Bufera talent: il bene, il male e i traumi psicologici post-show

Bufera talent, dopo lo scontro Morgan/Amici di Maria De Filippi sono uscite indiscrezioni interessanti e altrettanti spunti di riflessione.

Bufera talent: il bene, il male e i traumi psicologici post-show“Vogliamo parlare di quanti sono dallo psicanalista?”, queste le parole di Red Ronnie a cui arriveremo tra poco. Ci sono volute settimane per assorbire la mole di polemiche nate tra Morgan e Maria De Filippi/Amici. Ci sono volute settimane, soprattutto, per sviluppare un pensiero razionale, a freddo. Cerchiamo di fare chiarezza andando nel dettaglio.

I talent sono il male della musica? Forse, ma non lo sono sempre stati. Dobbiamo fare un passo indietro e ricordarci quando sono nati questi format televisivi.

Di conseguenza alla nascita del reality show, nacque il talent show all’inizio degli anni 2000 (Saranno Famosi, in arte Amici di Maria De Filippi, iniziò nel 2001). La musica, in quel periodo storico, stava attraversando un momento devastante dovuto alla dematerializzazione delle tracce musicali (dal vinile al file): la musica digitale iniziava ad essere scaricabile in rete, nacque l’iPod e il mondo della discografia era in difficoltà perché massacrato dalla pirateria.

Quindi, in un’epoca in cui la televisione era ancora il media per eccellenza, i talent show hanno restituito aria alla discografia, ma soprattutto hanno fidelizzato il pubblico, hanno trasmesso un chiaro messaggio: tra di noi si sono sempre nascosti talenti incompresi e i talent avranno solo il “dovere” di farli fiorire.

Grande cosa, che ha spopolato, ha dato nuovamente autorità alla musica, ha prodotto concerti, vendita di copie, ma soprattutto ha dato mordente a tutte le generazioni del mondo, spingendo ad affezionarsi nuovamente alla musica. Poi, con il passare degli anni, le dinamiche televisive sono diventate devastanti (soprattutto per coloro che sono arrivati dal secondo posto in giù). Solo adesso, dopo quindici anni circa, stiamo avendo un percorso parallelo vincente di musica indipendente, ma è dovuta cambiare la musica e sono dovuti cambiare i media (con lo spostamento dell’attenzione su Internet e la nascita di Facebook, Youtube, Spotify, etc.).

Ad oggi i talent non sono più necessari, non sono fondamentali, sono uno spettacolo di emotainment, che utilizza le esperienze di alcuni ragazzi talentuosi per costruirci un percorso discografico. Prima ancora di ascoltare un inedito, milioni di persone sono a conoscenza di drammi familiari e problematiche di vita di un piccolo artista, le quali determinano automaticamente un fattore affettivo che si ripercuote sul legame pubblico (adolescenziale/genitoriale)-artista.

Arriviamo a Morgan, artista poliedrico, purista della forma e dello stile, che forse ha sempre avuto come missione quella di sfruttare lo strumento televisivo per divulgare conoscenze musicali. Esagera quando, in diretta su Facebook, parla di “assistenti sociali” da mandare all’interno dei talent. Racconta di casette senza finestre (quando hanno un giardino a disposizione), ma lo spunto che dona non è errato: chi si occupa della psicologia e dei traumi post-talent dei concorrenti? Red Ronnie, nella versione integrale dell’intervista fatta alle Iene per la bufera con Emma Marrone, ha ricordato quanti bambini hanno avuto problemi dopo i talent show canori per ragazzini. La stessa cosa per molti artisti, bollati come “finiti” dopo un disco o finiti improvvisamente nel dimenticatoio dopo la sola partecipazione ai format.

Citando testualmente le parole nel video (minuto 20.30 circa): “Vogliamo parlare dei bambini? Vogliamo parlare dei talent sui bambini? Vogliamo parlare di quanti sono dallo psicanalista? Vogliamo raccontarlo? Una volta mi chiamò il papà di una bambina, disse:

Papà: dobbiamo trovare un palco a mia figlia, lei ha avuto grande successo, ha cantato davanti al Papa.
Red Ronnie: e quindi?
Papà: e adesso cosa le facciamo fare? Lei è nervosa.
Red Ronnie: lei ha avuto successo e gli altri che non hanno avuto successo?
Papà: sono tutti dallo psicanalista.

Abitui un bambino che tutti lo applaudono, i bambini a scuola lo riconoscono, eccetera, poi improvvisamente… Tu fai le Iene (riferendosi all’intervistatore), tutti ti riconoscono, “Ehi, Ciao!”, poi non te lo fanno più fare, arrivano tutti a dirti: “Non fai più tv? Come mai?”. A te fa male, immagina ad un bambino. Che danni gli crei?”.

Quanto può essere devastante questo meccanismo a qualsiasi età? Essere nessuno sei mesi prima e avere improvvisamente migliaia/milioni di seguaci (online), poi chi vince (forse) riesce a fare carriera, (forse) riesce ad avere persone ai concerti, mentre per tutti gli altri che ripercussioni ci sono (psicologiche e lavorative)? Sono effettivamente domande da porsi, perché se ci si lega ad un artista dopo averlo spogliato a nudo delle proprie fragilità pubblicamente, che diritto c’è di abbandonarlo al proprio destino? Ecco perché ad oggi la formula del talent non appare così positiva come un tempo e probabilmente Morgan l’ha capito.

Il fattore contraddittorio è che lui resta uno dei pochi “giudici” ad aver partecipato a più show dello stesso format, quindi sarà sempre difficile credere a chi ha sputato nel piatto in cui ha mangiato. C’è anche da ammettere che, se non lo fa chi ha guardato entrambe le facce della medaglia, chi lo deve fare?

Insomma, la verità sicuramente giace nel mezzo e sarebbe sbagliato generalizzare. Gli spunti involontari su ciò che possano provare psicologicamente i partecipanti a questi show sono sicuramente da considerare, da non tralasciare, per capire, da spettatori intelligenti, quanto possa essere positivo o negativo tutto questo.

“Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita” cantava Gianni Morandi. Secondo voi la salita è più dura con gli amplificatori sulle spalle e con i riflettori spenti oppure a riflettori accesi ma col rischio di non salire più?

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Andrea De Sotgiu
Andrea De Sotgiu
Laureato in Comunicazione, appassionato di musica e di tecnologia. Se qualcosa nasconde una dietrologia non si darà pace finché non avrà colmato la sua sete di curiosità, che sfogherà puntualmente all'interno dei suoi articoli.
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