#Notedicarta: Renzo Chiesa “Cinquanta – 50 anni di ritratti della mia musica”

Renzo Chiesa: il libro fotografico “Cinquanta”
Renzo Chiesa autoritratto

S’intitola “Cinquanta – 50 anni di ritratti della mia musica” l’ultimo libro fotografico di Renzo Chiesa edito da VoloLibero.

Dopo la sua memorabile mostra dal titolo “Rock e altre storie” oggi il fotografo cremonese, ma milanese di adozione, ripropone, con un taglio soggettivo e personalissimo, le fotografie da lui realizzate durante la sua carriera ad oltre duecento stars della musica nazionale e internazionale.

Un volume che racconta, fotograficamente parlando, Joan Baez e Rolling Stones, ma anche Celentano e Cristicchi, Ornella Vanoni, Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Paolo Conte.

Renzo Chiesa: il libro fotografico “Cinquanta” Mick Jagger (Foto di Renzo Chiesa)
Mick Jagger (Foto di Renzo Chiesa)

Di particolare interesse la parte del volume dedicata al “Concerto in onore di Demetrio Stratos, quel concerto organizzato il 14 luglio 1979 all’Arena Civica di Milano che doveva essere in sostegno al grande artista italo-greco ma che, a seguito della sua improvvisa morte, prese una dimensione inaspettatamente tragica, diventando una celebrazione alla sua memoria cui parteciparono, gratuitamente, decine di artisti.

La passione per la musica rock sboccia da ragazzo, quando con una Bencini ancor prima di avere al collo la sua mitica Nikon F andava ai concerti per fotografare le sue rockstar preferite.

Renzo Chiesa: il libro fotografico “Cinquanta”
Renzo Chiesa “Cinquanta 50 anni di ritratti della mia musica” – book cover

Le sue foto hanno dentro tutto il movimento del rock e tutta la forza della sua sonorità. Ogni foto racconta non solo il momento che stava vivendo l’artista ma quella passione e emozione che lo stesso Chiesa viveva.

«Era il 1968, – ha ricordato Chiesa in diverse occasioni – ero un ragazzino stregato da “Blow up” e mi portai dietro una Bencini 2, tutt’altro che una macchina professionale.

Scattai senza flash, utilizzando le luci del palco». Quel “senza flash” che, nel tempo, divenne la sua cifra stilistica e che gli permise lavorare per le riviste di alcuni dei principali editori del periodo complice anche le immagini che scattò nell’ottobre del ’70 al Palalido, che all’epoca era per Milano ciò che la Royal Albert Hall era per Londra e il Fillmore East per New York, concerto che gli permise di immortalare gli Stones freschi dell’arrivo di Mick Taylor.

Renzo Chiesa: il libro fotografico “Cinquanta”
Paolo Conte (Foto di Renzo Chiesa)

Il libro, nelle sue 216 pagine, è pieno zeppo di incredibili documenti live di Jimi Hendrix nel 1968, di Mina nel 1969 oltre ai suoi celebri ritratti posati, dei quali il più celebre è l’iconico Lucio Dalla con berretta di lana scattato al Castello di Carimate e finito sulla copertina di “Dalla” nel 1980.

Lucio Dalla (Foto di Renzo Chiesa)

Questo volume, oltre all’importanza storica delle fotografie che contiene, racconta una vita, quella di Renzo Chiesa, trascorsa ai piedi dei palcoscenici rock o nelle cantine jazz, con in una mano la sua fidata Nikon mentre l’altra stringe l’obbiettivo e l’occhio nel mirino.

#Notedicarta: Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68” di Fabio Barbero

“Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del '68”
Giorgio Gaber

Tutti sanno chi sia stato Giorgio Gaber ma molti, soprattutto tra i lettori under quaranta, non conoscono Sandro Luporini, eclettico artista che ha condiviso con Gaber quasi 30 di attività professionale come autore dei testi del teatro canzone che ha caratterizzato il lavoro del cantautore, commediografo, attore, cabarettista, chitarrista e regista teatrale meneghino.

Innanzitutto, va detto che, in Italia, il teatro canzone l’hanno inventato proprio Gaber e Luporini tant’è che lo stesso Gaber, quando gli chiedevano se ci fossero altri che facessero quel suo mestiere, rispondeva di no. In effetti, in quell’alba degli anni ’70 quello che facevano era unico.

Gaber e Luporini, simbioticamente, hanno rappresentato e raccontato il personale e il politico delle generazioni che hanno visto da un lato cambiare radicalmente il mondo e dall’altro rimanere intatta la dimensione della solitudine esistenziale.

“Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del '68”
Giorgio Gaber e Sandro Luporini

Stiamo parlando principalmente di quella generazione del ’68 e del movimento socioculturale che si è venuto a creare nel decennio successivo, gli anni ’70.

