Comprare le visualizzazioni è davvero così facile? Quali sono le conseguenze?

Doping delle classifiche: comprare le visualizzazioni 1
Si possono comprare le visualizzazioni ma anche like, dislike e commenti e tanto altro

Per chi non lo sapesse ancora, le visualizzazioni su Youtube si possono comprare. Ebbene si, chi lo sa o sfrutta questo trucco o tace, chi non lo sa speriamo lo venga a sapere almeno adesso. Sembra tutto celato dietro una battuta mai verificata: “Quello si è comprato le visualizzazioni!”. Nessuno va a controllare, rimane tutto in superficie, mentre invece la realtà dei fatti risulta molto interessante.

Ho provato a cercare su Google “comprare le visualizzazioni su Youtube”. Più esplicito di così. Pensare che da buonista avevo anche paura di non trovare nulla, pensavo che fossero tutte operazioni segrete da deep web. Mi sbagliavo. Esistono tonnellate di siti, autorevoli o meno, che promettono massimo funzionamento al miglior prezzo. Funzioneranno? Non funzioneranno? Non ho ancora testato l’efficienza visti i prezzi. Ciò che più mi ha sconvolto, però, è il mondo che si cela dietro a questi siti: si possono comprare like, dislike, iscritti, commenti e tanto altro. Eticamente (e penso anche legalmente) è una frode a pieno titolo: si inganna la rete, gli iscritti, gli spettatori e magari anche le aziende.

Così mi sono chiesto perché Spotify non potesse essere compreso in qualcosa del genere. Infatti, come volevasi dimostrare, ci sono alcuni siti che promettono di aumentare gli stream per una somma di denaro. Qui, per quanto riguarda la musica, la faccenda si fa più seria, perché da qualche anno è stato ufficializzato che lo stream digitale contribuisce alla destinazione dei dischi d’oro e di platino. A questo punto, se questi servizi fossero veritieri, che tipo di controlli ci sono per garantire che tutti gli stream siano “onesti”?

Doping delle classifiche: comprare le visualizzazioni
Aumentare gli stream per una somma di denaro

Dopo questa immagine, facciamo due calcoli:

50 000 di stream per 500,00 euro è come dire 30 000 000 di stream (teoricamente circa il disco d’oro) per 300 000,00 euro. Non è una cifra bassa per i comuni mortali, ma sono sicuro di non aver trovato il servizio più economico, ho aperto solo il primo della lista.

Molte volte mi è capitato di vedere video o tracce fare dei balzi di visualizzazioni disumani, attribuendo sempre il merito al web e alle grandi capacità degli artisti? E se non fosse sempre così? E se sporadicamente ci fosse del doping nei numeri degli stream?

Detto questo è da precisare come servizi quali Youtube o Spotify non hanno nulla a che fare direttamente con questi siti. Nulla di tutto ciò è paragonabile alle sponsorizzazioni di Facebook o di Instagram, dove è spiegato che, all’ammontare di una somma di denaro lecita, il contenuto verrà veicolato all’interno del servizio seguendo alcuni criteri di categorizzazione (target) del prodotto.

Anche le Iene fecero un servizio concreto a riguardo, testando un servizio di autobuy (cioè auto acquisto di un singolo) su iTunes e riuscendo a mandare in top ten un brano anonimo. I costi erano nettamente inferiori rispetto a quelli presentati precedentemente.

Restiamo a disposizione per approfondire l’argomento: chiunque volesse contattare la redazione può farlo via Facebook o tramite i contatti sul sito.

Il nuovo direttore artistico ha spaccato a metà le opinioni della critica.

Claudio Baglioni a Sanremo come direttore artistico
Il Teatro Ariston a San Remo.

Si dice così nei pressi dell’Ariston: «Perché Sanremo è Sanremo». Più che un simil proverbio, è una risposta ai dogmi della kermesse, che da sempre è accompagnata dalle polemiche per qualsiasi scelta, giusta o sbagliata che sia. Non ha nemmeno fatto in tempo ad essere proclamato direttore artistico che in un attimo, Claudio Baglioni, si è sentito piovere addosso i giudizi. Domande che non avranno risposta fino a febbraio, finché non si potranno ascoltare le canzoni, valutare le scelte fatte, ma soprattutto riscontrare gli ascolti.

