La musica di Koji Kondo è leggendaria quanto il protagonista descritto

SuperMario, l’eroe operaio
SuperMario, l’eroe idraulico

SuperMario è un ex carpentiere diventato un idraulico dopo la prima apparizione nel gioco Donkey Kong prodotto da Nintendo nel 1981. Nel primo gioco di cui è protagonista le sue gesta sono a tutti gli effetti quelle di un eroe. A lui dedichiamo quindi la nuova puntata di Musica ed Eroi.

SuperMario Bros esce nel 1985 imponendosi come il gioco di punta della più famosa casa di videogiochi giapponese.

Italiano, basso, robusto, baffi folti, cappello e salopette rossi su una tuta blu.

SuperMario diventa presto la mascotte dei videogames insieme all’inseparabile fratello Luigi, magro, alto e vestito rigorosamente di verde.

Lo sguardo apparentemente austero sotto cui si nasconde un sorriso furbo si ispira a quello di Mario Segale, proprietario del primo stabilimento Nintendo negli USA.

SuperMario, l’eroe operaio 1
Surreale faccia a faccia tra SuperMario e un goomba

Bowser, il malvagio drago, ha trasformato molti abitanti del Regno dei Funghi in mattoni e goomba (praticamente dei funghi marci). Mario e Luigi arrivano quindi dall’Italia per liberare la principessa Peach Toadstool. È lei infatti l’unica in grado di spezzare l’incantesimo di Bowser: salvando lei, i due idraulici riporteranno la serenità del Regno.

Mario e Luigi devono quindi superare 8 mondi tra cielo, terra, acqua, castelli e, naturalmente, tubature sotterranee. Tutto è accompagnato dalla colonna sonora più famosa dei videogiochi, composta da Koji Kondo.

Realizzato in ritmo Calypso e stile latino americano, con chitarra acustica, bongo e basso suonate grazie a una piccola tastiera. il tema musicale di SuperMario Bros rappresenta anche la più complessa produzione del musicista giapponese.

Orecchiabile. Semplice. Leggendaria.

La colonna sonora di SuperMario Bros contribuisce alla popolarità del videogioco esattamente come sarebbe accaduto per Tetris. Se per questo Nintendo si affidò alla musica popolare russa, in particolare alla celebre Korobeiniki, in SuperMario Bros la musica inventata da Kondo è qualcosa di innovativo. A tempo con i movimenti del protagonista, la melodia si alterna a suoni onomatopeici degli oggetti e degli eventi incontrati lungo il percorso.

SuperMario Bros ha nella sua musica la vera anima.

Alla fine dell’ultimo livello è quanto più rimane del gioco.

SuperMario, l’eroe operaio 2
Il tradizionale joystick Nintendo con cui si dirige ogni movimento di SuperMario

Le ardue e decisive imprese nei castelli, si nutrono di differenti sonorità, più tetre e piene di attesa. In questo caso sembrano descrivere tutta l’astuzia di Mario più che esaltarne le abilità nel salto come negli altri mondi. Ancora una volta dunque la musica strumentale racconta il carattere dell’eroe che viene spinto dalla sua razionalità a un ruolo di protezione.

Hegel vedrebbe in tutto questo, automaticamente, qualcosa di storico.

In effetti SuperMario è destinato a cambiare la storia dei videogiochi e del Giappone. Tanto che il compositore Nobuo Uematsu si compimentó il collega Kondo proponendo che la colonna sonora diventasse il nuovo inno nazionale nipponico.

Storie di musica, storie di eroi.

Anche atipici, talvolta goffi, persino materialisti. Non c’è nessun moralismo nel constatare che SuperMario guadagni più vite tanti più soldi ottiene. Per trovarli deve però sbattere la testa contro tanti muri, spesso facendo tentativi a vuoto.

L’eroe, talvolta, deve sbagliare. Ecco perché la colonna sonora di questo videogioco, nella sua semplicità, è sicuramente la meno trionfale di quelle che analizziamo, ma altresì la più vera.

SuperMario, comune operaio italiano, si scopre essere l’eroe più simpatico e umano. Ma pur sempre eroe.

Klaus Badelt, quando l’eroe diventa un pirata


La colonna sonora della saga di Jack Sparrow conferma il binomio tra musica sinfonica e impresa epica


Klaus Badelt,
musicista tedesco classe 1967, comincia la sua carriera nel mondo delle colonne sonore con uno spin-off di ‘Winnie the Pooh’. È a lui che dedichiamo la nuova puntata di Musica ed Eroi.

Nel 2001, infatti, cambia completamente registro. È al fianco di Hans Zimmer nella composizione delle musiche di ‘Il gladiatore’ di Scott.

La voce di Lisa Gerrard su vocali e parole senza significato, sottolineano la sensibilità del suono. Il canto sottolinea così la scena epica. Arie evocative e paradisiache.

A suggestionare particolarmente Klaus Badelt, sembra essere soprattutto l’uso degli archi.

L’autore li immagina però già in una versione diversa dal solito canovaccio che vuole sempre i violini ad accompagnare le prime note per poi dare spazio ai fiati.

Klaus Badelt, quando l’eroe diventa un pirata 1

Nel 2003, infatti, è proprio lui a comporre la colonna sonora del film Disney Il pirata dei Caraibi. È qui che il musicista esprime il meglio di sè.

Klaus Badelt si affida subito al pianoforte e alle percussioni per regalare quell’atmosfera trionfale già dalle prime note.

Solo successivamente intervengono gli archi. Sempre con ritmo sincopato che scandisce i tempi di un eroe in viaggio verso la sua conquista.

Imponenza e sicurezza: sono queste le caratteristiche che l’orchestra vuole trasmettere nel tradizionale climax musicale della musica eroica.

