#NOTEDICARTA: “MIMI’ – Tutti ne parlano, io l’ho conosciuta” di Davide Matrisciano

Domenica Rita Adriana Bertè, detta Mimì
Domenica Rita Adriana Bertè, detta Mimì

Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco, Davide Matrisciano non ha mai conosciuto personalmente Mia Martini, nome d’arte di Domenica Rita Adriana Bertè, detta Mimì.

Davide Matrisciano, cantautore, musicista e produttore artistico napoletano, ha deciso di posare le note e impugnare la penna per rendere omaggio a Mia Martini. Il libro, pubblicato per la collana Musica&Storie dalle edizioni Terre Sommerse, è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale La Fenice. La stessa associazione ha prodotto e realizzato un progetto che prevede, oltre alla pubblicazione del libro, anche la realizzazione dell’omonimo docufilm realizzato in coproduzione con la “Calabria Film Commission”, scritto e diretto da Gianfrancesco Lazotti.

Domenica Rita Adriana Bertè, detta Mimì - book cover
MIMI’, tutti ne parlano, io l’ho conosciuta – book cover

Nonostante, come indicavo in premessa, Matrisciano non abbia mai conosciuto Mimì, ha deciso di realizzare un libro proprio dando voce a chi, invece, l’ha conosciuta veramente.

Enrico Ruggeri, Edoardo Bennato, Marco Masini, Peppe Vessicchio, Tullio De Piscopo, Fio Zanotti, Mario Luzzatto Fegiz, Massimo Cotto, Shel Shapiro, Dodi Battaglia e Claudio Baglioni sono solo alcuni dei 150 testimoni che compongono questo ritratto realizzato da chi l’ha conosciuta sul palco o dietro le quinte, di chi ha lavorato con lei e di chi le è stato, forse pochi, amico sincero.

Nel caso di Mia Martini, vale la pena di ricordare che si tratta di una persona che in vita è stata tormentata da un’indegna diceria, quella di portare sfortuna e ci sembra più che mai doveroso che chi oggi voglia parlare di lei evidenzi quasi esclusivamente i suoi lati positivi e ricordi quasi esclusivamente i suoi pregi perché quel periodo nero che la Martini ha subito e vissuto deve necessariamente entrare definitivamente nell’oblio, pur mantenendo inalterate le scarse qualità umane, ma non solo, di chi al tempo alimentò questa chiacchiera sulla Martini.

Domenica Rita Adriana Bertè, detta Mimì con Ivano Fossati
Mia Martini e Ivano Fossati

Le testimonianze raccolte nel libro tracciano il profilo di un’artista e di una musicista di eccezionale spessore, raffinata interprete e costantemente alla ricerca della bellezza e della perfezione, sia professionalmente sia umanamente.

Il libro di Matrisciano ci accompagna in un viaggio che parte dagli esordi dagli anni Settanta e ci conduce sino agli anni Novanta proponendo, parallelamente, il racconto dell’epopea discografica italiana, quel mondo discografico e musicale che oggi non esiste più, fatto di grandi fermenti, ricco di possibilità e incontri sinceri, contestualizzato negli anni della Martini alla RCA sino al suo passaggio artistico che la vede indiscussa protagonista della canzone d’autore.

Davide Matrisciano
Davide Matrisciano

Dopo una ventina d’anni, per la prima volta, grazie a questo libro sono disponibili per il pubblico appunti, bozze di testi e accordi, piccolo patrimonio dell’attività professionale della Martini.

A questo si aggiunge un ricco patrimonio fotografico, spesso inedito, tratto dall’archivio personale della stessa Mia Martini, vera ricchezza di questo volume.

Non ho trovato, invece, convincente e funzionale che il libro sia suddiviso in criteri di appartenenza come musicisti e addetti ai lavori, autori e compositori, make-up artists, giornalisti, autori e conduttori, amici e fans perché questa scelta rende più frammentaria e discontinua la narrazione.

#Notedicarta:  Rock, massa e potere. Non tutte star son quelle che luccicano

Rudy Marra: "Rock, massa e potere"
Rudy Marra: “Rock, massa e potere”

Forse non tutti hanno letto “Massa e potere” di Elias Canetti, lettura che consiglio vivamente.

Scrittore in lingua tedesca e grande figura d’intellettuale della cultura mitteleuropea, Canetti ricevette il Nobel per la Letteratura nel 1981.

Minore fu invece, presso gli ambienti accademici, la fortuna di “Massa e potere”, l’opera cui egli dedicò gran parte della sua vita, dal 1922 al 1960, che non ha mai suscitato l’interesse del vasto pubblico, neppure dopo la scomparsa del suo autore avvenuta nel 1994.