In diverse occasioni Luporini ha raccontato del suo primo incontro con Gaber, incontro quasi casuale, almeno per Luporini «C’eravamo già incrociati al Bar Sempione di via Procaccini, dove abitavo e la casa di Giorgio non era distante.

Poi arrivò quel pomeriggio, mi vide in Galleria ed entrò. Fu in quel momento che ebbe inizio il nostro rapporto. Sto parlando dei primi anni Sessanta. Sapevo che suonava.

Un giorno si presentò in galleria con la chitarra e strimpellò un po’ di note, accompagnandole con la voce. Gli dissi “Mica male, Giorgio”. E lui, molto timidamente, mi ringraziò e poi disse che gli sarebbe piaciuto dar vita a un progetto comune.

Voleva che lo aiutassi a scrivere i testi per la sua musica. E lì compresi la prima cosa che Gaber possedeva: una grande modestia.

Credeva fermamente nel suo lavoro di musicista, ma conosceva perfettamente i suoi limiti letterari. Ha impiegato anni prima di sentirsi su quel piano meno insicuro».

Da questo Barbero parte con il suo lavoro, questo “Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68” edito da Arcana, e lo fa analizzando il decennio creativo di Gaber-Luporini attraverso gli spettacoli di teatro canzone che, palco dopo palco, hanno attraversato l’Italia intera: “Il Signor G” (1970-1972), “Dialogo fra un impegnato e un non so” (1972-1973),

“Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del '68” - cover
“Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68” – book cover

“Far finta di essere sani” (1973-1974) e poi “Anche per oggi non si vola” (1974-1976), “Libertà obbligatoria” (1976-1978) e “Polli d’allevamento” (1978-1979) sino al primo spettacolo degli anni Ottanta, “Anni affollati” (1981-1982), quello che si presenta come, contemporaneamente, elemento di rottura e di continuità del lungo lavoro realizzato nel decennio precedente.

Si tratta di 432 pagine che tracciano una lunga e puntuale analisi dei testi partoriti da Luporini e sapientemente rimaneggiati e musicati da Gaber che, proprio nella generazione che dai due attori fu messa “al microscopio”, divennero un simbolo.

In realtà nel volume sono pochi i contenuti esplicitamente musicali e, quando sono presenti, sono semplicemente accennati.

Il lavoro di Barbero è stato quello di esaminare principalmente i testi, restituendo, nel contempo, la dovuta centralità alla figura di Sandro Luporini.

Imponente la ricerca documentale compiuta dall’autore con svariate decine di citazioni da interviste, recensioni, altri libri, con un meticoloso sfruttamento delle note a piè di pagina che approfondiscono e dettagliano il testo, divenendo esse stesse, parte attiva del testo.

Ancora una volta, per fortuna, un libro che non si può definire “leggero” ma che restituisce, dal punto di vista filosofico-sociale, un utile spaccato culturale di una generazione, quella che poi, sempre per voce di Gaber, dopo essersi interrogata sul significato del concetto politico di destra e sinistra, entrerà nella più grande crisi esistenziale possibile, quella della sua “Qualcuno era comunista”.

Sandro Luporini con Giorgio
Giorgio Gaber e Sandro Luporini

Barbero ha annunciato che «questo primo volume è sugli anni ’70, poi vorrei farne altri due, sugli anni ’80 e ’90». Non ci resta che attendere, intanto abbiamo questo piccolo gioiello non solo da leggere ma da usare come stimolo per riascoltare il teatro canzone di Gaber e Luporini.

Matteo Torcinovich:  “1977. Don’t call it punk”  l’anno che cambiò per sempre la musica 

Matteo Torcinovich: “1977. Don't call it punk”
Matteo Torcinovich: “1977. Don’t call it punk”

Ritornando, con il pensiero, al 1977 non possono non venirmi in mente il Movimento, le università occupate, il sei politico, il Convegno di Bologna e la morte di Francesco Lo Russo.

E poi in quel 1977 c’è il punk, quella subcultura giovanile emersa negli Stati Uniti e nel Regno Unito a metà degli anni settanta e che, proprio nel 1977, produsse una serie di album come “Never Mind The Bollocks…” dei Sex Pistols, “Rocket To Russia” dei Ramones, “Blank Generation” di Richard Hell & The Voidoids “Young, Loud & Snotty” dei Dead Boys, e “(I’m) Stranded” dei The Saints e “Radios Appear” dei Radio Birdman.

E poi c’è lei. The Queen, quella Lilibet con la spilla da balia nel naso.

Veste grafica particolare, per “1977. Don’t call it punk” di Matteo Torcinovich edito da Spittle/Goodfellas Edizioni perché è realizzato come una enorme fanzine con una grafica volutamente rozza, l’uso del bianco e nero, riempita fino al massimo possibile di immagini colorate, grafiche, notizie, trafiletti di giornali, grazie all’approfondita ricerca realizzata dall’autore.

