Il Muro del Canto: storie di vita cantate in dialetto capitolino.

Con uno spettacolo carico di energia ed emozioni allo Sherwood Festival di Padova, Il Muro del Canto si conferma una band di talento e capace di muovere le persone.

Il-Muro-del-PiantoQua lo dico, mi sbilancio e lo sostengo con forza: i testi de Il Muro del Canto andrebbero portati nelle scuole e studiati in letteratura italiana. Così, a fianco di Pasolini, ci sarebbero pure le parole del Muro.

Nascono a Roma, nel 2010. Tutti musicisti, amici. Me li immagino così, già vestiti di nero, a comporre il loro primo pezzo, Luce Mia, magari dopo una buona bevuta in compagnia. E, come dice Alessandro – percussionista e narratore – dal palco dello Sherwood festival, durante il concerto tenutosi domenica 3 luglio davanti a un pubblico compatto e rapito dalle note e dalle parole del gruppo, è stato proprio dopo aver composto questo primo pezzo che si è formato il Muro del Canto.

Definire musica la produzione de Il Muro del Canto è riduttivo. Sarebbe forse più adatto chiamare vita l’intenso intreccio di emozioni che i ragazzi creano con voce e strumenti. Pescano a piene mani dalla tradizione delle canzoni romane, narrano storie di amore e morte, cantano la dolorosa gioia di vivere del popolo. E, come se non bastasse, fondono il tutto in una matrice musicale complessa, ricca di energia e di pathos, media aritmetica delle passioni che fluiscono dai loro strumenti. Danno vita a un eccezionale amalgama di folk, rock, blues. E non è un caso: la loro è musica popolare, nel senso migliore del termine, e dalla musica del popolo traggono ispirazione.

Il-Muro-del-Pianto-concertoIl concerto tenuto allo Sherwood Festival di Padova, domenica 3 luglio, è stata la conferma della capacità de Il Muro del Canto di muovere le persone. Sotto un cielo livido, carico di nuvole viola, si è alzata la voce del Muro del Canto, impersonata dalla voce profonda del cantante, Daniele Coccia. Il tempo di iniziare e il pubblico cantava le canzoni e si lasciava trasportare dalle parole e dalla musica. Un’ora di concerto nella quale si è formato un contatto intimo con il pubblico – strettamente veneto, e quindi non dei più facili – fin dal primo brano, L’Ammazzasette, dalle sonorità che omaggiano il western di Morricone, attraverso un filo rosso che si snoda per tutti e tre gli album, ognuno con la propria storia da raccontare. Il giro di boa si ha a metà concerto, con la voce narrante di Alessandro Pieravanti che recita Domenica a pranzo da tu madre. Il pubblico, anche coloro che non conoscevano ancora Il Muro del Canto, è ormai conquistato. Da qua alla fine del concerto è un botta e risposta col pubblico. Alessandro Marinelli salta come un fauno abbracciato alla fisarmonica, Giancarlo Barbati gioca con la chitarra, sostenuto dall’eccezionale tappeto ritmico di Eric Caldironi alla chitarra ritmica e Ludovico Lamarra al basso. E, quando alla fine dal banco mixer fanno cenno di chiudere, il pubblico chiede ancora storie, ancora musica, ancora Muro del Canto.

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Alberto Della Rossa
Alberto Della Rossa

Sono un lettore onnivoro e schizzinoso, un musicista imbarazzante e copywriter per professione, uno di quegli oscuri figuri che scrivono descrizioni insensate sulle etichette dei vini, ad esempio. Nel tempo libero poi continuo a scrivere racconti e narrativa.

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