“La bella musica” è il nuovo disco di Vegas Jones, che segue i successi di “Bellaria” e la versione repack “Bellaria: Gran Turismo”

"La bella musica" come la intende Vegas Jones

Nel nuovo disco tornano i temi che gli sono cari, il riscatto, la voglia di emergere, il rapporto con i fan. La musica come mezzo per crescere e sognare, quindi, che ti permette di viaggiare con la mente e che ti trasporta in luoghi vicini e lontani. “Sono un ragazzo di periferia che non aveva niente e oggi sono qua, cosa di cui ringrazio il cielo. Sono unico, mi riconosco nella mia unicità e la difendo”.

Traspare anche un certo orgoglio (giustificato) di Vegas Jones per questo album: “Dal nostro punto di vita (di noi che abbiamo lavorato al disco) – che è molto critico – “La bella musica” è qualcosa di fresco; abbiamo risolto molti problemi nel corso del lavoro e siamo soddisfatti del risultato. Il sogno e l’obiettivo è vendere tanto e avere un pubblico numeroso che mi segue nei live perché si riconosce in quello che canto”.

Vegas Jones torna con 13 brani e con un unico featuring – normalmente nel rap le collaborazioni sono numerose – con Fabri Fibra in “Presidenziale”. Il disco segna anche il passaggio in Sony, dopo Honiro: “In me non è cambiato niente, la mia musica è come un diario e racconta la mia vita. In “Bellaria” c’era solo un Vegas meno maturo, in questo lavoro devi crescere in fretta perché sei messo ogni giorno a confronto con te stesso. In questo disco mi sento cresciuto, questo capitolo della mia vita parla abbastanza chiaro”.

Su Fibra, “C’è solo lui perché questo album è molto personale. Quando è arrivata “Presidenziale” spontaneamente ho pensato a lui, quando sento questa canzone penso sia molto mia nonostante ci sia il suo featuring”.

C’è poi una riflessione su “DM” e sul messaggio di realizzazione personale che porta: “Io non rispondo mai sui social, sono concentrato sul mio percorso. Io so che sono la voce del mio quartiere perché ci vivo. Io sono sempre a Cinisello, cerco di fare la vita più normale possibile. Con questo disco mi sento molto vicino alla gente e voglio che la gente sappia che mi è di ispirazione, non ci sono veli tra me e i miei fan. Io voglio che le persone siano motivate ascoltandomi, che pensino che le cose sono fattibili se le ho fatte io. Ho sempre detto di inseguire i sogni”.

Chiudiamo con il senso del titolo: “Come tutto il disco il titolo non è stato molto ragionato. L’accostamento di parole suona bene. Non ho detto il bel rap perché il rap è musica. Il rap fatto bene è la base che un rapper dovrebbe avere: se io devo fare bella musica principalmente devo fare bene il rap, darlo per scontato. Poi il rap fa parte della musica. La bella musica si può fare; la cosa di certo è soggettiva, può non essere il tuo genere e può non piacerti: è sacrosanto”.

Infine, un pensiero importante: “Io sono musicista e voglio che la gente ascolti la mia musica prima che mi guardi in faccia e mi riconosca come personaggio”.

[Se ve lo state chiedendo, il tatuaggio che Vegas Jones mostra nella foto riproduce il cap di Cinisello Balsamo].

“Picnic all’inferno” è il nuovo brano di Piero Pelù, un’esplosione travolgente di energia. In pausa dai Litfiba, Pelù si è messo al lavoro su una canzone che riguarda la questione ambientale

Piero Pelù il "verde" ci porta a fare un "Picnic all'inferno"
Piero Pelù. Foto: © Riccardo Bagnoli

“Sono sempre stato attento a queste tematiche, raccolgo istintivamente cose lasciate in giro sui sentieri di montagna e sulle spiagge, mi piacerebbe lasciare un luogo in condizioni migliori di come l’ho trovato. Non sono un talebano né dell’ambientalismo né del veganesimo, però è necessario avere un buon rapporto con madre terra”.