Ancora una volta puramente strumentale: sarebbe impossibile provare a cantarci sopra una qualsivoglia melodia.

Klaus Badelt dimostra la sua conoscenza in campo tecnico ma anche sotto il punto di vista emotivo.

La colonna sonora è travolgente. La gloria di Jack Sparrow è garantita proprio dalla potenza della musica serrata che tuttavia lascia spazio anche ad aperture romantiche.

In opposizione a ogni stereotipata immagine raffigurante teschi e atmosfere lugubri, il pirata è spesso comico e pasticcione. Non esiste eroe più sarcastico, divertente e coraggioso al tempo stesso di quello interpretato da Johnny Depp.

Nelle serie successive a La maledizione della prima luna, le musiche saranno proprio di Zimmer, ma il tema principale -intitolato He’s a pirate– è presente in tutti i film della saga.

Inizialmente nel progetto musicale doveva essere coinvolto l’italo-irlandese Alan Silvestri, poi sostituito proprio da Klaus Badelt.

Maestro di musica epica, purtroppo non compreso dalle giurie degli Oscar che quell’anno gli preferiscono Howard Shore con Il signore degli Anelli.

L’eroe, quello intrepido, risolutivo e fortunato, è ancora una volta aiutato dalla sua astuzia e dalla ragione.

La musica sinfonica conferma sempre di più la sua peculiare affinità con il mito eroico e la sua invincibile filosofia di vita.

Ennio Morricone: il genio musicale dell’eroe western

Suoni veri e strumenti poveri: così raccontava l’essenzialità del Far West


Ennio Morricone ci ha lasciato un’eredità artistica straordinaria. Talmente ineguagliabile e preziosa da poterne solo fare tesoro senza che il tempo possa appannarla.

Ennio Morricone nella sua straordinaria carriera ha creato colonne sonore indimenticabili, ma il suo nome resterà legato soprattutto al cinema di Sergio Leone. Eccoci alla terza puntata di Musica ed Eroi.

Ennio Morricone: il genio musicale dell’eroe western 1

Il poeta delle sette note, scomparso due mesi fa, ha raccontato musicalmente l’eroe del Far West.

Tenebroso. Temerario. Romantico. Cosi il cowboy esprime la sua identità di eroe forte di una camminata sicura e adagiata. Apparentemente spinto da un istinto infallibile, l’eroe dal cappello a tesa larga e pistole alla vistosa cintura deve i suoi successi a una ragione che lo guida facendolo prevalere sui nemici indiani.

Ancora una volta quindi la musica solo strumentale sottolinea la potenza fisica data dal logos che governa la realtà. E che mai potrebbe sbagliare.

Come se fosse essa stessa un’ispirazione divina, la sinfonia orchestrale illumina la saggezza dell’eroe descrivendone pensieri e  movimenti. Nonché enfatizzandone la forza rispetto agli avversari.

Ennio Morricone: il genio musicale dell’eroe western 2

Ennio Morricone affida a suoni onomatopeici il racconto delle avventure dei cowboy.

In ‘Per un pugno di dollari il protagonista della colonna sonora è Alessandro Alessandroni. È suo il tipico fischio del Far West che accompagna l’incedere un po’ mascalzone e un po’ guardingo dell’eroe.

Per qualche dollaro in più non ha praticamente bisogno di dialoghi. Ocarina, scacciapensieri e carillon raccontano la scena tanto quanto gli sguardi di Clint Eastwood.

Il buono, il brutto e il cattivo’ è l’apoteosi della genialità creativa del Maestro. Qui Ennio Morricone può dare il massimo sfogo all’introduzione dei rumori degli stivali e delle pistole. Gli ululati del coyote e l’atmosfera vengono riproposte da flauto soprano e arghilofono.

Strumenti poveri ma esaurienti. Il grande compositore sa disegnare l’essenzialità con la stessa sicurezza del taciturno cowboy. I suoni della realtà ripropongono la sua meravigliosa verità e sincerità d’animo.

C’ era una volta il West si traduce probabilmente nella più coinvolgente orchestrazione di sempre, in grado di suggellare la scena finale con lo stesso trasporto emotivo dei film romantici.

La voce di Edda Dell’Orso senza parole, diventa strumento musicale.

Il Maestro ha saputo così narrare un eroe armato e amato. Uno che salva dai cattivi e dalla corruzione. Senza fare troppa fatica fisica, ma usando soprattutto quella celebrale nei confronti dell’avversario.

Le tattiche e la certezza della vittoria finale trovano così un abbraccio musicale nella sinfonia di Ennio Morricone.

Usiamo l’udito per ascoltare le sue opere. Ci sembra di poter usare contemporaneamente l’olfatto sentendo il profumo del fieno. Un genio…in ogni senso! Mai premiato agli Oscar per queste colonne sonore, ma diventato per eccellenza il più grande compositore del Novecento. 

Reeve e Williams i compositori di due sigle eroiche memorabili 

Superman e Batman sono senza dubbio i due supereroi più famosi e più longevi di sempre. Se l’eroe antico è un semidio, in quanto figlio di Zeus e di una donna umana, il supereroenon è molto diverso. Superman e Batman sono sospinti da intuito e poteri sovrannaturali. Così difendono il mondo dal male e dalle oscure difficoltà. Entrambi imprescindibili da quelle sigle cinematografiche e televisive che li hanno resi icone oltre il loro stesso fumetto.

È dedicata a loro la seconda puntata di Musica ed Eroi.

Superman

Kal-El viene spedito sulla Terra dal pianeta Krypton poco prima che questo esploda.
Piombato sulla fattoria dei Kent e ribattezzato con il nome Clark, il ragazzo cresce e scopre piano piano le sue abilità.

