Oggi le chiamano “playlist”, ma le compilation avevano tutto un altro senso, erano raccolte fatte per durare nei decenni, fino a diventare amarcord.

MusicAmarcord: il valore scomparso delle compilation

Ti ricordi cosa significava dire qualcosa attraverso una raccolta di canzoni? L’imbarazzo di consegnare un CD o una cassetta con le nostre tracce preferite? Imbarazzo, sì, perché la musica racconta i tratti della nostra complessa personalità. Anche quando non vuoi. La compilation era un regalo sentito e intimo.

Ricordi quando si organizzava un lungo viaggio, qualcuno si occupava di raccogliere le canzoni per tutti e tirava fuori una di quelle raccolte con il nome scritto a pennarello? “Capodanno 2009”, ad esempio. Dischi che ritrovavi in macchina per caso anni dopo, persi tra un raccogli CD a forma di elefante e il libretto d’immatricolazione. Bastava la traccia uno ed era subito quel capodanno.

Ricordi, invece, quando c’era il Festivalbar, sinonimo dell’estate in arrivo? Sapevi già che tutte le canzoni di quell’anno le avresti trovate nella compilation. E la pubblicità l’avrebbe ricordato in rotazione. Anche se, a dirla tutta, quando si parlava di compilation e pubblicità non poteva non venire in mente “Hit Mania Dance”.

Oggi le compilation sono diventate playlist, ma sappiamo bene che non è la stessa cosa. Una playlist, per avere senso, deve essere mirata, targettizzata. Non contiene le bonus track impreviste. Una playlist la puoi linkare, la puoi inviare alla mail di qualcuno, non la lascerai mai nella vera cassetta della posta. Una playlist è una raccolta. Una compilation aveva un valore nascosto. Quando la musica non era così facilmente accessibile, avere un CD, o una cassetta, che contenesse la maggior parte delle canzoni del momento (o le proprie preferite) era un piacere difficile da descrivere. C’era una ricerca dietro. Quando la trovavi ti sentivi completo, almeno per quelle ore spese a consumarla. Persino la canzone da skippare aveva un senso, tranne per quell’amica che le skippava tutte ogni 30 secondi. Quindi, anche se è obsoleto, anche se è totalmente amarcord, ogni tanto ascolta ancora quella compilation nascosta nella tua auto. Toglile la polvere e non imbarazzarti. Perché lì dentro, tra una traccia e l’altra, ci sarà un breve momento di silenzio, occupato dai ricordi.

È uscito, a fine aprile, “In Bolla”, il primo disco ufficiale di Sonny Willa.

Sonny Willa, è un rapper ligure che ha riportato la tecnica e gli incastri nel suo nuovo disco “In bolla”, uscito per Platonica, etichetta diretta artisticamente da Zibba. Cercare di restare sulla cresta dell’onda, portandosi dietro un background da freestyler, non è facile, oggi che la trap ha standardizzato molto lo stile, ma Sonny, con i suoi testi sul filo tra ironia e cinismo, ha voluto dare un’interpretazione originale e diversa della realtà che ci circonda.

“In bolla” può essere definito un disco rap in un periodo trap?

Sono cresciuto con la wave rap e l’ho seguita, c’è anche la trap in questo disco. Ho i miei coinquilini di Milano che sono i più forti d’Italia a fare la trap, quindi ho preso ispirazione anche da loro. Sono cresciuto con il rap e il rock nelle orecchie. Faccio rap, ma ascolto di tutto, questo mi ha permesso di aprire la mente sui testi.

C’è anche molta ironia nell’album, un frangente che in Italia non è stato davvero approfondito nell’hip hop.

Il disco ha una linea fantozziana e tragicomica, fino ad espandere i problemi al punto da farli diventare ironici.

Pensi che sia davvero “in bolla” il tuo ultimo lavoro?

È la prima volta che un progetto mi viene così “in bolla”. Diciamo che è il mio vero primo progetto ufficiale. È come una prima volta.

Si può dire che questo è, a tutti gli effetti, un disco improntato per il live?

