Accade frequentemente di ascoltare musica a bassa qualità senza accorgersene. Ma come si può capire se un file audio è di buona qualità? Tu sai che cosa ascolti?

Come si può capire se un file audio è di buona qualità
Come si può capire se un file audio è di buona qualità?

Al giorno d’oggi si ascolta musica da diversi dispositivi e in continuazione. Accade spesso involontariamente: nei negozi, in banca, nei supermercati, nelle pubblicità e in molte altre situazioni, senza nemmeno esserci portati dietro il nostro iPod (se ancora si usa). Ma quando decidiamo di ascoltare la musica volontariamente siamo sicuri di ascoltarla bene?

Attenzione, la lettura di questo articolo può rendere feticisti del suono, nonché poco simpatici alla propria compagnia di amici. Se state continuando a leggere, vi meritate questo aneddoto.

Ero in macchina con amici, quando ad un tratto sentii uscire dalle casse una delle mie canzoni preferite. Nonostante avessi girato la manopola del volume a palla, il suono continuava ad essere molto ovattato. Colpa delle casse? Forse, ma non in quel caso. Alla mia puntale domanda (da pignolo che ha sentito il “rumorino del Titanic”), ho ricevuto una risposta molto semplice: “L’ho scaricata da un video di Youtube”.

Ora, non sono assolutamente qui a fare la morale a nessuno, perché bene o male abbiamo scaricato tutti canzoni da Youtube, però c’è un fattore importante da considerare: come si può capire se un file audio è di buona qualità?

Partiamo da questo presupposto: comprando i dischi e/o comprando le canzoni sui digital store sicuramente si sentiranno ottimamente se riprodotte su determinati impianti. Detto ciò, le due macro-categorie per ascoltare bene la musica sono:

  • Il tipo di file audio
  • Il tipo di impianto/dispositivo di emissione sonora

I file dei dischi e quelli lossless sono i migliori da ascoltare. Evitando di dilungarci in tecnicismi complessi, convertendo i file in .mp3 vi è una compressione che ne abbassa la grandezza digitale a discapito della qualità. L’unità di misura della qualità sono i kbps (kilo bit per secondo) e il valore migliore di tutti è 320kbps (tendenzialmente a scalare troviamo 256, 192, 128, 96, e 64 kbps). Una resa pseudo-decente (ma con grande perdita di dati) la si ha a 128kbps. Meglio stare sempre sopra.

Sebbene per i nerd queste siano stupidaggini, molte persone ignorano questi fattori non sapendo di ascoltare canzoni di cui magari non percepiscono totalmente il 30% degli strumenti. Considerate che Spotify permette di scegliere il tipo di qualità audio solo in versione Premium e la funzione più bassa o “Normal” è a 96kbps. Inoltre, se mai doveste scaricare delle canzoni illegalmente da Youtube, molti video non ufficiali hanno già un audio scadente di partenza, figuriamoci trasformandoli in .mp3 a bassa qualità.

Ora poniamo di avere sul nostro cellulare una canzone con la miglior qualità possibile. Il problema è ascoltarla da un mezzo che abbia delle degne caratteristiche. Per valutare questa cosa bisogna affidarsi alla risposta in frequenza ovvero quanto le casse/le cuffiette o il mezzo in questione riproducano fedelmente le frequenze udibili all’orecchio umano. Noi ascoltiamo dai 20 Hertz ai 20.000 Hertz (detti anche 20kHz), questa gamma varia con l’età e con i traumi (es. discoteca). È giusto accertarsi possibilmente della risposta in frequenza del proprio mezzo: se si comprano delle cuffiette da 5 euro in un negozietto non si potrà avere un grande risultato, per quanto il nostro cervello ci venga incontro cercando di ricreare ipoteticamente le frequenze incomplete o mancanti.  È doveroso ricordare che ci sono altri fattori molto più complessi per avere un ascolto ottimale, i quali possono essere tranquillamente approfonditi sul web o sui libri di teoria sonora.

Tornando all’aneddoto iniziale, eravamo su una Panda di dieci anni fa, con le casse originali Fiat e ascoltavamo una canzone in bassa qualità scaricata da un video non ufficiale di Youtube. Peggio di così non si poteva chiedere, quindi, a ripensarci, avrei potuto non dire nulla, intanto quell’opaco fruscio sarebbe stato coperto dalle mie stonature e per quelle non esistono rimedi.

Chi c’è dietro al colosso dei video musicali online? Ecco tutto a riguardo, comprese le specifiche tecniche che devono avere i video per essere pubblicati sulla piattaforma.

Vevo è il più famoso servizio musicale online di promozione video. Spesso lo troviamo su Youtube, anche se il suo primo indirizzo è il proprio sito web. Chi c’è dietro a Vevo? Questo servizio è legato ad un accordo commerciale tra tre case discografiche major (Sony, Universal e Emi) che si trovano sotto la bandiera della Abu Dhabi Media Company, con la quale hanno deciso di collaborare per portare online i propri contenuti audio.