Matteo Torcinovich: “1977. Don't call it punk”
Sex Pistols

Matteo Torcinovich, nelle 496 pagine del libro, penetra la coltre dell’oblio e, grazie a una minuziosa ricerca storica, stila un vero e proprio calendario, annotando, giorno per giorno, tutti gli eventi relativi alla scena punk rock.

Si tratta di un dettagliato ritratto di quello che fu il punk, corredato da un’ampia mole fotografica di materiale d’epoca, liste di concerti, copertine di dischi, fanzines e, soprattutto, con le memorie di musicisti, scrittori, fotografi come Gaye Black degli Adverts, il mitico fondatore del Roxy Club Andrew Czezowski, Ana da Silva delle Raincoats, il fotografo Peter Gravelle, Lora Logic degli X-Ray Spex, il giornalista Kris Needs e dai membri di Sham 69, Boys, Generation X, Vibrators, PIL, Chelsea, che permettono di ricostruire un quadro ancora più

Matteo Torcinovich: book cover
Matteo Torcinovich: “1977. Don’t call it punk” – book cover

dettagliato e approfondito di un’epoca tanto irripetibile quanto decisiva e ancora artisticamente attuale che ci fa comprendere che «la musica (il punk rock, ndr) assume un ruolo primario nel processo legato al cambiamento generazionale e diventa, quasi inconsapevolmente, il veicolo per eccellenza sul quale viaggia ad alta velocità il nuovo concetto artistico del “Fai da te” che approda alla fotografia, alla moda, al teatro, alla grafica, alla poesia ma anche alle idee politiche/non politiche, scandali e verità!

Straordinariamente questo nuovo approccio si diffonde tra la generazione del ’77.

Alcuni piccoli studi di registrazione così come certi negozi di dischi e i musicisti stessi, creano importanti etichette discografiche indipendenti che sfornano migliaia di vinili di centinaia di nuove band.

I protagonisti sono di certo i musicisti ma anche i produttori di concept originali e gli inventori di nuove idee.

Per forza di cose servono grafici, fotografi, nuovi giornali capaci di trasmettere un nuovo stile di comunicazione»

Matteo Torcinovich
Ramones

In diverse occasioni, l’autore ha ringraziato la Contessa Platessa Basinska Brancusi. Ma, per quanti non la conoscessero, di chi si tratta?

Di una nobildonna polacca, originaria di Wadowice, che in età adolescenziale frequentò la Scuola d’Arte di Varsavia contro il volere dei propri genitori.

Si trasferì a Parigi dopo il suo matrimonio con lo scultore Constantin Brancusi e lì aprì uno dei salotti più famosi dell’epoca all’Hotel de Nevers dove noti esponenti delle avanguardie artistiche esposero le loro nuove concezioni dell’arte.

Matteo Torcinovich: Dead Boys
Dead Boys

Questo luogo di ritrovo, alla base di molti salotti successivi, fu anche l’occasione per propagandare le già note tesi sull’emancipazione della donna, ricorrendo all’invito di diverse esponenti femminili socialmente impegnate, tra queste Adrienne Lecouvreur.

Alla morte di Brancusi, cominciò a trascorrere le sue estati in Italia precisamente a San Quirico dove il salotto di Lady Platessa fu per anni uno dei più esclusivi del paesaggio toscano

Franco Battiato: “non è mai stato un solitario” di Giordano Casiraghi  “Battiato. Incontri”

Franco Battiato: "non è mai stato un solitario
Franco Battiato e Gregorio Alicata – Gli Ambulanti (Foto © Uliano Lucas)

Si tratta di un lavoro, questo di Casiraghi, che getta una luce peculiare sul maestro Franco Battiato e lo fa attraverso la voce delle persone che l’hanno effettivamente incontrato e conosciuto. Al libro partecipano oltre cento voci.

Si tratta di musicisti che sono stati con lui, sul palco o che hanno suonato nei suoi dischi, tecnici e operatori che hanno vissuto le sue tournée, produttori e discografici che, sorpresi dalla sua straordinaria creatività, lavorarono con lui, i fonici delle sale di registrazione che hanno visto trasformarsi la sua creatività in musica compiuta oltre a artisti, giornalisti e fotografi.

Un collage di materiali che Casiraghi ha ricostruito grazie agli oltre quaranta anni di conoscenza dell’artista.

«Non ero ancora nato e già sentivo il cuore che la mia vita nasceva senza amore» cantava Franco Battiato nell’album Fetus, quell’album che fu un capitolo fondamentale nella discografia degli anni Settanta.

Franco Battiato: BATTIATO. INCONTRI - book cover
BATTIATO. INCONTRI – book cover

Franco Battiato è stato, non per scelta, un apripista per molti di quegli artisti che avrebbero, nel tempo, intrapreso un cammino musicale sganciato dai luoghi comuni.

