“Talking tree”, il secondo singolo di Gabriele Muselli

Dopo il felice esito del talent milanese di San NoLo lo scorso anno e il primo singolo “Fade” Gabriele Muselli, 20 anni, lancia “Talking tree”. Progetti e riflessioni di un cantautore millennial nell’intervista per Musica361

Gabriele Muselli: “Talking tree”, il secondo singolo di un cantautore millennial
Gabriele Muselli

Gabriele, cosa significa essere un cantautore della generazione millennial?

«Per me significa voler mandare un messaggio senza usare whatsapp».

Quali sono le tue influenze o riferimenti musicali?

«Il mio gruppo preferito in assoluto sono i Twenty one pilots: spero di poter avere un futuro artistico con un seguito come il loro. Le altre influenze musicali sono tante: spazio dai Muse a Michael Bublè, da Ed Sheeran agli Slipknot».

Fade, il tuo primo successo, rivela una vena post-punk declinata con l’elettronica e un’interessante ispirazione lirica, soprattutto per la tua età. Come definiresti la tua musica?

«Per ora ho scritto solo quattro pezzi, quelli che formeranno il mio primo EP, a breve in uscita. Li definirei genuini, puri e ingenui».

Ho letto del tuo quaderno di appunti: generalmente come componi?

«Solitamente annoto frasi o testi che possano avere un’affinità o si prestino a giochi di parole, in seguito cerco di abbinarli a dei riff o giri di accordi che registro con il cellulare. Il 90% delle volte è un mezzo fallimento, se sono arrivato qui però è grazie a quel 10%! Ultimamente sto provando a constatare quanto possa cambiare il risultato invertendo le fasi della “catena di montaggio”».

Perché la scelta di cantare in inglese rispetto alla tua lingua?

«Non sono madrelingua però l’inglese é molto più musicale e universale, mi sento più libero di esprimermi senza preoccuparmi che alcune frasi possano risultare brutte o banali, come probabilmente risulterebbero se cantate in italiano. Non ho pregiudizi verso l’italiano, però riesco ad apprezzarlo solo nel rap o cantato da certi artisti, ad esempio Calcutta».

Hai dichiarato: “Le mie canzoni sono un aiuto ma anche una richiesta di aiuto”. Una richiesta di aiuto per salvarsi da cosa?

«Una richiesta d’aiuto per cambiare e migliorare certi aspetti della mia vita. Sono più che convinto di non essere l’unico a sentirmi “pieno di vuoto” pur avendo tanto dalla vita. Di certo la fama e i soldi non sono la soluzione a questo genere di problemi ma sono sicuro che condividere questo disagio con più persone possa aiutarmi a gestirlo meglio».

Hai dichiarato: “Non mi piace la deriva impersonale dei pezzi di oggi. Mi dispiace a volte restare deluso (da alcuni artisti)”. Questa “deriva impersonale” di cui parli, a tuo giudizio, dipende più dalla creatività degli artisti o da un mercato omologato?

«Dipende da diversi fattori. Senza sfociare nella filosofia intendo dire che la gente oggi sempre più spesso cerca il suo quarto d’ora di fama attraverso la musica. Non ritengo obbligatorio uscire dal Conservatorio per essere definiti musicisti, un vero artista deve saper comunicare con propri mezzi un messaggio. Il punto è che oggi, molti di coloro che fanno musica, comunicano alle mie orecchie messaggi “omologati”. E credo che in parte sia da attribuire ad un effetto collaterale della massificazione tecnologica. Non posso biasimarli comunque: quando ti rendi conto che chiunque può avere likes, views e di conseguenza soldi grazie ad un semplice pc vuoi dirmi che non ci proveresti anche tu? Inevitabilmente però questa disinvoltura influisce anche sui contenuti».

Sei ancora studente di belle arti: come ti vedi tra 10 anni e che responsabilità dai alla musica?

«Non ne ho la più pallida idea! Mi piacerebbe ovviamente avere un futuro nella musica ma se dovesse “andare male” continuerò a suonare comunque, con la consapevolezza di aver provato a combinare qualcosa di troppo grande rispetto alle aspettative di un ragazzo di provincia. La musica farà sempre e comunque parte della mia vita: “I’ll find my way through night and day”».

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Copertina del singolo “Talking Tree”

Il tuo ultimo singolo è Talking tree: c’è un legame con Fade?

«Nessun legame voluto a parte il fatto di esserne io l’autore. Fade parla di problemi esistenziali e domande che non avranno risposta, Talking Tree è la storia di mio padre in un periodo della sua vita».

Come è nata Talking Tree?

«Stavo chiacchierando con mio padre e lui mi raccontò del periodo in cui mia nonna (sua madre) era ricoverata in ospedale, prima che ci lasciasse. Mi confessò che era talmente solo in quel periodo che, per sfogarsi e non essere giudicato, parlava ad un albero imponente vicino all’ospedale, lo vedeva come una persona anziana con grandi orecchie disposta ad ascoltarlo senza proferire parola: gli parlò di sua madre, del lavoro e anche di me. Era talmente preso dal suo racconto che mi colpì molto questa vicenda: mi diede abbastanza spunti per scrivere una canzone, quando arrivai a casa misi in rima tutto quello che mi aveva detto. Poi ho “solo” finito il tutto, che è sempre la parte più difficile».

Forse è ancora presto ma mi incuriosisce sapere se senti che la tua dimensione ideale sia più su un palco o in una stanza a comporre.

«Hai ragione, è troppo preso per saperlo. Suonare ciò che ho scritto e sentirlo cantare anche solo da un amico nel pubblico è sicuramente una sensazione magnifica. Magari in futuro scriverò canzoni per gli altri o la musica diventerà solo un passatempo. Oppure, me lo auguro, diventerò una star internazionale! Chi vivrà vedrà!»

Talking tree (2018)

https://www.youtube.com/watch?v=1MnRuaIcJKc

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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