Lo Yeti: «Le memorie dell’acqua è una grande autoanalisi»

Cantante e grafico pubblicitario: Pierpaolo Marconcini si racconta e parla del suo nuovo album Le memorie dell’acqua.

Lo Yeti - Pierpaolo Marconcini parla del nuovo albumDa poco è uscito il nuovo album di Pierpaolo Marconcini, in arte Lo Yeti, dal titolo Le memorie dell’acqua, una sorta di grande autoanalisi per raccontarsi pienamente al pubblico. Ma non solo musica, nella vita di Pierpaolo c’è posto anche per il lavoro di grafico pubblicitario, che incide molto sulla sua carriera da cantante.

Ad aprile è uscito il tuo album Le memorie dell’acqua. L’acqua è il fil rouge del disco, che cosa rappresenta?
L’acqua è il contenitore, che imparziale trasporta altrove le esperienze e le storie che avevo bisogno di raccontare. Ogni brano diventa affluente di questo fiume perché ognuno di essi racconta una sfaccettatura di un rapporto che si consuma fra il trovarsi e il lasciarsi. Una sorta di catarsi domestica che in qualche modo ognuno di noi vive all’interno di una relazione sentimentale.
L’acqua, poi, vive in ogni brano mostrandosi sempre in una forma differente: una volta torrente in piena, poi neve, poi lacrime, diventando appunto leitmotiv silenzioso e riflesso dell’umore del brano stesso.

Delle nove canzoni, qual è quella che senti ti rappresenti di più? Perché?
Difficile dirlo perché ognuna tratta in qualche modo una mia esperienza personale. Quando mi sono trovato a raccogliere tutto il materiale per farne un album, mi sono accorto che ciò che più emergeva dalle parole era una sorta di grande autoanalisi, non per forte egocentrismo, ma per raccontare, in quanto opera prima, qualcosa di me agli altri, sperando anche di trovare una sorta di comprensione e condivisione di quelle che sono determinate dinamiche dei rapporti interpersonali. Forse, fra tutte, La Nostra Rivoluzione è quella che parla di una condizione generazionale con più ampio respiro e, quando la ascolto, penso di essere riuscito a trovarne una chiave verbale che mi stupisce.

Il tuo disco è una via di mezzo tra il rock alternativo e il cantautorato italiano, a quale dei due stili ti senti più vicino?
Sicuramente il rock alternativo è ciò che ha segnato di più la mia infanzia e tutti gli anni scolastici, in cui hai grande bisogno di trovare una tua forma, una fazione in cui stare, un mondo al quale credere o non credere affatto. Il cantautore che è in me credo si sia formato più avanti, con più pazienza, andando a prendere  e ad assimilare tutta quella parte di musica popolale e nostrana che prima rifiutavo o semplicemente non capivo. Per cui credo che il disco abbia assimilato tanto i miei diversi ascolti e le influenze che mi hanno formato negli anni come musicista.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento?
Ho diversi artisti ai quali sono legato per poetica narrativa o per scelte stilistiche e musicali perché capaci di innovare e rinnovarsi costantemente e capaci di leggere e interpretare con anticipo i propri tempi e la società. Se devo citarne uno, credo che Lennon sia per me l’artista totale, capace di trasformare le sue debolezze e le sue intimità in manifesti generazionali.

Lo Yeti - Pierpaolo Marconcini parla del nuovo albumCome mai hai scelto Lo Yeti come nome d’arte?
Cercavo qualcosa che fosse semplice e naif, ma che allo stesso tempo potesse raccontare ciò che per me rappresenta un artista. Lo yeti è una figura che esiste nel momento in cui noi la figuriamo con la nostra esperienza, è una rappresentazione manifesta della nostra fantasia.

Tu hai anche esperienza come grafico pubblicitario. Quanto questo lavoro influisce sulla tua musica?
Influisce molto perché condivide con il fare musica una caratteristica fondamentale: la curiosità, come ricerca costante di novità. Poi c’è un aspetto di metodo, che sta nella cura dei dettagli, nella ricerca stilistica e nella rappresentazione di qualcosa che non si esaurisce con la sola musica, ma necessita di un universo visivo volto a creare un’immagine artistica più ampia.

Cosa pensi dei talent show? Se ti chiedessero di partecipare, quale sarebbe la tua risposta?
Credo che siano una strada, come ce ne sono altre nella musica e come ce ne sono sempre state. Si tratta di un percorso che necessita di determinate caratteristiche artistiche e di una propensione ad un certo tipo di visibilità ed esposizione, che però spesso non prescinde da un discorso musicale. Ciò che non amo di questo meccanismo è il creare una sorta di artista a termine, o stagionale, che si consuma spente le telecamere e spesso si esaurisce con l’inizio della stagione successiva della trasmissione. Io, per quelle che credo siano anche le mie caratteristiche personali e caratteriali, non credo potrei partecipare a un talent show.

Quali sono i tuoi progetti musicali sia nel campo musicale che non?
Adesso vorrei riuscire a portare in giro per le città il lavoro che ho fatto, cercando di farlo conoscere e apprezzare nelle sue particolarità. Vorrei riuscire a crearmi un mio universo, nel quale poter continuare a creare, così da non dover pensare anche a un campo “non musicale”.

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Camilla Dalloco
Camilla Dalloco

Laureata in Lettere all’Università degli Studi di Milano, scrivo per passione e leggo per diletto, fin da piccola. Curiosa, eterna sognatrice ed amante dei viaggi: vorrei fare della mia più grande passione un vero e proprio lavoro perché “il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi, ma è sempre meglio che lavorare”.

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