Fitness e musica nel lavoro di Barbara Capelli. Ma il sogno è una nuova televisione.

Barbara Capelli

Il fitness è il centro della vita di Barbara Capelli, personal trainer e istruttrice di kickboxing. La musica è un motore nel suo lavoro e nella sua vita. Ha scelto di collaborare con studi musicali professionali per dare ai propri clienti un’esperienza completa e la massima motivazione.

Qual è il tuo rapporto con la musica?

La musica è la mia colonna sonora da quando ero piccola. Sono cresciuta con una zia cantante soul, i miei genitori hanno sempre ascoltato la musica. Successivamente ho iniziato a fare danza. In questo momento, invece, ho portato nella kickboxing, sport di cui sono istruttrice, il mio gusto musicale attraverso alcuni CD che ho fatto con un mio amico dj. La musica che propongo ai miei allievi è studiata, anche in base al gradimento dei clienti. Non è musica che si sente comunemente in una palestra.

In che modo scegli le canzoni da proporre? Per emozione o per motivazione? 

Il criterio è sicuramente l’emozione. Mi vengono i brividi quando sento canzoni fatte bene. Conducendo un corso che fa sudare, un’arte marizale a tempo di musica, è ovvio che nel mood che propongo deve esserci un tipo di musica che aiuti a superare la fatica.

Non a caso nello sport agonistico, come la corsa, si dice che la musica sia considerata un doping. 

Si, è vero. La fatica si percepisce principalmente dalla testa. In realtà, la fatica vera arriva dal corpo e arriva sempre dopo rispetto a quella della testa. Se la testa è impegnata perché c’è una canzone che ti prende e il tuo istruttore è lì a motivarti, puoi superare i tuoi limiti. La musica è una “droga” positiva perché ti fa sprigionare endorfine e avere prestazioni migliori.

La tua figura professionale è vasta: oltre a istruttrice, sei modella e showgirl. Come riesci a far unire tutte queste facce del dado?

Penso che il momento storico mi abbia aiutata. Tante trasmissioni televisive e tante pubblicità prendono personaggi dello sport come testimonal. Forse perché dà l’idea di un benessere benevolo per corpo e mente. Quindi, il mondo dello spettacolo si sposa con gli sportivi. Io ho fatto l’inverso: sono nata come modella, poi ho fatto televisione, ma ho sempre praticato sport. Ora sono un’istruttrice e cerco di dare una figura diversa quando vado in televisione, portando argomenti che oggi sono coerenti: “Come faccio a rimettermi in in forma?”, “Qual è il giusto stile di vita?”, “Come faccio se non ho tempo?”. Tutti argomenti che possono essere interessanti da sviluppare in un talk.

Qual è il consiglio che suggerisci più spesso?

Il primo consiglio è di non farsi bloccare, a livello mentale, dagli impegni che ognuno ha e dalla stanchezza mentale che si percepisce. Se vuoi rimetterti in forma lo si puo fare anche con mezz’ora di tempo con le nuove sessioni di sport. È necessario decidere di prendere visione del proprio corpo e della mente. Lo dico perché sono anche Health Specialist e rimetto alla vita normale persone che hanno avuto traumi legati a malattie gravi e non sanno fino a che punto possono spingersi. La chiave sta solo nella voglia di rimettere in gioco l’agenda e di trovare quella mezzora di tempo per riprendere un allenamento, un regime più salutare.

È una questione di forza di volontà.

Esatto. Come la dieta: “La inizio lunedì prossimo”. Perchè non iniziarla subito. Sono quelle cose che una persona rimanda giustificandosi. Bastano un paio di scarpe o un costume da bagno. Oggi le palestre sono aperte prestissimo. È solo l’impatto iniziale che è complesso, ma quando vedi i risultati e ti senti meglio non riesci più a farne a meno.

Vista la tua motivazione, in questo momento cosa vorresti? Cosa stai perseguendo? 

In questo momento mi farebbe piacere tornare in tv con un talk che riporti il lato bello della televisione. Serve dello spessore che è venuto a mancare. Non è detto che lo dia io, ma magari gli ospiti di questo talk potrebbero dare un concetto migliore della tv in Italia. E poi continuare con il mio lavoro, che mi dà tante soddisfazioni.

Come mai desideri tanto la televisione che ha perso proprio quel senso di verità?

Scrivere articoli, una rubrica e avere un rapporto sui social lo sto già facendo. La televisione mi manca, me la porto dentro da quando ero piccolina perché l’ho fatta. Oggi, proprio perché la tv ha perso qualcosa, forse c’è spazio e voglia di vedere qualcosa di diverso. Questa è una sfida che mi piacerebbe vincere.

Un ritorno dedito alla qualità, una caratteristica che, secondo Antonella Arancio, si è persa nella musica italiana con il passare degli anni.