Ma l’evento musicale più importante dell’anno non sarebbe tale senza le polemiche, perché la realtà è che lo si sente più vicino, accorcia i tempi, fa emergere il fremito della novità. Che Festival sarà? Sicuramente non sarà facile proseguire dopo la perfezione di Carlo Conti, che ha riportato un tono autorevole a questa competizione, ha centrato gli obiettivi degli ascolti, ha vinto su tutti i fronti, concludendo con la ciliegina sulla torta, Maria De Filippi, la regina della televisione, a condurre insieme a lui.

Si è parlato tanto di rivoluzione, di necessità di migliori tecnologie per la trasmissione, di innovazione sulla scaletta, sugli spazi, ma la realtà è diversa. In tante edizioni si è provato a cambiare o a snaturare il Festival nel tentativo di vincere una scommessa egocentrica, quando ciò che ha davvero incoronato Conti è stato dare maggior spazio alla musica, il vero interesse del pubblico. Ed ecco che allora, più che il dovere di soddisfare l’immagine dello spettatore, Claudio Baglioni dovrà utilizzare la sua esperienza per dare un’opportunità a chi davvero merita il palco di Sanremo: ai musicisti, ai cantautori, alle nuove scoperte, cercando di allontanare i compromessi discografici, i soliti artisti e quelli per i quali ci si chiede ogni anno: “Ma questo, perché l’hanno fatto partecipare? Hanno davvero ascoltato la sua canzone in gara?”.

Spazio ai giovani, ad un Festival che valorizzi il concorso delle nuove proposte. Facce nuove e soprattutto tanta buona musica, più del 70% percento di canzoni con la C maiuscola. Se mai fosse così, per Baglioni sarebbe una vittoria e il “perché Sanremo è Sanremo” diventerebbe solo sinonimo di qualità.

Considerata la tanto acclamata regressione che ha subito qualitativamente la community di Youtube, ecco una possibile soluzione al problema.

#NoHating: come Youtube potrebbe rivoluzionarsiYoutube è uno dei media più influenti del XXI secolo, ha dato a tutti la possibilità di esprimersi, di comunicare in libertà e di arrivare simultaneamente a tutto il mondo. Questo gioiello, che per molto tempo è stato accostato alla nuova televisione, sta subendo da parecchio tempo critiche severe dalla propria community per la scelta dei contenuti in primo piano, considerati non meritevoli del piedistallo. Un grande problema per un mezzo di comunicazione che è sempre stato sinonimo di meritocrazia.

Ma il vero problema da debellare è un altro: l’hating. Purtroppo da molti anni la community è davvero piena di commenti d’odio, sconclusionati, volutamente offensivi, diffamatori, che sfociano quindi in categorie come il cyberbullismo, il razzismo e simili. Insulti gratuiti coperti dalla famosa libertà d’espressione, capro espiatorio nominato invano a salvare tutti i maleducati online. Peccato che essere liberi di esprimersi non voglia dire essere liberi di insultare. Le critiche costruttive ai contenuti, come i dislike o i commenti che riportano un non gradimento sono assolutamente giuste, ma la moltitudine di commenti disprezzanti e senza senso stanno distruggendo una piattaforma. A questo problema sembra non esserci una vera soluzione.

E allora perché non proporre un’idea? Youtube avrebbe la possibilità di rivoluzionarsi facendo un passo indietro e uno avanti per debellare il cancro dell’hating e del flaming. Ai tempi dei forum online, gli amministratori nominavano dei moderatori che dovevano calmare le acque o segnalare chi espellere dalla community. Visto che Youtube è così vasto da non potersi limitare a dei moderatori 2.0, la vera opportunità sarebbe quella di promuovere una campagna di segnalazione degli haters da parte degli utenti. Se la community fosse la prima a muoversi verso il rispetto comune, sarebbe più facile gestirla.

La lista di commenti segnalati potrebbe arrivare ad una sezione di Youtube dedicata alla moderazione, che potrebbe verificare i commenti del singolo utente sulla piattaforma e giudicare se bannarlo, sospenderlo o magari punire chi ha segnalato (perché non dimentichiamoci che ci sono utenti che segnalano contenuti e commenti con l’intento di bannare immotivatamente un utente).

È arrivato il momento di cambiare questa brutta tendenza e di smettere di nascondersi dietro alla libertà di espressione. Basta commenti diffamatori e insulti gratuiti. #NoHaters

Tanti artisti nazionali e internazionali hanno deciso di far uscire le loro nuove opere in autunno.

Autunno 2017, i nuovi album in uscita
Autunno 2017, i nuovi album in uscita.

