La musica classica al passo con i tempi moderni.

Amadeus spegne trenta candeline

Un autorevole mensile con trenta anni di vita che ha avuto molteplici momenti di crescita e di adeguamenti ai tempi che via via imponevano nuove strategie di selezione sia dei repertori proposti, sia dei contenuti redazionali.
Da un periodo iniziale in cui il cd era da poco sul mercato, fino al momento che ha visto nascere un’agguerrita concorrenza che aveva, Amadeus ha individuato un mercato e un canale di vendita favorevole.
L’edicola si è rivelata per molti, compresi i quotidiani, un facile veicolo di diffusione, non solo di musica, ma di qualsiasi genere di prodotto legato al mondo della cultura. Ne abbiamo parlato con il direttore del mensile, Gaetano Santangelo.

Un mensile instancabile: quale la decisione redazionale di uscire ad agosto e con quali tematiche fate fronte a un mese così delicato?
Una redazione come quella di Amadeus, aveva (e ha) un costo anche nei mesi meno favorevoli e solo con la presenza in edicola è possibile far quadrare i conti.
Il collezionista rimane tale anche quando è in vacanza e, in ogni caso, è disposto a qualsiasi sacrificio per non perdere l’oggetto della sua passione. Per il musicofilo, agosto è un mese come un altro.

A quali lettori si rivolge Amadeus?
Il lettore di Amadeus non è solo un appassionato e un melomane, ma deve possedere quel tanto di curiosità per la musica e per la sua storia da non ritenere soddisfacente la sua collezione di cd perché gli manca proprio l’ultimo pubblicato da Amadeus.
Ecco perché da molti anni a questa parte i cd di Amadeus sono tutti inediti e realizzati in esclusiva per la rivista.

Amadeus spegne trenta candeline 1

Su quali basi strutturate il piano redazionale di un anno?
Un mensile di  cultura musicale deve compensare e far convivere storia e attualità. Siamo quindi attenti alle ricorrenze importanti e a quanto si produce musicalmente a livello nazionale e internazionale.
I nostri collaboratori sono in genere attenti osservatori di quanto avviene nei teatri e nelle sale da concerto e sono prodighi di suggerimenti.
Salvo quindi per gli inevitabili appuntamenti dati dalle ricorrenze, il mensile nasce mese per mese e non ha un piano redazionale, almeno per quello che riguarda i servizi. Altro discorso se parliamo delle rubriche, che costituiscono lo scheletro del giornale e ne caratterizzano, mese dopo mese, i contenuti.
Ma di questo potrebbe essere più precisa Paola Molfino, capo redattore di Amadeus

12 cd allegati per 12 numeri: come scegliete le produzioni? Tutta musica classica?
Per poter far quadrare il bilancio mensile della nostra produzione discografica dobbiamo porci dei limiti che solo salvo rare eccezioni possiamo eludere:
evitare repertorio soggetto a diritti d’autore (ed è un limite grave per le nostre scelte);
evitare che si ripeta lo stesso periodo storico, strumentale, ecc.

In sintesi…

…variare il più possibile il repertorio. Se prendiamo in considerazione la sequenza del 2018 abbiamo: Brahms (orchestra e solisti), Mozart (Ciccolini), Tartini (Orchestra e solista), Bruckner (Orchestra) ecc.
Poi abbiamo alcuni cd cameristici e musica barocca. Tutto ciò può sembrare casuale, ma è frutto di attente ricerche che effettuo con l’aiuto del responsabile artistico Andrea Milanesi.

Che futuro hanno i cd nel repertorio classico? Non sentono la crisi?
Quando ci preoccupiamo del futuro della musica significa che abbiamo perso di vista il vero motivo della crisi, che riguarda il sistema di riproduzione, il supporto: sarà ancora il cd o tutto confluirà nella rete e sarà quindi disponibile con nuovi e forse inediti sistemi di riproduzione?

Di cosa si occupa la monografia “Speciale Amadeus”?
Gli speciali Amadeus, che sono stati in passato un autentico supplemento del mensile e con i quali abbiamo prodotto incisioni indimenticabili e di grande successo come
L’estro armonico di Vivaldi,
la Petite Messe di Rossini,
la Selva Morale e Spirituale di Monteverdi fino all’integrale della musica per pianoforte di Ravel e le Sonate e Partite per violino di Bach, sono stati sospesi per evidenti ragioni legate alla crisi che ha colpito l’editoria e, in generale, la musica riprodotta.

Come considerate le contaminazioni della musica classica?
Noi abbiamo un profondo rispetto pere i nostri lettori.
Preferiamo che il percorso che ci allontana dai generi non nasca da imposizioni, ma sia frutto di una maturazione. Ma quando l’occasione si presenta ed è qualitativamente inattaccabile allora un piccolo atto d’imperio ce lo permettiamo e invitiamo il lettore ad uscire dal suo guscio legato prevalentemente al genere cosiddetto classico e a fare nuove esperienze.
Ecco allora che lo invitiamo all’ascolto di Paolo Fresu che propone il Laudario di Cortona rivisitato in chiave jazz. La sorpresa è data dal fatto che è stato particolarmente gradito dai lettori, che hanno così dimostrato di essere stati sottovalutati.

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Avete delle sezioni per trattare la musica non propriamente definita “classica”?
Fin dal primo numero abbiamo dedicato una rubrica al jazz, curata da Fanco Fayrenz, e successivamente una alla musica che appartiene al mondo del pop, rock e alla canzone d’autore, curata da Riccardo Santangelo.

Quali i progetti di sviluppo futuro di Amadeus?
Il futuro, anche a causa dell’età, non mi appartiene. Il futuro è della musica di cui, come disse Duke Ellingtion, conosco due soli generi: quella bella e quella brutta.

La musica, secondo te, è in crisi?
Non credo si possa parlare di crisi della musica, che secondo me gode di ottima salute.

Amadeus: solo cartaceo o anche in web?
Amadeus è in rete con un sito particolarmente vivace e seguito da molti appassionati.

Amadeus Factory: un talent della musica classica? Di cosa si tratta?
Amadeus Factory è un talent che grazie alla fervida fantasia e determinazione del nostro collaboratore Biagio Scuderi ha trovato uno spiraglio libero e ha saputo rinnovare la tradizione del concorso nell’ambito classico prendendo a prestito modalità presenti nel mondo della musica pop e inserendoli abilmente nel contesto più tradizionalista della musica classica.

Il Babbo dei fan club e delle fanzine in Italia…

Sul  profilo Twitter di Giancarlo Passarella, trovate scritto: ”Il babbo dei fan club in Italia … Il biografo della saga dei Dire Straits… Il re del gancio… Lo speggio… L’assessore rock alle cantine d’Italia… “: sarebbe bello avere il tempo di analizzare la storia che sta dietro ad ognuna di queste qualifiche. Nel frattempo, collegatevi a Musicalnews per scoprire “Le notizie che gli altri non hanno”.

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Giancarlo Passarella si sta Enricoruggerizzando

Qual è il percorso che ha portato Musicalnews a diventare quello che è oggi?
Difficile riassumere in qualche battuta un percorso di ben 4 lustri; diciamo che anche oggi (come ai nostri inizi) manteniamo fede allo spirito che ci muove. Infatti Musicalnews.com è l’emanazione comunicativa di tutta la nostra casa madre ovvero l’associazione culturale (senza scopo di lucro) Ululati dall’Underground, fan club & fanzine meeting of Italy.

