Cristiano Minellono: “La musica si fa insieme, non individualmente”

Con la sua penna ha ispirato ed emozionato intere generazioni, approfondiamo la storia professionale del paroliere Cristiano Minellono

Cristiano Minellono
Cristiano Minellono si racconta ai lettori di Musica361, il ritratto di una specialista della parola

L’italiano“,”Soli“, “Il tempo se ne va“, “Felicità“, “Ci sarà“, “Se m’innamoro“, “Come vorrei“, “Mamma Maria“, “Voulez vous danser“, “Comprami e Noi, ragazzi di oggi, queste alcune delle canzoni scritte da Cristiano Minellono, detto “Popy”, brani conosciuti e cantati ancora oggi in giro per il mondo. Abbiamo il piacere di approfondire la sua storia professionale, ospitandolo in questo ventesimo appuntamento della rubrica Protagonisti in secondo piano“.

Partiamo dal principio, come ti sei avvicinato alla musica?

Mi avvicinai all’età di sedici anni, ero fuori casa, dovevo mangiare. In quel momento il lavoro in teatro e in televisione era veramente poco, visto che ero cresciuto e non ero più considerato un bambino prodigio. A Milano, in un locale in piazza Formentini, cercavano un musicista, così comprai una chitarra da due lire e una rivista in edicola per imparare a suonarla. In un paio di giorni appresi le basi, andai lì e mi presero per suonare dalle nove di sera alle tre di notte.

Com’è avvenuto poi il passaggio alla scrittura?

Facendo l’attore, andai a Napoli per recitare in una commedia della televisione. Si andava in onda in diretta al venerdì, poco prima il regista era disperato perchè non aveva né la sigla di apertura né quella di chiusura, così mi proposi. Registrai “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan e “And I love her” dei Beatles, nel giro di poche settimane arrivarono 27.000 lettere alla Rai, da parte di ragazzi arrabbiatissimi perchè il mio disco non era nei negozi.

Mi chiamò la Curci per farmi un contratto, firmai, ma una volta realizzato il primo pezzo mi resi conto che non mi piaceva il mio modo di cantare, così mi opposi all’uscita del disco. Loro, disperati, mi proposero di selezionare, tra i pezzi stranieri delle loro subedizioni, i brani che potessero andare bene nel nostro Paese. Tra questi c’era “Crimson and clover” di Tommy James and the Shondells, lo riadattai in italiano e finì in cima alla hit parade cantato da Patrick Samson.

Da qual momento in poi cominciai a scrivere per numerosi artisti, dai Nomadi ai Nuovi Angeli, passando per Memo Remigi e Wess. Mi ritrovai di colpo nel panorama dei grandi parolieri italiani, composto da Luciano Beretta, Vito Pallavicini, Mogol, Alberto Testa, Luigi Albertelli e Giancarlo Bigazzi, che in quel momento erano considerati già grandi. Io avevo un linguaggio nuovo, proprio per questo ero abbastanza benvoluto e ricercato dal mercato.

Qual è stato il momento in cui hai capito che quello era diventato a tutti gli effetti il tuo mestiere?

All’inizio degli anni ’70, avevo già scritto “Il primo giorno di primavera” e “Soli si muore”, dopo aver collezionato i primi successi ho cominciato a capire che era diventato il mio mestiere, però non mi bastava. Per questo nel 1982, dopo un colloquio avuto con Silvio Berlusconi, decisi di cimentarmi come autore televisivo, lavorando prima a “Beauty Center Show” con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e Barbara Bouchet, e poi a “Premiatissima” che aveva battuto in termini di ascolti al sabato sera persino “Fantastico”.

Tra i tanti artisti con cui hai collaborato, ci sono due grandissime voci femminili: Dalida e Mia Martini. Che ricordo hai di loro?

Per Dalida scrissi “Laissez-moi danser”, riadattamento di “Voglio l’anima” di Toto Cutugno. Tutti la descrivevano come una donna molto ombrosa e chiusa, mentre con me è sempre stata di una simpatia incredibile, aperta e molto meridionale come carattere. Ne conservo un ricordo completamente diverso da quello che hanno gli altri. Con Mimì, invece, c’è stato un rapporto speciale, anche perchè abbiamo avuto una bella storia insieme.

Lei era una donna bella, dentro e fuori, un’artista che amava la musica e che amava la vita, distrutta da quelle orribili voci sul suo conto. Voci, tra l’altro, messe in giro da qualcuno che le girava molto vicino e che poi ha recitato la parte dell’addolorata, in realtà al principio fu lei stessa la causa di tutto, perchè era gelosa del suo talento. Non faccio nomi, ma chi vuole intendere intenda. Mimì è stata una donna con cui ho vissuto dei momenti veramente belli, sia artisticamente che umanamente.

Hai scritto tantissime canzoni che hanno fatto il giro del mondo, ma c’è un pezzo che, secondo te, non ha avuto la stessa fortuna e che avrebbe meritato una visibilità più ampia?

Sicuramente “Sei la sola che amo”, che ho fatto incidere a Dario Farina, che poi è l’autore con me di brani come “Felicità”, “Ci sarà”, “Mamma Maria”, “Come vorrei” e tanti altri. Quello è un pezzo che reputo uno dei più belli che io abbia scritto, proprio per la sua semplicità, una canzone che ha riscosso molto meno di quello che avrei voluto.

“Nemo propheta in patria”: ti sei mai sentito così?

