Gian Francesco Amoroso: “Ho tenuto numerosi laboratori musicali e guide all’ascolto rivolti ai bambini, ai giovani e agli adulti spaziando dal melodramma, alla danza, alla musica sinfonica, strumentale e cameristica

Musica a Teatro: Gian Francesco Amoroso
Musica a Teatro: Gian Francesco Amoroso – Esiste un universo inesplorato di compositori che hanno pubblicato pagine sublimi (Foto © Roberto Dassoni)

Gian Francesco Amoroso è  un musicista e musicologo milanese. Ha studiato pianoforte presso il Conservatorio Nicolino di Piacenza, clavicembalo e tastiere storiche al Conservatorio Verdi di Milano, e Musicologia e beni culturali.

Si è diplomato in direzione d’orchestra e da sempre è appassionato di musica vocale da camera, perfezionandosi nel repertorio liederistico presso il Mozarteum Academy di Salisburgo.

Ha inciso brani da camera del primo Novecento italiano e ha in corso la pubblicazione dell’incisione dell’integrale delle liriche di Vittore Veneziani col soprano Beatrice Palumbo. Ha pubblicato anche un metodo per pianoforte per la Ricordi.

Iniziamo da una domanda ” storica”: Verdi o Wagner?

L’eterno dilemma. Verdi l’ho amato sin da bambino mentre Wagner ho imparato ad amarlo. L’emozione più grande è stata ascoltare Wagner a Bayreuth, il teatro che più mi ha coinvolto emotivamente.

Sono due mondi in apparenza diametralmente opposti ma al contempo molto simili per certi aspetti.

Verdi più immediato nell’esprimere un concetto, Wagner decisamente più lento ma entrambi innovatori di un sistema musicale e teatrale di cui ancora oggi percepiamo l’eredità, basti pensare quanto Wagner ha influito sulla cinematografia.

Quali sono gli autori di musica “contemporanea” che ti piacciono particolarmente?

Di italiani apprezzo particolarmente Fabio Vacchi e Luca Francesconi di cui ho ammirato dei lavori al Teatro alla Scala. Della contemporanea straniera ci sono autori, inspiegabilmente ignoti in Italia, che hanno scritto capolavori per le compagini corali come, ad esempio, Morten Lauridsen che ascolto sempre con piacere e interesse.

In Italia associamo il coro al mondo operistico, in realtà esiste un universo inesplorato di compositori che hanno pubblicato pagine sublimi e che meriterebbero di essere divulgati e fatte apprezzare. Purtroppo, il nostro paese è ancora poco avvezzo a questo repertorio.

Recentemente ho scoperto anche una compagine di compositori americani come Scott Wheeler, Jake Heggie e John Musto, di cui ho avuto il piacere di suonare alcune pagine, rivelandomi una scrittura dinamica -oserei dire liquida- inserita tuttavia in un equilibrio formale lontano da eccessive elucubrazioni sperimentali… un mondo davvero da scoprire.

Non da ultimo vorrei ricordare il maestro Vincenzo Simmarano, autore che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui ho suonato parecchie pagine a due e quattro mani di notevole spessore culturale e artistico.

Musica a Teatro: Recentemente ho suonato in uno spettacolo teatrale a Palazzo Farnese (Foto © Roberto Dassoni)
Musica a Teatro: Gian Francesco Amoroso – Recentemente ho suonato in uno spettacolo teatrale a Palazzo Farnese (Foto © Roberto Dassoni)

Cosa ascolti nel privato? Musicisti, cantautori italiani o stranieri che ami ascoltare?

Aiuto! In realtà la mia cultura pop è molto scarsa e “vintage”. Ascolto spesso Edith Piaf, George Brassens, Giorgio Gaber, Mina… sempre recentemente ho scoperto Prince -ho i miei tempi- lo trovo geniale: mai rumoroso, c’è molta musica nelle sue canzoni!

Sia come musicista che, come musicologo, ti occupi soprattutto di lavori da camera per voce e accompagnamento. Da cosa nasce questa passione?

Nasce da una passione trasmessami dalla mia maestra di pianoforte Daniela Ghigino che mi “iniziò” alla liederistica. A lezione spesso suonavamo e cantavamo lieder di Mozart, Schubert, Schumann e Brahms. Da lì ho proseguito ascoltando numerosi dischi anche di autori francesi, russi, spagnoli, norvegesi, americani, italiani ecc.

Ho una predilezione per il repertorio italiano che negli ultimi anni ho approfondito con ricerche specifiche finalizzate alla realizzazione di programmi da concerto con pagine inedite.

Da ultimo, col soprano Beatrice Palumbo, ho registrato per la casa discografica Tactus l’integrale delle liriche da camera di Vittore Veneziani.

Una figura ricordata solo per il suo ruolo di maestro di coro scaligero, ingiustamente allontanato dal suo incarico, in quanto di religione ebraica, a causa delle leggi razziali.

In pochi sanno che Veneziani fu anche un eccellente compositore. Questa raccolta di liriche, pubblicata nel 1910, testimonia una transizione stilistica ben precisa e risente di quella spensieratezza tipica della Belle Epoque che a breve sarà spazzata via.

Hai lavorato molto sul melologo, puoi spiegare in poche parole a chi non è ferrato in cosa consiste, e la tua esperienza in merito?

Il melologo è una forma teatrale che si basa su un testo poetico recitato con accompagnamento musicale, una specie di radiodramma ante litteram. Vittore Veneziani ne compose quattro su testi di Domenico Tumiati accolti da un felice successo grazie anche alla recitazione del leggendario Gualtiero Tumiati.

Ne ho messo in scena solo uno, «Parisina» ma sogno di poterli realizzare tutti prima o poi.

Musica a Teatro: Gian Francesco Amoroso
Musica a Teatro: Gian Francesco Amoroso – Ho una predilezione per il repertorio italiano che ho approfondito con ricerche specifiche (Foto © Roberto Dassoni)

Spesso so che partecipi a performance musicali suonando non il piano ma la fisarmonica. Non mi sembra molto comune. Cosa ti lega a questo altro strumento? Concerti che ricordi in maniera particolare?

Ah, si, la fisarmonica! Sono sempre stato attirato dagli strumenti a tastiera, tant’è che oltre al pianoforte mi sono diplomato in clavicembalo e tastiere storiche con particolare predilezione per l’organo.

La fisarmonica in particolare mi riporta all’ambito montano cui sono molto legato, in particolare la Valle d’Aosta, regione in cui si suona e canta molto.

È uno strumento molto duttile, facilmente trasportabile ed estremamente espressivo. Lo utilizzo spesso in ambito teatrale -amo molto suonare per il teatro- in quanto è uno strumento che può ricreare diverse ambientazioni.

Proprio recentemente ho suonato a uno spettacolo teatrale per la stagione piacentina di Palazzo Farnese. Andava in scena il «Romanzo di molta gente» tratto da un lavoro giovanile della scrittrice Giana Anguissola nella riduzione di Carolina Migli per la regia di Roberto Dassoni il quale mi ha chiesto espressamente di esordire lo spettacolo proprio col suono della fisarmonica per evocare un’epoca. Questa idea è stata molto apprezzata.

Progetti presenti e futuri?

Nel presente ho in vista la presentazione del CD sulle liriche di Veneziani in diverse sedi. Per il futuro sto concludendo un altro impegnativo progetto discografico, ho in cantiere nuovi programmi cameristici, una monografia su Veneziani e un importante debutto in primavera che taccio per scaramanzia… naturalmente sperando che il COVID-19 non si ripresenti alla ribalta.

Potete seguire la sua attività al sito www.gfamoroso.eu

Rimpiango di non aver sviluppato una concezione più consapevole e definita del ritmo, applicabile poi ad aspetti recitativi

Musica a Teatro: Domitilla Colombo
Musica a Teatro: Domitilla Colombo prediligo sonorità avvolgenti e misteriose (Foto © Roberto Ritondo)

Domitilla Colombo è un’attrice di gran temperamento. Molto attiva in Lombardia, ha nel proprio carnet, oltre i molti spettacoli, decine di partecipazioni come voce recitante in presentazioni di libri di narrativa e poesia. E spesso recita e interpreta canzoni, con passione, in milanese. Ha partecipato al film Dante va alla guerra. Fine dicitrice, è compagna dell’autore regista Danilo Caravá.

Hai studiato musica, canto? Pensi sia una buona cosa per un attore/attrice?

Partiamo con un tasto relativamente dolente… purtroppo, sono stata condizionata da una didattica troppo formale e poco motivante nell’educazione musicale alla scuola dell’obbligo. Mi piacevano il lato storico – biografico, e una maggiore conoscenza circa brani che ascoltavo, gioiosamente e senza alcuna forzatura, sin dall’infanzia; purtroppo, sotto l’aspetto tecnico, mi scontrai con un atteggiamento alla Beckmesser (il più tradizionalista e superficiale tra i “Maestri cantori” wagneriani), come se non ci fosse nulla da metabolizzare a fondo, ma solo qualcosa che andava eseguito, insieme alle compagne.

Ne traevo un’impressione grottesca, ti dirò, e non riuscivo a nasconderla. Non parliamo, poi, del “flauto dolce”: ero lo zimbello della classe, in quei momenti! Eppure, collocavo le dita come tutte… Con ogni probabilità non sarei stata brava, comunque, ma un impatto del genere non mi invogliava certo a perseverare.

Preferivo leggere e guardare film, non necessariamente adolescenziali. Per fortuna, nulla mi ha tolto il piacere dell’ascolto, e dell’universo emotivo e immaginifico a esso collegato. Non saprei farne a meno! Ho potuto, però, non dico recuperare, ma appagarmi ampiamente, in ambito universitario: ho ricordi meravigliosi dei corsi e seminari di Storia della Musica, e dei docenti responsabili.

Seguii annualità anche dopo aver dato gli esami, perché era diventato puro piacere; inoltre, laddove fosse pertinente, il rapporto tra musica e teatro veniva esplorato con minuzia e passione. Non da ultimo, ricordo comprensione e pazienza da vendere verso i pochi mancanti, come me, di una solida preparazione tecnica di base.

Per quanto riguarda il canto, ho seguito alcune lezioni e, appena possibile, intendo concedermene altre. Rimpiango di non aver sviluppato una concezione più consapevole e definita del ritmo, applicabile poi ad aspetti recitativi, e del rapporto organico tra le note.

Scusa lo sfogo, ma è la prima volta che ho occasione di parlarne apertamente. Si tratta, a mio avviso, miniere di suggestioni fisiche, culturali ed emotive imperdibili per il lavoro attorale, ma a patto di avere, come dovrebbe sempre accadere, insegnanti adatti.

Musica a Teatro: Domitilla Colombo

So che sei molto ferrata nelle musiche da film. Quale autore ti appassiona in maniera particolare?

Ti ringrazio moltissimo per questa domanda. Non mi ritengo “ferrata”, per i motivi di cui sopra, ma grande appassionata, in modo istintivo. Ricorderò sempre il mio decimo compleanno (1983): ebbi, come agognato regalo, i vinili delle colonne sonore di “E. T.” (John Williams) e “Marco Polo” (un gioiello ricordato più all’estero, firmato Morricone).

Li consumai: ascoltandoli, immaginavo di tutto, a piacimento, anche a prescindere dalle vicende cinematografiche e televisive cui erano associati. E ricordo anche quando, a fine anni’80, in Gran Bretagna, potei finalmente comprare i cd della prima trilogia di “Guerre Stellari”, fuori catalogo da noi.

Erano tutte edizioni parziali (non esistevano le meravigliose “complete” ed “expanded” di oggi), ma non mi sembrava vero… Negli anni, poi, ho ampliato gusti e conoscenze, complici gli studi di storia cinematografica e, ancora una volta, musicale.

Prediligo sonorità avvolgenti e misteriose, venate di sperimentazione compositiva e nella contaminazione dei generi: Herrmann e Goldsmith, Jarre padre, Howard Shore per Cronenberg, i primi lavori di Horner.

Suggerisco l’ascolto di opere meno conosciute, ma sorprendenti, di Williams, all’inizio e alla fine degli anni ’70.  A proposito di anni ’70, per cambiare ambito, amo anche la grinta di Lalo Schifrin, Michael Small, Jerry Fielding.

In Italia, oltre a Morricone e a Rota, non mi stanco di nominare Pino Donaggio, capace di regalare eleganza, poesia, qualche volta ironia alle fortissime tinte thriller-horror di De Palma, Argento e altri registi-cult. E sono felice, infine, per il recente successo di Hildùr Guðnadóttir, giovane compositrice di grande temperamento.

Musica a Teatro: Domitilla Colombo dialetto
Musica a Teatro: Domitilla Colombo – Sono stata educata fin da piccola a rispettare il dialetto come patrimonio affettivo e culturale (Foto© Peter Bescapė)

Hai fatto diversi spettacoli con musica anche dal vivo. Parlamene e dimmi se ne hai amato qualcuno in particolare e perché.

Oltre a un cospicuo numero di spettacoli-collage, in cui, a seconda dei casi, ho interpretato (lo trovo un termine più onesto che “cantare”, almeno per ora) canzoni in italiano e dialetto milanese  dalla fine dell’800 ai nostri anni ’60, con meravigliosi e istruttivi abbinamenti di pianoforte o fisarmonica,  ho goduto di musica dal vivo in scena in “Cosima Wagner, i  cromatismi di un’esistenza” (2007, ma  potrebbe essere ripreso tra qualche mese), e in un adattamento de “Le affinità elettive” (2012).

