Il leader dei Nomadi racconta Francesco Guccini e il binomio più forte di sempre

Oggi, 14 giugno, Francesco Guccini, inventore di emozioni e narratore della società, compie ottant’anni.

Il leader dei Nomadi racconta Francesco Guccini e il binomio più forte di sempre 1
I Nomadi

Di quell’immenso, colto, schietto, sarcastico cantautore che non si è mai risparmiato battaglie (e nemici), potremmo dire tante parole perdendoci tra retorica e immaginazione, con la sensazione di omettere sempre qualcosa di importante: stiamo parlando del grande Francesco Guccini.
Abbiamo deciso di farci raccontare il grande Maestro da uno di quelli che ha lavorato di più con lui, ovvero chi con il suo gruppo, ha saputo interpretarne meglio la filosofia restituendo al pubblico il più profondo significato di certi testi. Beppe Carletti, leader e fondatore dei Nomadi, è particolarmente orgoglioso di quella storica collaborazione: “E’ facile raccontare Guccini”, dice lui, “perché si può solo parlare bene”.

Beppe, il vostro percorso con Guccini è una fusione straordinaria, tanto che talvolta ci si confonde su quali siano le sue canzoni e quali dei Nomadi.
Sono tutte di Francesco, che ha permesso diventassero nostre. Lui ha creduto in noi e i Nomadi hanno creduto in questo poeta straordinario, mettendo sempre in primo piano i suoi pezzi, non certo confinandoli come lato B.

Quale la partenza?
Partimmo da Noi non ci saremo, quindi Dio è morto, Canzone per un’amica e tante altre. Lui scriveva, noi mettevamo la faccia.
Augusto, con quell’aria da santone, era l’interprete giusto per le canzoni di Francesco, fino a quando non decise di cantarle lui stesso.
Abbiamo sempre condiviso tanti modi di vivere la musica con Guccini, lontani dai riflettori: quando ci dissero che non saremmo mai andati in tv con Dio è morto dicemmo “Pazienza, non si vive di sola televisione”. Il piacere più grande è sempre stato potere suonare e andare sul palco, anche nelle balere.

Come avvenne il sodalizio artistico che consolidò anche il vostro messaggio?
Il nostro produttore era cresciuto a Modena con Francesco, che non conoscevo fino a quel momento. Ci diede una musicassetta con dei suoi brani: ci guardammo in faccia e capimmo che quei testi rappresentavano ciò che potevamo dire e raccontare.
Oggi è il suo compleanno e gli faccio infiniti auguri, ma la vita fece anche a noi un bellissimo regalo nell’incontro con lui: siamo stati fortunati.

Sei d’accordo sul fatto che i Nomadi siano stati il miglior veicolo tra la sua musica pionieristica e un pubblico disinteressato alla politica?
Penso di sì. Ci hanno sempre definito social-politici. Quando cantammo Dio è morto, fummo etichettati anche noi come gruppo di sinistra. Nel ’67, al Cantagiro a Catania, ci lanciavano i sassi. La gente non era preparata a quel linguaggio diretto. Augusto vedeva invece in quella canzone un manifesto.
Censurata dalla Rai e trasmessa da Radio Vaticana, Dio è morto era suonata persino da qualche campanile.

Francesco, in un’intervista a Red Ronnie disse che i Nomadi devono a Guccini quanto Guccini deve ai Nomadi. Quella sincerità mi fece molto piacere e la dimostrò più volte venendo ad ascoltarci nei nostri concerti.

Come definiresti la vostra unione artistica?
Credo che il nostro sia stato il binomio più forte di sempre, nato solo per cantare e non per creare dei tour come accade oggi. Facemmo solo un concerto insieme a Modena in una discoteca per registrare un disco (Album concerto, 1979, ndr).

Che persona è Francesco Guccini?
Un orso buono, colto da far paura, con un’ideologia ben precisa. Ogni volta che apre bocca c’è qualcosa di importante da memorizzare. Abbiamo passato tanti pomeriggi insieme per lavorare sulle partiture da adattare ai suoi testi.
Ci vedevamo a casa sua a Bologna oppure veniva lui a Novellara, dove andavo a prenderlo in stazione perché non aveva la patente. Un rapporto sano senza interessi particolari: una storia da ripetere completamente, anche con tutti i possibili errori che possono essere stati commessi.

C’è mai stato un brano che vi abbia proposto Francesco Guccini che avete ritenuto non opportuno fare?
Mai. Quando un poeta come lui ti dà una sua canzone, ti affida anche la scrittura nel momento in cui la interpreti. Alcuni brani quindi potevano appartenere solo alla sua storia e infatti non ce li ha nemmeno proposti.