"Quel vuoto immenso" è il nuovo singolo di Antonella Arancio

Quel vuoto immenso” è il nuovo singolo scritto, composto e interpretato da Antonella Arancio per l’etichetta discografica indipendente Iced Not Music di Alessandro Gigli. La produzione artistica è di Cosmo Masiello, che ne ha curato anche gli arrangiamenti. Un ritorno musicale e mediatico di un’artista che negli anni 1994 e 1995 aveva riscosso consensi al Festival di Sanremo con i brani Ricordi del cuore (categoria Nuove proposte) Più di così (categoria Big) – entrambe prodotte da Franco Migliacci. Non scende ai compromessi della contemporaneità Antonella Arancio e punta a ridare slancio alla qualità, che, secondo lei, è diventato un fattore secondario nella nuova musica italiana.

Il tuo singolo “Quel vuoto immenso” segna un ritorno. Gli artisti che hanno già partecipato al Festival di Sanremo in passato e decidono di rimettersi in gioco hanno sempre obiettivi molto chiari. Cosa rappresenta questo momento per te?

Sono stati i tempi in cui siamo a farmi tornare. In passato era tutto più complesso. Oggi la maggior parte degli artisti si autoproduce, è più semplice arrivare al pubblico attraverso i social. Questo è stato un input maggiore. In questi anni ho continuato a fare musica, a presentare progetti al Festival di Sanremo. Ora ho deciso di ripropormi con un’etichetta indipendente.

Quindi la contemporaneità ha permesso una musica più libera? 

Assolutamente. Basta guardare i fenomeni che nascono da YouTube. Oggi puoi caricare il tuo brano, pubblicizzarlo, promuoverlo. La tecnologia ha migliorato il sistema, ma c’è anche molta freddezza e distacco, motivo per il quale sono molto legata alle vecchie maniere. È come andare a comprare un libro o comprare un disco, oggi non ci sono più le librerie ne i negozi di dischi. Hai una chiavetta, hai tutto digitale. Io sono per la carta. Ai miei tempi era bello quando usciva un disco e non vedevi l’ora di andarlo a comprare. Tutto ciò che era legato al mondo della musica prima era diverso. Non c’erano i reality, per ascoltare nuova buona musica dovevi aspettare il Festival di Sanremo. Insomma, ci sono lati positivi e negativi di questa evoluzione.

Si è persa meritocrazia? 

Si, sotto tutti gli aspetti. Anche la qualità musicale è cambiata. Una volta c’erano cantanti che sapevano cantare e ogni canzone che si faceva era un successo. Oggi accendi la radio e la musica sembra tutta uguale. Una volta non era così, ogni cantante aveva la propria personalità. C’erano artisti veri.

Il digitale ha cambiato soprattutto le tempistiche. La possibilità di produrre una canzone in poco tempo ha serrato i ritmi produttivi a discapito della qualità del prodotto, talvolta. 

C’è fretta di sfornare qualcosa. Hanno detto che il mio brano non c’entra nulla con la tendenza attuale e ne sono orgogliosa. Quando volevamo proporlo in radio mi hanno chiesto se fosse un brano estivo, un brano del momento. Oggi i compositori e gli autori mettono sul tavolino tutti i successi più importanti, prendono un po’ di questo, un po’ di quello e scrivono un brano. Come fare una minestra, una volta aggiungi una carota, poi aggiungi altro. I testi non hanno senso, mi spiace dirlo. Non mi sto riferendo specificatamente a un cantante. Le canzoni che ascolto non hanno un filo logico, non hanno una storia. “Mi serve una rima con rosa. Prosa. Anche se non c’entra niente fa rima, metticela”. È così.

Il tuo ritorno quindi vuole rilanciare l’ideale della qualità nella musica? 

Spero che questa tendenza musicale sia momentanea e che si torni alla bella musica.

Peraltro, il tuo brano si apre con “antologie di fiori e lacrime”. Aprire una canzone con la parola “antologie” è una scelta autoriale che presuppone di non colpire tutti coloro i quali non conoscono il significato di questa parola. Vuoi andare a cercare un tipo specifico di pubblico?

Alle spalle non ho molti dischi, ma sono opere che per me sono state molto importanti, scritte da grandi parolieri. Ne cito uno, Franco Migliacci, che sicuramente non potrebbe scrivere oggi. Purtroppo non abbiamo i parolieri di una volta. Questo verrà a mancare. Dobbiamo imparare dai grandi. Anche se alcune signore della musica italiana hanno cercato di adattarsi alle tendenze e sembrano ridicole. Se tu hai sempre fatto musica importante, di spessore e sei un grande interprete, non puoi cercare di fare a tutti i costi un pezzo reggaeton che non ti si addice. Lì l’artista, secondo me, sminuisce la propria personalità. Non si deve fare. Io non lo farò mai. Quando proposi il mio brano all’arrangiatore, mi disse se sapevo che fosse un pericolo fare un brano del genere. Poteva trasformarmelo, renderlo attuale e gli dissi che non se ne parlava proprio. A me non interessa stare nelle classifiche radiofoniche facendo qualcosa che non sia mio. Non sarei credibile. Non è una musica che potrei fare. Ho scritto questo brano in maniera semplice, ho trovato le giuste parole, magari ci sono tante metafore, ma non ho cercato la parola difficile per fare un prodotto difficile. Ho cercato di fare una bella canzone. Non è detto che piaccia a tutti, ma questo è soggettivo. Ho sentito tanti commenti positivi.

