Festeggia quest’anno 30 anni il Bloom di Mezzago, storico locale nel cuore della Brianza, riferimento della scena underground dagli anni ‘90. Ve lo racconta Locali361

Bloom di Mezzago festeggia i 30 anni
Interno del Bloom di Mezzago.

Dalla passione di un gruppo di giovani brianzoli fondatori di Radio Montevecchia alla ricerca di un luogo per organizzare musica dal vivo nacque nel 1987, nel cuore della Brianza, il Bloom (Fioritura). Il Comune di Mezzago concesse loro in gestione la struttura dell’ex storico cinema risalente al 1929 e dopo le opportune riqualificazioni il Bloom, a poco a poco, da centro culturale caratterizzato da teatro, danza, cinema e corsi d’arte varia, diventò il locale di riferimento della cultura musicale underground: «Il Bloom si è costruito una nomea in Brianza, e non solo, in quei primi anni ’90 quando gruppi come Green Day, Hole e persino Nirvana lo elessero come luogo ideale per le loro esibizioni rispetto ad altri locali milanesi: cominciò così a gravitare intorno al Bloom un mondo underground, quando ancora in Italia pochi altri locali seguivano questa tendenza», spiega il direttore artistico Massimiliano Elia.

Locali 361: serate indie e alternative al Bloom di Mezzago 1
Locandina del primo live dei Nirvana al Bloom, 26 novembre 1989

E a proposito del caso dei Nirvana ricorda: «Uno dei punti forti del Bloom in quei primi anni erano i rapporti con le agenzie: Filippo Scotti, che al tempo si occupava della programmazione, era in ottimi rapporti con la promoter dei Nirvana. La band di Cobain si esibì qui due volte: da semi sconosciuti nel 1989 e nel 1991 col botto dell’album Nevermind: la fama del Bloom divenne tale che si riuscì a riportarli qui anche se il locale era troppo piccolo per poterli ospitare».

Massimiliano racconta con orgoglio ed entusiasmo uno degli episodi che ha contribuito forse più di altri a dare fama al locale nell’immaginario collettivo, anche se era troppo piccolo per partecipare quando si esibirono i Nirvana. Originario della provincia di Lecco arrivò al Bloom nel 2004: «Dopo le superiori, nei primi anni 2000, mi sono formato come fonico e tecnico audio: ho lavorato con i Ministri e Tonino Carotone e negli ultimi quattro anni con i Club Dogo, Marracash e Ufomammut. Finché, attratto dalla fama del Bloom, sono arrivato qui nel 2005: ho cominciato gestendo la parte tecnica del locale mentre, negli ultimi due anni, sono stato nominato direttore artistico».

La caratteristica che più contraddistingue il Bloom è propriamente il suo ruolo di polifunzionalità aggregativa, grazie alla piccola biblioteca che si trova all’ingresso, alle rassegne di cinema d’essai della sala superiore ma anche al teatro, ai  corsi vari e all’angolo bar: «Un tempo il cocktail di punta era il “Dark side of the Bloom”, oggi abbiamo rinnovato la drink list insieme ad una scelta di 20 tipi di birra in bottiglia e alla spina».

Al Bloom comunque, più che per bere, si viene per ascoltare musica alternativa, dal jazz all’indie: «Proprio perché riconosciuto come locale storico, la nostra programmazione si interessa a band alternative dalla carriera storica: ad esempio l’anno scorso abbiamo avuto The Exploited, storico gruppo punk rock di fine anni ’70, a metà dicembre ospitiamo gli americani Molly Hatchet e a febbraio i Kvelertak, band norvegese supporter per la tournée dei Metallica in Italia. Non solo, anche cantautori della scena new indie come Andrea Laszlo De Simone che suonerà il 22 dicembre, accompagnato da una band di professionisti che ha collaborato anche con Niccolò Fabi e poi una rassegna di Sebastiano De Gennaro, percussionista sperimentale che ha suonato con Daniele Silvestri, Baustelle ed Enrico Gabrielli dei Calibro 35».

Bloom di Mezzago festeggia i 30 anni
Il bar del Bloom, con oltre 20 tipi diversi di birre in bottiglia e artigianali.

In questa programmazione alternativa non mancano anche eventi curiosi come la serata “Disco Merda”, gestita ogni fine mese dal collettivo Beat Acrobatique guidato da Dj Zeemo: «Si tratta di dj set durante i quali proponiamo musica disco anni ’70 ma con sonorità più moderne, stile house e techno».

“Underground” dunque, dopo 30 anni, continua ad essere l’aggettivo che definisce meglio il locale: «Non è forse quello che si definirebbe “un bel locale” anche dal punto di vista architettonico ma la gente è molto affezionata a questa struttura un po’ fatiscente e soprattutto alle sue attività». Anche se, rispetto agli anni ’90 pare che oggi il Bloom abbia meno appeal sui giovani: «La nostra clientela è eterogenea e non solo locale, come la musica che offriamo: l’età oscilla tra i 25 e 40 anni, più lo zoccolo duro costituito dalla clientela storica che si aggira intorno ai 50 anni, i più fedeli ai contenuti della nostra programmazione musicale, certo poco adatta ad un pubblico giovane, mainstream e modaiolo».

Il momento migliore per godersi il Bloom, secondo il consiglio di Massimiliano, è ottobre «quando capita spesso che il locale sia scelto da molte band interessanti come ultima tappa del tour estivo ma anche dicembre è un periodo molto attivo, durante le festività siamo aperti quasi sempre, escluso il lunedì quando il bar è chiuso. E comunque ci sono sempre i corsi». Per l’estate invece il Bloom si trasforma completamente: «A parte qualche serata stile “desert sound”, allestiamo nel parcheggio sotto un campo da beach volley con pizzeria e chiruinguito adiacente alla struttura».

https://bloomnet.org

 

Musica361 ha incontrato il giornalista e critico Stefano Gilardino, autore per Hoepli del libro “La storia del punk”. Un genere che ha influenzato non solo la musica ma anche letteratura, arti visive, mode e vita culturale persino in Italia.

