Marilù Poledro e il suo debutto discografico con “Avesseme furtuna”

L’interprete napoletana portavoce della musica popolare e del dialetto, con un album che affonda le proprie radici nella storia, attraverso sonorità ricercate e la cura delle parole

Marilù Poledro
Il debutto discografico di Marilù Poledro con “Avesseme furtuna”, prodotto dalla SoundFly.

Si intitola Avesseme furtuna il primo album in studio di Marilù Poledro, frutto dall’incontro artistico con Antonio Di Francia (già Solis String Quartet) e impreziosito dalla presenza di due featuring d’eccezione con Gianni Lamagna, voce della Nuova Compagnia di Canto Popolare, e del Maestro Enzo Gragnaniello. Un disco in cui si mescolano passato e presente, attraverso un sapiente lavoro di ricerca degli arrangiamenti e dei testi.

Ciao Marilù, benvenuta su Musica361. Cosa rappresenta per te questo esordio discografico?
“Avesseme furtuna” è per me come un figlio, e siccome sono mamma, lo dico davvero con cognizione di causa. Due cuori, affini e complementari, si sono fusi per dare vita ad uno nuovo, unico: la musica di questo disco che ci auguriamo possa trovare un posticino nel cuore del pubblico.

C’è un anello di congiunzione tra la musica popolare e quella che oggi passa sui network radiofonici?
Oggi, il contenitore “musica popolare” è così traboccante di mille sfumature diverse che non mi sento di poter generalizzare con un semplice “sì” o “no”; inoltre, i network radiofonici trasmettono musica che, al di là dei generi, risulta rispondere a dei canoni tecnici e tematici ben precisi. Pertanto, credo che alcuni brani di musica popolare siano idonei all’ascolto radiofonico ed altri no, così come sono sicura che altri pezzi presenti nel nostro album siano perfetti per questo genere di diffusione, come “Avesseme furtuna”, “Rosaspina”, “Tutto ‘o bene mio”, “Sulo tre parole” e “Ricciulina”, gli altri forse meno.

Dunque, si può riproporre la tradizione contaminandola con arrangiamenti post-moderni?
C’è sempre margine per la sperimentazione, se parliamo di quella seria, fatta di arrangiamenti che cuciono una nuova veste sull’originale con cognizione di causa, studio, rispetto e sentimento. Anche le contaminazioni, non dovrebbero mai essere una roulette russa, ma ragionate e create come un ponte che unisce il pensiero originale a quello nuovo che noi ci portiamo dentro, la nostra visione di quel brano. Insomma, quando ci sono idee, suoni e contaminazioni nuove e vere, ne vale sempre la pena. Ma io sono fortunata perché ho goduto del gran gusto musicale di Antonio Di Francia.

Per concludere, se dovessimo definire questo disco un concept album, quale sarebbe il filo conduttore delle undici tracce presenti?
Ad un primo ascolto, si può pensare che vi sia un filo conduttore intimamente legato alla donna, spesso presente come soggetto oppure oggetto dei testi. Ma dalle mie interpretazioni, anche se il genere espresso su carta è spesso al femminile, so che si alza la voce di tutti coloro che portano in sé le qualità umane che la cultura comunitaria da sempre vuole siano legate alla figura della donna, madre, moglie, subordinata: l’accoglienza, l’altruismo, il rispetto, la compassione, il perdono. Ma che in realtà non credo appartengano ad un solo genere, ed oggi che viviamo nell’era della lotta alle discriminazioni, della rivendicazione delle pari opportunità e dei diritti, quelli umani e non di genere, razza, etnia o religione, spero sia chiaro a tutti. E allora ti dirò, questo è un personalissimo viaggio nei meandri dell’animo umano, alla scoperta di tutte le emozioni che lo popolano.

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Nico Donvito
Nico Donvito
Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.
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