Bravo, te ne sei accorto, non se n’era ancora accorto nessuno. Il progetto si basa molto sul live e lo potremo portare ovunque, dalla strada ai festival. È un’occasione per stare in mezzo alle persone e dire al prossimo di essere felici nonostante i problemi della vita.

Quale traccia consiglieresti di ascoltare?

Ne ho tre da consigliare. A livello tecnico “Ronaldinho” è la più potente di tutte. “Frank” è il pezzo a cui sono più affezionato. La terza è “Nuvole”, che è una parte conscious e trap del disco, dove spiego di quando sono stato in carcere a Londra e ho avuto un paio di peripezie.

Come ti trovi a far parte del nuovo progetto di Platonica e con Zibba da produttore?

È una scommessa che stiamo facendo tutti quanti e che sta andando alla grande. Mi aspettavo un decimo dell’hype che gira intorno alla cosa. Tutto è ancora da vedere, siamo agli inizi della promozione, quindi vedremo come evolverà. C’è un grande team dietro a tutto questo. Con Zibba è stato il lavoro più veloce che abbia mai fatto. Siamo entrati in studio senza una canzone, dopo un quarto d’ora ne avevamo una. È un produttore rapido a costruire canzoni.

Abbiamo iniziato l’intervista accostadoti al rap. Il tuo disco è ricco di incastri e riporta molto alla tecnica. Pensi che in questo momento di evoluzione musicale e di ritorno al passato possa tornare anche l’old school rap?

Spero di no e sarà difficile. Credo che ci saranno altre evoluzioni di questo genere. L’ascoltatore medio oggi è adolescente. Loro non conoscono davvero la potenza del vecchio rap. Ciò che va in tendenza a volte non è sempre valido. Quindi è molto difficile ipotizzare un cambiamento verso la “old”. Anzi, il rischio è che peggiori la qualità. Il messaggio e i contenuti non vengono sempre recepiti dalle persone più acerbe.

Il Compact Disc è stato l’emblema della digitalizzazione della musica. Sebbene oggi sia un supporto ancora utilizzato, è impossibile non vedere il suo declino.

MusicAmarcord: il CD, la digitalizzazione e il suo reale declino

Il CD è stata una delle rivoluzioni tecnologiche che ha maggiormente inciso sulla storia e sul mercato della musica. Prima di questo, la musica si divideva in vinili e musicassette, il segnale era considerato analogico. Acronimo di Compact Disc, il CD è un disco in policarbonato trasparente, che contiene al suo interno un foglio sottile in alluminio. Nel momento in cui viene scritto, l’alluminio viene inciso con i dati dei brani convertiti in pits and lands (buchi e terre), i quali possono essere letti unicamente dalla tecnologia ottica dei lettori CD.

Il CD è stata la bandiera della musica digitale, del campionamento del suono. In parole semplici, un suono analogico, per essere registrato e riprodotto digitalmente, deve essere diviso in migliaia o milioni di piccolissime moli di dati, che possiamo idealizzare come dei puntini. Unendo tutti i puntini si ri-produce digitalmente un segnale suonato analogicamente. Questo ha cambiato tutto. Se il CD fosse stato un politico dei giorni nostri, le sue promesse elettoriali sarebbero state: mantenere almeno la stessa qualità del vinile, se non migliorarla; aumentare la portabilità e diminuire le dimensioni; avere una maggior capienza dei floppy disk. Tutto vero, non a caso l’industria si è completamente diretta sul CD, facendo scomparire dalla faccia della terra tanti giradischi. Inizia ad essere possibile riversare i brani sui propri personal computer e nasce la consapevolezza di poter avere una traccia liquida, singola, manipolabile. Concezione che porterà ai fenomeni dell’iPod, dei lettori mp3 e di eMule (con le relative conseguenze). Tutto il mercato ha dovuto adeguarsi al cambiamento (copertine, booklet, negozi di dischi, etc.).

Ma ad oggi, la terra bruciata che ha lasciato la pirateria, e la nuova natura in crescita data dallo streaming, hanno ridotto all’osso la vendita di un supporto che ormai è inutile. Il vinile si è preso la rivincita che gli spettava, è tornato ad essere un oggetto da collezione, una bandiera della musica ricercata. Non ce ne siamo ancora accorti, ma si sta esaurendo il senso del CD nella linea temporale della storia della musica. Ha dato tanto, ha cambiato il mondo, ma deve lasciare il posto al futuro.