Velocità, resistenza, agilità, potenza fisica straordinaria. Queste sono le peculiarità che trasformano Clark Kent in Superman per sconfiggere ogni tipo di disonestà e corruzione nel mondo.

Per essere giusti, gli umani dovrebbero provenire da un altro pianeta.

Bruce Wayne è un bambino quando all’uscita del cinema vede i suoi genitori morire assassinati. Con la promessa di vendicarli sconfiggendo la criminalità, quando diventa adulto si dedica ad arti marziali.

Il celebre logo di Batman

Un pipistrello gli suggerisce l’idea di travestirsi per spaventare gli umani: nasce così il mito di Batman.  Bruce può così sconfiggere la mafia e la criminalità organizzata.

Ancora una volta l’uomo deve uscire dalla sua natura per risolvere quello che non va.

Superman e Batman non hanno in comune solo il mantello e la calzamaglia in cui nascondono la loro identità al fine di salvare il mondo. Le loro sfide a nemici, talvolta dai ritratti anche metaforici e comici, sono infatti sempre sottolineate da colonne sonore di assoluta riconoscibilità.

È del 1978 il film che vede Christopher Reeve vestire i panni di Superman. Undici anni dopo arriverà sul grande schermo anche il personaggio di Batman, ma già nel 1966 la tv gli dedica un memorabile telefilm interpretato da Adam West. Nella memoria collettiva queste rimangono le più significative immagini dei due supereroi.

Superman e Batman devono gran parte del loro successo a musiche sensazionali composte appositamente per loro.

Melodie che sembrano parlare e invece, per un geniale gioco creato dagli autori, sono puramente strumentali.

Nel 1977 John Williams, ispirandosi al trionfalismo della musica di Richard Wagner, compone la colonna sonora di Star Wars. L’anno dopo è chiamato a comporre la musica di Superman. L’obiettivo è realizzare un incipit su cui sia possibile cantare la parola Superman. Le note vanno così a scandire le tre sillabe in modo che il tema diventi immediatamente riconoscibile. L’atmosfera epica con eccezionali salti di tonalità permettono alla London Symphony Orchestra di realizzare una delle più celebri musiche per un film.  Non replica l’Oscar (che arriverà con E.T.) ma Williams sa riportare la musica sinfonica alla portata di tutti.

Dodici anni prima l’arrangiatore Nelson Riddle era andato addirittura oltre con la sigla di Batman. Le trombe squillanti infatti, in quel caso, creavano un suono che sembrava pronunciare proprio la parola Batman. Anche in quel caso dunque una versione solo strumentale che incredibilmente…parla!

L’ironia della serie tv si andava a fondere con quella della colonna sonora, ricca di onomatopee che richiamano i fumetti.

Superman e Batman rappresentano così la figura dell’eroe immaginata da Hegel.

Salvatori del mondo sospinti da una grande concentrazione e da ragionamenti degni di un detective.

Eroi quasi veggenti, in grado di prevedere quello che accadrà e come evitarlo. Eroi saggi, che sanno interpretare i segnali dell’universo. John Williams e Nelson Riddle creano così due musiche destinate a diventare cult talmente rappresentativi da essere persino iconiche.

L’uso rapido di tre note in successione e dei fiati creano l’atmosfera trionfale.

Le  truppe, d’altronde, hanno sempre dovuto rispondere a un suono di tromba che impartiva loro gli ordini. Le fanfare dei Bersaglieri e persino le sedute di caccia esordiscono con un bombardone.  Il passaggio improvviso da note alte a note basse crea la stessa imprevedibilità e la sicurezza dell’eroe nel mezzo delle sue azioni.

Superman e Batman devono alla musica la loro stessa descrizione. Gli eroi hegeliani potrebbero non necessitare di dialoghi. La loro colonna sonora racconta già ampiamente chi sono e le loro intenzioni. L’eroe, con l’uso di una ragione talmente arguta da confondersi sempre con una ispirazione divina, è sempre più fuori dalla natura umana. Non ha bisogno di troppe parole: la musica delle sue azioni dice già tutto.

‘La cavalcata delle valchirie’: l’eroe divino e...femminile!
La valchiria


L’opera di Richard Wagner si dimostra più che mai contemporanea

La cavalcata delle Valchirie è per antonomasia la più simbolica musica eroica. Un caso emblematico di utilizzo della sinfonia classica nella cultura popolare. Cliccando qui ascolterete la versione orchestrale diretta da Daniel Barenboim.

Utilizzata anche quale colonna sonora di Apocalypse Now, ma persino in film comici come Superfantozzi, La cavalcata delle Valchirie è l’inno strumentale di ogni impresa guidata dal volere divino.

Da questa comincia il nostro percorso che ci condurrà settimanalmente a scoprire il ruolo dell’Eroe attraverso la Musica.

Composta da Richard Wagner a metà del 1800, La cavalcata delle Valchirie compare nell’atto centrale de La Valchiria. L’opera, che fa seguito a L’oro del Reno e anticipa Sigfrido, è dedicata proprio alla figura descritta dal titolo.

La valchiria è una dea che, nella mitologia norrena, ha il compito di servire Odino, il dio che decide i vincitori delle battaglie.

La valchiria protegge i guerrieri indicati da Odino e sceglie i morti più valorosi per condurli nel Valhalla. Ovvero una grande sala dorata dove le anime restano in attesa del Ragnarok, lo scontro finale tra ordine e caos. La valchiria, debole rispetto all’amore umano, potrebbe anche provare a cambiare le sorti della battaglia rispetto alla volontà di Odino. In quel caso verrebbe annientata in un lungo sonno e sarebbe bandita dal ruolo divino. È proprio quello che accade nell’opera di Wagner.

