Paolo Limiti: semplicemente un creativo

Paolo Limiti, l’intervista a Musica361 di un grande personaggio che si definisce semplicemente un creativo: “Se non hai creatività non hai mestiere”.

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Non basterebbe un’intervista sola per parlare di Paolo Limiti: paroliere, autore, conduttore e produttore televisivo italiano dagli anni ’60 ad oggi. O semplicemente un creativo come a lui piace definirsi. Ci vorrebbero ore, giorni per ascoltare tutti gli aneddoti che spaziano dalla musica leggera alla lirica, passando per le trasmissioni televisive e radiofoniche di successo. E non solo…

Gli inizi di uno dei parolieri più prolifici e ammirati della tradizione italiana: Paolo, quando e come hai cominciato a scrivere?
Scrivere testi o poesie per me è sempre stato istintivo. Devo premettere che respiravo già una certa aria in famiglia: mio nonno era poeta, vinse anche parecchi premi di poesia e conosceva molte lingue. Mia madre, diplomata in pianoforte, teneva concerti ma aveva anch’essa l’istinto per la scrittura: un giorno conobbe Scerbanenco che la incoraggiò a scrivere racconti. E da quel momento anche lei scrisse libri e vinse premi di poesia. Uno di questi addirittura in Rai quando ero ancora molto piccolo. In casa dunque esisteva già questo filone letterario e io allo stesso modo continuai. In particolare, quando avevo sette anni, diedero alle elementari un classico tema del tipo “Raccontate cosa avete fatto la domenica” e io scrissi un racconto sull’incontro tra me e un tacchino, perché quella domenica mi avevano portato in campagna. Il mio tema fu talmente apprezzato che il preside della scuola chiese se poteva comunicarlo al Provveditorato degli studi come esempio di come i ragazzi potevano scrivere. Il primo segnale probabilmente è stato quello, la strada si è aperta da lì. Poi crescendo ho cominciato a scrivere testi per canzoni.

Come paroliere debuttò grazie alla cantante Jula de Palma, di cui era un ammiratore. Come avvenne?
Ero ancora uno studente, avrò avuto 19 anni: lei mi piaceva moltissimo e le avevo scritto una lettera lusingandola, allegando tre testi di canzoni in inglese. Io sono bilingue, ho imparato l’inglese da piccolo, e le scrissi dei testi in inglese, sapendo che era solita cantare anche in inglese e francese. Lei mi rispose che i miei testi erano bellissimi, ma soprattutto che le avrebbe fatto piacere conoscermi. Così quando andai a Roma in gita con la scuola passai a trovarla e quella volta fu lei che mi fece una sorpresa. Mi chiese prima di scriverle qualcos’altro in italiano e poi mi invitò “a sentire come si scrivevano bene le canzoni”: aveva inciso la mia “Mille ragazzi fa” (1964).

Dopo Jula De Palma seconda tappa fondamentale come paroliere è “La voce del silenzio” con Mogol per l’edizione del Festival di Sanremo del 1968. Del Monaco la cantò abbinato alla statunitense Dionne Warwick. Come avvenne la collaborazione con Mogol?
Non abbiamo proprio collaborato. Andò così: dopo aver composto la musica di questo brano non si riusciva a trovare un bel testo. Giusta Spotti, moglie di Elio Isola, autore della musica, mi chiese “Paolo, ci stanno provando in tanti, perché non ci provi anche tu?” Scrissi allora “La voce del silenzio” e gliela mandai. Giusta mi telefonò dicendo che il testo era piaciuto. Mi richiamò dopo una settimana avvisandomi che avrebbe voluto mandare la canzone a Sanremo. Io ero ancora uno sconosciuto però, così decisero di accoppiarmi al nome di Mogol, che aggiunse giusto qualcosa al testo perché la struttura era già completa.

Ebbe altri contatti con Mogol dopo quella collaborazione?
Non ci furono altre occasioni. Semplicemente qualche tempo dopo lui avrebbe dovuto scrivere per un complesso che aveva appena sfondato con un singolo. Questo complesso aveva bisogno di una seconda hit, così fui chiamato perché scrivessi io il testo: “Mogol ha detto di chiamare lei perché le deve restituire un favore.” Fu molto gentile.

Una curiosità sul mestiere di paroliere: esiste una tecnica precisa? Da cosa si fa ispirare per la stesura di un brano?
Non saprei dire, non c’è una regola. In genere mi lascio trasportare da quello che mi viene in mente in certi momenti. A volte scrivo un testo da una melodia, a volte dalle parole stesse nasce una melodia: “Buonasera dottore” nacque prima come testo e poi Shel Shapiro ci fece la musica. A volte immagino qualcosa e penso “questa potrebbe essere una canzone”: allora scrivo la struttura di una canzone che richiama quello che mi è venuto in mente. Prima di tutto creo, qualsiasi sia l’ispirazione, tutto il resto viene dopo.

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Paolo Limiti con Mina.