Intervista a Stefano Gilardino autore de La storia del punk
Stefano Gilardino, autore del libro “La storia del punk”

Cos’è o per lo meno cos’è stato il punk? «Una grande rivoluzione musicale e non solo che ha avuto il merito di azzerare un processo di “involuzione” del rock, divenuto fino alla metà degli anni Settanta sempre più complicato per il grande pubblico. Era arrivato il momento in cui la musica rock doveva essere tolta dall’impasse in cui era finita e il punk ha avuto sicuramente questo merito», afferma Stefano Gilardino. Protagonisti di questa rivoluzione musicale  gruppi come Sex Pistols, Clash e Ramones anche se, è bene ricordare, il punk è uno stile che ha influenzato non solo la musica ma numerosi altri aspetti socio-culturali e forme d’arte come letteratura, arti visive e persino mode: «Fu una rivoluzione a 360° che dalla metà degli anni Settanta caratterizzò un momento di liberazione da schemi e regole precedenti, contaminando il mondo musicale almeno fino alla fine degli anni ‘90: quasi tutti i generi di oggi hanno un debito verso il punk, persino l’elettronica ne ha mutuato delle intuizioni, fosse solo il concetto del “Do it yourself”, incidendo e distribuendo dischi autonomamente. A 40 anni di distanza dalla sua nascita questa influenza ancora si percepisce».

Cosa è rimasto però dopo 40 anni di quella filosofia estrema, fatta di anarchismo e apoliticità? «Della pura filosofia punk oggi è rimasto poco, piuttosto certe istanze e valori che si sono evoluti: nel 1977 rappresentava un estremismo etico e musicale, mentre negli anni ’80 e ’90 fu caratterizzato a livello politico, con l’abiura di multinazionali, passaggi televisivi o concessioni commerciali. Sono scelte che si possono capire seguendone l’evoluzione: credo che quello spirito rivoluzionario, per essere incarnato, debba necessariamente passare per la cantine buie e umide e per la propria autogestione. Se accetti il gioco commerciale ti presti inevitabilmente ad un sistema che non è più quello alternativo del punk: di fatto non sei più un carbonaro, sei popolare». Precisa però Gilardino: «Non sta a me decidere chi sia punk e chi no, non ho compiuto un’analisi sociologica ho solo raccontato una storia con tutte le sue contraddizioni. E la prima è proprio che, a dispetto di ogni previsione, il punk è diventato uno degli stili musicali più influenti di fine Novecento».

Stefano Gilardino ci racconta la storia del Punk 1
La copertina del libro “La storia del Punk”, Hoepli (2017)

Il fenomeno ha toccato a suo modo anche il nostro paese, come spiegato in un capitolo a parte: «In Italia il punk delle origini ha interessato forse qualche centinaio di persone, comunque si è declinato in maniera differente a causa della durissima realtà politica: nel 1976 l’ultimo festival a Parco Lambro, nel 1977 l’omicidio di Francesco Lorusso, l’anno successivo le BR avrebbero rapito e ucciso Moro, un clima insomma che non consentiva troppo spazio a novità discografiche che avessero potuto rinfocolare ferite fresche. Non si poteva cantare di anarchia, pertanto fu prevalentemente vissuto come fenomeno di costume: le riviste musicali etichettavano il punk come musica per ragazzini, mentre i rotocalchi pubblicavano articoli sulla nuova moda londinese fatta di vestiti stracciati, spille da balia e capelli dritti, niente di più». Ci fu però anche chi intuì la carica rivoluzionaria del punk: «Quello che considero o mi piace pensare che sia stato  il primo disco punk italiano è Inascoltable (1977) degli Skiantos, che hanno avuto il merito di aprire una via italiana molto personale rispetto a quello che arrivava dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. E poi gli HitlersS/Tampax a Pordenone, a Milano i Decibel di Ruggeri e i Krisma di Maurizio Arcieri, già anticipatori della New Wave».

Nel libro La storia del punk Gilardino racconta questa rivoluzione, celebrandola in occasione del quarantennale di Never mind the bollocks primo album cardine dei Sex Pistols pubblicato nel 1977, annus domini dell’era punk: «Il libro parte in realtà dal 1967, anno della mia nascita, dunque un modo per celebrare anche me che compio quest’anno 50 anni e la mia carriera di collezionista e agitatore punk, compresa la mia testimonianza di quando scoprii quel disco a 10 anni». Ad oggi in Italia non esisteva un testo del genere, dunque un’occasione perfetta per chi voglia farsi un’idea più precisa del punk: «Non è un’enciclopedia ma una raccolta di storie accattivanti da leggere, non necessariamente in ordine cronologico. Si scoprono tante curiosità». Diversi sono i livelli di approfondimento, con box e schede ma anche aneddoti e le recensioni dei dischi migliori, interessanti anche per gli esperti: «C’è tanto da gustare ma soprattutto il valore aggiunto è che molte delle interviste contenute nel volume sono state realizzate da me personalmente, ad esempio quelle a Joe Strummer dei Clash, John Lydon dei Sex Pistols ma anche Patti Smith o Henry Rollins».

Ultima domanda, di rito, non può che essere: punk is dead? «No, it’s alive! Il suo spirito si è conservato in occidente in tante forme, mentre in altri paesi orientali o africani in cui la libertà personale è limitata, indossare una maglietta dei Ramones o dei teschi sulla maglietta può ancora oggi causare problemi di ordine pubblico, persino farti condannare per apostasia o blasfemia. E anche in Italia a livello underground credo che esistano ancora centinaia di band che suonano quella musica con lo spirito giusto. Dicevano che era “dead” nel 1978 ma se ha resistito 40 anni può resisterne almeno altri 40».

Questa settimana Locali361 vi fa conoscere il Bachelite CLab di via Vertoiba a Milano: musica, drink, eventi, arte e design in un ambiente familiare. Ad accogliervi Roberto Paternò

Bachelite CLab Milano, intervista al titolare
Roberto Paternò, gestore del Bachelite CLab  – foto©Rita Cigolini

«Dopo una lunga ricerca di circa 54 location in un anno, abbiamo trovato questo locale nel gennaio 2013: volevo chiamarlo Studio 54, anche in omaggio al locale americano», ironizza Roberto Paternò, fondatore del Bachelite CLab: «Dentro c’era un ex solarium diviso da tanti piccoli ambienti: come diciamo sempre “una volta qui era tutto carton gesso!” Il bello però era che aveva intorno solo box e niente sopra il tetto – tanto che ultimamente stiamo persino valutando la possibilità di sfruttare la potenziale “terrazza” per il periodo estivo. In più questa zona, a poca distanza dal centro come dalla periferia, mi è sempre piaciuta molto».

