Dallo Zio Live ad un locale milanese simbolo della zona isola che quest’anno compie 20 anni: Lorenzo Citterio racconta il suo Alcatraz

Locali361: Alcatraz, la roccaforte musicale della zona isola
Lorenzo Citterio dentro il suo Alcatraz © Rita Cigolini 2018

Nel settembre 1998 in via Valtellina venne costruito, sull’area di un ex capannone nato nel 1947 come casa di spedizioni, l’Alcatraz: «Quelli che oggi sono palchi erano le ribalte dei camion sopra le quali venivano scaricate le merci. Sul pavimento c’erano anche binari dato che le merci giungevano via treno tramite il vicino scalo Farini». Per un periodo fu anche officina meccanica, poi lo spazio rimase semi-abbandonato dagli anni ’80 dalla società proprietaria, «finché a fine anni ’90 mio padre, dopo anni come presidente della casa discografica EMI decise di approfittare dello spazio per realizzare questa idea, anzi questa “follia”, come l’ ha sempre chiamata lui (sorride)».

A raccontare questa storia è Lorenzo Citterio, classe 1980, oggi alla direzione dell’Alcatraz ma che nel 1998, ancora studente liceale, veniva di nascosto a vedere i lavori in corso: «Dopo la laurea in giurisprudenza in Bocconi ho frequentato studi legali internazionali tra Shangai e Bangkok, avrei dovuto diventare avvocato. Mio padre aveva intrapreso questa avventura da solo e a me non piaceva l’idea che l’azienda finisse in mani d’altri così mi sono “sacrificato” e gli sono subentrato nel 2004». Lorenzo all’epoca era più uno sportivo che un appassionato di musica: «Mi sono a poco a poco calato, con pazienza ed umiltà, in un mondo che a 24 anni, dopo l’università, mi era ancora estraneo. Però ci ho messo passione perché comunque l’Alcatraz è casa mia: oggi lo gestisco insieme ai miei fratelli e al mio team, siamo molto affiatati, letteralmente una famiglia.

Il nome del locale, originariamente Alcatraz Music Island, nasce prorpio dall’idea di creare uno spazio che prima non esisteva: «Alcatraz era un nome che paradossalmente voleva identificare uno spazio in cui si potesse organizzare qualcosa che prima sarebbe stato impensabile: la nostra location, nel quartiere isola, doveva distinguersi come luogo caratterizzato da regole grazie alle quali avremmo superato limiti precedenti. E un nome del genere in una località che si chiamava isola faceva sicuramente gioco in questo. Siamo stati i primi a creare una location a Milano nata appositamente per soddisfare le esigenze di promoter e clienti: abbiamo una capienza di 3500 persone, due palchi, uno spazio modulare con diversi sipari e tre piste con tre generi musicali, musica dal vivo, dj-set. E inoltre siamo da 20 anni una discoteca di riferimento a Milano ogni venerdì e sabato sera. Un riferimento al punto che mi dà soddisfazione vedere che lo “stile” dell’Alcatraz è stata adottato anche da tante altre realtà: vuol dire che le nostre idee sono state applicate perché vincenti».

Il primo evento fu una sfilata nel maggio 1998 quando il locale non era ancora ultimato: «Armani passò qui davanti, gli piacque lo spazio e lo prenotò per una sfilata prima ancora che fosse ufficialmente inaugurato. Dopo la sfilata lo affittarono i Rolling Stones per una settimana, durante il tour di Bridges to Babylon e poi si sono esibiti molti altri artisti come Counting Crows, Iggy Pop, Amy Winehouse, Chemical Brothers e Bob Dylan».

In 20 anni l’Alcatraz ha avuto il merito di rilanciare la riqualificazione della zona industriale circostante pur mantenendo un’estetica dal gusto post-industriale, con tralicci a vista e il colore nero dominante in sala dovuto anche al pavimento in cemento elicotterato con finiture in resina, i palchi in parquet, le mura con blocchetti grigi a vista. La peculiarità di questo spazio è comunque la sua ampiezza, «con una campata di 13 metri senza colonne in altezza e la possibilità di scaricare direttamente sul palco fari e amplificatori dai tir di produzione, esattamente come una volta altri tir scaricavano merci». In una location che si occupa di concerti ed eventi d’altra parte la logistica è fondamentale per essere appetibili: «Ogni nostra attrezzatura disponibile è un costo in meno per chi noleggia lo spazio, per questo siamo attenti ad offrire forniture audio, video e impianti luci sempre tecnologicamente avanzati, soprattutto per ogni tipo di band. Nonostante l’ampiezza abbiamo soluzioni per modulare lo spazio in relazione a situazioni più intime, chiudendo la sala in più forme e capienze, dal clubbing al live. D’altra parte quando fu fondato era il locale più grande di Milano anche se da subito abbiamo capito l’importanza di venire incontro ad artisti  con 3000 persone come ad altri che rendono meglio in contesti da 1500 oppure da 5000».

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Alcatraz, interno © Rita Cigolini

L’aggettivo che sceglie Lorenzo per definire il suo locale è “magico”: «La magia sta proprio nelle sue dimensioni umane nonostante l’ampiezza: pur con il locale strapieno riesci ad avere un artista a pochi metri da te durante un concerto. Ho visto letteralmente da vicino molti artisti esplodere dai gruppi heavy metal ai cantanti rap di Cinisello Balsamo che oggi hanno milioni di followers ma anche altri storici come gli Europe, passare oramai una volta ogni due anni». Così come la discoteca è ariosa rispetto al classico basement sotterraneo: «Non siamo selettivi, così come non è nella nostra filosofia chiuderci ad alcun tipo di contenuto. Siamo un contenitore che sa far funzionare situazioni che diventamo magiche». Serate chiaramente pensate anche per la diversa clientela: «In discoteca il pubblico del venerdì è prevalentemente universitario, dai 18 ai 26 anni, il sabato l’età si alza fino ai 35 anni. E poi molti turisti stranieri, non solo perchè la nostra entrata non è carissima ma anche per merito della nostra versatilità nel fiutare le tendenze: a seconda delle serate si può trovare il rapper Carl Brave o la band indie dei Canova o il funk dei Calibro 35».

La programmazione musicale si è evoluta, per quanto riguarda la musica dal vivo: «Rispetto ad un tempo in cui la musica dal vivo andava per la maggiore con nomi come Nile Rodgers, Stereophonics, Amy Winehouse, Paul Weller, Bob Dylan e Le Vibrazioni oggi rimane qualche fermento indie ma c’è più interesse per musica registrata di rapper e dj set: recentemente abbiamo fatto 3 serate di Carl Brè una in fila all’altra, Coez a dicembre, Calcutta l’anno scorso». Ad accompagnare le serate la principale fonte di beverage in molti contesti resta la birra insieme al classico fast food e cocktail: «In alcuni casi cocktail a tema, magari su ispirazione dei tormentoni delle pagine facebook come il “Black Russian 60 %”, anche se siamo molto attenti con l’alcool in discoteca: vogliamo mantenere un’atmosfera gradevole per tutti e soprattutto matenere una buona fama da questo punto di vista».

