Anche Madonna si ispirò al mio miglioramento sociale. Io a Sanremo? Vedremo…

Rettore: "Splendido splendente" invocava il miglioramento sociale
Rettore in concerto, foto di Marco Piraccini

Splendido splendente, 41 anni dopo. Secondo appuntamento dedicato al racconto dei tormentoni estivi. Ospite di oggi una cantautrice rivoluzionaria e stravolgente. Esordì negli anni ’70 aprendo i concerti di Lucio Dalla: “Ero una dilettante, feci tre date con lui”.

“Imprevedibile, ironica, simpatica. Ma sempre originale”. Con queste parole Anna Oxa in veste di co-conduttrice presentò a Sanremo ’94 Rettore. L’affascinante bionda, che preferisce farsi chiamare col solo cognome per distinguersi (“Ho varie omonime: una vicino a casa mia e qualche tempo fa mi arrivavano anche le sue multe”). Quell’anno Rettore era in gara con Di notte specialmente, che sarà ristampato in copie limitate come vinile colorato nei prossimi giorni. Altro segno di un miglioramento sociale in un mondo sempre meno romantico.

Nel 1979 sconvolse la musica con un brano cult, Splendido splendente,

grazie a cui divenne presto anche icona gay: “Non mi ha mai dato fastidio quell’etichetta, anzi. I gay sono geniali, si sanno divertire e per questo amano la mia musica”, commenta lei.

Rettore, quel brano segnò un momento di rottura rispetto a tutto il decennio di canzoni d’amore o di protesta sociale, inserendosi nell’elite dei successi estivi.

E’ quasi un’opera. Vittorio Salvetti tifava per me, ma mi ripeteva che era molto meglio Eroe, dell’anno prima. Diceva che con Splendido splendente mi trattenevo troppo. Fu uno dei primi pezzi italiani che si ballavano in discoteca: sulle prime note della canzone quando partiva l’urlo della gente mi meravigliavo ogni volta. Intrapresi la scia del cambiamento iniziato due anni prima con l’arrivo del punk e delle prime cantautrici.

Fu un rodaggio verso gli anni ’80.

Senza il tuo coraggio non ci sarebbero stati quegli anni e quei tormentoni successivi.

La parola tormentone però è stata spesso usata in maniera volgare, non mi piace. Certo gli anni ’80 furono un capolavoro: i Righeira con L’estate sta finendo furono fantastici, innovativi. Anzi, ora che ci penso…chissà che in futuro non si possa fare un album con Johnson Righeira!

Splendido splendente fu una rivoluzione nella rivoluzione. Perchè promuovere i ritocchi estetici alla fine di un decennio in cui la bellezza naturale aveva assunto tantissimo valore?

In realtà si affrontava qualcosa di più profondo: Splendido splendente invocava il miglioramento sociale, il cambiamento.

Ho sempre spinto su argomenti di bellezza e serenità: non ho mai cantato pene d’amore e brutture. Splendido splendente seguiva questa linea.

Sebbene oggi la società sia peggiorata…Evidentemente non sono riuscita a fare passare il concetto.

Esiste la bellezza?

La bellezza esiste negli occhi di chi la guarda, sosteneva Hume. Ognuno ha il suo canone: qualcun altro (Dostoevskij, ndr) diceva che la bellezza ci salverà. Quindi forse la bellezza esiste un po’ in tutti per salvarci.

Allora se la bellezza esiste solo in modo soggettivo e non assoluto, possiamo costruircela?

Di certo non con la chirurgia: non credo ai ringiovanimenti. Però possiamo tutti invecchiare con dignità, curandoci senza lasciarci andare, e questo è già importante.

Tu segnasti una grande novità, giocando sulla cura dell’immagine e dei costumi.

Non ero certo il prototipo di cantautrice con l’olio nei capelli e le scarpe rotte. L’artista nasce per il piacere di essere ascoltato e ammirato: mi piaceva cambiare le carte in tavola.

Ti imitarono in tantissime: ti sei mai chiesta che senso abbia la contraddizione di copiare un personaggio anticonformista come te?

L’ho sempre trovato inutile e controproducente.

Chi si ispira è un seguace e fa piacere. Chi copia invece è fastidioso perchè non mette la stessa anima.