‘La cavalcata delle valchirie’: l’eroe divino e...femminile! 1
Richard Wagner (1813-1883)

La cavalcata delle valchirie accompagna così l’arrivo di Brunilde al servizio di Odino.

Brunilde è infatti incaricata di difendere il figlio di Odino, Siegmund, nella battaglia contro Hunding. Quest’ultimo vuole vendicare il tradimento della moglie Sieglinde in un rapporto incestuoso proprio con il fratello Siegmund.

Improvvisamente Odino ordina però a Brunilde di proteggere Hunding. Sua moglie lo ha infatti convinto a cambiare il destino della battaglia, in quanto Siegmund e la sorella sono nati da un tradimento dello stesso Odino.

Siegmund, quindi, addestrato dal padre, non rappresenterebbe la figura di eroe libero in grado di vendicare il popolo contro la stirpe nemica di Hunding.
Brunilde, però, prova invano a difenderlo ugualmente e riesce soprattutto, insieme alle altre otto valchirie, a mettere in salvo la sorella.

La donna, infatti, implora la morte ma Brunilde le ricorda di essere incinta di Siegmund e la necessità di vivere per il nascituro.

Con dolore, Odino è costretto dalle regole a far addormentare Brunilde. Sarà proprio Sigfrido, figlio di Siegmund e Sieglinde, a risvegliarla nell’opera successiva.

Sarà lui l’eroe libero che farà rinascere il popolo.

Riconosciuto da Nietzsche quale prototipo di artista tragico, Richard Wagner verrà successivamente accusato dallo stesso filosofo tedesco di camuffare con la musica il pessimismo di una società decadente. In effetti l’eroe descritto musicalmente dal compositore, potrebbe apparire quello platoniano. Ovvero quello mosso dall’istinto divino della razionalità assoluta. Nietzsche, che in nome dell’istinto impulsivo e puramente dionisiaco ha sempre difeso l’arte contro la razionalità a ogni costo voluta da Socrate e Platone, matura quindi il distacco da Wagner.

La cavalcata delle valchirie sottolinea l’eroismo di una dea che rischia contro il volere del padre.

Tutto a favore di un amore dai caratteri decisamente umani e mortali. Se il presunto eroe non può essere tale in quanto non è libero, la valchiria si conferma invece assolutamente libera nelle sue scelte.

Una storia di eroismo, libertà e femminilità. Con una sensibilità in bilico tra ragione e arte. L’eroe guidato dallo spirito divino affascina per la sua sicurezza e la sua contemporaneità. Proprio come La cavalcata delle valchirie, simbolo di eroismo nel suo maestoso incedere di un’orchestrazione più che mai completa. Wagner terminò di scriverla in Italia nel 1856, ispirandosi ai poemi tedeschi del 1200. Vicissitudini sentimentali e legali fecero sì che l’opera debuttasse solo nel 1870. Adolf Hitler la celebrò nel suo trionfalismo quando invase la Polonia. Politica e musica, però, viaggiano su binari differenti. Dopo 150 anni, è ancora questa la miglior colonna sonora dell’eroismo.

Musica ed Eroi: un viaggio straordinario
La Musica sprigiona sensazioni ed emozioni

Parte la nuova rubrica in una trilogia

Musica ed Eroi. Uno dei connubi più frequenti, eppure troppo poco raccontato.

Le sette note, con tutto il trasporto emotivo, rievocano per loro natura storie e sensazioni.

Tra queste, molto spesso, anche quelle di personaggi in battaglia e relative conquiste.

L’eroe crea, la musica descrive.

Momenti epici e leggendari della nostra cultura sono stati narrati dal cinema, dalla televisione. Persino dai videogiochi.
La loro memoria popolare deve molto a colonne sonore di impareggiabile impatto.

Abbiamo pensato quindi di raccontarvi questo matrimonio di emozioni. 

Da venerdì 21 agosto, su Musica361, parte infatti Musica Ed Eroi,

la nuova rubrica settimanale che ci accompagnerà fino al 2021. In un’occasione di storia, cultura e curiosità.

Spinto da nobili principi. Scaltro. Paradigmaticamente coraggioso. L’eroe è eternamente coinvolto in un viaggio, reale o metaforico, per una conquista che salverà qualcun altro.

Conosce i tempi giusti per intervenire. Corre e cammina con una sicurezza schiacciante. Ogni suo movimento sembra coincidere con immagini musicali dirompenti.

Musica ed Eroi sarà quindi a tutti gli effetti un’avventura. 

Una trilogia che comincerà con la storia di celebri musiche pensate per essere solamente strumentali.

Musica ed Eroi: un viaggio straordinario 1
L’eroe crea

Nel periodo del MiTo 2020 racconteremo l’eroe hegeliano e platoniano guidato da ragione e ispirazione divina. 

Da La Cavalcata delle Valchirie fino al Te Deum Charpentier, toccheremo opere sinfoniche di assoluta ricchezza. Passando addirittura da grandi compositori quali Klaus Badelt, Ennio Morricone e tanti altri.

A ottobre, con l’inizio del Giro d’Italia, approfondiremo l’eroe stoico, guidato dal rafforzamento del corpo nella fatica.

Il protagonista cantato da grandi artisti italiani che hanno dedicato autentiche poesie al ciclismo. Paolo Conte, Enrico Ruggeri, Francesco De Gregori saranno quindi tra i cantautori raccontato nella nostra seconda parte di appuntamenti.

Concluderemo, in occasione degli immancabili cinepanettoni, con sette monografie dedicate all’eroe più stravagante: il comico.

