Eman, e così sia

E poi ti domandano: ma quello che scrivi, è frutto d’immagini o fa parte di te? Come spiegare che quello che provi, s’imprime sui fogli e si spiega da sé (Eman, “Amen”).

Eman-Emanuele-Aceto
Eman, nome d’arte di Emanuele Aceto.

Lo scorso 19 febbraio è uscito in tutti i negozi di dischi e in digital store “Amen”, il primo album di Eman, al secolo Emanuele Aceto, originale cantautore catanzarese dallo stile unico.

Frutto della grande occasione offertagli dalla Sony Music nel 2014 con un contratto discografico, “Amen” è composto da 10 brani inediti e 2 bonus track, che mettono in luce, oltre ad una crudezza interpretativa, un talento nella composizione di testi che sanno spaziare da messaggi di carattere sociale e provocatorio a momenti più ironici.

Un disco che inaugura ufficialmente il percorso discografico di un giovane artista di questi tempi che, preferendo evitare la scorciatoia dei talent, ha conquistato ogni tappa della sua carriera grazie ad una sudata gavetta, soprattutto in una terra musicalmente difficile come la Calabria.

Emanuele Aceto, classe 1983: data la tua ancora giovane età, quando hai deciso che saresti diventato un musicista di mestiere?
Probabilmente quando ho notato la reazione (positiva) del pubblico la prima volta che ho avuto l’opportunità di esibirmi: forse in quel momento ho cominciato a pensare che la musica avrebbe potuto far parte della mia vita in maniera importante. La musica di fatto ha sempre avuto una parte importante nella mia vita, però c’è voluto un po’ di tempo prima che potesse diventare un vero lavoro: ho dovuto fare delle scelte. Anzi credo che chiunque voglia fare questo mestiere debba fare delle scelte oculate…

A cominciare dalla scelta del nome immagino. Hai dichiarato sulla tua pagina facebook ufficiale: “Quando dovetti scegliere il nome d’arte la scelta ricadde su Eman semplicemente perché era il diminutivo di Emanuele e per costruzione da destra a sinistra si poteva leggere “name” (nome): pensai che fosse perfetto. Da allora sono passati anni e questo nome, che nel tempo è diventato grosso come un macigno, ha rischiato più volta di spezzarmi la schiena […]. Lungo la strada ho pensato innumerevoli volte di lasciarlo cadere, di cedere alla stanchezza […]. Perché?
Il problema stava probabilmente nell’avere un sogno tanto grande ma essere nato artisticamente in una piccola realtà calabra. Sentivo che “Eman”, che in principio mi sembrava un nome azzeccato per la realtà in cui vivevo, col passare del tempo stava assumendo su di sé troppa responsabilità per una carriera da professionista. Quando si sceglie questo mestiere bisogna fare i conti con tanti aspetti, non solo con la musica: per questo dal momento in cui ho scelto di mettermi in gioco in maniera seria ho pensato più volte di abbandonare Eman ed essere solo Emanuele. Poi ho scoperto che Eman, in lingua ebraica, significa fede: forse un segno che mi ha reso ancora più chiaro quanto invece fosse importante quel nome per me che inseguivo un sogno così grande provenendo dalla periferia. Allora ho capito che in qualche modo Eman ed Emanuele non avrebbero potuto fare a meno l’uno dell’altro perché sono la stessa identica persona. E mai come oggi sento quanto questo sia vero.

Qual è il valore aggiunto di essere un cantautore calabrese? Cosa porti della tua cultura nella tua musica?
Tantissimo. A cominciare da una voglia di riscatto nel tentativo di dimostrare che la mia terra non è legata solo ad alcune immagini o stereotipi, che il vero calabrese è anche quello che lavora duro, che si oppone alla mentalità mafiosa ed è capace di integrarsi e dare il meglio. E poi di ritornare ancora nella sua terra a dare il meglio. Quello che più mi porto dentro della Calabria è la fame: intendo dire di “essere affamato” di una politica sana, di un’etica giusta, di una società civile e non barbara, come a volte purtroppo vedo…E poi naturalmente mi porto dentro il sole.

Una “fame” e un’energia che si rispecchia nella tua musica. Hanno provato a definire la tua musica come un insieme di pop, rap, raggae e dark contaminato all’elettro-rock, generi a loro volta amalgamati con musica d’autore contemporanea e d’ispirazione internazionale. Tu, più sinteticamente, come la definiresti?
(ride)…sì effettivamente detta così sembra più complicata di quello che è! Forse neanch’io riuscirei a dare un nome o una definizione…Il punto è che ho ascoltato un po’ di tutto nella mia vita e ancora oggi i miei ascolti sono onnivori. Non mi sono mai arreso ad un solo genere: il mio stile è nato in maniera molto spontanea da diverse ispirazioni poi fuse in metriche tutte mie, come fanno i rapper. Anche se, nonostante il mio modo di creare metriche sia più o meno simile alla scuola rap, non mi sento un rapper a tutti gli effetti, c’è molta più melodia nei miei pezzi. Quanto al discorso del genere in cui categorizzare la musica, penso comunque che nel 2016 avere dei limiti sia veramente un limite. Grazie al web oggi si può ascoltare più o meno tutto ed essere influenzati da qualsiasi tipo di musica a livello spazio-temporale: mai come in questi tempi la musica è veramente “worldwide”. Credo che se oggi per ipotesi nascesse un gruppo come i Led Zeppelin, pur eccezionale, probabilmente non riuscirebbe ad avere il successo che hanno i Muse. Intendo dire che è importante storicizzare non per fossilizzarsi ma per segnare nuove tappe, andare avanti e fare meglio: fare musica implica evolversi senza escludere certamente il passato ma neanche il futuro.