Alla sua opera s’ispira Rudy Marra, autore, compositore, musicista e scrittore. Laureato in Sociologia presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino con la tesi “Massa e potere: l’esperienza delle masse giovanili contemporanee”, proprio la sua tesi è stata prodromica a questo “Rock, massa e potere” edito da Editrice Zona.

 La prima parola che ha suscitato la lettura del libro è stata “Finalmente!”. Sì, finalmente perché la storia della musica, e del contesto sociale che genera, aveva bisogno di una voce fuori dal coro, dissacrante e ben lontana dal politicamente corretto che, normalmente, avvinghia tutti i saggi dedicati alla musica, alla sua storia e ai suoi rapporti con la società.

Rudy Marra: "Rock, massa e potere" - book cover
Rudy Marra: “Rock, massa e potere” – book cover

Rudy Marra, sulle orme di Elias Canetti, ci consegna un’analisi impietosa tra iconoclastia e disincanto.

Autore lucido e preparato, Marra, il cui acuto rigore e la sua totale estraneità al banale gli permettono di mettere nero su bianco quanto altri hanno forse pensato ma che mai hanno avuto il coraggio di scrivere, genera nel lettore, pagina dopo pagina, un ineludibile senso di fastidio che cresce pagina dopo pagina.

Già questo rende unica l’opera e, pertanto, assolutamente da leggere.

Marra adotta un procedimento di analisi e scrittura molto interessante per lo studioso dei fenomeni sociologici usando come attivatore la sostanza intangibile dell’emozione ma, forse proprio per questo, ci propone un lavoro disturbante di quanti, accavallati al proprio romanticismo, vedono i loro sogni e le loro visioni infranti.

 concerto Rock
“Folla” a un concerto Rock

L’analisi del mito e del sogno è decostruita da Marra che la viviseziona mettendola sotto la lente d’ingrandimento dell’analista e la mette poi a nudo nel linguaggio freddo, asettico e antipoetico della saggistica che caratterizza, senza alcuna caduta di stile o incongruenza, tutto il suo lavoro.

L’autore tratteggia, con estrema lucidità, perizia, precisione di linguaggio e padronanza della materia, un disarmante quanto realistico identikit della “massa”, quel popolo delle arene rock, classificandone le forme di aggregazione, i simboli distintivi, i rituali collettivi, il rapporto sbilanciato con i propri idoli.

Da tutto ciò, l’autore tratteggia pulsioni e movimenti della massa che, come da manuale, si muove come un unico corpo legato ai dettami e agli istinti che lo contraddistinguono, rispondendo a una sorta di legge naturale strettamente legata al fenomeno rock cui per arrivare ad analizzare il parallelismo tra potere e paranoia, che in un volume come questo, ha una sua ragione d’essere.

Elias Canetti
Elias Canetti

L’analisi impietosa di Marra, come un bisturi incandescente che affonda nella carne, anche grazie ai suoi circostanziati rimandi all’opera di Elias Canetti, citato regolarmente in ogni pagina, ci conduce attraverso le 180 pagine che compongono il volume e ci costringe a sentirci stritolati e insicuri, affascinati e impotenti, perché così si esce dalla lettura di questo libro, uno di quei libri che, forse, non sarà ben compreso ma che ha il valore aggiunto di segnare una sorta di spartiacque che manda in pensione definitivamente le agiografie.

#NOTEDICARTA: “Faccio musica – scritti e pensieri sparsi” di Ezio Bosso. Il rapporto con la musica attraverso le sue parole

 

Ezio Bosso: “Faccio musica – scritti e pensieri sparsi”
Ezio Bosso: Roma, Auditorium Parco della Musica 19 dicembre 2019 (Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini)

Sono passati poco più di due anni da quel 14 maggio 2020, giorno della scomparsa, a 48 anni di Enzo Bosso, affetto da una malattia neuro degenerativa irreversibile. Il libro di cui vi parlo oggi è “Faccio musica, Scritti e pensieri sparsi” di Ezio Bosso, curato da Alessia Capelletti, la sua addetta stampa.

Ezio Bosso è stato direttore della “Europe Philharmonic Orchestra” da lui fondata, “Sony Classical International Artist”, “Steinway Artist”, Ambasciatore dell’”Associazione Mozart 14” di Alessandra Abbado e prima ancora contrabbassista, compositore, “pianista all’occorrenza”, infine direttore d’orchestra, ma anche intellettuale, divulgatore, ideatore e conduttore del programma televisivo che l’ha fatto non tanto scoprire ma conoscere al grande pubblicoChe Storia è la Musica.