Molti sono stati gli interpreti che hanno cantato “La voce del silenzio” da Loretta Goggi a Massimo Ranieri, da Francesco Renga a Renato Zero. Chi diede però grande notorietà al brano fu Mina. E pur scrivendo per tantissimi, da Ornella Vanoni a Peppino Di Capri, da Iva Zanicchi, ad Al Bano e Romina Power, la collaborazione più importante resta quella con Mina. Quando incontrò Mina la prima volta?
Nel 1968 lavoravo ancora come copywriter in una delle più grandi agenzie pubblicitarie d’Europa. Ero responsabile della sezione “executive cinema e tv”, facevo anche regie per dei caroselli. Tra le campagne pubblicitarie di cui mi occupavo mi diedero anche la Barilla e Mina era la testimonial. La incontrai a Roma agli studi della Titanus ma “non ci acchiappammo” subito…Io volevo che facesse un gesto mentre passava su un tapis roulant in mezzo alle confezioni di pasta e lei: “E perché di grazia dovrei fare questa cosa?” “Perché subliminalmente dovrebbe suggerire di portare gli spaghetti in tavola” risposi io. “E perché lei si fa crescere la barba?” mi rispose…Ci fu questo battibecco. Poi per un problema con la produzione decisi di rifare tutto. Con suo disappunto: “Ma io non posso, sto girando una trasmissione per il sabato sera!” “É un problema suo signora, non mio!” le risposi. Mi inseguirono tutto il giorno lei ed Elio Gigante, il suo agente. Poi risolvemmo la questione e l’indomani Mina mi chiamò e mi disse: “Paolo, perché non viene a trovarmi?”. Così nacque un’amicizia.

Bugiardo e incosciente, Sacumdì Sacumdà, Ballata d’autunno, Un’ombra ed Eccomi per citare le più famose. La canzone che ha scritto per Mina che più ha nel cuore?
Forse “Bugiardo incosciente” (1969). O forse ce ne sono altre che mi piacciono di più ma in questo momento non me le ricordo. É come se a te chiedessero adesso quale articolo ti è venuto meglio (sorride).

L’ultima collaborazione con Mina risale al 2011 con “Questa canzone”, giusto?
In realtà si tratta di un mio vecchio brano che Mina ha recentemente interpretato in maniera mozzafiato: veramente una Mina che non si sentiva da decenni. L’ho scritta nel 1970 e lei l’ha ripescata solo qualche anno fa in un cassetto. Nemmeno sapeva che fosse mia, tanto che quando la trovò fece un lancio chiedendo: “cerco l’autore di questa canzone”. Mi chiamò poi Mario Nobile che aveva fatto la musica insieme a me e mi disse “Hai sentito? Mina ha inciso la nostra canzone!” È una storia molto bella, il testo dice “Canto per te questa canzone, per tormentarti ancora un po’, tornare lì per un momento che non puoi dire no, farai finta di niente ma dentro tremerai…[…] quando tu la sentirai saprai che è per te questa canzone, per farti capire che non è mai finita”. Ecco anche questa potrebbe essere un’altra delle canzoni che amo di più!

Il dubbio” e “Per Niente al mondo” (1969) cantate rispettivamente da I Nuovi Angeli e Wess, Chriss and the Stroke sono due canzoni scritte in coppia con Felice Piccarreda definibili delle cover dei Beatles, da “Carry that way” e “Golden Slumbers” (Abbey Road, 1969). Negli anni ’60 andava tanto questo fenomeno delle cover o revival in Italia. Come mai?
Nei primi anni ’60, quando già nel mondo il rock’n’roll si muoveva dal 1953, noi in Italia eravamo rimasti alla musica della tradizione della bella vocalità anni ’40. Il rock’n’roll comunque a poco a poco invase anche l’Italia con la relativa esplosione dei 45 giri e conseguente vendita di mangiadischi, usati sulle spiagge e nelle feste. Con l’avvento dei mangiadischi e dei più economici 45 giri si aprii un nuovo mercato: fu l’inizio della grande industria discografica. In RadioRai nacque una trasmissione che si chiamava “Il discobolo”, rubrica del sabato che faceva sentire in anteprima le nuove hit. Insomma ci fu una concomitanza di eventi che lanciò l’industria discografica. E questa industria pensò: “Se i dischi americani hanno successo in Italia, allora incidiamoli anche in italiano: se solo coi dischi americani vendiamo 100, con i testi in italiano venderemo almeno 150!” Si parlava allora con l’editore della canzone spiegando chi l’avrebbe cantata e a seguito alla liberatoria veniva fatto fare un testo in italiano poi regolarmente depositato in SIAE.