Punto di partenza dell’ultimo lavoro di Giordano Casiraghi dal titolo “Battiato. Incontri”, edito da Officina Di Hank e uscito lo scorso mese di aprile, è una dimostrata affermazione che si fluidifica nella lettura del libro: «Battiato non è mai stato un solitario.

Stare con lui significava incontrare altre persone, tutte interessanti.

Una delle cose che ha lasciato è proprio questa: non siamo rimasti soli, perché noi che ci trovavamo magari in sala di incisione ad ascoltare in anteprima le sue canzoni siamo ancora in contatto e lo ricordiamo con gratitudine» come ha dichiarato recentemente in un’intervista l’autore.

È del 1965 un reportage fotografico di Uliano Lucas che accompagna Battiato nei locali di Milano e della provincia al fine di realizzare un servizio fotografico che, solo, in minima parte finisce su qualche rotocalco d’epoca.

Franco Battiato (Foto © Uliano Lucas)
Franco Battiato (Foto © Uliano Lucas)

Un reportage in gran parte inedito che assume importanza nel libro in questione.

Casiraghi lo scopre poco più di una quindicina di anni fa e propose a Lucas di poterlo pubblicare, in parte sul libro allora che era ancora nella fase di gestazione.

Sono stati scelti venti scatti, belli e suggestivi, ambientati in una Milano che non esiste più, quando Franco Battiato e Gregorio Alicata, si facevano chiamare Gli Ambulanti e furono immortalati fuori da una fabbrica, alla darsena, con gli studenti all’uscita di un liceo, al mercato delle bancarelle.

Un Battiato, quello del 1965. Sconosciuto ai più, si tratta di un Battiato che guardava con interesse a Bob Dylan e scriveva canzoni di protesta.

Franco Battiato - Giordano Casiraghi
Giordano Casiraghi

Un capitolo del libro è dedicato alla pittura e uno al docu-film “Attraversando il bardo”, dedicato alla ricerca mistica e spirituale, argomento da sempre al centro della produzione musicale e cinematografica di Battiato e, nelle sue 316 pagine, ci racconta un artista che non ha mai smesso di stupire sia per la sua onestà intellettuale sia per la sua creatività al di fuori dall’ordinario.

Completa il volume la postfazione di Fabio Anibaldi Cantelli.

“Re Nudo Pop e altri festival – Il sogno di Woodstock in Italia 1968-1976” di Matteo Guarnaccia

Re Nudo e Woodstock a Milano
Re Nudo pop Festival

Per parlare di questo volume, ristampa aggiornata dell’edizione originale del 2010, è necessario fare una premessa perché sono tre i veri “oggetti della memoria” di questo libro: Re Nudo, Andrea Valcarenghi e l’autore, Matteo Guarnaccia, scomparso nello scorso mese di maggio.

Re Nudo è stata una rivista che si è guadagnata uno spazio di grande rilievo nei temi che hanno fatto parte della sia cifra stilista, la controcultura e la controinformazione. Dichiaratamente di natura libertaria, la sua fondazione, che avvenne nel 1970, si deve a un gruppo di intellettuali e di artisti.

Re Nudo Pop e altri festival

Obiettivo primario di Re Nudo era quello di diffondere in Italia informazioni e tematiche proprie della cultura underground internazionale.

In breve tempo diventò il riferimento culturale per una serie di argomenti che, in quel periodo, sulla stampa mainstream ossia musica, in senso ampio del termine, droghe, sessualità libera, pratiche sociali alternative e fumetti, al tempo legati solo al concetto della fumettistica per bambini e adolescenti, introducente quella che, nel mondo, era la fumettistica dedicata al pubblico adulto.

Andrea Valcarenghi, classe 1947, è noto anche con lo pseudonimo di Swami Deva Majid che, in effetti, è il nome che gli fu assegnato dopo il suo viaggio in India.

Editore e scrittore italiano, nel 1967, poiché obiettore di coscienza nei confronti del servizio militare, scontò una pena nel carcere di Gaeta.

Re Nudo e Woodstock a Milano
Re Nudo Pop e altri festival – book cover

E’ tra i fondatori de Gli studenti della città, un mensile di controinformazione del Movimento Studentesco che può essere considerata la sua operazione prodromica alla nascita di Re Nudo, tant’è che, nel 1970, insieme a un piccolo gruppo di amici, diede vita alla rivista che diventò un vero e proprio mensile di controcultura e che diresse per per dieci anni.

Proprio sulla spinta di Re Nudo, tra 1971 e il 1976, Valcarenghi organizzò i pop festival che portarono il nome della rivista, come quello a Ballabio, all’Alpe del Viceré, allo Zerbo e poi gli ultimi tre anni a Milano, al Parco Lambro.