Nella nostra pagina redazionale compare infatti l’atto notorio che sancisce ogni nostra iniziativa, oltre ovviamente i recapiti dei nostri associati che scrivono su questa realtà comunicativa assai anomala. Infatti non abbiamo pubblicità…

Notizie in tempo reale o approfondimenti?
Entrambe le realtà! Cerchiamo di essere aggiornati sia con le news (ma queste le possono avere anche altre testate), sia con articoli che vanno a fondo su uno specifico aspetto musicale. Per questo le rubriche di maggior successo sono le interviste e le recensioni.

Attorno a Musicalnews, quali azioni si muovono?
Di solito l’indotto diventa evidente con le media partnership, quando il nostro logo compare su iniziative che riteniamo interessanti, come i festival, le tournée o anche gli incontri ed i workshop.

Quale spazio hanno gli emergenti su Musicalnews?
Con orgoglio ti dico, quasi il 50%: cerchiamo di trattare un artista famoso accanto ad uno che ci sembra meritorio anche se giovane, alternativo o sconosciuto.

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Giancarlo Passarella e Franco Simone a Firenze – 20 Giugno 2014

Sei il precursore dei fanclub e delle fanzine: come si è modificata la loro azione nel tempo?
Essendo espressione della comunicazione, anche loro hanno seguito/anticipato il modus operandi di ogni nuova generazione, ma purtroppo è andata svanita la scintilla iniziale e lo spirito underground.

Un esempio…

Nei bei tempi andati, chi voleva costituire un fan club lanciava l’appello e sperava che qualcuno rispondesse, costituendo così il nucleo iniziale di un fan club.
Poi ci si cominciava a muovere, si stampava una fanzine e si sperava che l’artista trattato ti considerasse e volesse incontrarti.

Ora il termine fan club, al 90% è una misera operazione commerciale che nasce dallo staff dell’artista e che concede ai fan veramente poco margine di manovra e di amore reciproco.
Essere dentro un fan club con questa tipologia ed avere solo la possibilità di entrare prima ad un concerto, mi sembra veramente poca cosa.

Un tempo i fanclub si riunivano in veri e propri raduni: oggi?
Purtroppo siamo sullo stesso terreno della risposta di prima! Sono pochi i raduni istintivi, fatti da fan e che non siano invece da classificarsi come operazioni commerciali.

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Copertina del libro di Giancarlo Passarella

Quali sono oggi, secondo te, i fanclub più attivi?
Trovo ancora interessante il lavoro di Bar Mario (dedicato a Ligabue), ma soprattutto i ragazzi de I Lupi di Ermal mantengono ancora vivo lo spirito primordiale del nostro movimento. Non è stata la Mescal (la casa discografica di Ermal Meta) ad organizzarli, ma sono nati spontaneamente.

Conosci realtà di fanclub attivi e operativi anche su realtà artistiche più piccole?
Qualcosa c’è, ma ahimè non a sufficienza per poter dire che il movimento sia ancora qualcosa di interessante sul fronte aggregazione o che possa interessare (come ai tempi andati) studiosi di sociologia.

Cosa vuol dire per te essere un punto di riferimento nel mondo della musica?
Beh, la cosa mi inorgoglisce, ma contemporaneamente mi responsabilizza! Io però continuo a vivere a Firenze, fuori dai “giri” importanti romani e milanesi e quindi un po’ sono penalizzato.

Ma allora esisti fisicamente? Il racconto…

Voglio raccontarti un episodio recente: parte il tour nuovo di Claudio Baglioni e alla tappa fiorentina (che rappresentava l’inizio di tutto) viene accreditata qualche decina di giornalisti, con tanto di cena pre concerto ed incontro con l’artista a fine show a notte inoltrata.

Un’esperienza interessante e nei due momenti ho notato che tutti gli altri giornalisti facevano gruppo, perché si vedevano costantemente, dal Festival di Sanremo ai vari showcase. Quando mi sono presentato, qualcuno mi ha salutato (perché eravamo in contatto telematicamente, ma non ci eravamo mai visti prima) mentre altri hanno fatto delle battute dal retrogusto agrodolce del tipo ”Ma allora esisti fisicamente? Non ti vediamo mai! …Ragazzi, venite qui: vi presento un’istituzione del nostro mondo!”

La tua partenza professionale è stata con la Radio: quali i tuoi ricordi?
Devo alla radio l’occasione che mi ha fatto vincere la timidezza, ma sono grato alla radiofonia perché da quella strada sono entrato (a gamba tesa) nello showbiz.
Il 20 Giugno del 1976 (a soli 17 anni) ho fatto il mio esordio all’allora Radio Sondrio, mentre in Rai ho esordito (grazie a Luca De Gennaro e Serena Dandini) il 14 Febbraio 1986, parlando su RadioUno ovviamente di fan club, fanzine e demotape.

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Eugenio Finardi con Giancarlo Passarella nel Marzo 2012

Sei anche autore di libri: quale il tuo capolavoro ad oggi?
Ho scritto 7 libri musicali, di cui uno sulle migliori 30 canzoni di Ligabue e gli altri sui miei amati Dire Straits e spero che tu sappia che era logico che lo facessi, dato che dall’Ottobre del 1983 dirigo Solid Rock, il fan club a loro diretto.
Negli ultimi 4 anni invece ho pubblicato due libri sul legame tra mondo medico e musica, tra i benefici che crea una canzone e la nostra vita sociale.
Tutto questo partendo da quell’intuizione del filosofo C.G.Jung che è la sincronicità, poi fatta proprio da Sting con l’ultimo disco dei Police.

Giancarlo Passarella alla guida di Musicalnews 5Pensi di aver scoperto qualche artista in particolare?
Nel mio secondo anno a RadioUno, mandavo in onda dei brani tratti dai demotapes che gli artisti mi mandavano: li citavo anche nei resoconti che davo alla Siae e quindi qualche soldo gli è pure arrivato.
Tra i tanti che il pubblico voleva risentire, c’erano i Goppions (con una 17enne Irene Grandi a cantare), i rodati ORAZERO (ed il Liga in primo piano) e gli E.S.P. ed i Crazy Mama, dove si muovevano quelli che adesso sono conosciuti come Bandabardò: mi piace poi ricordare che in quelle trasmissioni erano molto apprezzati Lino e i Mistoterital, con i quali poi ho collaborato nel loro demenziale esordio discografico, intitolato Bravi.. ma basta.

Oltre al biennio 1986/87, con RadioUno ho collaborato più recentemente: come presidente della giuria che operava nei vari tour in giro per l’Italia a sostegno del programma “Demo” (con Michael Pergolani e Renato Marengo), ho conosciuto,apprezzato e sostenuto un buon numero di giovani artisti che ora fortunatamente hanno un po’ di visibilità come Ermal Meta, Tenedle, Marydim, Simone Cristicchi, Katres, Nathalie, Puntinespansione. Due di loro hanno sfondato, ma anche gli altri meriterebbero…

Progetti futuri?
Il mio problema è riuscire a vivere di tutto quello che faccio. Infatti, ore ed ore al giorno sono dedicate ad Ululati dall’Underground (compreso Musicalnews.com) e quindi sono non profit.
Non ho mai avuto uno stipendio e quindi ogni giorno devo crearmi consulenze che mi diano la possibilità di contribuire al bilancio familiare… sennò le bollette le paga solo quella santa donna di mia moglie!

Su cosa sono basati i workshop con cui giri l’Italia?
Raccontano i vari aspetti del nostro mondo, così da far capire ai giovani come si muove la discografia, la radiofonia e la stampa in genere: riuscire ad intuire come lo showbiz lavora, può fortificare un cantante esordiente nel fare i giusti passi e non perdere tempo (e soldi) in strade e persone inutili.