Di fronte alla situazione che hai dipinto, c’è qualche artista che ti stimola? 

Attualmente non c’è un artista in particolare che ascolto. Sono appassionata di musica celtica, medievale e irlandese. Stimo molti colleghi italiani, sono cresciuta con Fiorella Mannoia. La musica di oggi lasciamola fare ai rapper, che non hanno molto da dire. Coloro i quali hanno una bella penna devono attenersi alle proprie qualità artistiche.

 

Showgirl, influencer e sportivi si avvicinano sempre di più alla formula della canzone. Qual è il motivo? Cerchiamo di capirlo insieme a Ilenia De Sena.

Ilenia De Sena è un’aspirante giornalista sportiva ventenne che in occasione dei Mondiali di calcio 2018 ha deciso di pubblicare una traccia chiamatasi “Ciao Ciao Mondiale“. Un progetto canonico, più che una canzone, chiaramente volto, in maniera simpatica, ad allargare il proprio bacino di utenza tentando il tormentone. È come provare a vincere il jackpot con una monetina: nella peggiore delle ipotesi non si vince nulla, ma si è anche persa la moneta. Quindi, quali sono le ragioni che si celano dietro progettualità di questo tipo? Arte o visibilità? Ma soprattutto, se la qualità non è un punto centrale di un progetto, il rischio è quello di auto-screditarsi?

Ilenia De Sena: "La musica è un mezzo per farsi conoscere"

Il tuo personaggio mi ha colpito. Tu fai tanti mestieri: influencer, conduttrice, attrice. Qual è, allora, il tuo ruolo specifico nel mondo dello spettacolo? 

Il ruolo che ho adesso non è definito, perché devo trovare la mia strada. Il mio sogno sarebbe quello di diventare una giornalista sportiva. Credo che per trovare la propria strada sia necessario provarne altre senza escludere niente. Con l’evoluzione della tecnologia si è imparato a fare più cose contemporaneamente. È un vantaggio per le persone come me, che hanno sempre voglia di mettersi in gioco, che non si arrendono mai. Persone determinate. Il mio primo pensiero appena sveglia è leggere notizie di mercato, interessarmi di sport. Ho una passione sfrenata. Non mi ispiro a qualcuno in particolare, ma ho alcuni riferimenti. Seguo giornaliste come Giorgia Rossi, Monica Bertini, Eleonora Boi e Diletta Leotta, per poter diventare un giorno come loro o anche meglio, perché nella vita si può sempre migliorare e non bisogna mai fermarsi.

Oltre ai lavori che abbiamo elencato prima aggiungiamo, quindi, anche il giornalismo sportivo. Che formazione hai?

È un percorso che ho iniziato quando avevo 15 anni. Quest’anno ho lavorato a Radio Milan Inter, ho condotto un programma insieme a un giornalista per tutto il corso del campionato. Sono passata a Radio Montecarlo Sport. Ho seguito tanto le partite del Milan, anche se non sono milanista. Questo dimostra il mio lato sportivo: amo il calcio, quindi, anche se non si tratta di Juventus, mi piace guardare il bel gioco. Credo che bisogna rimanere sempre con i piedi per terra, per quello sto cercando di prendere una laurea. Studio economia e marketing in Bicocca a Milano.

In tutto questo, hai realizzato una canzone che si chiama “Ciao Ciao Mondiale”. È diventato comune per molti esponenti dello spettacolo pubblicare una traccia, anche per chi si occupa di sport. Come mai personaggi che non hanno legami con la musica decidono di fare una canzone?

Con la musica puoi divulgare un messaggio in maniera diretta e immediata. Come sappiamo tutti l’Italia non si è classificata ai Mondiali. Questo ha sconfortato un’intera nazione. Durante la Coppa del Mondo le famiglie si riuniscono, anche chi non segue il calcio inizia a guardarlo. Era un momento per stare insieme. Il motivo per cui ho fatto una canzone è principalmente questo, oltre a fondere la passione che ho per la musica e per lo sport.

Dopo aver ascoltato la canzone mi è tornato in mente Checco Zalone, quando aveva tentato il colpaccio, riuscito peraltro, con “Siamo una squadra fortissimi”. La grande differenza è che lui, oltre ad essere un grande comico, è anche un musicista. Tu hai messo mano sulla tua canzone oppure sei stata aiutata?

Sono stata aiutata e lo dico perché non sono una cantante professionista. La bellezza di questo brano è il concetto di “girl power”: la donna è messa al centro di questa canzone che parla di calcio, un argomento prettamente maschile. Si affronta il ruolo della donna, che è sempre più forte nella società. In questo caso una moglie segue il calcio e il marito non fa nulla. Il messaggio principale è una donna con sempre più potere all’interno del mondo.

Detta così, però, appare presuntuosa?