Re Nudo Pop e altri festival

Proprio l’ultimo festival al Parco Lambro, quello nel 1976, fu segnato da incidenti, espropri e violenze che entrarono nell’immaginario collettivo e che, considerazione amara, minimizzarono la grossa spinta culturale che proprio da questi festival arrivò.

Matteo Guarnaccia, artista, storico dell’arte e viaggiatore italiano fu attivo dagli inizi degli anni Settanta, come agitprop culturale della scena alternativa con la rivista psichedelica “Insekten Sekte”, da lui fondata ad Amsterdam e diffusa lungo la “Hippie Trail”.

Re Nudo e Woodstock a Milano Guarnaccia by Joe Zattere
Guarnaccia by Joe Zattere

Con il suo inconfondibile tratto grafico, collaborò con diverse testate contro culturali del periodo, dall’americana “Berkeley Barb” all’italiana “Fallo!”.

Nel tempo ha pubblicato oltre cinquanta saggi sulle avanguardie storiche e sui movimenti creativi antagonisti. È scomparso il 14 maggio 2022.

Il fenomeno dei festival pop negli anni ’70 non fu esclusivamente un fatto musicale ma anche, e soprattutto, di costume.

Nato negli Stati Uniti culminando con gli storici eventi di Woodtsock, Monterey e il tristemente noto Altamont, proseguito in Inghilterra con l’Isola di Wight, prese poi vita anche in Italia con il solito tipico di ritardo.

Di quella stagione, purtroppo, oggi si ricorda solo il suo drammatico epilogo al Parco Lambro nel 1976 ma la storia, fortunatamente, documenta ben altro.

E in questo solco, quello del recupero storico della memoria, s’inserisce il lavoro di Matteo Guarnaccia edito da Volo Libero.

Nelle sue 224 pagine il libro, curato da Claudio Fucci, si ripresenta oggi con un approccio contemporaneo anche grazie all’utilizzo di collegamenti con QR-code a contenuti video e audio che sostituiscono il CD e il DVD allegati alla precedente edizione.

Re Nudo e Woodstock a Milano 3
Re Nudo

Di questa mantiene interventi e contributi di Bruno Casini, Enzo Gentile, Claudio Rocchi e Andrea “Majid” Valcarenghi ma presenta una nuova versione sia per quanto riguarda la parte testuale sia per quella iconografica.

Rispetto all’edizione del 2010 non si perde quello che era il pregio principale, ossia il linguaggio chiaro e senza retorica che rende il lavoro accessibile anche a chi non visse in prima persona quei tempi.

L’autore non si lascia prendere da nessuna apologia, nessuna nostalgia e propone una semplice e chiara sintesi con opinioni di quello che accadde.

Dedicato a chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni ma caldamente consigliato a quanti, in quegli anni, non erano ancora nati.

 “David Bowie. Il divino alchimista” di Dalila Ascoli, biografia che affronta gli aspetti mistici del Duca Bianco

David Bowie: la ricerca di spiritualità
David Bowie (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Un Bowie inedito, almeno per la grande maggioranza dei suoi fans, quello che racconta Dalila Ascoli nel suo “David Bowie. Il divino alchimista” edito da Arcana.

Il ritratto tracciato dall’autrice, in questa occasione, non è quella del musicista, di quel David Bowie che più di una generazione ha amato profondamente ma quello dell’uomo David Robert Jones, dei suoi più profondi pensieri e convincimenti che hanno, inevitabilmente il lavoro dell’altro lui, David Bowie che, di volta in volta si è incarnato nello Ziggy Stardust messaggero del messia alieno, nell’extraterrestre Newton caduto sulla Terra in cerca di acqua per salvare il suo popolo o nel cabalistico Duca bianco alla ricerca del Graal ma anche nel Minotauro di 1.OUTSIDE.

David Bowie: la ricerca di spiritualità 1
David Bowie – Il divino alchimista – book cover

È immediatamente percepibile, sin dalle prime pagine che il volume è relativamente interessato alla musica di Bowie, privilegiando il suo percorso artistico e, soprattutto, il suo percorso mistico-esoterico tanto che uno dei personaggi più ricorrenti è l’esoterista Aleister Crowley, molto amato dei Led Zeppelin.

Ma è proprio vero che David Bowie sia stato un moderno profeta e mago, tra Cristo, Cagliostro e Tesla come è presentato dalla Ascoli che scrive «Bowie condivide con i termini éidõlon, icona e star, la loro fondamentale natura di artifex.

Con l’elogio dell’artificio e la creazione dei suoi innumerevoli alter ego, Bowie in qualità di artifex risveglia la potenza seduttrice e carismatica dei suoi personaggi»?

David Bowie: la ricerca di spiritualità
David Bowie – Blackstar

L’autrice ci accompagna in un viaggio alla ricerca di dettagli, ma anche d’indizi che traspaiono nelle tematiche delle canzoni, analizzando anche le cover dei suoi dischi, i suoi videoclip e alcune dichiarazioni che Bowie rese in alcune interviste.