Sei notoriamente critico verso realtà famose…
Apprezzo il fatto che tu abbia usato il termine “critico” e non quello di polemico, perché la critica porta dentro anche la disponibilità a collaborare per migliorare. Per questo sono orgogliosamente critico verso alcune fiere dove si millanta l’aiuto ai giovani musicisti; non apprezzo alcuni talent show e sono veramente arrabbiato nei confronti di certe programmazioni tv e radiofoniche…

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Edoardo Bennato e Giancarlo Passarella a Firenze il 25 Novembre 2015

Cos’è Il Re del Gancio?
Prodotto sempre da Ululati dall’Underground, è un format radio che conduco dall’Ottobre 2007 e che regalo alle piccole radio che me lo chiedono: 10 minuti quotidiani in un cui aggancio una rockstar ad un esordiente. La gente canticchia il primo brano (da Vasco Rossi ai Pink Floyd, dai Led Zeppelin ad Emma Marrone) e poi ascolta il brano dell’artista giovane che voglio segnalare: così agendo, il programma non va in onda in orari impossibili, ma in prime time. Attualmente le radio che lo mandano in onda sono un centinaio, di cui 5 all’estero.

U.d.U. Records: cos’è?
U.d.U. è l’acronimo di Ululati dall’Underground ed è l’etichetta discografica della nostra associazione: è ovviamente non profit e quindi noi facciamo promozione a quel disco, dando gli utili esclusivamente all’artista giovane coinvolto. Ovviamente la usiamo solo quando una bella produzione non trova sfogo in una vera etichetta e quindi decidiamo di pubblicare il disco come U.d.U. Records facendo così girare l’artista che altrimenti resterebbe sconosciuto.

Un’eroina musicale dei giorni nostri.

Aretha Franklin, la voce di un'epoca
NEW YORK – APRIL 1968: Soul singer Aretha Franklin recording in the studios of Atlantic Records in April, 1968 in New York City, New York. (Photo by David Gahr/Getty Images)

La vocazione è qualcosa che non si può spiegare: arriva e basta.  Può palesarsi presto oppure più in là nel tempo ma in ogni caso è parte di un destino non scritto, capace di condizionare la vita di una persona.

Non a caso, spesso e volentieri, chi si trova protagonista della cosiddetta “chiamata” non può far altro che lasciarsi trovare pronto e accettare il susseguirsi degli eventi.
Lo sapeva benissimo Clarence LaVaughn Walker, predicatore battista famoso a livello nazionale, che nel corso della sua vita riuscì a ritagliarsi un posto di tutto rispetto nell’America della seconda metà del ‘900 e che cavalcò con grande passione la sua vocazione religiosa.

Vocazione che tramandò alla figlia Aretha, partecipe – insieme alle sorelle – della vita religiosa del padre, cosa che le portò ad essere di sovente coriste durante le celebrazioni sacre e le funzioni clericali.
Ma se quella del padre fu una vocazione con un fine più sacro, quella che colpì la figlia Aretha Louise Franklin fu una vocazione artistica e, ancor più, musicale.

Aretha Franklin, la voce di un'epoca 1
NEW YORK, NY – NOVEMBER 07: Aretha Franklin performs onstage at the Elton John AIDS Foundation Commemorates Its 25th Year And Honors Founder Sir Elton John During New York Fall Gala at Cathedral of St. John the Divine on November 7, 2017 in New York City. (Photo by Dimitrios Kambouris/Getty Images)

Destinata a diventare una delle icone indiscusse della musica Soul, R&B e Gospel, Aretha Franklin ha da sempre nutrito una profonda passione per il canto, cosa che la condusse tra gli anni ’60 e gli anni ’80 a diventare la vera ed unica Queen of Soul (La Regina del Soul) di tutti i tempi.

Un talento che l’ha resa unica nel panorama mondiale tanto da farle vincere addirittura 21 Grammy Awards di cui 8 consecutivamente, tanto da definire per quel decennio il premio come “Aretha Award”.

Una personalità ed un carisma che fin dalla giovane età furono insite nella natura della cantante che, grazie all’aiuto del padre, iniziò ad incidere i suoi primi dischi all’età di 14 anni.

Se dobbiamo però analizzare la lunga linea cronologica della carriera di questa fenomenale artista ci sono alcuni momenti significativi capaci di definire al meglio quella che poi diventerà una delle icone musicali di maggior successo.

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Aretha Franklin poses on the red carpet before the 38th Annual Kennedy Center Honors December 6, 2015 in Washington, DC. AFP PHOTO/MOLLY RILEY (Photo by MOLLY RILEY / AFP) (Photo credit should read MOLLY RILEY/AFP/Getty Images)

Il 1967 è l’anno della prima vera svolta, ovvero il passaggio dalla Columbia Records alla Atlantic Recordscosa che segnò indelebilmente la sua carriera, grazie anche alla fiducia datagli dai produttori Jerry Wexler e Arif Mardin che la vollero vedere incidere suonando anche il pianoforte.

Gli anni ’60 furono  un decennio musicalmente florido per la cantante natia di Memphis, oltre alla celebre Respect, che è diventata la sua canzone simbolo, tra i singoli di successo. Di quegli anni si ricordano Chain of Fools, (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, Think e Baby I Love You.

Gli anni ’70 furono un periodo non facile; la emergente disco music stava prendendo il sopravvento e anche se Aretha Franklin col suo timbro e la sua potenza vocale risultava grandiosa, il successo di critica e di pubblico scivolavano lentamente.

La rinascita però era alle porte e negli anni ’80 risalì in classifica grazie a numerose collaborazioni con artisti del calibro di George Michael (I Knew You Were Waiting (For Me)) o George Benson (Love All the Hurt Away) e ancora con Sisters Are Doing for Themselves in duetto con gli Eurythmics.

Quella che entrò maggiormente nella storia di questo periodo fu la sua partecipazione al film The Blues Brothers nei panni della moglie de Matt “guitar” Murphy e l’esecuzione del suo successo Think.

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ITALY – AUGUST 01: Photo of Aretha Franklin 4; live in Palermo (Photo by Jan Persson/Redferns)

Ma dove possiamo ritrovare la potenza di questa donna? Perché oggi possiamo felicemente definirla icona?

Partendo dalla situazione socio-politica degli anni ’60 e la costante lotta all’apartheid, Aretha Franklin diventa simbolo di questa lotta, anche grazie al rifacimento della canzone di Otis Redding Respect, a cui viene allargato il significato alle minoranze afro-americane e a tutti gli statunitensi.

Una donna “eroina” musicale capace di stravolgere il concetto di canto con la sua voce potente e la sua impareggiabile estensione vocale, cosa che la portò ad avere la possibilità di modularla raggiungendo sia note basse che acuti inarrivabili.
Aretha Franklin era una accanita fumatrice e questo provocò un’alterazione delle sue tonalità vocali negli anni ’80 che da una parte le permisero di avere un tono più grave e dall’altro le impedirono di raggiungere quella tanto amata estensione vocale che era il suo marchio di fabbrica negli anni ’60.

Quello che ancora oggi stupisce è quanto la fama di questa artista sia ancora oggi incommensurabile e quanto celebri cantanti e artisti l’abbiano presa a modello, come esempio di vita e di musica; basti pensare a Anastacia, Alicia Keys, Beyoncé, Mary J. Blige, Usher, Giorgia ed Elisa che hanno tratto ispirazione dalla Regina del Soul.

