Like a goodbye: sono arrivati i Mangaboo

Da venerdì 30 settembre è disponibile sulle piattaforme digitali Like a goodbye, il primo singolo dei Mangaboo. Parliamo con l’ideatore di questo nuovo progetto Francesco Pistoi.

Like a goodbye: sono arrivati i Mangaboo
Mangaboo.

Francesco Pistoi, conosciuto come Dj Pisti, produce musica elettronica per la Krakatoa Recordings ed è stato l’anima più dance-oriented dei Motel Connection, una delle più importanti band di musica elettronica italiane.

Maestro di cerimonie di alcune note serate techno in Italia, si è esibito in rilevanti festival di musica elettronica come Detroit Movement, Barcelona Sonar and Tbilisi Open Air.

Dall’incontro con la cantante jazz Giulietta Passera è recentemente nato il progetto musicale Mangaboo.

Francesco, dati i diversi generi dai quali provenite, come hai trovato l’intesa artistica con Giulietta?
Ho conosciuto Giulietta in occasione del “Fringe in the box” al Torino Jazz Festival. In quell’occasione avevo avuto l’idea di registrare e campionare la musica di alcuni jazzisti da tutto il mondo. Dai suoni campionati ho ricavato una grande libreria a disposizione per i producer di tutto il mondo, pensata per realizzare brani tecno o di musica elettronica. Giulietta, cantante jazz, a sua volta amica di molti jazzisti, in quei giorni è venuta a darmi una mano. Tra le tante avevo registrato anche la musica di Gianluca Petrella, grandissimo trombonista italiano e mi misi a smanettare col campionatore il suo riff di trombone. Dopo una settimana ho chiamato Giulietta e le ho chiesto: “Ti va di registrarci sopra una voce?” Così è nato il nostro primo singolo, in maniera molto spontanea.

La vostra musica è caratterizzata da tanti riferimenti musicali dal Krautrock dei Amon Düül ai requiem di Mozart, fino alla techno di Robert Hood. Come definireste il vostro genere?
D’istinto potrebbe definirsi crossover. O almeno 15 anni fa lo avrebbero chiamato così. Il periodo a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 è quello che ho più nell’orecchio e nel cuore: il crossover è una musica che ho amato e si sente. E dico musica e non genere perché la settorialità di cui sento parlare talvolta mi annoia un po’. Anche perché spesso le etichette sono più legate ad un articolo da vendere che all’identificazione di un vero genere.

Restando però ad un discorso di genere comunque, chi è il pubblico dei Mangaboo?
Nelle prime date in cui abbiamo suonato a Magazzino di Giancarlo (TO) e Arteria (BO) – senza che nessuno sapesse che già avevamo realizzato il nostro primo singolo – siamo rimasti impressionati di incontrare un pubblico dai 20 ai 60 anni. Forse appunto perché musicalmente ci stiamo concedendo la massima libertà nel fare quello che ci piace di più e questo ci sta ripagando. Gli ascoltatori della mia età – io ho 44 anni – mi dicono che ascoltare la nostra musica è come ritrovare un oggetto perduto in casa: “Mi sembra di riascoltare un disco dei Morcheeba” o “sembrano i Groove Armada” mi ha detto qualcuno. È come riscoprire nomi come Chemical Brothers, Prodigy, Underworld, che avevano una dinamica e una forza musicale che oggi si è persa, o meglio si è evoluta. Questo progetto ci permette di riprendere quei panorami sonori che si erano persi.

Come avete scelto il nome Mangaboo e perché?
Come è stato per i Motel Connection anche stavolta ho scelto il nome di un luogo. Una sera ho aperto il “dizionario dei luoghi immaginari” alla pagina Mangaboo: viene dal Mago di Oz, è un paese dove non c’è mai la notte. Mi è piaciuto e anche Giulietta lo ha approvato.

Il nome di un luogo vuole forse identificare anche un richiamo visivo alla vostra musica?
Sicuramente. Lo si vede anche nel nostro video di Like a goodbye: c’è un preciso immaginario visivo. Il video è stato realizzato da Cy tone con l’aiuto di Alessandro Gioiello, artista che ha curato anche la grafica del disco.

Nella vostra musica ci sono messaggi legati a visioni precise?
Nel video di Like a goodbye ci sono i paesaggi di Mangaboo. La nostra musica si declina bene con l’arte e la natura: Mangaboo attinge molto a quell’immaginario, non però in maniera “fricchettona” ma per sottolineare e condividere l’obiettivo di tutelare il nostro patrimonio artistico e naturale. La Costituzione afferma che il nostro paese “tutela” il paesaggio: e noi che abbiamo la fortuna di vivere in un Paese strepitoso, dobbiamo continuare a tutelarlo per i posteri. Accanto a questo narrativamente ci è piaciuta anche l’idea di rilanciare dei miti come storie narranti: nel video di “Like a Goodbye” riprendiamo le suggestioni del mito di Endimione e per il prossimo invece stiamo pensando alla liberazione di Andromeda. In un mondo che oggi invece privilegia i fenomeni vogliamo legare alla nostra musica le immagini dei miti.