La struttura interna è grezza, si potrebbe definire post industriale: «Pare che prima del solarium, negli anni ’50, ci fosse un’officina: l’ingresso è fatto da una saracinesca con una vetrina a tutta altezza e il classico soppalco ad “H”. Ho voluto rievocare questa aria da officina anni ’50 nel locale, che poi ho arredato con oggetti di modernariato disseminati ovunque».

Proprio curiosando tra questi oggetti scopriamo di più sul nome del locale, Bachelite CLab: «Il mio socio ed io pensavamo ad un club nel quale poter organizzare musica, eventi e persino teatro, una sorta di laboratorio: da qui CLab con la “L” e la “a”, che, come dico sempre, non sono sinonimo di ignoranza ma di creatività! E “Bachelite” si riferisce alla mia passione per il vintage: la bachelite è un composto chimico di derivazione minerale con la quale sono stati creati molti oggetti anni ’50 o ’60 come quelli che vedi qui. È un materiale che, a differenza della plastica, veniva utilizzato per resistere al tempo, concetto che ci piace associare al locale: produrre eventi e servizi di qualità secondo una proposta che possa durare negli anni».

Bachelite CLab Milano, l'intervista al titolare
Interno del Bachelite CLab – foto©Rita Cigolini

Roberto si è formato e lavora come consulente del lavoro, «esperienza che mi è servita mettere insieme la mia stretta squadra di collaboratori, una vera famiglia». E se gli chiedete la caratteristica che contraddistingue il Bachelite non ha dubbi: «Un punto di incontro del dopo lavoro per amici e per una clientela di quartiere che ha contribuito a sua volta a creare questa atmosfera da festa in casa. Puoi trovare persone di ogni tipo che però si integrano benissimo, nessuno è fuori luogo».

In particolar modo molti giovani e universitari seguono gli eventi musicali in settimana, altra caratteristica del locale: «Adoro la musica e da tempo mi interessavo per passione all’organizzazione di eventi musicali dopo l’ufficio, ultimamente grazie al Bachelite ho potuto gestirli con più cura».

In media 4 o 5 eventi alla settimana ma il genere principe è il jazz: «Dal 2015 il mercoledì è la serata del jazz dal vivo, concerto e jam session. C’è gente seduta ovunque, in piedi davanti ai jazzisti o fuori dalla vetrina: da noi può accedere anche gente semplicemente di passaggio». Un modo originale anche solo per bere una birra dato che «per nostra politica non c’è ingresso o consumazione obbligatoria, vogliamo semplicemente essere un’occasione per far ascoltare buona musica».

E gli eventi non finiscono qui: «Il giovedì spesso proponiamo una selezione di dischi reggae, il venerdì una jam session di musica leggera alternata all’evento “Sindrome elettronica”, due volte al mese, con musica elettronica mista a strumenti acustici e abbinata ad un live painting di uno street artist, un pittore o un fumettista. Le composizioni restano dipinte per qualche giorno poi vengono cancellate, un’esperienza veramente unica come la musica jazz, tutto su improvvisazione». Il sabato è dedicato alla musica per collezionisti di vinili, si va dal funk al Sound bass (bossanova mista a drum’n’bass) oppure alla dance anni ’80 e la domenica jam blues, gipsy o swing, «tutti generi comunque che siano fusion col jazz: c’è anche una serata che si chiama “Jazz e devianze”».

Bachelite CLab Milano, intervista al titolare
Roberto Paternò invita a provare il cocktail di punta del Bachelite CLab, “Rosa Caliente” – foto©Rita Cigolini

In termini di food & drink il locale offre taglieri, in serate speciali carni, birre e vini artigianali ma soprattutto cocktail con distillati originali e presto novità: «Giovedì 7 dicembre lanceremo la nuova drink list con 6 nuovi cocktail dedicati a Milano come il “Ciumbia!”, variante del Negroni oppure il “Ciapa su!” che ricorda vagamente una parola cinese, non a caso miscelato con vodka allo zenzero. Il nostro cocktail di punta comunque è il “Rosa Caliente…il cocktail da ordinare assolutamente!” preparato con una vodka polacca a bagno con peperoncini Habanero freschi, sciroppo di rose e sale affumicato. Sconsigliato a chi non piace il piccante».

Il Bachelite CLab è sicuramente un luogo accogliente soprattutto per le serate d’inverno ma Roberto si sta preparando anche la bella stagione: «Per la primavera stiamo organizzando due festival con delle band, uno al Giardino delle Culture in via Bezzecca che si chiamerà “Out Sound” e l’altro, per aprile, che avrà come protagonista uno strumento particolare, ancora poco conosciuto a Milano».

https://www.facebook.com/bacheliteclab.milano/

Virgin Radio ha compiuto quest’anno 10 anni e Musica361 ha intervistato uno dei suoi protagonisti, Dj Ringo. Aneddoti e riflessioni di una vita da dj, dal rock in Italia al ruolo dei social nella musica.

Dj Ringo intervistato da Musica361 per i dieci anni di Virgin Radio
Dj Ringo

Conduttore radiofonico e televisivo Dj Ringo, al secolo Rocco Maurizio Anaclerio, è stato uno dei primi dj di Radio RockFM, RTL e 105 per la quale ha creato e condotto il programma Revolver. Dieci anni fa ha traslocato con Revolver a Virgin Radio Italia di cui oggi è direttore artistico.

«Sono fedele a Virgin da 10 anni, quasi come con la mia compagna Rachele, con la quale sto insieme da 11» ironizza subito Ringo nel suo originalissimo studio arredato da cimeli rock’n’roll presso la sede di Virgin Radio Italia. «Forse perché nessuno mi ha offerto più soldi (ride)…No la verità è che ho contribuito a fondare questa radio e me ne sarei andato solo se non mi fossi trovato bene ma qui è bellissimo, per questo sono rimasto in squadra. Con una metafora calcistica mi sento un Maldini o se preferite un Facchetti della situazione».

Dopo 10 anni, «a parte la maledetta macchina degli ascolti che qualche volta può dare qualche frustrazione», la vera difficoltà è ancora stare quotidianamente davanti al microfono anche quando accade qualcosa di drammatico: «É un po’ come il lavoro del clown, indossi una maschera dovendo nascondere la tua sofferenza. Mi ha addolorato annunciare la scomparsa di Bowie, idolo della mia adolescenza, così come a suo tempo mi avevano segnato la scomparsa di Elvis e John Lennon: sono cresciuto in una famiglia di rockers con quei miti che ho sempre visto immortali». Per contro in questo mestiere ci sono quotidianamente anche momenti di gioia, «ad esempio quando Virgin diventa radio ufficiale di un evento musicale e posso regalare biglietti gratis: i prezzi sono sempre più alti e sentire l’urlo di felicità di un ascoltatore che se li aggiudica è impagabile».