Un’icona che mancherà tanto al mondo della Musica ma che, come se il suo destino fosse stato scritto, certamente verrà ricordata e onorata sempre per l’apporto che ha saputo dare al mondo intero.
Una Donna con la D maiuscola che è stata in grado di catalizzare su di sé il sentire di quegli anni ’60 trasformandoli in arte e, grazie alla sua voce è entrata con pieno diritto a far parte della vita musicale dell’intera popolazione mondiale.

a cura di Victor Ventureelli

Passaggi in radio: orientamento per gli addetti ai lavori.

Ti sei mai chiesto come vengono ripartiti i diritti sui passaggi in radio del tuo brano?
Nella pratica, dare una risposta a questa domanda non è semplicissimo: esistono dei criteri ben precisi in base ai quali possiamo fare due calcoli.

Quanto guadagna l'artista?

Prima di tutto va fatta una distinzione tra emittenti nazionali (RTL 102.5, Radio Deejay, Radio 105) e l’infinito mondo delle emittenti locali.

Le emittenti nazionali…

Forniscono alla Siae dei report analitici in base ai quali è possibile controllare quali pezzi siano stati messi in onda e in base alla fascia oraria, alla durata del passaggio e a come il brano sia stato effettivamente utilizzato dall’emittente.
Vengono applicati dei coefficienti.

Operativamente, la Siae, per tutte le emittenti nazionali, monitora le singole utilizzazioni di ogni Opera per determinarne la durata; il “coefficiente 1” è costituito dal valore attribuito alla fascia oraria di trasmissione dell’opera mentre il “coefficiente 2” rappresenta il valore attribuito alla funzione più o meno protagonista della musica.

Il prodotto di questi due fattori corrisponde al valore della singola utilizzazione che, sommato a quello delle altre utilizzazioni della stessa opera, ne determina il valore complessivo per l’emittente.

In sintesi è un calcolo sia sul singolo utilizzo sia sui complessivi messi in onda.

Tale valore viene rapportato agli incassi complessivi dell’emittente, ottenendo il cosiddetto “punto radiofonia” che, moltiplicato per il valore della singola utilizzazione darà finalmente il “maturato”,  cioè il quantum dei diritti d’autore da corrispondere agli aventi diritto, al netto di una percentuale, detta “aggio“, pari a circa il 14% di quanto raccolto, che la Siae tratterrà per sé a copertura delle spese amministrative.

Come vedi, il discorso è piuttosto tecnico!

Per le emittenti locali…

ll discorso è leggermente diverso, in quanto, nonostante sia stato di recente introdotto l’obbligo di monitoraggio anche per queste emittenti, non tutte si sono ancora adeguate. La procedura viene in gran parte – ancora – effettuata dalla Siae attraverso il sistema del fingerprinting audio, ovvero un sistema di rilevamento automatico delle musiche, trasmesse da un campione rappresentativo di emittenti locali italiane.

Se è vero che questo sistema è oggettivamente incapace di fornire una rappresentazione fedele di ciò che viene effettivamente trasmesso in Italia, sappi che viene largamente utilizzato in gran parte del mondo.

Sono certo che tale sistema venga utilizzato anche per le web radio, di cui parlerò prossimamente in un approfondimento dedicato.

Ti chiarisco che se speri di battere cassa grazie ai passaggi radiofonici, hai sbagliato mestiere perché concretamente, il guadagno netto per un Artista sul singolo passaggio è davvero minimo.

Quello che potrebbe aiutarti è la frequenza con la quale il tuo brano viene trasmesso. Questo perché per la Siae, il brano di un emergente vale esattamente quanto il brano del più grande cantante italiano.

La differenza sui profitti sta, appunto, esclusivamente nel numero di passaggi.

Se vuoi saperne di più, puoi controllare i dettagli sulle modalità, i criteri e le tempistiche di ripartizione degli incassi, in un documento chiamato Ordinanza di Ripartizione, che trovi sul sito www.siae.it e che ogni anno viene deliberato.

 

A cura di Giuseppe Della Mura

Più Stones che Elvis, più Zeppelin che Beatles.

Andrea Spinelli scrive di musica e, all’occorrenza, anche del resto. Attualmente collabora con il Quotidiano Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino), con Il Mattino, anche se nel suo curriculum ci sono almeno venticinque altre testate tra quotidiani e periodici. Oltre a scrivere di spettacolo ha realizzato numerosi reportage di carattere storico-culturale in diversi angoli del pianeta.

Andrea Spinelli: il Rock è la mia passione
Andrea Spinelli a Quito per un reportage

Quando hai scoperto che il giornalismo sarebbe diventato il tuo lavoro?
Quando ho capito che avrei potuto vivere raccontando le cose. Nel frattempo, però, i tempi sono cambiati e oggi, mantenersi con il lavoro giornalistico indipendente come il mio è diventato più difficile di un tempo.

Come nasce la tua passione per la musica?
Al liceo, con i compagni. Poi nelle prime radio libere degli anni Settanta. Ma in casa mia, di (buoni) dischi ce ne sono sempre stati.

Quali sono i criteri che usi per scegliere un servizio?
Di solito sono i servizi a farsi scegliere. Spesso per una serie di dettagli da cui arriva poi l’idea su cui costruire il pezzo.

Hai un genere musicale prediletto?
Il mio primo articolo parlava di Umbria Jazz e il jazz è rimasta una componente importante della mia formazione. Ma la passione è sempre stata il rock. Più Stones che Elvis, più Zeppelin che Beatles.

Cosa non manca mai nelle tue interviste?
La voglia di raccontare le cose senza farmi condizionare più di tanto dagli interlocutori o dalle situazioni.

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Andrea Spinelli con Jovanotti e la collega Marinella Venegoni di ritorno da Amman nel 2008

C’è un’intervista in particolare di cui conservi un ricordo indelebile?
Facendo questo mestiere da 35 anni, molte. McCartney che ti chiama a casa e ti dice “Hi, it’s Paul”, o gl’incontri con Keith Richards, David Bowie, Bruce Springsteen, George Harrison, Fabrizio De André, Lucio Dalla. All’inizio il mio grande sogno era quello d’intervistare tutti e quattro i Pink Floyd. Quando ci sono riuscito, mi sono detto: e adesso che faccio?

Sei per l’intervista preparata e studiata o sei solito andare a braccio?
Studiata e (quando possibile) preparata come si deve. Puoi andare a braccio in un’intervista televisiva, dove basta avere una qualche cognizione, tanto c’è il supporto delle immagini, ma non in una per la carta stampata.

Qual è il luogo o la situazione più congeniale per fare un’intervista?
Ritrovarsi faccia a faccia con l’intervistato in una situazione di relax senza stringenti vincoli di tempo. E avere la fortuna di trovarlo in buona giornata col desiderio di mettersi in gioco  per davvero. Facendo numerose interviste la settimana, pure da parte mia è importante essere nello stato giusto.

Come definisci il tuo stile di scrittura, quello che ti rende riconoscibile?
Cerco, per quanto possibile, di mettere nel pezzo delle notizie, di dare dei dati e delle informazioni in modo non troppo convenzionale, magari indugiando sui legami che un dato progetto ha con altre forme artistiche o culturali. Perché nello spettacolo tutto è uno.

Andrea Spinelli: il Rock è la mia passione 2
Andrea Spinelli con Bono e The Edge, un anno fa

Web e carta stampata: com’è cambiato oggi il giornalismo? Quale prediligi?
A mio modo di vedere il compito del web e delle radio dovrebbe essere quello di lanciare le notizie, mentre la carta stampata dovrebbe spiegarle. Siamo, infatti, bombardati da news (a volte fake) ma poco abituati ad approfondirle, ad ordinarle e a trovare il filo che unisce une alle altre.