Vevo: come pubblicare i propri videoCi sono accordi anche con Youtube, che permettono di distribuire su quel tipo di piattaforma il contenuto musicale tutelando le case discografiche, gli artisti e generando una situazione di totale convenienza per entrambe le parti: Vevo promuove i propri clienti tramite il suo potente brand e Youtube ha la possibilità di distribuire musica che sarebbe limitata contrattualmente. Questa soluzione è molto favorevole alla risoluzione, in parte, del value gap.

I canali di Vevo di ogni artista macinano visualizzazioni su visualizzazioni. Alcuni sono arrivati a toccare il miliardo, iniziano ad essere davvero tanti coloro che hanno superato il mezzo milione. Questo significa introiti, che potete monitorare (considerando un ampio margine di tolleranza) su Socialblade.

Non è possibile creare un canale Vevo gratuitamente. Per poter averne uno proprio è necessario far parte delle etichette discografiche partner, poiché è un servizio a pagamento con contratti ben definiti. Ci sono alcuni siti che hanno una partnership diretta con il servizio (ad esempio Vydia) che permettono di creare un canale Vevo anche se non si è legati a etichette discografiche, iscrivendosi alla versione Pro a pagamento. Ovviamente, in qualsiasi caso, devono essere rispettate alcune specifiche tecniche minime per la realizzazione, e la relativa pubblicazione, dei propri video ed in particolare:

VIDEO

  • Tipo di compressione: H.264
  • Formato file: .mov o .mp4
  • Dimensioni: 1920×1080 (preferito) o 1280×720. N.B: 16:9 e 4: 3 sono i rapporti d’aspetto preferiti. Fornirne di alternati rischia errori di letterboxing, scaling e stretching del contenuto.
  • Frame rate: minimo 29,97 fps (preferito) o superiore.
  • Bit-rate: consigliato di limitare il bitrate video a un minimo di 24 MB / s. Questo aiuterà a ridurre le dimensioni dei file, la codifica a lungo, l’esportazione e i tempi di trasferimento dei file. La velocità di bit non deve superare i 50 MB / s.
  • Il file deve essere deinterlacciato.
  • È consigliata la codifica a più passaggi, ma non necessaria.
  • Esportare tutte le codifiche utilizzando Compressor o Quicktime.
  • Non includere le liste frontali o finali , il titolo o i crediti, ecc.

AUDIO

  • Formato: AAC
  • Canali: Stereo (L R)
  • Frequenza di campionamento: 44.100 kHz
  • Velocità bit: 320 kbps CBR.

È amato e odiato, hanno tentato persino di copiarlo, eppure ogni volta va in cima alla classifica.

Fabio Rovazzi con Gianni Morandi: è di nuovo successo
Fabio Rovazzi nel video di Volare con Gianni Morandi.

Fabio Rovazzi è un artista poliedrico. Nasce videomaker, anche di alto livello e arriva al successo grazie ad una canzone comica, il tutto senza essere un cantante, come lui stesso ammette. Capite che, con una storia del genere, non si può che parlare di genialità guardando i risultati. Ma questo non basta, ci sono altri dettagli fondamentali da analizzare per capire quanto Fabio Rovazzi sia davvero un genio.

Partiamo da “Andiamo a comandare”. Questa traccia aveva tutte le carte in regola per diventare un successo e poi, con un po’ di fortuna, è arrivata oltre al suo target di riferimento, spopolando e coinvolgendo bambini e genitori. Ma quali sono stati i fattori vincenti di questo progetto? Intanto l’idea di fare un traccia coinvolgendo nel video tutti gli Youtuber più influenti. Questo è stato un colpo da biliardo, considerando che ogni creator si porta dietro milioni di visualizzazioni, era ovvio che mettendone molti nello stesso video i risultati sarebbero stati positivi. A questo punto bisognava garantire una grande musicalità al pezzo, quindi sono stati scelti Merk & Kermont, Sissa e Danti per la produzione e i testi, professionisti internazionali che hanno fatto un lavoro con i fiocchi. Punto numero tre: il balletto con le spalle. In questo caso bisogna andare indietro col tempo e aver seguito altri Youtuber (presenti nel video ufficiale) come Homyatol o Dread, che spesso, come lo stesso Rovazzi, lo hanno proposto nei loro video. Molto probabilmente l’idea si è unita al concept finale ed è stato inserito come “movenza ufficiale”. La divulgazione esponenziale che ha avuto il video ha fatto avere molto fortuna anche al balletto. Ultimo, ma non meno importante, il video, ciò ha contribuito a dare ancora di più un tono catchy al progetto.