L’ispirazione che ti diede più soddisfazione?

Madonna: tutto quello che avevo fatto io due anni prima lo riprendeva lei. Cose pazzesche: il cappello da cowboy, il vestito da generale RAF. Evidentemente mi conosceva, e avendo a disposizione più mezzi poteva ripetere in scena quello che le piaceva della rivoluzionaria Rettore.

Rettore: "Splendido splendente" invocava il miglioramento sociale 1
Rettore in concerto, foto di Marco Piraccini

La copia che ti irritò di più?

Un’artista italiana di cui all’inizio confondevano anche il nome: talvolta la presentavano come Rettore! Negli anni, però, ha trovato se stessa e la sua dimensione da grande artista. Lei però non ebbe tanti detrattori come me: tutti mi volevano in altro modo, io ero già abbastanza diversa. Non sono mai stata fatta per essere omologata alle altre.

I lettori avranno già capito di chi si parla…E’ ancora possibile inventare qualcosa di rivoluzionario oppure ormai è stato già fatto tutto?

Si può eccome, basta che lo lascino fare! Viviamo purtroppo in una società sempre maschilista. Quando l’anno scorso mi chiamarono per Ora o Mai Più pensai che la Rai finalmente fosse cambiata, più aperta. Io del resto non ero cambiata: nessuno è matto come me.

Si era parlato recentemente anche di un nuovo album, confermi?

Stava per uscire un disco ma per fortuna abbiamo tardato. Con il Covid si è azzerato tutto, e ci ha rimesso chi aveva un progetto appena uscito senza poterlo promuovere con i tour.

Il nuovo album vedrà una collaborazione con Pinuccio Pirazzoli,

con cui ho un rapporto catartico: quando ci vediamo qualcosa di buono esce sempre!

Sanremo 2021?

E’ ancora lontano: vedremo, non sono mai stata una cantante di Sanremo. Ma se si trattasse di un’edizione creata proprio per fare rinascere la discografia che è ormai defunta…

Gli anni Settanta e la rivoluzione dei valori: Splendido Splendente

Tormentoni estivi, gli anni Settanta
Donatella Rettore in concerto, foto di Marco Piraccini

Anni Settanta, che tormento! Se i decenni potessero raccontarsi a uno psicoanalista, gli anni Settanta sarebbero i pazienti più inquieti. Non esiste periodo più controverso, sovversivo, a tratti contraddittorio. Nella sua anima tanto polemica quanto romantica, divisa tra la paura degli anni di piombo, l’amore puro e la voglia di innovazione.

In mezzo ai colori psichedelici, i Caroselli e i simboli della pace, il decennio più contrastante sembra paradossalmente privo del tormentone estivo, quello nato per divertire e fare ballare. Invece c’è, confermandosi sconvolgente, sebbene si nasconda nell’immensa produzione di quegli anni.

Gli anni Settanta proseguono la rivoluzione del ’68, usando la musica come sponda per il cambiamento sociale in atto.

Da una parte arriva l’avanguardistico ed eterno Lucio Battisti. Di contro è il momento dei complessi formati da formidabili capelloni. Nonchè dei cantautori che amano schierarsi politicamente nell’illusione di cambiare il destino del mondo.

Sanremo, che nel frattempo trasloca al Teatro Ariston, vive anni di crisi. Rinuncia a cantautori come Dalla, Venditti, Vecchioni in virtù di canzoni d’amore destinate al dimenticatoio. Non è così per il Festivalbar e Un disco per l’estate. I brani romantici delle stagioni calde anni Settanta, appassionano su arie sognanti. Baglioni, Tozzi e Giacobbe guidano il gruppo degli apolitici passionali che diventeranno intramontabili.

Nel più bizzarro dei periodi storici, però, c’è un’altra corrente di cantautori pronta a trasformare il mondo musicale, aprendo la strada al decennio successivo. Cantautori dall’estro geniale e dal carattere internazionale. In grado di rovesciare il sistema dei valori sociali, esattamente in linea con il periodo più trasgressivo di sempre. Alla fine degli anni Settanta arriva sulla scena una ragazza di Castelfranco Veneto che rompe gli schemi. Si chiama Donatella, ma presto sarà nota con il solo cognome, che la situa al vertice dell’Università della musica: Rettore.