Quali ritieni siano le testate musicali di maggiore riferimento?
Apprezzo Amadeus, ma anche Rolling Stone, per i legami con l’edizione americana. Sul web Jam ha contenuti spesso interessanti.

Cosa ti aspetti dagli uffici stampa che ti contattano quotidianamente?
Professionismo. Di dilettanti in giro ne sono già abbastanza. Non ci si improvvisa giornalisti e tanto meno uffici stampa.

Siamo prossimi al festival di Sanremo, seconda edizione di Baglioni: come lo immagini?
Più del direttore artistico, in Riviera conta il livello delle canzoni presentate. Baglioni ha dimostrato di saper scegliere, ma la partita è nelle mani dei compositori. Sono loro, infatti, che portano al Festival una o più canzoni capaci di farsi ricordare. Quindi, da questo punto di vista, non resta che augurarsi una buona annata.

Che consiglio dai ai giovani che oggi vogliono approcciare al giornalismo?
Pensateci bene. La passione è una componente importante per iniziare a fare questo mestiere, ma poi  serve pure il resto. Bisogna tenere sempre vive la curiosità, l’attitudine ad unire i puntini, l’obbligo morale a verificare le cose senza timore di diventare una voce critica. Tutti scrivono, infatti, ma il blogger è altra cosa rispetto al giornalista, che ha delle regole da rispettare e degli obblighi verso chi lo legge.

Andrea Spinelli è social?
Piuttosto asocial, direi. La mia presenza su FB o Instagram è decisamente irrilevante. Su Twitter ho 1.100 follower e vorrei tanto capire il perché, tenuto conto che in vita mia ho fatto solo 5 tweet (tre dei quali a Tom Petty per aggiornare un’intervista). Vallo a capire.

Eugenio Arcidiacono e le sue passioni, diventate lavoro.

Scrivere di Musica su Famiglia Cristiana
Eugenio Arcidiacono

Nato orgogliosamente a Torino nel 1975, Eugenio Arcidiacono ha iniziato a fare il giornalista per il settimanale Piemonte Sportivo e per il settimanale di cronaca La nuova periferia. Dopo la laurea in scienze della Comunicazione, ha frequentato il Master in giornalismo dell’Ifg di Milano e ha collaborato con Tv Sorrisi e Canzoni, prima di approdare a Famiglia Cristiana, con cui ha realizzato due inchieste che gli hanno permesso di vincere il premio “Vergani” Cronista dell’anno nel 2008 e nel 2017. Si ritiene molto fortunato perché è riuscito a trasformare le sue due più grandi passioni, il cinema e la musica, nel suo lavoro. Oggi suona il pianoforte in un gruppo jazz e la chitarra per far addormentare ogni sera il suo bambino.

Come nasce la tua passione per la musica?
Da bambino mio zio mi faceva sentire fino allo sfinimento le canzoni di Lucio Battisti. Da lì è nata una passione per lui che dura tuttora. Ma soprattutto mio papà decise di iscrivermi a una scuola di pianoforte. L’idea era di fare di me un pianista classico. Invece a 16 anni mi sono ritrovato in una band heavy metal. Da allora ho sempre continuato a suonare in gruppi frequentando tutti i generi. Attualmente suono in un quartetto jazz e mi diverto tantissimo. Per quanto riguarda la musica, nel mio lavoro, è un elemento importante, ma per fortuna non l’unico. A Famiglia Cristiana, infatti mi occupo di spettacoli in generale, spaziando dalla musica, al cinema, alla Tv. Anche se la mia specializzazione, in realtà, è il giornalismo d’inchiesta. Sono fortunato, ripeto, perché lavoro in un giornale che mi consente di coltivare tutte queste mie passioni.

Quale musica ascolti?
Per me non esistono generi musicali, ma solo musica bella o brutta. Se però devo fare alcuni nomi di artisti che mi porterei sull’isola deserta dico Lucio Battisti e Fabrizio De André tra gli italiani, i Beatles, i Led Zeppelin, i Pink Floyd e i Radiohead tra gli stranieri, Miles Davis e Bill Evans per il jazz, Bach e Beethoven per la classica.

Come scegli le ”storie di musica” da raccontare?
La scelta è legata al giornale per cui lavoro. Non siamo una rivista specializzata, ma un familiare e quindi ci interessano gli artisti che abbiano una storia particolare da raccontare sotto questo profilo o perché nelle loro canzoni affrontano tematiche a noi care come il rispetto dei diritti umani. Oppure siamo interessati a esplorare fenomeni che ai nostri lettori più anziani possono risultare poco comprensibili, come il successo del rap.

Scrivere di Musica su Famiglia Cristiana 1
Eugenio Arcidiacono

Qual è la situazione ideale per fare un’intervista?
Senza alcun dubbio dal vivo, meglio ancora in un luogo a cui l’artista è legato come potrebbe essere casa sua. Ciò perché essendo appunto interessato solo marginalmente all’aspetto puramente artistico, cerco il più possibile di fare emergere il lato umano. Ricordo per esempio con grande affetto un intero pomeriggio trascorso con Antonello Venditti a Roma con lui che mi faceva da “cicerone” sui luoghi a lui cari, alcuni dei quali gli hanno ispirato delle canzoni, e poi a casa sua, ricca di foto, di premi e un’enorme televisore in cui guarda le partite della Roma con il suo grande amico Carlo Verdone.

Sei solito preparare l’intervista o vai a braccio?
La preparazione dell’intervista è la parte che in assoluto richiede più tempo nel mio lavoro, ma credo che poi sia quella che faccia la differenza. Ovviamente poi non seguo mai la scaletta delle domande, ma improvviso a seconda di quello che l’intervistato mi dice; ma cercare di saperne il più possibile su di lui credo sia doveroso per chi fa il giornalista, non solo musicale.

C’è un elemento che non manca mai nelle tue interviste?
Come dicevo prima, cerco di fare emergere il lato umano dell’artista: i suoi ricordi d’infanzia, i suoi sogni, le sue paure, senza tuttavia mai scadere nel puro gossip. Se poi non stona nel contesto della conversazione, gli faccio anche qualche domanda sul suo rapporto con la fede, dal momento che lavoro per Famiglia Cristiana. Ma non è assolutamente obbligatorio.

Scrivere di Musica su Famiglia Cristiana 2Ti è mai capitato di fare una domanda che non avresti dovuto fare? Come hai rimediato?
Tante volte. Per quanto uno cerchi di prepararsi, la gaffe è sempre in agguato. Ricordo per esempio di aver chiesto a una cantante il rapporto con suo padre e lei mi ha detto che era morto da poco… In questi casi, chiedo scusa e vado avanti.

Qual è l’intervista che ti ha regalato più emozioni?
In campo musicale, quella a Franco Battiato prima di un suo concerto: in questi casi, gli artisti, di solito hanno poca voglia di parlare, tanto più me l’aspettavo da lui che aveva la fama di burbero. Invece ho trovato un uomo spiritosissimo e disponibilissimo, soprattutto quando ha capito che conoscevo le sue canzoni e la sua vita. Ecco perché è necessario prepararsi bene a un’intervista: è la chiave per aprire un po’ il “cuore” di chi ti sta davanti ed evitare le risposte preconfezionate che purtroppo si leggono molto spesso. Ma l’intervista che forse mi ha regalato più emozioni è stata quella con Massimiliano Pani negli studi di Lugano dove registra sua madre Mina. Eravamo solo io e lui e ogni cosa, gli strumenti, le foto, persino le sedie, parlavano di lei, tanto che avevo l’impressione che uscisse fuori da un momento all’altro.

