Il mio unico desiderio era quello di suonare e fare concerti, conoscere il più possibile ciò che c’è dietro ad uno spartito, andare oltre le note…emozionarsi davanti ad una melodia dalla più semplice alla più complessa

Antonietta Incardona: L'arte è un lavoro di squadra
Antonietta Incardona: Adoro lavorare con gli attori, essere parte integrante dei loro spettacoli

Scopriamo il mondo di Antonietta Incardona, pianista, compositrice, direttrice artistica, laureata in musicologia al DAMS e animatrice culturale attraverso questa appassionata intervista…

Hai iniziato a studiare pianoforte a cinque anni…Come mai proprio questo strumento? La musica era una passione di famiglia?

Sì. Mio nonno suonava la fisarmonica, tutto è nato dall’ascolto di quella musica popolare siciliana, suonata divinamente a orecchio da mio nonno. Penso di essermi innamorata della musica in quei primi istanti di vita.

Poi semplicemente, mia madre ha “provato” a farmi fare lezione di pianoforte e da allora non ho più alzato le mani dalla tastiera.

Il mio unico desiderio era quello di suonare e fare concerti, conoscere il più possibile ciò che c’è dietro ad uno spartito, andare oltre le note…emozionarsi davanti ad una melodia dalla più semplice alla più complessa. Respirare con essa ed esalare l’ultimo respiro con LEI!

I miei genitori mi hanno sempre sostenuta. Mai dicevano “prima studia per la scuola e poi se hai tempo suona”, mai!

Passavo fin da piccola ore sullo strumento e poi studiavo per la scuola. Avevo le mie amicizie e facevo sport anche a livello agonistico.

Adesso i genitori fanno il contrario e i ragazzi arrivano al diploma o laurea molto tardi. Studiano meno. Sono convinta, perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Se sei veramente appassionato e motivato puoi fare tutto e bene.

Ti soddisfa di più suonare il piano, comporre o dirigere?

Certamente suonare il piano. Ho studiato composizione, con il maestro Carlo Alessandro Landini, scrivendo brani che sono stati eseguiti anche da artisti stranieri.

Ho diretto solo orchestre d’archi, con la guida dei miei maestri di direzione, soprattutto il M° Fabrizio Dorsi e Attilio Martignoni. Ma tutto era per arricchire e rendere più completa e articolata la mia preparazione di musicista, per diventare una vera artista e non solo una esecutrice.

Amo suonare soprattutto in formazioni da camera (duo, trio, quartetto…) dove il pianoforte è solista insieme ad altri.

Comunicare e condividere le proprie idee musicali, le proprie convinzioni emotive ti fa crescere musicalmente, ti apre la mente.

Dal 2019 faccio parte dell’orchestra Filarmonica dei Navigli sia come solista sia nell’organico. diretta dal maestro Maurizio Tambara. Suonare in orchestra ti condiziona un po’, in questo caso è il direttore che decide cosa vuol far venir fuori dagli strumenti, ma serve tantissimo, ti inquadra, ti educa ad un ascolto ancor più attento.

Eccezionale per me sono state, anche, le tournée con diversi musical, tra cui West side story, emozione allo stato puro! Il direttore era Luciano Caggiati con la regia di Sonia Grandis, coreografie di Laura Valli e costumi di Daniela Casati Fava.

Spazi dalla classica a Morricone a Michael Jackson….quindi non hai preferenze di genere?

Mi piace spaziare. Ascolto tutto.  Mi devo emozionare il più possibile. e questo può accadere solo “affondando le dita” nei diversi generi.

Dall’esecuzione come solista del Concerto K466 di Mozart per pianoforte e orchestra, musica eterna, proprio recentemente, con l’orchestra diretta dal Maestro Roberto Gianola, mi sono esibita in una serata dedicata interamente alla musica di E. Morricone, a Bellano. Emozionante, da morire! Ho pianto quando è finito, ringraziando il direttore per ciò che aveva tirato fuori dai nostri strumenti. ma poi tutta la giornata passata insieme ai miei amici d’orchestra, dalle prove alla cena veloce, al cambio abito in camerini adattati!

L’esperienza con la musica di Michael Jackson è stata incredibile. Ho avuto la direzione artistica delle tre edizioni, uniche nel loro genere! Le prime due, 2010 e 2011, al Teatro Fraschini di Pavia e la terza nel 2014 al Teatro Nuovo di Milano. Tre serate incredibili con teatro esaurito! Coinvolgimento di 150/200 artisti tra cantanti, ballerini, musicisti. Eravamo tre donne, di cui una presidente del fan club nazionale di Michael. Ho avuto ospite Jennifer Batten, storica chitarrista di Michael. Quanto lavoro, mesi! Ma che emozioni.

Nell’edizione di Milano avevo coinvolto anche il mio coro di bambini per un medley: stupendi! Tutto l’incasso è stato devoluto alla ricerca per le malattie cardiovascolari dell’ospedale San Matteo di Pavia.

L’unico genere in cui non mi cimento come pianista è la musica leggera. Preferisco ascoltarla, anche quando non “sa di nulla”. Il mio mito è Vasco Rossi. Ne apprezzo anche altri, tra cui Lady Gaga, Norah Jones e il jazz.

Antonietta Incardona: L'arte è un lavoro di squadra 2
Antonietta Incardona: Comunicare e condividere le proprie idee musicali, le proprie convinzioni emotive ti fa crescere musicalmente, ti apre la mente

Parlami di alcuni concerti tuoi in cui intervenivano attori…

Adoro lavorare con gli attori, essere parte integrante dei loro spettacoli. Tanti anni fa ho composto le musiche di scena di due spettacoli di R. Piumini e i miei alunni di sei anni hanno cantato e sonorizzato le storie sul palco.

Dal 2013 porto in giro per l’Europa in francese, italiano e spagnolo uno spettacolo musico-teatrale riadattato dall’attore Alessandro Ferrara, La Boutique Fantasque. Le musiche sono tratte dal balletto di Rossini nella versione per pianoforte. Il testo teatrale della storia adattato, ridotto e ricomposto in una drammaturgia originale, è stato pubblicato dalla casa editrice Aracne.

Mi interessava questo lavoro perché mi è sempre sembrato una sintesi perfetta tra azione scenica e musica. La Boutique Fantasque permette di addentrarsi nel mondo dei sentimenti umani con il sorprendente aiuto di giocattoli “parlanti”. È stato pensato per un pubblico di ragazzi e realizzato da Alessandro Ferrara – attore, marionettista, mimo, autore, regista, musicista, insomma un artista completo – con tecniche di teatro d’attore e teatro di figura. È uno spettacolo che ritengo pura poesia sia per la maestria con cui Alessandro lo ha realizzato sia per la storia in sé.

Poi non mancano i classici Pierino e il lupo di S. Prokoviev e Il carnevale degli animali di C. Saint-Saens, in collaborazione di attori quali Massimo Boldi, Enrico Beruschi, Carlo Decio, Alessandro Ferrara. Ogni attore ha realizzato la propria messa in scena, o come voce recitante o come attore di teatro. Sul palco sempre, ovviamente, musicisti dal vivo, mai musica registrata. In programma ci sono altri spettacoli inediti. Ma lo scoprirete seguendomi.

Ti piace molto lavorare per i bambini, raccontami qualcosa in proposito…

L’arte è bambino. La musica è vita. Suonare e insegnare sono la mia passione, danno valore alla mia esistenza. Mi reputo fortunata, faccio ciò che ho sempre voluto fare nella vita.

I bambini, piccoli o grandi che siano, danno grandi soddisfazioni. Realizzando spettacoli musico-teatrali imparano la vita. Apprezzano la bellezza.

La fortuna di lavorare con attori professionisti mi permette di portare in classe la mia esperienza e aiutare i ragazzi ad affrontare l’emozione di un palcoscenico. Li porto in un mondo che, tendenzialmente, vivono solo da spettatori. Affrontando un copione, creato per loro o da loro, approfondiscono le loro emozioni. Mi è capitato di avere dei risultati fantastici da ragazzi che mai avrebbero detto di poter affrontare un pubblico. Escono da esperienze di questo tipo talmente arricchiti che vale la pena “saltare un po’ di programma scolastico”.

Pensa che tre anni fa, in una terza media, i ragazzi mi hanno chiesto di creare un testo teatrale, tratto da un libro sul femminicidio. Detto fatto! Ho valorizzato una ragazza che danzava (rappresentava l’anima della ragazza uccisa), ho inserito un cortometraggio di alcune scene, registrato da loro con iPad in giardino, inserito letture di alcune parti del libro, una ragazza ha cantato un ritornello di una canzone…poi ovviamente alcuni, non volendo stare in scena, hanno formato lo staff: quindi ricerca del materiale, locandina, comunicato stampa, tecnici luci e sipario, suggeritori, maestri di palcoscenico: un vero lavoro di squadra! L’arte è un lavoro di squadra. Ti emozioni ed emozioni!

Cos’è Polimnia?

Polimnia Cultura è l’associazione che presiedo dal 2010. È un’associazione senza scopo di lucro che si occupa della cultura in senso lato. Musica, teatro, pittura, scultura, letteratura, poesia…quindi sono innumerevoli le collaborazioni con altri enti situati sia in Italia sia all’estero.

I progetti che svolgiamo sono molteplici. Tanto è il lavoro per le scuole, con spettacoli musico-teatrali e laboratori.

Concorsi musicali per giovani talenti. A settembre ci sarà il concerto dei quattro vincitori dell’ultimo Concorso Giovani Talenti, in collaborazione con l’orchestra Filarmonica dei Navigli, in cui i solisti si esibiranno nel loro repertorio con un’orchestra sinfonica, per la prima volta come solisti! Un’esperienza per un giovanissimo incredibile!

Uno spazio è sempre rivolto alla beneficienza. Concerti a favore di associazioni contro la violenza sulle donne, per esempio, o verso associazioni che si occupano di trovare fondi per la ricerca su malattie rare (sindrome di Down, sindrome di Williams o Neuroblastoma…)

Ovviamente io personalmente dedico molto tempo alla ricerca musicologica e organizzo rassegne concertistiche, come la Rassegna Concertistica Felice Lattuada. La passione dominante e La rassegna Francesca Nava D’Adda…

Antonietta Incardona: L'arte è un lavoro di squadra
Antonietta Incardona: Mi devo emozionare il più possibile. e questo può accadere solo “affondando le dita” nei diversi generi

Il recente disco che hai inciso…di cosa si tratta? Chi sono gli autori contemporanei che hai scelto?

Immagini”, è il mio primo disco da solista, che arriva dopo nove produzioni di musica da camera.

Immagini” è un viaggio che attraversa stili di compositori di varia provenienza ed ispirazione. Direttori d’orchestra, compositori di musica contemporanea “classico-colta”, un cantautore, un compositore di musiche da film, giovanissimi musicisti capaci con la loro freschezza di esprimere forti emozioni.