Orgoglioso del ruolo di Virgin Radio in Italia sottolinea l’unicità dell’emittente: «Solo su Virgin potete ascoltare oltre ai classici rock anche Stray Cats o Tom Petty, persino la classifica dell’heavy metal: accontentiamo tutti, dai coetanei di mio padre che ama i Beatles ai diciottenni come mio nipote che adora Marylin Manson». Citando Marylin Manson viene subito in mente l’immagine da rockstar maledetta “sesso droga e rock’n’roll” e quando gli chiediamo cosa pensi di messaggi del genere Ringo afferma: «Sono a favore di qualsiasi esperienza purché con buon senso: non credo che un bicchiere di vino possa far male ma se ci si mette ubriachi alla guida puoi fare un danno a te e agli altri. Non sono per i divieti ma per il rispetto delle vite altrui».

Dj Ringo intervistato da Musica361 per i dieci anni di Virgin Radio

Spesso si sente dire che il rock è morto ma di fronte all’entusiasmo di Ringo non sembra proprio: «Dopo i concerti dei Guns’n’Roses o dei Rolling Stones di questa estate con migliaia di persone di ogni età o la nascita di nuove band come i Greta Van Fleet come si fa a dire che il rock è morto?» Più diffidente invece sul cosiddetto rock italiano: «Le rock band italiane che cantano in inglese sono troppo maccheroniche per il mercato estero, questo è sempre stato un problema. Poi ci sono artisti che cantano in italiano come i Negrita o Piero Pelù che adoro ma il rock italiano oggi non è più quello degli anni Ottanta: c’è stata una bella fiammata a quei tempi, poi la fiamma si è spenta».

Merito della lunga attività di Virgin probabilmente è anche la sua band portafortuna, i “numi tutelari” Ramones, che inaugurarono con una loro canzone l’emittente nel luglio 2007 ma Ringo non è scaramantico, anzi: «Ci hanno portato fortuna ma per contro non credo alla “sfiga”. Credo piuttosto che esistano persone o anche gruppi “negativi” per il loro modo di comportarsi e quelli stanno alla larga dalla mia radio. Non sopporto il concetto di “sfiga” comprese le sue esasperazioni, come nel caso di Mia Martini. Ogni giorno leggo sui social tante fake news o “fake sfighe”: c’è chi ha le spalle larghe e chi può soffrirne, comportiamoci bene».

Proprio riguardo ai social aggiunge: «Sui social vedo molti haters (coloro che odiano e perseguitano i personaggi di fama): in genere appena qualcuno pubblica dichiarazioni fuori dal coro subito viene etichettato razzista, nazista o altro senza la minima interazione, solo cogliendo il pretesto per sfogare altra violenza. E non è colpa dei social, che a mio avviso sono l’invenzione del secolo, sono le persone che fanno la società e possono rovinarla». E conclude con un invito: «Si può anche sbagliare, siamo umani, l’importante è assumersi le proprie responsabilità, restando però coerenti con se stessi. Non mi piace l’atteggiamento “politically correct” a priori senza reali intenzioni, bisogna dire quello che si pensa, esattamente come ho fatto io in questa intervista. Dopodiché qualcuno sarà soddisfatto e qualcuno non sarà d’accordo però così si vive veramente la vita. That’s rock’n’roll!»

Locali361 vi porta questa settimana alla scoperta di uno dei locali milanesi cult degli anni ‘90: i Magazzini Generali, da due anni rilanciati grazie ad un nuovo team coordinato dal direttore Adriana Onorato

Locali361: la rinascita dei Magazzini Generali
Adriana Onorato, direttrice dei Magazzini Generali (Foto © Rita Cigolini).

In via Pietrasanta, dalle vecchie strutture di alcuni magazzini risalenti agli inizi del secolo scorso adibiti ad attività artigianali e a deposito merci per la vicina ferrovia, sono nati nell’autunno del 1995 i Magazzini Generali, da subito affermatisi come uno dei locali più importanti di Milano per live, dj set e music club.

Magazzini Generali è diventato un marchio registrato dal primo proprietario e portato avanti dalle varie società che l’hanno rilevato. Nel corso degli anni 2000 si sono tenuti i concerti in diretta di Radio 2 Rai e nel 2005 il locale si è aggiudicato l’MTV Clubbing, Best Club diventando un vero riferimento per numerosi artisti internazionali di musica elettronica, da David Guetta a Ricardo Villalobos a Dj Ralf Svenbat.

Tradizione che, dopo un periodo di declino, sembra essere stata ripresa da una nuova era nella quale vengono nuovamente riproposti eventi e ‘one night’ di musica elettronica come quella dello scorso venerdì 17 novembre con Laurent Garnier: «Abbiamo aperto la Music Week riportando in Italia dopo quasi sei anni questo maestro della musica elettronica. Una data molto soddisfacente sulla quale abbiamo lavorato mesi», afferma Adriana Onorato, direttore generale. «Mediamente è necessario un lavoro di quattro mesi intensi in cui la comunicazione deve essere estemporanea e martellante e la coordinazione con ogni responsabile fondamentale: d’altra parte ci sono a monte investimenti importanti e non si può fallire».

Adriana si occupa della gestione generale del personale del locale: «I Magazzini hanno alle spalle tante figure, siamo praticamente aperti notte e giorno. Anche se molto impegnativo ho un amore profondo per il mio lavoro, fin da quando ho cominciato a 17 anni vivendo le realtà notturne della Milano da bere anni Ottanta e le sue rivoluzioni tra club, discoteche e sale da concerto».

Adriana lavora da tre anni ai Magazzini Generali, contribuendo a rilanciare l’immagine del locale insieme all’aiuto di una valida squadra nata dal fiuto del giovane proprietario di origini egiziane Jimmy – conosciuto in città come uno dei proprietari di locali più giovani di Milano: «Prima della nostra gestione il locale ha avuto un orientamento monotematico e da due anni circa stiamo offrendo un nuovo tipo di format adattabile ad eventi aziendali, convention, conferenze, live e dj set. Prima il locale veniva aperto solo il sabato o la domenica, adesso siamo aperti in media dai 4 ai 5 giorni a settimana con serate di ogni tipo. Non abbiamo un giorno di chiusura, ci basiamo sulle prenotazioni».