Ezio Bosso: “Faccio musica – scritti e pensieri sparsi” book cover
Ezio Bosso: “Faccio musica – scritti e pensieri sparsi” book cover

Il libro, uscito lo scorso anno per l’editore Piemme, non è una biografia nel senso tradizionale del termine. Si tratta di testi che documentano il rapporto con la musica attraverso le sue parole estratti da quanto Bosso ci ha raccontato con i suoi scritti degli ultimi quattro anni della sua vita.

Tutti i testi riproposti nel volume sono legati alla sua professione artistica. Sono trascrizioni integrali d’interviste, note di copertina dei suoi CD, appunti vari, note vocali registrate via WhatsApp e accuratamente trascritte, in una sorta di Zibaldone contemporaneo che racconta oltre all’artista anche l’uomo e la sua biografia, densa di fatti, di cose, di persone che lasciano traccia tangibile in queste parole che sempre sono dedicate a temi che hanno rappresentato per Bosso i fondamenti della sua stessa esistenza.

Tra tutti c’è il racconto del suo incondizionato e totale amore per la musica, cui Bosso attribuiva non solo il ruolo di massima espressione culturale, ma quello anche di una sorta di metafora della vita stessa che grazie all’orchestra, la sua massima rappresentazione, riesce a trasformarsi in potente catalizzatore sociale, esempio tangibile di come una società possa essere realmente, e con purezza, democratica.

Ezio Bosso: “Faccio musica – scritti e pensieri sparsi” 1
Ezio Bosso: Roma, Auditorium Parco della Musica. Stagione Estiva 2018 (Foto © Musacchio&Ianniello)

Il lungo lavoro di Alessia Capelletti ci propone un Bosso consapevole della sua fragilità e dell’utopia del suo pensiero ma proprio dalle sue parole emerge un’inaspettata personalità forte, uno spirito marcatamente positivo che costruisce giorno dopo giorno un edificio la cui materia prima è la bellezza.

Grande merito della Capelletti è inoltre la restituzione della purezza della scrittura di Bosso che, così come nelle sue molteplici attività musicali, anche nella trasposizione del suo pensiero nella forma scritta è accurata, precisa, meditata e consapevole della sua forza.

Se è vero, com’è vero, che la scrittura trasmette sempre il pensiero, queste 330 pagine rappresentano una rara opportunità per i lettori di entrare nella mente e nel cuore di questo grande direttore e compositore del nostro secolo.

#NOTEDICARTA: “Gábor Szabó. Il jazzista dimenticato”, il suo stile light jazz non venne mai accettato completamente dagli altri artisti jazz 

 

Gábor Szabó. Il jazzista dimenticato
Gábor Szabó

È uscito in libreria lo scorso 26 febbraio per Demian Edizioni, a quarant’anni esatti dalla prematura morte del chitarrista magiaro, “Gábor Szabó. Il jazzista dimenticato”, scomparso a soli 46 anni nel 1982.

Già dal titolo emerge il principale motivo che ha spinto Puracchio, perché Gábor Szabó è senza ombra di dubbio un “jazzista dimenticato”.

Non è sicuramente l’unico, ma in questo caso, parliamo di un musicista che ha avuto un significativo riscontro in carriera e il cui oblio suona, proprio per questo, strano.

Nel volume, l’autore del libro richiama alcuni degli elementi che, in parte, spiegano la smemoratezza del pubblico nei confronti del chitarrista.

Dall’analisi di Puracchio emerge che uno dei motivi principali che ha lanciato l’anatema verso Szabó, è stato sicuramente quell’atteggiamento radical chic che ha caratterizzato il suo jazz-pop, quel suo reinterpretare i grandi successi commerciali in chiave light jazz.

Gábor Szabó. Il jazzista dimenticato - book cover
Gábor Szabó. Il jazzista dimenticato – book cover

Il libro racconta con cura la breve e sfortunata vita dell’artista attraverso i suoi pochi “alti” e i suoi numerosi “bassi”.

Tra la biografia e il saggio, pagina dopo pagina si susseguono le tappe salienti di un’eccentrica epopea umana e musicale.

Dagli esordi della sua passione musicale con l’incontro della chitarra nel 1950, all’ascolto clandestino di “Voice of America” e altre emittenti che in quegli stessi anni finiscono al bando e la rivoluzione ungherese del 1956, attraverso quel 1968, anno fondamentale non solo per la società e la politica ma anche per i risvolti musicali che ha generato, in cui Gábor Szabó produce in studio quello che, secondo Puracchio è il suo capolavoro, Dreams, disco poco citato nelle storie del jazz nonostante la sua godibilità si snoda un racconto che termina, inevitabilmente, con la morte del chitarrista, minato dai malanni epatici e renali.

