“Jimmy Page & Robert Plant”: un matrimonio, dai Led Zeppelin ad oggi

50 anni fa nascevano i Led Zeppelin, una delle band cardine della storia della musica, sancita dal “matrimonio” del chitarrista Jimmy Page e del cantante Robert Plant. Luca Garrò, giornalista e critico musicale, indaga nel suo ultimo libro “Page &Plant” il rapporto e l’alchimia tra i due musicisti dai Led Zeppelin ad oggi.

“Page & Plant”: un matrimonio, dai Led Zeppelin ad oggi
Robert Plant e Jimmy Page dal vivo a Chicago, 1977

50 anni di Led Zeppelin dal loro debutto: cosa rappresenta oggi la band, soprattutto per le nuove generazioni?

«Quando si parla di rock credo che pochissime altre band oltre ai Led Zeppelin abbiano saputo dare una precisa immagine di questa attitudine. Dal 1980 hanno lasciato un vuoto forse pari solo a quello che hanno lasciato i Beatles. Non a caso negli anni ’70 sono stati un faro, così come lo erano stati i Beatles per gli anni ’60: e proprio quando i Led Zeppelin superarono in classifica i Beatles, quell’evento segnò il passaggio di un’epoca, portando di fatto anche un nuovo modello di business. Oggi chi si autoproduce si ispira a modelli raccontati sui libri ma all’epoca era l’esperienza degli Zeppelin fu assolutamente inusuale: Jimmy Page è stato il primo ad essere perfettamente consapevole di tutto ciò che voleva ottenere in studio e dal vivo, dando inizio ad un nuovo tipo di ricerca ancora vivissima per chiunque faccia musica, dai Black Crowes ai Greeta Van Fleet».

Nel libro però non si parla esclusivamente di Led Zeppelin ma più propriamente di Jimmy Page e Robert Plant, rispettivamente chitarrista e cantante. Perché loro due?

«Fino al 1980 la coppia è indissolubilmente legata ai Led Zeppelin anche se, quando tratto quegli anni, la band rimane comunque sullo sfondo. Mi ha interessato indagare piuttosto dalla fine degli anni ’60 ad oggi un rapporto che, come tutti quelli delle più grandi copie compositive del secolo scorso, è prima di tutto umano e solo di conseguenza artistico. Un rapporto appunto che, anche dopo la fine dei Led Zeppelin, non si esaurisce: anzi la parte più gustosa del libro dagli anni ottanta in poi, ad oggi quella meno studiata, trattando argomenti di cui io stesso ho sempre sentito poco parlare, come i contenuti di canzoni non necessariamente hit o il sottovalutato progetto Coverdale-Page. Le grandi biografie sugli Zeppelin aggiungono veramente poco dopo gli anni ’80 perché non sono libri su Page e Plant: la coppia però dal ’90 al ’98 ha dato ancora tantissimo, se non come prima certamente più di quello che solitamente si vuol far passare».

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Robert Plant e Jimmy Page ad Amburgo nel 1973

Come definiresti il loro rapporto?

«“Matrimonio” è il termine utilizzato da entrambi durante diverse interviste. Un matrimonio costituito da una totale simbiosi: erano fusi al punto di esser indistinguibili, come potevano esserlo Lennon e McCartney. Page e Plant sono stati un unico nome per anni: e quando i due erano in simbiosi luci ed ombre erano perfettamente equilibrate nella musica dei Led Zeppelin. Poi questa simbiosi si è rotta inizialmente intorno al 1977, anno in cui la band comincia a tramontare prima ancora della fine ufficiale, proprio perché muta il rapporto tra Page e Plant. Lo si vede anche dalla discografia: Presence (1976) è un disco prevalentemente di Page e John Bonham, In through the out door (1979) più di Plant e John Paul Johnes, si riconoscono le anime. E quando si sciolgono anche quel nome si scinde, come testimoniato anche dalle rispettive carriere: Plant per diversi motivi negherà il mito degli Zeppelin; Page invece continuerà ad inseguire il fantasma della band, continuando a rimaneggiarne la discografia e tentando più volte di riformare il gruppo».

Sei riuscito ad intervistarli in occasione di questa pubblicazione?

