Giorgio Gaber ricordato dall’amico Gian Piero Alloisio

Festeggerebbe oggi 79 anni Giorgio Gaber: Musica361 ha voluto ricordarlo attraverso la testimonianza del musicista e drammaturgo Gian Piero Alloisio, stretto collaboratore e recente autore del libro “Il mio amico Giorgio Gaber”.

Gian Piero Alloisio, intervista all'autore del libro Il mio amico Giorgio Gaber
Gian Piero Alloisio, musicista e autore del libro “Il mio amco Giorgio Gaber” (Utet, 2017)

Già collaboratore di Francesco Guccini, Gian Piero Alloisio ha lavorato a stretto contatto con Giorgio Gaber dalla fine degli anni ’70 e nel libro Il mio amico Giorgio Gaber (2017) ha tracciato un ritratto umano dell’artista milanese, testimonianza mancante nel mosaico gaberiano: «Dopo anni e senza retoriche nostalgie ho sentito la necessità di raccontare Giorgio non tanto come artista, dato che oggi chiunque può “conoscerlo” tramite YouTube, ma come uomo». Ne nasce il ritratto di una persona allo stesso tempo rigorosa e folle, molto interessata all’umanità che osservava e poi riproponeva ironicamente nelle sue sperimentazioni teatrali e culturali: «Gaber, sia come artista che come uomo, non lasciava mai cadere una discussione in chiacchiere banali, trovava sempre uno stimolo degno di essere approfondito, in modo che ogni spunto potesse trovare la maniera migliore di essere estrinsecato e quindi raccontato in modo universale». Quelle sue spettacolarizzate riflessioni sulla nostra vita riguardavano sempre il presente e mai la cronaca in sé come invece spesso accade oggi: «L’attualità veniva sempre filtrata da considerazioni sulla condizione umana, era questo il tipo di ricerca che seguiva con Luporini». Al contrario il Gaber mitizzato sul palco si discostava umanamente da quell’immagine rigorosa che si sarebbe potuta sospettare: «Dietro quella sua mitezza borghese e riflessiva si celava una vena di follia che lo rendeva simpaticissimo. Osava molto, tanti sono i momenti ludici che ricordo».

Nel libro Alloisio lo definisce “maestro generoso e artista severo”: «Aveva entrambe queste componenti ma soprattutto sapeva rendere la vita piacevole ai suoi collaboratori. I miei musicisti, provenienti dal gruppo Assemblea musicale teatrale che hanno accompagnato prima Guccini e poi Gaber, dopo la morte di Giorgio hanno ripreso ad esibirsi con me nello spettacolo “Il mio amico Giorgio Gaber” (2013) e quello che ricordiamo sempre sono proprio i momenti di una vita felice e sempre affascinante che abbiamo condiviso con lui».

Tanti sono gli episodi riportati nel libro, con la moglie Ombretta Colli o con colleghi come Battiato e Guccini fino all’ultimo incontro con Alloisio a Genova nel 1994 quando «la nostra collaborazione si interruppe a seguito di alcuni attriti». Dopo l’esperienza gaberiana Alloisio si trasferisce per alcuni anni a Parigi e proprio in Francia nella primavera del 2002 legge, con grande emozione e stupore, una delle ultime interviste di Gaber sul Corriere della sera: «Intervistato da Gad Lerner rispose: “Come dice il mio amico Alloisio non temo il Berlusconi in sé ma il Berlusconi in me”, citando il verso di una mia canzone. Quello stesso giorno mi telefonò e quando risposi mi disse: “Te l’ho fatta la sorpresa!” Sapeva che non avrebbe vissuto ancora a lungo e non voleva che rimanesse qualcosa di teso fra di noi. Sono veramente orgoglioso di quella citazione, non solo per il successo che ha avuto ma soprattutto per la sua stima, una vera fortuna sia umana che artistica. Quella fu l’ultima volta che ascoltai la sua voce. Non ho mai fatto in tempo a dirgli che nonostante tutto è stato fantastico ogni minuto passato con lui, anche quelli meno belli».

Gian Piero Alloisio, intervista all'autore del libro Il mio amico Giorgio Gaber
Locandina dello spettacolo “Il mio amico Giorgio Gaber” (2013)

In questo momento storico di cambiamento e instabilità sociale e politica molti si chiederebbero cosa Gaber avrebbe dichiarato o che altre canzoni avrebbe scritto sulla nostra contemporaneità. E soprattutto quest’anno che ricorre l’anniversario del ’68, proprio a lui che aveva intitolato il suo penultimo disco La mia generazione ha perso (2001), sarebbe stato interessante chiedere un preciso parere: «Conoscendolo, credo che avrebbe ribadito quanta speranza avesse riposto nei figli della sua generazione auspicando un indirizzo completamente diverso da quello dei padri. Purtroppo invece nel corso della vita aveva visto proprio quei figli della borghesia sessantottina, soprattutto milanese, assumere i ruoli dei padri. La generazione precedente era stata segnata dalla guerra e quella del ’68 sognava pace, libertà e un sistema democratico che avesse potuto superare il fascismo, il comunismo e la democrazia cristiana ma alla fine è rimasto un sogno. L’attenuante è che quello era un periodo talmente creativo sotto ogni aspettativa che non si poteva fare a meno di sperare di realizzare quel sogno. Guccini, benché mi confidasse sempre che la persona che stimava di più dal punto di vista artistico fosse Gaber, sosteneva che Giorgio si sbagliasse. Io invece credo che in questo caso avesse ragione Gaber: non abbiamo proposto un mondo tanto diverso da quello che abbiamo voluto cambiare. Per non parlare del futuro verso il quale stiamo andando incontro».

Tanti gli spettacoli e le canzoni che i due hanno composto insieme ma Alloisio ne porta in particolare due nel cuore: «Quella che più ci siamo divertiti a scrivere insieme è stata La strana famiglia, una tarantella comica esempio di scrittura spontanea, nata in un camerino del Teatro Giulio Cesare di Roma. La canzone invece che canto sempre con emozione è Non insegnate ai bambini, l’ultima che ha composto con Luporini e registrato nel 2002: ha la semplicità e la maestria delle prime ma con un contenuto più potente, come se dal primo Gaber all’ultimo ci fosse un legame accresciuto dall’esperienza di una vita. Note semplici e grande pathos, un piccolo capolavoro».

Giorgio Gaber è stato così unico che non ci sarà più un altro “Giorgio Gaber”? «Per qualche strano motivo non riusciamo più ad essere persone integre come lo è stato Gaber o in maniera diversa De André o Pasolini, personaggi che si giocavano tutto per la loro vita e la loro reputazione. È accaduto qualcosa che ha inibito questa esposizione coerente nei confronti della vita. Così come nella musica: non sono contro il mercato discografico ma mi inquieta sempre vedere talenti che alludono all’energia antica di certi artisti a cui non si dà spazio ma che la gente, sono certo, oggi apprezzerebbe. Non so perché ma avverto una rassegnazione o una paura di fronte al bisogno di uniformarsi: per questo credo che in qualche modo nessuno oggi, pur apprezzandone l’approccio e lo stile, vorrebbe o potrebbe essere ancora come Gaber. Un altro motivo per rimanere unici».

Non insegnate ai bambini (2003)

https://www.youtube.com/watch?v=YGQasPOTpWU

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli
Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.
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