Tanti sono gli appuntamenti e i sopralluoghi con i clienti, da aziende interessate a proposte commerciali a produzioni di medio e grande livello in cerca di location: «Purtroppo il locale per tanti anni non è stato più visitato e molti hanno avuto necessità di rivederlo adesso che è stato ristrutturato, soprattutto i promoter: i Magazzini non erano più un luogo appetibile per fare concerti, noi abbiamo rinnovato impianto audio e luci per rilanciare i live. Oggi anzi molti artisti frequentano i Magazzini Generali anche come clienti e poi ci chiedono di suonare: ad esempio è successo con Le Vibrazioni».

Magazzini Generali Milano: la rinascita dello storico locale
Magazzini Generali, Milano.

Architettonicamente è rimasto un locale molto underground, apparentemente quasi uno scantinato che riecheggia la sua vocazione storica ma in realtà curato nei dettagli a cominciare dal dominante colore nero: «Abbiamo mantenuto la struttura originaria con gli arredi in ferro, molto urban style: il locale ha una capienza di 1000 persone ma si possono creare anche serate club da massimo 600 persone. La caratteristica che lo contraddistingue è proprio l’essere modulabile, un locale alternativo pensato però per una clientela non standardizzata: abbiamo volutamente abbattuto la barriera della settorialità. Calzante l’esempio della serata dello scorso venerdì dedicata a Garnier quando abbiamo allestito il suo dj set da mezzanotte mentre dalle 19 alle 23 avevamo un live di un altro artista. Oggi le produzioni ti chiedono le serate con anticipi quasi annuali ma dobbiamo essere pratici se vogliamo lavorare bene».

Due responsabili della direzione artistica del locale si occupano di live e dj set, seguendo le tendenze nel panorama internazionale e occupandosi dei rapporti col management degli artisti migliori per i Magazzini: «Non c’è in realtà una linea precisa, si va dall’hard rock all’hip hop e non escludiamo neppure il jazz, anche se a Milano esistono già locali specializzati in questo tipo di serate. Abbiamo fatto anche spettacoli di burlesque». Tra gli eventi più accattivanti, probabilmente riproposto anche quest’anno, il Flower Power: «Durante la settimana del mobile abbiamo proposto un format anni Settanta importato dalla discoteca Pacha di Ibiza, con dress code a tema hippie chic. Sicuramente un evento interessante da riproporre ma per la primavera comunque è prevista un’altra novità, vedrete».

Nell’offerta anche grande attenzione per il beverage: «Manteniamo una qualità alta sulle bevande, importante quanto l’offerta artistica: abbiamo fornitori di qualità, molti brand sono visibili anche dentro il locale, tanti sono diventati anche supporter e sponsor».

I mesi di punta della stagione sono ottobre e febbraio fino a maggio circa, «poi con l’estate lentamente ci fermiamo. Il mese di agosto lo dedichiamo alla manutenzione e ristrutturazione per affrontare una nuova stagione». Conclude poi con soddisfazione: «La fatica di questi due anni è stata comunicare che i Magazzini sono tornati ad essere aperti e attivi. Gli anni passano e la vita cambia ma siamo soddisfatti che i Magazzini stiano tornando ad essere una location ricercata per Milano».

www.magazzinigenerali.org

Musica361 ha incontrato Elio, al secolo Stefano Belisari, protagonista a Milano fino a gennaio 2018 col musical Spamalot. E mentre si avvicina anche la data del concerto d’addio della sua storica band, Re Elio si è abbandonato con noi a interessanti considerazioni sulla sua carriera ma soprattutto ci ha rivelato qual è oggi il suo Santo Graal.

Intervista a Elio, al secolo Stefano Belisari
Elio e le Storie Tese.

Dopo il recente debutto con Spamalot e l’annuncio del “Concerto definitivo” il prossimo 19 dicembre al Mediolanum Forum di Assago, cioè il concerto d’addio dopo 37 anni di attività del suo storico gruppo, Elio e le storie tese, Stefano Belisari, uno dei musicisti più rappresentativi del panorama milanese, ha fatto con Musica361 un bilancio di carriera a cavallo tra due epoche.

Col musical Spamalot e il prossimo concerto d’addio si chiude o meglio si apre una nuova fase della tua carriera. Ti saresti immaginato così oggi quando fantasticavi da adolescente?
Se nel 1975 qualcuno mi avesse detto che avrei recitato in un musical gli avrei riso in faccia! Quando studiavo flauto traverso al Conservatorio pensavo che sarei diventato uno di quegli orchestrali in buca. Poi appena diplomato ho insegnato per due anni in una scuola di musica a Milano ma ho presto capito che non avrei mai potuto fare l’insegnante: ricordo che a 20 anni pensavo “devo far qualcosa della mia vita adesso, prima che sia tardi” e poi ho messo insieme gli Elii.

Nel 1996 al Festival di Sanremo, vincitori del premio della critica Mia Martini e anche morali con La Terra dei cachi. Ad oggi continua ad essere la vostra canzone più rappresentativa?
Qualche giorno fa leggevo sulla Gazzetta dello sport un titolo su Ancelotti tra i papabili per diventare il nuovo allenatore della nazionale: “Italia sì, Italia no”. Questo fa capire quanto i versi della canzone siano oramai entrati nel lessico comune.

 Elio e le Storie Tese sono talvolta classificati come gruppo pop rock demenziale. Invece nei vostri dischi avete dato prova di un eclettismo a tutto campo. Che contributo senti di aver dato alla musica?
Abbiamo lasciato un segno unico e originale, non solo perché siamo stati bravi ma anche per demeriti altrui: d’altra parte la storia dimostra che quando l’avversario è assente vince direttamente chi è sceso in campo. Nel nostro messaggio era implicitamente racchiuso un invito a chiunque avesse avuto voglia di mettersi in gioco, che non mi pare però che sia stato raccolto. Non vedo eredi. E oggi nonostante l’avvento dell’era 2.0 non vedo sfruttare neppure l’occasione delle nuove tecnologie per realizzare qualcosa di qualitativamente alto: mi riferisco ai prodotti di rapper, youtuber, influencer che per essere realizzati richiedono un centesimo dello sforzo richiesto per realizzare un’opera, una rivista o un musical.