Di fatto la trattazione dell’autrice è rigorosa molto e appassionata, anche quando è analizzata la sua produzione e i metodi che hanno portato Bowie ad ottenerla.

La costruzione della solidità di Bowie impone a Ascoli di citare solo gli aspetti umani e gli elementi biografici che lo riguardano solo se direttamente utili tanto che non vengono nominate le sue celebri consorti Angela Barnett e Iman Abdulmajid e nemmeno i figli Duncan e Alexandria.

Ma forse, per raccontare “l’uomo caduto sulla terra”, questo era il passo giusto da fare.

Paolo Conte, autore di culto, un gigante della canzone e un narratore strepitoso  

Paolo Conte, ritratto inedito e originale
Paolo Conte – Foto Getty images

Non è anomalo che un documentario sia corredato da un libro soprattutto se, nel suo insieme, riescono ad essere uguali ma necessariamente complementari.

Questo è il caso dell’ultimo libro a firma di Giorgio Verdelli “Paolo Conte”, edito da Sperling & Kupfer.

L’autore e regista di documentari musicali Giorgio Verdelli, dopo il successo del suo docufilm Paolo Conte, Via con me uscito nel 2020, ha deciso di prendere per mano i lettori e accompagnarli alla scoperta delle canzoni del grande cantautore astigiano rilevandone aspetti e forme inedite.

Paolo Conte di Giorgio Verdelli - book cover
Paolo Conte di Giorgio Verdelli – book cover

Il risultato ottenuto è quello non solo di un ritratto inedito e originale, ma anche quello di un racconto corale, un racconto che si sviluppa attraverso le parole dell’autore e di Paolo Conte sapientemente “contaminate” attraverso quelle di altri grandi personaggi del mondo della cultura, della musica e dello spettacolo.

Tra questi Roberto Benigni, a cui l’autore affida la conclusione del volume.

«Conte è il Matisse della musica italiana… ecco, innovativo e nella tradizione. Con queste dolcezze cromatiche, avventure cromatiche ha l’istinto des fauves… è una bestia selvaggia come loro, l’istinto primordiale» scrive Benigni.

Più che mai, come in questo caso, la funzione dei singoli capitoli assume il ruolo di tessera di un mosaico che comparirà nella sua interezza solo dopo l’ultima pagina del libro, permettendo al lettore, grazie a ricordi, curiosità, aneddoti e storie di entrare nel mondo di Conte, pieno di mille e più sfumature, quello che gli hanno permesso di essere il più poliedrico dei narratori musicali della musica contemporanea.

Paolo Conte, Giorgio Verdelli
Giorgio Verdelli

Paolo Conte è senza alcun dubbio un autore di culto, un gigante della canzone e un narratore strepitoso.

Nell’arco della sua carriera è stato capace di raccontare storie attraverso la musica, dominando influenze jazzistiche e tradizione cantautoriale italiana creando un mix unico, capaci di essere apprezzato oltre i confini nazionali.

Piccole, ma importanti, storie di una qualunque provincia del nord Italia sono diventate grazie a lui parte dell’immaginario collettivo di diverse generazioni anche grazie ai suoi testi, descrittivi ma mai didascalici, che ci hanno fatto “sentire” il sudore e l’ansimare di Bartali, “vedere” il colore del cielo, “annusare” l’odore dei vicoli di Genova.

Paolo Conte Live at Venaria Reale - cover
Paolo Conte Live at Venaria Reale – cover

Oltre alla già citata presenza del “piccolo diavolo” toscano, le parole di Renzo Arbore, Pupi Avati, Jane Birkin, Stefano Bollani, Vinicio Capossela, Caterina Caselli, Giorgio Conte, Francesco De Gregori, Cristiano Godano, Guido Harari, Paolo Jannacci, Jovanotti, Patrice Leconte, Isabella Rossellini, Peppe Servillo e Giovanni Veronesi aiutano il lettore a entrare in sintonia con il grande artista che ha fatto propria l’arte del non prendersi mai troppo sul serio, tranne che nella composizione musicale, utilizzando il pentagramma come una tela, con i suoni trasformati in colore, con la cronaca trasformata in poesia.

Anziché aspettare Godot, è sicuramente meglio trovare il tempo per un’altra sigaretta, per un’altra canzone.

“Il figlio del Re” di Mirko Casadei, è il racconto del figlio, Mirko e di suo padre Raoul, una figura con cui fare i conti per tutta la vita e al quale si è sempre paragonati

Mirko Casadei e Zibba: "Il figlio del Re"
Mirko e Raoul Casadei

Già dal titolo di questo libro è evidente che, purtroppo, non si tratta di una biografia di Raoul Casadei.