Il nuovo disco di Post Malone è una nuova bandiera dell’uomo sulla luna. È un nuovo pianeta del sistema solare della musica.

News of the Week: Post Malone - beerbongs & bentleys

È il fenomeno dell’anno: Austin Richard Post, classe 1995, conosciuto nel giro come Post Malone. È lui la vera rivelazione. A dirla tutta, il suo nuovo album “beerbongs & bentleys” (le minuscole sono volute, nda), è la consacrazione dei successi che ha collezionato, come “Rockstar” e “Psycho“. La trap ha invaso il mondo, ma è lui il vero alieno (citando la Dark Polo Gang). Come Skrillex cambiò completamente il punto di vista della musica elettronica, Post Malone non è assolutamente trap. È forte al primo ascolto, attuale con la tendenza al “colpo di fulmine” ereditata dalla società con la nascita dello streaming. Lui stesso dichiara di non voler essere etichettato, fa bene, il suo genere è “Post Malone”, nessuno suona come lui. Se proprio volessimo fare i pignoli, l’unica corrente che unisce l’atmosfera chill all’hip hop è il cloud rap, ma è giusto lasciare libera la creatività di questo artista, lontana dalle gabbie dei generi musicali.

Il disco è a dir poco perfetto. Se qualcuno si fosse innamorato di Post Malone per tracce come quelle già citate, trova in beerbongs & bentleys altrettante perle, degne di qualsiasi rotazione musicale urban. Quando ci si trova di fronte ad opere del genere è difficile commentarle, perché sono pietre miliari che rimarranno come punti di svolta. D’ora in avanti ci sarà sicuramente qualcuno che tenterà di copiare lo stile di Post Malone ed è proprio da queste grandi influenze che la musica prende nuove strade. Il ruolo di artisti come lui è fondamentale per l’evoluzione. Ovunque andrà l’hip hop d’ora in avanti, guardandosi indietro troverà il checkpoint lasciato da Malone, come hanno già fatto altri, il più recente è stato Drake. Non è un caso aver avvicinato a lui la figura di Skrillex, perché da quando il produttore statunitense ha introdotto la dubstep, la ritmica della musica elettronica è stata stravolta. Tagliando corto, nelle varie evoluzioni, la dubstep è stata uno dei fattori che ha permesso la creazione della trap, che successivamente si è diramata anche in chill trap, fino ad arrivare alle grandi idee melodiche di Post Malone. Per tutte queste ragioni beerbongs & bentleys è un disco da avere nella propria libreria. È un punto di arrivo e di ri-partenza. Non ci si stanca mai di ascoltarlo.

All’interno del nuovo album sonorità moderne, che si fondono a tutta l’esperienza della lunga carriera del cantautore ligure.

Vittorio De Scalzi, "L'attesa" è il suo nuovo disco

L’attesa” è il titolo del ritorno discografico di Vittorio De Scalzi, dopo 50 anni di carriera. Un pezzo di storia della musica italiana con i New Trolls, un polistrumentista che ha deciso di creare un disco da solo, con le proprie mani, all’interno del proprio home studio. Nell’album è presente anche una dedica speciale a Pino Daniele.

Un nuovo disco, un nuovo capitolo di una lunga carriera. Cosa si deve aspettare chi si trova ad ascoltare per la prima volta “L’attesa”?

C’è da aspettarsi un sacco di nuova musica. L’anno scorso ho festeggiato 50 anni di carriera, non mi sono mai fermato.

In 50 anni la musica è cambiata radicalmente. In che modo si affronta, dopo tanta esperienza, l’uscita di una nuova opera in una nuova epoca, quella del digitale?