Tormentoni estivi, gli anni Settanta: arriva Rettore
Rettore in concerto, foto di Marco Piraccini

Look aggressivo. Capelli biondissimi. Sguardo magnetico.

Rettore conquista subito il pubblico con la sua voce decisa e sensuale. E col suo coraggio. Nell’estate 1979, dopo il successo di Eroe, la cantante si presenta al Festivalbar con Splendido splendente. Anticipa così i tempi con temi che saranno argomento di accesi dibattiti ancora 40 anni dopo. Gli anni Settanta forse non cambiano le sorti del mondo, ma trasformano la nostra cultura.

Anestetico perfetto, e avrai la faccia nuova grazie a un bisturi perfetto è un verso diretto e chiarissimo. Ancor più di Come sono si vedrà, uomo o donna senza età. La bellezza può essere in ogni forma. Non solo fisicamente. Tutti comprendono il senso di questa frase ambigua.

Nell’Italia anni Settanta che ha appena partecipato ai referendum su aborto e divorzio, è preferibile però glissare.

Rettore stravolge il mercato musicale. Senza timori si inventa un personaggio dirompente che vanterà tantissime imitazioni non dichiarate, e mai eleganti quanto l’originale.

Sembra di ascoltare uno spot pubblicitario ricco di slogan convincenti.

Con Rettore l’estate degli anni Settanta, dopo tante parole d’amore e politiche, riscopre in extremis di sapersi anche divertire. Il 1979 segna così una svolta epocale, lanciando una delle più amate e schiette interpreti che possiamo vantare.

Tormentoni estivi, gli anni Settanta: arriva Rettore 1
Colori psichedelici anni ’70

Rettore non è la sola novità degli anni Settanta, ma è la più sorprendente. E’ lei a fare rinascere il tormentone estivo con note e parole ridondanti, grazie a un accostamento di aggettivi che diventano l’uno rafforzativo dell’altro.

Splendido, dal latino splendidus, che indica ciò che è luminoso ed eccezionalmente magnifico, coglie maggiore vivacità nel suo participio presente splendente. Alzi la mano chi non ha affiancato almeno una volta le due parole. Magari aggiungendo un divertente quanto significativo Parappappapparà.

Il merito è di Rettore.

Nel 2019, in occasione dei 40 anni del successo, l’affascinante bionda ha inciso un singolo contenente 7 remix del brano, vera rivoluzione in termini musicali e di ideali.

Domani su Musica 361 l’intervista esclusiva a Rettore racconterà il secondo grande protagonista della nostra rubrica dedicata ai tormentoni estivi! Appuntamento da non perdere!

Dalla? Fenomenale. Che delusione dai Ricchi e Poveri…

Edoardo Vianello
Edoardo Vianello

Straordinario fantasista di emozioni da ballare. Lungimirante produttore.  Prima di cantare in romanesco successi come Semo gente de borgata, si inventa un modo sincopato di interpretare la spensieratezza e l’amore delle estati anni Sessanta. Edoardo Vianello è il primo vero creatore di tormentoni, tanto che gli vengono attribuite anche canzoni di quegli anni non sue: “Me le chiedevano tutti, le ho reincise qualche anno fa per creare più confusione”. Cominciamo quindi da lui il nostro ciclo di interviste sui successi estivi.

Il capello fu scritta nel ‘59 ma uscì solo nel ’61. Come mai?

I discografici non erano convinti. Non avendo il potere in quel momento imporre le mie idee, mi fidai di loro. Invece quando la incisi divenne anche il primo successo: il tema della gelosia è sempre attuale. C’è tutto in quella canzone: sembra il copione di un film.

C’era la volontà di lanciare qualche messaggio subliminale creando dei tormentoni?

No. Mi piaceva trovare, insieme a Carlo Rossi, degli slogan facilmente memorizzabili, ma senza pensare che potessero essere tormentoni. Ho sempre scritto per divertire, senza prendermi sul serio. Mi ispirò il modo ironico di fare musica di Modugno, che condivideva con me, Gianni Meccia e altri la canzone divertente.

