Caparezza: il ritorno con “Prisoner 709” è disco d’oro. L’intervista

“Prisoner 709” segna il ritorno di Caparezza. Pochi giorni e ha già agguantato il disco d’oro. Su questo album c’è molto da dire, gli spunti principali sono quelli raccontati da Caparezza in conferenza stampa.

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Caparezza e il suo ultimo album “Prisoner 709”

Il nuovo album di Caparezza va ascoltato e lasciato sedimentare per un po’. Facile Caparezza non lo è mai stato, ma stavolta serve bussare per entrare perfino nel titolo dell’album. Ed è giusto che sia così, visto che deve racchiudere e sintetizzare l’essenza del disco.

“Prisoner 709” (già certificato disco d’oro) richiede orecchie aperte e, come insegna il buon Poirot, celluline grigie in movimento: come dice lo stesso Caparezza, “Questo è un album con una marea di sottoletture”, che possiamo scovare o meno. Sta alla nostra scelta di ascoltatori.

Partiamo dal significato di “Prisoner 709”.
7 e 9 sono due poli, Michele o Caparezza, libertà o prigionia, aprirsi o chiudersi, tutte parole di 7 o 9 lettere. Sono diventato l’enigmista (ride, nda). Dopo anni di dischi e di tanti concerti mi sono sentito un po’ prigioniero della mia vita e mi sono preso un attimo di riflessione. Questo è un disco introverso, rivolto verso me stesso e non verso l’esterno, in cui mi analizzo.

Questo cosa ha comportato?
Che per la prima volta ci sono io al centro delle canzoni. Nel primo brano, “Prosopagnosia”, ho vomitato fuori tutto quello che sentivo. Una volta esorcizzati i miei fantasmi l’album è venuto come per reazione, abbastanza naturale. Dentro c’è il mio amore-odio per la musica.

Un sentimento contrastato…
Tutte le cose belle tolgono qualcosa. I bambini ad esempio sono meravigliosi, ma devi fare delle scelte e loro ti tolgono tempo per altro. Io ho un deficit uditivo, l’acufene (sento costantemente ronzii): la musica mi ha tolto un po’ di udito. Quindi cosa fai? Metti tutto sul piatto della bilancia e decidi dove andare. Detesto i vittimismi, non mi piace piangermi addosso: elaborata la situazione, ho ripreso a scrivere. E infatti il disco si chiude con “Prosopagno…sia”, la presa di coscienza, l’accettazione.

Pensi che questo disco verrà capito?
Un disco deve esistere, semmai interessare; la logica del fare album che devono piacere porta a lavori piacioni. Si fa, e va bene, ma nel mio caso il mio referente sono io: ascolto le mie esigenze prima di scrivere. Non lavoro pensando “Il pubblico canterà questo brano ai concerti?”, ma solo se il brano rispecchia quello che ho in testa. In ogni caso, il pubblico canta anche quello che non penseresti. Da piccolo mi sono innamorato di “La voce del padrone” di Battiato. Qualcosa di quelle canzoni mi arrivava a prescindere dal senso, che non capivo, un po’ come succede con i brani in inglese che capita di non comprendere. Il pubblico può fare finta che le mie siano canzoni in inglese (ride, nda).

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Francesca Binfaré
Francesca Binfaré

Giornalista, si occupa di musica, spettacolo e viaggi; parallelamente svolge attività di ufficio stampa. Autrice e conduttrice radiofonica dal 1989. Ha vissuto qualche tempo a Dublino, ma non ha mai suonato al campanello di Bono. Ha visto i “duri” Metallica bere un the e Slash senza l’immancabile cilindro. Affezionata frequentatrice del Festival di Sanremo e dei meandri del Teatro Ariston.

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