Sempre negli anni ’60 esisteva una trasmissione tv che si chiamava “Settevoci”. E oggi i talent: cosa è cambiato nella scoperta dei talenti?
Evolve tutto nel mondo e non fa eccezione la musica. I talent non sono altro che rielaborazioni dei concorsi per dilettanti che si facevano una volta, anche in radio. Nel 1950-51 esisteva un programma alla radio chiamato “Il microfono è vostro”: come si capisce era una specie di corrida, c’era chi cantava, chi recitava poesie o faceva ridere con le imitazioni. Il pubblico votava applaudendo e si stabiliva un vincitore. Vedo i talent di oggi come un’evoluzione nel tempo e un perfezionamento di quelle trasmissioni.

Nel 1968, per intuizione di Luciano Rispoli, iniziò la collaborazione con la Rai come autore e regista. Parliamo di questo passaggio in tv: rispetto alla sua esperienza di paroliere cosa rappresentò per lei e come lo colloca nella sua carriera?
Ho cominciato in tv con Marcello Marchesi, che inaugurò la fascia del mezzogiorno della domenica di Raiuno. Mi propose un programma con Don Lurio, Tony Renis, Gisella Pagano e Dalidà…Anche con i programmi tv ho sempre scelto d’istinto, senza fare l’errore però di accettare tutto: il dio oro non è stato il motore della mia vita, prima c’era sempre posto per quello che mi piaceva, poi il resto. Ho partecipato solo a certe proposte, resistendo ad altre pressioni. É importante dire di no, perché se fai tutto ti squalifichi. Sono stato fortunato perché non ho mai avuto bisogno di fare altro, e sono soddisfatto della mia carriera perché non ho mai avuto tonfi. Non troverai un programma che non abbia avuto successo.

Numerose le trasmissioni e gli speciali musicali. Tra le ultime ha ideato il “Premio Etta Limiti” (2013) concorso per voci liriche trasmesso su Raidue e su Raiworld.
Tutto risale a quando mi chiamarono per presentare un premio lirico al Teatro Fraschini di Pavia, con star della lirica mondiale. Prima di andare in scena quella sera, leggendo il programma, intuii che la scaletta sarebbe potuta essere più accattivante se composta da arie più famose, tipo “Che gelida manina”, quindi rivolta ad un pubblico più popolare, che avrebbe potuto interessarsi all’evento pur senza essere mai stato all’opera in vita sua. Volevo uno spettacolo che andasse alle masse, non per addetti ai lavori. E in seguito a quell’esperienza concepii il premio Etta Limiti che continua a darmi belle soddisfazioni: e oggi sto preparando la quarta edizione. Tantissimi gli artisti che vogliono partecipare a questo concorso lirico e di qualità la giuria composta tra gli altri dal sovrintendente dell’opera di Roma e il sovrintendente della Scala: sono loro che selezionano i cantanti che arrivano in finale. Ho prodotto, pagato e pubblicizzato personalmente questo evento, sapendo di andare a parlare di un settore che pochissimi seguono in proporzione ad altri tipi di programmi. Però ho voluto farlo, ci credo.

Simone Cristicchi nella sua canzone Vorrei cantare come Biagio Antonacci ironizza sul tono nostalgico delle sue trasmissioni: «Per quanto sia nostalgico non sono stato mai da Paolo Limiti». Lei si riconosce in questa fama di nostalgico?
Non mi riconosco nello spirito del “oh che bello sarebbe tornare indietro”. Anzi dico sempre che i “bei tempi andati” non esistono, ci sono solo “i tempi andati”. E della rievocazione dei tempi andati nelle mie trasmissioni c’era solo il 40%; il 60% era fatto di eventi e personaggi contemporanei. Non capisco perché tutti siano rimasti colpiti da Nilla Pizzi e non dalle Dixie Chicks che ho proposto dieci anni prima che diventassero famose: ho contribuito io per primo a lanciare il loro singolo “Goodbye Earl”. Il punto era che il mercato si stava omologando ai giovani escludendo tutto il resto: il malinteso fondamentale credo stia lì. Nella mia trasmissione ho semplicemente messo artisti di talento di generazioni diverse volendo dimostrare che il talento è sempre esistito ed esisterà sempre. Questa presunta quanto sbandierata operazione nostalgia comunque non mi ha mai dato problemi sotto il profilo degli ascolti, sempre ottimi. Anzi ho avuto la mia vendetta o rivincita quando ho poi visto in questi anni programmi come “Io canto”. E mi sono chiesto: perché adesso fanno cantare ai bambini il mio repertorio, le “canzoni dei vecchi”? (ironico).

Amante delle sette note da sempre: ha mai avuto il desiderio di cantare?
No, strano ma no. Canto una canzone se mi piace, ma niente di più.

Lei ha scritto per tanti interpreti in passato: per chi vorrebbe scrivere una canzone oggi?
Mi piacciono molto le vocalità di Arisa, Renga e Mengoni. Tutte voci magnifiche. Ma seguo anche altri talenti all’estero.

Paroliere, autore, regista, conduttore: dovesse definire il suo mestiere o una professionalità in particolare in tutti questi anni?
Creativo. Nel creativo rientra il regista, il produttore, l’autore, il conduttore: se non hai creatività non hai mestiere.

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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