Quei brani sono il simbolo di un decennio allegro: cos’erano gli anni Sessanta?

Anni spensierati: quel poco di più che si rimediava rendeva felici. Ogni piccolo progresso era una grande vittoria.

Oggi abbiamo tutto: se manca qualcosa ci si affanna. Mi piacerebbe rivivere quegli anni con lo stesso piacere di far ridere la gente e coinvolgerla. C’era una solidarietà diversa tra noi colleghi.

Mai avvertito un fastidio da parte dei cosiddetti cantautori poetici nei confronti di Edoardo Vianello?

Tanti mi guardavano con aria di sufficienza: non mi interessava. Il cantautorato mi ha sempre affascinato, anche per quello scrissi Oh mio Signore. Le canzoni romantiche, però, si possono fare in qualunque momento: io sono orgoglioso del mio genere, che rappresentò quel periodo.

Al Cantagiro ‘63 (I Watussi) portando con te i Flippers favoristi l’incontro tra Dalla e Paoli, che lo lanciò come cantante.

Una bella accoppiata: conobbi Lucio ancora strumentista, era fenomenale. C’era un’amicizia anche con Paoli, ma poi iniziò a tirarsela e ci allontanammo: non c’è motivo di darsi arie.

Qualcuno ti ha snobbato per poi imitarti…

Può darsi mi abbiano fatto il verso, ma sono anche contento se è servito loro per ottenere un successo. Solo uno però…

Come inventasti la marcatura delle consonanti?

Mio padre declamava le sue poesie scandendo le parole con un uso nuovo delle lettere. Questo mi influenzò inconsciamente.

Le mie canzoni sono sul filo del rasoio tra l’essere idiote e l’essere geniali: le rendo più importanti, facendo passare il genio.

Non posso credere che negli ultimi tempi nessuno abbia mai proposto un featuring estivo a Edoardo Vianello.

Talvolta qualcuno mi propone qualcosa, ma i provini mi deludono e quindi non li incoraggio. L’unico davvero interessante fu Brusco che, anni fa, citò Abbronzatissima.

Sarebbe stato bello vederti per la reunion dei Ricchi e Poveri, che lanciasti con Califano.

Sono rimasto deluso perché non siamo stati ricordati né io né il Califfo. Gli artisti dimenticano quando non fa più comodo: nel ’70 mi giocai ogni carta, anche a mio discapito, pur di portare a Sanremo (con La prima cosa bella, ndr) quei ragazzi in cui credevo tantissimo.

C’è qualcosa che non hai fatto finora e ti piacerebbe realizzare?

Mettendo serietà e onestà nel mio lavoro, ho sempre fatto tutto quello che desideravo. Vorrei svegliarmi con un’idea geniale, ma è inutile sognare un’altra mattinata di ispirazione quando è dal 1982 che sento dire che stanno tornando gli anni ’60. Perché affannarmi?

Per chi scriverebbe oggi un brano Edoardo Vianello?

Nessuno. Scrivere una canzone col rischio di sentirla rifiutare mi deprimerebbe. La partita di pallone infatti non fu proposta da me a Rita Pavone, ma da un’altra persona. I miei brani vanno cantati solo come li faccio io: detesto quando pensano di omaggiarmi e talvolta sbagliano anche gli accordi!

Edoardo Vianello e gli anni Sessanta

Il tormentone estivo 1
Spartito di I Watussi – C.Rossi, E. Vianello

Potremmo discutere per anni la tesi terrapiattista; interrogarci senza fine sulla nascita dell’Universo. Da una verità non si scappa: il tormentone estivo, in Italia, lo ha creato Edoardo Vianello.

Le sue canzoni che spopolarono negli anni Sessanta, rappresentano di fatto anche l’infanzia della generazione degli anni ’80, cresciuta coi film e le trasmissioni revival come Sapore di mare e Una rotonda sul mare. Edoardo Vianello ci ha insegnato a ballare almeno tre generi musicali.

Il primo grande successo, Il capello, viene lanciato agli inizi degli anni Sessanta a Studio Uno, in una serata di novembre. Di funebre, però, quel brano non ha proprio nulla e dà immediatamente l’impressione di debuttare nel periodo dell’anno sbagliato, lontano dalle spiagge.