No, assolutamente. Non in modo presuntuoso. Visto che le donne hanno sempre subito una discriminazione rispetto all’uomo, in questo caso si è voluto mettere al centro la donna per dimostrare che capisce di calcio.

Quindi il fuorigioco sai spiegarlo benissimo.

Certo (ride).

La tua situazione è utile per capire quanto, in casi analoghi al tuo, si stia utilizzando la musica per divulgare un personaggio. Si cerca il tormentone estivo trattando argomenti sportivi. Pensi che sia un valore positivo nei confronti dell’arte o ne toglie il vero valore?

Mi metto dalla parte di chi fa musica, che studia e capisco che si senta discriminato. Se tutti possono fare musica, ma con basi totalmente diverse, è una discriminazione e questo lo capisco. Il mio intento non è quello di diventare una cantante, ma di raccontare, in maniera simpatica, che l’Italia non si è qualificata ai Mondiali. Quindi, è semplicemente un modo per tirare fuori un tormentone estivo, ma non è stato fatto per diventare una cantante, anche perché non ho mai studiato (musica, nda) e non è quello il mio obiettivo. La musica è un mezzo per farsi conoscere in maniera immediata.

“La musica è un mezzo per farsi conoscere”. Quello che hai detto è la verità. Sfatiamo il mito di chi si occupa di altro e poi si dedica alla musica. È giusto che qualcuno lo dica. 

Io l’ho fatto per quello. Mettendo la mia canzone a confronto con quella di un professionista si vede che sono cose completamente diverse. Penso che i cantanti non siano preoccupati dalla mia canzone, perché non intaccherebbe di sicuro il loro talento.

Per ora “Ciao Ciao Mondiale” è disponibile solo in formato audio. Uscirà anche il video?

Ci stiamo pensando. Non siamo ancora sicuri. Per ora no.

Da questa intervista sembra emergere sempre di più “la ricetta per il successo”. Che valore ha per te il successo?

Si, sicuramente. Il successo è un modo per ripagare tanti sforzi e sacrifici che vengono fatti e magari nessun’altro nota. Non perché sia io a volerli far notare, perché alla fine sono io che li faccio e ho il piacere di farli. Per mantenere il mio corso di studi e la mia carriera studio di notte, non dormo, mi porto i libri dietro. Mi nego le uscite e anche la mia vita privata ne risente. Il successo è la coronazione di tanto lavoro.

 

 

 

 

Il ritorno di Micaela nel panorama musicale italiano è avvenuto lo scorso 29 giugno con il singolo “3 volte niente”.

Micaela: "Bisogna capire quando una relazione è sbagliata"

Sembra ormai lontano il Festival di Sanremo 2011, quando l’esordiente Micaela si esibiva nei Giovani con il brano “Fuoco e cenere”, che arrivò a un passo dalla vittoria, anticipata solo da Raphael Gualazzi. Anni trascorsi a sperimentare e a suonare dal vivo, che le hanno permesso di incontrare due big delle produzioni musicali internazionali: Fabrizio Sotti (che ha collaborato con Tupac, Calvin Harris, Jennifer Lopez, ecc.) e Luca Pretolesi (il quale può vantare altrettante partnership con nomi importanti quali Major Lazer, Bruno Mars, Jovanotti). L’estate duemiladiciotto firma il suo ritorno con il singolo “3 volte niente“, che anticipa un album in produzione.

È un atteso ritorno. Quanto ti senti cambiata artisticamente dal Festival di Sanremo 2011 ad oggi?

Molto. Ho iniziato a 17 anni, ora ne ho 25 quindi sono cresciuta sia a livello umano, sia artisticamente. In questi anni ho sperimentato tantissimo, dando tanta importanza ai live, ma non tralasciando la scrittura. Mi sento molto cambiata, anche se mi vedo sempre la stessa, con lo stesso sogno nel cassetto.

Il progetto che hai in mano sembra molto importante: come ti sei ritrovata in America a incidere?

Le mie origini sono americane, perciò sono sempre andata negli Stati Uniti. Il console di Miami mi invitò per una serie di eventi e da quello nacque un tour in tutta la costa est. Ho conosciuto una persona, un agente immobiliare, che è un amico in comune di Fabrizio Sotti e mi ha consigliato di incontrarlo. Da quando ci siamo conosciuti ho capito che ci fosse voglia di fare musica insieme. Fabrizio ha delle idee geniali, poi è apprezzato in tutto il mondo e, tra l’altro, sarà in Italia all’Umbria Jazz a luglio. Ha voluto lavorare subito a “3 volte niente”, l’ha stravolta in positivo. Mi piace tanto il risultato finale al quale ha lavorato anche Luca Pretolesi, un altro nome importante nel settore a livello mondiale.

Senti il peso delle aspettative?

Non tanto, perchè ho sempre fatto musica che mi piaceva a prescindere. Mi fa piacere che il pubblico possa apprezzare le mie canzoni. Poi la musica è personale.