Se pensavate che l’estate fosse un grande calderone di musica accattivante, non avete idea di cosa accadrà in autunno. Molti artisti hanno deciso di assegnare la release del proprio album proprio in questa stagione. Scelta discografica? Difficile pensarlo vista la grande mole di musica che ci investirà.

Partendo dall’Italia sono attesi gli LP di Nina Zilli, Elisa, Il Cile per la parte pop; Ghemon, Ensi, Rkomi, Fred De Palma nell’hip hop, lasciando un importante spazio a Caparezza, che da sempre merita un genere tutto suo. Uscirà anche una raccolta di inediti di Fabrizio De Andrè, attesa da tanti appassionati di cantautorato italiano.

Sul fronte internazionale è difficile riuscire a citare tutti gli artisti che hanno scelto questo periodo per la propria uscita discografica, vi è Demi Lovato, la quale sembrerebbe cercare di ritornare alla qualità del primo album, Taylor Swift, che dovrà bissare il successo di 1989, e davvero tanti altri: The Script, Neil Young, Robin Shulz, Anastasia, Foo Fighters, The Killers, Macklemore (in solitaria senza Ryan Lewis), Miley Cyrus, Liam Gallagher, Pink, Chris Brown, Robbie Williams.

Una lista completa la potete trovare su AOTY – Album of the year.

Prima di riempire il web di recensioni, reactions e altrettante impressioni, sarà curioso vedere quanto potranno accavallarsi queste uscite importanti in così poco tempo. È certo che con questa ondata di dischi si andrà a concludere un 2017 veramente ricco dal punto di vista musicale, che ha segnato probabilmente la storia nel panorama italiano, con un ritorno nel mainstream di nuovi artisti partiti dalle etichette indipendenti e di un’impronta sonora legata agli anni ’80. Staremo a sentire quanto di nuovo ci verrà proposto entro la fine dell’anno.

Nuovi mezzi, nuove idee. Le reactions sembrano un nuovo metodo aperto a tutti per la critica musicale. Quali sono i pro e i contro di tutto ciò?

Reactions musicali, cosa sono? I pro e i controLe reactions sono video di “reazioni” alle novità musicali (video, singoli, album), nelle quali, una o più persone, esprimono le proprie opinioni a caldo su quello che hanno appena visto o sentito. Una grande idea, un format veloce, che colpisce un target ben preciso (gli amanti della musica) e che genera intrattenimento. Il pubblico apre il video aspettandosi una reazione, chiedendosi sempre: “Che cosa succederà questa volta?”. All’aumentare delle visualizzazioni e dell’importanza di questo format, chi esprime un’opinione ha assunto sempre maggior rilievo, tanto da scaturire delle reazioni dai cantanti, i quali, in caso di giudizi negativi, hanno risposto in malo modo alle critiche.

Superficialmente si potrebbe accostare la reaction ad una recensione, anche se effettivamente non c’è somiglianza. Una recensione necessita di un ascolto approfondito, è quindi il risultato di più reazioni, ma soprattutto può non generarne. Le reactions sono “obbligate” a contenere reazioni, questo è un limite che spesso fa dubitare di ciò che si vede, perché in alcuni canali Youtube è chiara l’ostentazione dell’emozione al fronte della monetizzazione del contenuto. Cattiva pratica.

Appurati i differenti mondi della recensione e della reactions, quest’ultima è figlia delle nuove generazioni, dei nuovi media e dell’ascolto in stile Spotify: la grande proliferazione di contenuti musicali vuole un ascolto rapido e immediato, un gancio che attragga subito, per non cadere nella gogna dello skip. Ecco che, questi format, aumentano la necessità di avere contenuti musicali (e video) che piacciano dopo 20-30 secondi, perché se no la reazione non c’è. È anche vero che nessuna reazione è comunque un tipo di emozione, il problema è quello di abituare gli ascoltatori a dover fruire per forza della hit, quando il messaggio, in molti traccie storiche, arriva alla fine dell’ascolto e soprattutto non al primo.

I nodi vengono al pettine quando alcuni leader d’opinione (Yotuber o altri influencer) stroncano un pezzo dopo un ascolto, avendo parlato sopra alla traccia oppure avendola stoppata più volte. Tralasciando la possibilità che a volte proprio chi giudica ha grosse lacune musicali, avere decine di migliaia di visualizzazioni per trasmettere opinioni scontate, false o non corrette significa sfruttare male un mezzo che si ha a disposizione, veicolando un messaggio sbagliato.