Intervista a Elio, al secolo Stefano Belisari
Elio, Re Artù in “Spamalot” (2017)

Già in teatro con Lina Wertmüller e poi col musical Famiglia Addams: che dimensione è per te il teatro rispetto alla professione di musicista?
Prima di recitare ero già stato su un palco a cantare ma non c’è niente come il teatro per metterti completamente a nudo davanti ad un pubblico. Il teatro è un’altra scuola dalla quale imparare tanto. Ora Lorenzo Vitali, direttore del Teatro Nuovo, mi ha proposto questo progetto, Spamalot, e io gli ho detto di sì. Adoro i Monty Python, penso che siano all’avanguardia ancora oggi benché abbiano prodotto il meglio del loro repertorio all’inizio degli anni ‘70. Nessuno aveva mai portato a teatro in Italia i Monty Python ma la sfida sembra vinta: finora non c’è stata una volta in cui il pubblico non abbia riso e applaudito.

In scena sei Re Artù. Nella vita invece cos’è il Santo Graal per Elio?
Il mio Santo Graal è la consacrazione ufficiale di Elio e le Storie Tese a livello artistico. Siamo molto soddisfatti della nostra carriera, ci vuole bene molta gente però mi risento ancora molto quando sento da parte di alcuni considerazioni del tipo “questi non sono degni neanche di salire sul palco del Festival”. Prima di morire vorrei che alcune considerazioni fossero sanate: trovo che sia giusto più che per me per i componenti di Elio e le storie tese che hanno studiato per una vita e sono arrivati a livelli artistici che in Italia non vedo raggiunti da molti.

Licantropo Vegano (2017) 

Avete voglia di scoprire o provare un nuovo locale ma non sapete quale scegliere? Dalla prossima settimana ogni venerdì la nostra nuova rubrica Locali361 vi presenterà una selezione dei migliori locali della vita notturna milanese con musica dal vivo e non solo. Ma solo con Musica361.

Locali361, la nuova rubrica
Il logo della nuova rubrica “Locali 361”

Milano, capitale della vita modaiola, è una città che sa offrire tanto in termini di location e locali: buon cibo, cocktail e bevande ricercate, luci soffuse o stroboscopiche, musica dal vivo o dj set. Ce n’è per tutti e per tutti i gusti. E per quanto molti, in settimana ma soprattutto nel weekend, non disdegnino una bella serata in intimità o in compagnia di amici in un bel locale, spesso si è per abitudine portati ad affezionarsi ai soliti posti, perdendosi così pigramente nel mare magnum della ricca offerta milanese.

A partire da questa considerazione Musica361 ha il piacere di lanciare, dal prossimo venerdì 24 novembre, con grande spirito di curiosità oltreché di autentico servizio e riferimento per i propri lettori, una nuova rubrica dal titolo “Locali361” allo scopo di raccontare e far conoscere a 361° i locali più interessanti di Milano e hinterland.

Nell’appuntamento settimanale del venerdì sera, che proseguirà ininterrottamente per le prossime 10 settimane, proporremo, secondo la consueta filosofia lifestyle, non solo informazioni pratiche ma anche aneddoti chiacchierando con addetti e responsabili, a cominciare dal contesto storico e dalle vicende relative alla fondazione e alla scelta del nome di ogni locale fino a informazioni riguardo i principali tipi di servizi, le caratteristiche e le specialità in termini di food & drink, incluse indicazioni sulla tipologia della clientela e, naturalmente, sulla programmazione musicale.

In tutta la città e circondario è possibile trovare locali che propongano generi musicali diversi, dal jazz al rock, dal blues al fusion, dalla disco ai dj set e molto altro: forniremo anticipazioni sulla programmazione con particolare interesse e focus sulle serate dal vivo e sugli eventi più accattivanti da non perdere.

Dal prossimo venerdì sera prima di uscire consultate Locali361!

Davide Verazzani ci porta dietro le quinte del mito dei Beatles attraverso la testimonianza inedita di un personaggio poco conosciuto persino ai fan ma fondamentale: Neil Aspinall.

Davide Verazzani racconta Neil Aspinall, “L’ Ultimo Beatle”
Davide Verazzani e “L’Ultimo Beatle” (2017)

Drammaturgo, sceneggiatore, storyteller, attore e naturalmente scrittore, queste le qualifiche per descrivere Davide Verazzani, autore del libro “L’ultimo Beatle”: «Sono nato nel 1965, nove giorni prima dell’uscita dell’album Rubber Soul, che è sagittario come me».

Sebbene non abbia potuto essere un fan della prima ora e paradossalmente abbia conosciuto i Beatles quando già non esistevano più, da quel momento Verazzani, come molti, ha cominciato a interessarsi alla vicenda dei fab four. E negli anni comincia a fantasticare sull’idea di «portare in scena un monologo che raccontasse la storia dei Beatles ma dal punto di vista di un personaggio che ne avesse condiviso la storia in prima persona. Scartati il manager Brian Epstein e il produttore George Martin mi sono imbattuto nel poco noto Neil Aspinall, una vera scoperta: da road manager a CEO della Apple Corps è stata una figura fondamentale per il quartetto di Liverpool e sempre più cercando notizie su di lui mi si è aperto un altro mondo sull’universo Beatles».

Lavorando su Neil Aspinall scrive e porta in scena con successo il monologo La versione di Neil (Una vita con i Beatles) e così la Bietti Editore gli commissiona una biografia su Aspinall: vede così la luce “L’ultimo Beatle” nel quale Verazzani ci svela il protagonista di una vita incredibile, dall’infanzia nella stessa scuola insieme a Paul McCartney e George Harrison, al ruolo di road manager dei Beatles dal 1959, passando poi per la relazione e il figlio avuto dalla madre del suo migliore amico Pete Best, primo batterista della band, il matrimonio con la pronipote di Mary Pickford, una delle fondatrici della United Artists, la nomina di presidente della Apple Corps in qualità di amministratore degli affari del gruppo dal 1968 e la realizzazione dell’imponente Beatles Anthology. «Fino a un anno prima della morte nel 2008 è stato l’angelo custode dei Beatles», spiega Verazzani, «qualsiasi cosa avessero bisogno lui gliela faceva avere».