A distanza di tempo ancora non è ben chiaro se davvero quel finimondo per un capello biondo che stava sul gilet fosse nato per un tradimento o per una gelosia eccessiva della consorte del protagonista. Probabilmente la canzone offre ancora a molti uomini fedigrafi la scusa di dichiararsi innocenti per un crine di cavallo uscito dal paltò.

D’altra parte quella è la risposta del geniale certificato rilasciato dal chimico citato nel brano. Di sicuro quel motivo, arrangiato da Bacalov, da subito diverte e appassiona, nel destino di diventare storia della nostra musica.

E’ così molto più facile per Edoardo Vianello imporsi nell’estate successiva con due grandi brani: Pinne fucile ed occhiali e uno dei lati B più famosi di sempre, Guarda come dondolo.

L’Italia scopre il twist.

..mentre l’altro brano, con il supporto di Ennio Morricone, che crea i suoni dell’acqua, diventa uno dei cha cha cha più simbolici dell’estate.

L’anno dopo, non contento, Vianello si ripresenta alla grande platea con altri due ineguagliabili testi: Abbronzatissima e I Watussi. Un brano che oggi, senza alcun dubbio, farebbe storcere più di un naso per quell’altissimi negri cantato con la massima ironia di cui il cantautore romano si è sempre confermato maestro.

Ecco arrivare in Italia anche l’Hully Gully.

Nel ’64 con Oh mio Signore, scritta con Mogol, Edoardo si attesta primo in classifica per due mesi con una canzone più impegnata, sebbene troppo spesso dimenticata. Del resto in quella stessa estate lancia Hully Gully e Tremarella e l’anno dopo è la volta di Il peperone. E’ più forte di lui: con l’estate si esalta il suo genio creativo che fa danzare tutti.

Brani tutti diversi e perfettamente distinguibili, sebbene accomunati da un grande denominatore che li trasforma in un unico successo traducibile in EdoardoVianello.

Negli anni in cui il cantautorato (soprattutto quello genovese) si tormenta con storie d’amore finite, talvolta impossibili e mai realizzate, lui diventa il protagonista della canzone spensierata, quella che fa ballare. Quella che, direbbe Voltaire, con la lettura rappresenta il divertimento che non potrà mai fare male al mondo.

Il tormentone estivo 3

In effetti nella canzone di Vianello nessuno si duole più di tanto. Tra baci appassionati a labbra salate, surf e raggi del sole che ustionano pelli pallide, vince la serenità dello stare insieme. Vivere il presente sotto l’ombrellone, per potere immaginare un futuro straordinario.

Tra telefoni S62, vecchi televisori CGE e orologi da muro rigorosamente Ericsson, negli oggetti degli anni Sessanta si scova sempre una musicassetta di Edoardo Vianello. Uno dei punti di orgoglio della nostra cultura, che talvolta finge di sottovalutarlo per riproporlo ogni estate.

Il genio di Vianello, divenuto quindi anche produttore di una etichetta discografica arriva poi a scovare tanti importanti artisti: Ricchi e Poveri, Minghi e un grande cantautore che lo avrebbe ringraziato pubblicamente anni dopo in un concerto al Palasport.

Chi sarà mai?

Uno che, da artista ad artista, gli chiese di lasciarlo libero dalle imposizioni della RCA, troppo rigida nelle scelte. Il personaggio in questione era un giovanissimo Renato Zero.

Per scoprirlo ci voleva un grande intuito. Quello di chi si inventò il tormentone in Italia. Domani, nell’intervista che pubblicheremo in esclusiva su Musica 361, Edoardo Vianello ci racconterà tanti aneddoti e curiosità. La prima estate dopo il lockdown è iniziata: ricominciamo dagli anni Sessanta e dalla loro proverbiale allegria.

Parte la rubrica dei tormentoni estivi

Tormentoni estivi: sei decenni in musica

Capire tu non puoi… Tu chiamali, se vuoi…tormentoni. Se Lucio Battisti avesse cantato una strofa come questa, gli avrebbero riso in faccia. In effetti la parola tormentone non nasce certamente come sinonimo di emozione.