Le pagine di “Gábor Szabó – Il jazzista dimenticato” sono gremite di voci non sempre armoniche nel loro addensarsi e diradarsi, quasi come in una jam session.

Il libro è organizzato in maniera originale, scritto con taglio veritiero ma senza la necessità di dover essere rigidamente oggettivo.

Gábor Szabó. Il jazzista dimenticato Gabor Szabo - Dreams cover
Gabor Szabo – Dreams cover

Il volume è ricco di voci che si alternano spesso “passando la penna” per interi capitoli a ottimi esperti dei singoli temi come Toni Fidanza, Sandro Di Pisa Donato Zoppo che si aggiungono ai contributi di Lee Ritenour, Lino Patruno, Csaba Dese, Doug Payne, Guido Saraceni e Manuela Romitelli.

Un unico ma importante appunto: la consistente bibliografia è indicata senza alcun ordine mentre, soprattutto per gli amanti dei libri che raccontano la musica, sarebbe stata di maggior aiuto se fosse stata ordinata cronologicamente per consentire ulteriori approfondimenti sull’artista ma, forse, anche questa è il frutto di una jam session.

#NOTEDICARTA: “Questa sera rock’n’roll” autobiografica di Maurizio Solieri, guitar hero del rock italiano

Maurizio Solieri: “Questa sera rock’n’roll”
Maurizio Solieri: “Questa sera rock’n’roll”

Torna in libreria, in un’edizione riveduta, corretta e ampliata, l’autobiografia di Maurizio Solieri, guitar hero del rock italiano.

Il suo nome è legato in maniera indissolubile a quello di Vasco Rossi con il quale ha collaborato per oltre trent’anni, componendo brani poi divenuti celebri come “Canzone”, nell’album “Vado al massimo”, “Dormi, dormi”, contenuta in “Cosa succede in città”, ma anche “C’è chi dice no” che dà il titolo all’omonimo album, “Lo show” che compare nella track-list di “Gli spari sopra” e “Rock’N’Roll Show” in “Buoni o cattivi”.

Nel 1980 è tra i fondatori della “Steve Rogers Band”, gruppo nato nel giugno 1980 dopo la registrazione dell’album di Vasco Rossi “Colpa d’Alfredo”. Proprio quando fu programmato il tour per la promozione dell’album, Vasco volle sul palco la “sua” band.

La prima formazione della “Steve Rogers Band” era composta da Massimo Riva e Maurizio Solieri alle chitarre, Mimmo Camporeale alle tastiere, Andrea Righi al basso e Roberto Casini alla batteria.

Maurizio Solieri: “Questa sera rock’n’roll” - Vasco Rossi
Maurizio Solieri e Vasco Rossi

Nacque allora quel sodalizio artistico con Vasco Rossi che, per quanto riguarda Solieri, durò appunto 30 anni.

“Questa sera rock’n’roll”, edito da Rizzoli, è una lunga intervista realizzata da Massimo Poggini che non solo rispetta l’intervistato ma ne restituisce con precisione la voce narrante con il vantaggio che il libro acquista, pagina dopo pagina, leggibilità e riesce a narrare con un ottimo ritmo i ricordi di tournées, delle bevute, dei concerti uniti a quelle di ore “spericolate” passate assieme.

Nel libro c’è anche spazio per un garbato ricordo di Massimo Riva, stroncato da un’overdose. Sicuramente si tratta di un libro che si legge volentieri anche se non si è appassionati della “combriccola del Blasco”.

Maurizio Solieri: “Questa sera rock’n’roll” - book cover
Maurizio Solieri: “Questa sera rock’n’roll” – book cover

Nel tempo Solieri ha collaborato costantemente con il gruppo “Custodie Cautelari”. La band ed Ettore Diliberto, il suo cantante, compaiono in numerosi aneddoti del libro.

Inoltre, e lo evince dal racconto di Solieri, gli oltre cento concerti realizzati assieme, furono la chiave di volta per la nascita della “Notte delle chitarre”.

Dalla Ovation che Vasco portava con sé quando, nel marzo del ’77, Solieri lo incontrò per la prima volta a oggi, sono molte le chitarre su cui Maurizio ha posato le mani: Telecaster, Chet Atkins, Strato, Framus, Les Paul, Charvel, sino a Schon-Larrivée.

In ognuna di loro Solieri ha trovato il carattere necessario per esprimere al meglio quanto doveva suonare.

