“Rock and Resilienza”: la filosofia rock di Paola Maugeri

WikiPaola, La signora del Rock o semplicemente Paola Maugeri: 50 anni magnificamente portati, una carriera trentennale nel giornalismo musicale e un recente successo editoriale che dal 16 ottobre sarà anche uno spettacolo prodotto dal Teatro Menotti: ladies and gentlemen, “Rock And Resilienza”.

“Rock and Resilienza”: la filosofia rock di Paola Maugeri
Paola Maugeri fotgrafata da Cosimo Buccolieri

Rock And Resilienza, tuo ultimo libro pubblicato da qualche mese è alla sua 5° ristampa e continua ad avere un crescente successo, al punto che il prossimo martedì 16 ottobre debutterà al Menotti un tuo omonimo spettacolo. Da cosa credi dipenda questo successo?

«Forse dal fatto che nel mio libro celebro la musica come la più alta forma d’arte del creato. Torquato Tasso diceva che la musica è l’unica forma d’arte attraverso la quale l’anima torna al cielo e per me non esiste nulla di più evidente. La musica fa battere il cuore, in una parola sa emozionare: credo che questo libro sia amato perché fondamentalmente emoziona, ciò di cui hanno bisogno le persone, soprattutto quelle che amano emozionarsi attraverso la musica».

Dal punto di vista privilegiato del tuo mestiere, che valore senti attribuire socialmente alla musica oggi?

«Una delle scintille da cui è nato questo libro è stato constatare sempre più che la musica ultimamente continua ad essere privata del suo autentico valore proprio perché onnipresente, dai centri commerciali fino alle cabine degli aerei: se di una qualsiasi cosa ce n’è in abbondanza si smette di desiderarla ma soprattutto di rispettarla ed è quello che sempre più socialmente sta accadendo alla musica. Nel momento in cui il prodotto dell’arte di un musicista diventa un codice numerico chiamato file nelle mani di chiunque la musica è finita, perché non è più materica ma inesistente…e come si fa a dare valore a qualcosa che non esiste? Forse perché oggi ci si accontenta di immaginare, non a caso oggi è tutto sexting ma sono convinta che la musica, per essere apprezzata, debba essere ancora toccata. Io tutte le mattine col mio programma radiofonico, il mio libro e adesso con questo spettacolo porto avanti la mia personalissima battaglia nei confronti dell’algoritmo, faccio la mia parte».

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Paola Maugeri, fotografata da Giovanni Gastel per la copertina del libro “Rock and Resilienza”

Come ricordi “la prima volta”, l’evento o la canzone che ti ha aperto la porta al mondo della musica?

«La mia folgorazione si chiama Miles Davis. Fu una sorta di epifania: era il 1978, avevo 9 anni e vivevo a Catania, mio fratello stava guardando un film francese, io sono entrata nella stanza e ho detto “chi è in grado di comporre una musica così bella?” A 9 anni si sogna, che so, di andare sulla luna e io invece da quel momento sognavo di intervistare Miles Davis. “E che mestiere è intervistare Miles Davis?” si chiedevano i Miei sperando che quel pensiero prima o poi svanisse così come era venuto. E invece, anche se Miles Davis non l’ho mai intervistato, occuparmi di musica sublime è diventato proprio il mio mestiere. Dopo Miles è arrivato il rock: la prima volta che ho ascoltato Pale Blue Eyes dei Velvet Underground è stato come se una porta mi si fosse spalancata sull’incredibile».

Nello spettacolo parlerai di alcuni dei 1300 artisti che hai intervistato fino ad ora. Insieme a Miles Davis purtroppo però manca alla tua lista anche un altro dei tuoi miti, John Lennon, che avrebbe compiuto proprio lo scorso martedì 9 ottobre 78 anni. Quale è la domanda che tra tutte avresti voluto porre a Lennon se avessi potuto intervistarlo oggi?

«Credo che gli avrei chiesto se avesse avuto voglia di diventare Ministro della pace. La sua visione del mondo, il suo “sentire” è da sempre illuminante e per me oggi è quanto mai necessaria una figura spirituale intesa nell’accezione più nobile del termine, proprio come la sua. Si tratta di una persona che è stata capace di creare una bellezza come A day in the life, non è qualcosa che si può dare per scontato: quando riesci anche solo a immaginare una canzone del genere vuol dire che hai una capacità di percepire, una visione unica che gli altri non hanno. Uno che in tempo di guerra ha saputo parlare di pace meriterebbe un ruolo come ministro della pace. E poi sarebbe fichissimo vestito di bianco, non te lo vedi? (sorride

Resilienza: “Capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi”. A parità di chi non riesce a superare momenti difficili, come molte rockstar purtroppo mancate, diresti che si nasce o si diventa resilienti?

