Cafiero: rock, chitarre e tanta passione

Cafiero Music Pendrive, il progetto per consolidare il legame tra l’artista e il suo pubblico

Cafiero: rock, chitarre e tanta passione
Cafiero rock, chitarre e tanta passione – foto dal profilo Facebook dell’artista

È difficile etichettare Cafiero come un artista emergente. Non tanto per la sua età ma per la moltitudine di esperienze che l’hanno visto coinvolto nella musica. Nel suo curriculum c’è una vastissima esperienza live, in Italia ma anche in Europa e negli States, e molte collaborazioni prestigiose. Il 2011 è l’anno in cui intraprende la sua carriera solista collaborando, prima, con Dolcenera, sua conterranea, e poi con Gianluca Grignani, Eros Ramazzotti, Tiromancino, Nek, Elodie fino al tour, interrotto nel mese di marzo del 2020 causa pandemia, con Raf e Umberto Tozzi.

Nel 2014 è uscito il suo Ep “Suck my Blues”, progetto discografico in lingua inglese, di cui è produttore, autore, cantante e chitarrista. Il suo primo album ufficiale è “Cafiero”, uscito nel 2017 cui segue nel 2018 “Rebirth”.

Nel 2020, in piena pandemia esce “Ti guardo ancora un po’” e nel mese di maggio presenta “Cafiero Music Pen Drive”, il suo nuovo progetto discografico. Si tratta di un lavoro esclusivo in formato Music Pen Drive, dalle dimensioni di una carta di credito, che contiene brani inediti, singoli tratti dall’album di debutto, progetti musicali, sorprese e lascia spazio anche per archiviazione personale.

Quando avviene il tuo incontro con il rock?

Da subito. È stata la prima forma musicale che ho incontrato e che ho potuto apprendere, complici i dischi che ascoltava mio padre. Verso i 10-11 anni ascoltavo Chuck Berry, Elvis Presley, i Beatles. Il rock è stata la mia prima vera influenza musicale. Con le mie prime band ho sempre cercato di andare verso quel genere.

Sono un grande amante di Jimi Hendrix. Penso che il rock’n’roll sia imprescindibile. E poi nel tempo ci sono stati i “Logo”, una band salentina con i quali abbiamo vinto un “Jack Daniel’s Live Tour” che ci ha portato a suonare nel Tennessee, poi i Super Reverb perché quando la musica ti gira attorno non si ferma mai.

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Cafiero: rock, chitarre e tanta passione – foto dal profilo Facebook dell’artista

E il tuo incontro con la chitarra?

Grazie a mio fratello. Lui ha qualche anno più di me e già suonava la chitarra. Io avevo iniziato con il pianoforte, in quel periodo prendevo lezioni e mi stavo orientando, più per volontà di mia madre che mia, verso la musica classica. Mio fratello mi ha coinvolto, vedendomi appassionato alla musica, e mi ha fatto scoprire la chitarra. Abbiamo iniziato a suonare assieme, anche per accompagnarlo. Avevo 8-9 anni quando ho iniziato a strimpellarla e poi è nata quella che è diventata una vera e propria passione.

La tua carriera vede non solo tue produzioni ma anche importanti collaborazioni con grandi artisti come chitarrista. Ci racconti questa scelta?

Per me ha voluto dire potermi confrontare con altri artisti e altri generi musicali. A parte Raf, con il quale ho fatto diversi tour e con cui continuerò a collaborare che già conoscevo perché lo ascoltavo, gli altri artisti con cui ho collaborato non li conoscevo. L’esempio, tra i tanti, è Gianluca Grignani. In quel periodo ero, per così dire, particolarmente esterofilo dal punto di vista musicale e disconoscevo completamente Gianluca e il suo repertorio anche perché non ascoltavo musica italiana.

Lavorare con lui ha voluto dire per me scoprire un artista con il quale condividevo gli stessi gusti musicali e, soprattutto, un grande autore che ha realizzato dei grandi album. Con altri artisti è lavoro e in quei casi è importante mettersi completamente a servizio dell’artista e della sua musica. Per me, comunque, ha sempre voluto dire poter imparare qualcosa di nuovo, da scoprire o da riscoprire e le collaborazioni ti permettono di crescere, non solo musicalmente.

A proposito di Raf, il posto che occupi oggi è quello che fu di Giacomo Castellano, grande chitarrista oltre che grande insegnante dello strumento. Ti sei mai sentito in competizione?

In realtà no. Per me, nella musica, non esiste il concetto di competizione. Ogni chitarrista ha il suo stile, il suo modo di essere. Magari qualcuno ha particolari di doti rispetto agli altri, ma spesso l’artista cerca uno standard, non un fenomeno. Suonare su un palco non è una gara.

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Cafiero: rock, chitarre e tanta passione – foto dal profilo Facebook dell’artista

Il tuo primo album ufficiale è del 2017. Quale emozione hai provato nel vedere il tuo nome come “titolare” sulla copertina del disco?

Più che un’emozione, per me è stata una soddisfazione. Le emozioni hanno, spesso, la caratteristica di arrivare quando le cose sono inaspettate. Fare musica, per me, è invece sempre soddisfazione. In un mondo in cui, spesso, nessuno ti aiuta e nessuno ti regala nulla, poter realizzare un progetto personale grazie alle proprie forze e grazie alle persone che ti vogliono bene, è un’enorme soddisfazione.

