“Rock the Monkey!”: tutta la consapevolezza musicale di Massimo Luca

Massimo Luca, storica chitarra di Lucio Battisti e di gran parte del cantautorato italiano del secolo scorso, compie oggi 69 anni. Ricordi, aneddoti e insegnamenti, alcuni dei quali contenuti anche nel suo manuale per sopravvivere nel mondo della musica: Rock the Monkey!

“Rock the Monkey”: tutta la “consapevolezza” musicale di Massimo Luca
Massimo Luca dal vivo

Quando hai imbracciato una chitarra per la prima volta?
«Il primo strumento che ho suonato è stata una fisarmonica giocattolo. Poi a fine anni ’50 ascoltai Sleep Walk di Santo & Johnny e Apache degli Shadows: quelle melodie furono una folgorazione e le prime che imparai strimpellando la chitarra. Non parliamo poi del 1963 quando arrivarono i Beatles: all’epoca la mia cantina in corso Vercelli risuonava di meravigliose note e mi esibivo già in alcuni oratori ispirato dai fab four».

La prima canzone di successo che hai scritto?
«Su richiesta di Vince Tempera la sigla di Goldrake nel 1980. Si sente una forte influenza maccartiana, soprattutto nella strofa. Da allora ho cominciato a scrivere in modo sempre più consapevole, fino ad arrivare ai brani per Gianluca Grignani e Annalisa Minetti».

A soli 21 anni ti ha voluto Lucio Battisti: come ricordi il primo incontro?
«Mi telefonò perchè cercava un chitarrista per il brano L’Aquila che stava producendo per Bruno Lauzi. Ci incontrammo all’auditorium della Fonit Cetra. L’ho avuto alle spalle per tutto il giorno, ero in preda all’ansia, perché non potevo cogliere il suo sguardo per avere conferma di come suonassi. Ogni tanto andavo in regia e chiedevo all’arrangiatore Claudio Fabi, padre di Niccolò: “Ti ha detto qualcosa?” E invece niente. E quando finii la sessione se ne andò senza salutare. Pensai proprio di non essere piaciuto. Poi dopo qualche mese Antonella Camera, sua segretaria, mi richiamò per convocarmi alle registrazioni dell’album Umanamente uomo: il sogno (1972)».

Come ricordi le sessioni con Lucio Battisti?
«É sempre stato uno sperimentatore ma aveva le idee chiare. Era anche un buon chitarrista e sapeva apprezzare il mio tocco delicato. Ho collaborato con lui fino all’album Anima Latina. Ci lavorammo molto, Lucio si spese moltissimo per ottenere una certa sonorità al punto di risuonare e rincidere più volte quei brani. Alla fine ne ricavò un album molto colto. Da quel momento non l’ho più visto. Decise di scrivere in maniera diversa e si avvicinò al produttore Geoff Westley».

Il 23 aprile 1972 eri tra coloro che presero parte a quell’unico indimenticabile duetto tra Mina e Battisti in televisione. Cosa ti è rimasto ancora oggi di quella esperienza?
«All’epoca l’ho vissuta come una specie di gita, tanto che facemmo letteralmente le prove in camerino. Più di tutto ancora oggi ricordo che mentre suonavamo eravamo imbarazzati perchè dietro di noi c’era l’orchestra di Gianni Ferrio, “quelli che avevano studiato”. Alla fine di quegli otto minuti di medley però, il primo violino battè l’archetto sulle corde come segno di applauso e tutta l’orchestra si alzò in piedi. Io mi sono emozionato fino alle lacrime, ero felicissimo: una soddisfazione che conservo gelosamente nel mio cuore. In quel momento sentivo di aver vinto una battaglia contro un certo pregiudizio accademico nei confronti di chi fa musica. Una battaglia che, insieme ad altre, continuo a combattere».

Contro cosa?
«Soprattutto contro un certo provincialismo o monotematicità dettata dai media e subita da parte delle nuove generazioni. Sarò vecchio ma sento che i colleghi della mia epoca avevano più voglia di conoscere la musica in maniera trasversale. Non voglio sostenere che sia bella tutta la musica ma solo che costruendosi una vera cultura musicale si può capire cosa sia bello e cosa brutto. Motivo per cui sono a favore delle identità locali. Per me è una ricchezza sapere che esistano luoghi e gente diversa da come e dove vivo io. Con questo spirito mi sono sempre avvicinato anche alla musica».

Dal ’70 all’ ’83 in studio di registrazione accanto ai più grandi del “Rinascimento della musica italiana”. Cosa ha significato vivere di musica?
«Questo mestiere mi ha reso una sorta di Forrest Gump alla presenza di artisti ormai storici. Essere un musicista in questo paese significa amare il rischio. Poca sicurezza e tanta precarietà. Una precarietà poi che non è mai direttamente proporzionale alla fama, semmai alla fame (ride)! Capitavano mesi in cui avevo soldi in tasca e potevo permettermi di comprare strumenti di marca, poi arrivavano “le vacche magre” e dovevo vendere qualcosa. Il lavoro non era costante ma le spese sì. Da quando sono in pensione sicuramente, in qualche modo, riesco a godere di più questo mestiere».

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Massimo Luca e Gianluca Grignani negli anni ’90

Hai scoperto e prodotto talenti come Biagio Antonacci e Gianluca Grignani. Come si scopre un talento? «Non c’è mai nulla di razionale: sento qualcosa che va al di là della musica.  Per Grignani è stato così. Quello che mi ha fatto ascoltare la prima volta non mi piaceva ma avevo visto in lui qualità che mi avevano impressionato. E ho avuto ragione: anche se fragile, come ha dimostrato di essere negli ultimi anni, aveva però un gran talento. Ho cercato di tramandargli tutti quegli insegnamenti di cui io per primo ho fatto tesoro».