In entrambi i casi, due giovani e bravissimi pianisti – uomo nel primo, donna nel secondo- arricchirono gli spettacoli con potenti ed emozionanti assolo di repertorio ottocentesco. Una maggior interazione, invece, si è verificata in altri due lavori: “Perla – la Santa, la Regina, la Strega”, e “La sposa di Ade”.

Il primo, composto da 3 monologhi, è stato rappresentato in varie stagioni, dal 2003 al 2015; l’allestimento più completo, tuttavia, fu concepito appositamente per lo straordinario Teatro di Documenti, costruito a Roma da Luciano Damiani. Anche le musiche vennero composte ad hoc.

Le scene relative ai tre personaggi erano collocate in tre diverse sale, con relativo movimento mio e del pubblico, accompagnato da mimi. Stanziale era solo un’arpa, nella penombra della cosiddetta “sala avorio inferiore”, che, oltre ad aprire e chiudere lo spettacolo, nonché raccordare le scene con intermezzi, interagiva con la recitazione in due momenti: una cupa e suggestiva processione regale all’inizio del secondo monologo, e una sorta di “rintocchi a morto” verso la fine del terzo.

In quest’ultimo caso, il fatto che il risuonare delle corde provenisse da uno spazio inferiore, rispetto alla scena, conferiva un’atmosfera ancor più sospesa e misteriosa.

Il secondo, invece, ispirato a una vicenda realmente accaduta negli anni’40, è andato in scena a Milano nel 2019. E, qui, abbiamo diviso letteralmente la scena con una violoncellista non solo ricca di talento e professionalità, ma anche cordialissima e disponibile a “recitare” tramite sguardi e fascinosi fonosimbolismi.

Mi commuovo subito, pensando a un momento accompagnato dal “Clair de lune” di Debussy, trascritto per violoncello.

Musica a Teatro: Domitilla Colombo

Sei una delle poche attrici che conosco che recita in dialetto milanese. Secondo te perché non ha la stessa popolarità questo dialetto paragonandolo ad esempio al napoletano, romano o siciliano, in Italia?

Sono stata educata, fin da piccola, a rispettare il dialetto, come patrimonio affettivo e culturale, a considerarne lessico e grammatica, a non svilirlo con scimmiottature e stereotipi. Ti dirò di più: al ginnasio, un insegnante sostenne che ascoltare il dialetto in casa compromettesse un buon uso dell’italiano.

Turbata, ne parlai a casa, e fu lì che papà estrasse un volume su Carlo Porta da una collana di letteratura italiana UTET, segno evidente che il rapporto tra lingua nazionale e dialetto, se consapevole ed equilibrato, è di tutto rispetto, eccome.

Mi disse: “Come studi il latino, il greco e l’inglese, puoi studiare anche il milanese.” È una mentalità che ho applicato, dapprima, al mio dialetto originario, ma che cerco di estendere a qualsiasi forma dialettale mi capiti di leggere o ascoltare. Detto questo, se si trattasse solo di luoghi comuni della collettività, magari fomentati da tormentoni mediatici vari, ci si renderebbe, obiettivamente, la pariglia un po’ dappertutto.

E non penso sia nemmeno un problema di comprensione, perché, quando in film o fiction si parla dialetto in modo il più possibile realistico, in genere sono previsti sottotitoli, cosa che, a mio parere, denota serietà, almeno negli intenti.

Credo che il vero danno, a occhi e orecchie dell’opinione pubblica, sia stato prodotto da certa becera strumentalizzazione politica, da 30 anni a questa parte; un massacro di forme e contenuti, ne parlavo pochi giorni fa con uno studioso di grande esperienza.

Purtroppo, in questo caso, il confine tra sana identità culturale e disgustoso fanatismo è tremendamente labile.

Musica a Teatro: Domitilla Colombo foto di Roberto Ritondo
Musica a Teatro: Domitilla Colombo – colonne sonore a parte amo la classica e l’opera, oltre ad avere una passione trentennale per Bowie e Battiato(Foto © Roberto Ritondo)

Sei compagna di un autore/regista. Ti piace essere diretta da lui o…?

Mi piace, mi piace! Siamo insieme da più di 17 anni, e ci siamo conosciuti in ambito teatrale. Penso sia stato un fattore fondamentale, quest’ultimo, perché io per prima provenivo da una relazione degenerata anche per incomprensione e gelosia nei confronti del teatro, percepito come un astratto rivale.

Ci siamo sempre scambiati gusti, opinioni, emozioni, nella serietà e nel divertimento. Anche la fiducia lavorativa è reciproca; idee in più, da parte mia o sua, vengono considerate in modo lucido e sereno, anche quando do un’opinione su un lavoro che non mi coinvolga direttamente.

Penso ci connoti un approccio emotivo non paritario, bensì osmotico. A volte, casomai, trovo sia troppo indulgente con me; non vorrei mai fargli fare brutta figura!

Hai delle attrici di riferimento?

A parte le “mitologiche” Mariangela Melato, Adriana Asti, Bette Davis, porto sempre nel cuore un formidabile quintetto milanese: Annig Raimondi (mia docente all’Arsenale), Genni D’Aquino, e soprattutto Chicca Minini, Anna Priori e Mirton Vaiani, tre autentiche “fate madrine” in scena, in prova e dietro le quinte.

Nella generazione recente, sono fan di Federica Fracassi, Marta Ossoli, Federica D’Angelo, Cristina Maccà, Rossella Rapisarda. Un grande ex aequo di ammirazione per tante compagne di scena, ciascuna modello nella sua particolarità.

Ma mi è anche capitato di restare incantata dall’interprete di un singolo spettacolo, di cui ricordo non il nome, ma la bravura, come quando una persona sconosciuta ti incanta in tram o metro.

Cosa ascolti nel privato?

Dipende dai momenti. Colonne sonore a parte, amo la classica e l’opera (soprattutto Wagner, Verdi, Puccini, Berg, Bartòk) tra ‘800 e ‘900, ma anche Gershwin e alcuni musical, da “West Side Story” a Lloyd Webber, passando per le opere rock.

Ho una passione trentennale per David Bowie, e Battiato mi è stato inconsapevolmente vicino in tanti momenti. Poi Al Stewart, Kate Bush, Roxy Music…e, per faccende o ginnastica, pop anni ’80!

Musica a Teatro: Domitilla Colombo

Progetti nell’immediato futuro?

Un lavoro molto toccante, “Come farfalle”, in scena a Como in novembre: parlerà di Alzheimer, ma in uno stile che, personalmente, mi ricorda Tennessee Williams.

A Milano, sempre in novembre, “Neve a primavera”: un testo a episodi, piccantino, ma surreale e citazionista.  Per quanto riguarda il dialetto, oltre ad alcune repliche di vario argomento, riprenderò in ottobre, nell’ambito del bicentenario portiano, “La Ninetta del Verzee”, un capolavoro: poemetto in versi, ma con un’innata connotazione teatrale, in cui una “donna che ama troppo”, per citare volutamente il libro, racconta la sua vicenda di ricatto, stupro, sfruttamento, stalking nella Milano popolare del primo Ottocento.

E, più a lungo termine, un lavoro sugli stupri nella I Guerra Mondiale, a cura del gruppo Donne di Parola, cui sono molto fiera di appartenere.

Vuoi aggiungere qualcosa?

La mia “filosofia”, se posso chiamarla così. Preferisco far sbollire i sentimenti negativi elaborandoli anche a beneficio del bagaglio emotivo attorale, anziché rasserenarmi forzatamente. Una colonna sonora adeguata, in genere, è di grande aiuto.  Grazie di cuore!

Paolo Camilli “qualsiasi tipo di musica mi suscita un’emozione”

Musica a Teatro: Paolo Camilli - Dora Asmr
Musica a Teatro:Paolo Camilli – Dora Asmr Mi piace rompere stereotipi ed etichette, come ad esempio succede con personaggi come Dora Asmr, personaggio gender fluid, amato anche da bambinæ

Attore, autore, creator. Ha studiato e lavorato, fra gli altri, con Luigi Maria Musati, Luca Ronconi, Giancarlo Sepe, alternando alla prosa l’improvvisazione teatrale.

Ha partecipato a due edizioni del Festival dei Due Mondi di Spoleto con “The Dubliners part.1” e “The Dubliners part.2” per la regia di G. Sepe. Nel 2017 ha debuttato come autore e regista con lo spettacolo “Per colpa di un coniglio”.

Miglior attore al Festival InDivenire di Roma nel 2018 con “Crave” di Sarah Kane, ha recitato, tra l’altro, in “Così è se vi pare” di Pirandello, “Improvvisamente l’estate scorsa” e “Zoo di vetro” di Tennessee Williams, “Riccardo secondo” di Shakespeare e “Medea” di Euripide.

In TV entra a far parte del cast della trasmissione “La TV delle ragazze” e in seguito nel nuovo programma “Stati Generali” condotti da Serena Dandini, su Rai3, ed è subito gran successo popolare.

Attivissimo sul web, dove propone e sviluppa contenuti surreali, coloratissimi, irriverenti e divertenti, collabora anche come autore, talent e content creator con importanti nomi come Trash Italiano, l’Euro Song Contest e “OltreSanremo”, il format web per il Festival targato TIM.

Oggi vuole continuare a fare TV, cinema, facendo ridere ma anche riflettere.

Per il futuro desidera avere anche la possibilità e i mezzi per riconoscere e aiutare i futuri giovani artisti indipendenti.

Che musica ti piace ascoltare nel privato?

Ascolto davvero di tutto: musica pop, trap, classica… è sempre la melodia che mi cattura nei primi secondi. Solo in un secondo momento inizio ad ascoltare il testo.

Qualcosa che ti rilassa particolarmente o al contrario ti mette energia?

In realtà per rilassarmi metto playlist tipo “frequenza 432hz”, “suoni dell’universo”, perché qualsiasi altro tipo di musica mi suscita un’emozione. Adoro le canzoni che mi mettono la carica, in questo le hit estive sono sempre le migliori!

A distanza di qualche anno “Felicità puttana” resta la mia preferita, ma anche Work B*tch di Britney Spears, soprattutto se voglio allenarmi e non ne ho minimamente voglia.

Musica a Teatro: Musica a Teatro: Paolo Camilli - Le primissime figure per me ispiratrici sono state Anna Marchesini con il trio, e Britney Spears
Musica a Teatro: Paolo Camilli – Le primissime figure per me ispiratrici sono state Anna Marchesini con il trio, e Britney Spears (Foto © Corrado Murlo)

Quand’era piccolo, Paolo con cosa amava giocare? 

In casa sono l’ultimo arrivato, tra me e le mie sorelle ci sono molti anni di differenza e ho vissuto un’infanzia molto solitaria. La mia fortuna è stata crescere in campagna, perché ogni giorno trovavo sempre qualcosa da fare, scoprire o inventare. Inoltre, ho avuto come vicino un coetaneo con cui ho condiviso moltissime delle mie giornate.

Avevi degli attori/ attrici, o cantanti a cui ti ispiravi?

Da piccolo assorbivo tutto come una spugna, qualsiasi cosa guardavo o ascoltavo, se mi piaceva, la assimilavo e, come in un processo di fotosintesi clorofilliana, ne tiravo fuori una mia reinterpretazione che portavo nei miei giochi.

Le primissime figure per me ispiratrici sono state Anna Marchesini con il trio, e Britney Spears.

Adesso hai dei punti di riferimento?

Ho tanti punti di riferimento. Degli altri attori o attrici non guardo i punti deboli, ma i punti forza, o almeno quelli che per me lo sono, e cerco di capire se anche io ho o posso avere quella qualità. Non è semplice perché se sei una persona insicura, e io lo sono stato e un po’ ancora lo sono, ti metti perennemente in discussione e ti senti sempre non all’altezza, ma col tempo capisci che osservare e riconoscere le qualità degli altri ti fa crescere, mentre criticare e sottolineare i punti deboli ti blocca solo nella tua fortezza di insicurezze che ti sei costruito.

Hai fatto l’attore in importanti allestimenti di teatro classico, quando è arrivata la svolta verso il tipo di teatro/ intrattenimento che fai ora? 

In realtà ho sempre alternato al teatro di prosa e drammatico anche un teatro comico. Ho iniziato lavorando anche nel campo dell’improvvisazione teatrale e questo mi ha permesso sempre di non trascurare mai il mio lato più ironico.

Com’è nata l’idea dell’etero frustrato che ti ha dato tanta visibilità in tv? 

“La dura vita del maschio Alfa” è stata un’idea nata insieme a Serena Dandini, Valentina Amurri e Linda Brunetta. Stava per tornare “La TV delle ragazze”, loro avevano visto i miei video e mi volevano nel programma e si pensava a come inserire una figura maschile in un programma storicamente conosciuto come solo al femminile. Così è uscito fuori il tema del “Maschio Alfa” e della mia esigenza di voler rompere degli stereotipi ed è nato la miniserie!

Ti piace giocare molto col travestimento e sull’ambiguità, c’è un personaggio in particolare che ami proporre più degli altri?

Più che un gioco la mia è un’esigenza di far vivere un personaggio e renderlo credibile. Mi piace quando questo rompe stereotipi ed etichette, come ad esempio succede con personaggi come Dora Asmr, personaggio gender fluid, amato anche da bambinæ

Musica a Teatro: foto Corrado Murlo
Musica a Teatro: Paolo Camilli Da piccolo assorbivo tutto come una spugna, qualsiasi cosa guardavo o ascoltavo, se mi piaceva, la assimilavo e ne tiravo fuori una mia reinterpretazione che portavo nei miei giochi (Foto © Corrado Murlo)

I tuoi video veloci in cui anche canti sembrano estemporanei; invece, credo ci sia molto lavoro di preparazione.  Come procedi? Prima l’idea, poi la stesura del testo…o visualizzi tutto insieme, travestimenti compresi? 

