Paola Turci, una donna allo specchio

Debutta il 27 settembre al teatro Tieffe Menotti di Milano Mi amerò lo stesso, spettacolo autobiografico della cantautrice romana in veste di attrice. Paola Turci racconta a Musica361 della genesi di questo monologo e dei prossimi progetti.

A Parigi nel 2013, Paola Turci scrive la sua autobiografia dal titolo Mi amerò lo stesso. Poi torna in Italia, realizza l’album antologico Io sono insieme a Federico Dragogna dei Ministri e nel giugno 2015 ha inizio l’ “Io sono in tour” che vede le ultime tappe nei teatri italiani nel gennaio 2016.

E proprio in un teatro, il Tieffe Menotti di Milano, da un’idea del direttore e regista Emilio Russo, prende forma una nuova avventura artistica ispirata dalla biografia della cantante.

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Paola Turci il 27 settembre debutta al Teatro Tieffe Menotti di Milano con lo spettacolo “Mi amerò lo stesso”.

Già nel 2006 hai portato in scena il progetto Cielo-voce danzante e corpo sonoro, con un repertorio dal vivo fatto di tue canzoni e reinterpretazioni di altri autori, supportate dalla gestualità coreografica del ballerino Giorgio Rossi. Stavolta invece nel tuo sito ufficiale fai riferimento ad un progetto teatrale, “Mi amerò lo stesso”, «che potrebbe realizzare quel piccolo grande sogno rimasto chiuso a chiave da quel 15 agosto 1993»: il sogno era essere attrice?
Esatto, è quello il sogno che finalmente si realizza. È un desiderio che nasce da quell’indimenticabile periodo passato a Roma a seguire un corso di teatro con Beatrice Bracco: mi innamorai perdutamente del lavoro dell’attore, un po’ come quando sei disposto ad abbandonare tutto per amore. Mi sentivo pronta per diventare un’attrice, adoravo usare la voce, non solo per cantare. Avevo il sostegno della mia insegnante che credeva nelle mie capacità: fui persino in scena tre settimane al Teatro Dell’Orologio a Roma con un atto unico. In quel periodo non pensavo ad altro, continuavo a fare provini su provini: l’ultimo, memorabile, a Cinecittà con Ettore Scola per un film che si chiamava “Mario Maria e Mario” fu 20 giorni prima del fatale incidente dell’agosto 1993. L’incidente ha frantumato quel sogno, proprio come il mio volto. Da allora accantonai quel desiderio. Finché Emilio Russo ha letto la mia biografia, “Mi amerò lo stesso”, nella quale ho raccontato di questa mia passione per il teatro e così mi ha proposto di portare in scena quel testo con me come protagonista.

Quale è stata la tua reazione a questa proposta?
È stata una proposta folle alla quale io, come una pazza, ho detto di sì! (Ride) L’idea di rimettermi a recitare un monologo dopo 23 anni è davvero da pazzi, però abbiamo lavorato al progetto per un anno e presto giudicherete il risultato.

Com’è l’emozione di calcare il palco per recitare anziché cantare stavolta?
L’abitudine al palco, pur cantando, non è la stessa, anzi non c’entra assolutamente niente. Per me è come fosse la prima volta, la prima volta in assoluto. A pochi giorni dal debutto oramai ho chiaro il testo e le scene però mi sento un po’ incosciente e nonostante il lavoro fatto vorrei prepararmi molto ma molto di più, come in quei giorni quando frequentavo il corso di teatro. Dopo oltre 20 anni uno pensa che i conti si chiudano e invece eccomi qua: questa idea mi emoziona tantissimo e mi aiuta a dimenticare l’ansia delle ultime ore.

 Mi amerò lo stesso: a parte il riferimento al tuo brano Ti amerò lo stesso, qual è il messaggio di questo titolo?
“Mi amerò lo stesso” è un modo per dire che chiunque debba prima di tutto avere un amore incondizionato per se stesso, a prescindere da tutto ciò che può accadere nella vita. È la chiave per avere una vita migliore: se noi ci vogliamo bene, sappiamo anche voler bene. È un invito a volersi bene, guardando oltre le apparenze: la scena dello spettacolo è fatta di specchi che riflettono la realtà ma che possono essere interpretati anche come “lo specchio di Alice” che può essere attraversato. Lo specchio può anche riflettere la vita come la vediamo ma, se a volte non ci piacciamo, passarci attraverso e andare oltre può diventare la soluzione.

Lo spettacolo inizia appunto con te che ti guardi allo specchio: così comincia il tuo percorso biografico. Come ricordi il momento in cui ti sei guardata allo specchio per la prima volta e hai deciso di diventare cantautrice per mestiere?
Sono cresciuta guardandomi allo specchio. Spesso da piccola mi chiudevo in bagno e mi specchiavo imbracciando la chitarra: mi serviva più che altro per visualizzare lo strumento e capire come suonare. Non mi guardavo in volto, guardavo me come figura d’insieme e mi piaceva tantissimo: in quei momenti mi sentivo diversa da tutte le altre persone che conoscevo. Poi quando un incidente ti cambia i connotati del volto, ci si comincia a vedere in un modo assolutamente nuovo.