Pelù fa anche un discorso di consapevolezza che a volte manca: “A Sumatra l’anno scorso con Raz Degan abbiamo girato un documentario. La presenza della plastica si sentiva anche lì, tra le tribù locali; abbiamo cercato di far capire che buttarla nel fiume danneggia anche loro, che non sono ancora consapevoli del problema dell’inquinamento”.

In questo brano, “Picnic all’inferno”, compare un estratto del discorso di Greta Thunberg fatto a Katowice nel 2018: “Di lei ammiro la determinazione. Questo suo discorso mi frullava in testa, grazie a lei si è aperta una porta importante. Il brano è nato prima dell’estate, sentivo un certo ritmo e una certa musicalità nelle sue parole. All’inizio l’estratto del suo discorso inserito nella canzone era molto più lungo, poi abbiamo estrapolato solo le frasi fondamentali”.

Sul Nobel a Greta Piero ci pensa un attimo: “Non so se glielo darei, se dipendesse da me. Non sono un accademico di Svezia… forse magari tra qualche anno. Lei non è uno scienziato ma avvalora i suoi discorsi dicendo di fare riferimento alla maggior parte degli scienziati; è anche vero che i cambiamenti climatici ci sono sempre stati sulla terra. Certo, la velocità con cui accadono negli ultimi 100 anni è una cosa che deve farci pensare. Il messaggio di rispetto per la terra però coinvolge tutti ed è positivo”.

Non solo “Picnic all’inferno”

Pelù non è nuovo alla realizzazione di brani verdi: “Mai fatti su commissione ma per necessità. Spero che abbiano portato a chi ascolta la musica mia e dei Litfiba ad avvicinarsi alla sensibilità e ai temi dell’ecologia. Mi sento sereno rispetto a eventuali accuse di opportunismo con questo nuovo brano proprio perché sono verde da sempre”.

A novembre, infine, arriveranno alcuni live con una serie di ospiti in quello che è il “Benvenuto al mondo tour” (prima data a Roma, il 13). “La scaletta è mozzafiato, lo show sarà particolare. Ho chiesto alle sale in cui suonerò di usare meno plastica possibile ma siamo un po’ indietro su questo. Però noi siamo come la goccia cinese, chiediamo. È il momento di farlo”.

Sono passati 4 anni dal loro ultimo album. I Modà sono tornati con “Testa o croce”, un disco che anticipa il tour in partenza il 2 dicembre

Modà, "Testa o croce" è nato nei bar
Modà. Foto: © Roberto Chierici & Doublevision

“Per scrivere bisogna vivere”, spiega Kekko Silvestre, che è l’autore dei testi delle canzoni del gruppo: da un pensiero tanto semplice e al tempo stesso ricco è nato il nuovo disco “Testa o croce”. Sono passati quattro anni dal lavoro precedente dei Modà. Da allora sono trascorsi anche due anni di vita in pigiama, per Kekko, che però a un certo punto ha sentito l’esigenza che le storie incontrate lungo la sua strada diventassero musica.

Spiega proprio Kekko che “Nel disco ci sono storie vere. “Quel sorriso in volto” mi è stata ispirata da due persone che vedevo fuori da una clinica, da lì è partito il viaggio di “Testa o croce”. Lui cantava una canzone malinconica e lei si rasserenava, le tornava il sorriso. Questa è una canzone a cui sono estremamente affezionato, tanto che lo spettacolo del tour sarà costruito anche sulla storia di questi due personaggi, raccontata con un cortometraggio spezzato in pillole che parte da dove finisce il videoclip del brano. Non andrete al cinema, canterò in ogni caso”, specifica ridendo.

Nel disco c’è un brano che porta proprio il titolo “Testa o croce”, ed è nato in maniera diversa da “Quel sorriso in volto”: “L’ho abbandonato, mi sono messo a scrivere il romanzo “Cash. Storia di un campione”. Ho poi ripreso la canzone per scrivere qualcosa di dedicato proprio al personaggio di Cash, che è un tipo impulsivo. Un po’ sono così anche io, ma alla fine non sono cattivo”.