In realtà moltissimi sono estemporanei. Mi viene l’idea, vedo quello che ho a casa, se serve qualche props particolare corro a prenderlo e via, si gira, si monta e si carica!

Pensi che il divertimento e lo sfottò siano le chiavi giuste per arrivare a cambiare quelle cose che ancora non vanno nella nostra società?

L’ironia e la comicità, se usate con intelligenza, possono aiutare a far aprire gli occhi su tematiche anche estremamente serie, perché creano un clima disteso e gioioso nel quale puoi veicolare messaggi importanti che si sedimentano nell’animo di chi ascolta.

Progetti futuri?

No spoiler! 😉

Potete seguirlo su: www.paolocamilli.it

 

Massimo Pastore: “fare un teatro veramente popolare, un teatro, cioè, che parli con sincerità, con onestà al popolo e gli permetta di confrontarsi con la complessità del reale, con le sue contraddizioni, con il suo mistero”

Musica a Teatro: l'umanità costante tempi attuali
Musica a Teatro: Massimo Pastore, l’umanità costante – Il nostro lavoro parla dei tempi attuali, parla soprattutto di quello che siamo diventati e di ciò che rischiamo di diventare, che forse è peggio di quello che siamo adesso

Musica a Teatro: Massimo Pastore, l’umanità costante – Il nostro lavoro parla dei tempi attuali, parla soprattutto di quello che siamo diventati e di ciò che rischiamo di diventare, che forse è peggio di quello che siamo adesso

Massimo Pastore è nato a Trapani, ha studiato composizione con il maestro Eliodoro Sollima  e  regia  teatrale  con  Michele  Perriera.  Di quest’ultimo, è stato anche collaboratore alla Scuola  di  Teatro  del  Comune  di  Marsala.

In seguito, ha iniziato  a  occuparsi  di  formazione  teatrale per  i  giovani  presso diverse  istituzioni  scolastiche  della  Sicilia  e,  dal  2012,  ha  avviato  un  laboratorio teatrale  permanente  nella  sua  città  all’interno  dell’associazione  “TAM  –  Teatro  Abusivo  Marsala”.

Ha composto le musiche  di  scena  per  diversi  lavori  teatrali, ha  collaborato in  qualità  di  attore con  Pierfrancesco  Diliberto,  in  arte  PIF,  al  film  “In guerra   per  Amore”  e  con  Giacomo  Bonagiuso  alla  messa  in  scena  dei  testi  “Conseguenze dell’amore”  e  “Mobbidicchì”.

Nel 2014 ha  realizzato  con  il  Liceo  Classico  di  Marsala  il  documentario  “28  gradini:  il  dovere  della memoria”,  una  ricostruzione  dei  fatti  dell’11  maggio  1943  frutto  di  una  rigorosa  ricerca  storica basata  su  testimonianze  dirette  e  su  documenti  inediti.

Il  documentario  è  stato  inserito  nel  catalogo del  Museo della  Resistenza  di  Torino.

Ha  al  suo  attivo  numerose  regie  di  opere  teatrali  del  repertorio  classico  e  contemporaneo  tra  le  quali si  ricordano  “Macbeth”  e  “La  tempesta”  di  W.  Shakespeare,  “Le  troiane”  e  “Le  mosche”  di  J.  P. Sartre,  “Lo  stato  d’assedio”  di  A.  Camus,  “I  giganti  della  montagna”  di  L.  Pirandello,  “Antigone”  di J.  Anouilh,  “Qui  è  quasi  giorno”  di  Michele  Perriera.

Secondo te quale ruolo ha o dovrebbe avere un teatrante oggi, soprattutto un regista o un drammaturgo?

Si è parlato molto in questi giorni della definizione che Piera Degli Esposti scrisse per la voce “attore” del dizionario Zanichelli. Proprio in quella definizione, l’attrice scomparsa qualche giorno fa, parla di un compito fondamentale dell’attore: quello di consolare e, aggiunge subito dopo, di calarsi nel proprio buio profondo per poi risalire con la luce che questo viaggio porta inevitabilmente con sé.

Mi ritrovo molto in queste parole che, in qualche modo, riprendono la grande lezione del mio maestro, Michele Perriera. Vorrei aggiungere, però, che, proprio per i tempi che stiamo vivendo, tempi “devastati e vili” – parafrasando il titolo di un bellissimo romanzo di Giuseppe Genna della fine degli anni ‘90 – ritengo fondamentale per un teatrante, un regista, un drammaturgo, insomma per chiunque oggi si assuma la responsabilità di salire sulla scena o di scrivere per essa, un ruolo ineludibile: quello di testimone.

Uso questo sostantivo pensando alla sua radice greca che rimanda alla figura del martire. In questo senso, mi sento molto vicino alla lezione di Grotowski  e del suo “attore santo”. Per chiarire meglio, ritengo che oggi chiunque lavori per la scena non possa non porsi il problema della funzione civile,  formativa che un simile mestiere comporta.

Non si tratta di fare un teatro più o meno impegnato, astruso, d’élite: si tratta al contrario di fare un teatro veramente popolare, un teatro, cioè, che parli con sincerità, con onestà al popolo e gli permetta di confrontarsi con la complessità del reale, con le sue contraddizioni, con il suo mistero.

Per  far questo, per essere sinceri e onesti, non si può mai scegliere la strada della banalizzazione, della semplificazione. Per concludere, sono convinto che oggi più che mai il teatro non possa abdicare alla sua funzione “politica”, nel senso più nobile di questa parola. Tutto il resto è semplice intrattenimento, divertente e spensierato quanto si voglia, ma pur sempre usato come diversivo e come sedativo.

La musica in teatro pensi abbia una funzione importante?

Più che importante, direi fondamentale. Come si sa, parola e musica erano nel teatro greco, assieme alla danza, inscindibili. Del resto, come diceva Nietzsche, se  la musica spiega la parola, la danza spiega la musica.

Devo essere sincero: mi capita a volte di assistere a spettacoli teatrali dove la funzione della musica è ridotta a sottofondo per rendere più efficace, più accattivante un monologo del protagonista o un dialogo particolarmente “commovente”.

Mi sembra uno spreco e anche un tradimento della grande lezione che, in questo ambito, ci hanno dato maestri come Bob Wilson.

Per quanto mi riguarda, nei miei spettacoli cerco di usare la musica più che per accompagnare le parole e i movimenti per rivestirli di una dimensione “altra”  o, per meglio dire, per illuminare le ombre inevitabili che ogni parola e ogni gesto portano con sé.

Ecco, direi che penso alla musica in scena come a una sorta di controluce o a un faro di taglio, come si dice in teatro. Forse per questo,  in alcuni miei lavori ho cercato di far inventare le musiche di scena direttamente agli attori, con le loro voci.

Musica a Teatro: problema della funzione civile
Ritengo che oggi chiunque lavori per la scena non possa non porsi il problema della funzione civile, formativa che un simile mestiere comporta

Usi musica durante i laboratori? Di che tipo?

Sempre. Tutti i miei laboratori iniziano con il cosiddetto riscaldamento, un momento di decontaminazione delle scorie del quotidiano che tutti i ragazzi si portano inevitabilmente dietro, e dentro, quando arrivano nello spazio di lavoro.

Uso diversi tipi di musica, spesso suggerita sul momento da uno sguardo particolare di qualcuno dei partecipanti, da una paura, da una gioia che credo di leggere nella espressione dei loro visi o da una particolare intenzione scenica che intendo perseguire.

Può trattarsi di una canzone di Mina o di un brano del repertorio classico, non c’è una regola per me. Uso il brano che più mi sembra più evocativo per il lavoro che voglio, che vogliamo fare.

Hai o ti piacerebbe avere un compositore di compagnia, come ad esempio Carpi per Strehler?

No, non ho un compositore di compagnia. Mi è capitato però durante la quasi decennale collaborazione con Michele Perriera di scrivere io delle musiche per alcuni suoi lavori, come quelle per “Pugnale d’ordinanza”, “Buon appetito” (messo in scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma) e “Come, non lo sai?”, che fu anche l’ultima sua regia.

In queste occasioni, ricordandomi dei miei studi musicali, ho lavorato a stretto contatto con il regista e ho avuto la possibilità di sperimentare il mestiere di chi scrive per la scena. Penso comunque che un’esperienza come quella che vide legati per quasi cinquant’anni Fiorenzo Carpi e Giorgio Strehler al Piccolo di Milano sia oggi quasi impossibile.

Troppa poca attenzione, specialmente in Italia, sia nei confronti nella musica che del teatro per poter sperare di mettere assieme due figure così impegnate nella sopravvivenza quotidiana attraverso il loro lavoro, come quelle di un musicista e di un regista.

Eppure, non vi sarebbe campo più adatto a una simile collaborazione. Del resto, viviamo in un Paese in cui l’insegnamento musicale, la storia della musica, la storia del teatro sono fanalini di coda nei programmi delle nostre scuole, anzi a volte sono del tutto assenti o considerate discipline marginali, senza nessuna importanza.

Dovessi scegliere Un compositore classico chi sceglieresti? E invece un cantautore?

Ho una particolare predilezione per Brahms e la sua produzione da camera. È un compositore che mi affascina per la sua ricerca continua di tenersi ancorato alla forma come disciplina, per riprendere il titolo di un famoso saggio di Massimo Mila.

Agli inizi degli anni 2000, grazie a Sergio Lanza, mio maestro di composizione sperimentale al conservatorio di Trapani, ho scoperto l’immenso tesoro della musica contemporanea e mi sono dedicato, in particolare, allo studio delle opere di Xenakis e Ligeti.

Per quanto riguarda il mondo della canzone d’autore, il primo nome che mi viene in mente è quello di Ivano Fossati, di cui, dopo il ritiro dalle scene, sento molto la mancanza.

E poi c’è il compianto Gianmaria Testa, la cui opera è purtroppo ancora poco conosciuta al grande pubblico, ma che secondo me rappresenta una delle migliori espressioni musicali dell’universo cantautorale italiano.

In quali tuoi spettacoli la musica ha avuto una funzione essenziale? Con musica dal vivo cosa hai messo in scena?

Nel 2015 ho messo in scena una riscrittura del Macbeth di Shakespeare e il corredo musicale, chiamiamolo così, del lavoro prevedeva un’ampia antologia di brani musicali che andavano dal canto gregoriano ai Pink Floyd.

Era un lavoro dove una componente essenziale della messa in scena era affidata ai movimenti coreografici degli attori e, fin dal primo quadro sulle note di “Time” dei Pink Floyd, cercava di ricreare il clima di solitudine e orrore che circonda il delirio dei due protagonisti, Macbeth e Lady Macbeth.

Due anni fa, invece, ho collaborato con il cantautore siciliano Ezio Noto alla messa in scena di un suo lavoro discografico dal titolo “Napordu”, davanti al Tempio di Hera, al parco archeologico di Selinunte.

La rappresentazione era prevista all’alba. Un’esperienza indimenticabile, arricchita dalla presenza in scena di un gruppo di musicisti straordinari e di un “coro” di attori non professionisti di straordinaria generosità e intensità.

A proposito di musica moderna o contemporanea italiana hai un musicista che ti ispira più di altri?

Giacinto Scelsi, il compositore ligure scomparso nel 1988, praticamente sconosciuto al di fuori di una ristretta cerchia di estimatori, il cui unico momento di notorietà internazionale si deve, purtroppo, alla controversa polemica, all’indomani della sua morte, a proposito della paternità reale delle sue opere.

Al di là di questo, ritengo si tratti un compositore affascinante per la sua tensione continua alla ricerca quasi spasmodica dell’essenza pura del suono e per le frequenti contaminazioni con la musica orientale.

Musica a Teatro: Massimo Pastore i miei spettacoli
Nei miei spettacoli cerco di usare la musica più che per accompagnare le parole e i movimenti per rivestirli di una dimensione “altra” o, per meglio dire, per illuminare le ombre inevitabili che ogni parola e ogni gesto portano con sé

Parlami di come è nata la tua compagnia…dell’ultimo spettacolo e dei progetti futuri

Il TAM – Teatro Abusivo Marsala – l’anno prossimo compie dieci anni. È nato in riva alla scoglio che dà il nome a Capo Boeo, qui a Marsala, dall’entusiasmo di un gruppo di ragazzi che avevano partecipato a dei miei laboratori nei licei marsalesi e che volevano mettere in scena un lavoro dedicato alla primavera araba.

Non avevamo nessuna struttura ufficiale che ci “sponsorizzasse” e così ci siamo chiamati “abusivi”. Da allora, con un’opera di autofinanziamento, siamo andati avanti con l’avvio di un laboratorio permanente che ha permesso a molti ragazzi e molte ragazze di scoprire il teatro come loro vocazione.

“La variante Amleto”, il nostro ultimo spettacolo andato in scena proprio qualche settimana fa, prende ispirazione dalla lettura dell’Hamletmachine di Heiner Müller, piccolo capolavoro del teatro post-contemporaneo risalente alla seconda metà degli anni ‘70.

Nel testo di Müller, in realtà, non vi è una storia da raccontare: sono cinque scene che si susseguono senza soluzione di continuità e che hanno come protagonisti un Amleto e una Ofelia che ritornano – forse dal mondo dei morti, forse da un altrove indefinito – a raccontare la loro storia come dei vecchi attori.

Prendendo spunto da Hamletmachine, il nostro lavoro parla dei tempi attuali, parla soprattutto di quello che siamo diventati e di ciò che rischiamo di diventare, che forse è peggio di quello che siamo adesso.

È un lavoro duro, crudele, cattivo, acido. Nelle nostre intenzioni dovrebbe servire a sviluppare, a far nascere nello spettatore un desiderio di tenerezza, di solidarietà, di bellezza.