Ovvero l’eroe bergsoniano, romantico, guidato dall’esperienza del tragico.

Il comico è l’eroe che ci aiuta a scomporre i disagi dando loro una forma attraverso l’ironia. Da Fantozzi a Checco Zalone, senza dimenticare i film di Pieraccioni, Aldo Giovanni e Giacomo e altre pellicole. Ogni paladino comico, nel suo incedere assurdo e originale, ha sempre avuto il suo motivo sonoro.

L’eroe rappresenta la forza e il valore in un ruolo fortemente simbolico nel senso stretto della parola. Se il symbolum è infatti ciò che unisce trovando l’accordo giusto, non esiste qualcosa di più eroico della musica stessa. Nulla è più musicale di un’impresa eroica.  Niente è più simbolico.

Il rapporto tra Musica ed Eroi esprime dialetticamente il senso di entrambi.

Più che mai in questo 2020, che ha visto nella musica dai balconi l’unica possibilità di avvicinamento. In questo anno che ci ha fatto scoprire un nuovo significato di Eroi. Quelli che, con una mascherina chirurgica, hanno lottato coraggiosamente giorno e notte contro l’avversario più imprevedibile di sempre. Forse senza superpoteri, ma per questo ancora più veri. Anche per loro c’è stata una colonna sonora. Quel ritornello Andrà tutto bene gridato e cantato da tutti gli italiani.

Perché l’eroe è chiunque sappia dare una speranza trasmettendo la sua tenacia e tirando fuori la forza che nessun altro può esprimere.

Musica ed Eroi: un viaggio straordinario 2
Medici e infermieri sono i veri Eroi del 2020

Da venerdì prossimo cominceremo questa meravigliosa cavalcata: tenetevi forte, l’avventura sta per iniziare!

Il Cile: "In tanti capirono dopo il senso di Maria Salvador"
Il Cile in concerto

“Il successo arrivò grazie all’istinto con cui la scrivemmo”

Il Cile, ovvero Lorenzo Cilembrini, è uno dei cantautori pop più melodici e più significativi dell’ultimo decennio. Mai banale, ironico, coinvolgente. Lanciato dalla Universal nel 2012 con il singolo Cemento armato, nonchè vincitore del Premio Bardotti per il miglior testo al suo unico Festival di Sanremo nel 2013, fu nel 2015 che venne consacrato al grande pubblico. Le note di Maria Salvador travolsero infatti il Paese nell’estate di metà anni Duemiladieci. Terzo singolo estratto dall’album di J-Ax, Il bello d’esser brutti, il brano è la maggiore espressione della società di quegli anni. Una vera fotografia del mondo italiano. Il ritornello, quello che assurge la canzone ad autentico tormentone, è scritto e intepretato proprio da Il Cile. E’ lui l’ospite dell’ultimo capitolo del nostro viaggio nella storia dei successi estivi. Ci racconta Maria Salvador con quella schiettezza che lo contraddistingue anche nel suo sincero Andrà tutto bene, lanciato qualche settimana fa ben lontano dalla retorica.

Lorenzo, con J-Ax creaste uno dei primi featurings di successo del decennio. Come nacque?

Il mio primo disco aveva destato interesse anche al mondo dei rapper.

Dopo Siamo forti a vent’anni (che lanciò Cemento armato, ndr) infatti feci una collaborazione con i Club Dogo. Da lì Ax si interessò a me e nel 2013 mi propose di fare qualcosa insieme. Dissi subito sì anche se…

Non eri convinto?

Il contrario. Ero assolutamente convinto. Nel mondo della musica però spesso si dicono tante cose destinate a rimanere solo pensieri. In realtà l’anno dopo Ax mi contattò davvero e mi chiese di scrivere il ritornello per un brano che aveva pronto. Mi inviò il brano con le strofe cantate e i ritornelli vuoti, dandomi carta bianca.

Un ritornello per un brano di J-Ax: una bella responsabilità. In quanto tempo lo scrivesti?

A volte capitano certe fortune: lo scrissi in un quarto d’ora.

Piacque subito ad Ax, e quello che si sente nella canzone è esattamente il ritornello che composi in quei quindici minuti.

Il Cile a quel punto diventò la voce del vero tormentone dell’anno. Cosa vi aspettavate davvero con una tematica così delicata e difficile da cantare a squarciagola qualche anno prima?

Andammo subito benissimo in radio, praticamente su binari paralleli quell’anno con Roma-Bangkok. Nessuno di noi due credo avesse capito il potenziale del brano. La tematica era rivoluzionaria solo in parte: Ax l’aveva già cantata in Oh Maria, che io ascoltavo da ragazzino e solo più tardi capii di cosa parlasse. Esattamente come andò con Maria Salvador. Tanti ragazzi mi scrivono ora che hanno compreso solo ora il senso della canzone.

Socrate descriveva la retorica come un’arte di persuasione che non insegna nulla rispetto al giusto e all’ingiusto. Se non eravate rivoluzionari, non temevate allora di risultare retorici?

Ax, proprio perchè aveva già cantato Oh Maria, aveva un po’ più di timore delle reazioni.

Io invece scrissi quel ritornello senza pensarci troppo: non fumo più ormai dal 2008, volevo solo fare qualcosa di puro intrattenimento.

Al contrario di certe canzoni con tanti autori, Maria Salvador nascendo dall’istinto ha ancora oggi un grande seguito.

E’ l’istinto il punto di forza della canzone?

Penso di sì. Si sente che non c’è un artifizio in quel brano: il pubblico ne ha sempre apprezzato la grande emotività. Ovviamente gran parte del successo venne anche dalla base, scritta da Wlady, fratello di DJ-Jad (ex Articolo 31). Conservo un bellissimo ricordo.