Detto questo, ci sono anche influencer che nei propri video vanno a giudicare i testi delle canzoni, gli autori, le scelte delle videoproduzioni e le melodie, inquadrando i contenuti nel mercato musicale, giudicando il prodotto nella propria interezza e aggiungendo anche pillole di gradevole intrattenimento. Questi sono contenuti molto validi, che danno uno spaccato onesto del panorama musicale.

 

All’aumentare della grandezza della città aumenta la presenza di artisti di strada, quanto è importante fermarsi ad ascoltare?

Artisti di strada: quanto è importante fermarsi ad ascoltare
Artista di strada.

C’è chi è a favore, chi contro, in qualsiasi caso l’artista di strada è una vera e propria categoria sociale. Ogni comune ha una regolamentazione propria, a volte più di una, infatti capita di vedere ragazzi con gli strumenti sulle spalle girare per la città mandati via dal proprio posto. Anche questo fa parte del gioco.

L’importanza degli artisti di strada risiede nella libera volontà di espressione, che teoricamente dovrebbe poter far esprimere tutti in qualsiasi modo, in realtà, usando il buon senso, permette a giovani musicisti davvero talentuosi di avere il palcoscenico più vero che esista. “Facile” esibirsi quando tutti hanno già pagato il biglietto, quando tutti ti conoscono e soprattutto conoscono le tue canzoni. Molto più difficile e coraggioso è sedersi nella piazza principale della propria città e mostrare a tutti le proprie doti, senza filtri, col rischio di fare una brutta figura. Certo, in quel caso si cadrebbe dal basso rispetto a fare brutta figura in uno stadio, eppure quando si ascoltano certi artisti non si riesce a scindere la strada dal palazzetto.

Monaco di Baviera, 31 Dicembre. Il capodanno era alle porte e in centro c’era la neve e il freddo, tutti volevano andarsi a riparare in qualche birreria. Mi capitò di incontrare un gruppo di musicisti, alcuni loro strumenti avevano sopra lo scotch (si intende nastro adesivo, una piccola dose del sinonimo alcolico probabilmente l’avevano in corpo, nda). Non mi aspettavo nulla di entusiasmante, sbagliavo, perché i Konnexion Balkon sono stati fenomenali. Presenza scenica, tecnica, gusto, sonorità, ritmo, insomma puro talento. Conservo ancora il loro CD comprato in quell’occasione.

Oppure potrei parlare di Gerry Vega, un busker che partì dall’Inghilterra in bicicletta e girò l’Europa cantando con la sua chitarra. Fece tappa a Genova, vidi un mucchio di ragazzine intorno a lui ad ascoltarlo, da lontano sentii il suo timbro folk. È stato un eroe per me, partire in bicicletta per girare l’Europa e suonare. Applausi.

Le storie che si nascondono dietro agli artisti di strada sono curiose, toccanti e ricche di peripezie. A volte basta qualche centesimo per dire: «Sei forte, continua così». Fermarsi un attimo ad ascoltare, in questa vita veloce, non guasta mai.

Si chiama Alessandra Prete, è del 1996 ed è sotto Tanta Roba Label, un’etichetta che non ne ha mai sbagliata una.

Priestess: una ragazza con stile nel mondo del rap italianoHo perso la testa per te” gridano i suoi fan, ritornello della sua traccia Maria Antonietta, ma anche esclamazione giustificata dal fatto che Priestess è un’artista davvero interessante, per capirlo davvero bisogna inquadrare il ruolo della donna nel mondo rap.

Il mondo dell’hip hop è da sempre popolato dagli uomini, anche perché spesso sembra essere sinonimo di ambiente virile, quando in realtà non è proprio così. L’hip hop è nato dalla libertà di espressione e questo ha generato una ampia corrente di artisti che hanno voluto mostrare la propria prepotenza. Negli anni ’90 i rapper erano per lo più maschi, ma ci sono stati dei grandi esempi femminili che hanno divulgato il tema del ghetto e del femminismo. Rimanendo in Italia, una paladina di questo genere fu La Pina, ormai ricordata come speaker radiofonica, anche se, in parallelo ai primi Articolo 31, ci sapeva davvero fare con le rime. Sicuramente un’esponente giovane che ha fatto successo è stata Baby K, la quale, dopo aver definito il proprio territorio da femmina alfa, è diventata la regina del tormentone estivo.