Invece “Quelli come me” è il simbolo di questo disco dal punto di vista dell’ispirazione, cioè è nato in un bar. “Io esco poco”, racconta sempre Kekko, “La mia vita tranquilla mi piace ma a un certo punto ho avuto voglia di storie nuove che ho trovato frequentando di notte i locali milanesi. C’è stato uno scambio con le persone normali, non con il pubblico dei Modà che ti fa sentire importante, diverso. Ci siamo raccontati delle storie, qualcuno non sapeva neanche chi fossi. In generale questo disco è nato nei bar, mentre altre canzoni sono state scritte in seguito a vicende che mi hanno raccontato”.

“…Puoi leggerlo solo di sera”, invece, è stata scritta “Dopo essere tornato a casa da una serata in un bar. Era il 15 febbraio da due ore e mi ero dimenticato di San Valentino. Finii subito questo brano e lo lasciai a Laura (la moglie di Kekko, nda) perché lo ascoltasse. Le altre presenti nell’album non sono storie mie, questa sì, è la mia storia con mia moglie, che dura da vent’anni”.

“Guarda le luci di questa città” chiude il disco: “È un omaggio alla bellissima Milano. Era il 27 marzo, avevo un problema che mi tormentava che quel giorno però si era risolto. Ero uscito con la melodia nelle orecchie e, su un quadernetto, ho scritto chiedendo a Milano se mi avesse visto in questi anni. Non mi ha risposto, ma sono sicuro che mi abbia ascoltato”.

Il tour dei Modà partirà il 2 dicembre dall’Unipol Arena di Bologna.

Rosso, come un vulcano incandescente; pieno di passione, come le parole con cui lei ne parla. Lei è Levante e ci parla del suo nuovo disco, “Magmamemoria”

Levante rosso fuoco: "Magmamemoria", il passato, il presente e il futuro

Si tratta di un viaggio tra passato, presente e futuro diviso in tredici brani, un nuovo capitolo del percorso musicale di Levante che riflette: “Ho sempre fatto musica in maniera istintiva. La differenza tra quello che faccio oggi e quello che ho fatto nel passato penso sia l’età. Ho fatto esperienza, ho molti ricordi, quindi perché non parlare di memoria?”.

Ecco perché “Questo disco parla di passato, presente e futuro che si rincorrono. È l’album del cambiamento nonostante io resti fedele al mio linguaggio e cerchi di tenere alta l’asticella del bello. Mi fa paura seguire le mode, soprattutto musicali. Io so che sono tante cose, che spiazzo, però io sono fatta così e mostro tutte le persone che sono. Spero che questo disco arrivi nelle case delle persone a cui deve arrivare e che emozioni, che faccia riflettere se ci riesce”.

Musicalmente “Sono partita dagli anni ’90 ma abbiamo suonato in chiave moderna”. C’è tanta Sicilia nel disco: Dimartino, Colapesce e Carmen Consoli. “Torno molto più spesso a casa oggi di un tempo, sicuramente più che mai c’è la Sicilia in questo album. È un fatto legato alla memoria ma credo che dovesse andare così, è stato un caso”.

“Lo stretto necessario” è un duetto con Carmen Consoli: “Io dicevo ‘La amo troppo per chiederle di cantare il brano’, quindi l’ho fatto chiedere ad altri. Lei si è innamorata della canzone e l’ha cantata: ho pianto per trenta minuti, l’apoteosi della felicità”.

Scorrendo la lista delle canzoni ci soffermiamo su “Antonio”, che è “Una delle mie canzoni preferite, parla di una storia d’amore che è finita (con Diodato, nda) ma è bellissimo raccontare una felicità che c’è stata anche se ora è andata. Consiglio l’ascolto in macchina, in autostrada, per capire quanto è potente la musica di questo brano, più delle parole che canto”.