Tutte cose che, in qualche modo, sembrano compromesse, oscurate da questi tempi così difficili, dove – ad esempio – la stessa riflessione sul disastro ambientale incombente sembra passata in secondo piano, mentre invece meriterebbe un’attenzione urgente e necessaria quanto mai.

Lo spettacolo è anche arricchito da una serie di interpolazioni tratte da opere di Shakespeare. In particolar modo, il Riccardo III, il Macbeth, l’Amleto e due sonetti (il numero 1 e il numero 10).

Per noi questa messa in scena è un atto d’amore, un dono che offriamo ai nostri spettatori, che vogliamo, sì, scuotere, ma con l’intento di far nascere in loro una struggente malinconia per quello che siamo stati, per quello che sembriamo aver dimenticato: il cammino che ci ha portato fin qui; la speranza che ha ispirato i nostri giorni migliori; gli affettuosi gesti di solidarietà che hanno guidato le nostre azioni più nobili.

Queste “dimenticanze” ci costringono dentro una dimensione di cattiveria e di solitudine, riducono il nostro presente a un orizzonte molto triste che il teatro a vocazione civile (come quello che cerchiamo di fare noi) dovrebbe cercare di scongiurare.

Mi verrebbe da dire che, mettendo in scena la nostra “variante”, cerchiamo in realtà di suggerire una “costante” di umanità per questo “inverno del nostro scontento”.

Ringrazio Massimo Pastore e rimando chi fosse interessato ad approfondimenti alla pagina

https://teatroabusivomarsala.wordpress.com/

Una breve intervista di mezza estate: “si definisce attore, drammaturgo, regista e insegnante”

Musica a Teatro: Sergio Scorzillo "L'intervista"
Musica a Teatro: Sergio Scorzillo “L’intervista” – Anche nel mio monologo “Diario di viaggio di un bisessuale contento”, canto, parodiando canzoni famose

Oggi incontro Sergio Scorzillo.  In realtà lo incontro da una vita e con lui sono stato spesso in buoni rapporti anche se non sempre. Lo trovo a Bisceglie, dove sta trascorrendo alcuni giorni di vacanza. Si definisce attore, drammaturgo, regista e insegnante. Gli rivolgo alcune domande subito per rompere il ghiaccio (quello di un negroni che tiene davanti).

Qual è il tuo rapporto con la musica?

Inizia da subito. Mio padre suonava il pianoforte e così fin da piccolo musica in casa ne sentivo a iosa, soprattutto standard americani. Imparavo le canzoni e papà mi accompagnava. Poi mi ha mandato a studiare il piano a sei anni e ho continuato per quattro. A sette anni ho vinto cantando una selezione per lo Zecchino d’oro ma mio padre non ha voluto che partecipassi alla finale a Bologna. Mi incoraggiava ma fino a un certo punto…

Che musica ti piaceva e quale preferisci ora?

Quando ho compiuto 18 anni ho fatto l’esame in Siae come paroliere (allora era necessario sostenere un esame). All’epoca adoravo Claudio Baglioni, i miei testi andavano in quella direzione. Mi feci una cartelletta coi miei testi e andai a bussare alle maggiori case discografiche.

Ricordo che un manager alla Southern mi disse: “I tuoi testi non sono male, mi ricordano un po’ quel cantante che va tanto adesso… Baglioni. Ma questo vedrai che tra poco sparisce…” Quando si parla di lungimiranza…Fortunatamente alla Ri-Fi, invece, trovai una accoglienza diversa.

Piero Soffici aveva scritto due brani per un gruppo vocale, I Paip …lesse i miei testi e mi diede una cassetta con una sua musica dicendo: “Vai a casa e vedi se ti viene in mente qualcosa”. Scrissi Fuoco Blu. Fu incisa ed ebbe un certo successo. Ancora i Paip la ripropongono ora nelle loro serate. Quando in Conservatorio assistetti a un concerto coi Carmina Burana mi innamorai della musica classica.  Da lì in poi oltre qualche cantautore, Battisti, Dalla, Battiato, è la classica che mi appassiona di più e mi stimola.

Musica a Teatro: "L'intervista"
Musica a Teatro: Sergio Scorzillo “L’intervista”- Scrooge, il canto di Natale di Dickens, era nato come audiolibro, ma poi l’ho proposto diverse volte dal vivo, anche con l’orchestra Ricmanje di Trieste

Hai lavorato, oltre che in teatro, per la Ricordi, vero?

Vero. Per molti anni. Facevo cabaret, con testi miei, nel mio gruppo I Lunatici. Avevamo molte serate, siamo stati anche al Derby con Abatantuono, Teocoli…si recitava e cantava. Ma non guadagnano abbastanza per mantenermi. Entrai così alla Ricordi e mi sono occupato di spartiti per anni.

Quindi musica e teatro sono stati sempre indissolubili

Certamente. Mi piace ricordare anche una serie di audiolibri uscita nei primi anni 90. Diretta da me e pubblicata da Rugginenti. Allora non si usavano gli audio book come adesso, ma io ci ho sempre creduto. Poesie, soprattutto. E ogni poesia aveva il tappeto sonoro suonato appositamente al pianoforte da Franco Lupo. Nella serie uscì anche uno Scrooge, il canto di Natale di Dickens, per voce recitante (io facevo tutte le voci) cantanti lirici (i fantasmi) piano e archi. Si trova ancora in cd, e l’ho proposto anche spesso dal vivo, l’ultima volta a Trieste con l’orchestra diretta da Aljosa Tavcar.

Hai altri spettacoli con musica che ti piace ricordare?

Ho organizzato spettacoli con voce recitante e piano, sax, cantanti lirici diverse volte. Ricordo in particolare la mia partecipazione come voce in Der Kaiser con Atlantis di Viktor Ullmann e un paio di serate in occasione della mostra su Paul Klee alla Fondazione Mazzotta, una della quali con il quartetto Klee.

Musica a Teatro:
Musica a Teatro: Sergio Scorzillo “L’intervista” – Nella versione Pink di Chicago recitavo, cantavo e ballicchiavo pure… I testi delle canzoni in italiano erano miei

Usi musica negli spettacoli che scrivi e metti in scena come regista?

Sempre. E spazio dalla “leggera” alla classica. Adoro i contrasti. Ricordo di avere organizzato una scena nelle Troiane di Euripide in cui all’arrivo dei soldatacci che si avventavano contro le donne partiva in sottofondo La mer cantata da Trenet, e gli attori iniziavano a muoversi in rallenti…un effetto da brividi. In Fuori dal fango, mentre nel casolare dove i partigiani hanno rinchiuso un prigioniero supposto fascista succedono cose tese, l’unica cosa che arriva da fuori sono, attraverso una radio, delle canzoni d’amore dell’epoca…

Quindi hai sempre anche cantato oltre che recitato?

Si, anche se da qualche anno mi succede poche volte. Sono riuscito anche a far parte di un musical, una versione “Pink” di Chicago…i testi delle canzoni in italiano erano miei. Facevo la parte dell’avvocato. Esperienza favolosa, anche se molto complicata.

Che farai prossimamente?

Riprenderò il mio spettacolo Prodigus, il figlio prodigo secondo me, con la mia compagnia Reading Gaol (che è il nome del carcere dove è stato rinchiuso Oscar Wilde) e ho un paio di altri lavori da mettere in scena. Sicuramente con musiche scelte ad hoc…

Ringrazio me stesso per questa breve intervista di mezza estate….

La musica fa parte della mia vita tanto che a volte mi sembra di esserci totalmente immersa

Musica a Teatro: Debora Mancini e la "Realtà"
Musica a Teatro: Debora Mancini e la “Realtà” – Il mio lavoro è quasi esclusivamente di e con la Musica (Foto © Pierluigi Giorgi)

Attrice, presentatrice, organizzatrice, ha lavorato in teatro, in tv, in radio e collaborato con diversi “grandi” dello spettacolo. Ha inciso dischi, fatto interviste a importanti personaggi della cultura, unito performance a decine di presentazioni di libri. Debora Mancini è davvero eclettica e una creativa a tutto tondo. Anche musicista. La sua associazione porta il suo nome preceduto dal termine Realtà.

Che musica ascolti quando non lavori?

La musica fa così tanto parte da sempre della mia vita che a volte non mi sembra neanche di “lavorarci” ma solo di esserci totalmente immersa.

Ascoltare musica è per me un piacere, direi da sempre, da quando ero nella pancia di mia madre; non saprei scindere l’ascolto per lavoro da quello ludico.

Sono cresciuta in una famiglia in cui si ascoltava ogni genere, ma principalmente classica e operistica.

Vivo col musicista Daniele Longo di formazione jazz che è poli – strumentista e che mi ha fatto scoprire generi e ritmi di tutto il mondo.

Abito, inoltre, in un condominio “musicato” e, a volte, dalle mura arrivano le melodie barocche del mezzosoprano che abita di fronte e gli studi all’arpa, al violino e alla batteria dei giovani vicini.

Il mio lavoro è quasi esclusivamente di e con la musica, e con diversi generi e stili musicali, sia per i progetti che condivido da più di un ventennio con Daniele, che in altre produzioni.

Gli studi compiuti e la passione mi hanno favorito nell’esplorare vari ambiti e generi, permettendomi ad esempio di dare voce ai melologhi come Pierino e il lupo e Babar con l’orchestra FORM, e così anche ai progetti dedicati al pianoforte con Yamaha Music Europe, fino all’ultima produzione “Tempo di Chet!”, dedicata a Chet Baker, con il Teatro Stabile di Bolzano, con Paolo Fresu.

Cantanti, musicisti che ti piacciono particolarmente, musica leggera o classica?

Difficile dirlo: “vado a periodi”. In questi giorni, ad esempio, sto ri-ascoltando Sergio Cammariere, Philip Glass, Caetano Veloso,  i Kiss e Led Zeppelin con mia figlia che ama il rock; ho voglia di cantare le canzoni di Sergio Endrigo; e in macchina ascolto la radio, come mi piace, ovvero lasciandomi sorprendere da brani sconosciuti – anche da quelli non di mio gusto – o cantando quelli che riconosco.

Mentre scrivo ho desiderio di ascoltare Brahms, ma Daniele si è messo a improvvisare al pianoforte e ascolterò le sue composizioni estemporanee.

Musica a Teatro: Debora Mancini
Musica a Teatro: Debora Mancini e la “Realtà” – Con gli artisti e professionisti che coinvolgo sviluppiamo progetti che spesso nascono dai miei sogni

Quand’eri piccola avresti voluto fare da grande quello che poi hai fatto?

Il mio ricordo da adulta di quando ero piccola è che mi piaceva giocare, fare, inventare, partecipare: in parte è ciò che continuo a fare oggi, seppure chiamandolo in altri modi.

Sei attrice, musicista, hai un curriculum davvero vario e folto di esperienze. Quando hai avuto l’idea di trasformarti in una “Realtà” che porta addirittura il tuo nome?

Mi fai pensare a Venusia (Mazinga) e a Gregor Samsa (La metamorfosi di F. Kafka)…quasi quasi sono stata fortunata ad essermi trasformata in realtà!

Anni fa, presentando un progetto con alcuni musicisti, gli organizzatori mi chiesero “cosa fossimo”, intendendo a livello giuridico (una compagnia, una società, un’associazione) e io dissi che eravamo una “Realtà”.

Con gli artisti e i professionisti coinvolti in RealtàDeboraMancini sviluppiamo progetti diversi che spesso sono nati e nascono da miei sogni, che quindi diventano realtà anche grazie a loro; ma realizziamo anche progetti che nascono da altre anime di questa associazione, con le quali si condividono idee, poetica e desideri.

L’Associazione ha l’identità aperta…quasi spalancata. Prediligiamo l’incontro, la commistione, la fusione di varie arti, discipline e professionalità, realizzando al contempo le visioni personali e del collettivo.

Musica a Teatro: Debora Mancini e la “Realtà”

Mi colpisce l’aspetto soprattutto didattico, specie dedicato ai bambini delle tue proposte. Spettacoli che in particolare hanno per te segnato una svolta e ti hanno regalato più emozioni?

Sono convinta che uno spettacolo coinvolgente, un concerto bello, o un laboratorio divertente di lettura o illustrazione o scrittura possano lasciare nei giovani segni e tracce che possono anche durare una vita intera.

E credo che l’esperienza vissuta da piccoli possa incuriosirli e interessarli ai vari ambiti artistici e anche illuminare strade fino a quel momento, da loro, inesplorate. Conosco tante persone che si occupano di teatro o musica o dipingono perché da piccoli hanno vissuto un’esperienza memorabile.

Per quel che mi riguarda, molti spettacoli, quasi tutti, hanno lasciato in me un segno importante –positivo o negativo – ma comunque importante – che so avermi in qualche modo influenzato, o oserei dire, indicato una via.

Ne cito tre dei quali ho un bel ricordo vivido e forte anche dopo tanti anni, e per ognuno diverso: l’opera lirica Il trovatore, vista quando avevo circa 10 anni; Ex Amleto con Roberto Herlitzka; Nati sotto contraria stella di Leo Muscato.

Un autore che non hai ancora affrontato ma ti piacerebbe portare in scena?

Sono tanti gli autori e le autrici che non ho affrontato e che mi incuriosiscono.

Un sogno di tanti anni fa, non ancora realizzato, è legato alle opere di Albert Camus.

Inoltre, in questo periodo, Anna Maria Ortese – della quale ho già letto in pubblico estratti dalle sue opere – è una delle scrittrici che mi stimola tanti pensieri e riflessioni.