Dal latino tormentum, derivato di torquere, si riferisce alla tortura e al martirio. Tutto sommato, in una società spesso masochista come la nostra, non sarebbe nemmeno così sorprendente la passione per qualcosa in grado di farci del male. Quel termine ha però oggi un significato completamente diverso. In fondo se, come diceva Montaigne, scrivere non provoca tormento, ma nasce dal tormento, il maggior disagio dovrebbe casomai essere vissuto da chi compone più che da chi consuma musica.

Ripetitivo. Ballabile. Orecchiabile.

Stiamo parlando del tormentone estivo. Non si sa bene se prima divertente o nauseante. Il tormentone musicale è per antonomasia quello estivo. Nel 1996 fummo bombardati da La Macarena, e da quel momento divenne inarrestabile il susseguirsi di balli importati dalla Spagna o dal Brasile.

Non sappiamo nemmeno noi cosa cantiamo talvolta, in quei testi dove si incastrano sempre a pennello parole come corazon, cabesa, bailar. Eppure sono diventati la tradizione irrinunciabile dei mesi caldi, proprio come le cover di successi natalizi a dicembre. Il tormentone testa la nostra pazienza, che in estate si adegua alla diffusa spensieratezza e non conosce limiti. Fino a diventare persino emozionante, rendendoci orgogliosi della nostra epoca.

E’ così che dalla fine degli anni ’90 abbiamo iniziato a chiederci quali saranno i brani che ci rimbomberanno nelle orecchie sulla spiaggia. Domandandoci anche quali ci avessero accompagnato precedentemente. Per scoprire, guarda un po’, che il tormentone estivo esiste dagli anni ’60.

Ricordiamo quando Edoardo Vianello faceva ballare con La tremarella e Piero Focaccia intonava Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare. E’ successo ben prima che i fratelli Vanzina e Jerry Calà trasformassero questo brano nel modo ironico che conosciamo.

Il tormentone ha quindi una storia antica, ma fino agli anni ’90 è stato chiamato semplicemente successo. Poi, da La Macarena in avanti, il termine ha scoperto la sua accezione positiva, e da quel momento è diventata una gara a chi lancia il tormentone dell’anno. Ora, fare il pezzo dell’estate, fosse anche l’unico successo di tutta la carriera, è diventato un onore. D’altronde, non c’è Sanremo che tenga, anche senza i rimpianti Festivalbar, Cantagiro, Disco per l’estate. I brani che segnano maggiormente il mercato musicale sono quelli cantati sotto l’ombrellone.

Associati a momenti allegri e dinamici, i successi estivi suonano la carica diventando colonna sonora della nostra vita, da godere, per un gioco del destino, senza tormentarsi. a volte si esprimono con messaggi subliminali che catturano attenzione e curiosità, altre volte con testi scritti senza la pretesa di insegnare qualcosa.

I tormentoni estivi non hanno regole: rappresentano la massima libertà musicale racchiudendo nostalgia, ricordi e speranze con melodie in grado di rimanere nel tempo.

Raccontarli tutti sarebbe impossibile, e francamente ingeneroso nei confronti di quelli che andremmo a dimenticare. Ne ricorderemo quindi uno per ogni decennio, a partire da quei favolosi anni ’60. Abbiamo scelto quelli che hanno cambiato il modo di fare musica e altresì di interpretare il mondo.

Quel mondo che ha mutato molto la forma ma non la sostanza. Ogni settimana, il giovedì e venerdì, con la rubrica “Tormentoni estivi” vi regaleremo anche un’intervista al protagonista raccontato. Il tormentone rappresenta quanto di più geniale e complesso si possa realizzare con le sette note. Forse qualcuno lo considererà ancora un genere da biasimare, ma la musica va vissuta a 360 gradi, anzi… 361. Capire tu non puoi. Tu chiamali se vuoi…tormentoni.

Appuntamento a giovedì 25 giugno su Musica361!

Oggi, 14 giugno, Francesco Guccini, inventore di emozioni e narratore della società, compie ottant’anni.