Com’è oggi il tuo rapporto con lo specchio?
Oggi il mio miglior momento allo specchio è quando mi immagino senza guardarmi: quando non mi guardo mi sento bene e sento che posso dare tutto.

“Mi amerò lo stesso” è uno spettacolo per conoscere più l’artista Paola Turci o la donna Paola Turci?
Io mi auguro l’attrice Paola Turci! Lo considero una mia prova d’attrice, lontano dalla mia consueta immagine di cantautrice. Anche se immagino che ci sarà una certa partecipazione da parte di quel pubblico legato alla mia esperienza musicale, stavolta vorrei che gli spettatori vedessero sul palco un’attrice, non la cantante che prova a recitare. Ci sono solo due momenti in cui canto: ho “lottato” molto col regista che avrebbe voluto inserire dei passaggi con chitarra e voce ma io sono stata categorica, “Non voglio cantare, voglio recitare!”

Senza l’incidente pensi che saresti diventata attrice anziché cantante?
Non saprei dire, credo che in qualche modo sarei comunque tornata alla musica, che comunque fa parte di me un po’ come il mio tessuto epidermico dal quale non potrò mai separarmi. C’è una battuta del monologo che dice “È soltanto quando suonavo che smettevo di sentirmi normale ed ero bellissima”: e in effetti attraverso la mia la musica sono riuscita a sentirmi realizzata. La musica rimane un elemento portante della mia vita: non a caso la descrivo come l’incanto di un bambino si trova nel posto più bello che possa immaginare.

Paola-Turci-Mi-amero-lo-stessoSi parla di fasi importanti della tua vita nel monologo, di conseguenza non si può non parlare del tuo repertorio. Secondo te qual è la canzone più rappresentativa della tua carriera per il pubblico e quella invece più significativa per te?
La mia canzone più conosciuta dal pubblico credo sia Bambini: una canzone che porta con sé un contenuto sociale che ancora oggi, dopo 27 anni, sa suscitare emozione e turbamento. Ogni volta che la canto in concerto c’è sempre un bel ritorno: è incredibile come sia ancora tristemente attuale. Piace molto anche Questione di sguardi, decisamente più leggera e forse ancora più conosciuta. Una canzone significativa per me è Stato di calma apparente, la prima che ho scritto: viene da sé capire il motivo per cui la considero importante.

Tra i tuoi prossimi progetti c’è l’intenzione di proporre questo spettacolo in altri teatri italiani e più in generale di dedicarti ad altri progetti di questo tipo o è solo un esperimento?
Non lo considero un semplice esperimento, anzi è il progetto più importante che sto realizzando in questo momento: per ora il debutto è finalizzato all’esperienza in questo teatro. Ho già avuto altre proposte ma voglio prima avere un riscontro concreto di questo lavoro. Se sarà positivo ci penserò, nel caso se ne parlerà comunque a gennaio prossimo: a ottobre la mia priorità sarà concludere il mio prossimo disco.

Hai debuttato al Festival di Sanremo (1986) col cantautorato de L’uomo di ieri, poi la svolta pop rock da Oltre le nuvole (1997), portando avanti queste due anime contaminate: oggi sei artisticamente interessata o orientata verso un genere o un tema in particolare?
Sto lavorando a nuove canzoni senza preoccuparmi del genere o della forma: una canzone può nascere rappata, parlata o sussurrata, con il ritornello solo alla fine o senza. Voglio che la musica prenda la sua naturale forma, che la composizione nasca spontanea, senza dare alcuna direzione. È molto rischioso seguire direzioni precise per poi ritrovarsi tutti a fare le stesse cose. Io comincio sempre sviluppando temi e spunti che mi tocchino o che mi ispirino: seguo una serie di combinazioni interessanti che mi portano alla forma giusta per ogni canzone. Giusta per me si intende.
Davide Rossi, grande musicista, produttore e arrangiatore, col quale sto lavorando mi sta dando nuove e stimolanti chiavi di lettura. E in questo senso il prossimo disco potrebbe essere assolutamente inedito rispetto ai precedenti per me. Anzi voglio che lo sia.

Tra i tuoi prossimi lavori, oltre a un album di inediti anche un nuovo romanzo: puoi anticiparci qualcosa?
Mi piace tantissimo scrivere in prosa e da tempo ho la voglia di raccontare una storia. Dopo aver concluso il disco mi dedicherò anche a quello. Vi aggiornerò…Intanto, in vista del debutto, desidero ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo spettacolo ma in particolare tre persone preziosissime: il direttore del teatro e regista Emilio Russo, l’assistente alla regia Fabio Zulli, che mi ha aiutata a riprendere il training dell’attore e la costumista Pamela Aicardi sempre presente.

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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