Giuseppe “Pino” Devita. Un pianista tra i Giganti

Bene o male ho fatto il musicista. Per tutta la vita“. Con queste parole Giuseppe “Pino” Devita, storico pianista dei Giganti, riassume la sua passione per l’arte delle note.

Giuseppe Pino Devita. Un pianista tra i Giganti
Giuseppe Pino Devita.

A cavallo tra gli anni ’50 e ’60, il quartiere di Milano compreso tra via Compagnoni e piazza Grandi, era casualmente diventato residenza privilegiata di molti protagonisti della cosiddetta musica leggera del tempo, come Enzo Jannacci, il cantante Renato dei Profeti o l’arrangiatore Vince Tempera. Tra di essi anche il milanesissimo pianista Pino Devita (69 anni), nato alla clinica di via Macedonio Melloni ma di origini calabresi, che cominciò la sua carriera con i Giganti: «Anche i fratelli Sergio e Giacomo Di Martino, fondatori dei Giganti abitavano in zona come me: ho frequentato con loro la scuola di via Mugello».

Ancora adolescenti cominciano suonando insieme: «uno dei posti di ritrovo per le prove era un teatrino nell’oratorio della chiesa del Preziosissimo Sangue o anche una saletta, ricordo, in Santa Maria del Suffragio». È in una di quelle sedute che Devita compone la melodia di “Tema”, quello che sarà uno dei primi successi del gruppo, in seguito riconosciutogli: «purtroppo all’epoca c’erano prestanome che firmavano al posto di altri e io non ero ancora iscritto alla SIAE. Però ci sono testimonianze scritte di colleghi come Gaber che lo provano».

Oggi invece Devita è regolarmente iscritto come autore SIAE, avendo studiato anche composizione in Conservatorio, dopo il diploma di ragioneria. Dopo i trascorsi coi Giganti entra nell’entourage Gaber-Colli, «persino ospite a casa Gaber per qualche mese dopo la perdita di mia madre». Orfano molto giovane comincia prestissimo a lavorare come musicista: «e per fortuna mia si lavorava bene. C’erano tante sagre di paese e quando si andava in tournée in meridione si facevano almeno 20 concerti in due mesi, cosa oggi impensabile».

Giuseppe “Pino” Devita.Si iscrive anche a Scienze politiche ma le note rimangono sempre la vocazione di Devita: negli anni ’70 fonda i Maad, un gruppo rock-jazz sperimentale e, nel frattempo, insegna musica alle scuole medie inferiori per 40 anni, dedicandosi parallelamente anche alla composizione di colonne sonore per film underground e spettacoli, durante gli anni della sperimentazione teatrale. E dalla fine degli anni ’80 comincia a dedicarsi anche alla composizione di brani sperimentali per pianoforte: il suo ultimo disco è Danzes (2013), summa musicale di 50 anni di carriera caratterizzato da numerose collaborazioni. «Sono fiero in particolare del pezzo con la banda di Locate Triulzi in cui suonano i miei ex allievi, con genitori e figli: tre generazioni, dai 12 ai 70 anni. É stato recentemente inserito anche in uno spettacolo su un libro di Aldo Nove».

Come si potrebbe definire il suo genere? «Non sono un musicista allineato e per questo difficilmente catalogabile. Forse mi posso avvicinare allo stile di un Ludovico Einaudi». Pur con la consapevolezza però che «fino a 30 anni fa c’era più interesse per la musica sperimentale, mentre oggi più riluttanza alle proposte di difficile ascolto», la situazione non sembra preoccupare più di tanto lui che, da sempre presente sulla scena italiana, prevede entro il 2016 l’uscita di un altro disco. Perché la cosa che conta di più è che «bene o male ho fatto il musicista. Per tutta la vita».

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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