Il videoclip fu uno dei primi a fotografare la parte moderna di Milano.

Eravamo su un terrazzo di un hotel in piazza Gae Aulenti ora in ristrutturazione. La storia di quel piano sequenza fu abbastanza tragica: dovevamo cantare a una velocità sincronizzata perchè Ax cambiava i vestiti in scena. Si mise pure la pioggia a complicare le cose. Fu scelto il meno peggiore dei piani sequenza…

Con Piccolo spazio pubblicità facevi una chiara citazione. La frase Te quiero mi amor invece destò un certo scalpore. Perchè quella scelta provocatoria?

Era anche quella una citazione!

Tutto il brano metteva insieme tante ispirazioni della mia vita.

Mi ispiravo allo stesso Ax: ai suoi concerti trasgressivi e alla sua somiglianza, in una fase della sua carriera, con un altro mio idolo, Rino Gaetano. Quella frase quindi era una citazione a Ahi Maria, che univo col concetto della marjuana.

La genialità assoluta credo però fosse in quel tetraidrorivoluzione, che è forse il motivo vero per cui parliamo di Maria Salvador come di una fotografia della società.

Rappresentava un neologismo che avevo scritto per me senza mai riuscire a inserirlo in nessuna canzone. Arrivò quella giusta: in quel brano si incastrarono tante cose al momento opportuno.

Chiudiamo così con Il Cile il nostro viaggio nel mondo dei tormentoni estivi.

Consapevoli che, torturati oppure no da alcuni brani, sono sessant’anni che cerchiamo il successo dell’estate indimenticabile. Lo abbiamo visto con Vianello, Rettore, Righeira, Baccini, Iezzi, Il Cile: la ricetta precisa non esiste. Basta farsi guidare dall’istinto. Dalla voglia di divertire e divertirsi cantando. Senza vergognarsi di farlo. Senza vergognarsi di lasciarsi tormentare un po’.

 

Anni Duemiladieci: il tormentone estivo
I concerti tornano a descrivere il divertimento


‘Maria Salvador’: nel divertimento il senso della società 

Anni Duemiladieci. In pieno ritmo da social network, cambiano nuovamente le mode, a cominciare dall’uso del cellulare. Gli anni Duemiladieci impongono infatti la competizione di avere in tasca il più innovativo minicomputer. Il linguaggio delle emoticons diventa comunicazione universale per esprimere sensazioni. Nel giro di poco Instagram diventa lo spazio privilegiato per la pubblicità a basso costo. Tutto diventa propaganda.

Tuttavia, il decennio è anche quello del ritorno ad antichi valori.

Chi anni fa immaginava nel 2000 viaggi su navicelle spaziali, deve rassegnarsi negli anni Duemiladieci alla potenza nientemeno che…del monopattino! La Rai rispolvera storici varietà come La Corrida, Rischiatutto, Portobello. La tv nostalgica prende il sopravvento.

La musica non scopre solo la trap: i più romantici riprendono in mano infatti il soppiantato giradischi. I concerti sono di nuovo il divertimento più puro che unisce il pubblico nel segno delle sette note.

Anni Duemiladieci: il tormentone estivo 1
Il giradischi torna a essere protagonista

Il tormentone estivo, ancora una volta, si fa espressione di questo ritorno al passato.

Diventano infatti un must i duetti con i protagonisti della storia canora italiana. Il nome importante accende la luce su un passato abbandonato troppo in fretta, e consente una definitiva consacrazione al più giovane. Non fa eccezione il primo grande tormentone degli anni Duemiladieci, che arriva nel 2015 con Il Cile e J-Ax. L’ex Articolo 31 rispolvera il tema di un suo vecchio successo: Maria Salvador non è una dedica a una ragazza esattamente come non lo era Oh Maria. Il talento del cantautore aretino è il valore aggiunto per J-Ax che può sintetizzare il suo pensiero per la liberalizzazione delle droghe leggere. Per fare passare il messaggio con nonchalance, occorre che anche qui vi sia la creazione di un piccolo spazio pubblicità. Sarà subito un successo.

Istrionico. Provocatorio. Soprattutto orecchiabile.

È questo a fare di Maria Salvador un tormentone estivo che non se ne va dalla testa. Oltre 300 mila vendite. Passaggi in radio continui. Nella canzone c’è tutto: il rap, il ritmo latino, il ritratto della contemporaneità. L’argomento principe non è più rivoluzionario. Resta però volutamente polemico in una società perbenista che non vuole guardare in faccia la realtà. A prescindere da come la si pensi. In tanti quindi cantano il ritornello, scritto e interpretato da Il Cile, senza sapere che quella tetra-idro rivoluzione si riferisca al principio attivo della cannabis. A confondere il pubblico, anche quella dichiarazione te quiero mi amor che sembra fin troppo coraggiosa in un’Italia mai così nell’impasse anche politicamente. Eppure gli indizi nel testo del brano ci sono tutti.

Due stati simbolo degli anni Duemiladieci come I-Phone e Uber,

si alternano infatti alla calma col metodo Bob Marley e alla ripetizione della parola canna come via di uscita per ogni situazione. Niente più ansia, solo pace e tranquillità da ritrovare dentro di noi. Lontano dal Mac e dalle chat piene di foto in formato jpeg. Distante dallo shopping affannato. Senza interesse per l’ipocrisia di chi nasconde la propria omosessualità per piacere al pubblico. Ecco perché più di ogni altro, questo brano cattura tutta l’essenza del decennio.

Maria Salvador è una critica a ciò che annienta la società.