Ogni composizione, con le sue sfumature, i suoi colori, i chiaro-scuri, produce nella mia mente e nel mio cuore un’immagine particolare, legata ad un’emozione, a una sensazione. Nell’album si passa da momenti romantici, passionali, ad attimi che cercano l’intimità, c’è l’attesa, il tema del viaggio, dell’impalpabilità del pensiero, il tema della morte, della speranza, dell’etereo e dell’ancestrale.

Ogni brano è una perla preziosa che racchiude in sé un’infinità di emozioni che mi danno vita, le melodie di questi brani mi hanno letteralmente travolta, affascinata.

“L’obiettivo di questo progetto è «creare immagini diverse per emozionare diversamente», nato da collaborazioni e dall’incontro tra espressioni artistiche. Il cd, infatti, è impreziosito con una copertina firmata da Alfonso Restivo, pittore di fama internazionale.

Questo è un album che mi sento addosso, che rispecchia le immagini della mia anima di donna e artista. Poi per me è motivo di grande soddisfazione, perché incidere in studio con accanto il creatore dell’opera è un’emozione indescrivibile, quasi più di un concerto dal vivo. Per me ciò che contava era riuscire ad entrare in sintonia con gli autori, realizzare ciò che avevano nella mente e nel cuore. E rendersi conto di esserci riuscita è qualcosa che ti apre l’anima.

I Maestri mi conoscono. Leonardo Laddaga ed Emanuele De Francesco avevano già scritto vari brani che poi ho inciso (il mio disco precedente “Evolve” – TopRecords – è stato composto proprio da Leonardo. Con Adriano Bassi ci eravamo conosciuti durante la presentazione del mio cd “Portraits” (con brani di compositrici donne eseguito a quattro mani) e mi onora il fatto che il maestro definisca “Immagini” un album dal gusto etereo, con sonorità ancestrali.

Il Maestro Dones è una conoscenza più recente, ho accompagnato i suoi allievi di direzione d’orchestra; Ugo Albion è stato un mio insegnante di storia della musica, grande amico che stimo e ammiro per la qualità del suo modo di scrivere, con una tecnica contrappuntistica fuori dal comune e cuore incredibili; Luciano D’Addetta, contrabbassista, suona con me in orchestra e spesso eseguo i suoi brani per le musiche da film; Marco Maiello è un giovanissimo trombettista che ha iniziato a comporre a 12 anni e ho suonato sotto la sua direzione in un’orchestra di fiati. Invece di Daniele Bertoldin ho eseguito il suo brano in prima assoluta per un concorso internazionale di composizione, e mi è piaciuta l’atmosfera che creava quel brano. Infine, Gianfranco Messina, è un violinista, spalla dell’orchestra con cui collaboro e con il quale ho sperimentato il plettro dentro la cordiera!

Cosa farai nel prossimo futuro e come possiamo seguire la tua attività?

Per quel che riguarda i miei prossimi progetti c’è la realizzazione di un cd di un’opera da camera per pianoforte, con due eccezionali artisti, il soprano Claire Nesti e il tenore Davide Piaggio, mai stata registrata e rappresentata, prodotta dalla Sheva Collection con la regia di Sonia Grandis. Uscirà in autunno.

Amo la ricerca, mi sono laureata in musicologia proprio per il desiderio di scoprire repertori nuovi. Tra le altre cose sto realizzando un disco di brani della compositrice dell’800 Francesca Nava D’Adda in trio con la violoncellista Livia Rotondi e la violinista Rita Mascagna, e a due pianoforti con la pianista Daniela Filosa; ho creato una Rassegna ad hoc, dedicata a questa grande donna, mecenate della musica.

Quest’estate ho vari concerti in Italia con diverse formazioni dal duo al quartetto, e poi ovviamente sto programmando per la prossima stagione, sia come pianista sia come organizzatrice di eventi, con pittori e scrittori, oltre che con attori e compositori.

Sto proseguendo la traduzione di un libro dal francese in italiano su Schubert, che spero di chiudere entro il 2023.

Eseguirò in autunno il Primo Concerto di Beethoven per Pianoforte e Orchestra.

Intanto altri compositori stanno scrivendo brani nuovi in modo da poter realizzare un altro cd “la musica classica adatta al mio universo artistico”.

Molti sostengono che non è più il tempo di incidere cd, non serve. Non è così. Io mi divido tra concerti e studio discografico.

Il disco ci sopravvive, è una testimonianza che rende la musica e l’artista eterni.

Io sono su Fb e Instagram sia come Polimnia Cultura sia come Antonietta Incardona; quindi, per seguirmi basta andare lì e cercarmi, rispondo sempre a chiunque. Mi piace conoscere gente e scambiare le impressioni e raccontare i miei sogni e i miei progetti.

Amo ciò che faccio. La musica è tutta la mia esistenza e il mio unico desiderio è quello di poter tramettere la mia passione, il mio amore per la vita.

Verdi è il mio primo amore: Rigoletto ancora oggi per me è la migliore opera mai scritta

Gianpaolo Dal Dosso: il barocco contemporaneo
Gianpaolo Dal Dosso: il melodramma nasce in Italia e lì prende forma evolvendosi nei secoli e ramificandosi in sottogeneri: opera buffa, opera napoletana, intermezzo, farsa, il bel canto…

Gianpaolo Dal Dosso ha intrapreso giovanissimo lo studio del pianoforte, del canto e della composizione diplomandosi in Musica Corale e Direzione di Coro, Canto Lirico e Canto Didattico presso i conservatori di musica di Verona, Trento e Mantova.

Si è successivamente perfezionato in canto barocco iniziando un’intensa attività concertistica, tra gli altri, con l’Ensemble Barocco Agostino Steffani, l’Orchestra dell’Università di Trento e l’Antiqua Camerata Veneta.

Tra le composizioni eseguite la Passione secondo Giovanni e la Messa in si minore di J. S. Bach, la Messa K 194 e quella k 258 di Mozart , Il Magnificat di Albinoni e la Petite Messe Solennelle di Rossini.

Ha collaborato all’incisione discografica della Weihnachtshistorie di H. Schütz con la Cappella Augustana e de L’Orfeo di C. Monteverdi con Sergio Vartolo, entrambe per l’etichetta Brilliant Classics.

È direttore musicale del coro Amici della Musica con il quale ha partecipato ai Festival di Aix en Provence (Francia 2004), Les Choralies (Corsica 2005 e 2014), Valsamoggia (Bologna, 2014) e Musica Sacra (Croazia, 2019) e dell’ottetto vocale maschile I Madrigalisti Anonimi. Collabora con la rivista GB Opera.

Partiamo da una domanda ” classica “…Verdiano o Wagneriano? E perché?

Direi assolutamente verdiano. Intendiamoci, adoro la bellezza della musica di Wagner, io mi sciolgo con il Tristan und Isolde e quel celebre accordo all’inizio ha un significato quasi esoterico per me: da qualsiasi parte lo analizzi è difficile da decifrare.

Ma Verdi è il mio primo amore, considera che mia madre mi portò a vedere Rigoletto quando avevo dieci anni; fu una folgorazione e ancora oggi per me è la migliore opera mai scritta.

Il motivo, e qui rispondo alla seconda domanda, è semplice: Verdi aveva una marcia in più rispetto a Wagner, la sintesi drammaturgica. Ciò che descriveva il tedesco in un’ora di musica, Verdi lo stringava scenicamente in un quarto d’ora attraverso astuti cambi di tempo e tonalità.

Il risultato è un’azione snella, rapida, che ti tiene inchiodato alla poltrona del teatro senza farti addormentare.

Hai lavorato molto sul periodo Barocco. Il melodramma di cinquecento/seicento ha ancora da dire molto al pubblico di oggi?

Certamente, il melodramma nasce in Italia e lì prende forma evolvendosi nei secoli e ramificandosi in sottogeneri: opera buffa, opera napoletana, intermezzo, farsa, il bel canto del secondo Rossini, di Bellini e Donizetti, fino a Verdi e Puccini.

Accanto ad essi la Scapigliatura e il Verismo per arrivare fino al sinfonismo raffinato di Zandonai. Ognuno di essi affonda le radici nel recitar cantando di Monteverdi, Peri e Caccini, seppur riformulato attraverso i gusti di ogni epoca.

Questo se parliamo di modelli, ma i grandi melodrammi barocchi (Euridice, La favola d’Orfeo, Il ritorno di Ulisse in patria e L’ incoronazione di Poppea) sono presenti in quasi tutti i cartelloni dei maggiori teatri e il pubblico odierno mostra di gradirli anche perché spesso sono proposti in allestimenti scenici spettacolari.

Gianpaolo Dal Dosso: il barocco contemporaneo
Gianpaolo Dal Dosso: Verdi è il mio primo amore: Rigoletto ancora oggi per me è la migliore opera mai scritta

Concerti che hai diretto che univano musica e teatro che ricordi con particolare affetto?

La Johannes Passion di Bach che però non ho diretto ma eseguito vocalmente: interpretavo Petrus e Pilatus e, sebbene in tedesco, la scena del pretorio era carica di tensione.

Sempre come cantante ho interpretato il dittico La cena e La passione di Gian Francesco Malipiero, su un bellissimo testo del XV secolo di Pierozzo Castellano: qualcosa di assolutamente straordinario.

Non dimentichiamo che Malipiero fu il primo revisore e divulgatore di Monteverdi e Vivaldi.

Che musica ascolti nel privato? Anche musica leggera? Cosa?

Ascolto un po’ di tutto, mi piace il jazz in ogni sua declinazione ma anche la leggera italiana: adoro la poesia delle canzoni di Pino Daniele, musicista eclettico che mescolava generi ed esperienze, ma anche Lucio Dalla, Lucio Battisti e Zucchero.

Per non parlare dei genovesi, soprattutto Luigi Tenco e Umberto Bindi.

Che melodramma antico ti piacerebbe dirigere? O che opera lirica?

I due Orfei: quello di Monteverdi e quello di Gluck, così diversi eppure uguali. Quello di Gluck, manifesto eloquente della riforma operata con Ranieri de’ Calzabigi ha poi tutti quegli ingredienti che affabulano ed affascinano lo spettatore con una musica snella e frizzante, addirittura terrificante come la celebre Danza delle Furie.

Gianpaolo Dal Dosso: il barocco contemporaneo
Gianpaolo Dal Dosso: Che melodramma antico ti piacerebbe dirigere? I due Orfei: quello di Monteverdi e quello di Gluck -(Foto Croazia 2019)

Cosa stai facendo ora e cosa farai nel prossimo futuro?

In questo momento sono in vacanza ma seguo l’Arena Opera Festival di Verona per il magazine GB Opera. Per il prossimo futuro ho in cantiere lo Stabat mater di Pergolesi e, forse, un oratorio di Carissimi.