Basta non essere nostaglici e aver continuato a fare musica seguendo la sua evoluzione. C’è stato davvero un cambiamento radicale, e adesso si ritorna al vinile. Stiamo a guardare verso il passato proiettandoci verso il futuro. È necessario tutto questo, bisogna comuque guardarsi sempre indietro e indietro ci sono tutti gli insegnamenti per poter andare avanti. Questo nuovo album è molto speciale, ho raccolto ciò che avevo messo da parte da circa 10 anni, il tempo in cui sono mancato dalla discografia, pur avendo continuato a fare concerti sia con i New Trolls che in solitaria. In questi 10 anni ho messo via delle “pietrine” che avevo nel cassetto. Quando ho deciso di fare questo disco, che si chiama “L’attesa” proprio perché legato al tempo passato ad aspettare, ho trovato interessanti molte cose che avevo messo da parte. Queste sono riuscite a non passare nonostate il logorio del tempo. Naturalmente i suoni sono attuali, il disco l’ho fatto quest’anno e ho scoperto che certi modi di scrivere non sono mai passati di moda.

Parliamo dei testi. In 10 anni si cambia tanto affrontando le diverse peripezie della vita. In che modo ci si approccia a testi datati dieci anni? È molto difficile?

Intanto non tutti hanno dieci anni, ce ne sono alcuni di quest’anno, altri di due o cinque anni fa. “Ordinary Pain”, ad esempio, ha una decina d’anni, questo blues che ha come ospite Paolo Bonfanti, grande bluesman.

Invece sui suoni c’è stata una ricerca aderente al contesto contemporaneo. In che modo è stato lavorato questo disco dal punto di vista delle sonorità?

A parte il brano “L’attesa”, che è stato prodotto dal mio amico Zibba, e “Ordinary Pain”, il disco l’ho fatto tutto da solo. Io sono polistrumentista e ho suonato tutti gli strumenti nel mio home studio. Ho scelto le sonorità senza cercare di farmi influenzare da nessuno. Continuo ad ascoltare tanta musica, non solo quella del passato. Sono “onnivoro”, sono aperto a tutto quando la musica è fatta bene. Oggi è facile realizzare qualcosa che hai in testa grazie agli home studio, il problema è quando qualcuno vuole farlo senza avere le basi.

Una traccia molto importante del disco è “Pino”, la dedica a Pino Daniele, un blues malinconico. 

Pino Daniele l’ho conosciuto all’inizio della sua carriera, quando un nostro amico in comune, che era il suo manager di allora, mi disse: “Vieni che ti faccio sentire un ragazzo che fa il blues in napoletano”. Siamo andati in questo locale, Pino era un capellone, con la giacca di pelle con le frange lunghissime e mi colpì moltissimo. In quel momento ho conosciuto un personaggio che con la sua musica ha cambiato anche il mio modo di vedere le cose, per esempio non è detto che in futuro io non mi cimenti in un blues in genovese (ride). Quando mi sono trovato a suonare la canzone che gli ho dedicato, ho scelto i due strumenti tipici di Pino Daniele, che sono la chitarra classica e la chitarra elettrica. Il brano è una specie di dialogo continuo tra le due chitarre.

Tornando sul disco, come verrà portato live? 

In questo momento sono molto combattuto perché ho molti concerti con i New Trolls e vorrei portare in giro anche questo album. Farò quindi alcune date da solo e poi mi piacerebbe portare “L’attesta” nei teatri, con un quartetto. Il teatro è un posto dove la gente ti viene ad ascoltare più che a vedere.

 

 

Senza volere, eMule è stato uno dei più grandi vettori del cambiamento tecnologico ed economico di tutto il mercato musicale mondiale.

MusicAmarcord: eMule e l’esplosione della musica liquida

Ancor prima dell’arrivo di iTunes e di iPod nel 2003, una community di utenti che utilizzava un software di condivisione di file (modello peer to peer) chiamato eDonkey si ritrovò scontenta per il malfunzionamento della piattaforma. Così, tale Merkur, nickname del programmatore tedesco Hendrik Breitkeuz, decise di radunare alcuni programmatori per creare un nuovo software basato su eDonkey, che avesse molte più funzioni. Nasce in questo modo il progetto eMule, il 13 maggio del 2002, reso disponibile gratuitamente su SoundForge, solo per sistemi Windows, dal 7 luglio dello stesso anno. Nessuno avrebbe mai pensato che questa idea potesse cambiare per sempre il valore della musica.