Debora Mancini
Musica a Teatro: Debora Mancini e la “Realtà” – Sono convinta che uno spettacolo coinvolgente, bello e divertente possa lasciare nei giovani segni che possono durare una vita intera (Foto © Valerio Giulini)

Ho intervistato artisti teatrali che non usano molto i social e non li vedono di buon occhio. Tu invece, vedo che ci punti molto. Hai pagine Fb, Youtube ecc. è così? Credi siano indispensabili oggi?

Ho provato a comunicare con segnali di fumo ma i vicini si sono ribellati!

Scherzi a parte, credo che tu ti riferisca alla comunicazione delle attività dell’Associazione sui social che ci consente di raggiungere e informare le persone che ci seguono anche su quei canali e di raggiungere anche le tante persone che non ci conoscono.

Questa tua domanda mi permette di ringraziare tutti i professionisti – anime speciali – che lavorano in Associazione dedicandosi alla comunicazione, alla grafica, al sito, e tutte le persone che ci donano suggerimenti e consigli che cogliamo per migliorare.

A cosa stai lavorando di nuovo?

Ho due idee chi mi frullano in testa da un po’ e le sto nutrendo per dargli forma e vita, magari te ne parlerò nella prossima intervista.

Nel frattempo, ho da poco finito di girare per un cortometraggio con la regia di Matteo Berdini, con l’attore Piero Massimo Macchini; e sto lavorando ad un albo illustrato con ascolti di musica e parole con il musicista e scrittore Reno Brandoni.

Con l’Associazione ci stiamo dedicando ad un progetto dedicato a Dante Alighieri, che debutterà a settembre, con come musicista Daniele, l’artista Daniela Tediosi e lo scrittore Enrico Ernst. Inoltre, stiamo definendo gli ultimi dettagli per l’uscita a settembre del nuovo disco in piano solo di Daniele Longo “Cercando l’aria”.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Certo. Un saluto a te Sergio e a quante e quanti leggeranno questa intervista grazie a te.

Se volete entrare nel suo mondo e scoprire quanto sia varia e magica questa Realtà visitate le sue pagine

www.deboramancini.it 

oppure

http://www.realtadeboramancini.com

Ma la trovate anche su instagram e su Youtube

 

Alessandro Baito: un artista nel giardino dell’Eden. La nostra utopia è un mondo armonico in cui tutti possono esprimersi secondo le proprie passioni e le proprie inclinazioni

Musica a Teatro: Alessandro Baito
Musica a Teatro: Alessandro Baito – Esiste una sola missione: comunicare in ogni senso, mettere insieme le persone per confrontarsi e crescere insieme (Foto © Massimo Allegri)

Non canta e non suona… non sa nemmeno fischiare con le dita! Ma l’attore, drammaturgo e insegnante Alessandro Baito di spettacoli con musica ne ha fatti, e ne sta per fare, veramente parecchi…

Qualcosa su di lui in breve.

Attore nella compagnia Teatro in Mostra di Como di Laura Negretti dall’ anno della sua fondazione. Presente in diverse produzioni della compagnia:

Antigone (basata principalmente su Sofocle e Anouilh);

Café Belle époque (la storia de La Signora delle camelie/La Traviata vissuta da una coppia di giovani camerieri nella Parigi di inizio XX secolo);

Di sabbia e di vento (la discriminazione di genere nel doppio racconto della storia di Giovanna d’Arco e di Camille Claudel).

Professore di inglese, principalmente ma anche spagnolo, (supplente!!!)

Attore per spettacoli nelle scuole secondarie per conto della Compagnia El Tablado di Milano, con spettacoli e laboratori in lingua spagnola

Lettore per l’Associazione Mnemosyne di Monza, soprattutto nel loro progetto “Inchiostri d’amore”, una serie di reading che fanno rivivere le storie d’amore di personaggi famosi.

Significativa una delle ultime produzioni su Frank Sinatra e Ava Gardner. La musica è sempre presente dal vivo, ma nel caso di storie di cantanti ovviamente diventa davvero co-protagonista.

E gli spettacoli con musica che ama particolarmente ricordare sono:

Just for One Day, spettacolo multimediale con la regia di Giorgio Magarò. Teatro, danza, canto, musica dal vivo: un’alternanza di linguaggi per esprimere la forza e l’universalità del mondo che David Bowie ha creato nella sua lunga carriera.

Interpretava ad ogni spettacolo tre/quattro testi, traduzioni di canzoni, accompagnato da musica improvvisata (pianoforte o percussione a seconda dei casi).

Uomini siate e non pecore matte, un reading che ha redatto/scritto sul tema della follia (che poi è il tema del peccato) in Dante. Debutterà a Colico il 19 settembre.

A livello musicale è interessante perché ha raccolto diverse citazioni di Dante nella musica italiana (Jovanotti, Gianna Nannini, Branduardi, Capossela, Venditti, Vecchioni, Ligabue, Battiato, Guccini) e soprattutto in quel trend degli anni 70 che ha visto il proliferare in ambito progressive  di rielaborazioni dantesche (Radiohead, Metamorfosi, New Trolls).

Shoto, un testo che ha scritto e diretto e interpretato per la scuola di karate del suo paese (Cislago) nel 2019. Praticamente il testo essenziale veniva recitato in Voice off e gli atleti eseguivano esercizi e kata coreografati sulla musica.

Per l’associazione che ha con sua moglie, l’artista, fotografa e gallerista Valentina Anna Carrera, A Est dell’Eden, ha elaborato diverse letture, frutto di ricerca e scrittura, soprattutto all’interno del progetto Bereshit sulla cultura ebraica.

La figura del Golem, la Shoah, l’Alfabeto e il suo simbolismo. Fatto spesso con musica dal vivo ( con violino o con bayan), altrimenti comunque la musica è stata sempre essenziale 

Cosa ascolti nel privato? Ci sono musiche che per te hanno una funzione terapeutica, che ti aiutano a sentirti meglio, o ti aiutano a concentrarti?

Ho sempre sentito un’attrazione fatale nei confronti della parola. Quindi ogni volta che ascolto musica non riesco a prescindere dalle parole, siano esse in italiano o in una lingua a me sconosciuta.

Di conseguenza il mio ascolto non è mai rilassato, c’è sempre quel grado di tensione dovuto alla concentrazione del pensiero che non mi permette magari di abbandonarmi al puro suono. Ovviamente la stessa cosa non accade in assenza di testo.

Se si pensa a questo punto che sono un cultore della classica ci si sbaglia. Mi piace, senza dubbio. Ma mi emoziona tanto che neppure lei è capace di rilassarmi.

L’unica musica che mi rilassa è quella orientale, stile centro Yoga, ma dopotutto è ovvio: è stata pensata proprio per rilassare.

Per il discorso sulla concentrazione invece non credo che esista musica capace di aiutarmi. La concentrazione vera la riesco a raggiungere solo con il silenzio.

Forse è una deformazione professionale, non lo so. In quanto attore sono sempre attento a ciò che mi succede attorno, sono sempre teso a cogliere i cambiamenti per poter reagire in tempo, qualunque cosa possa succedere in scena, dal pezzo di scenografia che cade (per fortuna non mi è capitato spesso!) al collega che sbaglia o addirittura si scorda il testo (questo mi è successo milioni di volte!).

Se dovessi mettere della musica una parte della mia testa sarebbe sempre in ascolto, impedendo quindi la vera concentrazione.

Dimmi qualcosa a proposito dei Reading su personaggi dello spettacolo che hai portato in scena con musiche dal vivo.

L’Associazione Mnemosyne di Monza, diretta dall’appassionato storico Ettore Radice, si occupa di diffondere la conoscenza della Memoria non solo in termini di Storia del Paese ma anche di Storia del Costume e della Società.

Per cui le loro iniziative si alternano tra una rievocazione del Terrorismo anni 70 italiano alla presentazione della vita privata di Giacomo Puccini e di sua moglie Elvira, dalla storia di Fausto Coppi e Giulia Occhini fino alla turbolenta vicenda di Napoleone Bonaparte.

La formula di presentazione è quella del reading, con due voci e uno strumento musicale. Interessante in questo caso il fatto che la musica non funge da accompagnamento, ma viene presentata come una voce diversa e indipendente.

I brani selezionati sono in sintonia con l’ambiente e la vicenda presentati, ma vengono suonati per intero e senza contaminazioni vocali (a parte i casi in cui il brano viene dall’Opera). Quindi forse la definizione migliore è quella di reading-concerti.

Alessandro Baito, a est dell'Eden
Bowie è stato capace di attraversare più generazioni, dai primi anni 60 fino al terzo millennio, senza mai soffrire di un calo di popolarità (Foto © Lu Magarò)

Trovo in biografia riferimenti a Bowie. Lo spettacolo multimediale su di lui com’è nato?

Pochi giorni dopo la scomparsa di David Bowie c’è stato alle Colonne di San Lorenzo un flash mob per salutare l’artista che è stato capace di attraversare più generazioni senza mai soffrire di un calo di popolarità, dai primi anni 60 fino al Terzo Millennio.

In quell’occasione, seguendo mio moglie Valentina che è sempre stata una sua fan, abbiamo incontrato diversi amici artisti, scoprendo davvero che oltre all’interesse per l’Arte (devo ricordare che mia moglie è pittrice e al tempo, nel 2016, anche gallerista) c’era la passione per Bowie e la sua musica.

Chiacchierando è nata l’idea di fare uno spettacolo che andasse oltre quelle realtà già esistenti e fatte principalmente da Tribute Band che interpretavano o reinterpretavano la sua musica.

L’intenzione era quella di dimostrare la trasversalità dell’esperienza di Bowie, di come la sua musica possa vivere indipendentemente in ogni arte.

Eravamo due pittori e scenografi, un attore e un regista cinematografico, ciascuno con buone conoscenze nel mondo musicale e della danza. Il passo è stato breve.

Il regista Giorgio Magarò ha ideato uno spettacolo fatto di alternanza di Arti in scena e ciascuno ha fatto la sua proposta interpretativa. In effetti la regia è stata più dell’insieme che nelle singole performance, volendo lui, in accordo con noi, sottolineare gli aspetti più personali del sentire di ciascuno.

So che lavori spesso per i bambini. Hai qualche aneddoto a proposito?

Lavorare con i bambini oggi non è facile. Bisogna però distinguere l’attività didattica da quella ludica. Conosco entrambe le realtà grazie alla doppia professione di insegnante e attore.

La parte più difficile è quella didattica, premettendo che non si parla qui di lezione frontale con noiosa spiegazione di grammatiche e logiche.

C’è un confine mobile tra i 10 e i 12 anni in cui avviene un cambiamento (qualcuno lo chiama pubertà, credo) e i bambini davvero si trasformano. Ma da una parte e dall’altra per noi operatori ci sono problemi.

Prima di quel confine i bambini sono partecipativi e comunicativi. Vogliono sempre dire la loro, a volte dando l’impressione che vogliono dimostrare qualcosa, anche quando poi non sanno le cose che vorrebbero dimostrare di sapere.

Dopo quel confine invece ogni interesse svanisce assorbito dall’unico interesse del riconoscimento del gruppo: pensano ai fatti loro e tu ti puoi sbracciare, fare capriole o interpretare a memoria un monologo di Otello che tutto quello che si ottiene è un fugace sguardo condiscendente.

Il discorso è generale, non tutti i ragazzi sono così, ma la media propende verso questa mia classificazione.

Nell’attività ludica il confine continua ad esistere. Prima dei 10-12 anni sono tutta energia e volontà di emergere, dopo diventano più pigri e tendono a creare gruppetti più intenti a confrontarsi sulle loro problematiche personali che al gioco proposto.

Il gioco non è un obbligo quindi si può evitare!

Per quanto riguarda invece il teatro il discorso è più semplice, dando per scontato che lo spettacolo che si sta facendo piaccia al pubblico garantendoci così la loro attenzione, perché se non piace la battaglia è persa sin dall’inizio.

Gli aneddoti più divertenti riguardano la sostanziale indisciplina dei bambini, che paiono quasi tutti cresciuti in una scuola Montessori allargata, in cui in nome dell’espressività personale tutto è permesso (non me ne vogliano i montessoriani, perché lo so che nelle loro scuole ci sono regole, eccome!).

Quindi: la bambina che durante uno spettacolo natalizio, in cui tu sei mascherato da renna, arriva in scena e si piazza davanti a te fissandoti negli occhi con uno sguardo lucido, affascinato, quasi innamorato.

Tu cosa fai? La sgridi e le dici di tornare al suo posto, perché le convenzioni teatrali impongono al pubblico, a meno che non gli venga richiesto altrimenti, di stare al suo posto? Non puoi. La coinvolgi, arrampicandoti sugli specchi per giustificare la sua presenza in scena.

E il bambino impertinente che ti fa notare che il telefono che stai usando è finto o che quello che stai dicendo non può essere vero perché le fate non esistono, oppure comincia a chiederti spiegazioni perché non ha capito bene un risvolto della storia e tu hai solo voglia di dirgli in faccia: “Piccoletto, se hai un attimo di pazienza ti dico tutto quello che vuoi sapere.

Ma se tu continui a interrompermi non arrivo più a quel punto del testo. Quindi taci e ascolta”?? Hai voglia di dire così, ma non puoi. E allora giochi tra l’indifferenza e risposte vaghe, sperando di trovare un equilibrio tra l’educazione e il dimostrare che non si possono fare troppe domande.

Sì, perché se poi si fa capire che è lecito fare domande c’è tutto uno stuolo di bambini più timidi che si reputano giustificati e cominciano a piovere domande e osservazioni. E tu ti ritrovi in una sessione di brainstorming sull’Ontologia teatrale.