In settimana l’organizzazione dei concerti è lasciata ai promoter, nel week end invece non mancano le serate a tema orientate al reggaeton, hip hop, tributi o cover band ma anche serate senza band o dj come “Single party” o “Full moon party”: «Organizziamo qualche serata col nostro know-how, forti di una discoteca dotata di privè, bar e sala fumatori che riusciamo a gestire fondamentalmente senza pr perché lavoriamo sulla qualità del servizio e sul passaparola». Altra parte del core business sono gli affitti sala per sfilate, convention o cene aziendali: «Abbiamo avuto Schwarznegger e Bush senior, il Milan di Berlusconi ma anche Beppe Sala, che ci ha scelto per un incontro durante la campagna elettorale. L’importante che siano soddisfatti tutti». Unica caratterstica che fa onore al nome dell’Alcatraz è la mancanza di un’area esterna: «La location lavora da settembre a fine giugno a pieno regime, chiudiamo solo per la stagione estiva per ovvie ragioni. Per il resto dell’anno invece siamo operativi». E tiene a concludere così:  «Quello che conta nella nostra organizzazione è la cura persino per i dettagli. Fortuna che ho due fratelli al mio fianco».

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In occasione del docu-film “Life in 12 bars” sulla carriera di Eric Clapton, al cinema il prossimo 26, 27 e 28 febbraio, Musica361 ripercorre attraverso 7 celebri brani alcune tappe fondamentali della storia del chitarrista che hanno contribuito a fondare il mito di ‘Slowhand’.

Eric Clapton: 5 classici per prepararsi al documentario “Life in 12 bars” 1
Eric Clapton dal vivo nel 1974

La carriera del virtuoso Eric Clapton, cominciata con esibizioni da solista nelle strade inglesi, è irregolare e costellata da diverse collaborazioni e, come per ogni artista, da brani divenuti popolari. Presente in diverse formazioni, dopo il periodo dei supergruppi con gli Yardbirds, i Bluesbreakers di John Mayall, i Cream in formazione con Ginger Baker e Jack Bruce e i Blind Faith con Steve Winwood, band con le quali raccoglie i suoi primi successi, pubblica nel 1970  il suo primo album solista, Eric Clapton: da lì prosegue la sua lunga carriera che, nonostante i problemi di salute, continua ancora oggi. Tra i numerosi brani amati dai fan ecco 7 canzoni-simbolo la cui storia sarà toccata e approfondita anche nel nuovo documentario presto nelle sale.

Sunshine of your love (1967) – Uno dei riff di chitarra più famosi della storia del rock con l’inizio dell’assolo che accenna al celebre standard Blue Moon di Richard Rodgers: si tratta del singolo di punta estratto dal secondo disco dei Cream, Disraeli gears (1967). Pare che sia stato ispirato dalla partecipazione di Bruce e Clapton al concerto di Jimi Hendrix al Teatro Saville di Londra. Jimi Hendrix renderà a sua volta omaggio al brano eseguendone una cover.

While my guitar gently weeps (1968) – Canzone composta da George Harrison e pubblicata nel famoso White Album dei Beatles. Durante le sessioni di quell’album il clima tra i Beatles era teso e così Harrison invitò Clapton inizialmente a passare la giornata in studio con la band per “stemperare gli umori” e alla fine fu anche invitato a suonare nella canzone (nessuno aveva mai suonato prima in una canzone dei Beatles). La canzone è ricordata proprio per il famoso assolo di Gibson Les Paul, classificato dalla rivista Guitar World come 42° assolo migliore del mondo. Harrison ricambiò suonando in Badge, contenuta nell’album Goodbye dei Cream.

Presence of the lord (1969) – Canzone contenuta nell’unico e omonimo album dei Blind Faith con in copertina la maliziosa ragazzina nuda. Il fotografo battezzò quello scatto tra l’innocente e il morboso con “fede cieca”, spunto che diede il nome a questo super gruppo nato dai cocci dei Cream (Eric Clapton, Ginger Baker), dei Traffic (Steve Winwood) e dei Family (Rich Grech). Gli elogi più sentiti alla pubblicazione del disco furono proprio per questa ballata blues di Clapton, la cui fama era al massimo in quel periodo.

Layla (1970) – Pubblicata nell’album Layla and Other Assorted Love Songs col gruppo Derek & The Dominoes, il brano è costituito dalla prima parte segnata dal celebre riff di Clapton e Duane Allman mentre la seconda dalla melodia al pianoforte di Jim Gordon. Dedicata all’amore all’epoca ancora non corrisposto di Clapton per Pattie Boyd, moglie del suo amico George Harrison, la canzone è ispirata alla storia del poeta orientale Nezami che narra di una principessa costretta a sposare un uomo diverso da colui che era perdutamente innamorato di lei, causando la pazzia di quest’ultimo. Ebbe poco successo quando uscì ma col tempo ottenne buoni riscontri al punto da diventare un classico: nel 2004 la rivista Rolling Stone l’ha inserita al 27º posto nella lista delle 500 migliori canzoni di tutti i tempi. Nel 1992 una versione acustica fu inserita nell’album MTV Unplugged.

I shot the sheriff (1974) – Composta originariamente da Bob Marley nel 1973 divenne popolare grazie alla più famosa cover di Eric Clapton contenuta nel suo album 461 Ocean Boulevard (1974).

Cocaine (1977) – Delle diverse versioni di questo brano scritto e registrato da J.J. Cale nel 1976 sull’album Troubadour, rimane oggi la più conosciuta quella di Clapton nell’album Slowhand (1977). Una canzone contro la droga (“If you wanna get down, down on the ground, cocaine” / “se vuoi cadere, cadere per terra, cocaina”) anche se dal messaggio ambiguo, tanto che Clapton ha aggiunto nei concerti dal vivo le parole “that dirty cocaine” (“quella sporca cocaina”) per sottolineare il messaggio anti-droga. Clapton ha comunque sempre sostenuto che è preferibile una canzone contro la droga in maniera allusiva piuttosto che diretta, in modo da garantire un effetto maggiormente dissuasivo rispetto ad un messaggio moralistico.

Wonderful Tonight (1977) – Dall’album Slowhand, insieme a Cocaine, uno dei brani più amati di Clapton. La sera del 7 settembre 1976 Eric Clapton e Pattie Boyd avrebbero dovuto presenziare alla festa in onore di Buddy Holly organizzata annualmente da Paul e Linda McCartney ma dato che Pattie impiegava troppo tempo per prepararsi Eric, dopo averle detto in maniera spazientita «Sei meravigliosa ma dobbiamo andare o faremo tardi!», scese in salotto prese la chitarra e suonò con rabbia e frustrazione scrivendo il brano in una decina di minuti. Per questo inizialmente la ritenne una canzone da non tenere in considerazione ma poi incoraggiato dal parere positivo degli amici decise di tenerla.

Tears in Heaven (1994) – Ballata pubblicata nel 1992 e scritta con Will Jennings dedicata al figlio Conor, avuto dalla showgirl italiana Lory Del Santo e morto a soli 4 anni nel 1991 cadendo dal 53º piano di un palazzo a New York. Il singolo, tra quelli di maggior successo dello stesso Clapton, gli valse nel 1993 tre Grammy Awards: Canzone dell’anno, Registrazione dell’anno e Miglior interpretazione vocale maschile.

Disponibile da venerdì, dopo quasi 50 anni, la storica esibizione della band di Jim Morrison al Festival di Wight 1970, uno straordinario documento restaurato con interviste inedite

The Doors: finalmente in uscita l’ultimo concerto all’Isola di Wight
Cover del docu-film “The Doors live at the Isle of Wight Festival”

 

Il Festival dell’isola di Wight, regolarmente organizzato ogni estate dal 2002, viene soprattutto ricordato per le sue prime storiche edizioni. Nel 1968 e 1969 vi suonarono Jefferson Airplane, Bob Dylan, The Band e Joe Cocker ma l’edizione passata alla storia nell’immaginario collettivo fu quella del 1970. Nell’estate del 1970 si creò grande attesa per quello che verrà definito “The Last Great Festival”: dal 26 al 30 agosto si radunarono sull’isola 600,000 persone per vedere e ascoltare dal vivo la crema del panorama musicale contemporaneo e non solo rock, se si considera anche la presenza di Miles Davis. Da allora quell’evento venne sempre più ritenuto, per diversi motivi, ancora più importante dell’emblematico Woodstock.