Davide Verazzani racconta Neil Aspinall, “L’ Ultimo Beatle” 1
Copertina “L’ultimo Beatle” (2017)

Nonostante tale ruolo non è mai stato pubblicato, prima de “L’ultimo Beatle”, un libro su di lui: «Non esiste una sua sola riga o intervista rilasciata da Aspinall per tutto il periodo dell’esistenza dei Beatles, né fonti precise, libri o interviste significative. Il mio libro si basa sulla sterminata bibliografia, che ogni vero fan dei Beatles dovrebbe avere, dalla quale ho ricostruito le parti più importanti della vita di Neil: quello che non ho trovato nei libri e che le persone con cui ho parlato non mi hanno rivelato, l’ho ricostruito in maniera coerente a quanto già sapessi. Ho avuto il privilegio di conoscere persino Susan, la vedova, che nonostante il supporto morale non mi ha voluto mettere a disposizione altro perché fedele alla riservatezza del marito. È stata una sfida scrivere di lui ma nel libro emerge un’immagine veritiera e non gossippara».

Il titolo, “L’ultimo Beatle” deriva dalla convinzione di Verazzani che Aspinall sia stata l’ultima persona ad aver creduto al sogno Beatles. Neil lascia la Apple nel 2007 perché costretto a sottoscrivere un accordo extra giudiziale con Steve Jobs, citato in giudizio per la terza volta, accordo però imposto dal consiglio di amministrazione della Apple (Paul, Ringo e le vedove di George e John): «La Apple Corps nacque per garantire le istanze e i diritti dei Beatles. Quando persino i Beatles gli chiesero di svendere il loro marchio all’innovazione rampante Neil capì di appartenere ad un altro mondo. Mi è venuto in mente come titolo “L’ultimo Beatle”, per sottolineare che presumibilmente si sentisse come l’ultimo dei Mohicani».

Un’occasione per conoscere molti aneddoti sia riguardo Aspinall che i Beatles: «La vita di Neil non avrebbe avuto senso senza i Beatles e viceversa: la mia testimonianza rappresenta un punto di vista diverso sugli stessi Beatles come gruppo e come rockstar, il punto di vista di chi per mestiere doveva prendersi cura di loro. Ho cercato di analizzare e sottolineare quale fosse il suo lavoro all’interno dei Beatles, riassumibile nell’espressione “Prendersi cura” (Take care) come scoprirete nel libro. Quello che doveva fare era proprio prendersi cura di loro, in qualsiasi situazione». In particolare la foto di copertina con John Lennon e George Harrison sorridenti spinti alle spalle da Neil Aspinall  rende bene l’idea di questo ruolo: «Erano quasi non curanti dei pericoli che correvano in una sorta di superomismo tipico della gioventù. E Neil, pur coetaneo, si rendeva perfettamente conto di tali pericoli: qui come si vede li porta via dalla folla prendendosi cura di loro. Un’immagine perfetta».

Sfogliando le pagine di questa bibliografia romanzata si percepisce un grande senso di gratitudine: «Sembra quasi che Neil non faccia altro che ribadire “grazie per avermi fatto vivere questo tipo di vita”. Questo è il modo in cui ho cercato di mettere insieme queste pagine raccontando una persona semplice come noi trasformata dal contatto con la divinità. In parte questa considerazione riguarda anche me, non solo perché i Beatles mi hanno permesso di scrivere questo libro ma anche perché in parte quello che sono lo devo a loro. In questo senso “L’ultimo Beatle” vuole essere il mio personale ringraziamento ai Beatles. E a Neil naturalmente».

Musica361 ha incontrato il chitarrista dei Pooh dopo i Pooh: tra riflessioni sui 50 anni di carriera col gruppo emiliano più popolare d’Italia e nuovi progetti futuri.

“E la storia continua”: chi fermerà Dodi Battaglia?
Dodi Battaglia

«Ho passato con i Pooh anni ricchi di gratificazioni immense, un periodo difficilmente ripetibile. Ho avuto nei confronti del mio gruppo un amore passionale e viscerale, ho dato tutto me stesso in notti insonni e giornate intense. E l’amore che ho per la musica è sempre andato di pari passo: non abbandonerò mai un mestiere che ho cominciato a 5 anni, masticando le note prima ancora delle parole».

Dopo quanto vissuto con i Pooh e ancora entusiasta per le esibizioni insieme ai suoi colleghi per il cinquantennale, Dodi Battaglia ha voluto ribadire la sua individuale passione per questo mestiere con una tourneè documentata nel suo ultimo disco live: «Ho organizzato una tourneè memorabilmente raccolta in un disco che, forse per la prima volta nella mia carriera, non è stato programmato e per questo intensamente goduto. Dopo l’incontro ad agosto col discografico il 20 ottobre era già nei negozi E la storia continua live, mentre il 17 novembre verrà pubblicato il DVD, con immagini emozionanti tratte dai live». Parlando della scelta dei brani per il disco aggiunge: «Si tratta di un repertorio incentrato su quello che sono o sono stato io, vale a dire il chitarrista di un grande gruppo italiano: non potevano mancare i brani più importanti che ho scritto e cantato come interprete all’interno dei Pooh, insieme ad altri che mi piaceva suonare dal vivo perché parte della mia storia e altri ancora che vengono dalla mia carriera solista».

“E la storia continua”: chi fermerà Dodi Battaglia? 1
Copertina CD “E la storia continua…” (2017)

In tema di esibizioni ribadisce quanto l’aggettivo per descriverle meglio sia “popolare”: «Ho studiato per anni per risultare popolare: e anche se molti mi ritengono un fine musicista quando vedo una piazza gremita di persone esultanti vado in libidine! Sono orgoglioso di questi bagni di folla sia in uno stadio, in un teatro o in un club. Tanto quanto sono orgoglioso, attraverso il recente riconoscimento della laurea honoris causa, di essere diventato un trait d’union tra il mondo istituzionale musicale e quello popolare di radio e televisione: probabilmente dopo di me chi frequenterà un Conservatorio avrà ancora di più la possibilità di salire su un palcoscenico e fare lo stesso mestiere di Dodi Battaglia (sorride)».

Nonostante tale riconoscimento e l’esperienza accumulata Battaglia si sente tutt’altro che un maestro nel vero senso del termine: «Regalo consigli a chiunque me li chieda ma dai colleghi come dalla vita preferisco sempre imparare. La mia unica passione, se si escludono le corse in auto, è entrare in studio per comporre, trovare soluzioni armoniche o melodiche: non passa giornata senza che tenga in mano per due o tre ore una chitarra».

Dopo tante soddisfazioni e con uno spirito invidiabile Battaglia già pensa ai prossimi progetti, in particolare fervono i preparativi per i suoi 50 anni di carriera come chitarrista: «Festeggerò l’anno prossimo, il 1° giugno con un concerto in Piazza Maggiore col mio gruppo e con tutti gli amici della Bologna musicale che, come dice De Gregori, è per definizione la città degli orchestrali e dei musicisti: inviterò ognuno a suonare insieme a me una canzone del mio repertorio».

