo vincesti a 32 anni: con l’esperienza di oggi ti piacerebbe riproporre un Premio così dedicato a un Maestro assoluto?

Magari! Quel Premio fu una grande emozione: rappresentava un’occasione perché il Direttore, in qualche modo, interloquiva con il compositore stesso. C’era un pezzo d’obbligo del repertorio di Barzizza, che arrivava al Direttore solo con una melodia e senza gli accordi per evitare ogni tipo di contaminazione armonica. Non si potevano usare sempre gli archi, quindi si era costretti a trovare strade diverse.

Elogiamo sempre gli americani, che hanno sicuramente grandissime melodie, diverse dalle nostre, ma noi siamo più vari e ci siamo dimenticati di questo nostro potenziale.

Un tempo si capiva subito che una musica era italiana: avevamo una sonorità completamente nostra. Non ci siamo mai limitati solo allo swing.

Progetti imminenti?

Non posso anticipare molto. Sto realizzando un progetto inedito con una bravissima cantante lirica napoletana su delle arie inedite. Presto arriveranno novità!

 

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