Il tuo nuovo singolo si chiama “3 volte niente” ed è dedicato alle relazioni che finiscono. Pensi che sia quel classico sfogo che avviene dopo qualche giorno dalla fine di una relazione importante oppure, a tuo parere, ci sono storie che non lasciano niente?

La canzone è un sfogo per dire: “Mi sono accorta che non fossi la persona adatta a me. Questo amore forte, questo colpo di fulmine, mi ha cambiata, ma continuo ad andare avanti”. Questo è il messaggio che ho voluto mandare, anche diretto alle donne. Ogni giorno se ne sentono tante, bisogna capire subito se la persona che si ha accanto non è quella giusta, anche se lascerà un segno indelebile nella nostra vita.

Quali sono i tuoi ascolti attuali?

Ascolto di tutto. Mi piace molto la radio e assistere ai concerti. Ogni volta che ce n’è uno qui a Roma mi ci fiondo come se non ci fosse un domani.  Ascolto anche trap, rap. Mi piacerebbe anche rappare, ma non è cosa mia (ride).

Quale è stato, allora, il tuo ultimo concerto?

Mi sono persa, purtroppo, i Pearl Jam, ma sono andata a Cremonini. Bellissimo.

Come vedi lo stato attuale della musica italiana, la quale ha avuto tante evoluzioni rispetto a quando hai iniziato il tuo percorso?

Quando ho fatto il Festival di Sanremo Facebook era usato pochissimo. Oggi è cambiato tutto. Si dice che la discografia sia stata rovinata, ma per l’artista è molto positivo avere un contatto diretto con il pubblico. Se io posto qualcosa su Facebook, YouTube o Instagram ho un riscontro attivo di ciò che ho prodotto.

Hai già vissuto da protagonista l’atmosfera del Festival, ma ti piacerebbe tornarci?

Certo, senza ombra di dubbio. Sto lavorando al mio album adesso, c’è in previsone l’uscita di qualcosa di nuovo. Il Festival di Sanremo è qualcosa che piace a tutti, non posso negare che tornerei volenteri. Poi “Ti lascio una canzone” (prima vera apparizione di Micaela) era proprio al Teatro Ariston, quindi per me sarebbe un ritorno a casa.

 

 

 

Un colonna sonora del nostro passato è, senza dubbio, “Hey Ya!” degli OutKast. Un successo internazionale e intergenerazionale.

Capita che con il passare del tempo alcune canzoni restino nella cultura popolare, nei dj set delle notti estive, nelle playlist dal mood festivo. Ciò è si nasconde dietro ad un successo che perora nel tempo non viene indagato, lo si accetta e basta, come un dogma. “Hey Ya!” è diventata più di una canzone degli OutKast. La parabola raccontata da diversi artisti, in cui le canzoni vengono donate al pubblico dopo essere state scritte o incise sembra calzare a pennello con questa traccia, che in tanti sentono propria.

Gli OutKast sono un duo statunitense, di stampo hip hop, composto da Andre 3000 e Big Boi. La coppia capisce dal liceo di avere la marcia giusta e sforna nei primi anni ’90 un singolo da disco d’oro: Player’s Ball. Da quella hit la valanga aveva appena iniziato a muoversi. Nel 1994 l’album di debutto Southernplayalisticadillacmuzik è disco di platino. Nel 2000, invece, è triplo platino il loro quarto disco Stankonia. L’apice viene raggiunto nel 2004, anno di uscita del singolo “Hey Ya!” , che sbanca qualsiasi premio, tra i quali, ai Billboard Awards dello stesso anno, il Best AlbumRap AlbumBest Album Artist e Best Duo/Group, mentre, ai Grammy Award, il Best Urban/Alternative Performance per il brano Hey Ya!,  Best Rap Album e Album of The Year.

Il brano continua ad essere suonato e riproposto anche in differenti versioni, che ne hanno alimentato la popolarità, garantendone un successo leggendario. Tra le cover da ricordare quella realizzata dai The Blanks per la serie televisiva Scrubs, episodio 15 dell’ottava stagione, durante i giorni dei protagonisti alle Bahamas per il matrimonio dell’inserviente.

Dopo il graffiante exploit il gruppo ha iniziato un lungo periodo di silenzio. A maggio del 2018, Andre 3000 è tornato sulle scene con l’EP “Look Ma No Hands“, composto da due tracce e pubblicato in occasione della Festa della Mamma.

 

Continua la lotta contro i bagarini online, ma non è ancora nata una piattaforma certificata che garantisca l’acquisto e la vendita di biglietti già comprati.

Secondary ticketing: un problema ancora irrisolto

Capita spesso di imbattersi in gruppi Facebook (fan club o eventi ) dove le persone che non possono andare a vedere un concerto, ma hanno già comprato il biglietto, si trovano nella situazione di doverli vendere.

“Vendo 2 biglietti per X il 20 luglio allo stadio Y, contattatemi in privato”.