A proposito di parole, “Scelgo con cura quello che voglio dire, ho una grandissima passione per le parole. Spero di aver dato questa impressione nel disco”. Di questo album colpisce, oltre al contenuto, anche la copertina: “Il rosso è suggerito da “Magmamemoria”, i capelli lunghi parlano del tempo che passa, la posa è casuale. Ho uno sguardo che non ammalia, dico che arrivo in pace e porto ricordi”.

Il 23 novembre per la prima volta Levante canterà al Forum di Assago: “Stiamo studiando uno spettacolo speciale, con ospiti, e una scaletta molto ricca con tutto “Magmamemoria”. Tutti i giorni mi sveglio con un pizzico di ansia in più perché emotivamente sarà un pugno allo stomaco”.

Si intitola “Naked thoughts” l’album, appena pubblicato, di Yuman

I "pensieri nudi" di Yuman
Yuman. Foto: © J. Mancini

“Ho lasciato andare libera l’immaginazione”: è la prima cosa che dice Yuman a proposito del suo album “Naked thoughts”, cioè pensieri nudi.

“Non ho neanche seguito un sound predefinito, infatti è mutevole”. Di costante c’è l’idea di raccontarsi “In maniera indiretta. Sono stato ispirato da tante cose, anche una parete bianca può accendere un’idea. Quando partono quelle due o tre note la magia scatta. I miei brani alla fine nascono in maniera casuale, magari da un giro di chitarra. Il testo arriva sempre dopo che ho trovato la melodia”.

In un disco autobiografico e intenso come questo, Yuman confessa che “Il brano che mi rispecchia più di tutti è “The rain”. Mi piace l’acqua, amo la pioggia”.

Onnivoro di musica, dice di passare da “Battisti ascoltato da piccolo a Paolo Nutini ai Daft Punk. Però dare un volto preciso a chi mi ha ispirato per il mio disco è difficile: io credo ci siano dentro tutti i miei ascolti”.

Nel passato di Yuman c’è anche un periodo da busker, che – ammette – gli manca: “Di quella vita mi manca il calore della gente: suonando per strada il rapporto è più diretto di quando sei su un palco. Suonare in un pub significa avere le persone a meno di un metro da te: è la cosa più bella e il test forse più difficile per un musicista”.

Da qui il pensiero scivola verso i live: “Penso tutti i giorni ai miei concerti, un giorno metteremo in pratica le idee che mi frullano in testa. Vorrei fare cose spero spettacolari: all’inizio ovviamente non intendo dire pirotecniche ma personali. Quando canto sono concentrato, non vedo niente; mi piacerebbe nei miei concerti essere un po’ teatrale e, dopo aver suonato da solo, avere con me una band”.

Il nuovo album di Mika, prologo a un lungo tour italiano oltre che internazionale, si intitola “My name is Michael Holbrook”

"My name is Michael Holbrook", il ritorno di MikaDue anni di lavoro e scrittura per non sentirsi più diviso “In 3 o in 4 parti”, per ricomporre la sua identità. Tanto è durato il lavoro di Mika su se stesso e sulla sua nuova musica, diviso tra le sue case di Londra, Miami e quella che ha nella campagna toscana.

Il suo nuovissimo album “My name is Michael Holbrook” ci porta a scoprire l’essenza dell’identità di Mika, su cui lui stesso ha tanto riflettuto e che lo vede oggi su questo punto sicuramente più sereno di un tempo.

Iniziamo da questo: il disco ti ha aiutato?

Sì, scrivere mi ha aiutato; oggi sono felice più di quanto lo sia stato negli ultimi 10 anni ma sono al tempo stesso anche più triste di quanto lo sia stato: è una contraddizione, lo so, ma qui dentro c’è tutto il mio essere libanese.

Come mai hai scelto di usare il tuo nome come titolo dell’album?

È anche il nome di mio padre, un padre che è stato presente, che mi ha aiutato ad esempio quando ho avuto rapporti complicati con un’insegnante particolarmente difficile per me. Però io sapevo di non essere mio padre, sapevo di non voler essere come lui. In più, notavo che col tempo si era creato un distacco tra me cantante e me persona; mi sentivo diviso, separato. Sapevo che se volevo immaginarmi tra dieci o vent’anni ancora qui a fare il lavoro che amo, il cantante, avrei dovuto prendermi la responsabilità profonda di mettere in fila tutte le parti di me. Mi sono preso il tempo necessario per farlo e in questo album mi sento una persona unica, non più divisa.