Come possiamo seguire la tua attività?

Sulla mia pagina Facebook oppure sul mio sito (gianpaolodaldosso.com)

 Vuoi aggiungere qualcosa come commiato?

Vorrei che il pubblico ricominciasse a frequentare i teatri con fiducia, non solo legata a motivi sanitari ma anche per una rinnovata sete di cultura e di bello.

Con grande rispetto dell’arte ma senza temerla. Ricordiamo che il grande musicista Robert Schumann diceva ai suoi giovani allievi: non abbiate paura dell’arte, avvicinatela con fiducia ed essa vi verrà incontro amichevolmente.

La musica mi aiuta tantissimo, sia durante le prove che in scena, durante lo spettacolo. È una parte insostituibile, ti regala tempi ed emozioni preziose

Luca Pala: Il palco, il pubblico, il silenzio
il palco è diventato consapevolezza, il pubblico adrenalina e il silenzio parte essenziale dello spettacolo

Luca Pala ha studiato recitazione con Faro Teatrale, Campo Teatrale, Linguaggi creativi e Generazione teatro, specializzandosi in teatro di narrazione. Ha seguito seminari di approfondimento su lettura interpretativa e improvvisazione. È stato in scena con That’s Amore per la regia di Luca Stano, Accura (testo e regia di Manfredi Pedone), “Al telefono con Pirandello” diretto da Daniele Chiesa, e ne “L’uomo che cadde sulla terra” con la Compagnia Altrimondi.

Ha lavorato per Sky per la promozione della serie TV Zero zero zero. Ultimamente sta interpretando in scena, con finissima immedesimazione e particolare struggimento, il fratello di Grazia Deledda in Deledda’s Revolution di Antonio Mocciola, spettacolo a cui ho avuto il piacere di assistere. È appassionato attivista in temi di diritti civili.

Come e quando ti sei innamorato del Teatro e hai pensato di diventare attore?

Il palco, il pubblico, il silenzio… Fino a dieci anni fa ero terrorizzato dal teatro. Poi, quasi per caso, decisi di iscrivermi ad un minicorso alla scuola Il Faro Teatrale di Milano, con insegnante Manfredi Pedone. Mi innamorai di tutto. Cominciai a scoprire un mondo nuovo, a conoscere meglio me stesso. E così il palco è diventato consapevolezza, il pubblico adrenalina e il silenzio parte essenziale dello spettacolo.

Hai studiato musica, canto? Pensi sia importante per un attore?

Ho fatto dei corsi di musica prima di fare teatro, ma non ho mai sviluppato abbastanza il canto. Penso che per un attore la musica sia indispensabile. La musica è parte della drammaturgia, aiuta il pubblico e l’attore ad essere lì, presente. Io sono un attore che ha, come si dice in gergo, bisogno di “entrare in temperatura”. La musica mi aiuta tantissimo, sia durante le prove che in scena, durante lo spettacolo. È una parte insostituibile, ti regala tempi ed emozioni preziose.

Luca Pala: Il palco, il pubblico, il silenzio 2
Luca Pala: Raccontare storie, con qualunque scelta stilistica, è probabilmente la necessità più grande che sento

Nei tanti laboratori che hai frequentato la musica veniva utilizzata? In che modo?

Nei laboratori la musica è stata utilizzata con due obbiettivi: da una parte per sviluppare l’ascolto, soprattutto nel lavoro di gruppo, dall’altra per improvvisare, la musica come input per movimenti e interazione.

Hai fatto parte di qualche spettacolo in cui la musica aveva un ruolo particolare?

Assolutamente si, in quasi tutti i miei lavori la musica è stata parte integrante. Mi viene in mente Accura, uno dei miei primi spettacoli. Un testo sulla mafia con musiche della tradizione calabrese e siciliana. Non posso però non citare Deledda’s Revolution, scritto da Antonio Mocciola con la regia di Diego Galdi, spettacolo nel quale ho avuto la grande opportunità di scoprire e poi regalare al pubblico un pezzo di Nuoro, della mia città.

La storia speciale del premio Nobel Grazia Deledda, interpretata da Valeria Bertani, e di suo fratello Santus, che ho avuto il privilegio di portare per la prima volta in scena. Nello spettacolo le canzoni sarde aiutano a ricreare l’atmosfera della Nuoro dei primi del ‘900, e in un momento di rabbia e tristezza, Santus intona un pezzo de Su Nugoresu (Il nuorese), celebre pezzo nuorese della tradizione del canto sardo.

Ti piace il musical? L’opera lirica? O preferisci altro genere?

Non riesco ad apprezzare ancora la lirica, ma mi sono ripromesso di andare ad ascoltarla più spesso. Nei musical rimango sempre affascinato del grande lavoro in scena: essere contemporaneamente attori, ballerini e cantanti richiede davvero una grande dedizione. Ho una predilezione per il teatro di Narrazione.

Raccontare storie, con qualunque scelta stilistica, è probabilmente la necessità più grande che sento e uno dei mezzi più potenti che ha il teatro per arrivare al pubblico. Incuriosire e far scoprire la storia di una mia concittadina così importante come Grazia Deledda e, al contempo, quella sconosciuta anche ai nuoresi, di suo fratello Santus, è per me una grande emozione.

Luca Pala: Il palco, il pubblico, il silenzio 1
Luca Pala: con Deledda’s Revolution ( in cui sono in scena con Valeria Bertani ) ho avuto la grande opportunità di scoprire e poi regalare al pubblico un pezzo di Nuoro, della mia città

Scegli tre compositori (tra tutti i generi) (o cantautori) che preferisci in assoluto e tre autori teatrali che per te sono fondamentali.

Sono cresciuto ascoltando la voce e i testi di due cantautori molto diversi tra loro: Fabrizio De André e Luca Carboni. Al contempo mi piace sempre ricordare Valentina Giovagnini, un’artista che purtroppo ci ha lasciati prematuramente. Rimasi sin da subito colpito dalla sua bellissima voce nel Sanremo 2002.

Tra gli autori teatrali non posso non citare maestri della narrazione come Marco Paolini e Marco Baliani, oltre a Laura Curino con la quale ho avuto il privilegio di frequentare un interessantissimo laboratorio sul teatro narrazione. Dal punto di vista drammaturgico trovo che Stefano Massini e Yasmine Reza siano un autore e un’autrice eccezionali.

Che cosa stai facendo ora e come possiamo seguire la tua attività?

Ho scritto il mio primo testo teatrale, spero davvero che in tempi brevi riesca a portarlo in teatro (incrocio le dita). Ma già da settembre le mie energie saranno dedicate a Deledda’s Revolution, dopo l’ottimo riscontro del pubblico nelle prime tre serate Milanesi, lo riporteremo in scena, prima nuovamente a Milano, poi a Reggio Emilia e Roma. Spero davvero che possa arrivare in tanti teatri di tutta Italia!

Potete seguirmi sia su Facebook che su Instagram; inoltre, sempre su Instagram, racconto storie di persone poco conosciute ma per me speciali. Se doveste essere curiosi le trovate sulla pagina lastoriasietevoi.

Grazie Luca. A presto!

Igor Sciavolino: musicista, compositore, insegnante e…archeologo. “Il bello della musica e in particolare del jazz è mescolare le carte”

Igor Sciavolino: musicista, insegnante e... archeologo
Igor Sciavolino: a 16 anni ho cominciato con la musica e contemporaneamente con l’archeologia e le due cose sono andate in parallelo per 25 anni – Pietra Tonale a Berlino – PAS

Quando hai iniziato a occuparti di musica?

Ho cominciato a suonare il sax a 16 anni mentre facevo il liceo classico. Frequentai 3-4 anni di Corsi di formazione musicale di Torino, che tutti chiamavano e ancora oggi chiamano “Civica”. Poi feci un anno di “perfezionamento” al Centro Jazz, sempre a Torino.

In seguito, presi lezioni private di composizione e orchestrazione da un allora neodiplomato in Composizione al Conservatorio di Torino, Bruno Mosso.

Nel mentre avevo incominciato anche a suonare in quartetti e quintetti jazz con miei più o meno coetanei o con miei compagni di corsi musicali.

In quei primi dieci anni di musica seguii workshop occasionali con Clifford Jordan, Jimmy Knepper, Michael Brecker, Claudio Fasoli, Giorgio Gaslini, Giancarlo Schiaffini, John Surman. Devo molto a questi ultimi tre.

Gaslini mi diede lezioni gratuite di composizione “a distanza”: gli mandavo le mie prime composizioni per lettera e lui mi rispondeva ogni volta con tempestività impressionante, con lunghe lettere di commenti e di consigli, utilissimi, illuminanti e incoraggianti; una generosità e una curiosità verso i giovani veramente gigante.

Da Schiaffini a Siena Jazz imparai nuove forme di improvvisazione e di composizione che mi sono state utilissime per tanti anni e che poi ho ulteriormente sviluppato autonomamente.

John Surman per me era allora una sorta di figura mitologica: quando nel 1994 seppi che a Ravenna teneva un workshop di musica e danza, mi fiondai subito. Lì ebbi pure la fortuna di conoscere Rosita Mariana, una delle danzatrici che facevano parte dello staff del workshop, con cui successivamente collaborai per tantissimi anni.

Quando hai pensato potesse diventare la tua professione?

Non saprei stabilire un momento. Forse semplicemente mi ci sono ritrovato dentro un po’ per volta. Perché comunque c’era fin da subito l’intenzione seria di fare musica, non solo per divertirsi ma pure perché fosse interessante per chi la ascoltasse.

E questo atteggiamento lo avevamo praticamente tutti quanti noi che suonavamo all’epoca. Sto parlando della fine anni ’80 e di tutti i ’90. D’altronde avevamo scelto di suonare jazz, e all’epoca il jazz non era considerata la musica d’intrattenimento per eccellenza…

La cosa curiosa è che a 16 anni ho cominciato con la musica e contemporaneamente con l’archeologia e le due cose sono andate in parallelo per 25 anni. All’inizio ero studente di entrambe per qualche anno, poi ho cominciato presto a lavorare come archeologo già durante gli anni dell’università e contemporaneamente a tenere concerti con band jazz messi su da altri o da me.

La faccenda delle vite parallele, stile Dr. Jekyll e Mr. Hyde, è andata avanti in crescendo, finché nel 1996 sospesi l’attività archeologica, perché mentre stavo suonando professionalmente con Mal Waldron e Tiziana Ghiglioni in giro per l’Italia, le condizioni di lavoro e retribuzione in ambito archeologico, nonostante anni e anni come direttore di scavo, erano precipitate a livelli simili a quelli che leggiamo oggi sui giornali a proposito dei riders o, appunto, degli archeologi e dei restauratori.

Intorno al 2000, mi chiamarono a scavare di nuovo, poi abbandonai definitivamente nel 2009. Non è più cambiato nulla, solo peggiorato.