Sicuramente c’è qualcuno che vuole approfittarsene, ma molte volte sono persone che hanno ricevuto il biglietto per regalo o, semplicemente, non possono andarci e vorrebbero cedere a terzi il proprio titolo allo stesso prezzo di vendita. Abbiamo provato a contattarne alcuni in privato e abbiamo capito che, procedere di persona in persona, è il modo migliore per trovare soluzioni senza accedere a siti che raddoppiano o quadruplicano i costi reali degli spettacoli. Una volta decisa la transazione (che avviene nei confronti di uno sconosciuto, per quanto PayPal possa venirci incontro) sorge una problematica: il nominativo. Quindi, sia il venditore che l’acquirente entrano nel seguente loop:

  • “Dammi un giorno che mi informo”
  • “Guarda che ho altre persone che stanno cercando il biglietto. Sei sicuro che ti interessa?”
  • “Si, ma ho bisogno di capire come cambiare il nominativo”
  • “Se vuoi ti invio una copia dei miei documenti”.

Eccetera, eccetera. Tutto risolvibile, come avevamo già scritto su Musica361, se le stesse grandi aziende di ticketing promuovessero una piattaforma sicura dedicata a queste esigenze degli utenti.

Oggi il secondary ticketing continua ad esistere, è calato, ma ha ancora mercato. È recente la notizia in cui la FIFA ha denunciato un famoso sito di rivendita di biglietti per violazione della legge sulla concorrenza sleale. Anche alla Scala di Milano, secondo il Corriere della Sera, sono stati licenziati alcuni dipendenti della biglietteria che avevano inserito sui siti di secondary ticketing biglietti a prezzi maggiorati. Sebbene contro questa piaga si stiano spendendo ingenti forze nel tentativo di contrastarla, sembra ancora tanto il lavoro che ci sia da fare. E a rimetterci sono, in primo luogo, i consumatori: chi non fa in tempo a comprare il biglietto di un concerto probabilmente non lo troverà e chi vorrà rivenderlo legalmente si troverà in grande difficoltà.

 

Qualcuno si ricorda di “In The Shadows” e di “The Reason”? Era il 2003/2004.

MusicAmarcord: The Rasmus e gli Hoobastank

Non ce ne vogliano i fan più accaniti, ma due caposaldi degli amarcord del 2000 sono stati i The Rasmus e gli Hoobastank. Sicuramente avranno continuato la propria carriera con nuove canzoni, ma per chi è ancorato ai ricordi musicali basta citare questi due nomi per far tornare il 2003, anno in cui uscivano rispettivamente “In The Shadows” e “The Reason”.

Negli anni 2000 l’alternative rock andava parecchio, ma nessuno si aspettava una band finlandese nelle casse delle radio del globo. I The Rasmus hanno registrato nel 2003 il loro album “Dead letters” dopo aver acquisito, ad inizio millennio, il “The” nel proprio nome, vista l’omonimia con il dj svedese Rasmus che minacciava di fare causa. E se per loro l’entrata negli anni doppio zero non è stata delle migliori, tre anni dopo, appunto, sfornano un successo mondiale. “In The Shadow” ha raggiunto le top 10 di svariati paesi, l’album ha ricevuto 8 dischi d’oro e 6 di platino per un totale di due milioni di copie.

Più esperti, ma soprattutto statunitensi, anche gli Hoobastank proponevano un alternative rock, con meno importanza alle chitarre rispetto ai colleghi finlandesi. La band nasce nel 1994. Sei anni dopo, nel 2000, realizza colonne sonore per film (Spider-man 2, Daredevil) e videogiochi (Halo 2). È nell’anno già citato che prendono piede con il loro successo: “The Reason” è il nome di un album che parte blando con l’uscita del primo singolo “Out of Control”. Ma il successo è dietro l’angolo e la title track diventa il tormentone estivo del 2004. Alta rotazione in tutte le radio e tv del mondo. Si esibiscono anche in Italia agli European Music Awards di Roma. Sbagliate a pensarli estinti, hanno continuato a fare dischi e a fine maggio 2018 è uscito il loro nuovo album “Push Pull”.

The Rasmus e Hoobastank sono due band che, dopo un successo globale, si sono ridimensionate e hanno continuato la loro gloriosa carriera. “Fare il tormentone” è una delle opportunità più difficili nella musica, non esiste la ricetta vincente, ma quando capita hai giocato l’asso. Comunque andrà la loro carriera, quelle canzoni sanciranno sempre un periodo storico. E voi, nel 2003, cosa stavate facendo mentre le ascoltavate?

 

Dopo il caso torinese c’è da chiedersi se l’arte di strada venga davvero rispettata nelle città in cui è permessa.

All'arte di strada mancano gli spazi, ma si tagliano gli orari

Di recente, a Torino, è stato proposto in Comune il sequestro degli strumenti musicali a chi suona per strada. Letta così sembra la folle idea di un dittatore, ma leggendo a fondo la notizia si scopre la realtà. Il regolamento torinese fisserebbe delle fasce orarie più corte (dalle 16 alle 18 e dalle 20 alle 21) nelle vie del centro, mentre lascerebbe maglie più larghe per le periferie (dalle 10 alle 22 con due ore consecutive di esibizione nello stesso posto). Chi sgarrerà potrà rischiare il sequestro della strumentazione. Fonte del dettaglio è il Corriere della Sera, che ha riportato anche le parole del sindaco Chiara Appendino sul regolamento: “Viene fatto proprio per garantire al meglio l’attività degli artisti conciliandola con la quiete dei residenti”.