“Il figlio del re” edito da Bompiani e firmato da Mirko Casadei, figlio dell’immenso Raoul, e Zibba dimostra in realtà che tra Raoul e il figlio Mirko è senza dubbio il primo dei due che meriterebbe una biografia completa e, inevitabilmente, questo volume rappresenta un ibrido senza una precisa ragione di esistere per la predominanza di Mirko rispetto alla narrazione sul Re del liscio Raoul, scomparso il 13 marzo 2021 vittima del Covid.

Probabilmente si tratta di un’occasione perduta perché, pur riconoscendo a Mirko Casadei, direttore dell’orchestra di famiglia, l’Orchestra Casadei, già da molti anni, che ha tenuto concerti all’estero, spettacoli teatrali e televisivi con la Mirko Casadei PoPular Folk Orchestra e che nel corso della sua carriera ha lavorato con artisti come

Mirko Casadei e Zibba: "Il figlio del Re" book cover
“Il figlio del Re” book cover

Enrico Ruggeri, Paolo Fresu, Eugenio Bennato, Goran Bregovic, Irene Grandi, Marc Ribot e Richard Galliano, una sua peculiarità artistica, la capacità di rinnovare il repertorio di famiglia che, in gran parte deriva da Raoul e da Secondo, capostipite dei Re del liscio romagnoli.

Il libro è il racconto del figlio, Mirko, di un padre, Raoul, che, seppur ispiratore delle ambizioni del figlio e del suo futuro, è una presenza ingombrante e, soprattutto, una figura con cui fare i conti per tutta la vita e al quale si è sempre paragonati.

Una relazione padre-figlio sicuramente difficile, piena d’incomprensioni e contrasti, come ben si evince dalla lettura del libro e per il peso che nella narrazione questa dinamica compare in maniera ricorrente.

Raoul Casadei - il Re del liscio
Raoul Casadei – il Re del liscio

Come dichiarato, il libro «è una collezione di ricordi ed episodi condivisi, fatti e racconti di quei fatti, montati con taglio cinematografico secondo il disordine ordinato della memoria» ma, e il lettore se ne renderà conto subito dopo la lettura delle prime pagine, la necessità di una sequenza narrativa cronologica avrebbe reso l’opera più fluida e anche la lettura ne sarebbe stata facilitata.

Frammenti importanti una vita, quella di Raoul, sono troppo spesso messi in secondo piano dalla vita di Mirko.

Ci dispiace che, anziché l’autobiografia di un figlio, se stesso, Mirko avesse messo da parte il proprio egocentrismo e avesse reso un omaggio vero, puro alla memoria di colui che inventò la frase “vai col liscio” e che riuscì, pur

Mirko Casadei e Zibba: "Il figlio del Re" - Raoul Casadei
Raoul Casadei

mantenendo lo spirito e l’essenza inziale, mettere mano al repertorio di Secondo Casadei, il musicista in abito bianco e panama, il violino sulla spalla come un moschetto, che girava per le aie cercando di sconfiggere il boogie-woogie, la musica degli americani.

Prince, di lui rimane la sua musica, la sua immagine e       “Le iconiche chitarre di Prince” di Rudy Giorgio Panizzi

Era il 21 aprile 2016 quando arrivò la notizia della sua morte. Il “folletto di Minneapolis”, com’è stato soprannominato, è morto in circostanze mai chiarite nella sua casa di Minneapolis.

Lui, Prince Roger Nelson, in arte Prince ma che negli anni ha utilizzato, sia per motivi contrattuali sia artistici, nomi come The Artist, sigle come TAFKAP, acronimo di “The Artist Formerly Known As Prince”) o persino un simbolo impronunciabile, incrocio fra il simbolo del maschile e del femminile e noto ai fan come Love Symbol, ha avuto gli ultimi grandi titoli sulle prime pagine dei giornali.

Di lui rimane la sua musica, senza dubbio, la sua immagine, costruita e calibrata nel tempo, e le sue chitarre.

E proprio la sua genialità e il suo estro si sono spesso riflessi anche sulle chitarre che ha suonato, considerate delle vere e proprie opere d’arte.

Un argomento che ha appassionato Rudy Giorgio Panizzi, torinese, in servizio presso la Polizia Scientifica come esperto nell’analisi di impronte digitali.

Le iconiche chitarre di Prince - book cover
Le iconiche chitarre di Prince – book cover

Grande appassionato di Prince, a lui ha dedicato altri due libri, “Prince – A volte nevica in aprile” e “Prince – Il segno dei miei tempi”, coniuga la sua passione e la sua professione affrontando un tema specifico, concentrando la sua ricerca sugli strumenti utilizzati dal musicista, quasi “impronta digitale” dell’artista.

Senza ombra di dubbio si tratta di un tema che, da un lato, interessa in modo particolarmente chi ama gli strumenti musicali, e dall’altro, i fan di Prince.