«Narrare la storia di Maurizio Solieri, in un certo senso, vuol dire addentrarsi nelle vicende della più bella storia rock italiana, però da un punto di vista diverso perché, come in ogni storia, le prospettive appaiono differenti in funzione dei punti di osservazione» ha dichiarato Massimo Poggini a proposito di questa nuova edizione aggiornata con quattro capitoli inediti del libro.

Steve Rogers Band
Steve Rogers Band

Massimo Poggini, co-autore di questo libro, è uno dei più noti giornalisti musicali.

Nella seconda metà degli anni Settanta ha scritto sul settimanale Ciao 2001, poi, dopo aver collaborato con svariati quotidiani e periodici, ha lavorato per ventotto anni alla rivista “Max”, intervistando tutti i più prestigiosi musicisti italiani e molte star internazionali.

Forse solo lui, dopo i suoi “Vasco Rossi, una vita spericolata”, “Liga, la biografia”, la biografia ufficiale dei Pooh “I nostri anni senza fiato”, “Testa di basso” con Saturnino, “Lorenzo, il cielo sopra gli stadi”, “Massimo Riva vive!” con Claudia Riva e “70 volte Vasco” con Marco Pagliettini, poteva mettere nero su bianco non tanto la storia di un mito in un libro che, nelle sue 226 pagine, grazie al ritmo narrativo imposto da Poggini, tutto scorre, anche grazie al rinnovato inserto fotografico chiesto dallo stesso Solieri.

#NOTEDICARTA: Con “Le parole dei Baustelle”  David Marte analizza un gruppo di brani e costruisce con minuziosa precisione l’epifania dei testi

Baustelle: analisi dei testi delle canzoni d'autore
Baustelle

Ci troviamo di fronte, questa volta, a un saggio nel senso più proprio del termine. L’argomento del testo sono le canzoni e, nello specifico, diciotto canzoni dei Baustelle, un gruppo musicale indie rock italiano di Abbadia di Montepulciano, in Toscana, attivo dal 1996.

L’attuale formazione del gruppo, stabile del 2005, è composta da Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini. Con otto album all’attivo e centinaia di concerti sulle spalle, i Baustelle sono una di quelle band che gli storici della musica, tra una ventina d’anni ma forse molto prima, non esiteranno a definire “cult”.

David Marte, laureato in Lettere antiche e specializzato in Storia dell’Arte nonché cantante del gruppo rock psichedelico Alice in Sexland – Aliceversa, realizza un’opera che si può considerare un’esegesi autoriale su testi ricchi di forti influenze intellettuali.

Il connubio risulta esplosivo. L’autore analizza non tanto l’opera completa dei Baustelle quanto un gruppo selezionato di brani facenti parte degli album La Malavita, Amen e I Mistici dell’Occidente tracciando lo stretto rapporto che esiste tra ogni singolo brano, e spesso tra ogni singolo verso, e influenze di grande respiro culturale internazionale.

Baustelle: analisi dei testi delle canzoni d'autore
Parole di Baustelle – book cover

In una sorta di racconto virtuale questo saggio, oltre all’analisi e al commento, ci espone un ricco campionario di riferimenti musicali, cinematografici, letterari, culturali e artistici tutti collegabili ai brani che analizza.

Questo permette di connettere al lavoro dei Baustelle personaggi come Edgar Allan Poe, Fabrizio De André, Serge Gainsbourg, Beatles, Pasolini, Pietrangeli, Coppola fino a Kubrick, al cinema noir francese e al cinema poliziesco italiano.

David Marte ricostruisce con minuziosa precisione l’epifania dei testi e racconta come un successo abbia preso forma anche grazie ai ricordi autobiografici del frontman e cantautore Francesco Bianconi, che non nega le influenze cinematografiche nei suoi testi.

Francesco Bianconi
Francesco Bianconi

Il testo diventa così una vera e propria raccolta di tutti i materiali dedicati al gruppo.

Particolarmente interessante la sezione dedicata agli appunti linguistici sui testi, fondamentale vista la raffinata ricerca linguistica e spesso straniante che rappresenta il vero marchio di fabbrica che distingue i Baustelle dalla maggior parte dei gruppi del loro genere musicale.

Un unico appunto. Il saggio è molto impegnativo da leggere e, forse, l’inserimento di materiale fotografico avrebbe fluidificato le molte informazioni con cui il lettore deve fare i conti.

#NOTEDICARTA: “Emerson, Lake & Palmer. L’autobiografia ufficiale” di Carl Palmer: “non stavamo mai fermi, eravamo sempre in concerto o in studio”

EL&P - 2010
EL&P nel 2010

È passato mezzo secolo da quando il rock progressivo, che integrava elementi di musica classica, contemporanea e jazz espandendo gli orizzonti del rock’n’roll tradizionale, visse la sua stagione d’oro e trovò anche in Italia un seguito appassionato.