Nel frattempo, nel 1998 entrai a insegnare alla “Civica” (CFM), dove 15 anni prima ero stato allievo.

Continuo ancora oggi a insegnare: Arrangiamento, Teoria, Musica d’insieme, Laboratori sui mezzi digitali per creare musica.

Ebbi modo di lavorare come arrangiatore sia per musica e progetti altrui (per esempio Fabio Barovero, Roy Paci, Banda Ionica), sia per miei progetti di ampio respiro. Nel 2001 Musica 90 di Torino produsse il mio progetto “Mingus in banda”: la musica di Charles Mingus rivisitata, smontata e “ricomposta” per una vera banda di paese (Nizza Monferrato) e quartetto di jazz (Maurizio Brunod, Fred Casadei, Simone Bosco ed io) con cui girammo alcuni festival estivi.

Nel 2006-2008 il Comune di Cremona mi incaricò di formare un’orchestra di giovani musicisti jazz di Cremona e dintorni: creai la ChantSong Orchestra che aveva come repertorio brani famosi del cosiddetto indie-rock italiano degli anni ’90 e primi 2000.

Dopo aver arrangiato i brani, invitammo i cantanti di quei brani come ospiti (per esempio: Cristina Donà, Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, Frankie Hi-nrg MC, Emidio Clementi dei Massimo Volume, Giò dei La Crus) con cui registrammo un cd per Felmay e partecipammo a vari concerti tra cui la prima edizione del Festival MiTo.

Dal 2010 lavoro come responsabile della redazione musicale di Voglino Editrice, che inizialmente si chiamava Musica Practica.

In tutti questi anni, in parallelo a tutto ciò, ho anche condotto uno studio di registrazione mobile, con cui ho realizzato lavori spesso pubblicati in CD di classica, barocca, contemporanea, jazz, indie-rock anche per etichette “major”.

Igor Sciavolino: musicista, insegnante e... archeologo
Igor Sciavolino: Continuo ancora oggi a insegnare: Arrangiamento, Teoria, Musica d’insieme, Laboratori sui mezzi digitali per creare musica

Come e perché hai scelto “quello strumento” e non un altro?

Ero presissimo nell’ascoltare jazz e ad un certo punto decisi che volevo provare a suonare questa musica, oltre che ascoltarla. Scelsi il sax tenore per via di John Coltrane, di cui ascoltavo un sacco di dischi.

In verità, ascoltavo molti più musicisti con gli strumenti più diversi: Monk, Jarrett, Frisell, Motian, per esempio.

E generi diversi: soprattutto musica contemporanea del ‘900: Bartòk, Stravinskij, Ligeti, Pärt.

Al rock ci sono arrivato tardi, quando avevo ormai più di 25 anni. Mi influenzò non poco: mi misi a “elettrificare” il sax e a suonarlo con effetti, distorsioni, whawha, ecc, come farebbe un chitarrista elettrico.

Il mio primo disco “Solitaires à la recherche de la danse” è già così: sax tenore e sax sopranino elettrificati, in solo, senza band e senza sovraincisioni. È del 1994.

Con questo setto “elettrico” portai avanti per tanti anni un duo con il batterista Paolo Franciscone, che poi divenne spesso un trio con la danzatrice di Milano Rosita Mariani (di cui sopra).

Intorno al 2007 sostituii il parco pedaliere ed effetti elettronici con un Mac portatile e mi misi ad elaborare in tempo reale non più solo i miei suoni ma anche quelli di altri musicisti. Per esempio, ne venne fuori il duo NoLogicDuo con impiantista Angelo Conto, dove io non suonavo il sax ma solo più l’elettronica.

Il tuo rapporto col teatro.

Il mio rapporto con il teatro è iniziato in verità lavorando con e per danzatrici, danzatori, coreografe e coreografi di danza contemporanea, con qualche esperimento estemporaneo nel 1992, ma seriamente a partire dal 1994 fino al 2018.

Con il teatro vero e proprio ho avuto a che fare inizialmente (fine anni ’90) suonando dal vivo in scena o a margine della scena chiamato a fare da “colonna sonora vivente”, magari in duo o trio, qualche volta in solo (grazie agli aggeggi elettronici).

Poi ebbi occasione di lavorare a 4 mani con un paio di registi progettando diversi spettacoli: per esempio, 3 produzioni di teatro multietnico multiculturale (anche nella musica che scrissi) per il Teatro Piccolo Regio di Torino negli anni 2000 con Marco Alotto; oppure lo spettacolo “Il dottor Faust accende le luci” di Gertrude Stein per l’allora Teatro Juvarra (1999 poi replicato nel 2000) e a Roma con l’attore e regista Francesco Gagliardi.

In seguito, ebbi modo di lavorare per il teatro come arrangiatore di musiche altrui, analogamente a lavori di arrangiamento per il cinema per film di D’Altari, Mordini e altri.

Igor Sciavolino: musicista, insegnante e... archeologo live
Igor Sciavolino: Scelsi il sax tenore per via di John Coltrane – Live

Qualcosa sulla tua esperienza come autore di musica per la danza contemporanea.

Da quando incominciai nel 1994 ad avere a che fare seriamente con la danza contemporanea, la maggior parte dei miei progetti musicali furono indirizzati in questa direzione.

Con Rosita e Paolo avevamo un trio stabile, a volte ampliato in quartetto con una seconda danzatrice, ma sempre mettendo sullo stesso piano suono e movimento, musica e danza, composizione e coreografia, dove l’improvvisazione era praticata sia da chi suonava sia da chi danzava. Con Rosita ho lavorato fino al pochi anni fa.

Nel 1998 lavorai per il coreografo e danzatore Roberto Castello. Mi invitò a “sostituire” Ezio Bosso alle repliche del suo spettacolo in duo a Copenaghen. Ezio all’epoca era un bravissimo contrabbassista e rimase bloccato in tournée in America Latina con un’orchestra sinfonica.

Roberto mi chiese di sostituirlo in scena, nonostante ovviamente non suonassi il contrabbasso, ma gli interessava l’aspetto creativo musicale più che lo strumento.

Poi lui contraccambiò il “favore” partecipando ad un concerto del mio duo col batterista (che divenne spettacolo) in un festival a Torino: insieme a lui si portò dietro Alessandro Certini, altro fantastico danzatore e, come Roberto, creatore istantaneo di dimensioni teatrali con pochi gesti.

Composi anche colonne sonore registrate per lavori di danza in cui non suonavo dal vivo, sia per la Mariani, sia per Castello, sia per Stefano Questorio.

Prendendo spunto da queste esperienze fondai nel 2001 il festival Interplay di danza con musica dal vivo insieme con Natalia Casorati. Con questa formula durò tre edizioni. Poi abbandonai il progetto, perché da allora il festival prosegue ancora oggi ma senza load dimensione esclusiva della musica dal vivo.

Dal 2012 al 2018 ho lavorato intensamente per Ambra Senatore (dal 2018 è direttrice del Centre Choréographique National de Danse di Nantes) e per la sua compagnia di danza italo francese; più francese che italo, in verità, perché sulle 30 repliche che facevamo ogni anno, circa 25-26 erano in Francia e solo 2-4 in Italia.

Con lei ho lavorato come compositore e sound designer, perciò seguivo la compagnia durante il periodo di creazione, dove si lavorava collettivamente anche con molta improvvisazione che poi veniva fissata in coreografia. Dovevo comporre all’istante piccoli spunti musicali e, tra una prova e l’altra, svilupparli.

Ma utilizzavo anche frammenti di musiche mie e di altri (per esempio Monteverdi) da “sparare” durante le sessioni di improvvisazione per vedere se funzionavano. Seguivo poi la compagnia durante tutte le repliche perché come sound designer curavo l’allestimento sonoro e “suonavo” i vari contributi musicali e sonori durante lo spettacolo.

Per Ambra ho lavorato a due coreografie: “John” e “Aringa rossa”, quest’ultima era decisamente una grossa produzione, 9 danzatori in scena, con repliche anche di parecchi giorni a Parigi al Théâtre de la Ville (l’equivalente della Scala per quanto riguarda la danza contemporanea) ci valse parecchie recensioni entusiaste da parte della stampa nazionale francese.

musicista, insegnante e... archeologo
Igor Sciavolino: La ricerca archeologica

Tuo rapporto col jazz.

È un rapporto che per tanti anni è stato molto conflittuale. Da ragazzino ero uno sfegatato fan del jazz. Quando incominciai a suonare un po’ più professionalmente, cercai subito di percorrere strade meno “tradizionali”, come suonare brani originali invece di standard jazz, fino ad arrivare molto presto a metter su un ensemble “cameristico” con oboe, corno, arpa, piano, clarinetto basso oltre al sax, Limina, si chiamava. Scrissi diversi brani originali e varie trascrizioni e adattamenti da Monk, Frisell, Pârt, Ligeti, Hendrix, Mingus.

Pochi anni dopo (metà anni ’90) fondai un quartetto molto particolare, il Forma Fluens con Roberto Regis (sax), Martin Meyes (corno) e Domenico Sciajno (contrabbasso) in equilibrio tra composizione e improvvisazione: brani nostri originali e di Gavazza e Schiaffini, arrangiamenti da Monk, Motian, Cage.

Rapidamente mi ritrovai abbastanza fuori dal “giro” dei jazzisti, per via di questo stare a cavallo tra jazz e musica da camera o contemporanea e tra jazz e improvvisazione, e quindi non essere visto come 100% jazzista. D’altro canto, non fui considerato abbastanza “compositore contemporaneo” nel “giro” della classica-contemporanea per il fatto di essere anche jazzista, nonostante avessi composto e fossero stati eseguiti diversi brani cameristici in Italia e all’estero. Insomma, per molti anni questo sentirmi al “confine tra”, né da una parte né da un’altra, né carne né pesce, mi corrucciava spesso.

Poi per fortuna lavorando in Francia per la danza mi resi conto che tutto ciò era un falso problema e che il bello della musica e in particolare del jazz è mescolare le carte.

Cosa stai facendo ultimamente e cosa farai nell’immediato futuro?

Oltre al lavoro in casa editrice e all’insegnamento, dal 2018 collaboro stabilmente con Pietra Tonale, un interessante collettivo di giovani musicisti che esplora le varie forme di improvvisazione e composizione senza rinchiudersi in steccati ideologico-estetici.

Ormai il collettivo si è allargato e conta una ventina di elementi stabili più una dozzina di collaboratori più o meno assidui o saltuari. Con Pietra e la sua orchestra in questi anni abbiamo partecipato ai festival Torino Jazz Festival e Jazz Is Dead, e recentemente ha fatto un minitour: Venezia, Vienna, Praga, Berlino e Fusion Festival in Germania.

Suono nel quartetto “postjazz”(?) Serial Disaster del trombettista Beppe Virone, molto particolare perché non abbiamo basso o contrabbasso per scelta: due fiati chitarra e batteria.