A proposito di insegnamenti, veniamo nel merito del libro scritto con David A.R. Spezia, Rock the Monkey!, un manuale per sopravvivere nel mondo della musica. Perché hai scelto di scriverlo?
«Da giovane ho avuto l’enorme fortuna di suonare nei night e ho conosciuto “grandi vecchi” che mi hanno dato vere lezioni di musica, diventate poi il fondamento della mia vita professionale. E oggi nella fase della maturità mi preme trasmettere alle nuove generazioni i doni che ho avuto. Soprattutto mandare un s.o.s a coloro che confidano solo nel loro intuito, senza considerare chi è venuto prima. Voltatevi sempre indietro a vedere cosa è accaduto prima che nasceste, cercate di capire perché oggi ascoltate questa musica. E raggiungete la consapevolezza, primo capitolo (sorride)».

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“Rock the Monkey!” (Casa Musicale Eco, 2013)

Questo argomento è al primo posto nella scala dei valori per un musicista?
«Vale per tutti. Il complimento più bello che continuo a ricevere da parte di chi legge questo libro è che trova principi che non riguardano solo la musica ma anche la vita. Una filosofia che permette di districarsi anche nelle situazioni più torbide. In questo senso ho avuto grande soddisfazione, anche se ho in parte disatteso il mio obbiettivo, cioè interessare più i ragazzi rispetto ai miei coetanei».

Scopo di un musicista dovrebbe essere emozionare: si può insegnare e dunque imparare a emozionare?
«No, purtroppo no. Emozionare significa prima aver vissuto esperienze. E senza la gavetta non puoi viverle, non puoi trovare una strada. Ecco perché non mi piacciono i talent italiani, non sento l’emozione autentica. E sono perplesso quando assisto a certi pianti per aver superato selezioni virtuali che spesso non portano a nulla di concreto. Una virtualità figlia di quel provincialismo che combatto».

In Rock the monkey! si parla anche di falsi miti: come riconoscerli?
«Luoghi comuni come “io senza musica non vivo”. Cosa significa? Più che un problema vero mi sembra psicologico. E non si dimentichi che anche quando si tocca il successo poi bisogna faticare il doppio per mantenerlo. Bisogna per questo evitare mete e percorsi inutili, falsi e dannosi che non portano da nessuna parte, anzi, rendono ancora più fragili. Così si resta solo in alto mare senza approdare a nessun porto. Ecco ancora la necessità della consapevolezza per verificare ed evitare i falsi miti».

Qual è uno dei preconcetti più comuni che senti nel mondo della musica oggi?
«”Voglio diventare ricco e famoso”. Ed ecco dove è decadente il periodo storico: non sento più la pura passione che spinge a raggiungere un obbiettivo. Quella passione messa alla prova dalla selezione naturale. Una selezione che non può essere fatta da persone, “giudici”, ma dalla vita stessa. Non capisco questo accanimento nel mondo della musica di oggi alla ricerca di un presunto “vincitore” scelto da qualcuno. Attenzione a quella televisione che vuole usare il tuo sogno allo scopo di illuderti di essere ciò che non sarai mai. Questo intendo quando dico “spegnete la televisione”».

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Massimo Luca

In cosa consiste allora il vero successo per un musicista?
«Un esempio semplice. Ricordo quando imparai nota per nota l’assolo di Badge dei Cream e l’ho rifatto uguale. Quello è il successo: raggiungere un obbiettivo che non ha niente a che vedere con i soldi o la fama ma con la tua crescita. Mai confondere l’effetto con la causa».

Perché sempre meno spazi televisivi per il nuovo cantautorato in televisione?
«I cantautori che scrivono le loro canzoni non sono manovrabili. Meglio canzoni “intercambiabili”. Brani che vengono composti con un tecnicismo impensabile per la mia era, è vero. Però dove sta portando? A suonare tutti la stessa perfetta canzone? A cosa servono? La carriera resta comunque in salita. E in questo senso la strada continua a formare di più».

Hai avuto una grande carriera ma ti ha sempre contraddistinto l’umiltà. Forse è questo che manca di più oggi tra i giovani emergenti?
«È l’esperienza e non l’accademia che ti forgia e ti insegna ad essere umile. Anche se violenta e perversa l’esperienza ti mette alla prova smussando tutte le storture dell’arroganza giovanile. Solo così puoi misurarti col tuo carattere e le tue ambizioni e diventare un artista veramente originale. Cosa che sento invece sempre meno, soprattutto nella musica pop, spesso “ricicli” di quanto già sentito. Anche se è pur sempre vero che la musica è di tutti ma allo stesso tempo di nessuno».

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Massimo Luca dal vivo

In che senso?
«Il cammino della musica è ascoltare, trasformare e riproporre. A meno che non si tratti di plagio, ogni musica può assomigliare a qualcos’altro. La musica non è di nessuno, è di dominio pubblico. Anche nella validità dei diritti c’è una scadenza legale entro i 70 anni dopo la morte, quando ritorna ad essere appunto di dominio pubblico. Per riascoltarla e riproporla».

Progetti futuri?
«Oltre alla formazione Il nostro canto libero con Gianni Dall’Aglio e Franco Malgioglio continuerò a proporre la musica di Lucio Battisti accompagnato da una piccola orchestra sinfonica di 35 elementi. Stiamo provando il repertorio dal vivo con gli arrangiamenti orchestrali originali delle sue canzoni, dovremmo debuttare a primavera. Sono emozionato all’idea, si chiude un cerchio: sono nato in orchestra e ci ritorno ora in tarda età».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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