All’inizio degli Anni ‘70 i Genesis ebbero successo in Italia prima che nella patria Inghilterra, e un gruppo sperimentale come i Van Der Graaf Generator arrivò al numero uno in classifica.

Emerson Lake & Palmer hanno dato vita a una delle saghe più suggestive e al contempo controverse del rock progressivo.

Tra sinceri slanci sinfonici e virtuosismi acrobatici produsse dischi epici come il fantasioso “Tarkus” e una rilettura in chiave rock di “Quadri Di Un’Esposizione” del compositore russo Musorgskij.

Emerson, Lake & Palmer: l'autobiografia book cover
Emerson, Lake & Palmer: l’autobiografia – book cover

Forse il supergruppo più famoso della storia. Come dice il nome stesso, gli Emerson Lake & Palmer (ELP) altro non sono che Keith Emerson, già tastierista dei Nice, Greg Lake, ex chitarrista King Crimson, e Carl Palmer, ex batterista di Crazy World of Arthur Brown e Atomic Rooster.

Sia Emerson sia Lake sono purtroppo scomparsi entrambi nel 2016. Carl Palmer, a 71 anni, tiene viva la memoria della band portando sul palco la ”Carl Palmer ELP Legacy” e sta lavorando alla realizzazione di un concerto multimediale in cui potrà di nuovo suonare con Emerson e Lake, in sincrono con le loro immagini e le loro parti musicali tratte al loro show alla Royal Albert Hall.

In attesa di questo show, che sarà un evento da non perdere, Carl Palmer ha deciso di dare alle stampe “Emerson, Lake & Palmer. L’autobiografia ufficiale”, tradotto da Alessandro Achilli e edito da Rizzoli Lizard.

Emerson, Lake & Palmer: l'autobiografia 1972
Emerson, Lake & Palmer nel 1972

La storia del “EL&P” è raccontata dalle voci dei tre componenti del gruppo recuperate attraverso un’ampia selezione di citazioni da interviste ma anche da altri libri, riorganizzata cronologicamente e curata da Bruce Pilato sotto la guida “orale” di Carl Palmer la cui presenza garantisce la genuinità della biografia e quindi la definizione di autobiografia.

“Tutto ci sembrava facile e possibile – dice Palmer – non stavamo mai fermi, eravamo sempre in concerto o in studio, con tante idee e con tanta energia”.

Carl Palmer oggi
Carl Palmer

La loro, dice Palmer “era musica libera, non eravamo costretti a fare canzoni di tre minuti, potevamo spaziare tra suoni e generi diversi, mettevamo insieme rock, classica, jazz, pop, folk, non avevamo limiti e questo rendeva tutto molto appassionante”.

Se sperate di trovate in questo volume rivelazioni inedite vi anticipo che non sarà così ma, nelle sue 276 pagine troverete oltre 250 fotografie, in gran parte a colori, molte delle quali poco o per nulla viste.

I fan e gli estimatori del trio troveranno, quindi, pane per i propri denti e questo libro non sfigurerà di fianco ai vinili della loro musica.

#NOTEDICARTA: “Capire l’Eurovision: tra musica e geopolitica” di Giacomo Natali, il libro permette al pubblico di capire o meglio valutare il rapporto tra musica e società

“Capire l’Eurovision: tra musica e geopolitica”
Torino 66° Eurovision Song Contest 2022 (Photo by Stefano Guidi/Getty Images)

Si è chiusa da qualche giorno la 66° edizione di “Eurovision Song Contest”. Nato nel 1956 per cementare l’unione dei popoli europei dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, dopo il conflitto nei Balcani degli anni ’90 torna purtroppo a svolgersi mentre in una parte dell’Europa, l’Ucraina, ogni giorno cadono bombe.

Come tutti, o quasi, saprete, i vincitori di questa edizione sono stati i Kalush, un gruppo musicale ucraino formatosi nel 2019. È costituito dal rapper Oleh Psjuk, dal musicista Ihor Didenčuk e da MC KylymMen. Hanno vinto, come la Kalush Orchestra, e ha rappresentato proprio l’Ucraina con il brano “Stefania”.

“Capire l’Eurovision: tra musica e geopolitica” - book cover
“Capire l’Eurovision: tra musica e geopolitica” – book cover

Mai come quest’anno, le votazioni hanno dimostrato quanto la kermesse non sia esclusivamente un evento musicale ma che, piuttosto, sia un evento sociale in cui le sue implicazioni sono strettamente connesse agli eventi di geopolitica.