Il festival del 1970 fu immortalato da Murray Lerner nel documentario Message to love, pubblicato per la prima volta, per problemi finanziari, solo nel 1995. In realtà Lerner, morto lo scorso settembre, ha poi trascorso gran parte degli ultimi decenni a ordinare tutto il materiale girato pubblicando periodicamente documentari monografici dedicati a singoli artisti come Jimi Hendrix, immortalato nella sua ultima memorabile esibizione completa (Blue Wild Angel), Miles Davis (A Different Kind of Blue), The Who (Live at the Isle of Wight Festival 1970), Jethro Tull (Nothing Is Easy: Live at the Isle of Wight 1970), Emerson, Lake & Palmer (The Birth Of A Band: Isle of Wight 1970), The Moody Blues (Threshold of a Dream: Live at the Isle of Wight Festival 1970), Leonard Cohen (Leonard Cohen Live at The Isle of Wight 1970), Free (Free Forever) e, ultimi in ordine di tempo, Taste (What’s Going On Live At The Isle of Wight 1970).

Il prossimo venerdì, 23 febbraio, sarà ufficialmente disponibile anche l’attesissima apparizione dei Doors al festival, a fotografare un avvenimento fondamentale nella storia della band. Quando i Doors arrivano al festival di Wight Jim Morrison è ancora in attesa dell’esito del processo per atti osceni a seguito del concerto di Miami del 1969. La condanna, anche se in realtà per un fatto mai totalmente appurato, arriverà il 30 ottobre e in quel momento le polemiche intorno al nome della band sono tanto calde quanto incerto è il futuro dei Doors. Alle due del mattino del 30 agosto però, dopo essere stati presentati, a dispetto dei rumours i Doors accolgono il pubblico con una potente versione di Roadhouse Blues: ha così inizio quella che, secondo la dichiarazione del tastierista Ray Manzarek “fu un’esibizione sommessa ma molto intensa: suonammo con una furia controllata, Jim era in perfetta forma e cantò con tutta l’energia che aveva”. Secondo altri invece non fu una delle loro migliori performance, soprattutto perché si percepivano i rapporti tesi all’interno della band al punto che Morrison, come confermato anche dallo stesso Manzarek, “non mosse un muscolo per tutta la durata del concerto: Dioniso era stato incatenato”.

Break on through (Live at the Isle of Wight 1970)

Negli anni sono circolati solo alcuni frammenti di questo concerto che per la prima volta da venerdì sarà integralmente disponibile. Le immagini documentano un’atmosfera magica creata dalla suggestione delle canzoni della band di Los Angeles in piena notte, un’alchimia sonora tanto più intensa e irripetibile soprattutto se, mentre la si ascolta, si pensa che a meno di un anno da quel momento i Doors non si sarebbero mai più esibiti. “Live At The Isle Of Wight Festival 1970” è, ad oggi, la testimonianza filmata dell’ultimo concerto pubblico dei Doors con uno dei loro migliori repertori dal vivo, poco prima di incidere l’album L.A.Woman (1971), ultimo atto della discografia in studio con Jim Morrison.

Il concerto è stato completamente remixato e restaurato grazie all’uso della tecnologia più avanzata, con largo uso delle tecniche di grain-reduction e color-correction per migliorare le immagini originali, comprese riprese mai viste come la sequenza della folla accorsa all’Isle of Wight per ascoltare Light My fire, Break on trough e The end. “The Doors: Live at the Isle of Wight 1970” sarà disponibile in una raccolta di DVD e CD, in Blu-ray e CD o in formato video digitale. Entrambe le versioni in DVD e Blu-ray includeranno un filmato di 17 minuti, intitolato “This is the End”, con le interviste di Lerner al chitarrista dei Doors Robby Krieger, al batterista John Densmore e al manager della band, Bill Siddons, più un’intervista del 2002 all’organista Ray Manzarek, tutta da scoprire.

 

THE DOORS LIVE AT THE ISLE OF WIGHT FESTIVAL 1970

Tracklist

  1. Roadhouse Blues
  2. Band Introduction
  3. Back Door Man
  4. Break On Through (To The Other Side)
  5. When The Music’s Over
  6. Ship Of Fools
  7. Light My Fire
  8. The End (Medley: Across The Sea / Away In India / Crossroad Blues / Wake Up)

Dopo il Fabrique di via Fantoli questa settimana abbiamo visitato lo Zio Live Music Club di via Boncompagni: vera nicchia per gli amanti della musica dal vivo di qualità, non solo italiana.

Locali361: nella sala prove dello Zio Live Music Club
Carlo Forti con la musicista Roby Giallo

In via Boncompagni 44, all’interno di un ampio spazio industriale, si trova la struttura di un ex magazzino convertito in sala prove nel 2006, il Top Sound Studio, da un paio di anni trasformato in parte in un vero locale: «Ho chiuso formalmente l’attività con la mia ex socia nel 2015 e ho aperto un’associazione, lo Zio Live Music Club. Tutto è nato quasi per gioco da alcune jam session “allargate” tra musicisti e relative compagnie per passare del tempo insieme. Poi, dato l’afflusso di persone tramite il passaparola il giro degli “amici” si è allargato e quel passatempo è diventato una realtà al punto che ho fondato una vera associazione, lo Zio Live Promozione Cultura, fissando ufficialmente una serie di date e allestendo un piccolo angolo ristoro», racconta il gestore Carlo Forti.

Carlo è chitarrista da 20 anni: «Suonavo funky ma oramai seguo giorno e notte il locale e la sala prove oltre al service audio come fonico. Quando ho aperto lo Zio ero da solo e oggi siamo in tre: io mi occupo del live, un altro socio del bar e una ragazza del tesseramento». Il locale prende il suo nome dal fatto che «tutti i ragazzi che frequentavano la sala mi chiamavano “zio” come sinonimo di “amico” come si usa tra i giovani e mi è piaciuto». Prima di dedicarsi esclusivamente alla musica Carlo ha svolto diversi mestieri tra i quali il grafico: «Ho creato personalmente la chitarra stilizzata e la scritta vintage del logo che vuole chiaramente richiamare generi musicali anni ’60 – ’80, periodo che per me ha dato tanto alla musica».

Lo Zio Live si trova all’interno di un’estesa area industriale semi-custodita, classica ambientazione da sala prove: «Oggi sono rimaste solo due delle quattro sale del Top Sound e lo spazio rimanente è stato adattato per la musica dal vivo. Qualche mese fa abbiamo abbattuto anche la vecchia reception, situata di fronte al palco, diventata ora un confortevole salottino».  L’estetica dello Zio Live rimane quella di un moderno studio con pannelli scuri insonorizzanti che decorano un’area quadrata dotata di buona visibilità da ogni lato ma il fiore all’occhiello del locale è l’ottima acustica: «Abbiamo efficienti impianti RCF di classe A e una backline digitale a disposizione dei musicisti che, effetti personali a parte, trovano sul palco tutta una strumentazione tecnologica avanzata grazie alla quale possono suonare nelle condizioni migliori per l’uditorio».

La clientela che frequenta il locale solitamente prenota «non solo perché i posti sono limitati ma perché ama venire ad ascoltare musica di qualità a lume di candela». Anche se il punto ristoro offre piadine preconfezionate, birre e i classici cocktail Carlo ribadisce quanto lo Zio live non punti alla cucina «ma ad ascoltare professionisti dato che qui si paga un ingresso per la musica». Carlo non è il classico “gestore da locale”, prima di tutto è un musicista e questa attitudine si rispecchia nella selezione: «Privilegiamo musica originale e progetti inediti, soprattutto italiani ma anche jazz, funky e un po’ di blues internazionale. Niente cover band e neanche generi estremi come il free jazz o il metal, che comunque non sarebbero neppure ottimali per la metratura della sala».

