Lucio Fabbri: Dietro a un brano tanto lavoro, ma il successo è un caso

Lucio Fabbri: Dietro a un brano tanto lavoro, ma il successo è un caso
Lucio Fabbri, qui fotografato da Monica Mazzei

Il Maestro Lucio Fabbri è il nuovo ospite della rubrica “Musica Maestro”

Lucio Fabbri è uno di quei nomi che vi sarà capitato di sentire ripetere migliaia di volte quando si parla di produzioni musicali. D’altra parte, dalla sua collaborazione con Eugenio Finardi nell’album Sugo a oggi sono trascorsi 45 anni e innumerevoli arrangiamenti seguiti e orchestrati da lui.

Se pensate a qualunque grande nome, questo ha sicuramente lavorato con Lucio Fabbri. Cantautori come Bertoli, Vecchioni, Jannacci; artisti internazionali come Dee Dee Bridgewater e Demis Roussos; interpreti della nostra musica più conosciuta quali Morandi, Mannoia, Tozzi, Ranieri, Maneskin e tantissimi altri.

Tutti i più grandi della musica si sono affidati all’esperienza del Maestro Lucio Fabbri.

Tastierista, violinista e chitarrista della PFM, nonché session man di Baglioni, Dalla, Gaber e De Andrè, Lucio Fabbri ha vinto per ben quattro volte al Festival di Sanremo in qualità di direttore d’orchestra e arrangiatore. Fiumi di parole (1997), Amici come prima (1997) Senza te o con te (1998), Siamo tutti là fuori (2003) i suoi trionfi tra Big e Giovani. Senza dimenticare che è suo l’arrangiamento di Perdere l’amore, vincitrice nel 1988 quando ancora non c’era l’orchestra.

Insomma, il nostro ospite di oggi è uno dei più grandi protagonisti della nostra musica. Non a caso anche l’Antoniano di Bologna, che da sempre è attento a coinvolgere i veri Maestri della nostra canzone, lo ha chiamato.

Da quest’anno Lucio Fabbri sarà il direttore musicale dello Zecchino d’Oro.

"Musica Maestro": i grandi Direttori d'Orchestra si raccontano 1
Lucio Fabbri è il venticinquesimo ospite di “Musica Maestro”

 

Lucio, anzitutto cosa cambia nel lavoro con i bambini rispetto a quello con cantautori affermati?

C’è una differenza sostanziale. I cantautori sono autonomi: scrivono le loro canzoni e si affidano a un arrangiatore, ma sanno già cosa fare quando devono cantare. I bambini hanno bisogno di qualcuno che insegni loro come comportarsi. Va detto che allo Zecchino non dirigo i bambini: a quello ci pensa la bravissima Sabrina Simoni. Io scrivo gli arrangiamenti e le parti per le singole voci del coro, di canzoni peraltro scritte anche quest’anno da cantautori di un certo rilievo. Ho un ruolo ben preciso insomma, che richiede di fare tutto entro un certo limite di tempo.

Quando ti affacciasti al mondo della musica ti immaginavi già di diventare il Maestro Lucio Fabbri?

Nessuno nasce direttore, ma chiunque ami l’orchestrazione sa che quello è un ruolo che talvolta può far parte di lui. Io volevo fare il musicista: in particolare mi è sempre piaciuta la figura dell’arrangiatore e dell’orchestratore. Perciò, quando è necessario, divento direttore d’orchestra: è un ruolo collaterale al mio lavoro quotidiano. Ci sono poi varie sfaccettature: a volte dirigo un’orchestra, altre una band più ridotta, a volte anche un coro.

In tanti sostengono che oggi il clic aiuti molto questo ruolo. Cosa significa essere direttori d’orchestra oggi?

In realtà il direttore ha sempre lo stesso ruolo che aveva un tempo: non è cambiato.

In fondo il clic di cui si parla non è altro che il pronipote del metronomo. Apparentemente chiunque potrebbe dirigere un’orchestra, ma quel chiunque deve possedere competenze musicali precise, per sapere andare a sincrono con qualunque musica. Se non fosse così gli orchestrali si ribellerebbero e si creerebbe un’indisciplina totale. Questo del resto accade persino quando a dirigere sono persone competenti, ma sconosciute all’ensemble affiatato che lo guarda con distacco.

Però a Sanremo oggettivamente sono aumentati tanti suoni che sarebbe impossibile dirigere senza un aiutino in più…

Certo, oggi al Festival ci sono le parti pre-registrate, che un tempo erano proibite. Dirigere ha però ovviamente mille sfaccettature, non riguarda unicamente Sanremo e la sua presenza televisiva. Ricordiamoci che c’è dietro un lavoro immenso, basato su una grande empatia tra il direttore e l’orchestra.

Ogni tuo lavoro ha portato a risultati incredibili. Ma tra le tantissime produzioni che hai seguito, ce n’è una che avrebbe meritato più fortuna?

Moltissime. Ci sono tanti fattori che possono incidere.

La fortuna è equivalente al caso: nessuno sa mai davvero perché un album o un cantante abbia successo.

Ci sonoÈ vero, ho prodotto tra gli altri anche un brano dei Maneskin (Beggin, ndr) ancora oggi ai primi posti in classifica in tutto il mondo, e quindi si fa spesso riferimento a quei pezzi. Quello che si fa, però, mediamente non ha successo. Se c’è una regola, forse possiamo dire che sia quella di collocare le cose nelle giuste caselle. Ogni artista ha il suo ambito e il suo percorso da intraprendere.

Quando si lavora su un prodotto, si può già immaginare quale sarà il target?

Si propone qualcosa sempre con il presupposto che questo verrà condiviso da uno zoccolo duro, in attesa da tempo di un nuovo progetto. Ogni cantante ha il suo bacino di utenza che si può quasi quantificare sin da subito. La scommessa è sempre cercare di catturare l’attenzione oltre a quel bacino. Quando riesce, vuol dire che la poesia ha saputo tradurre bene certe sensazioni.

Come può un giovane, che voglia affacciarsi al mondo musicale, capire quale sia la scuola giusta per lui?

Io sono l’opposto di tutto ciò che è una scuola. Dopo gli studi preferii non andare a fondo per non farmi assorbire da un meccanismo che avrebbe potuto bloccarmi in una specie di gabbia. Ammetto che oggi i Conservatori oggi non sono solo “conservatori”, ma anche aperti a nuovi stimoli. La vera forza, però, dobbiamo averla dentro, sfruttando la scuola casomai per mettere in ordine le proprie idee: d’altra parte l’istinto è una grande qualità, ma rischia di non essere ben gestito. Tutto deve arrivare comunque da un’introspezione dell’artista e da quell’entusiasmo che gli consenta di andare a “rompere le scatole” a chiunque faccia questo mestiere.

Bisogna accumulare esperienza, e questo si fa ascoltando attentamente la musica degli altri, nei suoi arrangiamenti e nelle sue orchestrazioni.

Massimiliano Beneggi
Massimiliano Beneggi
Massimiliano Beneggi, laureato in filosofia con una tesi sulla comicitá contemporanea riletta attraverso Bergson e Freud, è appassionato di musica e teatro. Racconta con rigore aneddotico la storia del Festival di Sanremo e della musica italiana, suggerendo ogni volta spunti filosofici e inediti.
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