Io sono Marco Rettani e questo è il mio libro sui Nomadi

Collezionista d’arte, produttore discografico, autore di canzoni e anche scrittore: l’ultimo fortunato libro di Marco Rettani è quello in coppia a Beppe Carletti, fondatore superstite dei Nomadi, che ripercorre 55 anni di storia del gruppo tra aneddoti, curiosità, luci e ombre.

Io sono Marco Rettani e questo è il mio libro sui Nomadi
Marco Rettani, autore del libro “Questi sono i Nomadi e io sono Beppe Carletti” (Mondadori, 2018)

Arte, musica e letteratura tre professioni che ti qualificano: sapresti dare una classifica di questi interessi alla tua vita, ammesso che sia lecito?

«Sono elementi che fanno parte di un flusso che racconta la stessa storia. Sono figlio di un collezionista d’arte e da quando ho sfiorato l’era della ragione giro per mostre e frequento gallerie: quasi naturalmente, con i primi guadagni di una vita, ho dato inizio al collezionismo. Frequentando artisti è diventato poi naturale occuparsi e scrivere di arte. Quella è stata la matrice: scrivere poi di arte o di storie perché frequenti un ambiente artistico che te le ispira viene da sé: alla fine poi il mondo artistico è molto piccolo e si autofrequenta così come scrivere la biografia di Beppe Carletti dei Nomadi è stato naturale perché siamo prima di tutto molto amici».

Restiamo alla scrittura: in quale delle due dimensioni, autore e scrittore, ti senti di più a tuo agio oggi?

«Sono dimensioni diverse: scrivere un libro non è come scrivere canzoni e viceversa. In una canzone sei chiamato a sintetizzare in poche righe un racconto o una sensazione, con un libro devi essere iperdescrittivo per portare il lettore nel luogo dei fatti. Questo è il motivo per cui se sto scrivendo una storia o una biografia, non riesco a comporre canzoni: se ho la testa sulla stesura di un libro non riesco a dedicarmi ad un brano, devo scrivere in diversi momenti, altrimenti la scrittura “si inquina”. Dove mi trovo meglio? Scrivere strofe o ritornelli che poi senti passare in radio è una soddisfazione immensa e immediata oppure ascoltare una mia canzone cantata da 15.000 persone al Forum di Assago mi commuove ancora, non ci sono ancora abituato. Soddisfazione che non puoi avere invece da un libro, anche se dentro quel libro in realtà c’è molto più di te che in tre versi di canzone».

Riguardo il mestiere dell’autore 2.0 mi chiedo: non è alienante comporre un brano in maniera assolutamente dissociata tra più persone come accade oggi?

«Spesso posso permettermi anche di non farlo, ad esempio quando scrivo con le Deva con le quali c’è un’amicizia e anche uno scambio tale per cui nasca un pezzo da più mani e da una comunanza di pensiero e sentimenti. Sembra difficile da concepire che più usualmente invece esista chi si occupa solo delle strofe e chi dei ritornelli ma la maggior parte delle canzoni moderne sono frutto di queste partnership. D’altra parte non ha senso fare Don Chisciotte ispirandosi continuamente alle varie Generale di De Gregori quando il risultato è che la canzone non vende: occupandomi anche di produzioni discografiche ricordo sempre ai miei artisti, concretamente, che stiamo realizzando anche un prodotto che deve essere venduto».

Prima del libro sui Nomadi sei stato coinvolto nel disco Nomadi dentro (2017). Quale senti sia stato il tuo contributo più importante a questo disco?

«Il contributo più importante lo hanno dato loro a me! Scrivere canzoni contemporanee per le Deva è un conto, scriverle invece per i Nomadi dell’età contemporanea è altro. I Nomadi hanno un DNA che non hanno mai tradito da 55 anni: loro non dicono “Ti amo” ma “Ti porto a vivere”, non parlano di cieli e nuvole ma comunque cantano di sogni e misteri o di concetti tradizionali ma con altre parole. Scrivere con loro significa sedersi faccia a faccia con Beppe Carletti ed entrare in sintonia intuendo di persona come lui vuole che queste canzoni si ascoltino. Non sono testi standard e anche musicalmente non abbandonano mai quei suoni che li hanno accompagnati dagli anni 70, pur alla luce della tecnologia moderna. Sono sempre stati fedeli a se stessi sia negli strumenti che negli arrangiamenti. Beppe suona ancora la fisarmonica come pochi ancora oggi, un elemento che nella memoria collettiva si accomuna alle feste di piazza o alle balere, ambiente dove sono cresciuti i Nomadi. Da quelle balere in poi hanno scritto per loro Guccini, Lavezzi, per non parlare di Alberto Salerno con Io Vagabondo: sicuramente sono loro che hanno dato il contributo a me, più che io a loro (sorride)».

Restiamo ai Nomadi: come è avvenuta la stesura del libro Questi sono i Nomadi e io sono Beppe Carletti?

«Intanto siamo amici, quindi capita spesso di frequentarci e chiacchierare. Ovviamente per scrivere un libro bisogna darsi appuntamenti più disciplinati: comunque sia di fronte ad un piatto di pasta, nel salotto del suo studio a Milano o in compagnia di amici mi ha raccontato una vita disseminata di episodi, queste sono state le fonti del libro».