Un lavoro non per tutti, tanto da poter essere definito di nicchia ma, al contempo, un’analisi dell’estro di Prince che si è spesso riflesso sugli strumenti che ha suonato, considerati delle vere e proprie opere d’arte, oltre che delle naturali estensioni della sua creatività, della sua personalità e della sua ambiguità.

La sera del 14 aprile 2016, pochi giorni prima della sua prematura scomparsa, Prince presentò al mondo la GUS Purple Special, una chitarra dai contorni dorati realizzata per lui da Simon Farmer, la sua ultima chitarra, quella che non riuscì mai a suonare.

Prince
Prince and Telecaster guitar

Il libro è arricchito da disegni e fotografie ma è altrettanto ricco di particolari inediti e contiene le interviste a Jerry Auerswald, il liutaio che ha costruito la chitarra “Love Symbol”, e Simon Farmer, che hanno aiutato a far luce sulla storia di questi meravigliosi oggetti di liuteria anche grazie ad aneddoti curiosi e coinvolgenti.

Ricorderemo Prince per le sue chitarre? No, lo ricorderemo per la sua musica, per quella sua capacità di dedicarsi a composizione, arrangiamento, produzione, canto ed esecuzione dei suoi lavori spesso in totale autonomia.

Lo ricorderemo anche per la sua attività pionieristica sia in campo musicale sia commerciale, tra i primi a sfruttare Internet per la promozione e la vendita online sul suo sito web.

#Notedicarta: la vita di Leonard, dalla sua infanzia all’uscita di “Let love rule” il suo primo album. Autobiografia di Lenny Kravitz che con David Ritz si racconta

 

Lenny Kravitz: “Let love rule”, il libro
Lenny Kravitz

Grazie alla traduzione di Michele Piumini arriva, edito da Mondadori, l’autobiografia ufficiale di Lenny Kravitz.

Non entro nel merito sulla necessità di una biografia del cantautore, polistrumentista, produttore discografico e attore statunitense biografia, peraltro che ripercorre in maniera esclusiva la vita di Leonard, questo il suo vero nome, dalla sua infanzia all’uscita del suo primo album, quel “Let love rule” che dà il titolo al libro.

Dire che questo lavoro si salva solo grazie alla collaborazione di David Ritz, storico coautore di numerose autobiografie celebri, può rappresentare un plus e non un minus ma, in realtà se volete conoscere aspetti della vita di Kravitz che rappresentano sia la sua formazione socio-caratteriale sia quella musicale, forse questo libro vi soddisferà perché David Ritz, nella sua vita, ha scritto romanzi, biografie, articoli per riviste e oltre cento note di copertina per artisti come Aretha Franklin, Ray Charles e Nat King Cole. Ritz è inoltre coautore di 36 autobiografie, comprese quelle di molte celebrità.

Lenny Kravitz: “Let love rule”, il libro 2
Lenny Kravitz: “Let love rule” – book cover

Si tratta del racconto della sua passione principale, la musica, che ha sempre coltivato grazie a quel mix di amore, rispetto, e fascino che il mondo femminile ha sempre esercitato su di lui, anche grazie alle due figure più importanti della sua vita, la madre, l’attrice Roxie Roker e la nonna Bessie cui si è aggiunta Lisa Bonet, diventata sua moglie e madre della sua unica figlia Zoë.

Venticinque anni di vita, il suo primo quarto di secolo, sono quindi il fulcro del racconto che comprende una enorme quantità di ricordi legati alla sua infanzia, alla sua adolescenza e alla vita di quel giovane uomo, non ancora famoso, che, per sua stessa ammissione, non ricorda un solo giorno senza che la musica lo abbia guidato.

Lenny Kravitz: “Let love rule”, il libro 3
Lenny Kravitz Let love rule – album

Quanto ci è proposto, senza dubbio, è lo sguardo affettuoso, e a tratti divertente, che Leonard rivolge a quegli anni formativi che descrive con sincerità, per quanto ne possiamo sapere, e con piglio funzionalmente onesto, raccontando anche la complessa relazione con i suoi genitori e il loro divorzio.

Non tace di raccontare il suo rapporto con i produttori discografici, quelli che inizialmente non sapevano cosa farsene di uno come lui, e con gli artisti che hanno ispirato il suo caratteristico ibrido musicale di soul e rock classico.

Dobbiamo Ricordare che Kravitz è riuscito a vendere, negli anni, più di 40 milioni di dischi vincendo anche quattro Grammy consecutivi.

Lenny Kravitz: “Let love rule”, il libro
David Ritz

Questo fa di lui una rockstar? Sicuramente ne fa un artista che ha ottenuto un ottimo consenso e che, nel tempo, ha sempre cercato di esprimere la sua coerenza musicale attraverso il suo carisma, le sue ottime doti interpretative e per il timbro di voce inconfondibile.

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