Il leader dei Nomadi racconta Francesco Guccini e il binomio più forte di sempre 1
I Nomadi

Di quell’immenso, colto, schietto, sarcastico cantautore che non si è mai risparmiato battaglie (e nemici), potremmo dire tante parole perdendoci tra retorica e immaginazione, con la sensazione di omettere sempre qualcosa di importante: stiamo parlando del grande Francesco Guccini.
Abbiamo deciso di farci raccontare il grande Maestro da uno di quelli che ha lavorato di più con lui, ovvero chi con il suo gruppo, ha saputo interpretarne meglio la filosofia restituendo al pubblico il più profondo significato di certi testi. Beppe Carletti, leader e fondatore dei Nomadi, è particolarmente orgoglioso di quella storica collaborazione: “E’ facile raccontare Guccini”, dice lui, “perché si può solo parlare bene”.

Beppe, il vostro percorso con Guccini è una fusione straordinaria, tanto che talvolta ci si confonde su quali siano le sue canzoni e quali dei Nomadi.
Sono tutte di Francesco, che ha permesso diventassero nostre. Lui ha creduto in noi e i Nomadi hanno creduto in questo poeta straordinario, mettendo sempre in primo piano i suoi pezzi, non certo confinandoli come lato B.

Quale la partenza?
Partimmo da Noi non ci saremo, quindi Dio è morto, Canzone per un’amica e tante altre. Lui scriveva, noi mettevamo la faccia.
Augusto, con quell’aria da santone, era l’interprete giusto per le canzoni di Francesco, fino a quando non decise di cantarle lui stesso.
Abbiamo sempre condiviso tanti modi di vivere la musica con Guccini, lontani dai riflettori: quando ci dissero che non saremmo mai andati in tv con Dio è morto dicemmo “Pazienza, non si vive di sola televisione”. Il piacere più grande è sempre stato potere suonare e andare sul palco, anche nelle balere.

Come avvenne il sodalizio artistico che consolidò anche il vostro messaggio?
Il nostro produttore era cresciuto a Modena con Francesco, che non conoscevo fino a quel momento. Ci diede una musicassetta con dei suoi brani: ci guardammo in faccia e capimmo che quei testi rappresentavano ciò che potevamo dire e raccontare.
Oggi è il suo compleanno e gli faccio infiniti auguri, ma la vita fece anche a noi un bellissimo regalo nell’incontro con lui: siamo stati fortunati.

Sei d’accordo sul fatto che i Nomadi siano stati il miglior veicolo tra la sua musica pionieristica e un pubblico disinteressato alla politica?
Penso di sì. Ci hanno sempre definito social-politici. Quando cantammo Dio è morto, fummo etichettati anche noi come gruppo di sinistra. Nel ’67, al Cantagiro a Catania, ci lanciavano i sassi. La gente non era preparata a quel linguaggio diretto. Augusto vedeva invece in quella canzone un manifesto.
Censurata dalla Rai e trasmessa da Radio Vaticana, Dio è morto era suonata persino da qualche campanile.

Francesco, in un’intervista a Red Ronnie disse che i Nomadi devono a Guccini quanto Guccini deve ai Nomadi. Quella sincerità mi fece molto piacere e la dimostrò più volte venendo ad ascoltarci nei nostri concerti.

Come definiresti la vostra unione artistica?
Credo che il nostro sia stato il binomio più forte di sempre, nato solo per cantare e non per creare dei tour come accade oggi. Facemmo solo un concerto insieme a Modena in una discoteca per registrare un disco (Album concerto, 1979, ndr).

Che persona è Francesco Guccini?
Un orso buono, colto da far paura, con un’ideologia ben precisa. Ogni volta che apre bocca c’è qualcosa di importante da memorizzare. Abbiamo passato tanti pomeriggi insieme per lavorare sulle partiture da adattare ai suoi testi.
Ci vedevamo a casa sua a Bologna oppure veniva lui a Novellara, dove andavo a prenderlo in stazione perché non aveva la patente. Un rapporto sano senza interessi particolari: una storia da ripetere completamente, anche con tutti i possibili errori che possono essere stati commessi.

C’è mai stato un brano che vi abbia proposto Francesco Guccini che avete ritenuto non opportuno fare?
Mai. Quando un poeta come lui ti dà una sua canzone, ti affida anche la scrittura nel momento in cui la interpreti. Alcuni brani quindi potevano appartenere solo alla sua storia e infatti non ce li ha nemmeno proposti.