Con tua moglie hai un’associazione che si occupa di trasmettere la passione dell’arte ai piccoli. La vedi come una missione? L’associazione porta il nome di Eden, che è anche il nome di tuo figlio. Speri che lui continui a praticare da grande il vostro percorso?

Forse se non si ha una missione non si può vivere sereni. C’è chi ha la missione di fare soldi, chi quella di avere successo e di essere riconosciuto come “superiore” dagli altri. Ognuno coniuga il termine come gli pare o come crede che debba essere il senso della vita.

In realtà esiste per noi una sola missione, degna di essere chiamata tale. Comunicare, in ogni senso: mettere insieme le persone per confrontarsi e crescere insieme. In questi termini forse la missione più nobile è quella di trasmettere alle nuove generazioni il senso di ciò che è avvenuto prima di loro, perché possano crescere e in questo modo far crescere il mondo che hanno intorno.

Il migliore modo per comprendere parte dalla conoscenza di sé e uno dei canali privilegiati per arrivare a questo è l’Arte in tutte le sue forme.

La nostra Associazione include il nome Eden perché la nostra utopia è un mondo armonico in cui tutti possono esprimersi secondo le proprie passioni e le proprie inclinazioni.

Nostro figlio si chiama Eden perché crediamo che la famiglia sia il punto di partenza per la creazione di un mondo felice. Poi però speriamo anche, con riferimento al Giardino dell’Eden, che il frutto che noi abbiamo piantato possa crescere in grandezza e luce fino ad essere davvero nel Mondo, modellandolo in qualcosa di migliore.

Io personalmente non spero che continui la nostra strada. Mi auguro anzi che se ne inventi una nuova, alla quale io non sono nemmeno capace di pensare, un’autostrada ma anche un sentiero andrebbe bene, lungo il quale camminare sereno verso la realizzazione di sé.

Magari potrebbe partire da dove siamo arrivati noi, da dove speriamo di essere riusciti a comunicargli il senso e il valore delle cose e delle persone.

Alessandro Baito
Con Antigone, in scena con Laura Negretti, abbiamo avuto una menzione speciale al premio Fersen nel 2007 e la proponiamo ancora il 4 settembre a Como (Foto © Valentina Anna Carrera)

Ho avuto l’impressione che tu preferisca lavorare sul palco da solo o in duo…è così? Gli spettacoli con musica a cui sei più legato?

La tua impressione è giusta. Magari da solo no, perché la mia congenita timidezza mi fa sentire un po’ a disagio, ma in duo senz’altro sì. Non importa se poi sono affiancato da un’attrice, un attore o uno strumento, mi basta avere compagnia.

La cosa importante è il dialogo uno-uno. Il dialogo uno-molti, quello del monologante con il suo pubblico, è spesso falsato e difficilmente può garantire una comunicazione efficace. Non potendoci confrontare con la singola emozione della singola persona spesso tutto si risolve in una celebrazione solipsistica.

Senz’altro lo spettacolo che più mi emoziona ogni volta che ho occasione di farlo è  “Il violino della Shoah” in cui la mia voce narrante presenta la storia di Eva Maria Levy, un’ebrea deportata in un campo di concentramento nazista che è riuscita a sopravvivere in un primo periodo grazia alle sue doti di violinista, finché lo strumento non si è rotto privandola di quei (pochi) privilegi che gli artisti potevano garantirsi nei lager.

Le corde del violino originale di Eva, recuperato grazie al fratello sopravvissuto, vengono accarezzate dall’archetto di Alessandra Sonia Romano, che in dialogo con me, il violino, perché la voce narrante è proprio quella del violino, presenta tutta la tragedia della perdita dell’innocenza.

Di una giovane donna, di una società tutta, di un semplice strumento musicale.

Un altro spettacolo a cui sono molto affezionato è “La memoria dei giusti – semi di luce nel deserto della notte, un testo che ho elaborato traendo ispirazione dall’encomiabile lavoro di Gabriele Nissim e della sua Associazione, Gariwo, quella del Giardino dei Giusti di Milano per intenderci, dove si piantano alberi in onore di tutti quelli che si sono opposti alle ingiustizie pagando spesso con la propria vita a conseguenza della loro ribellione.

Parte tutto dalla Shoah ma in un lungo viaggio attraverso la storia passando dal Ruanda fino a Khaled al-Asaad, martire per salvare Palmira, i giusti hanno dimostrato che il Bene esiste, sopravvive e spesso è più forte del male.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Nissim, che oltre ad aver apprezzato il progetto Bereshit sulla cultura ebraica, che da undici anni tra mostre e reading mi vede protagonista con le opere di mia moglie in diverse realtà del territorio nazionale, è stato molto felice di vedere raccontate alcune storie di giusti nel mondo.

Sei nel gruppo che si occupa della comunicazione della Biennale d’arte che si sta facendo per la prima volta in Valcamonica. E fai parte della nuova rivista INDEX. Di cosa parlerai nel numero in uscita?

Sono stato chiamato da Virgilio Patarini della Biennale perché mi conosce ormai da anni, sapendo perfettamente quanta importanza ha per me la comunicazione, non solo verbale in quanto attore e insegnante, ma anche iconica, fatta di immagini e materia.

Mi ha dato completa libertà di esprimermi intorno al tema “Arcaico Contemporaneo” e ho cominciato a fare le mie considerazioni. Tenendo presente della quantità di artisti presenti nel suo entourage ho pensato di fare qualcosa di leggermente fuori dal coro e di parlare quindi di letteratura.

Parlerò del Romanzo Storico, soprattutto in relazione al successo che in questi ultimi anni sta avendo questo genere, sintomo evidente di una necessità generalizzata di capire quali sono le radici che definiscono la nostra esistenza.

Di fronte a tutte le forme di globalizzazione, non ultima quella del pensiero univoco, è naturale che si cerchi la propria individualità ed è logico che lo si faccia sul proprio territorio e guardando ai nostri antenati.

Prossimi spettacoli?

Ironicamente il prossimo spettacolo, la cui idea è nata nello stesso periodo della rivista INDEX, tratterà di un Arcaico Contemporaneo.

Dalla compagnia teatrale per la quale lavoro, Teatro in Mostra di Como diretto da Laura Negretti, sono stato chiamato per elaborare un testo in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante.

Il testo è un viaggio nella sua produzione letteraria, poetica e non, ponendo l’accento sul tema della “follia”, intesa come peccato, inteso come allontanamento da ciò che è giusto, che poi equivale all’allontanamento da Dio.

Il titolo è “Uomini siate e non pecore matte” e debutterà a Colico a metà settembre. È la passeggiata di una persona (nel testo volutamente rimane equivoca la sua definizione sessuale) da Ponte Vecchio fino alla Cattedrale di Firenze.

Un viaggio da sud a nord verso la luce, un viaggio costellato dagli incontri reali delle persone che incontra e dalla rievocazione di passaggi danteschi. Un Dante Contemporaneo che grazie alla conoscenza del dolore e della fede (comunque si concepiscano questi due termini) ritrova la speranza.

Grazie, Alessandro. A presto!

Altre info le potete trovare qui: https://www.facebook.com/SpazioEden/

Sacha Oliviero L’umano e il professionale in scena

Musica a Teatro
Musica a Teatro: Sacha Oliviero – L’aspetto musicale rappresenta una delle mie cifre poetiche peculiari nell’ambito drammaturgico e registico (Foto © Max Chianese)

Sacha Oliviero nel percorso formativo viene in contatto con numerose professionalità italiane e internazionali tra cui Zigmund Molik, Eugenio Allegri, Vladimir Olshansky, Nicholaj Karpov e Massimo De Vita, direttore artistico del Teatro Officina.

Per lo storico Teatro Officina di Milano prende parte a diverse produzioni, tra cui Viva ‘o Re! (regia di Francesco Mazza), spettacolo sulla repubblica napoletana del 1799, e In nome della donna (regia Massimo De Vita) tratto dal libro di Erri De Luca. In qualità di attore è stato, tra molti altri spettacoli, ne La Tempesta al Teatro Licinium di Erba (regia di Gianlorenzo Brambilla), ne La suite del grande Arlecchino (regia di Eugenio Allegri, ne Il Divorzio (regia di Luca Ligato), Leonce e Lena (regia Luigi Guaineri), Angeli (da “Amabili resti”, regia di Eleonora Moro), OccidOriente (regia di Eleonora Moro), Tempesta 6+ (regia di Roberto Capaldo – selezionato al Festival Segnali).

La ricerca personale e artistica lo ha portato a realizzare le regie, drammaturgie e interpretazioni del monologo Il racconto del Canto di Natale, Skeleton Party, Orecchini sulla finestra, Il papavero nella nuvola (su Emily Dickinson), La luna dal Tombino (Miloud e l’infanzia abbandonata nel sottosuolo di Bucarest), Quelle che hanno fatto l’Italia, #manzonisciacquaipanniinrete, e Il riscatto della sposa-Storia manzoniana del XXI secolo.

In campo operistico cura le regie di Così fan tutte, Don Giovanni Il dissoluto punito e L’elisir d’amore a Gerusalemme nell’ambito del Jiom (Jerusalem international opera masterclass).

Per i bambini ha scritto, diretto e interpretato Arlecchino paladino del pianeta e La città sognata. Si dedica professionalmente allo speakeraggio di documentari e voice over con collaborazioni anche con la RAI.

Da diversi anni si occupa di formazione per adulti, educatori e nelle scuole di ogni ordine e grado, insegnando tra l’altro presso la Civica Scuola Fabrizio De André di Bresso di cui è Direttore Artistico per il settore teatrale.

Molti degli spettacoli realizzati con gli allievi delle scuole hanno ottenuto riconoscimenti in rassegne di Teatro Scuola. In televisione prende parte ad alcune serie tv (Made in Italy e La compagnia del cigno 2) e sit-com (Camera Cafè, Piloti, Camelot, Radiosex).

Potete seguirlo al Sito web  www.sachaoloviero.it  Oppure a: www.birabiro.it

Cosa ascolti nel privato? Preferisci classica e cosa? Leggera e chi…?

I miei ascolti musicali nel privato spaziano tra diversi generi musicali accompagnando i diversi momenti della giornata.

La musica classica è la colonna sonora dei momenti più intimi, quelli in cui necessito di raccoglimento, prima di uno spettacolo, quando scrivo i miei testi o semplicemente la sera, in poltrona e in compagnia di un goccio di Whisky (senza la “e”, dunque rigorosamente Scotch).

Le variazioni Goldberg di Bach, lo Stabat Mater di Pergolesi, i Notturni di Chopin e i concerti al piano di Rachmaninoff sono alcuni dei miei masterpieces, a cui si aggiunge l’intera opera di Mozart, il cui Requiem è la colonna sonora del mio training prima di entrare in scena.

Ascolto anche moltissimo Jazz, Blues, Rock, Pop, Soundtracks, Cantautorato italiano e la canzone tradizionale napoletana. Lucio Dalla, Fabrizio De André, Pino Daniele, Vasco Rossi e Gianmaria Testa per citare qualche italiano, piuttosto che Ben Harper, David Bowie, Paul Weller, Jeff Buckley, Johnny Cash, Django Reinhardt e Kurt Weill, spaziando tra luoghi, atmosfere e periodi differenti.
Infine, mi appassionano le produzioni etniche, in particolare le sonorità tzigane e klezmer che trovo straordinariamente teatrali.

Hai studiato musica e canto? Pensi sia importante per un attore?

L’educazione della voce per un attore si fonda su una corretta respirazione, sull’elasticità nell’uso del diaframma e sulla capacità di gestire modulazioni, volumi, intonazioni, ritmi, fraseggio e coloriture evitando di cadere in cantilene.

Sono tutti concetti che accomunano la recitazione al canto, rendendo questi due mondi strettamente intrecciati tra loro. Non a caso a volte si usa l’espressione di “attore stonato” proprio per indicare la poca dimestichezza nell’uso degli aspetti tecnici dello strumento voce per veicolare efficacemente l’anima del personaggio teatrale.

Nel mio percorso di formazione, dunque, ho studiato anche canto e diverse volte mi è capitato di cantare in uno spettacolo.

Sebbene mi sarebbe piaciuto e, a detta di molti musicisti con cui ho collaborato, ritengo di avere un discreto orecchio musicale, non ho mai approfondito lo studio di uno strumento musicale.

Da trent’anni mi diletto con la chitarra da autodidatta e in un paio di spettacoli mi è capitato anche di eseguire un accompagnamento ritmico in scena.

Qualche anno fa, alla soglia dei quaranta, mi sono avvicinato allo studio del pianoforte con motivazione passione e anche discrete soddisfazioni, ma dopo due anni ho dovuto desistere per mancanza di tempo e dunque l’allenamento costante che uno studio approfondito avrebbe richiesto.

Cosa hai portato in scena in cui la musica era fondamentale? Dal vivo e non

L’aspetto musicale rappresenta sicuramente una delle cifre poetiche peculiari dei miei lavori in ambito drammaturgico e registico e sono numerosi i miei lavori teatrali incentrati su di essa.

Da qualche anno dirigo il settore teatrale di una Scuola Civica nel milanese che conta oltre 450 allievi e questa esperienza mi ha dato la possibilità di incontrare e avviare collaborazioni con diversi professionisti che collaborano con la sezione musicale.

Tra tutti, Roberto Arzuffi (chitarrista, arrangiatore e produttore musicale), Nicola Zuccalà (clarinettista di fama internazionale) e Daniele Arzuffi (giovane cantautore, musicista diplomato in oboe ma poliedrico polistrumentista e finanche attore).

Con quest’ultimo abbiamo portato in scena un mio adattamento in forma di monologo del Canto di Natale di Charles Dickens, spettacolo con musiche originali che Daniele esegue dal vivo al pianoforte e che dialogano costantemente con il narratore e il personaggio di Scrooge.