«Page è un personaggio molto schivo, ha sempre rilasciato pochissime interviste e sempre con persone fidate. Soprattutto per quanto riguarda argomenti come l’esoterismo che teme possa essere banalizzato a livello di maghi, carte e candele. Ho provato a chiedere un’intervista più volte ma non ho mai avuto risposta. L’ho incontrato invece una volta casualmente sotto casa sua a Londra: quando è uscito dalla porta lo circondava un’aura magica come mi era capitato di avvertire solo con Bowie e pochi altri. Sono personalità che hanno qualcosa che va oltre l’essere star, si percepisce un’energia innata che ti oltrepassa, sensazione ancora più incredibile se pensi alla vita che ha fatto. Abbiamo chiacchierato un po’ di musica, è stato molto disponibile e cordiale: quei 20 minuti che abbiamo passato insieme sarebbero stati sufficienti a scrivere un articolo ma ho preferito tenere quel momento per me. Ho sfiorato Plant molte volte, l’ultima all’arena di Milano quando si è esibito con Ben Harper ma anche in quell’occasione saltò tutto. Ho conosciuto invece Jason Bonham quando è venuto in Italia con i Black Country Communion: mi piacerebbe invitarlo ad una presentazione del mio libro».

Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, dopo il disastroso evento al Vigorelli nel 1971 si scopre qualcosa?

«Quell’evento ha compromesso in maniera molto negativa il loro rapporto con il nostro paese: nel tour del 1980 arrivarono fino in Svizzera ma ci evitarono accuratamente e ancora per anni si sono rifiutati di venire in Italia, anche separatamente. Page fece per primo una comparsa come ospite al Pistoia Blues, mentre nel 1998 al Forum di Assago, l’ultima volta che Page e Plant si sono esibiti insieme, hanno suonare in quello che si può considerare il concerto mancato dei Led Zeppelin in Italia. Da allora solo Plant è quello che è tornato più spesso».

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“Jimmy Page & Robert Plant” di Luca Garrò (Hoepli, 2018)

Quale è stato il tuo lavoro sulle fonti del libro e che tipo di indagine hai svolto?

«La prima domanda è stata: cosa posso aggiungere io alla vicenda di musicisti di cui si parla da 50 anni? Non ho voluto scrivere un libro per i fan dei Led Zeppelin, che in quel senso forse sanno anche più di me, lasciando in secondo piano anche l’aspetto musicale e assecondando invece la mia deformazione professionale per la componente psicologica, indagando i rapporti umani e il perché di determinate azioni che hanno influito sulla vita e la carriera di queste persone.  Ho sempre amato le biografie ma non il gossip, prediligendo piuttosto vizi e follie o lasciando semplicemente parlare i fatti. Ad esempio riporto l’incontro di Page e Plant con William S. Burroughs, scrittore, saggista e pittore statunitense vicino al movimento della Beat Generation: dopo aver visto gli Zeppelin in concerto per la prima volta raccontò a Page quello che aveva visto e sentito, dandone una descrizione così profonda e ficcante che Page rimase sconvolto da quanto fosse riuscito a cogliere dentro la sua musica. Ho indagato questi ed altri episodi di cui ho sentito parlare ma che non ho mai trovato nei libri, intrecciando psicologia e curiosità nel tentativo di eviscerare qualcosa di inedito».

Restiamo alla psicologia: come descriveresti Jimmy Page?

«Per quanto il termine sia stato abusato lo definirei uno dei geni della musica popolare del Novecento, sicuramente dai primi anni ’60 al 1975: in quel periodo credo che nella musica non ci sia stato nessuno di paragonabile. Ho sempre amato il suo coraggio, è stato un innovatore che, proprio per questo motivo, ha sempre rischiato tantissimo. Fin da quando si mise alla ricerca di tre componenti per mettere insieme una band come gli Zeppelin, una visione incredibile che forse solo Hendrix ha avuto. Page è riuscito disseminare la sua anima in ogni assolo di quella musica esoterica, ha creato qualcosa che prima non esisteva e poi ha preso vita, è un atto magico: in questo senso Page è stato uno dei più grandi maghi del secolo scorso».

E Robert Plant?

«Non ti posso dire che anche lui sia un genio ma sicuramente è un puro secondo la filosofia hippie, tutt’oggi si definisce “un vecchio hippie”. È l’epigono di una determinata era che ha avuto il merito di portare nell’epoca moderna, l’eredità di Janis Joplin e della West Coast, del blues e di quella parte acida di San Francisco traghettandola dagli anni ’60 ai ’70: così come la stessa voce di Plant è quella che ha segnato gli anni ’70. Come autore è stato rivoluzionario introducendo tematiche fantasy ed esaltando la musica esoterica di Page: se abbiamo Tolkien nel 70% della musica metal anni ’80 è merito di Plant. A Plant, rispetto a Page, va riconosciuto il merito di aver continuato una ricerca che non è ancora finita. Anche se oggi non può più utilizzare la sua voce come un tempo in realtà non ha perso niente del fascino di 40 anni fa: non era la sola estensione il suo tratto distintivo. Credo potrebbe avere un finale di carriera come è stato per Johnny Cash. A parte icone come Mick Jagger e Freddie Mercury a sé stanti, sono esistiti altri animali da palco che a Plant si sono ispirati ma non certo che hanno fatto scuola come lui. Anzi come loro».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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