Le mosse di Rovazzi, da grande conoscitore del web e dei relativi feticci ad esso legati, non sono casuali, anzi sono ben piazzate. Ecco tirare fuori dal cilindro Enrico Papi, il quale, dopo il ritorno in televisione con “Tale e Quale Show”, ha infiammato i social, già nostalgici da tempo della sua “Mooseca”. Con “Tutto molto interessante” si va a replicare la formula di “Andiamo a Comandare”, ancora una volta mostrando grande intelligenza e tattica. Intanto, proprio Enrico Papi è sempre stato uno dei personaggi con più meme sui social.

Poi il concetto ironico del «Ti mostro la vastità del ca… che me ne frega» è stato di tendenza proprio nei mesi antecedenti all’uscita della canzone, tanto che, guardando i vecchi video di Rovazzi, ne possiamo trovare uno a tema. È stata riproposta la formula della produzione, del testo e del video fatti all’occorrenza, qualità che non sono da prendere per scontate. Lo stesso Papi, dopo il successo di questa canzone, ha provato a fare il Rovazzi, scontrandosi con la dura verità: solo Rovazzi può continuare per quella strada, poiché lui ha l’intelligenza per creare progetti così vincenti, divertenti e ad alto tasso di condivisione.

Chi, da musicista o da purista, mette davanti l’orgoglio non riconoscendo la genialità di questo ragazzo è soltanto qualcuno che vuole nascondersi dietro ai soliti cliché del “la musica è tutta un’altra cosa”. Partorire delle idee come quelle che ha avuto Rovazzi gli fanno meritare assolutamente l’etichetta di artista, coerente ad un’ipotetica “new net-art”.

Chi, invece, ha colto l’alto tasso di genialità è stato Gianni Morandi, coinvolto in “Volare”, nuovo progetto vincente per le stesse identiche ragioni già citate. “Mi fa volare” è una frase che, guardando le storie di Instagram di Fedez e Rovazzi, è stata pronunciata migliaia di volte. Gianni Morandi, oltre ad essere una pietra miliare della musica italiana (non a caso il singolo si chiama “Volare”), è una leggenda sui social. La produzione di Lush & Simon è perfetta. Connubio al bacio.

Rovazzi non sarà un cantante, ma merita al cento per cento tutti i suoi successi e il ruolo di Re della Meme-Music. È lui un simbolo dell’importanza di avere grandi idee. Chi conferma di averne sempre più spesso può essere soltanto chiamato in un solo modo: genio.

Si è esibita al Forum una delle migliori band del momento. Questo è il racconto di come è andata.

Thegiornalisti ad Assago: un grande spettacolo
Thegiornalisti ad Assago: un grande spettacolo.

Ore 19.45. Appena arrivati ad Assago con la super seicento di Lucio, cerchiamo un posto dove mettere la macchina ansiati dal nostro consueto ritardo. Fortunatamente c’è ancora poca gente. Un ragazzo all’ingresso del parcheggio (che scopriremo poi essere un ambulante) ci dice che, con un’offerta libera di qualche euro, possiamo avere in cambio dei bellissimi e semplicissimi starlight per la coreografia che ci sarà durante una canzone. Accettiamo, anche se, a posteriori, dare un euro a testa presi dall’entusiasmo è stato come farsi stampare “scemo” sulla fronte, soprattutto quando successivamente all’interno vedremo le persone senza alcun accessorio per coreografie. Ma va bene così, siamo arrivati dopo tanti mesi di attesa, tutto è concesso.

Durante la breve coda all’ingresso del parterre, ci sorge un dubbio amletico (che non è né quello di Shakespeare, né quello di Gabbani) ovvero che i Thegiornalisti sono riusciti a riempire i palazzetti anche se non tutti li conoscono ancora. Fine dello spunto, siamo certi che dopo due sold out verranno ricordati con più facilità. Dopo questa breve elucubrazione, inizia a piovere e man mano ci fanno entrare sempre più velocemente. Siamo dentro e finalmente si ricongiunge parte del gruppo storico da concerti, quello del Parco di Monza di Ligabue: il sottoscritto, Lucio e Andre. Il fattore C è tale da farci trovare in prima fila a meno di un’ora dall’inizio del concerto , sensazione di goduria indescrivibile.

Calcutta inizia un dj set che ai più sembra anonimo, ma noi, da buoni amanti dei Pop X , cogliamo totalmente. Aver alternato trap e Panjabi MC dice tutto. È il momento degli Shazami, il duo composto da Federico Russo e Francesco Mandelli, in un’esibizione geniale. Fingendosi artisti stranieri di lingua inglese, ripropongono alcune chicche degli anni ’90 e ’00, alternandole ai classici stereotipi dei cantanti anglofoni tra una canzone e l’altra. Promossi.