Sempre dalla collaborazione con Daniele è nato qualche anno fa Skeleton party – ovvero “dov’è Amleto?”, un lavoro sulla figura del principe di Danimarca diretto da me e scritto da Marialuisa Dell’Acqua, in cui il pianoforte è un elemento scenico centrale e uno dei canali con cui lo spirito del defunto del vecchio re Amleto comunica con la regina Gertrude e con il giovane principe suo figlio.

In un lavoro di ormai dieci anni fa da me scritto e portato in scena per il 150imo dell’Unità d’Italia, Quelle che… hanno fatto l’Italia, Nicola Zuccalà al clarinetto e Guido Boselli al violoncello eseguivano le musiche dal vivo. In tutti questi casi, dunque, la musica è presente nello spettacolo teatrale non solo come tappeto sonoro ma come un vero e proprio personaggio che dialoga con gli attori.

Musica a Teatro: Sacha Oliviero
Musica a Teatro: Sacha Oliviero – Il requiem di Mozart è la colonna sonora del mio training prima di entrare in scena (Foto © Arianna Ravidà)

Più “tradizionali” invece, in quanto concepiti come recital teatrali in cui la musica si alterna alla parola e qualche volta la accompagna, sono stati gli allestimenti per bambini La freccia azzurra (con un duo di chitarra, fiati e percussioni), Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (con un trio chitarra, violoncello e percussioni) e Pierino e il lupo (con quintetto di fiati) piuttosto che diversi recitals tra cui, solo per citarne alcuni, Paesaggi lunari – la luna in musica e versi (con voce, chitarra, batteria e sassofono), Padre Pio una cantata popolare (con la direzione di Stefano Cirino), Storie di Resistenza – la Resistenza in punta di penna (con voce e chitarra) e Una goccia di splendore – musica e parole di e su Fabrizio De André (con l’orchestra delle Scuole Civiche di Bresso e la direzione musicale di Roberto Arzuffi).

Anche quando la musica non è eseguita dal vivo, mi capita spesso che idee registiche o spunti di drammaturgia mi vengano da ascolti musicali, che magari poi non finiscono in scena ma fanno comunque parte del processo creativo. Spesso per “visualizzare” una scena ho infatti bisogno di ricercare musiche che la possano rappresentare e il loro ascolto mi suggerisce le azioni o le parole.

Infine, mi appoggio moltissimo alla musica anche nell’altro aspetto su cui si incentra la mia esperienza teatrale: quello della formazione. Sia nel lavoro con i bambini, sia in quello con gli adolescenti o gli adulti, molte scene dei saggi scaturiscono proprio da improvvisazioni condotte a partire da ascolti musicali che poi vengono coreografati a tempo.

Parlami delle tue regie liriche, come ci sei arrivato

Nel mio bagaglio di esperienze, annovero la regia di tre opere liriche rappresentate presso l’Opera Studio di Gerusalemme: Così fan tutte (2017) e Il dissoluto punito ossia Don Giovanni (2018) – entrambe di Mozart/Da Ponte – e L’elisir d’amore (Donizetti / Romani) che ha debuttato un paio di settimane fa.

Precedenti a queste esperienze, ricordo anche l’allestimento de L’opera da tre soldi di B. Brecht, realizzata nel 2011 come spettacolo finale di un lungo percorso di studio di un talentuosissimo gruppo di giovani allievi delle Scuole Civiche di Bresso (alcuni dei quali oggi attori professionisti) che hanno recitato e cantato le canzoni di Brecht/Weil accompagnati dall’orchestra delle Scuole Civiche.

L’incontro con il mondo della lirica è stato casuale ma devo dire fulminante. Quattro anni fa fui contattato dal Direttore Artistico del Festival di Gerusalemme, la pianista Sofia Mazar, che mi proponeva la collaborazione con l’opera studio.

Avevo incontrato Sofia qualche anno prima, dirigendola insieme ad una soprano israeliana in un lavoro sulla Shoah che coinvolgeva anche giovani studenti italiani. La sua proposta di una regia all’opera studio di Gerusalemme mi ha solleticato immediatamente.

Ricordo di aver studiato tanto nei mesi precedenti per riuscire a capire di più le strutture delle opere musicali, il lavoro di Mozart e Da Ponte e come riuscire a prestare alla lirica la mia esperienza nel mondo della prosa: saggi sulla regia nell’opera ma anche di critica musicale per meglio comprendere aspetti tecnici e analitici delle singole opere.

In molti casi nella regia operistica l’aspetto globale estetico predomina sulla motivazione e la conduzione della singola azione. Così mi sono detto che se volevo fornire un piccolo contributo a questo mondo, oltre a progettare un’idea estetica dovevo lavorare con i cantanti per aiutarli a rendere più efficace e pulita la conduzione delle loro azioni, permettere loro di cogliere nuove sfumature dei caratteri che si trovavano a cantare.

Mettere dunque al servizio del lavoro con i cantanti innanzitutto la mia esperienza di attore e regista di prosa. L’energia, la passione e l’impegno profuso in queste tre esperienze è stato molto apprezzato dalla maggior parte dei cantanti – provenienti da ogni parte del mondo – che hanno preso parte all’opera studio, alcuni dei quali mi hanno scritto messaggi di ringraziamento commoventi che ancora conservo.

Molto importante per me è stata anche la collaborazione con affermati professionisti del mondo dell’opera. Ho avuto l’opportunità di e crescere grazie all’incontro con musicisti, docenti e direttori di Festival (quali ad esempio Marco Voleri, del Mascagni Festival di Livorno) che hanno collaborato con l’opera studio.

Appassionante è stato soprattutto lavorare fianco a fianco con tre direttori d’orchestra di fama internazionale, quali Chen Zimbalista di Tel Aviv per il Così fan tutte, Paolo Spadaro dalla Scala di Milano per il Don Giovanni e Clemens Heil dall’Opera di Basilea per L’elisir. La loro conduzione musicale mi ha permesso di capire e penetrare più a fondo i significati delle opere portate in scena.

Sacha Oliviero
Musica a Teatro: Sacha Oliviero – Mi appassionano le produzioni etniche, in particolare tzigane e klezmer, che trovo straordinariamente teatrali (Foto © Martina Limonta)

Nelle regie liriche hai problemi coi cantanti? Aneddoti eventuali?

Venendo dal mondo della prosa, è indubbio che prediligo cantanti più “moderni”, che oltre a padroneggiare con maestria lo strumento vocale abbiano anche una buona consapevolezza del proprio corpo in scena, che sappiano distinguere la qualità intenzionale di un’azione da quella di un semplice movimento e siano in grado di improvvisare a partire da un disegno scenico, intenzioni e relazioni date.

Una cosa che sembra scontata nel mondo teatrale ma che non lo è sempre in quello dell’opera, dove tra i giovani professionisti che partecipano alle masterclass si incontrano anche bravissimi cantanti che vengono da una scuola più “classica” orientata principalmente sul “bel canto” e con minore esperienza sulla conduzione del proprio strumento corporeo.

Mi è perciò capitato di sentirmi chiedere “quando esattamente vuoi che faccia quel gesto?” e la mia risposta è sempre stata “chiedimi prima perché voglio che tu faccia quel gesto e così capiremo insieme quando e con che intensità è più giusto farlo”.

Un paio di volte è successo che qualche cantante manifestasse un imbarazzo a eseguire una determinata azione perché magari finiva in una posizione da cui non poteva vedere bene i comandi del direttore d’orchestra.

Ho raccolto il disagio in un primo tempo accogliendolo – perché giocoforza tutti i cantanti sono delle “primedonne” con le proprie bizzarrie e desiderosi di essere coccolati – ma riservandomi un confronto con il direttore d’orchestra sulla necessità presunta o reale espressa, e forzando anche la mano se necessario.

In generale, come sottolineato in precedenza, il mio rapporto con i cantanti è stato comunque arricchente; mi auguro di essere riuscito a dar loro qualcosa e sono sicuro di aver ricevuto tanto, in termini umani e professionali.

Stimo molto il loro lavoro: riuscire a cantare bene rispettando i tempi musicali dati dal conduttore e le azioni e le intenzioni suggerite dallo stage director non è affatto semplice.

Grazie, Sacha. Seguiremo le tue attività con piacere….

Grazie a te e ai lettori di Musica361 e Musica a Teatro

Arturo Brachetti: L’italien avec la Tour Eiffel sur la tète

Musica a Teatro: Arturo Brachetti, il Fantastic-Attore
Musica a Teatro: Arturo Brachetti, il Fantastic-Attore – La musica ispira, è una leva potentissima e universale, è la colonna sonora di ogni momento della mia vita. Quindi amo poterla sentire ma anche vedere. E far vedere.

Non capita tutti i giorni di intervistare un mito vivente.

Se poi questo mito si dimostra simpatico e disponibile ancora meglio. Quando uno ha tanto talento innato non deve minimamente sforzarsi di dimostrarlo.

Arturo Brachetti trasuda talento da sempre, e la sua unicità è conosciuta in tutto il mondo. Una vita passata a volare (di fantasia) e planare sulle platee di ogni dove. Adulti, piccini, regnanti e presidenti si sono lasciati trasportare e ammaliare dalla sua capacità quasi magica di creare e stupire.

Statue di cera che lo ritraggono sono presenti in musei, tra i grandi della storia. Oggi l’occasione di incontrarlo e ascoltarlo è data dalla tournè di Pierino e il lupo, e l’altro, che sta portando in tutt’Italia insieme all’Ensemble Symphony Orchestra, che, nata in seno all’Orchestra Sinfonica di Massa e Carrara, si è distinta negli anni per versatilità e attenzione a ogni tipo di genere, con un repertorio che spazia dalle arie d’opera alle colonne sonore.

La direzione è del pianista, compositore e direttore Giacomo Loprieno, che è stato anche arrangiatore di successo di tanti dischi pop e ha partecipato a tour live di molti artisti tra cui Andrea Bocelli, Mario Biondi e Nile Rodgers. Pierino il lupo e l’altro tocca L’Aquila, Salerno, Macerata, Taranto, Cosenza, Castagnola delle Lanze, ma il calendario è in continuo aggiornamento e lo potete seguire sul sito www.brachetti.com

Il valore di questo spettacolo sta anche nel suo intento didattico: avvicinare alla musica, alla bellezza, alla gioia dell’arte. Con tanta tanta fantasia.

Arturo, ti conoscono tutti. Ma se dovessi spiegare in poche parole a chi non ti conosce chi sei e cosa fai cosa potresti dire?

Beh, penso si potrebbe usare la parola Fantastic-Attore. Attore della fantasia, qualcuno che con qualsiasi mezzo: illusioni, prestidigitazioni, effetti speciali, racconta delle storie.

Partiamo dagli albori, da Macario, per esempio. Un attore a cui sono molto affezionato e che mi sembra un po’ dimenticato. So che ha avuto importanza nella tua formazione.

Volentieri. L’ho conosciuto e ho fatto un’audizione con lui nel 1978. Mi prese per quello che è poi stato il suo ultimo varietà.

L’ho conosciuto abbastanza bene, lui veniva spesso dai Salesiani dove io ero in seminario, e me e altri due ragazzini che amavano come me il teatro ci invitava a vedere le sue commedie.

Un mese dopo l’audizione con lui feci anche un’audizione per Parigi, mi presero e lui subito mi spinse ad andare là. Mi disse: Vai a Parigi che è meglio!

Ti ricordi in particolare delle indicazioni che ti dava? Hai imparato a recitare grazie a lui?

Il premio era quando mi faceva stare tra le quinte. Ricordo quando usciva di scena, si asciugava in fretta con un asciugamano e prima di rientrare mi diceva: Vuoi vedere che adesso prendo l’applauso? Faceva il suo varietà, mi guardava in quinta ogni tanto e mi strizzava l’occhio.

Questo è il bellissimo ricordo che ho di lui. Poi però per me più importante per la recitazione è stato Ugo Tognazzi, quando ho fatto M.Butterfly, perché veramente lui per sei mesi mi ha adottato come figlio e come giovane attore e mi dava lezioni ogni giorno.

Era molto pignolo, un perfezionista. Il resto, le trasformazioni eccetera, me le sono un po’ inventate io. Nel ’79 quando sono sbarcato a Parigi mi hanno preso non perché fossi bravo a recitare ma perché ero l’unico al mondo a fare certe cose. Sono partito con sei costumi, adesso ne cambio centinaia…

Musica a Teatro: Arturo Brachetti
Musica a Teatro: Arturo Brachetti, il Fantastic-Attore – Da piccolo non avevo tanti giocattoli per cui mi inventavo tutto a partire dalle cose che avevo in casa. Inventarsi un mondo, cosa che mi serve ancora adesso

Quindi non hai fatto una scuola. Più che la gavetta hai fatto una gavettonaccia!

Si, infatti. Ho cominciato come illusionista, trasformista, e ho avuto la fortuna di cominciare coi grandi. La prima volta che ho dovuto usare la mia voce era come presentatore di uno spettacolo in tedesco.

Io il tedesco non lo sapevo, non sapevo neanche dire: dov’è il bagno? Ma ho imparato a dire cose meravigliose, in tedesco, tipo: Ed ora è l’inizio del sogno poiché il nord è diventato il sud, l’inferno e il paradiso si sono mescolati come la treccia di un mandarino cinese!

Questo lo so dire anche adesso. Comincio insomma a calcare il palco e poi subito dopo paf! L’antagonista di Ugo Tognazzi! Quindi se anche non sei ancora preparato ti motivi per forza, cerchi di recuperare il tempo.