Ti ritrovi per caso in un filone di una tradizione musicale italiana o anche internazionale? A chi ti senti più vicino o meglio chi sono i tuoi simili, artisticamente parlando?
Domanda seria! Non ci ho mai pensato…Sebbene mi senta sicuramente in parte cantautore, a volte ho quasi vergogna a definirmi in tal modo, perché mi sembra di assumere indebitamente un titolo che per me vale solo per alcuni grandi. Anche se nella musica italiana c’è spazio per nuovi cantautori non più giovanissimi come ad esempio Cesare Cremonini, non riesco ancora a vedere lui o me nel novero di altri veterani. Quindi non ho bene idea di come definirmi: forse neoautore? Per me è ancora poco decifrabile: lascio a te e ai tuoi colleghi questo compito!

Dovessi allora farti conoscere ad un amico: c’è una tua canzone che meglio ti rappresenta?
Potresti fargli ascoltare “Insane”. In quella canzone ci sono un po’ tutte le mie caratteristiche: un bel testo, una musica ad effetto flow e la rabbia di questa generazione…Sì, direi “Insane”.

Nel tuo genere di cantautorato il testo è indubbiamente importante: il tuo processo creativo parte quindi dalla scrittura?
Mi faccio ispirare da una musica o un demo che solitamente mi passa SKG, il mio produttore, o Daniele che è il mio chitarrista. Mi lascio stimolare da una sonorità, magari fatta anche solo da due accordi, e a partire da quella musica immagino una melodia. Poi, da ascoltatore, immagino che cosa potrei sentir cantare su quella musica: è la musica stessa a dirmi sempre di cosa dovrebbe parlare quella musica. Per definire il testo invece mi rifaccio a concetti magari già scritti sotto forma di appunti che metto poi in metrica.

Eman-AmenDopo la fatica della gavetta finalmente il primo disco ufficiale per la Sony Music, “Amen”, che è anche il brano di punta: perché questo titolo?
Amen significa “così sia”: in questo caso però non è da intendersi in senso religioso o teosofico ma rispecchia la volontà di dire “eccomi, sono Eman, questo sono io”. In più c’è il gioco con il mio nome perché Amen è anche l’anagramma di Eman…

I due singoli che nei mesi scorsi hanno anticipato la tua nuova pubblicazione sono stati la solare e reggaeggiante “Giorno e notte” e la più intensa e profonda “Amen”, entrambe firmate da te insieme a Mattia Masciari. C’ è un filo conduttore nel disco?
Il compito di questo mestiere credo sia saper arrivare a tutti: io parlo non solo di ciò che vivo dentro di me ma anche di ciò che la gente vive tutti i giorni intorno a me, nella quotidianità. E “Amen” è proprio questo: un viaggio assolutamente introspettivo ma universalmente umano tra amore, rabbia e politica. Tematiche da me lette forse non sempre nel modo più corretto quanto piuttosto intimo e meno scontato. D’altra parte affrontare un tematica non significa di per sé essere solo oggettivamente “sul pezzo” ma anche portare all’attenzione del pubblico particolari che non sono sempre così evidenti o intuibili…O per lo meno questo è ciò a cui punto.

Ora sei in tour per la promozione di “Amen”: dove possiamo venire a vederti?
Ora che arriva l’estate si torna un po’ al Sud. É in quelle tappe che vi consiglio di più di venire ad ascoltarmi, soprattutto in Calabria: così di giorno vi godete la mia terra e la sera il mio live!

Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo live, oltre ai brani di “Amen”?
Proporrò tutte le canzoni di “Amen” e poi altre, sia di produzione mia che di altri cantautori ma un po’ rivisitate…Nel mio live inoltre ci sarà una componente teatrale con un attore e monologhi che accompagneranno il pubblico in alcuni momenti della scaletta. Un live che a sua volta, come ho definito anche il disco, è un viaggio…Venite a vedere!

C’è un artista col quale ora vorresti collaborare o avere un featuring in un tuo pezzo?
Mi piacerebbe molto lavorare con Salmo. O anche con Cesare Cremonini che ho citato prima, o Vinicio Capossela. Poi a volte immagino (sorride)…no ma poi mi dico “Non ti immaginare troppo!” Anzi chiedo a te: tu con chi mi vedresti collaborare?

Domanda interessante sulla quale riflettere…La giro ai lettori di Musica 361: voi chi vedreste duettare o collaborare con Eman?

Scrivete le vostre proposte a: redazione@musica361.it

AMEN

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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli

Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

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