C’è un artista che vorresti intervistare?
Paul McCartney, Roger Waters e, visto che sognare non costa nulla, Mina e Celentano.

Qual è il tuo rapporto con gli uffici stampa degli artisti?
In genere buono: loro fanno il loro lavoro e io il mio e se c’è collaborazione alla fine sono tutti soddisfatti. Gli unici che non mi piacciono sono quelli che non sanno minimamente con chi stanno parlando: come fai a proporre il disco di un cantante noto per i suoi attacchi alla Chiesa a un giornale come Famiglia Cristiana? Potrebbe anche essere interessante, perché noi siamo aperti a tutto, ma mi devi far capire che sai per chi lavoro. Oppure al contrario mi è capitato di essere chiamato varie volte “don Eugenio”, dimostrando la non conoscenza del fatto che a Famiglia Cristiana, direttore a parte, i giornalisti sono tutti laici.

Quali sono secondo te le migliori testate musicali sul mercato?
Devo confessare che non leggo giornali specializzati: dovendomi occupare un po’ di tutto e dovendo scrivere per un giornale generalista cerco di leggere il più possibile i quotidiani, dal Manifesto a Libero. Se però devo fare un nome, dico il sito Ondarock: le recensioni di solito sono fatte molto bene.

 

 

L’artista, le sue emozioni, il suo modo di essere, la sua quotidianità e le sue passioni.

Newsic: la testata web della musica mainstream
Newsic.it

Marco De Crescenzo è il direttore di Newsic. Un giornalista che prima di tutto ha una grandissima passione per la musica. Il suo cuore musicale è per metà Black: gli piace la black music con tutte le sue contaminazioni soul, urban, dance, hip hop. L’altra metà è all’opposto: è dark e new wave. Combina la passione per gli Earth Wind And Fire con quella dei Joy Division. Dipende da come si sveglia la mattina e dal suo umore. Oltre alla musica è un grande appassionato di arte. Dirige da otto anni il trimestrale Hestetika che definisce una bella sfida!

Perché Newsic?
Newsic è un progetto editoriale che nasce 20 anni fa, nel maggio del 1998. Il suo nome è una fusione di News e Music, proprio l’essenza del portale. News e musica che cerchiamo di raccontare sette giorni su sette. Quando nel 1998 siamo nati, internet era ai suoi albori e la musica sul web era ancora un campo poco esplorato. Oggi lo scenario è completamente cambiato ma la nostra essenza no: quella di informare e raccontare la musica, tutta la musica!

Che tipi di musica esplora?
Non abbiamo un genere in particolare: siamo mainstream. Possiamo parlare del disco pop italiano così come dei nuovi fenomeni che arrivano da oltreoceano, come di mostri sacri o di emergenti talentuosi al loro primo disco. L’importante è che sia buona musica!

Newsic: la testata web della musica mainstream
Marco De Crescenzo, Direttore di Newsic.it

Qual è il taglio che viene dato nelle interviste?
Noi raccontiamo l’artista, le sue emozioni, il suo modo di essere, la sua quotidianità, le sue passioni. Non vogliamo avere un taglio bibliografico: per questo c’è già Wikipedia.

Newsic, per cosa si caratterizza nel panorama delle testate musicali?
Penso che siamo un prodotto editoriale in grado di raccontare tutta la musica. Non abbiamo preconcetti stilistici e ci piace cercare sempre nell’underground i nuovi filoni musicali e i nuovi talenti.

Chi è il “lettore tipo” di Newsic?
Il lettore tipo di Newsic è l’appassionato di musica di qualsiasi età.

Quali sono i traguardi che hanno portato Newsic al successo?
Il successo è sempre relativo. Noi speriamo di dare un servizio ai nostri lettori e soprattutto speriamo di essere una risorsa qualificata nelle scelte musicali. Ci piacerebbe essere un po’ come i vecchi negozi di dischi, dove il negoziante era l’esperto e consigliava i dischi in base ai gusti e alle mode.

Quali i progetti futuri di sviluppo?
Sempre maggiore interattività con i lettori, maggiori contenuti video e una presenza sempre più costante sui social.

Newsic: la testata web della musica mainstream
Newsic.it – 20 anni di Musica mainstream

Che rapporto hai con i direttori delle testate musicali concorrenti?
Per me non esiste competizione. Ognuno di noi fa del suo meglio seguendo una propria idea editoriale. Sin dall’inizio della nostra storia abbiamo sempre collaborato sia con altri portali sia con riviste cartacee e network radiofonici. Un mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di realizzare una sorta di network tra portali di piccola e media dimensione per realizzare sinergie operative soprattutto nella gestione della raccolta pubblicitaria e nell’organizzazione di eventi e iniziative speciali.

Quali ritieni siano, ad oggi, le testate musicali di maggiore riferimento?
Sarei di parte nella risposta. Io sono anche direttore di Rumore, una rivista storica nel mondo della musica. Oltre Rumore leggo e seguo i magazine e siti internet inglesi e americani.

Che caratteristiche hanno i redattori di Newsic?
Ai miei redattori dico sempre che cerco le idee. Mi piace valorizzare sempre la creatività. Interviste e recensioni. Se c’è un artista sul quale scommettere io sono il primo che rischia.

Come scegliete le notizie e gli argomenti da sviluppare?
Seguiamo sempre l’attualità. Le nuove uscite sono il nostro punto di riferimento, anche se spesso pubblichiamo retrospettive e focus su artisti e uscite del passato.
Abbiamo proprio una sezione che si chiama “Disco-Story” dove ogni settimana peschiamo negli infiniti archivi di Newsic e riproponiamo le recensioni di dischi pubblicate in questi vent’anni: le rivediamo e le riascoltiamo ai giorni nostri.

 

Un gatto controcorrente, indipendente… come la musica

Un gatto verde con la coda a “Chiave di Fa” è il logo del Blog della musica, magazine diretto da Silvia Spadon. La linea editoriale si sta dedicando principalmente agli artisti emergenti, di qualsiasi genere musicale, senza tralasciare qualche nome importante, se capita l’occasione di una bella intervista.

Blog della Musica: musica a tuttotondo

Chi è Silvia Spadon?
Eh, cominciamo subito con una domanda difficile. Ho studiato musica al Conservatorio di Rovigo, ho suonato per diversi anni in formazioni cameristiche e orchestrali, poi ho abbandonato e mi sono dedicata al lavoro nella redazione di un giornale. Ma si sa che la musica è brutta bestia e ha deciso che fosse giunto il momento per me di tornare nel suo mondo e così ho unito la passione per la musica a quella per il giornalismo e sono rientrata in punta di piedi nel mondo musicale dopo anni di assenza.

Come hai scelto le sezioni del tuo blog?
A dire il vero all’inizio non avevo idea di come strutturarlo. Volevo iniziare con sole tre sezioni Musica Classica, Leggera e Christian music. Poi mi sono resa conto che era necessario dare una forma un po’ più strutturata e quindi molto semplicemente ho creato le sezioni dischi, artisti, video, libri e Blog che ospita interviste e articoli tematici. Per ora non pubblico eventi, concerti e festival per una mancanza di tempo e risorse nel poter gestire questo tipo di news.

Quando nasce la tua passione per la musica?
E’ nata alle scuole elementari per merito della mia Maestra Paola che ogni sabato a scuola ci faceva ascoltare delle composizioni di musica classica, principalmente le sinfonie di Beethoven; ho anche scritto un articolo su Blog della Musica dove racconto questo episodio. Da lì sono passata al conservatorio dove mi sono diplomata in oboe ascoltando tanta musica classica e tanto Elvis Presley.

