Cinque uomini sulla cassa del morto: “La musica è una possibilità espressiva”

Alberto, Francesco, Leonardo, Davide e Francesco, i cinque componenti del gruppo, si raccontano a Musica 361.

Cinque uomini sulla cassa del morto: "La musica è una possibilità espressiva"
Alberto, Francesco, Leonardo, Davide e Francesco, i cinque componenti del gruppo

Cinque ragazzi, ognuno con una formazione professionale differente, ma che è stata fondamentale per creare quel bagaglio di conoscenze e quella sensibilità che sono caratteristiche peculiari del gruppo. Un gruppo che ha anche un nome particolare, Cinque uomini sulla cassa del morto, che ha da poco pubblicato il primo album e che spera di poter portare la sua musica in giro per l’Italia.

“Cinque uomini sulla cassa del morto”, un nome molto particolare per un gruppo. Come mai avete fatto questa scelta?
Il nome è stato scelto in maniera decisamente democratica: una sera di quattro anni fa ognuno di noi ha scritto delle proposte su dei foglietti e i vari nomi sono stati poi votati da tutti. Il più votato è stato il nome scelto, tratto dalla canzone piratesca “Quindici uomini sulla cassa del morto” citata da Stevenson nel romanzo “L’isola del tesoro. Il nome è un rimando al mondo immaginario dei pirati: cinque amici dispersi su un’isola nascosta in mezzo all’Oceano.

Siete insieme da tre anni. Che cosa vi ha spinto a creare questa band?
Il gruppo è nato dall’esigenza di fare musica insieme, tra amici, creare una famiglia e divertirsi. Sin da subito l’idea era quella di fare musica allegra, in generale positiva e ricca di energia e coinvolgimento del pubblico. Anche la scelta dell’italiano come lingua prediletta ad esprimerci è stata presente sin dall’inizio del progetto.

Nelle vostre canzoni unite musica popolare, soprattutto irlandese, e cantautorato italiano. Quali sono le caratteristiche che più vi colpiscono di questi generi?
Come detto la scelta dell’italiano rimanda alla musica dei grandi cantautori del passato (su tutti De André) ma anche in particolare dei Modena City Rambers. Entrambi hanno preso molto dalle tradizioni popolari dell’Italia e non solo, nella musica ma anche nei temi trattati e nelle forme espressive. Inevitabilmente per i nostri ascolti questi artisti ci hanno influenzato fortemente. Poi c’è anche un costante rimando alla musica popolare, soprattutto irlandese, tramite l’uso del violino e di sonorità folk che da sempre ci piacciono molto. In questo è forte l’influenza di gruppi come ad esempio i Mumford and Sons.

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La band “Cinque uomini sulla cassa del morto” durante un concerto

5 componenti e 5 percorsi di studio differenti. Quanto quello che studiate influenza la vostra musica? In che modo?
Per alcuni di noi la musica è un rifugio, per altri evasione dalla quotidianità, per altri ancora una scelta professionale di vita. Per tutti però è una possibilità espressiva, un’occasione di dare realizzazione ad un lato creativo e comunicativo che è presente in tutti noi. Chiaramente ognuno ha il suo percorso formativo che lo influenza e fa sì che porti al gruppo un bagaglio di conoscenze e una sensibilità tutta sua.

Avete partecipato a diversi festival, confrontandovi con realtà musicali differenti. Che cosa avete imparato da queste esperienze?
Confrontarsi con realtà diverse e nuove è sempre stato per noi un qualcosa di emozionante ed entusiasmante. Conoscere altri musicisti, ascoltarsi, imparare dagli altri. Partecipare ad eventi di questo tipo si rivela spesso un’occasione per ricevere molto, oltre che per dare ciò che abbiamo da dare a chi ci ascolta. Farci conoscere è sempre l’imperativo, ma ogni volta torniamo a casa un po’ più ricchi di esperienza e di storie da raccontare. E questo non ha prezzo, ma ha grande valore.

Il 7 aprile è uscito il vostro primo disco, “Blu”, con 9 brani inediti. Qual è quello che più vi rappresenta e perché?
È molto difficile rispondere, il disco contiene brani molto diversi fra loro, scritti da tutti noi ed ognuno con il suo sound e le sue peculiarità. Forse il brano che più ci rappresenta è Il Sole da Solo, scelto come primo singolo appunto perché non si sbilanciava troppo in una direzione ma al contrario raccoglieva diversi spunti narrativi e sonori. Dentro c’è il viaggio, la voglia di avventura, la spensieratezza e la gioia ma anche una certa introspezione, riflessione e nostalgia: forse per questo può essere un brano adatto a cogliere e rappresentare diversi aspetti del nostro progetto.

Per la vostra musica avete dei modelli di riferimento? Se si, quali?
Tutto quello che ascoltiamo. Abbiamo gusti e influenza diversi, ma ciò che ci accomuna è il desiderio di trasmettere emozioni, di scrivere canzoni che abbiano un contenuto vero e sincero, che diano qualcosa a chi le ascolta. Colpire il pubblico ed emozionarlo è un nostro obiettivo comune, nonostante le divergenze. E poi ovviamente divertirci sempre e cercare di non porci limiti espressivi. Quando abbiamo un’idea proviamo sempre a realizzarla anche se a prima vista ci appare esagerata o non in linea con un’idea di sound, che in realtà va definendosi proprio da tutte queste piccole intuizioni.

Qual è il vostro sogno nel cassetto? Sognate di duettare con qualche cantante in particolare?
Ognuno di noi ha il suo sogno. C’è chi vorrebbe suonare a Wembley e chi invece sogna i teatri storici italiani, chi è affamato di esperienze e chi invece è solamente dedito alla musica, al solo e semplice suonare. In ogni caso le esperienze di apertura ad artisti affermati (Tre Allegri Ragazzi Morti, Creedence, Franz Ferdinand) sono sempre occasioni incredibili di arricchimento e di confronto che portiamo nel cuore e che accogliamo sempre con gioia e gratitudine. Per ora possiamo tutti ritenerci più che felici di avere un seguito di persone che vengono ad ascoltarci, ci seguono, ballano ai nostri concerti e cantano le nostre canzoni. Questo è davvero magico.

Avete già altri progetti per il futuro?
Per l’immediato futuro abbiamo in progetto un nuovo disco. Per la prossima estate speriamo davvero di poter portare la nostra musica in giro per l’Italia intera.

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Camilla Dalloco
Camilla Dalloco
Laureata in Lettere all'Università degli Studi di Milano, scrivo per passione e leggo per diletto, fin da piccola. Curiosa, eterna sognatrice ed amante dei viaggi: vorrei fare della mia più grande passione un vero e proprio lavoro perché "il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi, ma è sempre meglio che lavorare".
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