Torniamo a Priestess, una ragazza che ha uno stile elegante, un flow travolgente, tanto che si trova proprio questo commento ricorrente sotto i suoi video di Youtube. La grande dote di questa giovane artista è di trasmettere la propria femminilità attraverso la grazia, il cambio di ritmo, di tonalità,  l’asprezza, la poeticità e non attraverso l’ostentazione di essere femme fatale, sintomo di una prepotenza ben troppo presente, quasi “virile”.

L’unica pecca? Sono usciti solo tre singoli, quindi non si può ancora definire effettivamente il percorso di Priestess da solista. Da quello che ha mostrato ci si aspetta qualcosa in più concettualmente rispetto alle tematiche “green” sulla weed, che comunque tratta in maniera molto più gradevole e fantasiosa rispetto a molti colleghi maschi. Ultima, ma non per importanza, le bravura nei ritornelli dei suoi singoli, dei veri ganci acchiappa ascolti. Sentiremo molto parlare di lei.

Gli artisti sono un’azienda che deve proporre un’immagine coordinata del proprio contenuto. C’è ancora spazio per la musica?

La credibilità musicale dipende dai social
Taylor Swift.

C’è un legame fondamentale tra musica e immagini. La televisione ha consacrato l’importanza dell’apparire agli occhi dello spettatore, mutando di netto quello che era l’immaginario dell’ascoltatore, che da una voce alla radio è passato a vedere videoclip musicali a rotazione. Questa fu l’era di Mtv e con questa logica si è sviluppata la musica fino al 2010. Se questo enorme cambiamento fece dire ai The Buggles “Video killed the radio star”, cosa si potrebbe dire ai giorni nostri a causa dei social network?

Oggi un artista è un’azienda e come tale è obbligato ad avere un’immagine coordinata con il proprio stile musicale. Ad esempio, Taylor Swift avrà social pieni di sue fotografie volte alla perfezione, nessuno se la immaginerebbe nei peggiori bar di Caracas. Allo stesso modo, i suoi testi dimostrano questa perfezione in stile “Mulino Bianco”, questa purezza, raccontando di nuovi amori e cuori infranti.

Per citare alcuni esempi italiani, se prendessimo Guè Pequeno, da sempre amante delle donne e dell’abbondante pecunia, e lo inserissimo in un contesto diverso, magari dietro il banco di un supermercato, sembrerebbe finto, non naturale. Nella maggior parte dei casi è difficile che il personaggio si discosti completamente dalla persona, chi è nella parte alta della classifica non finge mai un alter ego.

Quindi, l’immagine risulta fondamentale per un artista, decenni di talent  show ci hanno insegnato a giudicare prima di ascoltare e ad oggi tutto questo, insieme al progresso tecnologico, lo si sente parecchio. Basti pensare ai fenomeni trap del momento, come la Dark Polo Gang o Sfera Ebbasta.

Facciamo un esperimento. Provate ad immaginarvi un vostro amico molto nerd (tralasciate che il sottoscritto sia uno di questi, nda), ora immaginatevelo in un video mentre canta Sportswear della DPG o Ciny di Sfera Ebbasta. Quante probabilità avrebbe questo video di diventare un meme virale e divertente? Probabilmente molte, Lil’Angels e Gioker potrebbero essere definiti paladini di questo esperimento.

Questo significa che, per dire cantare qualsiasi cosa, ad oggi ci vuole un involucro particolare, un aspetto coordinato che renda credibile la propria musica. In questa mole di informazioni che resta sul superficiale, c’è da chiedersi quanta importanza venga data alle parole e, a tutti gli effetti, anche alla musica.

Quanto era difficile emergere dieci anni fa? Come sarà tra dieci anni? È doveroso lasciare una traccia di come sia la vita da artisti emergenti nel 2017.

Essere un artista emergente nel 2017Ogni epoca ha le sue particolarità. Sarebbe interessante riuscire a cogliere, nel corso dei decenni, le peripezie socio-musicali che hanno dovuto passare gli artisti emergenti di determinate annate. Immagino chi voleva spaccare tutto negli anni ’70, ispirato dalla scia di Woodstock, Jimi Hendrix e gli Who. Chissà quante band sono state distrutte dal fenomeno dell’eroina, quanti si sono fermati e avrebbero potuto fare la storia, quanti hanno scritto il pezzo della vita e se lo sono trovati nel disco di un altro artista, semplicemente rubato. Oppure chissà com’era essere band emergenti negli anni ’80, nel ’90 o ancora peggio nel ‘2000, anno del declino totale, quando fare un disco costava troppo e c’erano troppi pochi mezzi per produrne uno fatto in casa.