A dicembre ho pubblicato un album di musica elettronica, “Enki”, su BandCamp, che racchiude una selezione di lavori fatti nell’arco di 30 anni. Ho intenzione di pubblicare un secondo album di elettronica entro la fine del 2022.

Sto musicando un po’ per volta testi che amo molto dello scrittore Luca Antonini, con cui collaborai tantissimi anni fa. Penso ci saranno vari ospiti vocali, cantanti e non.

Non ho la minima idea di come e dove sarà pubblicato questo lavoro perché ormai il mercato discografico è completamente cambiato, anzi è praticamente scomparso, ed è diventato quasi tutto digitale e online. Anche l’idea di etichetta discografica ha assunto un ruolo molto diverso rispetto a fino a una decina d’anni fa.

 Come possiamo seguire la tua attività?

Questa è la cosa più difficile, eh, eh.

Non ho sito internet. Non ho più Facebook dalla prima pandemia (chiuso per l’overdose di scempiaggini che vi transitavano). Ma notizie sparse su di me compaiono cercando su Google.

Trovate il mio primo disco su iTunes e l’ultimo su Bandcamp.

Alessandro Grima: in uno spettacolo di prosa la musica crea l’atmosfera che serve per suggestionare tutti, dagli attori sul palco al pubblico in platea

 

Alessandro Grima: Attore, Insegnante e Regista
Alessandro Grima: quando da ragazzino, ad amici e parenti, dicevo che volevo fare l’attore venivo preso poco sul serio e poco capito, ma nessuno mi ha mai ostacolato il cammino

Diplomatosi Attore presso la civica scuola D’Arte Drammatica di Milano “Paolo Grassi”, approfondisce il lavoro con corsi di alta formazione con la metodologia di Anatolij Vasil’ev, grazie a maestri quali Giacomo Veronesi, Giovanni Longhin e Boaz Trinker, e su corpo e intelligenza attoriale con Maurizio Schmidt e Maria Consagra.

Segue anche formazione cinematografica con l’Accademia Professione Artistica e Casting Director.

Lavora in tv, al cinema e in teatro contemporaneamente. Dichiara una predisposizione alle attività fisiche e di combattimento.

Tra le sue skills, oltre a Calcio, Pallavolo, Baseball e Nuoto, troviamo il Qi-Gong (Tai-chi) e i Balli da sala.

Tra le esperienze cinematografiche cito il ruolo da protagonista in Omicide House, House, Noraneko e Notte di Harold Pinter.

Uno dei suoi primi lavori importanti in teatro è stato Mistero Buffo, spettacolo realizzato al Teatro Due di Roma, tratto dalle fabule di Dario Fo, con la coordinazione registica di Massimo Navone, portato in tournée anche ad Avignone.

Ultimamente è protagonista de I mali minori, spettacolo scritto da Antonio Mocciola tratto da L’immoralista di Gide, che ho avuto il piacere di vedere in due versioni.

Lavora stabilmente come Attore, Insegnante e Regista con la compagnia Viandanti teatrali di Busto Arsizio.

A che età hai iniziato a salire su un palco e quando hai deciso di farne una professione?

La primissima volta che ho pensato di fare l’attore è stato da bambino, credo di aver avuto quattro anni,  quando guardando i film di Bud Spencer e Terence Hill dissi a mio padre che volevo fare quello che facevano loro.

Ero ovviamente un bambino e non sapevo cosa stessi dicendo veramente; poi però, durante il terzo anno di scuola media, a dodici o tredici anni, presi parte ad uno spettacolo teatrale organizzato dal mio insegnante di musica, e lì, su quel palcoscenico, capii che ero nel posto giusto al momento giusto e che quella era la mia strada, così feci di tutto per farla diventare la mia professione.

In famiglia chi ti ha incoraggiato e chi ostacolato?

Non c’è stato nessuno che mi ha incoraggiato ma non sono neanche mai stato ostacolato. Ho avuto, qualche volta, da parte dei miei genitori il consiglio di fare altri lavori, ma vedendo la mia determinazione a riguardo hanno lasciato perdere quasi subito.

In generale quando da ragazzino, ad amici e parenti, dicevo che volevo fare l’attore venivo preso poco sul serio e poco capito, ma nessuno mi ha mai ostacolato il cammino.

Alessandro Grima: Attore, Insegnante
Alessandro Grima: ho provato tutto, dalla regia alla drammaturgia, dal tecnico luci all’insegnante di recitazione ma niente è come salire sul palco e giocare ad essere qualcun altro

A tuo avviso quanto è importante la musica in uno spettacolo?

Direi fondamentale; in uno spettacolo di prosa la musica crea l’atmosfera che serve per suggestionare tutti, dagli attori sul palco al pubblico in platea; è la porta d’accesso alle sensazioni che si provano durante uno spettacolo; spesso addirittura la musica diventa la drammaturgia stessa della pièce

Spettacoli cui hai partecipato in cui la musica aveva un ruolo particolare e che ami ricordare?

Sicuramente “Giulia – La mia migliore amica” diretto da Luca Rodella, con Sara Zanobbio in scena con me e Diego Paul Galtieri, il musicista.

È uno spettacolo che mi è molto caro; la musica è dal vivo, con Diego che suona diversi strumenti e ci accompagna tutto il tempo dello spettacolo.

Dona ritmo alle scene, ci suggestiona con le atmosfere, regalandoci emozioni che poi trasmettiamo al pubblico, e gioca con effetti che sono a stretto contatto con la stessa drammaturgia scenica.

Poi non posso non ricordare anche le Barbatelle con la regia di Carlos Branca, è un’operetta in cui avevo un personaggio con un ruolo importante nella storia anche se non aveva nessuna aria dedicata; qui ho avuto il piacere e il privilegio di lavorare insieme al maestro Luiz Bacalov, perciò posso dire di aver lavorato con un premio oscar, ed è stato un onore per me.

Ci sono temi che ami trattare più di altri quando scrivi per il teatro? 

Da drammaturgo cerco sempre di trattare qualunque tema con leggerezza e ironia, uno in particolare ha spinto spesso la mia creatività e ha fatto sì che creassi il mio primo spettacolo con la collaborazione di altri compagni d’avventura, s’intitola Cardinali al sole ed è uno spettacolo incentrato sulla vita e la filosofia di Tommaso Campanella, eretico del 1600.

Il tema da cui ero partito e con il quale ho coinvolto tutti era: cosa ci fa dire cosa è giusto e cosa è sbagliato? Cosa si nasconde dietro alle azioni che compiamo, anche le più atroci e violente? Cos’è il Bene e cosa il Male? Senza morale o volontà di rispondere a queste domande, solo il gusto di farsele e il piacere di ricercare delle risposte senza trovarle.

Preferisci recitare, scrivere, dirigere, insegnare?

Ho provato tutto, dalla regia alla drammaturgia, dal tecnico luci all’insegnate di recitazione ma niente è come salire sul palco e giocare ad essere qualcun altro, e comunicare un tema o un’ emozione.

Preferisco perciò di gran lunga recitare; è come se durante la durata dello spettacolo uscissi da me, dalla mia vita e dai miei problemi, ed entrassi nella vita e nei problemi di un altro, che sono di gran lunga migliori dei miei, perché non esistono realmente ma vivono per un’ora o poco più nell’immaginazione di tutti; faccio vivere qualcosa che non esiste, o almeno ci provo, e questo è straordinariamente eccitante.

Alessandro Grima: Attore
Alessandro Grima: in uno spettacolo di prosa la musica crea l’atmosfera che serve per suggestionare tutti, dagli attori sul palco al pubblico in platea; è la porta d’accesso alle sensazioni

Tra teatro cinema o tv quale al primo posto?

Domanda difficile… beh sicuramente la TV è all’ultimo posto, l’ho fatta per anni e sento che non mi appartiene proprio.

Tra Teatro e Cinema non saprei; cinema l’ho fatto poco e ultimamente mi sto concentrando un pochino di più su quest’arte, ha dei tempi e una partecipazione molto differente dal teatro, soprattutto nella preparazione, però amo recitare in maniera intima e realistica, e questo spesso in teatro è molto difficile perché ti trovi davanti degli ostacoli tecnici che devi superare con il corpo e la voce, perciò preferisco fare scene per il cinema, in cui posso sentirmi maggiormente a contatto con la parte più intima di me… però le emozioni e l’adrenalina che regala il palcoscenico, con il pubblico che restituisce qualunque sensazione che l’attore gli manda, ma cento volte più potente, è un’esperienza unica e irripetibile tutte le volte.

Ogni volta dalla tensione prima di andare in scena mi sento male però appena inizio è come se mi sentissi in una trascendenza artistica, perciò in questo momento del mio percorso artistico, metto poco più in alto il Teatro e al secondo posto il Cinema.

Cosa stai facendo ora in scena e cosa stai preparando?

Ora sto girando un film, subito dopo andrò a tenere un laboratorio teatrale in una residenza artistica sui colli Bolognesi, e successivamente andrò in Liguria per uno spettacolo itinerante dentro un castello medievale, con l’associazione Baba Jaga di Finale Ligure

Per seguire la tua attività?

Seguendomi sui social, Facebook e Instagram, Alessandro Grima… di solito pubblico quasi esclusivamente le mie attività.

Valeria Bertani: quando ascolto musica non cerco un genere, piuttosto qualsiasi cosa che rispecchi le mie emozioni di quel momento 

 

Valeria Bertani: Musicol? La mia passione  
Valeria Bertani: la musica ha sempre fatto parte della mia vita, il teatro l’ho scoperto a 14 anni

Nata a Reggio Emilia, ha seguito corsi e workshop di teatro, musica e ballo. Recentemente ha fatto parte del cast di “Anything Goes” prodotto da MTS – Musical! The School.

È protagonista in “Deledda’s Revolution” (su Grazia Deledda) e  in “I mali minori” (tratto da “L’immoraliste” di André Gide), testi entrambi di Antonio Mocciola, per la  regia Diego Galdi  e che ho avuto il piacere di vedere in scena.

Fa parte del Coro giovanile dell’Emilia-Romagna e precedentemente del Coro dell’Arena di Verona

Come ti sei scoperta appassionata di musica e teatro? Quale delle due passioni è arrivata prima?

La musica ha sempre fatto parte della mia vita, da quando mia mamma mi cantava le canzoni della sua adolescenza accompagnandosi con la chitarra. La mia famiglia si è sempre circondata di musicisti, era inevitabile che anche in me nascesse questa passione.

A 12 anni ho iniziato a suonare il pianoforte ed a 13 a cantare in un coro, e non ho mai smesso di fare entrambe le cose.

Con il coro ho iniziato a fare i miei primi concerti, passando poi anche dal Teatro Valli di Reggio Emilia con i “Carmina Burana” all’Arena di Verona con “L’Opera è la Grande Bellezza”.