Le luci si spengono e parte “Senza”. Suoni pieni, sembra di sentire la versione da disco. Il pubblico esplode, come farà ancora nel corso di tutta la serata. La precisione in ogni esibizione è perfetta, pensare che mi dissero tempo addietro che dal vivo non erano così convincenti. Tommaso Paradiso ha una presenza scenica tutta sua, ci sa fare sicuramente, è originale e ha un tipo di appeal dolce che si intona perfettamente con il mood del gruppo. Gli ospiti non risultano fondamentali nel concerto e anche questo è singolare, perché una band appena arrivata all’apice ti aspetti (sbagliando) che si faccia aiutare dagli ospiti a gestire la fatica concedendogli il palco, invece accade qualcosa di ancora più bello. Mentre i Thegiornalisti suonano insieme a Luca Carboni, Elisa e Fabri Fibra c’è alchimia e si percepisce l’umiltà e il rispetto nei confronti dell’esperienza di questi artisti, che si esibiscono rispettivamente in “Luca lo stesso”, “Proteggi questo tuo ragazzo”,“La Strada e le stelle” e “Pamplona”. A riguardo di quest’ultima, Fabri Fibra si dimostra un grande animale da palcoscenico: al primo saluto il Forum aumenta esponenzialmente la sua dose di carica.

Lo show continua ed è davvero bello vedere negli occhi di Paradiso, di Marco Rissa e di Marco Primavera la meraviglia nell’ascoltare l’eco dei cori da stadio nei ritornelli. Arrivati a “Completamente” il pubblico finisce di dare tutto quello che ha dato, è un momento di unione totale, una perla. A fine concerto la sensazione è quella di aver assistito a qualcosa che diventerà sempre più grande nel tempo. Le persone iniziano ad uscire dal Forum, tutti tranne noi. Noi aspettiamo di imbucarci all’aftershow di nascosto, ma questa è un’altra storia.

SCALETTA

Vendita vinili in crescita esponenziale così come lo streaming. CD e download in calo.

Vendita vinili in crescita
Si tornano ad amare ed acquistare i vinili.

Si è già parlato di fine della crisi della discografica e sicuramente una delle caratteristiche più interessanti di questo periodo storico è il ritorno in auge del vinile. Tutto è iniziato con l’hipster-mania, la quale ha dato il via alla moda vintage e successivamente tutti i settori dell’arte sono stati coinvolti da questo movimento. Per quanto riguarda la musica, sono state riprese sonorità come il funky o come i sintetizzatori old-style, adattando tutto questo alla modernità. Ma è proprio il concetto di “vecchio stile” a non essere più così corretto, perché la tecnologia moderna sta fondendo tutto creando qualcosa di innovativo, all’avanguardia.

Così arriviamo al vinile, che è in crescita esponenziale insieme ai servizi di streaming. Guardando alcuni dati di vendita degli LP negli Stati Uniti si è passati dai 4 milioni di pezzi venduti nel 2011 ai 13 milioni del 2014, mentre in Italia, nei primi sei mesi del 2016, si è registrato un +43% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non solo, altre statistiche evidenziano come lo streaming abbia segnato un +30%, accompagnato da un +40% di incremento dei ricavi dagli abbonamenti, mentre il segmento fisico (che nel 2015 aveva dato segnali di ripresa) è sceso dell’8% così come il download, che ha perso il 24%. Lo streaming e il vinile, secondo FIMI, viaggiano sempre più in parallelo: «I consumi sono ormai sensibilmente cambiati con i fan che si muovono spesso integrando modelli di accesso e fruizione musicali differenti. Pensiamo ad esempio, alla diffusione dello streaming e del vinile tra i teenager: capaci di una dieta musicale che coniuga allo stesso tempo l’ascolto compulsivo di brani su servizi online, con l’acquisto di una versione limitata ed esclusiva del vinile».

Vendita vinili in crescita
I dati FIMI sulla vendita dei vinili.

È il semplice e puro collezionismo a far preferire di netto la copia in vinile rispetto al cd, talvolta senza ascoltarne il contenuto, perché già fruito in streaming.

Al fronte di un report fornito dalla Entertainment Retailers Association in cui, nella prima settimana di dicembre 2016, le vendite del vinile in Gran Bretagna hanno superato quelle dei download digitali (2.4 milioni di sterline contro i 2.1 milioni del digitale), la tecnologia si sta attrezzando per stampare al meglio più copie possibili. In Canada  è stata progettata e prodotta, per la prima volta da cinquant’anni,  una nuova macchina per la stampa di dischi, con sensori e materiali di avanguardia. Si chiama “WarmTone” di Viryl Technologies, 4mila dischi al giorno (quasi un milione e mezzo di pezzi all’anno su una sola linea) con una precisione che sarebbe stata inimmaginabile un tempo.

Vinile e streaming, questo sembra essere il futuro della musica. Chissà se Martin Scorsese e Mick Jagger, con “Vinyl”, avevano già capito tutto.

Nuovi dischi, nuovi artisti, tanti concerti. Stiamo andando verso una nuova età d’oro?