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Copertina del libro “Questi sono i Nomadi e io sono Beppe Carletti” (Mondadori, 2018)

Nel libro utilizzi l’espediente del ritorno in auto di Carletti dall’ennesimo concerto e la comparsa di Daolio come interlocutore per introdurre l’argomento: perché la scelta di questo espediente letterario rispetto ad una stesura più diretta e verace?

«Il libro non voleva essere una biografia, prodotto che poteva così risultare poco interessante. Mentre se letto come l’esperienza di Carletti che scende dal palco dell’ipotetico 5000esimo concerto nella consapevolezza che il mondo è cambiato e in 5 ore di macchina nel ritorno a Novellara si ritrova travolto dal nuovo mondo, ecco questa può diventare una chiave interessante. Mi piaceva l’idea di Beppe che si “collega” al suo amico Augusto Daolio, morto 26 anni fa quando ancora esistevano autografi e vinili, e al quale dice “qui si fanno i selfie”. In questo modo può ricordare quello che i Nomadi hanno vissuto dal 1992 ma anche quello che è stato il periodo con Daolio. In 55 anni tante sono state le tragedie, i successi, i ritorni, le eclissi: in questo modo il libro si può anche leggere per capitoli che riportano ad episodi, ad esempio la loro tournée americana o il primo Sanremo, passando per i momenti in cui qualcuno ha cercato di far sciogliere il gruppo o citando al contrario coloro che hanno contribuito a che i Nomadi ci siano ancora adesso».

Perché il questo titolo Questi sono i Nomadi e io sono Beppe Carletti?

«Carletti è tra i fondatori del gruppo insieme a Daolio ma dopo di lui il più anziano tra i componenti dei Nomadi oggi è entrato nel gruppo negli anni ‘80. Della formazione originale è rimasto solo Beppe. Una volta vidi Carletti alla fine di un concerto a Lugano presentare ad uno ad uno al pubblico i componenti della band e chiudendo il concerto anziché essere presentato a sua volta lui disse: “Questi sono i Nomadi e io sono Beppe Carletti”. Quell’espressione mi ha colpito molto. Inoltre nel libro si parla anche della vita di Carletti, che a sua volta parla dei vari componenti della “banda” come la chiama lui, una storia che persino gli attuali componenti della band non conoscevano a tutto tondo finora».

Cosa si scopre di Beppe Carletti e dei Nomadi di inedito e cosa aggiunge questo libro alla loro bibliografia?

«Molti libri sono compendi della loro storia ma non esistono libri che raccontano episodi della loro carriera e vita in questa maniera. Di inedito c’è quasi tutto: cosa è successo nella tournée americana quando andavano a fare baldoria per le strade di New York così come alcuni retroscena di altre manifestazioni come Un disco per l’estate o Il Cantagiro, svelando anche perché sono sempre stati un po’ “antipatici” a tutti, riuscendo sempre a sbagliare mossa. Un gruppo che nasce con Donna la prima donna, canzone che li porta alla ribalta seguita da Dio è morto, canzone subito censurata dalla Rai con la quale si danno la zappa sui piedi e la leggenda che Radio Vaticana non la censurasse o Canzone per un’amica (In morte di S.F.) che fu bannata quando, nel periodo del boom, era scomodo parlare di morte sulle autostrade. Un gruppo che oggi sbagliasse questi primi due passi sarebbe già nell’oblio. E invece poi sono tornati con Io Vagabondo, discreto successo nel 1972 ma poi passato nel dimenticatoio al punto da uscire dalle scalette dei loro concerti e poi, dopo la morte di Daolio ripescata col karaoke di Fiorello tornando ad essere dopo 20 anni un classico alla presenza di platee transgenerazionali di padri e figli, cosa ugualmente non scontata».

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Augusto Daolio, fondatore dei Nomadi

 Quale è stato l’aneddoto che non conoscevi e che ti ha emozionato di più?

«Il mio ricordo indelebile legato alla stesura di questo libro è il capitolo in cui Beppe racconta gli ultimi giorni di Daolio: eravamo in un ristorante, 4 persone in tutta la sala, compreso il cameriere che ci serviva e Beppe continuava a piangere commuovendoci tutti. Ha raccontato gli ultimi momenti di Augusto con una eleganza, una finezza e una partecipazione che solo un autentico amico fraterno può avere nonostante siano passati tanti anni. Mi emoziona ancora di più se considero le accuse che gli hanno mosso, cioè essersi appropriato del nome di Augusto dopo la sua morte per operazioni criticabili: al contrario, mi sento di dire che se Daolio oggi è un personaggio leggendario è perché Carletti non l’ha mai fatto scendere dal palco dei Nomadi in ogni esibizione. Mi ha toccato molto il fatto che Beppe abbia sofferto tantissimo queste critiche, persino da parte degli stessi familiari di Augusto. Probabilmente anche perché in un “piccolo mondo” come Novellara in Emilia le critiche pesano probabilmente ancora di più».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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