Carlo Boccadoro: “12” racconti di vita per riscoprire 12 dischi

Diplomato in pianoforte e strumenti a percussione, Carlo Boccadoro ha studiato tecnica d’improvvisazione jazzistica con Giorgio Gaslini, percussioni con Franco Campioni ed è annoverato fra i più noti compositori italiani contemporanei. Autore di musica sinfonica, cameristica e per il teatro, è tra i fondatori, insieme a Filippo Del Corno e Angelo Miotto del progetto culturale “Sentieri selvaggi”, ensemble di musica contemporanea in residenza al teatro Elfo Puccini di Milano. All’attività di musicista affianca anche quella di esperto saggista, spaziando largamente nel mondo musicale: il suo ultimo libro è “12.

Carlo Boccadoro: “12” racconti di vita per riscoprire 12 dischi
Carlo Boccadoro, “12” (SEM, 2018)

12 i dischi citati nel libro accanto ad altrettanti episodi di vita: perché proprio questo numero?
«I dischi interessanti sarebbero tanti ma non volevo scrivere un libro eccessivamente lungo. 12, anche su suggerimento dell’editore, mi è sembrato un numero di capitoli né eccessivo per annoiare, né stringato per non riuscire a farsi un’idea di ciò di cui parlo. Non c’è altro motivo, sono alieno alle simbologie (sorride)».

Esperienze di vita personali intrecciate ad eventi storici con osservazioni riguardo a 12 specifiche e anomale incisioni discografiche: l’obbiettivo di questa modalità di scrittura nelle tue intenzioni era di rivolgersi a quale pubblico?
«A quello che già aveva letto i miei altri libri, lettori che sanno quanto a me piaccia portare all’attenzione incisioni strane e curiose. Solitamente i libri che consigliano dischi riguardano scelte oramai più che prevedibili come Abbey Road dei Beatles o Dark side of the moon dei Pink Floyd ma io do per scontato che un appassionato di musica abbia già quei dischi. Che senso ha consigliare A kind of blue di Miles Davis? Oramai ce l’hanno in casa come status symbol anche quelli che non lo ascoltano! Consigliamo allora bel un disco di Miles Davis meno conosciuto o altri passati inosservati ma comunque belli, anche di artisti famosi come Prince o i Rolling Stones.

Questa è la mia intenzione: essere come quel tuo amico che ti presta un disco e ti dice ascoltatelo! Non mi interessa dire “lo conosco solo io”, mi fa piacere anzi dargli più notorietà. L’idea iniziale era semplicemente di trattare i dischi citati, poi mi sono accorto che ognuno di essi era legato a ricordi di vita. Non vorrei però che si intendesse come una sorta di “Le mie memorie”: sarebbe piuttosto presuntuoso tanto più che sono rimasti fuori molti altri dischi e poche altre memorie».

Carlo Boccadoro: “12” racconti di vita per riscoprire 12 dischi 1Nel primo capitolo parli del White Album dei Beatles in vinile come il tuo primo ascolto in assoluto: da pochi giorni si sono festeggiati 50 anni, come ricordi quel disco?
«Avevo 5 anni quando è uscito e mi sembra incredibile che dopo 50 anni continui ad ascoltarlo e non mi stanchi mai, non invecchia di un giorno. Mi piaceva molto perché era un disco molto diverso, c’era rock, avanguardia, sperimentazione e ballate acustiche, in pratica un disco perfetto per essere iniziati alla musica. É stata la cartina al tornasole di tutti i miei futuri ascolti. A quell’età certo non mi ponevo ancora problemi di generi musicali, per me esisteva solo il rock; il jazz e la classica erano ancora là da venire.

A 13 anni, quando ebbi il battesimo con classica grazie ad un cofanetto di stoffa con l’8° e la 9° sinfonia di Beethoven dirette da Von Karajan che mi regalarono, avevo già più di 500 album. Mi piaceva anche la classica, non sentivo grande distinzione: senza sposare il discorso veltroniano che la musica è una – perché non lo è – da bambino comunque nella mia discoteca Beethoven e i Beatles stavano bene in compagnia. Li ascoltavo entrambi, senza pormi i problemi di capire chi fosse più importante».

Restando in qualche modo ai Beatles, nel primo capitolo rivaluti Yoko Ono: rimpiangi davvero di aver riportato oggi al negozio di dischi del signor Lele John Lennon/Plastic Ono Band, disco massacrato dalla critica e oggi ritenuto “creazione visionaria e anticipatrice di molte tendenze musicali dei decenni successivi”?
«È un disco ancora oggi molto difficile, gli amici che fanno gli ascolti lo saltano, quasi nessuno lo ha sentito. C’è un rifiuto psicologico nei confronti di Yoko Ono di cui ancora oggi è vittima, una sorta di mobbing mondiale nonostante una grossa fetta del mondo artistico e musicale la consideri un’ottima artista: anche Matteo Bianchi ha recentemente scritto un libro pro Yoko Ono. Va detto comunque che non è una musicista, è stata una antesignana della performance art, faceva performance istantanee, certo non nate per rimanere. Quello che è rimasto di quel genere di lavoro sono quegli album più che snobbati. E chi avrebbe mai detto che un giorno avrei voluto ricomprare quel disco? Lo rimpiango sia come collezionista di vintage sia perché se, alla peggio, l’avessi rivenduto oggi avrei guadagnato un mucchio di soldi!»