E i progetti non finiscono qui: «Nel corso di queste cinque decadi i Pooh hanno sempre suonato per il pubblico i loro classici, da Tanta voglia di lei a Pensiero a Chi fermerà la musica. Siamo stati però anche autori di altre chicche che abbiamo suonato solo per promozione quando pubblicavamo i dischi ma che poi abbiamo accantonato. Sto pensando ad un tour teatrale nel quale proporre tutte le canzoni che non abbiamo mai più eseguito nel corso degli ultimi anni come Vienna, Classe 58, Dialoghi, Un caffè da Jennifer, Credo e Cercami». Titolo provvisorio di questo progetto è Perle: «Come le perle che lasci dentro un cassetto che ogni tanto riapri per rilucidarle. E mi piacerebbe rispolverare anche quelle chitarre con le quali ho registrato determinate canzoni, perché certe sonorità si ottengono solo con certi strumenti. E così, suonando le mie chitarre, poter rivivere anche io quello che rivivrà il pubblico».

La musica si è evoluta nel corso degli ultimi decenni e con essa le sue potenzialità nell’ambito della produzione musicale. Musica361 vi porta all’interno di uno degli studi di produzione musicale più importanti di Milano, oggi scelto come sede delle prove di un notissimo talent

Bluescore Studio Milano, studio di produzione musicale
Sala di regia dello studio “Bluescore” (Foto © Rita Cigolini).

«A fine anni ‘90 eravamo in tre soci ad occuparci di composizione e produzione musicale, avevamo una piccola regia dove lavoravamo nei dintorni di via Mecenate a Milano. Sebbene la nostra attività fosse fondamentalmente legata alla parte produttiva e compositiva spesso però capitava che ci dovessimo appoggiare a studi esterni, soluzione costosa: per questo eravamo alla ricerca di un nostro studio che potesse essere da supporto alla nostra attività». Inizia così il racconto Marco Leo, uno degli storici soci di Blue Score Entertainment, studio di produzione musicale fondato insieme a Sergio Rigamonti e Lorenzo Colombo. «Abbiamo trovato questo spazio abbandonato nel 2005 in via Sannio e qui ha avuto sede lo studio. Nel 2009 poi, quando il nostro socio Lorenzo si è trasferito in Australia ed è subentrato Guglielmo, abbiamo sviluppato la parte di speakeraggio, il vocal boot e la regia B».

La Blue Score Entertainment oggi si dedica strettamente alla produzione musicale per filmati e applicazioni ma «abbiamo cominciato occupandoci di musica dal vivo nell’ambito della musica pop-rock, interessandoci originariamente anche a dischi e colonne sonore. Tutto quello in cui siamo stati coinvolti successivamente è derivato dalla nostra attività di musicisti. Sergio ha sempre fatto lavoro di studio, io sono stato un po’ turnista e un po’ compositore e arrangiatore» spiega Marco.

Tra le varie commissioni a poco a poco arriva anche l’esperienza televisiva, realizzando le musiche per uno sceneggiato Rai con Kabir Bedi e per una sit-com con Enrico Beruschi ma «abbiamo collaborato anche con McDonald alla realizzazione di una app, The Icon Club». Negli anni 2000 la Blue Score è arrivata a toccare il settore pubblicitario istituzionale: «Le potenzialità di applicazione della musica si stavano sviluppando tantissimo dal punto di vista della fruibilità e dell’operatività con l’avvento di internet, della mobile generation e di quella sfera di comunicazione legata a nuove piccole realtà. In qualità di compositore ho cominciato a lavorare anche su commissione per realizzare video pubblicitari per ditte alimentari o commerciali».

Entriamo nel merito facendoci spiegare da Marco la peculiarità della sua professione: «Un ruolo creativo legato alla composizione e all’arrangiamento: fondamentalmente creo un’idea musicale su indicazioni specifiche relativamente al genere musicale e ai sentimenti da suscitare con un testo. É un concetto di sound design in senso lato – anche se propriamente il sound design riguarda la parte rumoristica. Basandomi su precise indicazioni e clichè armonici scrivo un brano nel quale devono rientrare precise aree semantiche musicali. Ogni volta che si lavora su un preciso sound design è necessaria un’analisi accurata di quegli elementi che connotano un vero “modo di vivere” legato alla musica, al fine di trasmettere precise emozioni, o almeno in ambito pubblicitario spesso c’è una ricerca in questo senso».

La Blue Score ha visto negli anni non solo produzioni musicali di area commerciale o pubblicitaria ma anche grandi nomi della musica italiana: «Ho lavorato con i Dik Dik ma sono passati di qui anche i Negrita, Levante, Francesca Michielin, i Subsonica, Max Gazzè, Tre allegri ragazzi morti e di recente anche i Kolors». Spontanea una riflessione in merito dal punto di vista dell’arrangiatore musicale: «Non tutti amano veramente la musica in ambito pop. Amare la musica significa studiarla in modo approfondito e più studi, più ti rendi conto che la genialità di comporre brani semplici ma belli non ce l’hanno tutti. É molto difficile sentire oggi composizioni musicalmente belle e profonde. Però ci sono dei geni che lo sanno fare, in Italia ne abbiamo avuti tanti».

Bluescore Studio Milano, studio di produzione musicale
Ingresso Bluescore

Recentemente la Blue Score, tramite la collaborazione con l’agenzia pubblicitaria Piano B, è diventata sala prove di un noto talent, sfruttando il nuovo ampliamento e la tecnologia dello studio: «Mettiamo a disposizione una nuova sala per le prove del talent che permette anche l’acquisizione di immagini. In questa nuova sala gemella, accanto al nostro studio, è possibile realizzare un concerto live in streaming con la diretta acquisizione di immagini, oppure da poter montare in seguito. L’aspetto televisivo della musica è solo una parte del mondo musicale ma la dimensione video oggi è fondamentale per qualsiasi gruppo e noi daremo questo supporto».

Un’ultima curiosità sul nome: «“Blue score” significa partitura blu, perché il colore della musica è il blu» afferma Leo. «Il blues è un genere spesso collegato alla parola “blue”, cioè tristezza, che identifica uno stato emotivo. Da questo modo di “sentire” si identifica il blu come colore della musica: tutta la produzione musicale degli ultimi 100 anni è ispirata a moti interiori. E il blu è il colore tipico in ambito musicale».

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