La fine della crisi discograficaSpesso si legge di quando i dischi si vendevano, le radio trasmettevano nuova musica, nascevano sempre nuovi artisti promossi dalle etichette e le persone andavano a sentire i concerti. Ma perché usare l’imperfetto per descrivere questa situazione? La crisi della discografia è finita, sono già stati scritti alcuni articoli a proposito, e a confermarlo sono i dati dell’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI), che evidenziano quanto il business della musica sia cresciuto nel 2015 e nel 2016. Per capirci meglio, raramente vi sono stati dati così positivi dal 1977, anno in cui questo organo ha iniziato a monitorare il mercato musicale.

Certo, non si vendono più milioni di copie fisiche (almeno in Italia), ma il mondo è completamente cambiato, la tecnologia non è più la stessa, persino registrare un disco non costa più come negli anni ‘70/’80.

In più, ad oggi, non c’è più il negozio di dischi come unico venditore del prodotto, ci sono tanti e differenti digital store, dove si può comprare la copia fisica e digitale. C’è lo streaming, c’è Youtube, c’è la possibilità di guadagnare dalle pubblicità e dai click del proprio video musicali. Risolvendo la problematica del value gap aumenterebbero ancora di più le possibilità di guadagno online. Non dimentichiamoci dei talent, dei Festival nazionali e internazionali di musica e del ritorno in auge del vinile. E Mtv? Anche se non presente sul digitale terreste, è stata in parte soppiantata dalla radiovisione e attenzione a VH1, canale 67 del DTT, che passo dopo passo si sta avvicinando proprio allo storico modello della televisione musicale. Chissà se torneranno in voga i VJ e se il giornalismo musicale, da sempre creativo, riuscirà a sopravvivere rispetto al giornalismo classico, insediato dalla possibilità di bot intelligenti per la redazione delle notizie di cronaca.

La discografia major ha gli artisti più solidi e intelligentemente ha capito che può sfruttare le proprie risorse per gestire la distribuzione degli artisti delle etichette indipendenti. La scena indie è sempre più florida di nuovi artisti, le piccole etichette vanno alla scoperta di nuovi talenti e il movimento dei giovani emergenti è sempre più forte.

Se stavate rimpiangendo un periodo storico, potete anche fermarvi di farlo. Questi anni, molto probabilmente, saranno quelli che citeremo in una prossima, eventuale e lontana crisi della discografia. Godiamoci quello che abbiamo e che verrà, avremo molto da ascoltare.

Stop ai biglietti con prezzi inarrivabili. Ecco alcune soluzioni per poter ovviare al problema del secondary ticketing.

Secondary ticketing, cos'èIl secondary ticketing è il cosiddetto bagarinaggio online di biglietti dei concerti su siti e circuiti non ufficiali, un “male” legalizzato che in molti stanno cercando di debellare dal mondo della musica. Sono stati scritti molti articoli a proposito, una delle ultime notizie è che la Barley Arts di Claudio Trotta, tra i pionieri in questa lotta, ha annunciato il grande successo dell’introduzione del biglietto nominale sui circuiti ufficiali di vendita Ticketone e Vivaticket in occasione del concerto dei Queen del 10 novembre all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna). Questo grande passo avanti ha sconfitto quasi totalmente le concorrenti scorrette. Ma quali possono essere alcune possibili future soluzioni? Ecco i consigli di Musica361.

Posto il biglietto nominativo venduto come accade canonicamente, i circuiti ufficiali potrebbero:

  1. Chiedere agli utenti di ufficializzare l’acquisto tramite una conferma definitiva richiesta entro una quindicina di giorni dal concerto, in modo da riaprire un’ultima sessione di vendita nel caso di disponibilità di alcuni posti. Coloro i quali non dovessero confermare (restituendo il biglietto acquistato) avrebbero indietro i soldi spesi, tolta una piccola percentuale di “penale” per le operazioni di rivendita. Questa soluzione permetterebbe di avere una stima concreta dei partecipanti e gli acquirenti dovrebbero passare per forza da circuiti ufficiali per la rivendita dei biglietti.
  2. Aprire un portale online interno completamente dedicato alla rivendita dei biglietti. Dentro al portale nessun utente avrebbe la possibilità di guadagnare dalla vendita del titolo acquistato, ma il tutto servirebbe soltanto per riavere indietro la somma spesa facendo acquistare il proprio biglietto da un altro utente, fino ad un giorno prima del concerto. Ovviamente, nel caso in cui questo non accadesse, non vi sarebbe altra possibilità di rivendita, poiché il biglietto avrebbe il nominativo dell’acquirente. Per coloro che avessero comprato i biglietti offline, ogni negozio ufficiale si potrebbe occupare dell’assistenza al cliente nella messa online dei propri biglietti da rivendere.
  3. Queste due soluzioni potrebbero cambiare completamente il business dei biglietti, eliminare le concorrenze sleali, garantendo al cliente fiducia e affidabilità da parte dei circuiti ufficiali di vendita.