Se prima soltanto i veri nerd si approcciavano allo scambio di dati via rete, con l’introduzione e la promozione di un servizio come iTunes il popolo accede alla consapevolezza di poter usufruire di internet per avere dei grandi benefici, ad esempio scaricare musica ad un costo minore. Il CD perde quota, l’iPod è la nuova mecca ed eMule coglie “involontariamente” questa opportunità. Si diffondono i lettori mp3, non tutti potevano permettersi il prodotto Apple, e la loro più grande forza era di funzionare esattamente come una chiavetta USB. È qui che l’utente capisce di non avere più bisogno di comprare la musica. Non c’è un filtro che fermi lo scambio tra persone di una proprietà immateriale come una manciata di dati. La musica, i film, i documenti, i software, insomma tutto ciò che è riconducibile a dei numeri perde valore. Tutto è reperibile, tutto può comunicare senza la necessità di spendere soldi all’infuori di una connessione internet. È un paradiso anarchico e fiscale, è la morte del capitalismo, ma anche del valore economico dell’arte.

Il 2000 è stato per molti versi l’inizio della rivoluzione tecnologica. Il popolo associò questa data alla venuta dell’Apocalisse, gli esperti di computer sapevano, invece, di essere nel posto giusto al momento giusto, di aver trovato il tesoro dei pirati. Allo stesso tempo abbiamo sacrificato molto, ci sono voluti più di 16 anni per avere servizi come Spotify e Netflix, che tutelino chi fa dell’arte un lavoro non facile da remunerare. Poi chi ha un grande successo avrà sempre un ritorno economico, esistono gli sponsor, ma quei 16 anni di mezzo hanno tolto la possibilità a tantissimi emergenti di raggiungere la cima. La crisi nera è finita da qualche anno, oggi si contano i successi d’oro e platino senza farsi bastare due mani, sembra dimenticato un periodo che ha fatto chiudere milioni di negozi di dischi. Ma anche questa è storia e va raccontata: un software, un mucchio di dati con alcune funzioni, ha distrutto il mercato musicale. E in risposta, un altro mucchio di dati ha generato lo streaming. Godiamoci cosa abbiamo ora, perché non sappiamo in che modo cambierà, ma sappiamo di aver sudato per averlo.

È uscito a fine aprile “Speak Your Mind”, il primo disco di Anne Marie. La cantante di Rockabye si conferma una vera popstar.

News of the Week: Anne Marie - Speak Your Mind

Il nome Anne Marie non è popolare a tutti, soprattutto in Italia, eppure lei è stata la protagonista dell’estate 2017. La hit “Rockabye” ha confermato il grande successo dei Clean Bandit e ha fatto conoscere al grande pubblico la cantante britannica, classe 1991, nata a Stanford-le-Hope (Essex). A fine aprile è uscito il suo disco, contenente questo successo e molti altri, come gli ultimi singoli “Friends” (ft. Marshmellow) e “2002”.

Speak Your Mind” non è altro che una versione estesa di tutti i singoli usciti dal 2016 a oggi, insieme ad alcune tracce inedite. Era necessario in questo momento della carriera Anne Marie, poichè le darà la spinta giusta per arrivare allo stesso livello delle colleghe Ariana Grande e Taylor Swift. La grande forza di questa cantante è di avere uno stile davvero originale, che non fa parte del canonico pop, tocca i ritmi latini senza entrarci direttamente. Il disco dà allegria, ti immerge nella sua realtà solare, esattamente come il modo di fare di Anne Marie. Persino in tracce introspettive come “Perfect” c’è sempre il lato positivo. Questo disco è per il bicchiere mezzo pieno.

Da “Rockabye”, appunto, è iniziato il percorso mainstream di Anne Marie, anticipato dall’uscita del singolo “Alarm” e succeduto da “Ciao Adios”, due canzoni fondamentali nel percorso di quest’artista. Un altro grande passo è stato diventare opening act ufficiale di tutto il “Divide tour” di Ed Sheeran, tanto da essere sul palco anche i prossimi 14-15-16-17 giugno alle quattro date del Wembley Stadium. E non sarà un caso che proprio l’artista che ha supportato Ed Sheeran si ritrova un disco perfetto tra le mani, lei è una voce precisa, dalle molteplici sfumature, il suo amico è il Re Mida del mercato musicale. Dietro questo progetto c’è anche molta sana strategia di marketing musicale: con la consapevolezza di avere in mano diverse possibili hit radiofoniche, prima di far uscire l’album è stata creata attesa rilasciando tante tracce come singoli. Scelta premiata guardando i numeri. Una volta creatasi una solida fan base è uscito “Speak Your Mind”, a sugellare due anni di lavoro e di crescita esponenziale.

