Live for a dream: il sogno di Pino Scotto

Pino Scotto è tornato con Live for a dream, il nuovo album. In questa intervista, il celebre ex-frontman dei Vanadium si racconta.

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Nell’intervista a Musica361 ci parla della nascita del disco, della lunga amicizia con Lemmy Kilmister dei Motorhead recentemente scomparso, del Rainbow Project, dei ricordi più significativi della sua carriera a Milano, dei suoi sogni e del futuro del rock’n’roll. Anzi della musica.

A due anni di distanza da Vuoti Di Memoria (2014), è stato pubblicato il 1° aprile in digital download, sulle principali piattaforme streaming e nei negozi tradizionali Live for a dream (Nadir Music su licenza Valery Records): 16 brani live registrati in studio insieme a tanti colleghi per ripercorrere l’intera carriera musicale dell’artista, dai suoi esordi con i Pulsar, passando per i Vanadium, i Progetto Sinergia e i Fire Trails fino ai lavori da solista.

Anzitutto: cosa è successo dall’ultimo Vuoti di memoria (2014)?
Dopo aver pubblicato Vuoti di memoria, album di cover in cui avevo stravolto completamente pezzi di cantanti italiani come Battiato, Celentano e Tenco – addirittura avevo riarrangiato in chiave rock É arrivata la bufera di Renato Rascel, in coppia con Drupi – sono stato in tour per un anno e mezzo: circa 140 date in giro per l’Italia. Ho fatto tappa anche all’estero, accompagnato dal chitarrista dei Motorhead e Ozzy Osbourne e dal bassista di Eric Clapton:  proprio in quel periodo, non so come, mi è venuta la voglia di riprendere dal vivo i vecchi brani che ho scritto con i Vanadium e non solo. Quando sono tornato a casa dal tour, un pomeriggio ho radunato sul divano tutti i CD e gli LP che avevo registrato da quando ho cominciato a scrivere e suonare, e ho fatto un “viaggio nella memoria” Da lì è cominciato Live for a dream

Con quale criterio hai composto la tracklist del disco?
Riprendendo in mano ogni album mi è istintivamente caduta la scelta su una canzone: e ogni volta mi sono immaginato anche con chi mi avrebbe fatto piacere suonare quel brano. Ho coinvolto La Strana Officina, i Sadist, Stef Burns che è il chitarrista di Vasco, l’armonicista blues Fabio Treves, i Ritmo Tribale che dopo 13 anni si sono riformati per me, e tanti altri. Nella tracklist poi ho ripubblicato tutte quelle canzoni in ordine cronologico. Avrei dovuto incidere due CD per inserire tutte quelle che avrei voluto registrare, ma purtroppo non è stato possibile.

Possiamo allora considerare questo disco il “Volume 1” di un doppio?
Magari, chissà… Non penso però perché io le cose le faccio una volta sola: “Paganini non replica!” (ride).

In Live for a dream hai ospitato tantissimi colleghi del panorama italiano e internazionale. A proposito di sogni, c’è ancora qualcuno con cui sogni di collaborare?
A uno l’ho chiesto ma non è potuto venire: Jimi Hendrix (sorride). E poi un altro, Glenn Hughes bassista e cantante inglese, soprannominato “The Voice of Rock”, è noto per uno stile vocale che unisce elementi rock, soul e rhythm’n’blues, che lo accomuna ai grandi vocalist neri e ha militato in gruppi storici come i Trapeze, i Deep Purple e i Black Sabbath, un grande. Andate a sentirlo!

Scorrendo la tracklist, nella tua trentennale carriera hai scritto e cantato in inglese, ad esempio con i Vanadium, e in altri momenti in italiano, da solista: questa scelta ha risposto ad esigenze commerciali o artistiche?
La mia esigenza è sempre stata quella di fare quello che volevo fare nella mia vita. Non so se ho sbagliato o ho fatto bene ma quello che conta è che sono sempre state tutte scelte dettate dal cuore e… dalle palle! E per mantenere questa libertà mi sono fatto 35 anni in fabbrica, a scaricare camion.

Live for a dream, “Dal vivo per un sogno”: “qual è questo sogno?
La mia musica. A prescindere dal fatto che sia bravo o meno, questo è il mio sogno e non me lo deve toccare nessuno. Sono una persona che se rispetti, ti rispetta il doppio. Però se non mi rispetti mi inca**o: per questo ho spesso litigato con chi mi ha giudicato senza poterselo permettere o peggio ha cercato di “manipolarmi” quando sono stato invitato a qualche manifestazione canora. Non bisogna tradirsi o farsi manipolare. E non puoi immaginare che pena mi fanno quei ragazzi che vedo giudicare a questi reality o talent: li prendono e li vestono, gli dicono quando devono piangere, quando ridere o cantare, e poi li eliminano… Fatevi rispettare! Stanno distruggendo l’arte e i sogni delle nuove generazioni.