È un sentimento che ha un senso compiuto. Io faccio la mia musica. Non ho aspettative di hit radiofonica e di grandi volumi di vendita. È arte, come quando fai un quadro. Il quadro non lo dipingi per venderlo o per esporlo in un museo. Lo fai perché è una tua necessità interiore, indipendentemente da quanti e quali saranno quelli che lo vedranno. Ecco, la mia musica è un po’ così.

Nel 2020 sei uscito con un singolo dal titolo “Ti guardo ancora un po’” e subito pubblichi “Cafiero Music Pendrive”. Vuoi parlarcene?

“Cafiero Music Pendrive” è un album con diversi contenuti speciali. Al suo interno ci sono nuovi e vecchi singoli, anche tratti dal mio primo album di debutto, progetti musicali e sorprese. Per quello che riguarda il singolo, invece, la pandemia è stata, ed è ancora, qualcosa di surreale. Siamo stati costretti a vivere una realtà inaspettata e imprevedibile, come una guerra. In quel periodo ho deciso di dedicarmi a una riflessione interiore.

Una riflessione sull’impossibilità di stare vicino alle persone che ami, ai tuoi parenti, ai tuoi amici, alle persone con le quali condividi i sentimenti. Inoltre si è subito evidenziata la mancanza di fondi, pensiamo alla Croce Rossa, e questo mio granello di sabbia nella grande spiaggia della vita è stata la necessità di mettere la mia arte a disposizione e veicolarla per questo fine. Abbiamo anche voluto utilizzare la musica per raccontare, e quindi sensibilizzare, che era necessario rimanere in casa, che era fondamentale lavarsi le mani.

Il 2020 sarà ricordato non solo come l’anno della pandemia ma anche l’anno in cui non abbiamo potuto fare delle cose, come ad esempio la musica dal vivo. Quanto è difficile fare musica senza poter calpestare i palchi, guardare negli occhi ognuna delle persone che compone il pubblico?

Oggi siamo privi di quella dimensione. Parlando anche con i miei colleghi mi sono reso conto che è inutile pensare a quello che non si può fare perché è fondamentale concentrarsi su ciò che è questa nuova realtà, lo streaming e la musica a distanza. Non ci sono, ancora in questo momento, altre soluzioni. Noi, è vero, viviamo di musica dal vivo, di contatto con le persone, di assembramenti ma tutto questo oggi non è possibile farlo.

Penso che questo sia il modo di reagire senza piangersi addosso. È come se a un contadino, all’improvviso dicessero che non ha più i grandi terreni su cui ha lavorato sino al giorno prima. Che cosa può fare mancando quello che caratterizza il suo lavoro quotidiano? Si deve reinventare. Coltiverà un piccolissimo pezzo di terra, si occuperà dell’orto, pianterà fiori nei vasi. Continuerà comunque a fare il suo lavoro.

Il progetto “Cafiero Music Pendrive” prevede una continua evoluzione. Quali sono i tuoi nuovi progetti per il 2021?

Il progetto è quello di consolidare il legame tra l’artista e il suo pubblico. I live, in questo momento, non possono consolidare questa relazione e ho pensato di usare la tecnologia per creare un legame non statico ma dinamico, essendo aggiornabile. Per me questo rappresenta un continuo stimolo. Sto continuando a produrre. In questo momento ho sufficiente materiale per produrre almeno un paio album. Ho anche riscoperto vecchio materiale che non ho mai fatto uscire e su cui oggi ho ricominciato a lavorare.

In questi anni la fruizione della musica è cambiata e il videoclip è diventato sempre più parte del brano musicale. Qual è il rapporto tra un rocker e questo fenomeno, se mi permetti, poco concreto, poco “roccioso”?

È un’esperienza sempre difficile. Molto spesso il proprio immaginario spazia ma poi la realizzazione pratica risulta essere complicata. Realizzare i videoclip è un altro mondo, è necessaria tanta tecnica, tanta esperienza ed è necessario mettersi nelle mani delle persone giuste.

Nella mia esperienza, compresa quella con Grignani nella quale sono stato coinvolto in molte realizzazioni di videoclip dei suoi brani, ho avuto la certezza che è un campo difficile. Spesso ci si deve accontentare del “minimo sindacale” per problemi di complessità, di mancanza di budget e spesso della mancanza di buone idee.

È molto difficile trovare il balance giusto tra la tecnica necessaria e la capacità di trasmettere l’emozione. Per ora non sono mai rimasto completamente soddisfatto del risultato, né di quelli dei brani né di quelli dei brani di Gianluca.

Hai calpestato i palchi di mezzo mondo, o forse di più. Sogni un palco “irraggiungibile”?

Come musicista non mi è ancora capitato di suonare negli stadi e questa è un’esperienza che vorrei fare, anche se ancora non so con chi e quando potrò farlo. Per quello che riguarda la mia attività autorale, invece, il mio principale obiettivo è quello di fare buona musica e lasciare un’impronta di me per il futuro. Club, locali, piccole piazze, l’importante è che nelle vene della mia musica scorra veloce il sangue del rock.

Buona musica, Cafiero e… let’s rock!!!

Articolo a cura di Roberto Greco 

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