Fenomeno di Fabri Fibra, il nuovo disco che ha tutte le carte in regola per essere considerato una pietra miliare.

Fenomeno di Fabri Fibra, la recensione
Fenomeno, il nuovo disco di Fabri Fibra.

Nel mondo della discografia, uscire con un disco equivale metaforicamente a partorire un figlio. Ogni nuova creazione va a modificare il genere, sposta l’ago della bilancia verso le nuove tendenze. Fabri Fibra non solo è un nome importante dell’hip hop italiano, è colui che ha permesso a questo genere di essere così seguito nel nostro paese. Per questo, il successo di questo album, lo si può trovare nelle tracce e nella storia di Fibra.

Quando nel 2006 il singolo “Applausi per Fibra” iniziò a spopolare, il rap non aveva certamente l’eco che può avere oggi. L’hip hop era relegato all’underground e ciò che il pubblico mainstream poteva aver sentito maggiormente in Italia erano gli Articolo 31 o i Sangue Misto. Tutto il resto, anche se esistente, non era conosciuto da tutti, non passava in radio, non passava su Mtv. Le punte di diamante del genere erano gli idoli americani di quel periodo, per lo più Eminem, 50 Cent, Snoop Dogg, Dr. Dre e molti altri. Ma nel 2006, come accennato, arriva Fabri Fibra e sbanca tutto. Lo si poteva tranquillamente capire accendendo la televisione, sentendo i ragazzini pronunciare la frase: “Mangiavo lucertole aperte da ragazzino”. Testi crudi, diretti, metafore non comuni alla scena italiana, così “illusa” dall’amore e dagli argomenti affini. Questo ha aperto la strada a quello che poi è diventato il mainstream dell’hip hop, con i Club Dogo, Marracash, ma questa è un’altra storia.

Così nel 2006 inizia il percorso di Fibra, che nel corso degli album ha spesso inserito tematiche ricorrenti come un leitmotiv da seguire. Sicuramente si è potuto leggere un malessere di fondo nei confronti di diversi fattori: la famiglia, la società, la politica, la televisione, l’informazione e il rap game. È proprio questo percorso, che culmina con Fenomeno, ad essere sempre più definito grazie ad un nuovo tassello aggiunto al puzzle,  il quale continua a comporre il messaggio da inviare che sta costruendo il rapper nel corso degli anni.

I quaranta anni all’anagrafe si sentono nella maturità delle scelte stilistiche, nel rap da Fibra sulle basi trap dell’avanguardia, trattando argomenti paralleli alla propria età senza voler sembrare un ragazzino. L’intelligenza si trova anche nel featuring con i Thegiornalisti, Pamplona, molto probabilmente prossimo singolo estivo, un’unione tra il futuro delle classifiche italiane e chi ne ha sempre fatto parte.

Questo disco diventa fondamentale considerando il momento storico che sta vivendo l’hip hop italiano, dove la nuova scuola trap si sente pronta a fare le scarpe ai vecchi idoli senza guardarsi indietro. Avendo in mente questa immagine, mentre si ascolta il disco sembra che Fibra, tra le righe, stia spiegando che chi è un fenomeno trapassa le generazioni, annullando il concetto di vecchia scuola e nuova scuola.

Si è parlato di un percorso scritto negli album, di un malessere di fondo dell’artista, di un messaggio da mandare. Si capisce che Fenomeno sia un disco che merita lo stesso appellativo del suo nome arrivati all’ultima traccia, Ringrazio, dedicata ai problemi relazionali che Fibra ha con sua madre. È un pugno allo stomaco. In un attimo tutte le pedine sembrano al proprio posto, tutto diventa così improvvisamente chiaro. Allora si capisce da dove provenga tanta rabbia, l’apertura a capire perché ci sono determinati meccanismi sociali che dal micro della famiglia sfociano nel macro della società, nella disinformazione, nella mala-politica. Fibra è un quarantenne che ha avuto il coraggio di guardarsi allo specchio ed esternare il dolore di aver avuto delle problematiche familiari così difficili, l’ha inciso, l’ha detto a tutti, ha sfidato i suoi mostri. Fibra si conferma un rapper con i contenuti, che ha qualcosa da dire, che avrà sempre qualcosa da dire. Un fenomeno.

Bufera talent, dopo lo scontro Morgan/Amici di Maria De Filippi sono uscite indiscrezioni interessanti e altrettanti spunti di riflessione.

Bufera talent: il bene, il male e i traumi psicologici post-show“Vogliamo parlare di quanti sono dallo psicanalista?”, queste le parole di Red Ronnie a cui arriveremo tra poco. Ci sono volute settimane per assorbire la mole di polemiche nate tra Morgan e Maria De Filippi/Amici. Ci sono volute settimane, soprattutto, per sviluppare un pensiero razionale, a freddo. Cerchiamo di fare chiarezza andando nel dettaglio.