pino-scotto-live-for-a-dreamParliamo dei tuoi due inediti contenuti nel disco. Il primo è Don’t touch the kids in cui ritorna il tema degli abusi sui minori a continua testimonianza del tuo sostegno al Rainbow Project, progetto nato nel 2011 insieme alla Dott.ssa Caterina Vetro, per contribuire a migliorare le condizioni di vita di bambini estremamente svantaggiati: orfani ed abusati in Belize, bambini schiavizzati nella discarica di Coban in Guatemala o a forte rischio di prostituzione minorile e mendicanza in Cambogia.
È un brano a difesa dei continui abusi sui bambini. In Guatemala li fanno lavorare in mezzo all’immondizia per un dollaro al giorno a rischio di contrarre l’epatite e altre malattie, nel Belize ho scoperto che i genitori li vendono per strada… Come dico sul palco e a Database, il mio programma su Rock Tv, non ho pietà per questa gente. E lo ribadisco anche nel bridge del testo di Don’t touch the kids: so che voi pedofili siete malati, vi capisco poverini… Venite da me che ho la cura: due P38 cariche! Nessuna pietà per chi abusa dei minori: i bambini non si toccano.

L’altro brano invece è The eagle scream, scritto il giorno stesso della morte di Lemmy Kilmister, anima dei Motorhead e tuo grande amico dal 1985. Nella canzone lo immagini salire al cielo come un’aquila. Quando hai conosciuto Lemmy?
(sorride)…Due mesi prima di conoscerlo andai con i Vanadium in Inghilterra nel 1985. Ai tempi vendevamo moltissimo in Italia e l’etichetta ci mandò a registrare nel Surrey a Londra con Lou Austin, ingegnere del suono che aveva lavorato anche su Fireball dei Deep Purple, in questo studio magnifico che si chiamava Rich Farm. C’erano piscine e cavalli e tre gnocche che ci servivano e cucinavano per noi! E il guardiano di quello studio era il fratello di Lemmy: di notte fumavamo, giocavamo a biliardo, chiacchieravamo di musica suonando blues, io con l’armonica e lui con la chitarra. Diventammo amici e finito di registrare il disco, neanche il tempo di tornare a Milano e venni a sapere che eravamo in tour con i Motorhead! Prima data al Palasport di Bologna: lì incontrai il mio mito, Lemmy. Gli portai i saluti di suo fratello e bevemmo qualcosa: lui Jack Daniels con Coca Cola e ghiaccio mentre io… mi attaccai direttamente alla bottiglia del Jack (ride)! E da quel momento cominciò a chiamarmi “fottuto napoletano” – io sono originario di Monte di Procida, vicino Napoli.

Che tipo era Lemmy lontano dal palco?
Era una persona schietta, pulita, libera: ha vissuto 70 anni come ha voluto e ha suonato la musica come voleva. E alla fine purtroppo ne ha veramente pagato lo scotto… Ricordo che una volta intervistò Lemmy, credo il Melody Maker, e gli chiesero: “L’anno più bello che ti ricordi della tua carriera?” Lui rispose: “il 1969”. “Perché?” “Perché non mi ricordo un ca**o!” (ride). Abbiamo suonato insieme tante volte e tante volte sono andato a trovarlo a Londra e a Los Angeles. C’era un bel rapporto: anche se lui era inglese e io italiano parlavamo la stessa lingua. Grande Lemmy. Mi manca.

Il pezzo per Lemmy te l’ha ispirato questa circostanza. Solitamente invece come scrivi una canzone, da cosa ti fai ispirare?
Parte sempre tutto da un’emozione: ogni volta che sto leggendo un libro o guardando un film può essere che mi scatti qualcosa… e allora prendo un foglietto e scrivo. Ho una busta piena di questi bigliettini a casa. E quando devo scrivere un testo poi vado a “fare la pesca” e metto insieme, compongo proprio.

Live for a dream include anche un documentario realizzato dal regista Daniele Farina in cui vai a ripescare, anche in questo caso, i luoghi storici della tua carriera in giro per Milano. Raccontaci qualcosa…
È un documentario bellissimo più che sulla mia carriera su questo mio hobby – perché come dico sempre mi ritengo più un operaio prestato alla musica. Parlo dell’incisione del primo 45 giri con i Pulsar, di come diventai frontman dei Vanadium e della nostra storica sala prove, la Lampa in viale Corsica. Quando andavamo a suonare la sera c’era questa “signora della notte” che batteva e tutte le volte che passavamo di là ci diceva “non vi preoccupate che le macchine ve le curo io!”. Ricordo Gegè Reitano, fratello di Mino, che fece suonare noi Vanadium agli inizi in una scuola a Monza dove lui lavorava e poi ci portò in studio a incidere il primo disco. E poi Massimo Legnani conosciuto una sera per caso al Magia, un locale dietro corso Vercelli: fu grazie lui che, appena uscito il primo album dei Vanadium, conoscemmo Maurizio Salvadori della Trident Agency, che si innamorò di noi. E da lì partì il tour con Alvin Lee, chitarrista dei Ten Years After, uno dei protagonisti del festival di Woodstock: facemmo con lui 11 date. E poi racconto del pezzo “Leonka”, ispirato a quella sera in cui morirono Fausto e Iaio al Leoncavallo e del Progetto Sinergia insieme a Gigi Schiavone chitarrista di Ruggeri e il bassista Fabrizio Palermo dei Clan Destino. E tanto altro…