Locali361: nella sala prove dello Zio Live Music Club 1
Luca Colombo, Alex Polifrone e Paolo Polifrone dal vivo allo Zio Live

Dallo scorso anno previste solo un paio di serate a week end ma a poco a poco la programmazione prende forma: «A gennaio si è esibito Guthrie Govan con la band del bassista greco Yiorgos Fakanas ma la vera programmazione prenderà identità da marzo in poi con ospiti internazionali come Michael Lee Firkins o Carl Verheyen, chitarrista e cantante dei Supertramp». La fama dello Zio Live è comunque al momento legata ai migliori turnisti del panorama musicale italiano come Giorgio Secco, Osvaldo Di Dio, Luca Meneghello, Heggy Vezzano, Antonio Petruzzelli e Leif Searcy noti nell’ambiente per aver collaborato con Mina, Renato Zero, Eros Ramazzotti, Franco Battiato, Cristiano De André, Gianluca Grignani, Francesco Renga, Roberto Vecchioni, Dolcenera e Alberto Fortis. E proprio questi turnisti saranno protagonisti di un grande evento targato Zio Live: «Non perdete il prossimo 15 Marzo la “Night of guitar”, serata dedicata ai classici blues».

La frequentazione di musicisti di tanta levatura non è dovuta solo all’ottima attrezzatura ma anche al clima da intenditori: «Amo il mio lavoro e non potrei vivere di altro anche se sento che molti locali faticano sempre più a sopravvivere. In questi due anni e mezzo la fama dello Zio continua a diffondersi: dal canto nostro continueremo a proporre un’offerta di qualità».

https://www.facebook.com/zioliveclub/

Complice il successo della recentissima bio-fiction “Fabrizio De André – Principe Libero” e l’anniversario della nascita il prossimo 18 febbraio, Musica361 vi invita a (ri)scoprire il cantautore genovese a partire da tre album fondamentali. Soprattutto per le giovani generazioni

Celebrando Faber: tre album per cominciare a conoscere Fabrizio De Andrè
Fabrizio De André in concerto

 

Fabrizio De André è un cantautore italiano divenuto celebre a partire dagli anni ’60 grazie a numerosi singoli di successo, da La canzone di Marinella a Bocca di Rosa, da La guerra di Piero a Via del Campo ma è soprattutto dagli anni ’70 in poi che ha cantato con voce e chitarra numerosi e toccanti episodi dal gusto letterario che sono andati a costituire quella serie di affreschi popolari dedicati agli “ultimi” presenti nei suoi album. O meglio si trattava di veri concept album, dischi cioè formati da brani legati tra loro da una tematica comune e grazie ai quali un artista poteva raccontare più che una semplice storia. La discografia di Faber meriterebbe di essere scandagliata brano per brano ma a coloro che, nell’era delle playlist, ancora non conoscono l’eredità musicale degli interi concept del cantautore genovese suggeriamo di cominciare da tre album fondamentali. Buon ascolto.

La Buona Novella (1970)

Celebrando Faber: tre album per cominciare a conoscere Fabrizio De Andrè 1

Questo concept viene considerato dallo stesso De André e da molti critici il suo capolavoro assoluto. Ispirato dal paroliere Roberto Dané ai Vangeli Apocrifi venne pubblicato in un periodo storico in cui in Italia c’era più trasporto per utopiche rivoluzioni sociali rispetto alla vita di Gesù Cristo. Gli universitari militanti del tempo lo consideravano anacronistico ma nelle intenzioni di De André il disco voleva anzi essere ed è un’allegoria dell’allora situazione politica, considerando Gesù di Nazaret il più grande rivoluzionario di tutti i tempi: «I vangeli apocrifi sono una lettura bellissima con molti punti di contatto con l’ideologia anarchica», sosteneva Faber. Seguendo un fil rouge sociale ed etico De André, raccontando l’infanzia di Maria introdotta da Laudate Dominum fino alla crocifissione, narra la vita di Cristo da un punto di vista umano (Si chiamava Gesù), ricorrendo alle testimonianze di altri personaggi spesso trascurati dai Vangeli ufficiali, dal falegname al ladrone crocifisso ne Il testamento di Tito, figura attrverso la quale enuncia una sorta di manifesto col quale da un lato demolisce i dogmi religiosi e dall’altro si commuove di fronte alla condizione umana della morte in croce. Ne La buona novella ogni brano possiede rime e immagini affascinanti e l’ascoltatore gode in ogni momento di una mirabile maturità poetica nella musicalità delle parole e dei maestosi arrangiamenti di Danè e Riverberi, che a loro volta sanno enfatizzare con atmosefere cupe la drammaticità dei brani.

Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971)

Celebrando Faber: tre album per cominciare a conoscere Fabrizio De Andrè 2

Concept album tra i più emblematici secondo il parere dei fan e nato da un’idea del produttore Sergio Bardotti. L’ispirazione viene ancora da un testo letterario, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master nella traduzione di Fernanda Pivano: De André racconta otto personaggi sepolti a Spoon River attualizzando ogni miseria umana in tratti crudi e schietti, dal nano diventato giudice per vendicarsi di coloro che lo avevano deriso al blasfemo ucciso da “due guardie bigotte” per aver affermato che Dio prese in giro il primo uomo nascondendogli l’esistenza del bene e del male. Tra i defunti anche casi felici come un malato di cuore stroncato da un infarto nella sua unica ora d’amore dopo anni passati “a farsi narrare la vita dagli occhi” e la vicenda de Il suonatore Jones che dà il titolo al disco: una vita spensierata passata a suonare per strada e per gli amici senza curarsi di altro (“lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all’amore né al cielo”). Difficile rintracciare connotazioni politiche, piuttosto ammalia ogni esperienza umana raccontata raffinatamente ma senza ipocrisie: il disco, scritto con Giuseppe Bentivoglio, è complesso dal punto di vista lirico per la ricchezza di sfumature umane ma reso memorabile dal punto di vista musicale grazie agli ottimi arrangiamenti di Nicola Piovani eseguiti da musicisti di alto livello.

Crêuza de mä (1984)

Celebrando Faber: tre album per cominciare a conoscere Fabrizio De Andrè 3

Un album che sembrava commercialmente concepito contro le regole del mercato conquistò invece critica e pubblico che ancora oggi lo considera un capolavoro inarrivabile. Quando con la fine degli anni ’70 si assiste ad un generale cambiamento sociale De André si mette alla ricerca di nuovi contenuti e nuove sonorità interessandosi alla musica etnica e alla world music, indagando soprattutto le proprie radici. Risultato di questa ricerca è un album cantato nella varietà ligure-romanza dell’antica Repubblica genovese, lingua apprezzata per la sua eterogeneità dovuta a secoli di commerci, scambi e viaggi. “Crosa” è un termine genovese che si riferisce a quei sentieri che portano in piccoli borghi marinareschi o nell’entroterra e Crêuza de ma (“Viottolo di mare”) allude ad un fenomeno meteorologico del mare che, sottoposto all’azione del vento, assume striature argentate simili a fantastiche strade. De André curò ogni testo in dialetto impreziosendo i quadretti di vita dedicati alla sua terra, mentre per le musiche e gli arrangiamenti fu assoldato il polistrumentista Mauro Pagani, ex membro della Premiata Forneria Marconi, che vi suonò mandolini e strumenti greci aggiungendo pure registrazioni di ambienti marinareschi o portuali – come le voci dei venditori di pesce al mercato ittico di Piazza Cavour a Genova –, conferendo così al disco quella tipica atmosfera mediterranea che si sposa magnificamente alle liriche dialettali in tema di mare, viaggi e nostalgie. In alcuni momenti sono le stesse parole a creare melodie folkloristiche come nella celebre title-track ma ogni canzone farà scuola, aprendo la strada a molti altri cantautori come Van De Sfroos, che sempre più si dedicheranno alla contaminazione della canzone d’autore con sonorità etniche.