L’insegnamento del pianoforte mi ha invece dato tutte le basi della teoria musicale e accompagnandomi ho iniziato il mio percorso da solista.

Per quanto riguarda il teatro, ho scoperto la mia passione a 14 anni, al primo anno di superiori, con il corso tenuto dalla scuola.

Fin dal primo anno, ho capito che recitare mi dava una soddisfazione immensa, mi veniva naturale, ed era quello che avrei voluto fare nella vita.

Preferisci recitare o cantare? In cosa ti senti più a tuo agio?

Questa domanda è davvero troppo difficile e mi mette in difficoltà ogni volta!

Cantare è qualcosa che ho sempre fatto e che non smetto mai di fare durante la giornata. Per me non è solo esibirsi, è a volte uno sfogo, a volte condivisione.

Recitare invece mi impegna molto di più a livello emotivo e di studio, è qualcosa in cui mi applico tantissimo e ogni volta l’emozione di avere un nuovo copione in mano da studiare è impagabile.

Valeria Bertani: Musicol? La mia passione  
Valeria Bertani: con il musical ho potuto unire le mie due passioni

Mi verrebbe da dire, però, che se nella vita dovessi scegliere tra fare la cantante e fare l’attrice… sceglierei di fare l’attrice!

Ma questo è il motivo che mi ha spinta a frequentare la MTS – Musical! The School, l’accademia di musical di Milano.

Con il musical ho potuto unire queste due grandi passioni, inserendo anche la danza (disciplina che amo, ma nella quale non sono brava come nel canto e nella recitazione).

Tuo rapporto con la musica. Preferisci la musica classica o altro genere? Cosa ti piace ascoltare nel privato?

Non ho un genere preferito, passo dalla musica pop/commerciale a quella classica e anche solo strumentale, da quella latino/americana (ho ballato caraibici per due anni prima di trasferirmi a Milano per l’accademia) a quella corale, dalla dance degli anni 90 e 2000 (perché sono un’inguaribile nostalgica) alle canzoni Disney e dei musical.

Quando ascolto musica non cerco un genere, piuttosto qualsiasi cosa che rispecchi le mie emozioni di quel momento.

Autori o classici o di altri generi che ami particolarmente?

Il mio cantante preferito in assoluto è Tiziano Ferro, mentre se devo scegliere compositori di cui amo suonare le canzoni, allora dico Einaudi ed Allevi.
Ammetto che il mio idolo in assoluto però è Jennifer Lopez: lei canta, balla, è un’attrice di successo e un esempio del fatto che l’età è solo un numero quando si ha un obiettivo.

Valeria Bertani: Musicol? La mia passione  
Valeria Bertani: anche negli ultimi spettacoli teatrali ho avuto la possibilità di offrire una parte cantata

Spettacoli che hanno unito musica e recitazione a cui hai partecipato che nella tua carriera hanno segnato “una svolta”?

Il primo vero e proprio musical a cui ho preso parte (con un ruolo e non semplicemente come ensemble) è “Anything Goes” prodotto dalla MTS – Musical! The School con le musiche di Cole Porter, regia di Michele Savoia (ripresa da quella di Simone Nardini e Luca Fusi) e coreografie di Valentina Bordi.
Ho interpretato Mrs. Harcourt, e devo dire che mi sono divertita tantissimo, grazie anche ai miei compagni di accademia che mi hanno supportata sempre e a cui sono molto affezionata.

In realtà, anche negli ultimi spettacoli teatrali che ho fatto ho sempre avuto la possibilità di mostrare al pubblico una parte cantata, seppur breve: in “I mali Minori” ho cantato una piccola parte di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (nella versione di Diamanda Galàs) nel finale, mentre in “Deledda’s Revolution” ho introdotto il mio intervento con “No potho reposare” (nella versione di Maria Carta).

Cosa stai facendo ora e cosa farai nel prossimo futuro?

Ho appena terminato l’Accademia, ma il mio prossimo obiettivo è quello di riuscire ad entrare a far parte del mondo della televisione e dello spettacolo, continuando però a fare teatro e, chissà, anche continuare nel campo del musical!

Nel frattempo, abbiamo già in programma di portare in giro gli ultimi spettacoli teatrali.

Come possiamo seguire la tua attività?

Sicuramente tramite i social: utilizzo Facebook e soprattutto Instagram, ed ora che ho più tempo cercherò di fare in modo di pubblicare più contenuti possibile!

Musica a Teatro: Martino Minzoni, attore protagonista che lavora nell’ombra

Martino Minzoni: è tecnico luci e audio e attore Il lavoro del tecnico deve essere perfetto
Martino Minzoni: Il lavoro del tecnico deve essere perfetto. Questo vuol dire essere in grado di “respirare” insieme allo spettacolo (Foto di un allestimento per GrangGuignol)

Martino Minzoni è tecnico luci e audio e attore. È nato a Bolzano nel 1990. Diplomatosi come tecnico di palcoscenico presso la Scuola Civica Paolo Grassi si è poi diplomato anche presso la Scuola Internazionale di Teatro Arsenale, perfezionandosi in seguito in mimo e clownerie.

Presta o ha prestato la sua opera in vari teatri in Italia, tra cui Il Verdi a Milano, la sala Fontana, il Teatro Parenti, il Delfino, lo Spazio Tertulliano, Linguaggi Creativi.

Ha curato la direzione tecnica del festival Tendenze Clown e seguito la compagnia Il ServoMuto Teatro con vari spettacoli. Collabora con GrandGuignol de Milan. Ha avuto modo anche di tenere lezioni di illuminotecnica.

Ho avuto il piacere di conoscerlo e lavorare al suo fianco recentemente durante una messa in scena e ho potuto apprezzare la sua assoluta sensibilità per tutto quello che di tecnico serve a uno spettacolo, sia dal punto di vista dell’illuminotecnica sia del mondo sonoro.

Ho voluto quindi dare voce a lui stavolta, anziché ad attori e registi come di solito faccio, conscio che è soprattutto su un bravo tecnico che si appoggiano regia ed interpretazioni, è l’altro “primo attore protagonista”, che lavora nell’ombra, e a volte troppo poco riconosciuto.

Come ti è nata la passione per il teatro?

Avevo nove anni, salii sul palco per uno spettacolo in cui facevo un giornalista del Times con accento britannico…Una volta sentita l’energia che mi arrivava dal pubblico mentre ero in scena, capii che quella era la mia strada.

Ti sei diplomato come tecnico di palcoscenico presso l’accademia teatrale Paolo Grassi di Milano. Poi hai seguito corsi come attore e clown. Ti vedi meglio sul palco o “dietro le quinte”?

Diciamo che è stata una transizione particolare. Io sono sceso a Milano per studiare recitazione, poi la mia strada si è lentamente spostata su altri binari.

Per un lungo periodo mi sono considerato un “Tecno-attore”, ma non poteva durare. Come direbbe Kuniaki, uno dei miei maestri di quando ho frequentato la scuola Arsenale, era un po’ troppo “né carne né pesce” …

Oggi come oggi mi sento decisamente più “luciaio”…o “lucifero” (come amano definirmi i colleghi della compagnia del GrandGuignol.

Sapresti spiegare a chi non è dell’ambiente in cosa consiste il tuo lavoro “tecnico” su luci e audio?

Per dirla in breve il nostro lavoro è creare l’atmosfera, il luogo giusto in cui gli attori e le attrici possano avere spazio di creazione, questo include sia il processo di progettazione, che l’allestimento, che la messa in scena per tutto l’aspetto che riguarda luci, audio e (pur se non nel mio caso) scenografia.

Martino Minzoni: è tecnico luci e audio e attore
Martino Minzoni: oggi mi sento decisamente più “luciaio”..o “lucifero” che attore

Io ritengo che un bravo “tecnico” (uso questo termine per semplificare) sia importante anche più del regista, sullo stesso piano degli attori, in un certo senso un altro attore. Che ne pensi in proposito?

Concordo. Ti dirò di più. Durante lo spettacolo l’andamento è completamente nelle mani del tecnico (banalmente è il tecnico che decide quando lo spettacolo inizia o finisce a livello pratico). Il lavoro del tecnico deve essere perfetto, per mettere chi sta sul palco nella migliore condizione possibile per creare.

Questo vuol dire essere in grado di “respirare” insieme allo spettacolo. In questo i miei anni presso il Teatro Arsenale mi hanno aiutato molto. Fun fact: un buon tecnico sentirà pochi complimenti dal pubblico non addetto ai lavori, perché il pubblico si sarà dimenticato della sua presenza se lo spettacolo è andato bene.

Per cui è vero che il lavoro tecnico dietro le quinte non è molto considerato o riconosciuto da parte del pubblico…

Come stavo dicendo, se un tecnico è bravo il pubblico non deve rendersi conto della sua presenza. È un po’ Zen, come lavoro, in questo senso.

Parlando di musica, raccontami qualcosa sulla tua esperienza in merito al supporto audio agli spettacoli

Non ho seguito tantissimi concerti in qualità di fonico, nulla di veramente grosso. Comunque, nel tempo ho imparato molte cose da colleghi, e trovo estremamente affascinante l’ingegneria del suono, per dire: tenere in considerazione il direzionamento degli speaker, la sovrapposizione delle onde sonore, e tutta quella parte lì.

Ma è la storia della mia vita, la fisica mi ha sempre affascinato anche se non mi ci sono mai messo a studiarla con cura. Sono, ahimè, una persona estremamente impulsiva e istintiva.

Importanza della musica e dei suoni in teatro?

Allo stesso modo della luce, la musica e il suono in teatro sono elementi drammaturgici. Troppo spesso si vedono spettacoli in cui le musiche sono piazzate lì perché “ci stanno bene”, e non perché raccontano qualcosa.

Ma succede la stessa cosa con le luci. Bisogna prendersi del tempo per capire “cosa sto raccontando” con questi suoni?

L’importante a Teatro non è mai il “cosa” ma il “come” e il “perché” (anche se bisogna stare attenti a non dare troppa importanza al “perché”, altrimenti si rischia di diventare troppo mentali e non leggibili da parte del pubblico).

Martino Minzoni: è tecnico luci e audio e attore
Martino Minzoni: il mio lavoro è creare l’atmosfera, il luogo giusto in cui gli attori e le attrici possano avere spazio di creazione (foto di un allestimento presso il teatro Arsenale)

Che musica ti piace ascoltare nel tempo libero?

Ascolto un po’ di tutto, ultimamente sto molto su elettronica e trash/pop…tipo gli Yello o i Righeira. Ho varie playlist separate per annate su youtube, se ci si guarda dentro ci si vede tanta confusione.

Per un periodo ho ascoltato tecno e drumm n base. È da tanto che non ascolto Johnny Cash o Gordon Lightfoot, che sono un po’ i miei riferimenti quando suono.