L’Eurovision è stato adottato da molti, nel corso dei decenni, come palcoscenico ideale per far pesare il proprio soft power, riposizionando la loro posizione nel salotto europeo, dai Paesi scandinavi e quelli balcanici post-dissoluzione jugoslava a quelli l’area post-sovietica.

Negli anni è anche emersa una disciplina, l’Eurovisiopsephology, che analizza i flussi di voto tra Paesi in gara.

La manifestazione, che per tanti anni è stata vista solo come una baracconata, è sempre stata in realtà un ottimo termometro per misurare le tensioni tra gli europei.

“Capire l’Eurovision: tra musica e geopolitica” Kalush Orchestra
Torino – Kalush Orchestra – Ucraina sul palco dopo la vittoria al 66a edizione dell’Eurovision Song Contest 2022 (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

Nonostante il regolamento proibisca di inserire messaggi politici nei testi delle canzoni, il divieto è stato più volte aggirato, come è successo quest’anno.

A chi non ha mai seguito la manifestazione, ricordo, ma anche questo lo troverete nel libro di Pilati che nel 2016 l’Ucraina colse il suo primo trionfo con Jamala che presentò un brano che metteva in relazione la deportazione dei tatari dalla Crimea al tempo di Stalin e l’occupazione della penisola sul Mar Nero da parte dei russi.

Giacomo Natali, l’autore, è un analista di comunicazione e geopolitica e studia gli aspetti culturali e simbolici dei conflitti internazionali, collaborando, tra gli altri, con l’Istituto Treccani e l’Università degli Studi di Ferrara.

“Capire l’Eurovision: tra musica e geopolitica” - Lyss Assia - vincitrice ESC 1956
Lyss Assia – vincitrice la Svizzera all’ Eurovision Song Contest 1956

Forte della sua solida preparazione musicale, Natali diventa osservatore lʼEurovision da una posizione privilegiata.

Il suo volume, edito da Vololibero, permette al lettore di immergersi nell’Eurovision Song Contest raccontando le sorti e le vicissitudini della kermesse a partire dagli anni ‘50, decennio in cui la manifestazione ha preso forma.

Nelle sue 352 pagine, il libro di Natali permette al pubblico di capire o meglio valutare il rapporto tra musica e società.

#NOTEDICARTA: tra luci e ombre, “In the End. Una biografia non ufficiale di Chester Bennington” di Rosanna Costantino

Chester Bennington: la biografica non ufficiale
Chester Bennington – GettyImages

“In the End” è un’immersione nella storia dei Linkin Park ma è soprattutto un lungo viaggio nella vita di Chester Bennington, vissuta sempre al massimo dei giri possibili, in continuo bilico tra vette altissime a depressioni estreme, colma di sacrifici oltre che di sofferenze e segnata anche dall’abuso e dalla dipendenza di alcool e droghe che Chester ha ritenuto potessero alleviare i demoni che lo assillavano e con i quali doveva convivere.

«La vocazione per la musica era iniziata da bambino, quando diceva a tutti che sarebbe diventato una rockstar o un grande attore di Broadway.

Professioni molto lontane da quelle dei suoi genitori: la madre, Susan Elaine Johnson, faceva l’infermiera; il padre, Lee Russell, era poliziotto; scrive sul frontman dei Linkin Park Rosanna Costantino, la giornalista che firma questa biografia non ufficiale ma che potrebbe essere, per l’amore con cui è curata, la precisione linguistica usata, la ricerca spasmodica degli indizi che fossero in grado di cogliere lo stato d’animo di Bennington, essere una biografia ufficiale.

Chester Bennington: la biografica non ufficiale Linkin Park
Chester Bennington e i Linkin Park

L’autrice realizza così una biografia di Chester Bennington, ma anche dei Linkin Park, e riesce a trasformare il male e il dolore vissuto da Chester in un monito e in un esempio per quanti si dovessero trovare in quelle stesse difficili situazioni riuscendo quindi a trasmettere un messaggio positivo.

Dal punto di vista stilistico è inoltre interessante la scelta della Costantino di inserire i testi delle canzoni nel testo, facendogli assumere un senso e a farli diventare parte organica della narrazione.

«Prese un quaderno e cominciò a buttare giù pensieri, frustrazioni e sue paure. Confessò a un foglio di carta quello che nessuno dei suoi familiari voleva sentire.

Raccontò di quando il cielo collassava sulla sua testa, delle sue urla di paura tragicamente inascoltate. Immagini, poesie, fogli e fogli di canzoni, con tanto di strofe e ritornelli.

