Le cover indie sono il suo pane quotidiano e il suo pubblico continua ad aumentare, anche nei live. Ecco chi è Asia Ghergo.

Chi è Asia Ghergo, la ragazza delle cover
Asia Ghergo.

17 anni, di Civitanova Marche in provincia di Macerata, Asia Ghergo frequenta il liceo classico. A primo impatto sembra essere la classica storia delle prime passioni che anticipano la maturità, quando si imparava a suonare la chitarra per animare i falò sulla spiaggia. In realtà c’è molto di più. Asia ha talento, ha orecchio e ha quell’intelligenza comunicativa (non per forza intrinseca nelle nuove generazioni) per capire quale contenuto proporre al suo pubblico. Ed ecco che il sottoscritto, ascoltando musica indie, è finito su un suo video, che ne ha fatto aprire conseguentemente un altro e un altro ancora. Rapito da questo magnetismo, l’ho contattata e l’ho intervistata, ma la verità è che volevo semplicemente complimentarmi con lei.

Come è nata la tua passione per la musica? Da quanto suoni?
Non suono da tanto, penso che si senta ancora, ho imparato tutto da sola a quindici anni. La chitarra me la regalarono a Natale del 2008, solo che per un po’ di tempo è rimasta nell’angolo a prendere la polvere. Poi l’ho riscoperta perché ho voluto suonare dei pezzi che ascoltavo, la prima canzone che ho imparato è stata Creep dei Radiohead. Magari all’inizio ci mettevo sei mesi ad impararne una, poi piano piano sono migliorata.

Sui social la pagina sta spopolando, ti aspettavi questa crescita?
Non me l’aspettavo assolutamente. Penso che sia tutto dovuto alla cover di Cavallini (della Dark Polo Gang ft Sfera Ebbasta), prima di pubblicarla avevo 1500 like e nel corso delle settimane sono esplosi. La mia è stata un po’ una tecnica di marketing, alla fine io non sono una grande ascoltatrice della Dark Polo Gang, loro sono dei personaggi, degli showman, non sono il mio genere, però mi sono detta: “Chi lo farebbe mai? Nessuno” allora lo faccio io. Poi le persone in generale hanno dei pregiudizi musicali, dovremmo avere tutti una visione più aperta.

Tu invece cosa ascolti?
Prevalentemente indie italiano, solitamente faccio le cover di ciò che ascolto. Quando scopro un pezzo che non conoscevo lo ascolto per giorni e poi faccio la cover. Ascolto anche indie rock inglese e americano, ad esempio The Strokes e The Kooks.

Cerchi gli accordi online o le arrangi da sola?
Di alcune non si trovano e le faccio ad orecchio, di altre invece prendo quelli online.

In casa come è stato preso il tuo successo?
Mio padre sapeva dei video e sapeva che suonavo la chitarra, non si era reso conto della cosa finché non è andato a vedere le visualizzazioni sul canale YouTube e i like sulla pagina Facebook. Anche mia madre è molto contenta, entrambi sono felici che venga molta gente a sentirmi live.

Cosa ne pensi dei talent show?
Molte volte mi sono sentita dire: “Che brava con la chitarra, vai ad Amici/XFactor”. Io non disprezzo i talent, li guardo, per me sono show televisivi, sono programmi, sono consapevole che sia tutto scritto. Se mai mi dovesse capitare di andare in uno di questi programmi o partecipare ad un provino lo farei per la visibilità che potrei ottenere. Mi piace arrivare al prossimo.

Mi sembra che tu ci stia riuscendo.
È successo tutto così velocemente che ho paura di vedere la candela bruciare troppo in fretta.

Ora che il progetto si sta ingrandendo, cosa pensi del tuo futuro artistico?
L’idea di fare le cover è nata volendo mostrare cosa sapevo fare, di conseguenza tutto questo sta preparando il terreno per un futuro mio EP. Ho iniziato a registrare alcune canzoni che ho scritto, quando saranno finite le metterò sul canale.

Da circa due anni lo streaming musicale è nelle classifiche dei singoli e contribuisce alle certificazioni FIMI.

Disco d’oro per lo streaming: come si vince?A volte mi accorgo di essere maniacale sui dettagli musicali, tanto che mi capita anche con gli amici di provare entusiasmo per qualcosa che effettivamente incuriosisce soltanto me. Ad esempio, quest’estate c’è stato il boom di “Andiamo a comandare”, che ovviamente ho seguito con molta curiosità. Quando Rovazzi ha vinto il Disco d’oro grazie allo streaming, ho parlato dell’argomento con qualche amico, sia per il gran caso mediatico che aveva suscitato questa canzone, sia perché in Italia sia parlava finalmente di un premio per gli ascolti in streaming e, tra le tante risposte, similari a un: “E quindi?”, qualcuno mi ha chiesto cosa fosse il Disco d’oro.

In effetti, se una persona non è strettamente interessata alla musica, il Disco d’oro e il Disco di platino possono essere due nomine casuali, mentre invece sono davvero importanti, soprattutto oggi che di dischi se ne vendono pochi.