L’attualità di testi come Auschwitz, Dio è morto, Noi non ci saremo, Primavera di Praga è la vittoria di quella musica o la sconfitta della società che continua a non cambiare?
In effetti mi meraviglio ancora della loro resistenza nel tempo. Del resto quelle canzoni rappresentavano qualcosa. Credo che mantengano validità e importanza anche perché non c’è nulla (musicalmente) che possa essere contrapposto.

Purtroppo non ci saranno più progetti come Francesco Guccini e i Nomadi. Venivamo da una cultura che ci fece apprezzare le cose belle. Le ricchezze oggi hanno chiuso gli occhi a tante persone, che si sono impoverite di valori. Noi portavamo avanti le nostre idee con le canzoni e con la pazienza di fare sacrifici. Era un’altra storia.

Cosa manca oggi?
Oggi manca il coraggio di fare battaglie vere, tutti cercano il successo immediato cantando in inglese o con un rap che dura due giorni e fa giri di parole assurdi per descrivere un concetto. Dio è morto in due secondi aveva già detto tutto.

Rousseau diceva che siamo tutti schiavi e vittime dell’amor proprio perché viviamo solo per far credere di aver vissuto. Questo periodo storico aiuterà a recuperare quella ricchezza di cui parlavi abbandonando le apparenze?
Temo che la gente si sia incattivita: speravo si tornasse alla normalità senza invidie, perché il virus è un dramma che non guarda in faccia nessuno. Mi ero illuso che andasse come negli anni ’50, quando c’era uno spirito di condivisione.

Mi sono riscoperto un puro sognatore. L’egoismo purtroppo non è scomparso,

Nel 2015 Guccini non volle che andaste a Sanremo con una sua canzone. Voi col Festival avete una storia particolare: nel 2006 vi tolsero la vittoria chiudendo il televoto proprio quando il pubblico stava votando per voi, che avevate cantato per ultimi…
Ci aveva dato un brano, Nomadi, che mi sarebbe piaciuto portare al Festival. Lui non è mai andato a Sanremo: ci pensò a lungo ma poi disse di no. Io, rispettosamente, risposi: “Tranquillo, non muore nessuno”. In fondo anche per noi Sanremo è sempre stata solo una parentesi.

Quali sono state le vostre partecipazioni al Festival di Sanremo?
Nel ’71 eravamo in coppia con Mal, e ci mandarono a casa la prima sera con una canzone (Non dimenticarti di me, ndr) troppo rockeggiante per la kermesse. Nell’anno 2006 (Dove si va, ndr) arrivammo secondi e andò come hai detto tu. E nel 2010 andammo in nome dell’amicizia con Zucchero che mi chiese se avessimo potuto accompagnare Irene ne Il mondo piange. Fu un’esperienza molto piacevole perché il brano era bello e non sentivamo la responsabilità di essere davanti a tutti.

A marzo è uscita Fuori la paura, una bella canzone di ottimismo e speranza: com’è nata?
E’ nato tutto in un clima di pura spontaneità. Quando alcuni giovani autori me l’hanno proposta mi ha subito convinto. Ci abbiamo lavorato sopra in quarantena, ognuno a casa sua, in poco tempo. Quando il 21 marzo ho chiamato Paolo Belli per coinvolgerlo era felicissimo. Mi ha detto che la proposta di cantare con noi era il regalo più bello che potesse ricevere nel giorno del suo compleanno.

Devolviamo i proventi all’Ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Non c’è nessuno scopo di lucro né di visibilità, ma solo quello di lanciare un bel messaggio.

Quest’estate sarete impegnati da subito nei primi concerti post Covid. Come mai questa scelta?
E’ stata una decisione ponderata per consentire di tornare a lavorare a tanti tecnici che sono stati i primi a risentire economicamente degli annullamenti dei concerti.
Noi musicisti ci siamo ridotti il cachet del 30% e l’11 luglio partiremo in un tour con lo stesso entusiasmo che avremmo in una piazza da ventimila persone.

Mancherà il sorriso delle persone nascosto dietro le mascherine, ma sarà una grande occasione per tornare sul palco a gridare la voglia di vivere al termine di un brutto periodo: c’è bisogno di questo!

Top