Cos’è il successo per Mika e per Michael Holbrook?

Poter pagare le bollette (ride, nda). Il successo è quello creativo e artistico, è libertà di esprimerti senza essere controllato da nessuno. Il successo commerciale porta questa libertà, sembra una contradizione ma per me non è così: le due cose vanno di pari passo.

Come sarà il tour, in partenza il 24 novembre?

Lo show italiano si inserisce in quello internazionale e sarà diverso dagli altri. Canterò canzoni come “Stardust”, che non propongo altrove. Il tour si chiama “Revelation” perché cerco di avere un rapporto molto diretto con il pubblico, cosa che la tv non consente. In questo live voglio momenti intensi di ballo e intensi silenzi. La scenografia rappresenterà la mia vita, e il mio pianoforte farà magie pazzesche. L’esperienza tv di “Stasera CasaMika” mi ha dato diversi spunti.

Revelation Tour

Il tour italiano promosso da Barley Arts si articolerà in ben 12 tappe nelle grandi arene di altrettante città.

Novembre:

24, Torino (Pala Alpitour);

26, Ancona (PalaPrometeo);

27, Roma (Palazzo dello Sport);

29, Casalecchio di Reno, Bologna (Unipol Arena);

30, Montichiari, Brescia (PalaGeorge);

Dicembre:

2, Livorno (Modigliani Forum);

3, Assago, Milano (Mediolanum Forum);

Febbraio 2020:

1,  Padova (Kioene Arena);

2, Bolzano (PalaOnda);

5, Napoli (Teatro PalaPartenope);

7, Bari (Palaflorio);

8, Reggio Calabria (Palacalafiore).

I Poor Works ci raccontano l’album “All in” e il nuovo singolo, una storia personale molto toccante raccontata in “Purchè tu ci sia”

Scommesse da poker con i Poor Works

“All in” è il titolo del loro album, pubblicato da qualche mese. I Poor Works mi confermano che “All in” ha a che fare con il gioco (primo pensiero che si ha leggendo il titolo, ovviamente), e in un certo senso con le scommesse: “Ci siamo ricordati di quando, ai tempi dell’università, finivi di studiare e di notte ti mettevi a guardare partite di texas hold em (una specialità del poker) alla tv, e poi provavi a giocare anche tu. All in significa che scommetti tutto perché hai carte vincenti, ma può essere anche un bluff”.

Fin qui quello che riguarda le carte. “Abbiamo voluto fare un paragone con la nostra generazione e quello che dobbiamo fare per sopravvivere”, spiegano i Poor Works. “Viviamo in un mondo in cui i social sono diventati la tua prima rappresentazione: quello che esprimi non sei più te stesso ma la tua rappresentazione, abbellita o abbruttita. Cioè, siamo sempre in all in, tutta la puntata fuori”. Non si può di certo dare loro torto…

Nati nel 2008 come british cover band (curiosità: sono trentini), proponevano cover di Beatles, Queen, Oasis, poi nel 2013 i Poor Works hanno presentato il loro primo disco di brani inediti. Il legame con la musica inglese negli anni è rimasto, “Ma è cambiato il modo in cui ci influenza. Vent’anni fa sentivi un gruppo suonare il sabato sera, poi per una settimana non ascoltavi molto altro a parte qualcosa che arrivava dalla radio e sporadicamente dalla tv; non era come adesso che la musica è dappertutto, e sempre”.