Dal Taxi Blues di via Brembo Locali361 si sposta questa settimana in via Fantoli a Milano per raccontare il Fabrique di Daniele Orlando e le ultime novità

Locali361: Fabrique, la fabbrica musicale di Daniele Orlando

Il giovane ma già storico direttore Daniele Orlando, ha inaugurato nel 2014 il Fabrique di via Fantoli, moderna struttura di 3100 posti modulabili su oltre 2000 mq, pensata per ospitare concerti e dj-set ma anche eventi d’arte, moda e cultura. A Milano l’esperienza di Orlando è da sempre legata alla passione per la musica, da quando nel 1989 cominciò a lavorare come dj al Carisma in via Santa Maria Segreta, fino alla guida del leggendario Rolling Stone di corso XXII marzo nel 2000, quando a soli 22 anni venne assunto come direttore dal proprietario Maurizio Salvadori. É così che rilancia grazie al suo team quello che tra gli anni ’80 e ’90 fu considerato il tempio del rock milanese, proponendo nuove band indie come Roy Paci e i Bluebeaters o gli acerbi Muse e il compiano Chris Cornell, oltre ad eventi come «le serate hip-hop o il “P Gold” (il Pervert d’oro) che rappresentarono il mio primo approccio rispetto ai successivi dj-set internazionali».

Quando il Rolling Stone chiude nel 2007 infatti Orlando rileva gli allora falliti Magazzini Generali di via Pietrasanta e «facendo leva su un passato di tendenza ne rispolverai l’immagine portando a Milano artisti che, come David Guetta, si esibivano in discoteche tipo il Pacha di Ibiza. Sono rimasto legato nove anni ai Magazzini». La formula funziona bene al punto che «il locale non riusciva più a contenere certi numeri di presenze e per evitare ulteriori costosissimi affitti di sale più capienti, come sempre più spesso mi vidi costretto a fare per venire incontro agli artisti, decisi di cercare uno spazio mio». E così Orlando scopre in zona Mecenate un capannone industriale ex sede della Venus Distribuzione, il più grande distributore in Italia per le case discografiche, luogo già protagonista della sua adolescenza: «Finita la terza media venni a cercare lavoro proprio qui come magazziniere. Un vero segno del destino col senno di poi: alla fine ho deciso di comprare questo spazio anche per un valore affettivo».

Locali361: Fabrique, la fabbrica musicale di Daniele Orlando 1

L’ex capannone viene inaugurato il 18 settembre 2014 e battezzato “Fabrique”: «Un viaggio a Parigi mi ispirò questo nome semplice e accattivante, nel quale si trova un chiaro riferimento al passato di ex fabbrica del mondo musicale, una ragione di marketing legata alla discoteca Fabric di Londra e un “invito” per eventuali affitti in occasione di feste aziendali, presentazioni di multinazionali e altre iniziative non necessariamente connesse ad un brand musicale. Il tutto arricchito da un logo molto bello: et voilà!»

L’ambiente, come il nome, è curato in ogni dettaglio: palco spazioso, pareti nere, due bar con beverage di qualità, un pavimento a tre livelli, un impianto audio e luci all’avanguardia. Non a caso il Fabrique ha vinto anche il premio ONstage Award 2015 come Miglior Club d’Italia, risultato, sottolinea Orlando, dovuto «non solo alla mia esperienza gestionale ma anche alla collaborazione di tutti i soci, promoter o presidenti di società che rappresentano la musica dal vivo in Italia. E chiaramente del team al mio fianco da 15 anni, anche se la persona che, più di altri, mi ha sostenuto in questa avventura è sempre stata mia moglie Fabiola, nota dj di Radio 105».

Politica del Fabrique  è «scegliere con fiuto, e in maniera trasversale rispetto ai generi, gli artisti migliori, senza mai sottovalutare niente e nessuno», regola alla quale Orlando, dopo anni di attività, continua a mantener fede considerato anche il recente accordo esclusivo di sponsorizzazione triennale con le radio del gruppo RadioMediaset, in base al quale i rispettivi marchi, insieme o individualmente, saranno presenti all’interno della venue e sui materiali di comunicazione. Paolo Salvaderi, AD di RadioMediaset ha spiegato che questo accordo «si inscrive in un processo di sviluppo delle nostre attività legate agli artisti e ai concerti che supportiamo e produciamo, perseguendo  l’obbiettivo di attestarci  promotori attivi di eventi e presidiare con i marchi delle nostre emittenti le location dove si fa musica dal vivo: a Milano abbiamo scelto il Fabrique, il luogo dove la musica si fabbrica”. Daniele Orlando con questo accordo ha ribadito dal canto suo l’approvazione della strategia della diversificazione dell’offerta al fine di creare un brand competitivo: «La naturale intesa con RadioMediaset, partner ideale in questo momento, porta al Fabrique tre emittenti di successo che si distinguono per la forte personalità e insieme per la varietà musicale: sono sicuro che si apriranno nuovi scenari interessanti per tutti».

La programmazione del Fabrique, che in questi anni ha visto in calendario nomi come Billy Idol, Club Dogo, Massive Attack, Luca Carboni e Mika presegue ai massimi livelli: dopo gli Sterophonics lo scorso lunedì presto Liam Gallagher, Macklemore, Guè Pequeno, Noel Gallagher’s High Flying Birds, Ben Harper, Sfera Ebbasta e Francesca Michielin. Il Fabrique è un locale accogliente non solo per concerti ma anche per  eventi come i djset live con Alan Walker, Galantis e altre star internazionali o serate a tema: dalla musica anni ’90 alla tecno-dance compresi i format di successo come Random, Mamacita, Twist and Shout! e la Night at San Junipero.

https://www.facebook.com/fabriquemilano/

Nel febbraio 1991 veniva pubblicato “Innuendo”, album che la critica dell’epoca non immaginava potesse diventare il canto del cigno della band di Freddie Mercury. La riscoperta di Musica361 per l’anniversario e non solo per i fan

“Innuendo”: riscoprire l’ultimo immortale capitolo dei Queen
La copertina di “Innuendo” (1991) con la grafica ispirata alle illustrazioni ottocentesche dell’artista J.J. Grandville

Il 1991 fu un anno che avrebbe regalato alla musica internazionale tanti album diventati vere pietre miliari, da Nevermind dei Nirvana a Dangerous di Michael Jackson, da Use your illusion I e II dei Guns’n’Roses a Blood Sugar Sex Magic dei Red Hot Chili Peppers, solo per citarne alcuni. Nel febbraio di quell’anno i Queen, ancora nella formazione originale, festeggiavano 20 anni di carriera e pubblicavano il loro 14° album di studio coprodotto con David Richards, Innuendo: dopo un periodo di canzoni pop-oriented quel disco avrebbe dovuto rappresentare una sorta di riscatto per la band inglese che aveva sentito, con la fine del decennio, l’urgenza di riscoprire il piacere della sperimentazione tornando all’energia rock degli esordi, pur sempre declinata secondo sonorità  contemporanee.