…E l’idea di creare un Blog tutto tuo?
L’idea del Blog della Musica è nata nel giugno 2014 quando ho organizzato la Festa della Musica nel mio paese, con cantanti e band della provincia di Rovigo. Parlando con loro ho notato che per quanto bravi potessero essere, era molto difficile avvicinarsi ai media di settore, radio, magazine on line; non parliamo delle tv… e così ho deciso di mettere a disposizione la mia esperienza di web content e di risvegliare quella voglia che avevo di rimettermi in qualche modo a fare musica. Il Blog della Musica ha iniziato le sue pubblicazioni a fine 2014.

Blog della Musica: musica a tuttotondo

Perché hai scelto un gatto verde come logo del tuo blog?
Il gatto è un animale che mi piace molto; ne ho sempre avuti in casa sin da piccola. E’ un animale che si fa rispettare, non si fa menare per il naso, non fa quello che gli dici di fare… Agisce di testa sua come e quando vuole lui. Insomma, è controcorrente, indipendente… come la musica. Il gatto che ho scelto come logo, se noti, porta anche un elemento musicale con sé: ha la coda arricciata come una Chiave di Fa. Per il colore… io vesto sempre di nero, ma il verde “Shrek” mi ispira!

Da chi è composta la tua redazione?
La redazione per ora sono solo io. Ogni tanto mi avvalgo della collaborazione di alcuni amici appassionati di musica che mi danno una mano con recensioni, interviste o articoli.

Quale genere di musica è forte nel tuo Blog?
Trattiamo tutti i generi musicali: rock, pop, punk, rap… e tutti gli altri che ci possono essere, ma non manca giorno in cui un articolo di musica classica non venga letto. Poi Blog della Musica è uno degli ancora pochi magazine che in Italia parla anche di Christian music (che non è musica da chiesa): un genere musicale che all’estero riscuote moltissimo successo, mentre qui è ancora sconosciuto.

C’è un genere musicale che vorresti implementare?
Forse la musica sperimentale; non la capisco e non mi sento ancora abbastanza preparata per trattarla.

Blog della Musica: musica a tuttotondo
Particolare del logo di Blog della Musica

Quali sono, secondo te, le migliori testate di riferimento per la musica?
Blog della Musica, of course! Scherzo ovviamente. Di sicuro quelle che godono di molta considerazione da parte degli artisti sono sicuramente Rockit e Rolling Stone. Personalmente seguo Onda Musicale e Loudd, ma ce ne sono molte di serie e fatte bene.

Come fotografi il panorama musicale italiano di oggi?
Lo fotografo come un panorama molto affollato. Nel senso che ci sono tantissime proposte da ascoltare e nella maggior parte dei casi, bravi, ma alla fine molto simili tra di loro. Il problema di tutto questo affollamento è che si rischia di farsi sfuggire quelle proposte musicali davvero meritevoli, perché magari ti arrivano artisti che sanno promuovere il loro prodotto musicale meglio di altri.

 

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Ritorno al passato o …al futuro?

Vinyl: una rivista di musica con il filtro del vinile

La forza del vinile sta nella riscoperta di un’esperienza di ascolto fisico, quasi rituale. Lo streaming digitale, oggi, ci ha abituati a una fruizione rapida e quasi continuativa della musica. Questo ha reso possibile l’accesso a un universo musicale enorme, ma non ha scalfito la necessità  di momenti fisici, in cui vivere l’esperienza della musica nella sua completezza: estrarre il disco dalla copertina, appoggiare il vinile sul piatto, fare scendere la puntina e partire la magia. Ne abbiamo parlato con Valentina Bramati, Direttore Marketing e Vendite di De Agostini Publishing Italia.

Ci parli del concept della rivista? Chi è il vostro lettore tipo?
Abbiamo voluto realizzare un magazine che parlasse a un pubblico ampio, formato tanto dagli appassionati della prima ora, quanto dai nuovi curiosi. Quello del vinile è un fenomeno vivo e in costante aggiornamento. Per questo motivo abbiamo deciso di evitare in tutti i modi un approccio nostalgico, bensì di far parlare i protagonisti che hanno vissuto il disco nero e continuano a viverlo quotidianamente.
I migliore album da ascoltare, le copertine, le interviste, gli approfondimenti sulle novità del mercato, le grandi storie…
De Agostini Vinyl è una rivista di musica con il filtro del vinile.

Qual è stato il percorso che vi ha portati ad aprire Vinyl?
Il lancio del mensile è una tappa fondamentale del percorso che De Agostini sta portando avanti da anni in questo segmento. Dal 2011 a oggi abbiamo pubblicato più di 300 album e venduto 1,5 milioni di copie solo in Italia; 2,5 milioni in tutto il mondo. La crescita e la trasformazione di questo mercato e del nostro pubblico ci hanno portato un anno fa a lanciare una social community formata da appassionati attivissimi. I tempi ci sono sembrati maturi per questo nuovo passo che dà un’ulteriore voce al nostro mondo e consolida il nostro ruolo come punto di riferimento in questo mercato.

Vinyl: una rivista di musica con il filtro del vinile

Che posto avrà il vinile nel futuro?
Sarebbe troppo ottimistico pensare che il vinile possa tornare ai fasti del suo periodo d’oro. Come dicevamo, i tempi permettono – e, forse, impongono – modalità di fruizione molto diverse per costi e accessibilità. Crediamo però che l’esigenza di ascolto esperienziale e qualitativamente più elevata sarà sempre viva tra gli appassionati e abbia il potenziale per espandersi ulteriormente.

L’Edicola è il nuovo negozio di dischi?
Crediamo molto nel nostro punto vendita, l’Edicola appunto, ma non credo che questo debba o possa sostituirsi ai negozi di dischi. Quello che possiamo fare è sostenere la diffusione e la disponibilità della musica di qualità, cercando di renderla il più possibile accessibile. Proprio questa accessibilità può essere la chiave per tenere vivo il consumo della musica “fisica”.
Anche per questo, sulle pagine della nostra rivista, daremo sempre spazio e visibilità ai Record Store che in Italia e nel mondo continuano a portare avanti questa filosofia.

Qual è il ruolo di De Agostini in questa operazione?
Anche in questa operazione De Agostini non tradisce la sua anima divulgativa, cercando di guidare il nostro pubblico alla scoperta – o alla riscoperta – della migliore musica e delle storie che compongono questo universo.

Vinyl: una rivista di musica con il filtro del vinile

E il criterio con cui scegliete i contenuti?
I contenuti sono un mix di attualità e di storie. Si parla tanto di musica fisica, di copertine, di impianti, ma cerchiamo di approfondire lo spirito e i segreti degli album e degli artisti di cui parliamo. In più, in ogni numero, avremo interviste esclusive a cui teniamo molto e che testimoniano la vitalità del supporto vinile e la sua trasversalità tra generazioni e generi musicali diversi.

Com’è strutturata la vostra redazione?
La spina dorsale rimane il team di De Agostini Vinyl che da anni segue le collezioni di musica in vinile, oltre ai contenuti della community social. A questi si aggiungono, di volta in volta, i collaboratori che riteniamo più adatti.

Magazine cartaceo o anche online?
Al momento siamo concentrati sull’edizione cartacea, a brevissimo sarà disponibile il sito della rivista che non sarà una semplice trasposizione digitale degli stessi contenuti ma, anzi, andrà, ad integrare quelli della rivista. A tutto questo si aggiunge ovviamente la nostra community, di cui siamo molto fieri.