Nel libro si parla di musica contemporanea, avanguardia e musica d’autore. Uno dei momenti più emblematici in cui avanguardia e musica pop si unirono fu a metà anni ’60, caso emblematico Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band ma non solo. Perché poi mai più?
«Tra il ’65 e il ’70 avanguardia e il rock si sono parlati, poi il dialogo si è chiuso, chissà perchè. Quando il compositore Luciano Berio teneva conferenze a Londra John Lennon e Paul McCartney andavano a sentirlo. Un giorno gli chiese “perché siete venuti”? E Paul McCartney gli rispose “Per prendere delle idee”. Luciano Berio nel 1966 fece con grande scandalo l’analisi di tre canzoni di Revolver su La rivista musicale italiana, uno dei giornali più paludati della musicologia ufficiale. L’idea che un compositore colto, come si diceva allora, considerasse i Beatles musica su cui fare un’analisi era una cosa inaudita. Riflettiamo però sul fatto che erano gli stessi anni in cui Eco faceva l’analisi dei fumetti.

Berio ha strumentato le canzoni dei Beatles con l’orchestra da camera e Stockhausen era sulla copertina di Sgt.Pepper’s. É successo di nuovo in modo diverso con Peter Gabriel che ha collaborato con il regista d’opera Robert Carsen o David Byrne insieme a Laurie Anderson ma si è trattato di un’avanguardia più concettuale rispetto a quella degli anni ’60. Quell’intesa è andata perdendosi. Negli Stati Uniti ci sono stati altri contatti e contaminazioni, ad esempio tra Paul Simon e Philip Glass ma come esperienze individuali, non era più un clima culturale».

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Carlo Boccadoro ritratto da Rita Cigolini nella sede di SEM

Del musicista-naturalista bostoniano Jim Nollman che ha fatto suonato con animali di varia specie hai valorizzato l’estroso disco Playing music with animals. Questo tipo di sperimentazione ha avuto un seguito? Qual è il limite tra la ricerca autentica e la follia?
«Era l’unico disco che non conoscevo di Nollman, l’ho scoperto a seguito di ricerche, per caso l’ho trovato e me ne sono fatto mandare una copia, per questo ho deciso di parlarne: era singolare. A parte questo caso non saprei dire quali siano stati gli sviluppi in questo senso o quale sia stato il confine tra follia e ricerca. Anche il termine ricerca in musica oggi è un po’ ridicolo: credo che sia stato ricercato tutto negli anni ’60 e ’70, oggi mettiamo insieme i pezzi in un modo anziché nell’altro ma non ci sono grandi novità. Anche il postmoderno è già vecchio: oramai siamo nell’era di internet e non possiamo dire ancora cosa succederà perché forse non sappiamo bene neanche cosa stia accadendo ora».

In “12” si parla di album e intere opere poco conosciute o, ingiustamente, sottovalutate. Oggi però mancano forse mediamente i presupposti per un ascolto approfondito dato che la musica si ascolta per singole tracce sparse in playlist. Qual è la tua posizione nei confronti della musica liquida?
«Alcuni vantaggi sono indubbi ma anche i rischi per non parlare dei danni, soprattutto nel mio ambiente. Nel pop non ne ha creati perché la musica liquida è pensata per il pop. Però le playlist di musica classica e contemporanea sono un controsenso, non sono nate per quel formato. La musica liquida ha determinato una generazione di ascoltatori incapaci di mantenere la concentrazione per più di 1’:30’’, cosa che può andar benissimo se ascolti Taylor Swift ma non se hai in cuffia la quarta di Šostakovič. Come può la classica stare dentro spotify in maniera così frammentata? Per non parlare delle copertine degli album, che una volta facevano parte dell’esperienza musicale ora ridotte a francobolli. A questo proposito ho scritto un libro che verrà pubblicato a settembre».

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Carlo Boccadoro ritratto da Rita Cigolini nella sede di SEM

Nel libro varie considerazioni riferite al talvolta conflittuale rapporto tra chi scrive musica e chi dirige: “Grazie a direttori d’orchestra appassionati ho potuto ascoltare quel che avevo scritto eseguito nel migliore dei modi: un privilegio che non bisogna mai dare per scontato nel mestiere di compositore”.
«All’inizio era terribile, alcune le ho dirette da solo per disperazione. Non bisogna mai dare per scontata un’esecuzione. E neppure che questo sia un mestiere perché per molti non lo è ancora. In generale il musicista non ha mai rappresentato qualcosa di serio, comunemente più “qualcuno che non ha voglia di lavorare”. È un vecchio pregiudizio che non molla».

Riguardo i pregiudizi i tuoi ascolti testimoniano una ricchezza di contaminazioni che rifiutano distinzioni aprioristiche tra musica “colta” e altri generi sonori. Oggi la discriminazione musicale a che livelli si attesta socialmente?
«Non saprei dire o comunque posso parlare per quelli che sono i miei ascolti, che sono sempre stati tendenzialmente di larghe vedute e poco discriminatori. C’è però tutta una scena che non seguo, quella di X factor, dei talent di una certa scena rap e generi italiani affini, chiamiamoli così. Una tradizione americana che francamente sento poco riuscita in Italia: certe canzoni sarebbero forse più accettabili in tedesco o in inglese ma fare musica rap con la lingua di Petrarca è un po’ dura. Ci sarà anche qualcosa di buono ma in tutta onestà non sento l’obbligo di essere aggiornato anche su quello. Probabilmente quando smetti di aggiornarti è il segnale che stai invecchiando ma io lo accetto volentieri».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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