“Purchè tu ci sia” è il nuovo singolo dei Poor Works, “Ed è l’unico lavoro dei nostri due album non scritto interamente da noi. È stata una sfida che ci è stata lanciata da Maurizio Carpi di Mezzocorona, il nostro paese. Ha dedicato questa poesia, appunto “Purchè tu ci sia”, alla mamma malata di alzheimer. Noi l’abbiamo rimodellata per essere cantata, adeguando alle parole melodia e armonia. Il testo richiama i momenti in cui la mamma riconosce il figlio, l’amore viene raccontato da questo punto di vista. Concludiamo il brano cantando in coro, dicendo che le nostre scorte d’amore sono infinite”.

Il cantautore pugliese Damian ci regala un paio di scatti dalla sala prove dove sta lavorando al suo prossimo singolo, “Madagascar”

Oltre la musica - Backstage: "Madagascar", al lavoro con Damian
Damian in un momento di pausa in sala prove

Ricordate Damian? Il cantautore che ci ha fatto entrare nella sua passione per la cucina e il cibo, e che proprio attraverso questa sua passione ci ha raccontato l’amore che ha per la musica, tracciando i punti in comune tra creare piatti e scrivere canzoni.

A Damian abbiamo chiesto di raccontarci come procedono i lavori verso il suo nuovo lavoro discografico, e lui lo ha fatto con un paio di immagini. Il primo capitolo, accolto molto bene, è stato “Niente è come previsto”, brano con cui il cantautore pugliese ha affrontato con sensibilità e delicatezza un tema purtroppo rilevante, quello della violenza sulle donne. Anche se, come ci aveva ricordato Damian, il brano è aperto a interpretazioni diverse, l’atmosfera era pur sempre quella della fine di una storia d’amore.

Con il nuovo singolo “Madagascar”, che sta per arrivare, Damian ci porta all’alba di una nuova relazione, di un nuovo giorno, all’apparire dell’arcobaleno dopo la pioggia: ci regala leggerezza. “Mai concedersi alla disperazione e alla rabbia quando una storia finisce”. Anzi, cantare “Mi sono preso una cotta formidabile”, come canta lui proprio all’inizio di “Madagascar”.

“Madagascar”

Oltre la musica - Backstage: "Madagascar", al lavoro con Damian 1
Damian in sala prove

“Ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio”, spiega Damian a proposito del suo singolo. “Madagascar” è per lui un punto di ripartenza, nella vita personale e nel lavoro. Lo vediamo nelle foto in un paio di momenti “dietro le quinte”, nella sala prove dove sta nascendo il suo progetto discografico. Questo è il suo viaggio: più in generale “La vita è il viaggio che tutti compiamo, da affrontare senza sprecare il nostro tempo. Per vivere bene dobbiamo saper cogliere l’attimo”.

E prosegue: “Occorrono dedizione, tenacia e passione per perseguire un obiettivo, per raggiungere dei risultati, per inseguire un sogno. E quando incontri qualcuno improvvisamente, innamorandoti all’istante, perdutamente, entri in un’altra dimensione in cui la forza di proseguire la vita aumenta in modo inverosimile”. Eh già, è proprio una cotta formidabile…

Esordio a Milano, poi la tournée. Il musical presentato dall’ideatrice e regista Chiara Noschese e dal cast

"Balliamo sul mondo", il musical con i successi di Ligabue
Il cast di “Balliamo sul mondo” con la regista e ideatrice Chiara Noschese

“È lo spettacolo del mio cuore”, esordisce Chiara Noschese che ha scritto un testo e una storia costruita sulle canzoni più note e amate di Ligabue.

Perché questo musical non è di Luciano ma è stato fatto con i suoi brani, non solo scritto ma anche diretto da Chiara Noschese, con Ligabue che ha approvato entusiasticamente l’idea e ha dato anche i suoi contributi al testo. “È stato un dialoghista, ha lavorato sui dialoghi rendendo tutto meno pulito e più rock”, spiega la regista. “In entrambi gli atti del musica si parla di capodanno, di gioventù, e anche di argomenti più scottanti con un grande colpo di scena che non voglio svelare”.

Si tratta di un viaggio meraviglioso, dicono gli attori, è un racconto di vita, uno spettacolo tutto italiano, e ovviamente una storia inedita e originale che, promettono, ci farà battere il cuore perché tutti ci potremo riconoscere nelle storie che racconta.