Vinyl: una rivista di musica con il filtro del vinile

Che ruolo hanno le community nella vendita e diffusione dei vinili?
Le community sono un luogo perfetto per confrontarsi e informarsi, a maggior ragione per un pubblico, come quello dei vinilisti che è molto competente e curioso.

Quali gli obiettivi futuri per Vinyl?
Stiamo lavorando su nuove imperdibili collezioni per i prossimi mesi, alcune verranno svelate davvero tra pochissimo.

Oltre la redazione…

Billboard Italia: l'hub creativo della musica
Federico Durante, Direttore di Billboard Italia – Photo di Sebastiàn Pàez Delvasto

Billboard Italia è un hub creativo e produttivo a 360 gradi. Spesso, da parte degli addetti ai lavori, c’è la tendenza a considerare il solo lato redazionale “puro”: sito web e giornale cartaceo, in genere con un’implicita preferenza per quest’ultimo. Tuttavia si tratta solamente di due dei tanti “touchpoint” di quella che intende essere una piattaforma diversificata e totalmente multimediale: Billboard Italia è un progetto dall’estensione cartacea, digitale, social, radiofonica, catodica e così via. E’ già attiva la web radio, che al momento trasmette i brani in classifica e sarà sempre più implementata; il format video delle Billboard Cover Stories si basa su un lavoro autoriale e su uno standard di riprese televisivo; proprio riguardo alla televisione, sarà annunciato nei prossimi giorni un importante progetto che andrà in onda a fine ottobre; infine Billboard Italia è anche eventi: è in cantiere per il 25 novembre a Base il party ufficiale di chiusura della Milano Music Week. Abbiamo incontrato il direttore, Federico Durante e con lui abbiamo fatto un itinerario tra i futuri progetti di Billboard.

Qual è il target a cui vi rivolgete?

Il target ideale di qualsiasi testata musicale “generalista” è ovviamente costituito da quegli young adults – diciamo fra i 25 e i 35 anni – che, oltre ad essere sufficientemente aperti alle novità musicali che le classifiche portano con sé, sono di fatto anche i principali consumatori di musica (soprattutto dal vivo). Detto ciò, ci accorgiamo che fare scelte contenutistiche anche più adult-oriented è spesso apprezzato: allo stato attuale in Italia il marchio Billboard è conosciuto (e stimato) soprattutto dalle generazioni non più giovanissime. Questo è sicuramente un asset da tenere in considerazione.

Quale spazio date all’immagine nel contesto editoriale?

L’immagine fotografica è sempre più centrale nel lavoro editoriale, sia esso online o cartaceo. Oltretutto, da sempre musica e fotografia vanno a braccetto. La nostra rivista vuole offrire sempre di più un’esperienza anche di tipo estetico e visivo. Dal prossimo numero, per esempio, ci sarà una nuova sezione dal carattere esclusivamente fotografico con shooting realizzati da noi: si parte con una giovane artista pop internazionale che abbiamo avuto il piacere di ospitare in redazione.

Billboard Italia: l'hub creativo della musica
La Redazione di Billboard Italia

Quali generi di musica trattate?

Billboard è sinonimo di classifiche, di conseguenza trattiamo quei generi musicali che hanno più attinenza con le chart. Quello delle definizioni di genere è da sempre un terreno spinoso, ma volendo semplificare al massimo potremmo riassumere la questione in quattro macro-generi: pop (in cui includiamo tutta la sfera latin), rock/alternative (di cui non possiamo ignorare il mondo cosiddetto indie, per il peso che ha oggi in Italia), hip hop / R&B, elettronica. Sono esclusi il jazz e la musica classica, a meno che non abbiano punti di contatto con la pop music. Un Kamasi Washington o un Thundercat, per esempio, potrebbero benissimo avere spazio su Billboard Italia.

Qual è il rapporto tra Billboard Italia e Billboard USA?

Da un punto di vista legale, Billboard Italia è un marchio concesso in licenza dalla “casa madre” Billboard USA. Dal punto di vista contenutistico, abbiamo assoluta libertà produttiva e la quasi totalità degli articoli è realizzata dalla nostra redazione e dai nostri collaboratori, senza bisogno di approvazioni o vincoli particolari dall’America. Ovviamente il rapporto con Billboard USA diventa prezioso quando abbiamo la possibilità di riprendere sui nostri media contenuti esclusivi o di difficile realizzazione in Italia (penso per esempio a una lunga intervista ad Eminem con immagini originali pubblicata qualche mese fa).

Quali caratteristiche hanno le anime della redazione di Billboard?

Anche in virtù della multimedialità di cui parlavamo prima, Billboard Italia ha tante anime al suo interno: io sono responsabile di quella prettamente redazionale e contenutistica, ma vi sono anche gli ambiti digital, social, grafico, organizzativo, commerciale, autoriale, produttivo. Ognuno di questi esprime le proprie esigenze ed è tenendo conto di esse che, per esempio, si arriva all’individuazione degli artisti delle Cover Stories.

Come acquisite e selezionate il materiale redazionale? Avete dei criteri particolari?

Una modalità l’abbiamo menzionata prima: Billboard USA è sicuramente una fonte e un punto di riferimento importante. Chiaramente anche il mondo social è una fonte da monitorare perché sempre di più gli artisti comunicano direttamente tramite i loro account Facebook, Instagram, Twitter. Infine c’è la modalità “classica”, quella basata sulla collaborazione con uffici stampa e case discografiche. Per quanto riguarda la selezione del materiale, in un’ottica “mainstream” hanno maggiore peso gli artisti affermati ma guardiamo con curiosità tutte le novità anche emergenti.

Come sei arrivato al timone di Billboard?

Se svolgo questo ruolo devo ringraziare l’editore Andrea Minoia, con cui sono entrato in contatto l’estate scorsa quando il progetto Billboard era in una fase ancora embrionale. A lui è piaciuta l’idea di avere un direttore – oltre che possibilmente competente in fatto di musica – anche musicista a sua volta e under 30. Mi ha dato questa chance ed eccomi qua.

Billboard Italia: l'hub creativo della musica
Federico Durante – Direttore – Photo di Sebastiàn Pàez Delvasto

Che rapporto hai con la musica?

Direi un rapporto completo. Oltre ad essere un ascoltatore compulsivo, ho sempre maneggiato strumenti musicali – anche grazie a una famiglia decisamente “music-friendly”. Come quasi tutti, ho iniziato con lo studio della chitarra, per poi approfondire basso elettrico e batteria. Da autodidatta ho imparato le basi del contrabbasso e del violoncello. Comunque mi identifico prevalentemente (e orgogliosamente) come bassista, ruolo che ho avuto in tutte le band in cui ho suonato.

Che musica ascolti?

Da adolescente ascoltavo esclusivamente rock di matrice anglosassone. Il mio primo amore musicale sono stati i Red Hot Chili Peppers (per via del basso di Flea, ovviamente) e ho il profilo di Jimi Hendrix tatuato su una spalla, se questo può riassumere la cosa. Oggi, sia per lavoro che per curiosità personale, ascolto uno spettro di generi infinitamente più ampio. Oltre al pop di qualità, mi piace molto la techno e ritengo che in Italia l’hip hop e il mondo indie stiano esprimendo in questo periodo artisti di primo piano.

Da grande cosa vuoi fare?

Esattamente quello che faccio ora, in una Billboard ancora più grande e (si spera) influente.

Come vedi tra due anni il progetto Billboard Italia?

Vedo una realtà aziendale consolidata e una voce importante nel panorama musicale italiano. Vedo una totale integrazione fra le estensioni mediatiche di cui parlavamo prima, in una struttura. produttiva moderna che possa davvero essere vista da tutti gli artisti come la loro “casa” naturale.

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