Un attore per te dovrebbe anche conoscere la musica? Tue esperienze in proposito?

Più che conoscerla, cosa che è sempre utile per chiunque, dato che la musica, assieme al respiro, è la cosa che più è in grado di tenere sotto controllo le emozioni, ritengo che sia importante per un attore saperci interagire.

Come possiamo seguire la tua attività?

Ogni tanto posto qualcosa sul mio profilo instagram (assicuro che sono meglio in live che in foto, ehehhheh). La prossima data di un progetto che seguo è il 16 luglio al Castello Sforzesco con il GrandGuignol de Milan.

Anche se all’aperto le luci si perdono un pochino. Ecco, diciamo che loro sono una compagnia con cui mi diverto molto e ho molto margine di sperimentazione con i colori…

Musica a Teatro: Rubynia Reubens, ho capito che per stare davvero a questo mondo bisogna prima innamorarsi di sé

Rubynia Reubens: tutte le variazioni del rosso
Rubynia Reubens: la recitazione mi fa spaziare, non potrei fare a meno del Teatro

Sulla sua pagina si presenta come Gingerfluid performer e queerfluencer, e il riferimento al rosso è costante, anche nel nome. Fuoco e passione, dunque. Che porta in scena a trasmette. Suonando cantando e recitando. Infatti, è teatrante, pianista, cantante, regista, coreografa, ballerina, organizzatrice e performer drag.

Il mondo dello spettacolo concentrato, shakerato e proposto con gioia e consapevolezza. Lo spettacolo a cui sta partecipando ultimamente si chiama Foma Fomic nello spazio, teatro-canzone scritto da Foma Fomic e Giacomo Fava, e che ho avuto il piacere di gustare.

Ha adattato e coreografato Il cantatore calvo, dalla famosa opera di Ionesco e ha avuto diverse esperienze in scena, per citarne alcune: I giganti della montagna, L’ispettore generale, Sleepless, Box and Cox.

Ha suonato da sola, in trio, e in band funk-soul-rnb, ma anche in cover band pop-latin-rock.

La mia prima domanda: i tuoi primi approcci al palcoscenico

Mi ci sono avvicinata alle elementari. Ho avuto un incipit un po’ più marcato con la musica, ho iniziato a studiare pianoforte quando avevo otto anni e, più o meno nello stesso periodo, in maniera un po’ meno consapevole, stavo calcando il palco per certi spettacolini che si facevano come conclusione di scuole estive.

Alle elementari a giugno…le animatrici e gli animatori ci facevano allestire queste occasioni di intrattenimento; poi per una formazione un poco più seria ho dovuto aspettare la prima media e lì durante gli orari scolastici c’era un progetto di Teatro Creativo in cui due animatrici venivano a farci fare esercizi per poi portare uno spettacolo in scena, testi originali, corali, è così che ho iniziato.

Il primo spettacolo scritto da te?

Ho co-scritto e co-diretto un adattamento da Les enfants terribles; lavori scritti da me non sono stati ancora pubblicati, per ora…anche se probabilmente…ma non aggiungo altro.  Direi che è Il Cantatore calvo, la mia riscrittura dalla Cantatrice calva di Ionesco, che ha appena debuttato al Tempio del futuro perduto

Rubynia Reubens: tutte le variazioni del rosso
Rubynia Reubens: con il coktail delle arti il drink è più saporito (Foto © Charlie Conan)

Rubynia come nasce? Perché questo nome?

Bisognerebbe distinguere il percorso del nome e il mio percorso identitario che per un po’ hanno viaggiato in parallelo e poi si sono ricongiunti. Quando stavo contemplando l’idea di un alter ego femminile, e un nome Drag, mi è venuta in mente Rubynia Reubens…

La E nel cognome, che non si pronuncia, sta per Eccessiva…lo trovo proprio calzante. Ci sono le motivazioni ovvie…il riferimento al rosso…il riferimento alle mie radici nordeuropee e anche al mio modo di fare un pochino aristocratico. Poi sul nome c’è una piccola storiella.

Quando ero alla materna c’era in classe una bimba molto carina, deliziosa, e ogni tanto per gioco lei chiedeva ai maschietti: Ma da grande chi è che mi vuole sposare? Noi in folla ci buttavamo a dire: Io io io! Al che lei rispondeva in maniera simpatica: deciderò quando sarò grande.

Il suo nome era Rubinia. Dopo anni ho capito che per stare davvero a questo mondo bisogna prima innamorarsi di sé, e dopo che hai sanato quella tua parte mancante, quando hai trovato la direzione, il percorso giusto, beh…tutto quadra.

Ti ho visto come performer. Come spalla di Foma Fomic, ma in realtà eri molto di più

Grazie della lusinga

Ti piace di più suonare e cantare, o recitare, o ti piace far tutto?

Ho più una tendenza alla recitazione, perché è la forma che mi lascia più spaziare, e se (ne parlavo con il mio partner in scena Foma Fomic e con l’autore Giacomo Fava) dovessimo privarci di un’arte non potrei fare a meno del teatro.

È dove posso più esprimermi liberamente. Ma da quando ho cominciato a giocare con il cocktail delle arti il drink si è fatto molto più saporito. Ora ho voglia di composizioni più raffinate.

Rubynia Reubens: tutte le variazioni del rosso
Rubynia Reubens: per stare davvero in questo mondo bisogna innamorarsi di sé (Foto © Oriana Spadaro)

A parte i due grandi autori che abbiamo nominato e che hai portato in scena, Ionesco e Cocteau, ci sono altri autori di riferimento o compositori che ti stimolano particolarmente?

Se dovessi fare uno spettacolo su un compositore sceglierei Nino Rota. Ho in mente da molto tempo una piccola pièce di cabaret in cui sarei sul palco da sola e reciterei, suonerei; non voglio parlarne troppo adesso, ma Nino Rota sicuramente.

Se mi chiedi che musica mi piace direi sicuramente il jazz; ho sviluppato un gusto per il funk, ho suonato con una band questo genere per anni, poi certo non posso dire di no agli anni 90 e 2000, e per quanto riguarda la musica contemporanea il neo soul e il Chillhop.

Che cosa stai facendo ora e cosa ci aspettiamo nell’immediato futuro?

Con Foma Fomic e Giacomo Fava stiamo scrivendo una nuova pièce dal titolo Lo sbarco in Lombardia, un altro spettacolo di teatro canzone un pochino più surreale del precedente, che farà ridere ma anche riflettere, che offre molti spunti di riflessione sulla realtà anche per i parallelismi storici che andiamo a proporre.

Continuo a portare in giro Il Cantatore Calvo. Speriamo in sempre nuove repliche

Come possiamo seguire la tua attività?

Sicuramente su instagram. Ma sto creando anche una nuova pagina facebook dedicata.

“La musica in teatro è fondamentale. Mi piace immaginarla come un terzo attore”

Cinzia Brugnola: attrice, performer e formatrice
Cinzia Brugnola: la prima volta sul palco ero avvolta da un turbinio di emozioni, e ho pensato per la prima volta “così mi sento viva” (Foto © Silvia Beillard)

Cinzia Brugnola è attiva in teatro, cinema e televisione.

Si è diplomata presso la Scuola professionale S.A.T. di Teatranza di Torino ed è entrata subito a far parte del cast artistico della Compagnia Santibriganti.

Ha continuato gli studi presso Pontedera Teatro e con maestri della scena nazionale ed internazionale, tra cui Cesar Brie, Gabriele Vacis, Alfonso Santagata, Natalino Balasso, Leo Muscato, Dominique de Fazio.

È stata segnalata dal premio Fersen all’ Attore Creativo per il ruolo della Locandiera.

Con la compagnia Ricci/Forte nello spettacolo Imitationofdeath ha fatto una turnèe internazionale andando in scena dal Piccolo Teatro di Milano, all’Mc93 di Parigi e nei maggiori Festival.

Ha lavorato per il cinema come coprotagonista del film “The Lack” dei Masbedo.

Per la televisione è stata più volte protagonista della docu-fiction Amore Criminale ed anche di diverse pubblicità come eBay, Ikea, Dalani, Carrefour, Piadineria.

Fondatrice della compagnia Duchessa Rossa ha poi intrapreso anche la strada della scrittura teatrale con i testi “Due di Voi” e “Sogni Liquidi”.

Gli ultimi progetti sono il monologo “Cliché “, scritto e diretto da Silvia Beillard, spettacolo che parla di stereotipi di genere in maniera ironica e tagliente e il monologo comico “Svamp Tutorial”, spettacolo che nasce dal successo su YouTube di Svamp Channel, un contenitore di personaggi ideati e scritti in collaborazione con Isabella Rotti (autrice, copywriter e ufficio stampa) che ha debuttato ad Aprés Coup a Milano e sarà in cartellone al Teatro Litta per la prossima stagione 2022/2023.

È insegnante di recitazione presso Music Center Academy e Pantagruele Teatro.

Mi racconti della primissima volta che sei salita su un palco e quando hai capito che quella poteva essere la tua vita?

Le due cose vanno di pari passo, era il mio primo corso di teatro e interpretavo Titania la regina delle fate da Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, ricordo solo che ero avvolta da un turbinio di emozioni, non sapevo dov’ero, chi ero, cosa stavo facendo ma sentivo l’adrenalina a mille. Non ricordo assolutamente nulla, vagavo estatica su questo palcoscenico incantato.

Godevo nel dire quelle tre battute, muovermi all’unisono con i miei compagni, sentire il calore del pubblico. Ecco lì ho pensato per la prima volta “così mi sento viva”.

Domanda particolare: Hai mai pensato di smettere, quando e perché?

Si ci ho pensato una volta, era un periodo difficile, faticavo a trovare lavoro, avevo un sacco di colleghi nella mia stessa situazione e pativo questa precarietà collettiva: l’essere sempre in ansia quando non si lavora, il chiedere sempre cosa stai facendo e mai come stai. Ecco tutto questo iniziava a disgustarmi, avevo iniziato a fare questo lavoro perché mi divertiva, mi dava emozioni, stavo perdendo l’entusiasmo, la passione iniziale. Mi sono presa una pausa e la passione è tornata più forte di prima, ho cambiato il modo di affrontare le cose e anche le possibilità sono cambiate e le opportunità si sono trasformate di conseguenza. D’altronde attiriamo ciò che siamo no?

Cinzia Brugnola: attrice, performer e formatrice
Cinzia Brugnola – Finalmente ho fatto pace con la me stessa scema e ne ho sfruttato le sue potenzialità (Foto © Gianluca Gualtieri)

Preferisci recitare grandi testi d’autore in compagnia o provi più soddisfazione a recitare sola con testi tuoi?

I miei testi mi danno una soddisfazione enorme ma sono anche molto più complicati, c’è il giudizio costante, i blocchi, la pagina bianca, la responsabilità di successo o fallimento è tutta nelle tue mani.