Queste decisioni vengono prese a causa delle lamentele, sia dei residenti che degli esercizi commerciali. Sicuramente tra gli artisti di strada non si avrà sempre l’occasione di ascoltare Mozart o Springsteen, però è anche vero che l’arte porta benefici turistici proprio agli stessi esercizi commerciali. Quando si trovano centinaia di persone ad ascoltare un artista, queste si troveranno proprio di fronte ai negozi adiacenti allo spettacolo. E in quel caso gli esercenti si lamenterebbero lo stesso? Seguendo il ragionamento, quindi, il problema non sembrerebbe di orari, ma di spazi.

Il caso di Torino è importante per la proposta fatta dall’assessore ai giovani, Marco Giusta, il quale in sede comunale ha proposto un piano di riorganizzazione degli spazi delle esibizioni. Questa idea comprende, in caso di inottemperanza delle regole, il sequestro degli strumenti. Nella maggior parte delle città italiane gli artisti di strada non possiedono spazi definiti con precisione, i quali, invece, potrebbero diventare luoghi di aggreazione se specificati con una mappa.

Basti pensare a qualsiasi piazza famosa, con orari e spazi adibiti all’arte di strada, in cui il turista, l’appassionato e il passante potrebbero trovare, con ricorrenza, una diversa forma artistica a diversi orari della giornata. Ancor meglio sarebbe se la possibilità di usufruire di determinati spazi fosse prenotabile online, ma sappiamo quanta difficoltà ci sia ancora oggi per digitalizzare la burocrazia nella pubblica amministrazione. Questa utopia è un servizio che non esiste e che implica un investimento, nuovi posti di lavoro. L’Italia è un paese dove la cultura dovrebbe essere tra le priorità, considerando il nostro patrimonio storico-culturale. Se Torino sta almeno provando a trovare un giusto compromesso, a suo modo, perché non esiste un regolamento nazionale in merito? Perché in ogni regione bisogna essere soggetti ad ordinanze differenti?

Sono appena approdati in rete due nuovi servizi che puntano a cambiare il mercato dei nuovi media: Instagram TV (IGTV) e YouTube Music.

Rivoluzione sul web: arrivano IGTV e Youtube Music

Si è parlato molto del calo di contenuti su Youtube Italia e sulla perdita di freschezza delle piattaforme che hanno monopolizzato i nuovi media. Ma ecco che in un lampo l’estate duemiladiciotto si è accesa con due cambiamenti importanti: Instagram TV (IGTV) e YouTube Music.

La prima riporta in auge un termine anacronistico dei media, la TV. Il web si è posto da subito come lo “schermo alternativo”, altri lo hanno definito “la nuova televisione”, ma di fondo tutti i contenuti provenienti da internet hanno avuto, come minimo comun denominatore, un fattore di controtendenza a danno della televisione. La TV nelle nuove generazioni è ormai sinonimo di arretratezza, poiché pochi format delle reti pubbliche riescono a canalizzare l’attenzione di spettatori under 30. Eppure Instagram, dopo il grande successo delle stories e delle dirette, ha voluto dedicare uno spazio specifico dove pubblicare contenuti personali, il suo modo di intendere una tele-visione: rigorosamente in verticale e con la possibilità di registrare fino a un’ora di contenuti. Subito le webstar hanno iniziato a popolare la piattaforma, così anche i profili minori hanno colto l’occasione per diventare un nuovo “canale” d’intrattenimento. Funzionerà IGTV? Sarà un nuovo modo di estendere i “15 minuti di popolarità” di Warhol? Lo scopriremo. La mossa risulta sicuramente interessante, al fronte del massiccio utilizzo delle dirette da parte degli utenti. Musica361 è stata testimone diretta nella sala stampa Lucio Dalla, durante il Festival di Sanremo, della calca di colleghi giornalisti che hanno ormai canalizzato il proprio flusso sulle dirette live. Si sta facendo strada un nuovo modo di comunicare, a discapito, talvolta, della qualità.

La seconda novità, invece, coinvolge direttamente la musica. YouTube ha deciso di aprire ufficialmente il proprio servizio di streaming: YouTube Music. Quando si parla di questo colosso di proprietà Google le cifre in ballo sono importanti, sia per quanto riguarda la pecunia, sia per le visualizzazioni. Sarà forse un nuovo metodo per ristabilire un giusto valore nella battaglia contro il value gap? L’offerta è allettante, perchè, oltre alle canoniche playlist per mood, generi e ricerca, ci saranno anche disponibili cover e contenuti live esclusivi. Quindi, se YT Music vorrà provare a sfidare il colosso Spotify, dovrà puntare sia sugli utenti, ma soprattutto sugli artisti, riconoscendo loro introiti maggiori in base alle visualizzazioni. E Youtube ha già dalla sua parte tanti contenuti che Spotify non ha mai avuto. Quale sarà, quindi, la contromossa per cercare di non farsi minare il mercato? Anche questo sarà da valutare. La competizione è iniziata e adesso ce n’è davvero per tutti i gusti, bisogna solo scegliere bene.