Le canzoni di Ligabue avranno i testi originali ma saranno proposte con una veste diversa grazie ai nuovi arrangiamenti fatti da Luciano Luisi, che da tempo lavora con Luciano. I testi del musical, invece, sono nati direttamente dal cuore, racconta Chiara Noschese.

“Balliamo  sul mondo”: la storia

Il musical non è il racconto della storia di Ligabue ma è ispirato – come detto – alle sue canzoni.

1990, notte di capodanno. Un gruppo di compagni di scuola e di musica (perché suonano insieme) festeggiano al Bar Mario. Si ritrovano anche dopo 10 anni, in un secondo atto che risolve molti fatti lasciati in sospeso e li porta verso la maturità. Il gruppo si chiama OraZero, come davvero si chiamava il primo gruppo di Ligabue, e per chi ha visto i film di Luciano già da queste poche informazioni si sente che il sapore anche in questo musical è lo stesso.

Le canzoni che hanno ispirato “Balliamo sul mondo” sono 20 (due suonate e cantate live, le altre 18 cantate dal vivo su base) e vanno da “Ho messo via” a “Certe notti”, da “Certe donne brillano” a “L’amore conta”, e prendono vita grazie a un cast giovane ed entusiasta: insieme raccontano di reginette della festa e bulletti, buoni e meno buoni, in un ricorrersi di andate e ritorni, che si snodano lungo questi 10 anni che vengono raccontati nei due atti dello spettacolo. In cui si ride, e cade anche qualche lacrima.

“Balliamo sul mondo” sarà al Teatro Nazionale CheBanca! di Milano dal 26 settembre al 27 ottobre, poi lo spettacolo andrà in tournée.

Fred De Palma, 6 settimane al vertice: ci racconta il nuovo albumFred De Palma per sei settimane primo: così dicono le classifiche dei singoli, che lo vedono da più di un mese al numero uno con “Una volta ancora”, duetto con la cantante spagnola e amica Ana Mena. Canzone che, come gli altri singoli già lanciati, si trova nel nuovo disco di Fred, “Uebe”.

Iniziamo dal titolo, cosa significa “Uebe”?

Niente (ride, nda). È una storpiatura di baby. Mi piace dare un tocco personale alla mia musica, e usare una parola inventa da me nel titolo dell’album significa cercare di mettere novità in tutti gli aspetti del mio lavoro.

A proposito di portare novità nel sound, “Una volta ancora” unisce due generi latini, il reggaeton (il tuo genere musicale) e la bachata. Come ti è venuta questa idea?

Veramente è venuta a Takagi & Ketra, due produttori che sanno davvero portarti nell’olimpo delle classifiche. Questa unione di reggaeton e bachata a me è piaciuta subito.

Com’è lavorare con due hitmaker come loro?

Devi incontrare il loro pensiero e le loro scelte. Io mi sono sempre fidato di loro al 100% e questo mi ha ripagato. Credo che Ketradamus, come lo chiamo, e Takagi abbiano la capacità di capire cosa piacerà in futuro alle persone.

Secondo te cosa piacerà?

Spero il mio disco.

Hai già duettato con Ana Mena nel successo dell’anno scorso “D’estate non vale”: non avete avuto timore di ripetervi? Perché non scegliere uno dei brani con Baby K o Sofia Reyes, presenti nell’album?

Ho scelto Ana per il suo timbro vocale, rende tutti i ritornelli che canta. Sento passione nella sua voce, e per questo brano nello specifico era perfetta.

Proponendo una musica latina (per quanto personalizzata) come il reggaeton, non hai paura di essere etichettato come cantante solamente estivo?

Un po’ di timore ce l’ho. In Italia il reggaeton è preso come genere puramente estivo, io invece voglio dare una scossa e far capire che non è così. Nel disco ci sono anche brani riflessivi. A parte “D’estate non vale”, non ci sono altri riferimenti stagionali. Per me il reggaeton che parla di reggaeton è come il rap che parla di rap, un po’ banale.

Top