I talent sono il male della musica? Forse, ma non lo sono sempre stati. Dobbiamo fare un passo indietro e ricordarci quando sono nati questi format televisivi.

Di conseguenza alla nascita del reality show, nacque il talent show all’inizio degli anni 2000 (Saranno Famosi, in arte Amici di Maria De Filippi, iniziò nel 2001). La musica, in quel periodo storico, stava attraversando un momento devastante dovuto alla dematerializzazione delle tracce musicali (dal vinile al file): la musica digitale iniziava ad essere scaricabile in rete, nacque l’iPod e il mondo della discografia era in difficoltà perché massacrato dalla pirateria.

Quindi, in un’epoca in cui la televisione era ancora il media per eccellenza, i talent show hanno restituito aria alla discografia, ma soprattutto hanno fidelizzato il pubblico, hanno trasmesso un chiaro messaggio: tra di noi si sono sempre nascosti talenti incompresi e i talent avranno solo il “dovere” di farli fiorire.

Grande cosa, che ha spopolato, ha dato nuovamente autorità alla musica, ha prodotto concerti, vendita di copie, ma soprattutto ha dato mordente a tutte le generazioni del mondo, spingendo ad affezionarsi nuovamente alla musica. Poi, con il passare degli anni, le dinamiche televisive sono diventate devastanti (soprattutto per coloro che sono arrivati dal secondo posto in giù). Solo adesso, dopo quindici anni circa, stiamo avendo un percorso parallelo vincente di musica indipendente, ma è dovuta cambiare la musica e sono dovuti cambiare i media (con lo spostamento dell’attenzione su Internet e la nascita di Facebook, Youtube, Spotify, etc.).

Ad oggi i talent non sono più necessari, non sono fondamentali, sono uno spettacolo di emotainment, che utilizza le esperienze di alcuni ragazzi talentuosi per costruirci un percorso discografico. Prima ancora di ascoltare un inedito, milioni di persone sono a conoscenza di drammi familiari e problematiche di vita di un piccolo artista, le quali determinano automaticamente un fattore affettivo che si ripercuote sul legame pubblico (adolescenziale/genitoriale)-artista.

Arriviamo a Morgan, artista poliedrico, purista della forma e dello stile, che forse ha sempre avuto come missione quella di sfruttare lo strumento televisivo per divulgare conoscenze musicali. Esagera quando, in diretta su Facebook, parla di “assistenti sociali” da mandare all’interno dei talent. Racconta di casette senza finestre (quando hanno un giardino a disposizione), ma lo spunto che dona non è errato: chi si occupa della psicologia e dei traumi post-talent dei concorrenti? Red Ronnie, nella versione integrale dell’intervista fatta alle Iene per la bufera con Emma Marrone, ha ricordato quanti bambini hanno avuto problemi dopo i talent show canori per ragazzini. La stessa cosa per molti artisti, bollati come “finiti” dopo un disco o finiti improvvisamente nel dimenticatoio dopo la sola partecipazione ai format.

Citando testualmente le parole nel video (minuto 20.30 circa): “Vogliamo parlare dei bambini? Vogliamo parlare dei talent sui bambini? Vogliamo parlare di quanti sono dallo psicanalista? Vogliamo raccontarlo? Una volta mi chiamò il papà di una bambina, disse:

Papà: dobbiamo trovare un palco a mia figlia, lei ha avuto grande successo, ha cantato davanti al Papa.
Red Ronnie: e quindi?
Papà: e adesso cosa le facciamo fare? Lei è nervosa.
Red Ronnie: lei ha avuto successo e gli altri che non hanno avuto successo?
Papà: sono tutti dallo psicanalista.

Abitui un bambino che tutti lo applaudono, i bambini a scuola lo riconoscono, eccetera, poi improvvisamente… Tu fai le Iene (riferendosi all’intervistatore), tutti ti riconoscono, “Ehi, Ciao!”, poi non te lo fanno più fare, arrivano tutti a dirti: “Non fai più tv? Come mai?”. A te fa male, immagina ad un bambino. Che danni gli crei?”.

Quanto può essere devastante questo meccanismo a qualsiasi età? Essere nessuno sei mesi prima e avere improvvisamente migliaia/milioni di seguaci (online), poi chi vince (forse) riesce a fare carriera, (forse) riesce ad avere persone ai concerti, mentre per tutti gli altri che ripercussioni ci sono (psicologiche e lavorative)? Sono effettivamente domande da porsi, perché se ci si lega ad un artista dopo averlo spogliato a nudo delle proprie fragilità pubblicamente, che diritto c’è di abbandonarlo al proprio destino? Ecco perché ad oggi la formula del talent non appare così positiva come un tempo e probabilmente Morgan l’ha capito.