Il singolo racconta di due esperienze diverse: perché Like a goodbye?
Quando è stato scritto il pezzo non aveva titolo. Poi ho letto il testo di Giulietta e mi è venuto Like a goodbye. Oltre ai riferimenti testuali, quel titolo corrisponde anche ad un momento della vita che stiamo vivendo entrambi: stiamo prendendo insieme una nuova strada abbandonando quelle da cui veniamo. Era un titolo in qualche modo già nell’aria e devo dire che, per tanti motivi, calza perfettamente.

Like a Goodbye è molto rock-oriented e poco electronic. Perché lo avete scelto come singolo di lancio?
Avevo chiesto al mio produttore, per una volta nella vita, di realizzare un pezzo con una batteria stile Black Sabbath. Il primo singolo, scritto praticamente in due giorni, è nato rock-oriented semplicemente perché avevo già campionati tanti strumenti percussivi che volevo usare da tempo. Realizzare un pezzo rock oriented è stata una soddisfazione ma nel prossimo singolo invece ci sarà molta più elettronica: si chiamerà Once upon a time.

Like a goodbye: sono arrivati i Mangaboo 1Una curiosità: qual è il vostro modo di comporre?
Solitamente campiono dei dischi: per Mangaboo ho ascoltato molte colonne sonore e orchestrazioni a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Poi ci lavoro e del campionamento originale non rimane più niente: a quel punto Giulietta scrive le parti musicali e melodiche. Prima ci scambiamo file in continuazione, fino a quando non capiamo di aver imboccato l’idea migliore: allora entriamo in studio, io generalmente sono al synth, programmo i suoni, lei scrive.

Qual è il luogo migliore per godere la vostra musica?
La nostra data zero è stata una presentazione agli amici di sempre in un bosco nelle langhe sopra Alba, vicino alla casa della mia amica dalla quale si domina tutto l’arco alpino. Abbiamo suonato in quel bosco di notte: quello per me è stato un luogo ideale. Poi sicuramente il nostro genere va benissimo per i club. Anche se non è così scontato: suonando mi sono reso conto che ci sono varie location dove la musica si può declinare al meglio, dai grandi palchi dei festival d’estate a luoghi non necessariamente deputati a un concerto.

Uno di questi quale potrebbe essere?
Il mio sogno sarebbe poter aprire per una notte il magazzino di un grande museo, potendo pure esporre per l’occasione qualche opera solitamente in archivio. Magari dentro gli Uffizi, non nelle sale che siamo abituati a vedere ma negli archivi. Mi piacerebbe illuminare con la musica le cantine dell’arte italiana.

Restiamo alla realizzazione del vostro disco: anticipazioni?
Per chi ha già avuto modo di ascoltarci dal vivo dico già che tutte le versioni sentite non corrisponderanno a quelle dell’album: l’album sarà più etereo e meno ritmato. Per il set dal vivo invece riarrangeremo i pezzi per un pubblico che, venendoci a sentire, possa trovare nelle sonorità più intime del disco un invito al ballo. Porteremo dal vivo qualcosa che abbia un’energia più accattivante: sia a me che a Giulietta piace vedere la gente ballare. Anzi per la precisione sto pensando a tre live differenti: uno solo per le discoteche, uno più intimo quasi “chill out” e uno per i party all’aperto. Stiamo già rimettendo mano a molti pezzi, tra l’altro divertendoci moltissimo. A volte ci chiediamo: nel disco mettiamo la versione per il live o per l’album?

A parte Torino, qual è la situazione della musica elettronica in Italia?
Credo che l’Italia sia, per la musica elettronica, un Paese trainante. Penso a The Bloody Beetrots che ha fatto anche un pezzo con Paul McCartney, Tale of us che è un duo elettronico italiano internazionale o a festival come il “Club to club” di Torino che quest’anno ha radunato 30.000 persone da tutto il mondo. Siamo un Paese musicalmente in crescita, sicuramente più oggi di quando ho iniziato ad ascoltare musica io a 12 anni. Dovremmo renderci conto un po’ di più di quanto siamo capaci, considerate anche le potenzialità di questa era come la conoscenza e l’uso della lingua inglese oramai consueta.
Abbiamo un potenziale incredibile ma avremmo bisogno di avere più locali dove poter suonare, altrimenti rischiamo di perdere tutti questi artisti in fuga a Berlino o all’estero. Presto verranno annunciate le date del tour invernale: i Mangaboo vi aspettano presto nei club italiani per presentare il nuovo progetto.

 

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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