Beh, sicuramente, il mio lavoro è stato molto più riconosciuto all’estero che in patria. E lo sai perchè? In Italia esiste una casta, la cosiddetta intellighenzia, ovvero degli pseudointellettuali, giornalisti e opinionisti tendenzialmente di sinistra. Premetto di essere antipolitico, di non essermi mai schierato, mi ritengo un “anarchico individualista”, proprio come mi aveva definito il mio grande amico Fabrizio De Andrè.

A quei tempi ero classificato come il paroliere nazionalpopolare, quando una pezzo come “L’italiano” era una fotografia critica dell’Italia in quel momento storico, perchè “l’autoradio nella mano destra” vuol dire un Paese di ladri, “con troppa America sui manifesti” vuol dire un Paese privo di personalità, “con più donne e sempre meno suore” vuol dire un Paese privo di vocazione. Insomma, una canzone molto cruda e critica che è stata interpretata come una canzonetta banale tipo “Sole, pizza e amore”.

Per questo motivo sono sempre stato ignorato, cosa che accade ancora oggi. Viene sempre citato Mogol, ma io che ho venduto cinquanta volte quello che ha venduto lui, tuttora, non vengo considerato. Siamo quasi a 200 milioni di copie e fai conto che solo l’anno scorso, in Russia e nei Paesi limitrofi, con le mie canzoni ho ottenuto oltre un miliardo di visualizzazioni su YouTube. Questi sono numeri, per non parlare del riconoscimento e del fatto che le mie canzoni vengano ancora cantate e riportate nei libri di testo dei bambini. Non in Italia s’intende.

Come si è evoluto negli anni, secondo te, il mestiere del paroliere?

Il mestiere del paroliere si è involuto fino a sparire del tutto, infatti oggi è completamente morto. Non esistono più i grandi autori e i grandi compositori, bensì dei gruppi di lavoro sottopagati dalle multinazionali, che agiscono nell’ambito dei vari talent show e che fanno canzoni per un determinato periodo, per poi essere sostituiti ciclicamente da altri elementi dalle stesse major. Non a caso, della miriade di canzoni che vengono pubblicate adesso non ne va all’estero neanche una.

Le aziende italiane che non hanno potuto comprare le hanno fatte fallire, infatti, tra gli editori sopravvissuti sono rimasti soltanto Curci e Sugar, ma è finita la discografia nazionale. Non sono più i produttori che decidono, bensì i direttori di etichetta, gente messa lì per questioni politiche o roba del genere, persone totalmente inadatte per quel ruolo, poiché incapaci di riconoscere un vero successo e di fiutare il vero talento.

Da esperto del settore, intravedi una qualche soluzione?

E’ dura, perchè non conviene a nessuno. Ti faccio un esempio: una volta se volevi avere ospite Alberto Sordi nella tua trasmissione bastava pagare una cifra importante, mentre adesso per risparmiare quei soldi si fanno interi programmi con la gente presa dal Grande Fratello, persone che ricevono due lire, ma in cambio ottengono visibilità. Oggi come oggi, non si ricerca più la qualità nel prodotto televisivo o la qualità nel prodotto discografico, l’obiettivo è che possa rendere più di quello che è costato.

A complicare ulteriormente la situazione ci ha pensato la pandemia. Da parte delle istituzioni, pensi che si sia fatto abbastanza per tutelare il settore dello spettacolo?

Menomale che c’era Franceschini come Ministro, l’unico che ha evitato di non fare niente, proprio come chi lo ha preceduto. Se non altro qualcosa ha realizzato, anche se non possiamo considerarlo abbastanza. Quando si parla del made in Italy si citano la Ferrari, la moda di Valentino e di Armani, ma non si parla mai della musica italiana, degli artisti e degli autori che continuano a portare la nostra arte nel mondo, come Andrea Bocelli, Adriano Celentano, Toto Cutugno, Ricchi e Poveri, Albano e Romina. Si pensa a finanziare altro, ma non l’industria musicale nazionale. Questo è un grande vulnus del nostro Paese, perchè i politici non hanno la cultura sufficiente per capire com’è importante la musica per l’Italia.

Qual è l’augurio che ti senti di rivolgere in futuro al mondo della musica?

Che i ragazzi capiscano che un’unica figura non può fare tutto, non si può essere cantanti, parolieri, compositori, arrangiatori e produttori. Ad essere fortunati si riesce a svolgere una di queste professioni in maniera decorosa, ma non tutte. L’augurio è che ritornino ad esserci esperti per ogni singolo ruolo, non chi vuole scriversela e cantarsela da solo, perchè così non andremo da nessuna parte. Anch’io ho un figlio di venticinque anni che fa il rapper, comprendo benissimo come i tempi siano cambiati, ma per rinascere davvero bisogna ritrovare lo spirito di un tempo.

Ai ragazzi di oggi dico: rimettetevi insieme, tornate a formare i gruppi, suonate nelle cantine come facevamo noi negli anni ’60, siate curiosi, affamati ma soprattutto appassionati di questa magia che è la musica. Per provare a creare un nuovo movimento bisogna stare insieme, essere uniti, non ciascuno per i fatti suoi. Un grande paroliere deve avere al suo fianco un grande compositore, insieme devono trovare un grande interprete e, sempre insieme, devono ricercare un grande produttore e un grande arrangiatore. Così si fa la musica.

Cristiano Minellono: "La musica si fa insieme, non individualmente"

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Nico Donvito
Nico Donvito
Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.
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