Ha davvero senso detestare il reggaeton?

Da anni il ritmo dell’estate è inserito nella categoria “Reggaeton”, anche se non è sempre così. In molti dicono di detestare il genere, altri lo adorano.

Ha senso odiare il reggaeton?
Photo by Levi Guzman on Unsplash

Il reggaeton è sulla bocca di tutti. “Odi et amo” direbbe un odierno Catullo. Un genere che rappresenta il vento estivo, tanto quanto fece il Festivalbar in Italia negli anni duemila. “Despacito” è diventato un fenomeno mondiale, la bandiera pop di un movimento, sinonimo di questo odio e amore. Mentre migliaia di persone continuano a ballare questo ritmo, altri sembrano non apprezzarlo. Ad esempio, non è raro aver sentito dire da qualche dj, con tono altezzoso: “Questa non la suono”.

Dietro a parole del genere ci sono diverse motivazioni che possono essere analizzate. Intanto il reggaeton è uno dei ritmi latini divenuti celebri a livello mondiale come un’influenza all’interno della musica pop. Ma quello che oggi noi chiamiamo “Reggaeton” è soltato un’appendice di quello nato a Porto Rico alla fine degli anni ’80. Lo scopo di questo genere è essere suonato nella dancehall, la pista da ballo. Si basa su un gioco sincopato che dà un ritmo assolutamente riconoscibile. Una delle motivazioni che spinge le persone ad “odiare” il reggaeton è che è mainstream: la popolarità di questo genere l’ha reso, a tratti, scontato. È “troppo normale” aspettarsi oggi una hit reggaeton, quindi l’ascoltatore medio si lamenta. Quando, invece, Daddy Yankee faceva uscire “Gasolina” nel 2004, il popolo europeo accolse come una novità questo movimento. E a pensarci bene il suono è cambiato molto da allora.

Parlando sempre di pop music, se Daddy Yankee ha iniziato a diffondere il verbo, Pitbull ha continuato sulla stessa strada, “I Know you want me” in primis. Ma c’è una grossa differenza tra il linguaggio musicale di Daddy Yankee (più tradizionalista) e quello di Pitbull (più pop), sintomo del fatto che le influenze latine stavano creando qualcosa di nuovo e distante dalle radici del genere.

Nascono così i sottogeneri, come il Moombathon ad esempio, che si vanno a fondere con le tendenze del momento. Oggi di hit “Reggaeton” ce ne sono molte, ma gli artisti che lo suonano nella maniera classica sono pochi. Altre motivazioni di chi non apprezza il genere sono i contenuti frivoli dei testi e la strumentalizzazione del corpo della donna. Quando si sentono affermazioni del genere bisogna ricordarsi che la moda del momento è la trap, dove i contenuti non sono sicuramente la parte principale e le ragazze vengono spesso chiamate “bitch”. Va ricordato che, a monte, la danza nata insieme al reggaeton è estremamente sensuale e richiede che ci sia un contatto continuo dei corpi di chi lo balla. Da questa tradizione nasce ciò che ora si chiama “twerking”, mossa femminile che, unita alle movenze del ballerino reggaeton, può ricordare la mimica di un rapporto sessuale. Quindi, non si può parlare realmente di strumentalizzazione del corpo, se la tradizione vuole proprio che il corpo sia alla base di questo movimento.

Ma il vero punto della questione è: “Ha senso odiare un genere musicale?“. No, può non piacere, ma perché odiare una forma d’arte? Per andare controcorrente? Non ha molto senso. Inoltre, è vero che l’eccessivo uso della stessa forma ritmica ha reso il tutto un po’ scontato, però è proprio quel tipo di ritmo che ha un effetto benefico sul nostro corpo, tanto da farci ballare. Quando una canzone ha il potere di farti suscitare qualcosa ha vinto, che sia popolare o meno poco importa, che parli di cuori infranti o di serate sensuali a condividere la stessa coperta ancor meno. Quindi, se il dj metterà il reggaeton, la pista ballerà sicuramente e, se non vorrà metterlo, dovrà cercare qualcosa che ci faccia ballare di più. Stiamo sempre parlando di dancehall in fin dei conti.

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Andrea De Sotgiu
Andrea De Sotgiu
Laureato in Comunicazione, appassionato di musica e di tecnologia. Se qualcosa nasconde una dietrologia non si darà pace finché non avrà colmato la sua sete di curiosità, che sfogherà puntualmente all'interno dei suoi articoli.
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