Appena pubblicato The Miracle (1989), cui per la prima volta non seguì alcun tour, nel marzo del 1989 la band si ritira ai Mountain Studios di Montreux: le nuove prove però proseguono a rilento sia per la promozione di The Miracle sia per la stanchezza del frontman attribuibile alla riscontrata sieropositività al virus HIV, poi conclamata in AIDS in quell’anno. Freddie è comunque determinato a fare musica per quanto le forze glielo concedano tenendo la malattia nascosta finché, nel novembre del 1989, quando riprendono ufficialmente le sessioni di registrazione per il nuovo disco nei Metropolis Studios di Londra, sente corretto rivelare le sue condizioni alla band. L’entusiasmo di Brian May, John Deacon e Roger Taylor non viene apparentemente intaccato da questa notizia e anzi la band si stringe attorno al suo leader “proteggendo” Freddie dalle illazioni della stampa e lavorando sodo: passano così l’intero 1990 a provare nuove canzoni nel tentativo di pubblicare il prossimo disco il prima possibile.

“Innuendo”: riscoprire l’ultimo immortale capitolo dei Queen 2
I Queen sul set del video promozionale “I’m going slightly mad” (1991)

Uno dei brani nato dalle prime jam sessions, che diventerà la traccia d’apertura, conferma subito una ricerca musicale completamente nuova: si tratta della solenne Innuendo, la Bohemian Rapsody degli anni ’90, epica mini suite dall’ andamento simile ad un bolero e caratterizzata da una contaminazione di stili, dall’hard rock delle strofe e del ritornello all’assolo di flamenco di Steve Howe – chitarrista degli Yes – con una sezione intermedia affollata da virtuosismi, tempi dispari e sovraincisioni, tra operetta e progressive rock.

In Innuendo melodia e testo estaticamente visionario sulla mortalità, così come nelle altre tracce dell’album, riflettono direttamente o indirettamente la difficile situazione che la band stava affrontando: ogni canzone, firmata da tutti i componenti, è venata dalla consapevolezza di giocarsi l’ultima carta, dall’esortazione a vivere affrontando ogni sfida in maniera esaltante (Ride the wild wind) alla rassegnazione nei confronti dell’inevitabilità (Don’t try so hard). Citazioni autobiografiche in I’m going slightly mad, con un testo composto da frasi senza senso scritte e pescate dentro una scatola dai quattro e riferimenti alle alterate percezioni psico-fisiche di Freddie, così come in These are the days of our lives, ultima canzone registrata ufficialmente dai Queen: una ballata nostalgica con cui Mercury si congeda con un commovente “I still love you”. Da segnalare sicuramente anche il gospel All God’s People che avrebbe originariamente dovuto far parte di un progetto solista di Mercury dal titolo provvisorio Africa by night, e la gilmouriana Bijou che descrive con una tastiera accennata e assoli acuti, languidi e penetranti della Red Special di May un momento di grande intensità. Interrompono la maestosità di questo ultimo affresco di carriera i divertissement pop rock di Delilah e I Can’t Live With You e un paio di brani rock come The Hitman e Headlong, inizialmente destinata al primo album solista di Brian May e poi registrata con i Queen dopo averla sentita interpretata da Mercury.

L’interpretazione che più sorprese May fu però quella di The show must go on, struggente poesia nata dalla penna del chitarrista e dedicata al suo compagno d’avventure. May dubitava che Mercury avesse potuto cantarla a voce piena considerate le tonalità molto alte: «Brian, che diavolo, vuoi farmi squarciare la gola?!», replicava sempre Freddie dopo i primi ascolti. Quando infine venne il momento di registrare Freddie si mise le cuffie guardò Brian e si posizionò di fronte al microfono. Prese un bicchierino di vodka, tracannò un sorso poi gli disse «Cazzo, ce la farò!» e spinse la sua voce a toccare tonalità mai raggiunte. L’Aids lo stava consumando ma non riuscì ad intaccare quella voce incantata, potente e cristallina: l’energia che vibra in quella registrazione probabilmente gli venne dalle forti emozioni che sentiva mentre intonava con retorica glam “Qualcuno sa realmente perché viviamo?” o “Dentro mi si sta spezzando il cuore, mi si potrebbe sciogliere il trucco ma il mio sorriso resiste ancora”. Il brano è ancora oggi un classico, testimonianza dello spirito immortale degli stessi Queen con quel ruggente invito a non arrendersi mai. Proprio come fece Mercury, che rimase coraggiosamente a lavorare con i suoi compagni, letteralmente “to the end of time”, prima di morire il 24 novembre del 1991 a 45 anni, meno di dieci mesi dopo la pubblicazione di Innuendo, premiato dalla prima posizione in classifica.

A oggi Innuendo, legato in ogni traccia all’ultima fase della storia della band, resta tanto un disco sorprendente per le condizioni in cui venne realizzato quanto un importante riferimento della musica pop moderna, a prescindere dai gusti. Molti critici oggi lo considerano uno dei dischi migliori dei Queen, parere confermato anche dall’accoglienza positiva della stampa del tempo. E a noi posteri rimangono molti dubbi: rispetto alle impietose recensioni che caratterizzarono la carriera della band, quanto influì in questo giudizio positivo la morte di Mercury? Che effetto avrebbero suscitato quei brani se fossero stati normalmente eseguiti dal vivo? E soprattutto dopo Innuendo quale sarebbe stato il sound della band? Non possiamo saperlo ma forse non avrebbero saputo rispondere neppure gli stessi Queen, semplicemente preoccupati da veri professionisti a fare musica di qualità. O forse, per dirla con un verso della loro canzone, avrebbero risposto: «Continueremo a sorridere / E sarà quel che sarà».

Dopo le atmosfere dark anni ’80 del Black Hole, Locali361 questa settimana vi fa riscoprire uno storico locale anni ’90 nato in viale Bligny e recentemente trasferitosi in via Brembo 23 a Milano: ecco a voi il nuovo Taxi Blues

Locali361: Taxi Blues
Gabriella Andreoli, socia di Enzo Todisco al bancone del Taxi Blues insieme allo staff ©Rita Cigolini 2018

A sud di Milano, di fronte all’ex Scalo Romana e poco distante dalla Fondazione Prada, ha aperto, o meglio riaperto nel 2017 il Taxi Blues, locale fondato nel 1992 in viale Bligny vicino all’Università Bocconi: «In vista di una generale riqualificazione che sta interessando questa zona abbiamo deciso di abbandonare la vecchia sede e trasferirci qui», racconta comodamente seduta al bancone Gabriella Andreoli, socia dello storico gestore Enzo Todisco. «Pare sia in progetto di costruire presto un ponte sopra i binari dello scalo in modo da agevolare il collegamento col centro, senza dover passare per corso Lodi. Enzo ha scoperto questa location, una ex palestra, e a febbraio 2016 abbiamo iniziato i lavori per sistemare la struttura, dal pavimento in legno alla cucina, che oggi si trova dove prima c’erano gli spogliatoi, e poi pian piano tutti gli ambienti».

Gabriella, che ha lavorato per anni per una nota compagnia aerea e ha da poco preso parte a questa nuova attività su proposta di Todisco, indica entusiasta una locandina sul bancone ricordando l’origine del nome, ispirato all’omonimo film russo vincitore di un premio a Cannes nel 1990: «Enzo ha scelto “Taxi Blues” perché, più che per il film in sé, gli piaceva l’accostamento di queste due parole a formare un nome che suonasse internazionale, con quel “blues” che richiama in qualche modo anche alla musica dal vivo».