Il fattore contraddittorio è che lui resta uno dei pochi “giudici” ad aver partecipato a più show dello stesso format, quindi sarà sempre difficile credere a chi ha sputato nel piatto in cui ha mangiato. C’è anche da ammettere che, se non lo fa chi ha guardato entrambe le facce della medaglia, chi lo deve fare?

Insomma, la verità sicuramente giace nel mezzo e sarebbe sbagliato generalizzare. Gli spunti involontari su ciò che possano provare psicologicamente i partecipanti a questi show sono sicuramente da considerare, da non tralasciare, per capire, da spettatori intelligenti, quanto possa essere positivo o negativo tutto questo.

“Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita” cantava Gianni Morandi. Secondo voi la salita è più dura con gli amplificatori sulle spalle e con i riflettori spenti oppure a riflettori accesi ma col rischio di non salire più?

Le cover indie sono il suo pane quotidiano e il suo pubblico continua ad aumentare, anche nei live. Ecco chi è Asia Ghergo.

Chi è Asia Ghergo, la ragazza delle cover
Asia Ghergo.

17 anni, di Civitanova Marche in provincia di Macerata, Asia Ghergo frequenta il liceo classico. A primo impatto sembra essere la classica storia delle prime passioni che anticipano la maturità, quando si imparava a suonare la chitarra per animare i falò sulla spiaggia. In realtà c’è molto di più. Asia ha talento, ha orecchio e ha quell’intelligenza comunicativa (non per forza intrinseca nelle nuove generazioni) per capire quale contenuto proporre al suo pubblico. Ed ecco che il sottoscritto, ascoltando musica indie, è finito su un suo video, che ne ha fatto aprire conseguentemente un altro e un altro ancora. Rapito da questo magnetismo, l’ho contattata e l’ho intervistata, ma la verità è che volevo semplicemente complimentarmi con lei.

Come è nata la tua passione per la musica? Da quanto suoni?
Non suono da tanto, penso che si senta ancora, ho imparato tutto da sola a quindici anni. La chitarra me la regalarono a Natale del 2008, solo che per un po’ di tempo è rimasta nell’angolo a prendere la polvere. Poi l’ho riscoperta perché ho voluto suonare dei pezzi che ascoltavo, la prima canzone che ho imparato è stata Creep dei Radiohead. Magari all’inizio ci mettevo sei mesi ad impararne una, poi piano piano sono migliorata.

Sui social la pagina sta spopolando, ti aspettavi questa crescita?
Non me l’aspettavo assolutamente. Penso che sia tutto dovuto alla cover di Cavallini (della Dark Polo Gang ft Sfera Ebbasta), prima di pubblicarla avevo 1500 like e nel corso delle settimane sono esplosi. La mia è stata un po’ una tecnica di marketing, alla fine io non sono una grande ascoltatrice della Dark Polo Gang, loro sono dei personaggi, degli showman, non sono il mio genere, però mi sono detta: “Chi lo farebbe mai? Nessuno” allora lo faccio io. Poi le persone in generale hanno dei pregiudizi musicali, dovremmo avere tutti una visione più aperta.

Tu invece cosa ascolti?
Prevalentemente indie italiano, solitamente faccio le cover di ciò che ascolto. Quando scopro un pezzo che non conoscevo lo ascolto per giorni e poi faccio la cover. Ascolto anche indie rock inglese e americano, ad esempio The Strokes e The Kooks.

Cerchi gli accordi online o le arrangi da sola?
Di alcune non si trovano e le faccio ad orecchio, di altre invece prendo quelli online.

In casa come è stato preso il tuo successo?
Mio padre sapeva dei video e sapeva che suonavo la chitarra, non si era reso conto della cosa finché non è andato a vedere le visualizzazioni sul canale YouTube e i like sulla pagina Facebook. Anche mia madre è molto contenta, entrambi sono felici che venga molta gente a sentirmi live.

Cosa ne pensi dei talent show?
Molte volte mi sono sentita dire: “Che brava con la chitarra, vai ad Amici/XFactor”. Io non disprezzo i talent, li guardo, per me sono show televisivi, sono programmi, sono consapevole che sia tutto scritto. Se mai mi dovesse capitare di andare in uno di questi programmi o partecipare ad un provino lo farei per la visibilità che potrei ottenere. Mi piace arrivare al prossimo.

Mi sembra che tu ci stia riuscendo.
È successo tutto così velocemente che ho paura di vedere la candela bruciare troppo in fretta.

Ora che il progetto si sta ingrandendo, cosa pensi del tuo futuro artistico?
L’idea di fare le cover è nata volendo mostrare cosa sapevo fare, di conseguenza tutto questo sta preparando il terreno per un futuro mio EP. Ho iniziato a registrare alcune canzoni che ho scritto, quando saranno finite le metterò sul canale.

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