Tutte queste cose non posso saperle senza scovarle intrecciando diverse biografie, ma quello che conosco direttamente è cosa voglia dire essere un artista emergente nel 2017.

Sono un artista emergente – sottotitolo – suono in una band che in pochi conoscono, pensiamo di avere dei pezzi da far sentire, ma.

In questo “ma” penso si possano ritrovare in molti nella nostra stessa situazione. Sicuramente abbiamo deciso di fare musica perché abbiamo qualcosa dentro che ci fa capire che qualsiasi armonia per noi sia vitale. Fare musica emergente nel 2017 vuol dire pensare che l’indie sia rinato quindi sentire che sotto sotto, sei sei bravo, avrai meritocraticamente una possibilità. Questa eventualità è data anche dal grado di pubbliche relazioni che sei capace a fare, soprattutto pubbliche relazioni digitali, ovvero buona auto-produzione di cover, di video, gestione social, gestione eventi. I discografici guardano i mi piace, almeno così si dice in giro ed effettivamente, con l’importanza che hanno i social al giorno d’oggi, una band che si sia costruita da sola un seguito ha sicuramente una marcia in più. Di conseguenza, essere emergenti nel 2017 vuol dire godersi ogni nuovo like alla “pagina ufficiale” come se fosse una chiamata di Dio, controllare spasmodicamente i commenti e le visualizzazioni della tua cover su Youtube, provare a sponsorizzare con pochi euro un video nella speranza diventi virale o farsi le proprie demo a casa con una scheda audio da 150 euro. In tutto questo non manca, ovviamente, ascoltare tanta ma tanta musica moderna e del passato. Infine ci sono i concorsi, un’opportunità per suonare in giro, per avere responsi, in sostanza per capire se non è soltanto tua madre a dirti che sei bravo.

Quello che sicuramente unisce tutte le epoche è l’inconsapevolezza del proprio prodotto quando sei un artista emergente, che sia la futura hit del momento o che sia la prossima traccia 6 del tuo disco. Per questo c’è sempre bisogno di un produttore, di un A&R che scopra nuovi talenti, c’è bisogno di fiducia in chi ci crede davvero. A nome della grande miriade di gruppi emergenti che stanno popolando il territorio italiano: care etichette, adottateci, non ve ne pentirete.

Sta ritornando la formula del singolo come strategia discografica. Nonostante la sua scomparsa per anni, ci sono diverse motivazioni per le quali ha senso questo ritorno.

La rinascita dei singoli: le motivazioni del rilancio Da una ventina d’anni circa, fino a poco tempo, fa erano spariti dalla circolazione i singoli, se non strettamente collegati ad un album. Solitamente venivano chiamati singoli gli estratti dal disco, le canzoni che sentivamo in radio e delle quali continuiamo a vedere i video online. La vera concezione di singolo, in realtà, è ben diversa: con l’epoca del vinile era molto comune che un artista facesse uscire sul mercato una traccia singola da 45 giri (con lato B annesso). Questo produceva due situazioni interessanti: gli artisti più piccoli potevano produrre il “singolo della vita” e diventare i vari Santa Esmeralda o i Righeira; i big, invece, potevano rilasciare una canzone che non facesse parte di un album, ma allo stesso tempo avere la possibilità di riscuotere successo sul mercato.

Con il digitale questa formula è sparita, la concezione della velocità e della portabilità, non appena introdotte nella società, hanno generato maggiore attenzione nei confronti degli album, perché contenevano tante tracce e con i vari iPod e simili era inutile centellinare le uscite singolo per singolo. Considerando anche che, appena iniziata l’era di iTunes, pensare di vendere soltanto una traccia a 0,99 centesimi riduceva di netto la possibilità di guadagno, non esistendo ancora Youtube, Spotify, Facebook e altre piattaforme dalle quali guadagnare.

Ad oggi, invece, con la liquidità che ha la musica tramite internet e lo streaming, è tutto in via di rinnovamento. Anche i singoli stanno tornando in auge come formula completamente nuova, considerando la differenza abissale rispetto al business musicale di trenta anni fa. In Italia, i Thegiornalisti stanno proprio per uscire con un singolo il 21 di giugno, Calcutta ha dominato l’estate con Oroscopo l’anno scorso, mentre ancora più indietro fu il singolo Roma Bangkok a rivelarsi multi-platino. Stanno rinascendo i singoli, aspettiamo solo di ascoltarli.

Top