Avvertenze: non ascoltare più di due volte al giorno, può seriamente compromettere qualsiasi altro interesse giornaliero.

Parachutes è il primo album dei Coldplay, che diede loro la possibilità di essere conosciuti in tutto il mondo grazie al singolo “Yellow”.

Revival Album: Coldplay - Parachutes

Siamo nel 2000. Un gruppo britannico dal nome Colplay ha rilasciato due EP, “Safety E.P.” e “The Blue Room”, con scarso successo. Ma nella musica basta un album per cambiarti la vita e scoprire la carte in tavola. Questo è il ruolo di “Parachutes” in questa storia.

Il 10 luglio del 2000 viene rilasciato il primo album dei Coldplay, che li incorona primi in classifica in Inghilterra. Da qui inizierà il successo mondiale della band inglese. Il britpop aveva spopolato (il nome Oasis vi dice qualcosa?), ma Parachutes non c’entrava nulla con tutto quello. Una voce acuta, quella di Chris Martin, squarciava le melodie acustiche con una morbida genilezza. Nessuna violenza nelle dinamiche degli arrangiamenti, anzi note molto lunghe e avvolgenti, a ricreare un ambiente sonoro ad alto contenuto emozionale. La dimensione acustica di Parachutes è distante dal pop odierno e dalla scelta che hanno fatto i Coldplay negli ultimi anni. Questo resta a tutti gli effetti un disco “suonato”, senza la grande componente di automazione elettronica che fa parte dei giorni nostri.

Perla rara di questo capolavoro è “Yellow”, insieme a canzoni come “Don’t Panic” o “Trouble”. “Yellow” fu la canzone che lanciò definitivamente il gruppo a livello mondiale . L’album restò per 13 settimane nella top ten inglese, dopo aver raggiunto la prima posizione. Oggi un disco come “Parachutes” rappresenta un periodo storico, fa sentire la marcata differenza rispetto alla quotidianità. Questo album fa parte ancora di quell’epoca in cui non c’era l’esigenza di avere una compilation di hit come LP. Quando una nuova opera usciva aveva una continuità globale e le tracce che non venivano selezionate come singoli avevano comunque il loro perché. Per questo, oltre ad essere una pietra milare, un disco del genere è senza tempo.

Ancora oggi una delle tracce più richieste ai Coldplay dai fan è “Yellow”. Facendo due rapidi conti, sono passati quasi 18 anni da quel lontano luglio 2000. Quando un album diventa maggiorenne, rimanendo così importante, non si può fare a meno che riascoltarlo in silenzio. Poi, applaudire con un sorriso, come giusto che sia. Questa è musica.

 

Dai primi anni ’60 all’inizio del 2000, le musicassette hanno permesso di ascoltare la musica ovunque nel mondo. Sono un pilastro nella storia della musica.

Music Amarcord: le musicassette a nastro
Photo by Simone Acquaroli on Unsplash

Le musicassette sono comparse nel 1963 e hanno continuato a vivere fino agli anni 2000, resistendo fino all’ultimo al progresso tecnologico. Il CD le ha leggermente scalfite, ma la musica liquida ne ha scritto la fine. Questi quarant’anni di musica veicolata attraverso un nastro fanno di loro un importante pezzo di storia.