“Pelle d’oca e lividi” è il nuovo lavoro di Gatto Panceri, il quale ha spiegato su Musica361 il lavoro meticoloso che ha svolto.

Gatto Panceri: "Sono orgoglioso del nuovo disco"

Gatto Panceri è tornato. Per le nuove generazioni è un nome nuovo, per chi, invece, ha avuto un la possibilità di vivere a pieno la musica italiana degli anni ’80/’90, lo ricorderà come un cantautore incisivo, capace, tra le tante canzoni scritte, di “cucire su misura” la celebre “Vivo per lei” per Andrea Bocelli e Giorgia. Il ritorno di Gatto è legato all’album “Pelle d’oca e lividi”, uscito lo scorso 25 maggio e prodotto dall’etichetta ‘Hit Rainbow’ di Roby Facchinetti, voce e anima dei Pooh, che ha speso recenti elogi su Panceri sulla sua pagina Facebook.

Quattro anni di duro lavoro alla ricerca di un nuovo album da “one man band”. Soddisfatto della riuscita?
Sì, la gestazione del lavoro è stata meticolosa, senza fretta proprio per consegnare alla stampa un lavoro che dal mio punto di vista fosse ineccepibile. Assodato che la perfezione in musica non esiste, devo dire che personalmente a ogni “play“ e di ogni singolo brano sono orgoglioso del risultato ottenuto. È il cd che sento più mio dei 12 pubblicati in carriera.

Quali sono le tracce del disco che hanno maggiormente inciso sul pubblico, quali, invece, quelle che, a suo parere, rimarranno più nascoste, per gli intenditori?
È presto per dirlo, non è passato neanche un mese dall’uscita. Dai primi consensi e dai commenti sui social di chi ha già acquistato il cd emerge però che il mio pubblico sta apprezzando tutto il lavoro. Naturalmente, i brani più di impatto arrivano subito: ma ho notato che vengono recepite dopo un po’ di ascolti anche le tracce in cui ho osato di più sperimentare.

Come verrà suonato il disco dal vivo?
Suonerò in concerto accompagnato da una band di 6 elementi: ma il calendario è attualmente in lavorazione, e non ho ancora date divulgabili. Il 23 giugno, alle 20.30, terrò un minilive gratuito al ‘Parco Dora Live’, a Torino, dopo un firmacopie del nuovo album. Al momento sono impegnato nella promozione radio, stampa e tv del cd. Da fine luglio a metà ottobre sarò in concerto in giro per l’Italia.

La musica è cambiata molto negli ultimi cinque anni. Al fronte della sua esperienza, qual è il suo pensiero sulla nuova distribuzione digitale? C’è meritocrazia o vince chi sponsorizza di più?
Naturalmente chi è più promosso è avvantaggiato: ma questo da sempre, e non solo nei canali digitali. Gli ultimi cd che personalmente ho acquistato li ho presi da iTunes, anche per evitare la scomodità di recarmi nei pochi negozi rimasti aperti. Innegabile che il futuro della musica in vendita sia da affidare sopratutto a internet.

Un album nel 2018 è una grande sfida. Il pubblico è ancora abituato ad ascoltare 19 tracce oppure ci si sta abituando a procedere per singoli?
Ormai quasi tutti procedono a singoli, che poi eventualmente raccolgono in un album. Ma un vero album è qualcosa che deve essere creato già dagli albori, per essere tale. Altrimenti, la si deve chiamare “raccolta“ di pezzi spaiati: o, alla vecchia, un “the best”. Ma io credo che ancora ci sia un pubblico che ama i concept album, lavori che si godono ascoltandoli nella loro interezza.

Nella musica di oggi c’è qualcosa che manca rispetto agli anni ’90?
Due periodi imparagonabili. Le produzioni pregiate e curate sicuramente oggi rispetto ad allora sono sempre meno. Oggi, la parola chiave in discografia è “low budget“ da quando le vendite sono crollate. Con sempre meno soldi e impegno i cd sono in genere miseri, e vuoti di sostanza vera. Mancano nuove leve che arrivino da utili gavette sudate, e studi musicali seri e approfonditi. Mancano produttori musicali che investano ancora il loro tempo su giovani davvero talentuosi, e non improvvisamente, e spesso casualmente, balzati fuori dai vari talent.

Qual è il prossimo obiettivo per Gatto Panceri? Sanremo 2019?
Il Festival mi ha dato tanto in passato, e quindi non escluderò mai, per coerenza e rispetto, la possibilità di ricalcarne il palcoscenico. Naturalmente, spero che questo cd continui a divulgarsi bene, e poi a fine anno si vedrà come procedere: sicuramente potrò pensare di candidarmi per Sanremo 2019, ma è ancora presto ora per deciderlo.

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