Ho preso lezioni private, tanto è vero che ancora adesso studio. Sto prendendo lezioni di canto, perché sarò nel musical Cabaret al teatro Odeon di Milano da febbraio dell’anno prossimo.

Era un’altra delle domande che volevo fare, sul canto, perché mi sembra di aver letto che come cantante all’inizio ti giudicavi molto male

Si in effetti, una specie di cantante da doccia…all’inizio canti, gli amici ti prendono in giro…perdi un po’ la fiducia in te stesso, invece sono stato da questo maestro di canto straordinario di Torino, che è Angelo Galeano, un luminare del musical in Italia, e lui mi ha confortato…mi ha detto: sei intonato, devi solo imparare a farla uscire, la voce. E stiamo lavorando da due mesi.

Il ciuffetto che è la tua caratteristica l’hai preso dal fumetto TinTin?

No questa è un’eredità di Shakespeare. Stavo facendo Sogno di una notte di mezza estate nel 98.

E facevi Puck?

Esatto facevo Puck e il regista mi ha chiesto di fare una pettinatura stravagante, per cui mi sono rasato e ho lasciato questo ciuffetto dritto in cima. L’ha trovato carino e l’ho tenuto.

L’anno stesso ho fatto L’One man show, lo spettacolo che ho portato in tutto il mondo e quando ero a Parigi i francesi non ricordavano ancora il mio nome ma mi chiamavano: l’italien avec la Tour Eiffel sur la tète.

E quindi questo mi ha marchiato, quell’originalità che comunque ricordi.

Come mai tanto estero?

Perché all’epoca non c’erano teatri di varietà. E non ci sono nemmeno adesso, in Italia. Io avevo creato un numero alla Fregoli. E la capitale mondiale del Music Hall è Parigi. Quindi sono andato là, mi han preso e ci sono rimasto due anni. Qui non c’è la cultura.

Qui siamo forti nel melodramma, gli inglesi nel teatro, i francesi nel divertissement, nello spettacolo di stravaganza, derivazioni delle feste di Luigi IV, lo spettacolo visivo, ecco.

Veniamo a Pierino e il lupo e l’altro. Chi è l’altro?

Abbiamo montato lo spettacolo Pierino e il lupo, poi nella seconda parte abbiamo deciso di approfittare dell’orchestra e quindi faccio altre cose.

Faccio per esempio tre stereotipi di direttori d’orchestra: il francese raffinato, l’autoritario tedesco e l’americano contemporaneo che dirigono pezzi alla loro maniera raccontando al pubblico quel che accade durante le prove, dietro le quinte.

Poi abbiamo trovato una musica semisconosciuta di Nino Rota in cui disegno con la sabbia i segni zodiacali, cercando di visualizzare quel che suggerisce la musica.

Parlando di musica del ‘900, soprattutto italiana, mi piacerebbe sapere che tipo di rapporto hai con la musica contemporanea: Nono. Sciarrino. Einaudi?

Mi piace Ezio Bosso. Se c’è una cosa che mi piace la compro e la ascolto in macchina e mi faccio dei viaggi lunghissimi anche con la mente. La musica fa da colonna sonora a molti miei momenti. Ho anche una play list che si chiama Inquietante per i momenti in cui voglio aumentare la tensione horror.

Poi ho le compilation con Carrà eccetera per tirare su il morale della troupe. La musica ispira, è una leva potentissima e universale, è la colonna sonora di ogni momento della mia vita. Quindi amo poterla sentire ma anche vedere. E far vedere. Come faccio in Pierino e il lupo: la faccio anche vedere.

Adoro vedere come i bambini vengono presi da questa storia e da come gliela racconto, e i grandi che tornano bambini. Ho uno schermo, ci sono dei cartoni, delle ombre cinesi…

Arturo Brachetti, il Fantastic-Attore
Musica a Teatro: Arturo Brachetti, il Fantastic-Attore – Adoro vedere come i bambini vengono presi da questa storia e da come gliela racconto, e i grandi che tornano bambini

Tra i vari Pierino del passato c’è qualcuno che ti ha stimolato di più?

Sicuramente quello di Benigni, perché lui torna bambino raccontando, quello che cerco di fare io, cosa che mi viene facile perché ancora sono un bambino. In scena puoi essere chiunque tu voglia.

Com’eri da bambino?

Ero un bambino timidissimo, nella Torino degli anni sessanta io vivevo in banco e nero ma sognavo a colori. Mi inventavo qualunque cosa con poche misere cose: sacchetti di nylon, fili per stendere.

Non avevo tanti giocattoli per cui mi inventavo tutto a partire dalle cose che avevo in casa. Inventarsi un mondo, cosa che mi serve ancora adesso.

Potrebbe essere questo un’inizio di una serie di performance legate a racconti di musica classica?

Ho fatto già L’Histoire du Soldat di Stravinsky. Babar di Poulenc non l’ho ancora preso in considerazione. Ma sto preparando una serie di podcast perché voglio mettermi a raccontare non solo aneddoti miei, visto come mi ascoltano con piacere…Penso saranno pronti tra sei mesi.

Allora un “in Bocca a Pierino e al Lupo”! Ciao Arturo e grazie di tutto!

Alessia Bedini, un’Amleta tra le percussioni del cuore

Musica a Teatro: Alessia Bedini
Nel tempo ho capito che le tematiche sociali sono gli argomenti di mio maggior interesse (Foto © Isabella De Maddalena)

Ho avuto l’occasione di lavorare con lei durante la messa in scena di due miei lavori teatrali: Essere amata amando, sulle donne di Giuseppe Verdi, e Taccuino di una sbronza, drammaturgia dal libro di Roversi. Attrice, performer, formatrice, Alessia Bedini è nata ad Ascoli Piceno e vive a Milano.

Inizia la sua formazione nel territorio natale con la Compagnia delle Foglie e il Laboratorio Minimo Teatro.

Studia tra gli altri con Jurij Alschitz, Leo Muscato, Danio Manfredini, Marigia Maggipinto, Ricci/Forte, Giorgio Rossi, Pippo Delbono e progetto Brockenhouse.

È diplomata presso il Corso Professionale Cinema d’Attore per la direzione artistica del regista Marco Maccaferri presso la scuola MowLab di Milano.

Ha lavorato, tra gli altri, con le Compagnie Sinergye Teatrali e Arlaune Teatro (teatro di prosa), Il Filo di Paglia (teatrodanza) Compagnia dei Folli (teatro di strada).

Sviluppa spettacoli e reading musicali con il musicista Emanuele “Manolo” Cedrone, unendo voce e paesaggi sonori con strumenti a percussione, ricercando, in particolar modo, la fusione tra ritmo e parola.

Laureata in Storia e Conservazione dei Beni Culturali e in Formazione e Gestione delle Risorse Umane, utilizza le proprie competenze per coniugare l’arte teatrale alla pedagogia, nello sviluppo di progetti finalizzati alla formazione della persona in campo aziendale e scolastico.

Ha scritto, diretto ed interpretato lo spettacolo Motus In Terra -Tragicommedia sismica, dedicato alle vicende del terremoto del 2016, con il quale ha vinto nel 2019 il Bando Binari Paralleli di Torino, interrotto per la pandemia 2020.

Ha partecipato al progetto di videodanza Piano Sequenza del regista Davide Calvaresi per il festival Ritratti d’Artista 2020.

Attualmente è in formazione nella pratica danzata Presence- Mobilité-Danse (PMD©) con Maria Carpaneto ed Hervè Diasnas, Valerie Lamielle. È stata fondatrice e referente didattico dell’Associazione Culturale Wokart. Ha fondato l’Associazione Amleta, APS di sole attrici che indaga difetti e pregi del sistema dello spettacolo dal vivo in un’ottica di genere.

Hai studiato musica, canto? Pensi sia importante nel tuo mestiere?

Fin da bambina le varie discipline artistiche hanno fatto parte del mio percorso formativo: dovendo scegliere, ho prediletto da piccina la danza e poi il teatro.

Mi sono avvicinata allo studio del canto all’Università, entrando a far parte del Coro Polifonico dell’Università di Macerata.

Successivamente, per motivi registici, in uno spettacolo della compagnia Synergie Teatrali, mi venne richiesto di cantare a cappella: decisi quindi di frequentare un corso specifico, approfittai dell’occasione lavorativa per affinare le competenze.

Musica e canto sono importantissimi nel nostro mestiere, non necessariamente per esibire una buona voce o una particolare capacità nell’uso di uno strumento, piuttosto per sviluppare una sensibilità all’armonia e all’ascolto in tutte le sue declinazioni, far parte di un coro è un’ottima

occasione a riguardo: musica, ritmo e canto ci rendono più sensibili…ma ovviamente un attore o un’attrice che hanno anche competenze musicali, permettono svariate possibilità registiche.

 

La mia priorità al momento è lo spettacolo Motus in terra: a 5 anni dal terremoto quelle vicende non possono essere dimenticate
La mia priorità al momento è lo spettacolo Motus in terra: a 5 anni dal terremoto quelle vicende non possono essere dimenticate (Foto © Stefania Tamburini)

La musica ce l’hai in casa, tuo marito è un musicista. Mi parli di te e lui e dei progetti che avete proposto insieme?

Io e mio marito Emanuele Cedrone abbiamo fatto la scelta di vita di non lavorare strettamente insieme, nel senso che non abbiamo un’Associazione condivisa, ma molti progetti, nel tempo, sono stati condivisi e abbiamo imparato a contaminarci.

Lui ha una formazione come percussionista, quindi il ritmo è la matrice di partenza di ogni nostro lavoro: abbiamo creato reading musicali per musei e uno spettacolo sul gioco d’azzardo “Mi versavo il latte addosso” per la regia di Francesca Rossi Brunori, in cui la melodia

era totalmente assente: unica presenza erano le percussioni che creavano il tappeto sonoro amplificando le atmosfere della messa in scena…la mia voce diventava parte integrante del ritmo.

Il progetto più interessante è stata una serie di reading dal titolo “1800 secondi di sesso”, dedicata a grandi testi della letteratura erotica (come La filosofia del Boudoir per intenderci) in cui viaggiavano insieme paesaggi sonori, melodiosa (strumento monodico che Emanuele suona), lettura e performance…in particolare ci siamo dilettati a sperimentare l’uso del silenzio e delle lunghe pause sui ritmi della mia lettura e dei performer (come i ballerini di tango e rigger di Shibari), è stata una possibilità artistica davvero interessante.

Infine, sviluppiamo progetti teatrali e ritmici in contesti scolastici per potenziare il lavoro di ascolto di gruppo in ragazzi e ragazze, c’è sempre molta energia!

Altri spettacoli a cui hai partecipato in cui il ruolo della musica era importante?

Con la compagnia dei Folli, compagnia di teatro di strada e immagine, non esiste, se non in minima parte, l’uso della parola, la musica entra direttamente nella drammaturgia scenica, dalla musica parte l’evocazione dell’immagine e viceversa.

Nei lavori di teatrodanza, ugualmente, non si può che parlare di stretto rapporto tra musica e movimento, credo che l’esperienza più importante in tal senso sia stata lo spettacolo “Bucolive” per la regia di Maria Carpaneto e Marco Maccaferri: in quel caso musica e drammaturgia sonora sono stati sviluppati da un Sound Engineering.

Quali sono i temi che ami trattare nei tuoi spettacoli?

Non c’è un tema in particolare che amo trattare, posso dire che nel tempo ho capito che le tematiche sociali, i fatti e gli accadimenti della realtà, sono diventati gli argomenti di mio maggior interesse: dalla tematica sul gioco d’azzardo “Mi versavo il latte addosso”, di cui parlavo

prima, all’ultimo, in particolare, “Motus in Terra – Tragicommedia sismica” dedicato alle vicende del terremoto del Centro Italia…ecco…mettere la lente di ingrandimento sulla realtà ed evidenziarne le contraddizioni e gli aspetti più positivi, questo mi interessa, mi interessa davvero.

Cosa ascolti quando non lavori? Cantanti che ti piacciono?

Adoro il cantautorato italiano! Mi piace cantare in casa i cantautori italiani, a squarciagola, come nei migliori raduni universitari…sono legata a Carmen Consoli, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Caparezza…e andando indietro De André, De Gregori, etc…però la Cantantessa Carmen Consoli fa da capofila!

Alessia Bedini
Musica e canto sono importantissimi nel nostro mestiere per sviluppare sensibilità all’armonia (Foto © Isabella De Maddalena)

Progetti in atto e futuri?

Dopo un anno e mezzo di fermo (o quasi) la priorità ce l’ha la vendita dello spettacolo Motus In Terra, tanti professionisti hanno seguito questo lavoro: Valentina Rho aiuto regia, Sabrina Conte per i movimenti scenici, Maurizio Capisani luci e audio, Andrea Lambertucci Sound

engineering, Simona Cavalli per i costumi, Debora Mancini alla voce di una terremotata, Emanuele Cedrone e Patrizia Rossi per l’esecuzione del brano finale dello spettacolo “Ombra mai fu”: sono trascorsi 5 anni dal terremoto e quelle vicende non possono essere dimenticate.

Un nuovo progetto, appena avviato, è con la danzatrice Irene Maria Giorgi, dal titolo “Grado zero”: una performance in natura che indaga il rapporto tra l’uomo e la natura appunto…ne scoprirete presto gli sviluppi.

Nell’ultimo anno, nella mia vita, è nata Amleta www.amleta.org, APS il cui scopo è contrastare la disparità e la violenza di genere nel mondo dello spettacolo: siamo 28 socie fondatrici, seguiteci!!!! Tesseratevi!!!!

Lo faremo!

Articolo a cura di Sergio Scorzillo

Top