Paolo Tuci, quando una musica di settore diviene fenomeno mediatico

La musicalità di Paolo Tuci è il Cartoon pop, una nicchia musicale molto selezionata. Lui ci si affaccia con passione, studio e molta autodisciplina. In breve tempo diventa un fenomeno mediatico i suoi video fanno milioni di visualizzazioni e i suoi concerti diventano internazionali.

Paolo Tuci, intervista
Paolo Tuci.

Ciao Paolo, il tuo rapporto con la musica come vedremo poi, abbraccia molti aspetti, ma come è nato?
È nato mentre ballavo compulsivamente davanti ad un Juke-Box, a 5 anni, in uno stabilimento balneare dove i miei genitori mi portavano per le vacanze estive in Abruzzo. Nei tavoli di fronte ad esso nel 1993 c’era un gruppo di ballerini di Stefano Forte, il coreografo di Raffaella Carrà: dopo poco l’ombrellone della mia famiglia fu invaso da questo “corpo di ballo” che implorò i miei genitori di farmi studiare discipline artistiche perché da grande sarei potuto diventare un ballerino. La mia vita non è andata poi esattamente così, ma mi ci sono avvicinato molto (ride).

La tua maturazione vocale da cosa è stata maggiormente influenzata?
Sono assolutamente consapevole che questa è una vocalità scorretta: poche colorazioni vocali, un suono appiattito e più schiacciato, ma che è richiesto da questo genere musicale, il “Cartoon Pop”, che prevede una musicalità più semplice, genuina e più elementare, e che da tale deve arrivare a più persone possibili. In realtà ho fatto studi differenti con percorsi jazzistici e swing che potete ascoltare in qualche video sotterrato nell’oceano di YouTube: ma il nome e cognome era lo stesso! Io al posto vostro curioserei!

Hai unito la danza al canto, studiando con molti sacrifici e impegno. Ci racconti qualcosa di quel periodo?
Non vengo da una famiglia agiata. I miei genitori sono modesti lavoratori, ma io ho sempre avuto ambizioni differenti: ho lavorato in aziende come tantissimi di noi da quando avevo 18 anni, per riuscire a trasferirmi a Milano e pagarmi gli studi dal mio maestro di canto un jazzista che in 4 anni mi ha insegnato tantissime cose, ma che metterò a frutto quando la mia fisicità non mi permetterà più di essere in video con il diadema di Sailor Moon.

Nel canto e nel ballo in che percentuali, sono determinanti la predisposizione personale e la preparazione?
Credo che l’80% di ciò che appare è la passione, e spesso la grinta di chi si è impegnato per realizzarlo. Lo studio e la preparazione sono fondamentali, ma le nozioni base sono nel dna di chi vive per la musica e per la performance: nel mio caso un attacco in risposta alla timidezza e al senso di inadeguatezza che da bambini ci vengono messi davanti dal gruppo di “amici” che invece ha attitudini un po’ più ordinarie.

Intervista a Paolo Tuci
Il regista Paolo Lombardo.

Il performer artist riunisce molte discipline, ma non solo, si occupa anche della supervisione di un progetto dalla sua ideazione alla realizzazione. In base a quali criteri hai scelto il tuo staff, e come hai strutturato il suo organigramma?
Il performer è una figura poliedrica, ed in primis un creativo. Mi rammarico di non essere vissuto a volte nel glorioso mondo degli anni 80, ma in altre occasioni mi dico che oggi ho la possibilità grazie al web di mostrare ciò che voglio comunicare, senza filtri: con la responsabilità di dover fare un “buon lavoro”. Basti pensare alla comunicazione televisiva degli anni 80-90 dove i pochi eletti che erano “addetti ai lavori” sceglievano chi doveva arrivare in alto e chi no. Con la limitazione di essere manovrati come “mannequin”. Non so quanto sarei riuscito a rimanere ingabbiato in quel sistema.
Oggi posso scegliere i “folli” come me che possono aiutarmi addirittura ad aprire i confini della mia creatività. Siamo in pochissimi: il mio supervisore di progetto, Alessio Primavesi, al quale oggi sottopongo i lavori musicali definitivi per la scelta di quali brani faranno parte di un album in pubblicazione. Il mio regista fedelissimo, Paolo Lombardo, che rende immagini le mie idee. I Karma B, geniali costumisti che curano gli style di tutti i miei video riproponendo il periodo “storico” di riferimento con outfit più attuali. E poi ci sono i “personaggi” che vengono di volta in volta scelti in base alla fisionomia dei cartoni da proporre: sono molto attento alle somiglianze. Il loro volto deve associarsi al personaggio interpretato prima ancora che appaia il nome della serie TV.

Hai saputo riproporre i cavalli di battaglia della generazione che va dalla fine degli anni ’70 ai ’90, in un modo attuale e sicuramente più in linea con gli attuali gusti di quelle stesse generazioni. Come ti è venuta questa idea?
È stato tutto un gioco, di fronte alla musicalità di Jem, il mio cartone animato preferito. Immaginavo come sarebbe stata 30 anni dopo, nell’epoca dei ledwall, di scenografie virtuali, e costumi nettamente più glamour. La formula ha avuto un buon riscontro, e mi sono deciso ad affinarla fino a mostrarla a Cristina D’Avena, che è una dei miei primi supporter. Due anni fa non lo avrei mai detto, e questo ci fa comprendere quanto i sogni non abbiano alcun limite!

I tuoi video sono molto curati sia dal punto di vista della regia, coreografia e luci ecc. Ogni progetto è interamente curato da te?
Con un po’ di tempo speso in più ho deciso di non delegare a nessuno la scelta delle varie fasi. Opto per il brivido che ciò che sto per mostrare sia responsabilità solo mia: bella o brutta che sia. Posso sentir mio il progetto, trasmettere l’emozione che quel cartone animato mi dava e comunicare a tutti gli appassionati cosa davvero ho in testa, senza filtri alcuni.

Come ha influito su di te la musica straniera e quella italiana?
Ammetto di non essere un amante della musica italiana: solo ultimamente mi sono dedicato ad ascoltarla, con qualche piacevole sorpresa! Le sonorità estere sono sempre state più lungimiranti, rischiose, all’avanguardia: grazie anche alla tecnologia dei sintetizzatori musicali che nei primi anni 80 apparvero tra Germania e USA. Resto ancora un loro fedele fan.

Cosa trovi più e meno appagante nel tuo lavoro?
Questa è una bella domanda. Il più appagante è vedere una propria idea realizzata, condivisa, e apprezzata. Ma non dimentico mai le critiche che accetto esattamente come i complimenti, ed uso per migliorare i prodotti finali. Meno appagante certamente l’instabilità di vivere quasi “alla giornata”, dove davvero non posso pianificare ciò che succederà domani. Ma poi quando mi sveglio, e trovo sul telefonino il Video di lancio-progetto da parte di Cristina D’Avena tutta l’irrequietezza svanisce. Pimpulupampuluparimpampum…ed eccomi qua!

Articolo di Paolo Linetti.

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