Locali361: Taxi Blues, tornano gli anni ’90 con stile
Taxi Blues, interno © Rita Cigolini 2017

Todisco, forte della già consolidata nomea del suo locale e consapevole dell’importanza di un ambiente accogliente, è anche l’artefice del personalissimo allestimento: «Abbiamo voluto mantenere l’arredo e l’estetica dell’originale Taxi Blues, pur dovendo in qualche modo aggiornarci ai tempi». Colpiscono subito alla porta d’entrata le due luminose maniglie ricavate da un paio di gambe da tavolo e a terra, di fronte al bancone in stile jungle, un orologio di grandi dimensioni incastonato nel pavimento e perfettamente funzionante. Visitando poi gli spaziosi ambienti tra luci ed ombre si scopre uno stile variegato e composito che si distingue per la cura nei dettagli di modernariato: dai divani in pelle Chesterfield che formano tanti piccoli salottini alle sedie da tinello anni ’60, dal set di mazze da golf in un angolo ad una radio d’Antan e perfino, in un angolo, un’antica macchina per cucire. Numerosissimi i particolari tra retrò e contemporaneo, dal pavimento al soffitto, in una continuità stilistica ricercata ed elegante, costituita da materiale di recupero e vera creatività: «Ogni ambiente, dominato da tutto ciò che si ritiene meritevole di essere esposto secondo un gusto anticonformista e privo di schemi, è stato letteralmente realizzato dalle nostre mani come la colonna di ferro al centro della sala o la parete intrecciata di listarelle di legno e pelle, compresa la Smart dorata senza portiere che funge da divano in giardino».

Rispetto ad una certa stereotipia sicuramente il Taxi Blues è un locale in cui la scenografia non invita al mangia e fuggi, anzi «è un luogo dove potersi ristorare, prendere un aperitivo, ascoltare musica, chiacchierare o anche allestire piccole esposizioni d’arte, mostre e vernissage, oppure bere un caffè o un drink al tavolo mentre si utilizza il pc per lavoro o piacere, sfruttando anche gli spazi esterni quando il clima lo permette». Originariamente il locale aveva una clientela prevalentemente studentesca, oggi invece, aperto tutti i giorni dalle 7 del mattino alle 2 di notte, «consideriamo diverse fasce orarie e d’età, dalle famiglie che vengono per la classica colazione agli anziani. A pranzo offriamo diversi tipi di primi e secondi caldi ma anche tavola fredda con piatti unici o vegetariani, la sera invece happy hour e dopo cena hamburger, piadine patatine fritte e il tipico fast food. Per quanto riguarda il bar siamo già forniti di una bottiglieria completa ma vogliamo mettere a punto una drink list ancora più personalizzata».

Una delle sale del Taxi Blues presenta un grande palco per le serate dal vivo, anche se la programmazione, data la giovane età della location, è ancora in via definizione: «Al momento organizziamo un paio di serate a tema in settimana, ad esempio con comici emergenti o drag queen, ma stiamo pensando soprattutto ad appuntamenti fissi dedicati al jazz, al rock e ad altri generi, senza escludere anche dj set il sabato sera e una sorta di intrattenimento per il brunch della domenica». Work in progress anche per quelli che potrebbero diventare gli eventi targati Taxi Blues, inclusa una possibile collaborazione con la vicina Gelateria della musica: «Ci piace l’idea di averli accanto, non è esclusa la possibilità di realizzare qualcosa insieme a questo brand in futuro».

Il Taxi Blues è un locale “tutto vetrina” che, per diversi aspetti e soprattutto per la zona dove ora sorge, è pronto ad offrire tanto e presto, siamo sicuri, ne risentiremo parlare: «Il nostro sito è in allestimento ma potete già seguirci sui social. Oppure venite a trovarci di persona, soprattutto ora che si va incontro alla primavera».

http://www.taxibluesmilano.it/

https://www.facebook.com/taxi.blues.via.brembo/

Dopo il felice esito del talent milanese di San NoLo lo scorso anno e il primo singolo “Fade” Gabriele Muselli, 20 anni, lancia “Talking tree”. Progetti e riflessioni di un cantautore millennial nell’intervista per Musica361

Gabriele Muselli: “Talking tree”, il secondo singolo di un cantautore millennial
Gabriele Muselli

Gabriele, cosa significa essere un cantautore della generazione millennial?

«Per me significa voler mandare un messaggio senza usare whatsapp».

Quali sono le tue influenze o riferimenti musicali?

«Il mio gruppo preferito in assoluto sono i Twenty one pilots: spero di poter avere un futuro artistico con un seguito come il loro. Le altre influenze musicali sono tante: spazio dai Muse a Michael Bublè, da Ed Sheeran agli Slipknot».

Fade, il tuo primo successo, rivela una vena post-punk declinata con l’elettronica e un’interessante ispirazione lirica, soprattutto per la tua età. Come definiresti la tua musica?

«Per ora ho scritto solo quattro pezzi, quelli che formeranno il mio primo EP, a breve in uscita. Li definirei genuini, puri e ingenui».

Ho letto del tuo quaderno di appunti: generalmente come componi?

«Solitamente annoto frasi o testi che possano avere un’affinità o si prestino a giochi di parole, in seguito cerco di abbinarli a dei riff o giri di accordi che registro con il cellulare. Il 90% delle volte è un mezzo fallimento, se sono arrivato qui però è grazie a quel 10%! Ultimamente sto provando a constatare quanto possa cambiare il risultato invertendo le fasi della “catena di montaggio”».

Perché la scelta di cantare in inglese rispetto alla tua lingua?

«Non sono madrelingua però l’inglese é molto più musicale e universale, mi sento più libero di esprimermi senza preoccuparmi che alcune frasi possano risultare brutte o banali, come probabilmente risulterebbero se cantate in italiano. Non ho pregiudizi verso l’italiano, però riesco ad apprezzarlo solo nel rap o cantato da certi artisti, ad esempio Calcutta».

Hai dichiarato: “Le mie canzoni sono un aiuto ma anche una richiesta di aiuto”. Una richiesta di aiuto per salvarsi da cosa?

«Una richiesta d’aiuto per cambiare e migliorare certi aspetti della mia vita. Sono più che convinto di non essere l’unico a sentirmi “pieno di vuoto” pur avendo tanto dalla vita. Di certo la fama e i soldi non sono la soluzione a questo genere di problemi ma sono sicuro che condividere questo disagio con più persone possa aiutarmi a gestirlo meglio».

Hai dichiarato: “Non mi piace la deriva impersonale dei pezzi di oggi. Mi dispiace a volte restare deluso (da alcuni artisti)”. Questa “deriva impersonale” di cui parli, a tuo giudizio, dipende più dalla creatività degli artisti o da un mercato omologato?

«Dipende da diversi fattori. Senza sfociare nella filosofia intendo dire che la gente oggi sempre più spesso cerca il suo quarto d’ora di fama attraverso la musica. Non ritengo obbligatorio uscire dal Conservatorio per essere definiti musicisti, un vero artista deve saper comunicare con propri mezzi un messaggio. Il punto è che oggi, molti di coloro che fanno musica, comunicano alle mie orecchie messaggi “omologati”. E credo che in parte sia da attribuire ad un effetto collaterale della massificazione tecnologica. Non posso biasimarli comunque: quando ti rendi conto che chiunque può avere likes, views e di conseguenza soldi grazie ad un semplice pc vuoi dirmi che non ci proveresti anche tu? Inevitabilmente però questa disinvoltura influisce anche sui contenuti».

Sei ancora studente di belle arti: come ti vedi tra 10 anni e che responsabilità dai alla musica?