Chester Bennington: la biografica non ufficiale 2
Chester Bennington – In the End – book cover

Tutte con l’intento di dare un senso al suo dolore. In uno scritto, che da lì a qualche anno diventò poi un brano dal titolo Sometimes, scrisse:
Qualche volta
Le cose sembrano cadere a pezzi
Quando meno te lo aspetti
Qualche volta
Vuoi fare le valigie e lasciarti alle spalle
Tutti loro e tutti i loro sorrisi
» scrive l’autrice.

Il libro, edito da PubMe nella collana “Gli scrittori della porta accanto”, si presenta, nelle sue 364 pagine, molto curato, con note a piè di pagina e riferimenti bibliografici.

Se continuate ad amare i Linkin Park senza dubbio questo libro dovrebbe essere nella vostra personale biblioteca e se non li conoscete abbastanza per amarli, questa libro rappresenta per voi un’occasione.

#Notedicarta: prezioso mosaico di memorie, aneddoti, spiegazioni, illuminazioni, visioni, che ben rappresentano il mondo di Mogol

“Mogol. Oltre le parole. Antologia commentata”
Mogol

Era la fine degli anni ’60 quando uno sconosciuto chitarrista e compositore incontrò la penna fuoriclasse di un paroliere milanese d’incontestata fama. Un colloquio tra i due, poi un secondo e ancora un terzo.

Risultato dodici dischi, realizzati a due teste e quattro mani. Per chi non l’avesse capito stiamo parlando di Lucio Battisti e di Giulio Rapetti, in arte Mogol.

Esce per Minerva “Mogol. Oltre le parole. Antologia commentata”, un volume curato da Clemente J. Mimun Vittoria Frontini che si avventura nella raccolta del commento di chi, quei testi, li ha scritti.

Ma Mogol non ha solo scritto per Lucio Battisti tant’è che, volendo, con i suoi testi si potrebbe scrivere un’enciclopedia, talmente tanti sono da analizzare, da cui estrarre i riferimenti da portare alla luce senza voler dimenticare gli aneddoti, gli spunti, le memorie personali e collettive.

“Mogol. Oltre le parole. Antologia commentata” - book cover
Book cover

Mimun e la Frontini si sono limitati, per così dire, a sessanta testi, tra le centinaia scritti da Mogol. L’obiettivo che si sono dati i curatori è stato quello di ricostruire attraverso queste canzoni e i loro testi, il mondo dell’autore attraverso la sua voce.

Mogol, sollecitato da Mimun, ricostruisce la sua storia, la sua vita, le sue ispirazioni, i motivi dai quali magicamente nasce l’arte, i suoi incontri, i sogni ma anche le sorprese che hanno segnato l’avventura di Giulio Rapetti nel mondo della canzone.

Quanto ne esce è un prezioso mosaico di memorie, aneddoti, spiegazioni, illuminazioni, visioni, che ben rappresentano il mondo di Mogol.

Ne esce un saggio avvincente quasi quanto un romanzo ma al contempo un libro di poesie e un’autobiografia che narra il Mogol con la sua cifra da giornalista e, inevitabilmente, con il limite oggettivo di appartenere alla generazione che Mogol non solo lo ha ascoltato ma lo ha respirato e vissuto tant’è che, a tratti, il Mogol raccontato è più quello di Mimun, appassionato conoscitore della materia, che non il Mogol reale.

“Mogol. Oltre le parole. Antologia commentata” - Mogol e Battisti
Lucio Battisti e Giulio Rapetti

In realtà, nonostante questo, Mogol riesce a raccontare non solo la sua vita, ma anche la nostra e leggendo le sue parole scopriamo che alcune canzoni nascono da spunti privatissimi, che alcune immagini sono quelle che solo i suoi occhi hanno visto e che, forse proprio per questo, le abbiamo fatte nostre e abbiamo ritenuto che lo fossero.

Correda il lavoro una preziosa introduzione scritta da Vincenzo Mollica e, aldilà di alcuni piccoli ma imperdonabili errori presenti nel libro, “Mogol: oltre le parole. Antologia commentata”, è un testo d’italiano, di storia e, allo stesso tempo, un’antologia poetica, un’autobiografia e si candida per essere uno dei più bei ritratti dell’Italia contemporanea, narrata attraverso le parole di uno dei più grandi autori di canzoni di tutti i tempi.

Con le sue 271 pagine si presta a essere uno strumento didattico, utile a insegnare ai più giovani l’arte della parola utilizzata con spontaneità e semplicità per esprimere il proprio pensiero, anche col sorriso dell’ironia.

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