Il Live for a dream tour è partito dalla Sicilia a fine aprile e a giugno toccherà anche la Lombardia a Magenta (Milano). Cosa dobbiamo aspettarci da questo live?
Quasi tutti i brani del disco, dai Vanadium ai Fire Trails. E alla fine chiudiamo con una cover di Vuoti di memoria, che ho cantato insieme a Blaze Bayley degli Iron Maiden e un omaggio a Lemmy: Love me forever.

Oltre a Database, che va in onda in diretta sul canale televisivo satellitare Rock TV, ti faccio una proposta per un nuovo programma. Non ami i talent ma ti chiedo: vorresti far parte della giuria di un tuo talent, con delle tue regole?
Un po’ di tempo fa me lo proposero – non faccio nomi – e dissi: “Non voglio sentire cover come fanno negli altri talent, voglio gruppi che portano brani loro, poi valutati da me e da una giuria che voglio scegliere io”. Mi hanno risposto che così non ci avrebbe guardato nessuno… E invece secondo me sarebbe stata una bella idea: l’avrei fatto soprattutto per dare spazio a tanti ragazzi che veramente meriterebbero una chance. E invece non l’avranno mai perché vogliono solo quelli che fanno il karaoke. Il punto è che cantando pur bene le canzoni di un altro con una bella voce, non arrivi da nessuna parte. E poi sempre ‘ste canzoncine amorose…

Sei noto per i tuoi giudizi al vetriolo sulla musica italiana: ma veramente non ti piace nessuno?
Rispetto gente come Enrico Ruggeri che scrive testi bellissimi e mi piacciono band come Modena City Ramblers o Sud Sound System che mettono anche un po’ di impegno sociale nella loro musica.

Come vedi il futuro della musica in genere, italiana e straniera?
Non riesco a vedere un futuro. Intanto vedo arrivare tanto fumo dai talent, in più non si vendono più dischi e quei pochi che si ascoltano ormai la gente se li scarica; di conseguenza le etichette non hanno più soldi da investire. E anche all’estero, quando usciranno di scena band cult tipo Metallica, AC/DC o Iron Maiden, rimarranno solo tribute band perché sono 20 anni che non ci sono più gruppi per un ricambio generazionale.

Il rock allora è destinato a morire, non c’è speranza?
Se vuoi quantificare la questione in termini di denaro e vendite di dischi allora il rock’n’roll è morto, sicuramente. Finché però ci sarà gente che scriverà e canterà con cuore e impegno il rock non morirà mai. E quella non è una questione di numeri o di successo. Come dico sempre “SucCesso” è quando ho finito di mangiare e sto con la sigaretta sulla tazza (ride)! L’unico modo per ravvivare la scena, al punto in cui siamo arrivati adesso, sarebbe fare tabula rasa e tornare al blues, riscrivere la storia del rock’n’roll da capo, tracciando un’altra strada, una nuova via. Ci sono band americane come Rival Sons e Black Stone Cherry che ci stanno provando. E possiamo farlo anche noi italiani, seguendo l’esempio di molte band storiche, che già esistevano ai tempi dei Vanadium, come la Strana officina, i Sadist e i Labirinth, tra l’altro sempre più chiamate a collaborare anche con artisti stranieri: però dobbiamo essere ancora più competitivi!

Cosa significa per te “essere rock’n’roll” ancora oggi?
La stessa cosa che mi ha risposto il Dalai Lama quando gli ho chiesto: “Maestro, chi è Dio?” E lui: “Dio sei tu e sono io: essere Dio significa vivere nella compassione e nel rispetto, questo è il messaggio di Dio”. E questo per me vale anche per la musica: finché vivi nel rispetto della musica, non ti vendi e non la fai diventare merce per guadagnare, quello è vivere secondo i dettami del rock’n’roll. E non parlo solo del rock, vale per tutta la musica: mi fanno paura quelli che pensano che la musica sia solo l’heavy metal il jazz o il blues. Bisogna ascoltare tutto: perché tutta la vera musica, nell’aria, è impagabile e immensa.

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Giornalista, laureato in linguistica italiana e da sempre curioso indagatore dei diversi aspetti del mondo dello spettacolo. Conduttore radiofonico e collaboratore per diverse testate e rubriche di teatro e musica, svolge parallelamente l’attività di ufficio stampa e comunicazione. Spettatore critico e melomane, è assiduo frequentatore di platee e sale da concerto oltreché batterista per passione e scrittore. Quello che ama di più però è scovare nei libri o in originali incontri e testimonianze retroscena culturali della storia della musica e incredibili aneddoti rock, di cui in particolare è appassionato conoscitore.
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