Immesse nel mercato nel ’63, appunto, da Philips, le musicassette non sono altro che degli involucri di plastica contenti una quantità di nastro magnetico. Grazie ai primi modelli monofonici è stato possibile scrivere il lato A e il lato B, riproducibili capovolgendo la cassetta nel lettore. Il mercato musicale accedette a questa tecnologia nel ’65, quando iniziò la produzione di massa e le case discografiche iniziarono a distrubire i propri prodotti sia su vinile che su musicassetta. Grazie a strumenti come il Walkman di Sony , i lettori portatili e le autoradio, le audiocassette diventarono il primo motivo per il quale le persone decidettero di portarsi la musica per la strada. Ecco che la musica, dopo migliaia di anni, smise di avere una ritualità da concerto o da salotto e iniziò a diffondersi per le vie delle città. Basti pensare, ad esempio, alla cultura hip hop e ai b-boy che si incontravano nelle piazze per ballare a ritmo di musica.

La musicassetta, grazie a una tecnologia più semplice da sfruttare rispetto a quella del vinile, poteva essere incisa da tutti. Il fai-da-te è un altro dei vettori di esplosione di questo prodotto. Nascono le compilation regalate alle fidanzate, le canzoni estrapolate dalle radio. Si poteva registrare qualcosa e riascoltarlo. Il solito rovescio della medaglia porta ai primi passi della pirateria, ma soprattutto alla classica frase: “Se posso avere qualcosa gratis, perché devo pagarla?”, in linea con i recenti avvenimenti legati a Spotify. Musicassetta significava anche colori, personalizzazioni, feticcio del prodotto. Nasce un design della musicassetta e del lettore/registratore, che doveva rispettare almeno alcuni canoni estetici, se non avere la presunzione di essere avanguardista. La bobina di destra era dedicata al riavvolgimento del nastro, mentre quella di sinistra conteneva il nastro da svolgere. Una volta inserita la musicassetta in un lettore, la testina riceveva il segnale magnetico del nastro e traduceva il segnale elettrico in suono.

Non è un caso che la scomparsa di questa tecnologia sia dovuta all’ascesa della musica liquida, quella on-line. Oggi abbiamo a disposizione un’infinità di brani in un pochi istanti, è il paradiso. Quello che manca è il contatto con qualcosa, perché alla fine siamo umani e il tatto fa parte dei cinque sensi. Non possiamo più riavvolgere la nostra canzone preferita utilizzando la matita con la quale stiamo scrivendo. Chi l’ha vissuto, almeno, non lo dimentichi. Lo tenga negli amarcord.

 

Revamp & Resortation sono gli ultimi pezzi che comporranno la straordinaria discografia di Sir. Elton John, ormai all’ultimo tour in carriera.

News of the Week: Elton John - Revamp

Sembra impossibile, ma Sir. Elton John è al suo ultimo tour. Lui che ha fatto la storia del pop, delle canzoni d’amore. Lui che ha venduto più di 400 milioni di dischi, ha vinto sei Grammy Awards e un premio Oscar. Per questo Universal ha convocato alcuni dei migliori interpreti della scena per dare una nuova vita alle sue greatest hits. Tiny dancer, Can you feel the love tonight, Sorry seems to be the hardest world, Your song, e molte altre perle dell’artista britannico, cantate da celebri performer come i Coldplay, Ed Sheeran, Florence + The Machine, Lady Gaga, The Killers, Sam Smith e molti altri.

Si chiama Revamp il progetto di nuova “vestizione” dei successi di Elton John, un’operazione già apprezzata in tutto il mondo. Il cuore si basa sulle canzoni scritte in coppia con Bernie Taupin. Il loro sodalizio, coniugato ai nuovi stili musicali, propone interessanti punti di vista. Uscirà anche prossimamente una seconda versione country, chiamata Resortation.

Qualsiasi successo è un’opera d’arte come una scultura: bisogna stare attenti a replicare o a modificare, basta poco per sfociare nel banale o nell’esagerazione. Eppure la forza di Revamp sta proprio nello spaziare con nuove sonorità, inedite per l’epoca in cui sono state incise le canzoni che sono passate alla storia. Mentre molti artisti si sono limitati a raccolte rimasterizzate, quale migliore iniziativa per ricordare Elton John se non andando controcorrente, come il suo personaggio, icona del mondo gay, che ha dovuto resistere ai pregiudizi in un periodo storico sfavorevole per la comunità omosessuale.

Revamp racchiude tutto questo: pezzi di storia, diritti e amore, con un pizzico di nostalgia, quella che accompagnerà la fine del suo tour e della sua carriera.

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