L’attualità di testi come Auschwitz, Dio è morto, Noi non ci saremo, Primavera di Praga è la vittoria di quella musica o la sconfitta della società che continua a non cambiare?
In effetti mi meraviglio ancora della loro resistenza nel tempo. Del resto quelle canzoni rappresentavano qualcosa. Credo che mantengano validità e importanza anche perché non c’è nulla (musicalmente) che possa essere contrapposto.

Purtroppo non ci saranno più progetti come Francesco Guccini e i Nomadi. Venivamo da una cultura che ci fece apprezzare le cose belle. Le ricchezze oggi hanno chiuso gli occhi a tante persone, che si sono impoverite di valori. Noi portavamo avanti le nostre idee con le canzoni e con la pazienza di fare sacrifici. Era un’altra storia.

Cosa manca oggi?
Oggi manca il coraggio di fare battaglie vere, tutti cercano il successo immediato cantando in inglese o con un rap che dura due giorni e fa giri di parole assurdi per descrivere un concetto. Dio è morto in due secondi aveva già detto tutto.

Rousseau diceva che siamo tutti schiavi e vittime dell’amor proprio perché viviamo solo per far credere di aver vissuto. Questo periodo storico aiuterà a recuperare quella ricchezza di cui parlavi abbandonando le apparenze?
Temo che la gente si sia incattivita: speravo si tornasse alla normalità senza invidie, perché il virus è un dramma che non guarda in faccia nessuno. Mi ero illuso che andasse come negli anni ’50, quando c’era uno spirito di condivisione.

Mi sono riscoperto un puro sognatore. L’egoismo purtroppo non è scomparso,

Nel 2015 Guccini non volle che andaste a Sanremo con una sua canzone. Voi col Festival avete una storia particolare: nel 2006 vi tolsero la vittoria chiudendo il televoto proprio quando il pubblico stava votando per voi, che avevate cantato per ultimi…
Ci aveva dato un brano, Nomadi, che mi sarebbe piaciuto portare al Festival. Lui non è mai andato a Sanremo: ci pensò a lungo ma poi disse di no. Io, rispettosamente, risposi: “Tranquillo, non muore nessuno”. In fondo anche per noi Sanremo è sempre stata solo una parentesi.

Quali sono state le vostre partecipazioni al Festival di Sanremo?
Nel ’71 eravamo in coppia con Mal, e ci mandarono a casa la prima sera con una canzone (Non dimenticarti di me, ndr) troppo rockeggiante per la kermesse. Nell’anno 2006 (Dove si va, ndr) arrivammo secondi e andò come hai detto tu. E nel 2010 andammo in nome dell’amicizia con Zucchero che mi chiese se avessimo potuto accompagnare Irene ne Il mondo piange. Fu un’esperienza molto piacevole perché il brano era bello e non sentivamo la responsabilità di essere davanti a tutti.

A marzo è uscita Fuori la paura, una bella canzone di ottimismo e speranza: com’è nata?
E’ nato tutto in un clima di pura spontaneità. Quando alcuni giovani autori me l’hanno proposta mi ha subito convinto. Ci abbiamo lavorato sopra in quarantena, ognuno a casa sua, in poco tempo. Quando il 21 marzo ho chiamato Paolo Belli per coinvolgerlo era felicissimo. Mi ha detto che la proposta di cantare con noi era il regalo più bello che potesse ricevere nel giorno del suo compleanno.

Devolviamo i proventi all’Ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Non c’è nessuno scopo di lucro né di visibilità, ma solo quello di lanciare un bel messaggio.

Quest’estate sarete impegnati da subito nei primi concerti post Covid. Come mai questa scelta?
E’ stata una decisione ponderata per consentire di tornare a lavorare a tanti tecnici che sono stati i primi a risentire economicamente degli annullamenti dei concerti.
Noi musicisti ci siamo ridotti il cachet del 30% e l’11 luglio partiremo in un tour con lo stesso entusiasmo che avremmo in una piazza da ventimila persone.

Mancherà il sorriso delle persone nascosto dietro le mascherine, ma sarà una grande occasione per tornare sul palco a gridare la voglia di vivere al termine di un brutto periodo: c’è bisogno di questo!

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Massimiliano Beneggi
Massimiliano Beneggi
Massimiliano Beneggi, laureato in filosofia con una tesi sulla comicitá contemporanea riletta attraverso Bergson e Freud, è appassionato di musica e teatro. Racconta con rigore aneddotico la storia del Festival di Sanremo e della musica italiana, suggerendo ogni volta spunti filosofici e inediti.
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