In compagnia c’è il lavoro di gruppo che è qualcosa di impagabile, quando ci sono le sinergie giuste si cresce, ci si diverte e si conosce gente meravigliosa.

Non so scegliere, non posso scegliere, non rinuncerei a nessuna delle due.

Il tuo rapporto col cabaret? Hai attori o attrici di riferimento?

Il cabaret è una passione nata recentemente, prima non accettavo la mia verve comica e prediligevo tutto ciò che fosse drammatico. Sarà perché da piccola ero sempre il joker del gruppo “la simpatica” e a me non me ne fregava niente di essere simpatica io volevo essere “gnocca”! …Adesso finalmente ho fatto pace con la me stessa scema e ne ho sfruttato le sue potenzialità.

Diciamo che anche socialmente è un momento di rivalsa per il comico, visto per molto tempo da noi teatranti come di serie B, ora con la fortuna della stand up comedy ha assunto tutto un altro valore.

Io ho iniziato il mio percorso nel comico con la commedia dell’arte e ringrazio il mio grande mentore, maestro e amico Carlo Boso che mi ha fatto capire le mie potenzialità grottesche.

La stand up e il cabaret però sono ancora altro, ci vogliono battute serrate, tempi comici, genialità. Mi sto appassionando vediamo cosa ne uscirà fuori…ai posteri l’ardua sentenza

Attori comici di riferimento? Quasi tutte attrici, mostri sacri come la Marchesini, Monica Vitti, Paola Cortellesi, Virginia Raffaele e poi Guzzanti l’inarrivabile.

Il tuo rapporto con la musica in teatro. Che valore le dai? Spettacoli tuoi in cui la musica o il canto erano fondamentali?

La musica in teatro è fondamentale, che sia registrata, dal vivo o a cappella. Mi piace immaginarla come un terzo attore con cui interagire. Per me è drammaturgia, mi aiuta a creare il personaggio a trovare la linea emotiva dello spettacolo.

A volte una buona musica fa già il 50% del lavoro.

Nel nostro ultimo spettacolo “Clichè” che ha debuttato ad Alta Luce Teatro, interpretato da me e scritto e diretto dalla bravissima Silvia Beillard le musiche sono parte integrante dello spettacolo, composte ad hoc da Fabrizio Rabbolini che è riuscito a tradurre in musica quello che era per noi il senso dello spettacolo con un quartetto d’archi mozzafiato. In questo caso le musiche sono narrazioni, sono vere e proprie battute che interagiscono con l’attrice in scena.

Cinzia Brugnola: attrice, performer e formatrice
Cinzia Brugnola – Il cabaret è una passione nata recentemente, prima non accettavo la mia verve comica (Foto © Silvia Beillard)

Nel privato che musica ascolti? Ti piace la Lirica?

Sono onnivora posso spaziare da Fabri Fibra a René Aubri, da Elisa ai Queen. Sono cresciuta a Rap e Hip Hop evoluta con Battiato e de André e imbruttita di recente. Ammetto di essere un po’ tamarra e adoro la musica a tutto volume in macchina e davanti a un Tuca Tuca non resisto e sono subito in piedi a ballare.

Come sonorità classiche adoro pianoforte e violini. Mozart è un mio idolo sia come compositore che come personaggio. Adoro Michael Nyman e le sue Lezioni di Piano.

La Lirica non è proprio nelle mie corde ma stimo a prescindere qualsiasi cantante perché la trovo un’arte strepitosa e liberatoria.

Cosa stai facendo ultimamente e cosa farai prossimamente?

Attualmente sto scrivendo una stand up comedy piuttosto biografica sulle mie disavventure amorose da donna single. Tra il ridere e piangere il confine è labile, ringrazio anticipatamente tutti quei disgraziati che ho incontrato nel mio percorso e mi hanno fornito grande materiale drammaturgico e qualche piccolo ricorso alla psicanalisi.

Il 5 luglio replicheremo “Clichè “ad Arconate per la settimana della cultura e a settembre saremo al Festival Artesia in Sicilia sempre con “Clichè “e con la mia nuova Stand Up.

E poi altre date di cabaret e stand up in programmazione.

Prossimamente sarò protagonista di puntata della docu-fiction Amore Criminale, giriamo a Roma a fine mese e poi potrete vedermi in prima serata su Rai 3. Ci ho già lavorato diverse volte e sono molto felice di collaborare nuovamente con Matilde D’Errico bravissima autrice e regista di questo utile format televisivo di denuncia sociale.

 Come possiamo seguire la tua attività?

Ormai è facilissimo con i social, seguitemi su Instagram e Facebook come Cinzia Brugnola.

Seguitemi anche sul mio canale YouTube Svamp Channel dove pubblico un sacco di contenuti divertenti e folli personaggi.

E poi vi aspetto a Teatro!!!

Andrea Pellizzoni: mi piace affrontare il lato “sbagliato” di una cosa per conoscerla meglio, evitarla ed evolvere

Andrea Pellizzoni: sto imparando a suonare l'ukulele
Mi piace ascoltare tanta musica italiana degli anni delle osterie e dei cabaret e musica etnica

Andrea Pellizzoni ha studiato presso il Centro Teatro Attivo di Milano, collabora con la compagnia del 900, AdHoc value in action e Dramatrà- città di scena. È attore e presentatore.

Ha seguito corsi e workshop con grandi maestri contemporanei come Paolo Rossi, Danny Lemmo, Filippo Timi, Theodoros Terzopoulos e soprattutto Carlo Boso e la “sua” Commedia dell’Arte.

È stato parte del cast di film quali  Dance of the hearts, Uno di noi e Il Cristo di Gamala: la vera storia dell’uomo chiamato Gesù. La sua simpatia l’ha riservata anche ad alcuni spot televisivi.

Ho avuto il piacere di lavorare in scena con lui in “Il falso ospite”, commedia ritrovata di autore sconosciuto, attribuita a un giovane Goldoni.

Ciao Andrea, felice di rivederti! Posso passare alla breve intervista?

Sono pronto, spara!

Raccontami i tuoi inizi nel mondo dello spettacolo

I miei inizi nel mondo dello spettacolo sono piuttosto comuni, quasi banali, direi. Partono da un corso di teatro alle medie, per poi continuare col seguire in maniera attiva una compagnia di teatro amatoriale dialettale del mio paese, Seregno (sempre dietro le quinte, prima attrezzista e poi aiuto regista), e un esame di maturità con tema il neorealismo cinematografico.
Poi, qualche anno dopo, i corsi serali e una accademia diurna vera e propria.

I tuoi ti hanno ostacolato o incoraggiato?

Inizialmente, i miei non erano troppo d’accordo, avevano paura che non portasse a niente; erano giustamente preoccupati.
Mio padre è stato il primo a credere in me, ma ad un patto: affiancare gli studi in accademia ad uno o più lavoretti serali. E così è stato, difatti.

Tuo rapporto con la musica? Studiato uno strumento?

Con la musica ho un ottimo rapporto, nel senso che mi piace molto ascoltarla e ovviamente suscita in me diverse emozioni ogni volta, ma ad “impararla” faccio fatica, anche se mi impegno.
Adesso, per il tipo di approccio che questo strumento dona, sto imparando a suonare l’ukulele; ma vorrei, in seguito, impararne almeno un altro, come la chitarra o il pianoforte.
Chissà!

Andrea Pellizzoni: sto imparando a suonare l'ukulele
Andrea Pellizzoni: mi piace affrontare il lato “sbagliato” di una cosa per conoscerla meglio, evitarla ed evolvere

Spettacoli con musica registrata o dal vivo che ricordi particolarmente?

Avendo lavorato anche in un parco divertimenti per una stagione, qualche musical l’ho visto (e in minima parte anche partecipato), ma devo ammettere di non essere particolarmente fan di questo genere di spettacoli.

Cosa ascolti nel privato?

Nel privato, il mio ascolto della musica va a momenti. Adesso sto ascoltando tanto italiano (soprattutto la musica che si faceva a Milano ai tempi delle osterie e dei cabaret: I Gufi, Jannacci e Cochi&Renato, per intenderci) e molta musica etnica, soprattutto quella che affonda le sue radici nelle profondità dei popoli (tibetana, norrena, celtica e vedica); mentre più in generale il folk, il rock ed il blues mi accompagnano sempre, al di là del mio “periodo musicale”.

Un momento nella carriera che tornando indietro eviteresti di affrontare, e perché 

Non so se c’è un momento della mia carriera che eviterei, perché per quanto possa aver “sbagliato” la scelta di qualche partecipazione a questo o a quel cast, e per quanto brutto possa essere stato il risultato finale, posso dire di aver sempre imparato da ogni singola esperienza fatta.

Questa è una cosa a cui ripenso sempre e che da un lato mi piace: l’affrontare il lato “sbagliato” di una cosa per conoscerla meglio, evitarla ed evolvere. Inoltre, ogni singola scelta fatta in passato mi ha portato a conoscere colleghi, registi, produttori eccetera con i quali a volte collaboro per progetti sicuramente più belli o interessanti di quelli dove ci siamo conosciuti. Con alcuni di loro sono anche rimasto amico nella vita privata.

Cosa stai facendo ora in scena?

Al momento, sono in scena con tre diversi progetti. Uno è uno spettacolo sul bullismo rivolto alle scuole, ancora una replica e poi chiuderemo la stagione per poi riprendere a settembre; l’altro è uno spettacolo sulla vera storia del Bandito della Valsassina, zona che io sento molto “mia”, come tutta quella del lago di Como e che quindi porto in scena con piacere (debutteremo a giugno); mentre l’ultimo ha da poco debuttato a Roma, si chiama “Cafards”, scritto e diretto da Nick Russo.

È uno spettacolo che nostro malgrado ci siamo trovati a definire “maledetto” perché è stato rimandato per ben tre volte, tra Covid e altre problematiche; ma finalmente, la scorsa domenica 15 maggio siamo riusciti a spezzare la maledizione. Stava rischiando di saltare nuovamente ma per fortuna, anche grazie al teatro Trastevere, questa creatura ha finalmente visto la luce.

Andrea Pellizzoni: sto imparando a suonare l'ukulele
mi piace ascoltare tanta musica italiana degli anni delle osterie e dei cabaret e musica etnica

Programmi futuri?

Per quanto riguarda i programmi futuri, vorrei fare la famosa citazione “del doman non v’è certezza”. Io continuerò a fare questo mestiere con la passione ed il divertimento che mi hanno sempre accompagnato, e poi chissà dove arriverò.

Come possiamo seguire la tua attività?

Speriamo bene, ma se proprio ci tenete a saperlo, mi potete seguire su Facebook sul mio profilo Andrea Pellizzoni e su Instagram come @andrepellizzoni.

Bene, allora…come si dice in gergo: merda!

Tanta, tanta!

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