Rappresenta quanto di più polemico si possa mettere in musica negli anni Duemiladieci. Quando tutto sembrava fosse stato ormai raccontato. Quando si pensava di dovere dialogare con gli alieni, e invece ci si ritrova a discutere sull’uomo invisibile Mark Caltagirone. Le melodie e la musicalità vicine a quelle del passato fanno riemergere un’altra volta la nostra identità.

Da sessant’anni ci allietiamo con i tormentoni estivi, negando loro a tutti i costi l’esistenza di un senso. Proprio questi invece, nel loro divertimento, ci raccontano l’evoluzione (o il regresso) del nostro mondo. In fondo siamo da sempre un popolo che ama trovare il senso del divertimento. Siamo un popolo adorabilmente tormentato.

Domani su Musica361 l’ultimo capitolo di questa rubrica. L’intervista esclusiva a Il Cile.

Paola Iezzi: Da ‘Vamos a bailar’ a Mon amour’, musica è cultura
Paola Iezzi, Foto di Paolo Santambrogio

Guardo avanti, ma non mi piace iconoclastia. Amo la semplicità, non la banalità

Paola Iezzi da oltre vent’anni ormai ci fa danzare con canzoni innovative nate dopo accurate ricerche musicali e antropologiche. La sua musica esprime sempre una filosofia, un incontro con la parte più mistica dell’anima. Lo conferma il nuovo brano Mon Amour, che tra beat e melodia pop unisce la sua parte più moderna e quella più classica.

Rinascita, libertà, abbandono. Sono i temi che Paola Iezzi toccava già nell’estate 2000 insieme alla sorella Chiara (oggi attrice) con il tormentone più scoppiettante del decennio. Questa volta lo fa con uno sguardo diverso: nel frattempo la vita si è trasformata con i social che hanno influenzato la nostra comunicazione. È lei stessa a raccontarci come sono cambiate le cose dai tempi di Vamos a bailar, nostro viaggio nella storia dei tormentoni estivi.

Paola Iezzi, Vamos a bailar fu bocciata a Sanremo ed esplose in estate. Bella rivincita.

Presentarlo in estate fu una salvezza perchè lì trovò la sua espressione massima. In Svezia per primi ci chiesero una versione in lingua inglese. Quindi la cantammo in spagnolo. Fu un successo incredibile, eppure in Italia inizialmente non partì benissimo.

Come mai?

Non so, non la trasmettevano in radio, ci guardavano con scetticismo.

Vari discografici ci consigliavano di cambiare singolo.

Noi invece ci credevamo e decidemmo di restare su quello: dopo qualche settimana la canzone era prima ovunque.

Divenne un tormentone. Ti dà fastidio il termine?

No, è una parola di uso comune. Spesso però  la si associa a canzoni che hanno finito con l’annoiare un po’. Di Vamos a bailar, invece, non l’ho mai sentito dire: ha delle caratteristiche melodiche, armoniche e vocali coinvolgenti. Viene ancora ballato e cantato a squarciagola a distanza di vent’anni.

Qual era il punto di forza del testo?

E’ una canzone liberatoria. Arrivava il nuovo millennio: c’erano tante aspettative, proiezioni sul futuro. Ci lasciavamo alle spalle il passato per dedicarci a una vita nuova.

A distanza di vent’anni cosa è cambiato? Le aspettative sono state realizzate?

Abbiamo creato una tecnologia che va più veloce di noi

e forse non sappiamo bene maneggiare rischiando ci torni contro. Tutto si è rivoluzionato: viviamo il costante conflitto tra l’essere sempre performanti e perfetti e la voglia di conservare la nostra privacy. In un’epoca in cui questa non esiste più: viviamo sempre con l’ansia di mettere in piazza tutta la nostra intimità.

Questo è il lato più negativo. Quello più positivo?

La stessa tecnologia ci permette, per esempio, di realizzare un pezzo in poco tempo. Settimana prossima uscirà il videoclip di Mon amour. Fare video è complicatissimo, perchè in tre minuti deve emergere un grande lavoro di persone coinvolte nel progetto. Eppure oggi bastano la persona giusta e un po’ di gusto e nascono video low budget veramente belli.

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Foto di Paolo Santambrogio

Quindi come vent’anni fa, tutto sommato ti lasceresti alle spalle il passato?

Non resto mai nel passato: bisogna sempre andare avanti. Non mi piace però nemmeno la tendenza all’iconoclastia. La cultura è tale perchè esiste un passato da cui attingere e imparare: non va distrutto, perchè sennò si uccide la cultura. Bisogna tenere vivi i ricordi del passato senza lasciarci intrappolare da esso.

Difficile, ma è l’unica strada. Il passato è la base del futuro.

L’uomo tende a dimenticare tutto e a non imparare nulla, disse Guccini: sono d’accordo.

I riferimenti del passato ci servono a vivere meglio: l’iconoclastia fa esattamente come quello che faceva il nazismo. Un nuovo periodo oscuro non ci farebbe certo bene: dovremmo pensarci di più.

Ora sei tornata con un nuovo progetto molto sofisticato: Mon Amour, ovvero l’amore ai tempi dei cellulari.

Nasce in concomitanza con il progetto di LTM (cantata insieme a Miss Keta, ndr). Con lo stesso produttore (Stefano Riva) e lo stesso autore del brano (Simone Rovellini) abbiamo dato vita a questo brano, che mi ha convinto sin dal suo stato embrionale. L’anima di un pezzo bello la senti subito: Mon amour è semplice, ma non banale. C’è una grande ricerca dietro. Si parla proprio di come sia cambiata la comunicazione.

Qual è la sottile differenza tra semplicità e banalità?