«Esistono resilienti di tutta una vita e resilienti di porzioni di vita: per molte persone quel continuo tentare può essere anche controproducente. Quello che conta è essere vivi per poter raccontare quello che si è provato. Nel mio libro porto l’esempio di Scott Weiland, cantante degli Stone Temple Pilots e uomo che ho amato moltissimo: lui ha provato un’infinità di volte a tirarsi fuori dalla dipendenza nella quale era caduto e alla fine ha ceduto. Però era un resiliente perché era un ragazzo di strada riuscito a manifestare il suo talento. Bisogna anche soffermarsi ad analizzare ogni caso senza banalizzare. Patti Smith mi ha detto una volta “siamo tutti resilienti” ed è vero: certo poi bisogna vedere cosa ciascuno riesce a ottenere dalla propria resilienza».

Premesso che avere successo non è un mestiere, oggi la musica rock è percepita dal grande pubblico più come cultura o intrattenimento?

«Assolutamente come intrattenimento, per questo ho ingaggiato la mia personale lotta culturale. Sono convinta che il rock debba diventare cultura, messaggio che sto cercando di diffondere cavalcando lo straordinario successo di “Rock and Resilienza”: si deve continuare a credere che possiamo cambiare il mondo seguendo anche esempi di rockstar che sono state e sono prima di tutto persone, non semidei, che ci hanno dimostrato che è possibile, anzi fondamentale».

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Paola Maugeri al Teatro Menotti con “Rock And Resilienza” in prima nazionale dal 16 ottobre

Come è nata l’idea dello spettacolo al Menotti definito da Emilio Russo “un viaggio interiore”?

«Un amico mi ha fatto conoscere Emilio Russo sostenendo che il mio libro dovesse diventare uno spettacolo, così ci siamo incontrati. Sai quando vai a quegli appuntamenti con la sensazione che la tua proposta sia quasi assurda? Bene, dopo soli 5 minuti Emilio era convinto. Io l’ho guardato e gli ho detto: “Ma non ti ho ancora convinto abbastanza…” Che dire? A volte, come dice Patti Smith, le stelle si allineano e le cose accadono».

In che vesti vedremo Paola Maugeri?

«Insieme a due attori sul palco racconterò, con un tocco di sicilianità e leggerezza, i momenti più divertenti e riflessivi della mia vita, gli incontri che me l’ hanno cambiata e la costante presenza della musica che mi ha sempre accompagnato in ogni circostanza. Il tutto in una maniera assolutamente estranea alla mia consueta comfort zone: niente storytelling, Emilio anzi ha voluto che ricominciassi a suonare il basso e che recitassi. Mi ero iscritta a Parigi nel periodo in cui frequentavo la Sorbona ma avevo 19 anni. E 31 stagioni dopo eccomi all’alba del mio debutto: quando hai dei semi dentro il cuore fioriscono in tempi che non puoi prevedere».

“La vita è l’arte dell’incontro” diceva Vinícius de Moraes. A distanza di anni incontri me che in questa intervista ti chiedo: cosa diresti oggi a quel commissario della scuola di giornalismo che, imprevedibilmente, ti disse “lei non entrerà in questa scuola perché le manca la curiosità”?

«Che mi ha salvato la vita. Ora magari anziché essere qui a parlare con te farei la giornalista in un sindacato o non so cosa sarebbe potuto accadere. Quella comunque era la mia passione, volevo fare la giornalista, poi la vita ti porta altrove: è stato un miracolo».

“La musica mi ha regalato il mestiere più bello del mondo. Mi ha donato un sogno e mi ha permesso prima di inseguirlo e poi di realizzarlo, viaggiando e incontrando i suoi protagonisti”: Paola Maugeri non avrebbe mai potuto essere altro rispetto a ciò che è oggi?

«Per come sono andate le cose direi di no. Avrei potuto insegnare filosofia, quello mi sarebbe piaciuto. Probabilmente perché, a conti fatti, mi interessa l’animo umano. E di fatto alla fine mi sono ritrovata a sondare l’animo umano attraverso una precisa categoria, i musicisti. A 9 anni volevo intervistare Miles Davis, i Miei pensavano che mi sarebbe passata quella strana idea e fortunatamente non è stato così. Ora, dopo averlo scritto in un libro, sono pronta a raccontarvelo anche da un palco. Perchè anche il teatro è resilienza».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Giornalista, laureato in linguistica italiana e da sempre curioso indagatore dei diversi aspetti del mondo dello spettacolo. Conduttore radiofonico e collaboratore per diverse testate e rubriche di teatro e musica, svolge parallelamente l’attività di ufficio stampa e comunicazione. Spettatore critico e melomane, è assiduo frequentatore di platee e sale da concerto oltreché batterista per passione e scrittore. Quello che ama di più però è scovare nei libri o in originali incontri e testimonianze retroscena culturali della storia della musica e incredibili aneddoti rock, di cui in particolare è appassionato conoscitore.
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