«Non ne ho la più pallida idea! Mi piacerebbe ovviamente avere un futuro nella musica ma se dovesse “andare male” continuerò a suonare comunque, con la consapevolezza di aver provato a combinare qualcosa di troppo grande rispetto alle aspettative di un ragazzo di provincia. La musica farà sempre e comunque parte della mia vita: “I’ll find my way through night and day”».

Gabriele Muselli: “Talking tree”, il secondo singolo di un cantautore millennial 1
Copertina del singolo “Talking Tree”

Il tuo ultimo singolo è Talking tree: c’è un legame con Fade?

«Nessun legame voluto a parte il fatto di esserne io l’autore. Fade parla di problemi esistenziali e domande che non avranno risposta, Talking Tree è la storia di mio padre in un periodo della sua vita».

Come è nata Talking Tree?

«Stavo chiacchierando con mio padre e lui mi raccontò del periodo in cui mia nonna (sua madre) era ricoverata in ospedale, prima che ci lasciasse. Mi confessò che era talmente solo in quel periodo che, per sfogarsi e non essere giudicato, parlava ad un albero imponente vicino all’ospedale, lo vedeva come una persona anziana con grandi orecchie disposta ad ascoltarlo senza proferire parola: gli parlò di sua madre, del lavoro e anche di me. Era talmente preso dal suo racconto che mi colpì molto questa vicenda: mi diede abbastanza spunti per scrivere una canzone, quando arrivai a casa misi in rima tutto quello che mi aveva detto. Poi ho “solo” finito il tutto, che è sempre la parte più difficile».

Forse è ancora presto ma mi incuriosisce sapere se senti che la tua dimensione ideale sia più su un palco o in una stanza a comporre.

«Hai ragione, è troppo preso per saperlo. Suonare ciò che ho scritto e sentirlo cantare anche solo da un amico nel pubblico è sicuramente una sensazione magnifica. Magari in futuro scriverò canzoni per gli altri o la musica diventerà solo un passatempo. Oppure, me lo auguro, diventerò una star internazionale! Chi vivrà vedrà!»

Talking tree (2018)

https://www.youtube.com/watch?v=1MnRuaIcJKc

Locali361 vi presenta il Black Hole, storico locale milanese ispirato ad atmosfere spaziali e oggi moderna location ma non solo per gli affezionati degli anni ‘80

Locali361: un viaggio nel Black Hole di viale Umbria
Nicola Brioschi (Foto © Rita Cigolini)

Nell’area che originariamente ospitava la storica azienda dell’amuchina in viale Umbria nasce nel 2000 il Black Hole le cui iniziali dimensioni comprendevano solo l’attuale “sala Login” priva di palco. Gli articoli di giornale dell’epoca lo descrivono come “il locale degli alieni”: i proprietari, appassionati di nebulose ed extraterrestri, realizzarono un ambiente dark caratterizzato da una sorta di gabbia creata con pali innocenti e un impianto piuttosto arrangiato in stile spaziale, con un dj che programmava la musica da una piccola astronave sospesa a mezz’aria sopra il pubblico. Qualche settimana dopo mette piede nel locale quello che, dopo anni di attività, diventerà l’attuale direttore artistico, Nicola Brioschi: «Nasco come dimostratore della Pioneer, fonico e parallelamente come piccolo dj prodigio e animatore. Una sera passai al Black Hole a lavorare con un amico dj e mi piacque tanto che dal gennaio 2001 entrai nel loro team: per prima cosa inventammo l’“Happy blues hour”, il primo happy hour con band blues e jazz, un abbinamento allora inedito per Milano».

Locali361: un viaggio nel Black Hole di viale Umbria 1
Sala dei Leoni

Anche il Black Hole risentì del passare del tempo e delle mode perdendo a poco a poco la sua originaria estetica, cedendo ad un processo di standardizzazione minimal dei locali, sempre più necessitati ad adattarsi ad ogni evento e brand: «Il locale si è allargato annettendo l’area inutilizzata dell’attuale sala dei Leoni e l’area esterna dell’estivo: la maggior parte degli spazi poi sono stati coperti ottenendo tre sale diverse. Fondamentalmente il locale si divide in due zone: una neutra di colore bianco con piante, colonne e illuminazioni da giardino adibita a spazio eventi e una parte interna più clubbing di colore nero con specchi, laser e luci. Diverse le situazioni possibili per una capienza ufficiale di circa 1500 posti: nel panorama dei locali milanesi il Black Hole si può certamente definire polivalente».

Il Black Hole offre tre palchi che possono ospitare qualsiasi evento musicale, tanto che, nonostante la difficoltà nel gestire la musica dal vivo di questi tempi, continua ad essere uno dei locali milanesi che gode di buona fama anche presso i musicisti: «Conoscevo Raul Rekow storico percussionista della band di Santana che ai tempi del tour di Supernatural (1999) mi chiese di usare il locale come sala prove. Fecero un concerto non pubblicizzato: ricordo ancora la gente che durante l’happy hour ascoltava quella “band talentuosa” senza sapere chi fossero». Soprattutto il locale è apprezzato da buona parte di artisti, band e dj anni ’80: «Tutt’oggi se frequenti il Black Hole in una serata dark o rock può capitare di incontrare Kee Marcello degli Europe, nostro affezionato cliente in ogni soggiorno milanese ma anche Donatella Rettore, Ivan Cattaneo o Andy dei Bluvertigo». Fino a qualche anno fa esisteva una programmazione musicale caratterizzata tutta la settimana da serate dark a gay-friendly, oggi invece il locale apre solo il venerdì e il sabato oppure su prenotazioni di eventi: «Abbiamo mantenuto “La notte noir”, nostra storica serata dark e new wave che proponiamo da 18 anni oppure il “So’80” evento ispirato agli anni ’80 più alternativi, pur non potendo più garantire un appuntamento fisso: viviamo di tante “one night” comunicate attraverso facebook o ancora meglio tramite passaparola dato che oramai i nostri clienti, da avvocati in giacca e cravatta a nostalgici dark, sono fidelizzati».

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Sala Colonne

Da social e web pare confermata per il Black Hole la mancanza di un target di riferimento dato che, a seconda degli eventi, viene definito come locale commerciale per ragazzini, per rocchettari, per gay, dove si organizzano solo feste o come classico localaccio live anche se, prevalentemente nelle serate dark o rock, il pubblico può oscillare anche dai 40 ai 60 anni, la vecchia clientela appunto: «Il Black Hole è uno dei locali storici di zona e di Milano, siamo una famiglia, ci conosciamo quasi per nome. Siamo tutte persone pulite, l’unico vizio che abbiamo sono solo le sigarette». A prescindere dall’eventuale catering privato di ogni evento, il locale è fornito anche di una bottiglieria completa e di buona marca: «Non ci interessano sottomarche o magheggi stile anni ’90, siamo molto attenti alla qualità dei drink. Molti storici clienti ricordano ancora il nostro cocktail di punta, Donna Elena, un analcolico a base di frutta creato apposta per chi volesse bere senza avere problemi con l’alcool test. Ultimamente stiamo lavorando per offrire presto anche la cucina calda».

Il Black Hole, disponibile 7 giorni su 7 per eventi privati, compresi quelli del venerdì e sabato, è il classico locale da 365 giorni l’anno ma, a differenza di altri con un’area per l’estate e una per l’inverno, «noi possiamo permetterci entrambe in ogni periodo dell’anno avendo tutti gli spazi limitrofi al giardino riscaldati e climatizzati. Oggi non si balla più sotto le stelle come una volta ma con l’aria condizionata, però c’è la possibilità di avere un giardino di palme al coperto utilizzabile anche d’inverno come zona fumatori, così la clientela non è costretta a spostarsi in strada. Difficile trovare a Milano uno spazio del genere».

www.blackholemilano.com

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