La semplicità è un concetto alto: persino la cucina può essere semplice ma sublime. La banalità deriva da tante superficialità messe insieme per descrivere la moda del momento. Ci sono team di menti diaboliche con grandi investimenti dietro a certi progetti. Così la canzone arriva subito, per essere presto dimenticata. Io ho sempre creduto in valori diversi.

Quale caratteristica deve avere un bel pezzo per Paola Iezzi?

Anzitutto deve essere musica: deve esprimere una cultura, lontana dall’ovvio e dalla banalità.

Oggi l’arte spesso diventa un grande spot pubblicitario.

Sono consapevole che viviamo in un mondo molto aggressivo: se non si hanno alle spalle certi sponsor, tutto è molto più difficile. Ma quello che verrà fuori dalla mie canzoni me lo sarò sempre sudato con dedizione. E sono orgogliosa.

E’ un po’ che non ti vediamo più fare album…

Ho abbandonato il concetto di album: è un investimento impegnativo. Sono indipendente, con una mia piccola etichetta in cui lavorano tanti collaboratori. Tra questi Stefano Riva: un giovanissimo produttore di talento con cui condivido il modo di interpretare la musica. Mi fido molto del suo parere: è stato bello cantare anche con lui in studio.

Anni Duemila: Vamos a bailar, e il passato è alle spalle 1
Si iniziano a scoprire i social media

‘Vamos a bailar’ diventa simbolo di un’epoca

Anni Duemila. Finalmente il nuovo millennio è arrivato. Le attese sono tante: sarà l’occasione unica per una svolta epocale. Qualcuno ha persino paura di cosa potrà accadere. D’altronde all’inizio del nuovo Millennio il cellulare non è ancora di facile uso per tutti gli adolescenti. Gli anziani non ci provano nemmeno.
La trasformazione ha comunque bisogno di tempo per assestarsi: allo scattare della prima mezzanotte del secolo non esplode nessun Millennium Bug. Il cambiamento arriverà e nemmeno troppo tardi, ma la capacità di adattamento ha sempre gli stessi tempi che descriveva Charles Darwin. L’essere umano si costringe quindi alla cancellazione del passato senza comprenderne pienamente il senso. Fu lo stesso antropologo britannico a dircelo secoli prima: non è la specie più intelligente a sopravvivere, ma quella più reattiva ai cambiamenti. Aveva ragione.

Quando entriamo negli anni Duemila abbiamo ancora la Lira, il Vhs, le Twin Towers e il Festivalbar.

Il decennio successivo ne parlerà come di nostalgici ricordi, ma negli anni Duemila è vietato fermarsi a rimpiangere: le regole sociali impongono da questo momento di guardare solo al futuro. Con impietosa irriconoscenza verso il passato.

Il primo Festivalbar degli anni Duemila viene vinto da due sorelle milanesi di grande talento. Prodotte da Claudio Cecchetto, autrici dei loro brani che guardano al futuro. Paola e Chiara con Vamos a bailar danno una svolta alla loro melodia. Sembrano già lontani i tempi del successo sanremese con Amici come prima. Sono passati solo tre anni, in cui hanno potuto perfezionare la loro versatilità artistica.
Il ritornello strizza l’occhio alla Spagna, ma il successo è mondiale: presto arrivano versioni in inglese che suggellano la popolarità delle cantanti. Il testo non è infatti il banale addio all’ex: si parla di una rinascita dopo un periodo oscuro che ha fatto sembrare impossibile ogni sogno.

È tempo di essere nuova immagine e libertà.

Così scopriremo la nostra identità. E saremo pronti a ogni cambiamento epocale.

Nessun brano avrebbe potuto essere più incisivo di questo a inizio millennio. Il ritmo latino, coniugato con la straordinaria sensualità di Paola e Chiara, crea il primo tormentone estivo del secolo (il migliore dal 1990 secondo i lettori di Sorrisi e Canzoni). Vince anche a Disco per l’estate. Diventa presto disco di Platino e spopola in tutto il mondo. A Sanremo, dove è stato escluso, vincono gli Avion Travel con Sentimento. Il decennio però darà poco spazio a certi esperimenti che colgono sempre impreparati all’inizio: il successo di Vamos a bailar legittima l’arrivo di altri brani in lingua spagnola. Dettando di fatto una moda. Tutti danzano sulle note del brano. E l’estate sarà sempre più quella dei ritmi e delle melodie della noche di Ibiza e Formentera. Nuove mete preferite dei viaggi italiani.

Anni Duemila: Vamos a bailar, e il passato è alle spalle 2
Bandiere americane sulle tombe a Ground Zero

L’Italia del calcio è nel caos ma vince i Mondiali. La società è divisa tra l’avversità alla politica americana e la compassione per le vittime di New York. Nell’incertezza di un mondo che non sa quale strada prendere, a fine decennio tutto sta cambiando. Piano piano si insediano i social network: annulleranno il neonato concetto di privacy, condizioneranno il Globo. Il mondo però li conosce per la prima volta usandoli come giocattoli. E si renderà conto troppo tardi di averne subito la prepotenza mediatica. Anche la tv cambia inesorabilmente.

La famiglia tipo diventa quella allargata dei Cesaroni. Se ne va Mike Bongiorno. Sparisce la tv dei ragazzi.

O meglio, scompare una generazione resa frettolosamente adulta con la nuova tecnologia. A chi si potrebbe più rivolgere l’aperto ottimismo di Tonio Cartonio se il suo pubblico ama chiudersi in se stesso guardando i cartoni animati su Sky o persino su You Tube? La socialità è messa a rischio, ma ancora non ci si rende conto. Ed è tutta una festa: Vamos a bailar!

Domani su Musica361, la nostra intervista a Paola Iezzi, che ci sorprenderà con una chiacchierata tra passato e presente!

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