“Innuendo”: riscoprire l’ultimo immortale capitolo dei Queen

Nel febbraio 1991 veniva pubblicato “Innuendo”, album che la critica dell’epoca non immaginava potesse diventare il canto del cigno della band di Freddie Mercury. La riscoperta di Musica361 per l’anniversario e non solo per i fan

“Innuendo”: riscoprire l’ultimo immortale capitolo dei Queen
La copertina di “Innuendo” (1991) con la grafica ispirata alle illustrazioni ottocentesche dell’artista J.J. Grandville

Il 1991 fu un anno che avrebbe regalato alla musica internazionale tanti album diventati vere pietre miliari, da Nevermind dei Nirvana a Dangerous di Michael Jackson, da Use your illusion I e II dei Guns’n’Roses a Blood Sugar Sex Magic dei Red Hot Chili Peppers, solo per citarne alcuni. Nel febbraio di quell’anno i Queen, ancora nella formazione originale, festeggiavano 20 anni di carriera e pubblicavano il loro 14° album di studio coprodotto con David Richards, Innuendo: dopo un periodo di canzoni pop-oriented quel disco avrebbe dovuto rappresentare una sorta di riscatto per la band inglese che aveva sentito, con la fine del decennio, l’urgenza di riscoprire il piacere della sperimentazione tornando all’energia rock degli esordi, pur sempre declinata secondo sonorità  contemporanee.

Appena pubblicato The Miracle (1989), cui per la prima volta non seguì alcun tour, nel marzo del 1989 la band si ritira ai Mountain Studios di Montreux: le nuove prove però proseguono a rilento sia per la promozione di The Miracle sia per la stanchezza del frontman attribuibile alla riscontrata sieropositività al virus HIV, poi conclamata in AIDS in quell’anno. Freddie è comunque determinato a fare musica per quanto le forze glielo concedano tenendo la malattia nascosta finché, nel novembre del 1989, quando riprendono ufficialmente le sessioni di registrazione per il nuovo disco nei Metropolis Studios di Londra, sente corretto rivelare le sue condizioni alla band. L’entusiasmo di Brian May, John Deacon e Roger Taylor non viene apparentemente intaccato da questa notizia e anzi la band si stringe attorno al suo leader “proteggendo” Freddie dalle illazioni della stampa e lavorando sodo: passano così l’intero 1990 a provare nuove canzoni nel tentativo di pubblicare il prossimo disco il prima possibile.

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I Queen sul set del video promozionale “I’m going slightly mad” (1991)

Uno dei brani nato dalle prime jam sessions, che diventerà la traccia d’apertura, conferma subito una ricerca musicale completamente nuova: si tratta della solenne Innuendo, la Bohemian Rapsody degli anni ’90, epica mini suite dall’ andamento simile ad un bolero e caratterizzata da una contaminazione di stili, dall’hard rock delle strofe e del ritornello all’assolo di flamenco di Steve Howe – chitarrista degli Yes – con una sezione intermedia affollata da virtuosismi, tempi dispari e sovraincisioni, tra operetta e progressive rock.

In Innuendo melodia e testo estaticamente visionario sulla mortalità, così come nelle altre tracce dell’album, riflettono direttamente o indirettamente la difficile situazione che la band stava affrontando: ogni canzone, firmata da tutti i componenti, è venata dalla consapevolezza di giocarsi l’ultima carta, dall’esortazione a vivere affrontando ogni sfida in maniera esaltante (Ride the wild wind) alla rassegnazione nei confronti dell’inevitabilità (Don’t try so hard). Citazioni autobiografiche in I’m going slightly mad, con un testo composto da frasi senza senso scritte e pescate dentro una scatola dai quattro e riferimenti alle alterate percezioni psico-fisiche di Freddie, così come in These are the days of our lives, ultima canzone registrata ufficialmente dai Queen: una ballata nostalgica con cui Mercury si congeda con un commovente “I still love you”. Da segnalare sicuramente anche il gospel All God’s People che avrebbe originariamente dovuto far parte di un progetto solista di Mercury dal titolo provvisorio Africa by night, e la gilmouriana Bijou che descrive con una tastiera accennata e assoli acuti, languidi e penetranti della Red Special di May un momento di grande intensità. Interrompono la maestosità di questo ultimo affresco di carriera i divertissement pop rock di Delilah e I Can’t Live With You e un paio di brani rock come The Hitman e Headlong, inizialmente destinata al primo album solista di Brian May e poi registrata con i Queen dopo averla sentita interpretata da Mercury.

L’interpretazione che più sorprese May fu però quella di The show must go on, struggente poesia nata dalla penna del chitarrista e dedicata al suo compagno d’avventure. May dubitava che Mercury avesse potuto cantarla a voce piena considerate le tonalità molto alte: «Brian, che diavolo, vuoi farmi squarciare la gola?!», replicava sempre Freddie dopo i primi ascolti. Quando infine venne il momento di registrare Freddie si mise le cuffie guardò Brian e si posizionò di fronte al microfono. Prese un bicchierino di vodka, tracannò un sorso poi gli disse «Cazzo, ce la farò!» e spinse la sua voce a toccare tonalità mai raggiunte. L’Aids lo stava consumando ma non riuscì ad intaccare quella voce incantata, potente e cristallina: l’energia che vibra in quella registrazione probabilmente gli venne dalle forti emozioni che sentiva mentre intonava con retorica glam “Qualcuno sa realmente perché viviamo?” o “Dentro mi si sta spezzando il cuore, mi si potrebbe sciogliere il trucco ma il mio sorriso resiste ancora”. Il brano è ancora oggi un classico, testimonianza dello spirito immortale degli stessi Queen con quel ruggente invito a non arrendersi mai. Proprio come fece Mercury, che rimase coraggiosamente a lavorare con i suoi compagni, letteralmente “to the end of time”, prima di morire il 24 novembre del 1991 a 45 anni, meno di dieci mesi dopo la pubblicazione di Innuendo, premiato dalla prima posizione in classifica.

A oggi Innuendo, legato in ogni traccia all’ultima fase della storia della band, resta tanto un disco sorprendente per le condizioni in cui venne realizzato quanto un importante riferimento della musica pop moderna, a prescindere dai gusti. Molti critici oggi lo considerano uno dei dischi migliori dei Queen, parere confermato anche dall’accoglienza positiva della stampa del tempo. E a noi posteri rimangono molti dubbi: rispetto alle impietose recensioni che caratterizzarono la carriera della band, quanto influì in questo giudizio positivo la morte di Mercury? Che effetto avrebbero suscitato quei brani se fossero stati normalmente eseguiti dal vivo? E soprattutto dopo Innuendo quale sarebbe stato il sound della band? Non possiamo saperlo ma forse non avrebbero saputo rispondere neppure gli stessi Queen, semplicemente preoccupati da veri professionisti a fare musica di qualità. O forse, per dirla con un verso della loro canzone, avrebbero risposto: «Continueremo a sorridere / E sarà quel che sarà».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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