Il Disco d’oro e il Disco di platino sono due certificazioni della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) e per averle è necessario vendere un certo numero di copie. La stima cambia per ogni nazione. In Italia un album è certificato oro se vende almeno 25.000 copie, platino con 50.000. In USA, ad esempio, i numeri sono molto diversi, 500.000 per l’oro e 1.000.000 per il platino, a causa della differenza del bacino di utenza che ha la musica nei diversi paesi. Ma tornando all’Italia, guardando le stime di queste importanti certificazioni, è incredibile come, su sessanta milioni di cittadini, con “sole” trenta mila copie (comprendendo i profitti online) si possa raggiungere un traguardo del genere, sintomo di quanto si siano ridotte le vendite.

A tal proposito, grazie all’avvento dello streaming, negli ultimi due anni i dati degli ascolti sui singoli servizi gratuiti e a pagamento sono entrati nelle classifiche di vendita dei singoli, con un fattore di conversione di 100 stream per 1 download per rendere compatibili i due modelli di business (Fonte: FIMI).

La questione è molto importante, perché lo streaming, che teoricamente dovrebbe rispecchiare la meritocrazia musicale, diventa un fattore fondamentale nelle certificazioni oro e platino, un grande punto di partenza che permette ad artisti emergenti di avere maggior respiro di prima e ad artisti molto seguiti di avere la considerazione che meritano. Sembra esserci stato un passo avanti soprattutto nei confronti degli artigiani della musica, con un’attenzione che relaziona direttamente ascoltatore e artista. I risultati si vedranno negli anni.

Emanuele Dabbono, cantautore che, dalla provincia genovese, è arrivato fino alle prime posizioni della classifica della musica italiana. Scive per Tiziano Ferro.

Emanuele Dabbono, cantautore che scrive per Tiziano Ferro
Emanuele Dabbono, cantautore

Emanuele Dabbono è un artista umile e talentuoso. Autore per Tiziano Ferro, ha contributo ad “Incanto”, doppio disco di platino, e a tre nuovi inediti contenuti nel nuovo album “Il mestiere della vita”: “Il conforto”, “Valore assoluto” e “Lento/Veloce”.

Come stai vivendo questo periodo legato all’album “Il mestiere della vita” di Tiziano Ferro?
È il momento più alto della mia carriera, nemmeno quando ero in finale ad XFactor avevo ricevuto un’attenzione mediatica simile. Far parte della scrittura di tre brani di un disco che arrivato primo in classifica è un orgoglio personale, ricordando che vengo dalla provincia, da diciotto anni di gavetta. Penso che la mia storia sia romantica, non sono stato quello che pesca il jolly a vent’anni, ma al doppio dell’età questo risultato ha sicuramente un gusto diverso.

Ancora prima di XFactor avevi calcato palchi importanti con i Black Eyed Peas, John Legend, Avril Lavigne e molti altri. Il tuo attuale successo non è legato strettamente al talent. Cosa consiglieresti ad un artista all’inizio del proprio percorso?
Prima di qualsiasi talent o concorso indie, il mio consiglio è quello di crearsi una cultura musicale. Tanti ragazzi che incontro oggi non conoscono chi sono Bruce Springsteen, Van Morrison, non hanno mai preso uno strumento in mano, non sanno addirittura che tipo di musica vogliono fare o non scrivono canzoni, che secondo me è la cosa più triste e grave, perché l’era degli interpreti ha i giorni contati, i dati parlano chiaro, le persone che vanno avanti sono coloro che non solo ci mettono la faccia, ma anche la musica e le parole. Dopo essersi creati un’identità e un percorso va bene tutto, vanno bene anche i talent, perché se sai chi sei nessuno potrà trasformarti. Il problema è se ci vai a vent’anni, in balia delle circostanze e delle mode imperanti, rischiando di uscire come non sei.

Hai fatto parte di “Genova per voi” (concorso per autori) insieme a Franco Zanetti (direttore di Rockol). Cosa pensi della sua iniziativa di proporre alle televisioni di citare nei programmi musicali i nomi degli autori per dare rilievo a questa parte importante della musica italiana?
Sarebbe trionfale se accadesse non solo per il Festival di Sanremo. Per quanto mi riguarda penso di essere un super privilegiato, perché Tiziano cita sempre il mio nome dappertutto. Questa è una cosa più unica che rara e non voglio che passi come dovuta, perché non è così. È un gesto molto umile.

Che rapporto hai con Tiziano?
Posso dire che siamo amici, l’ha detto anche lui. Ci conosciamo da vent’anni. Avevamo fatto l’Accademia della canzone di Sanremo nel 1998, arrivammo praticamente infondo, ma non sul palco dell’Ariston. In quell’occasione, Alberto Salerno, un autore bravissimo e importantissimo che ha scritto Terra Promessa, Io Vagabondo e molte altre, ci mise sotto contratto. Io venivo dal rock, lui dal R&B bianco, poi lui è diventato una stella da milioni di dischi e io ho fatto una lunga gavetta “nei peggiori bar di Caracas” (ride). Il suo talento non mente, si è meritato ogni successo. Mi fa piacere che lui si sia ricordato di me: l’ho rincontrato in finale ad XFactor nel 2008, lui aveva scritto con Roberto Casalino “Non ti scordar mai di me” per Giusy Ferreri, mi fece i complimenti per il brano e mi disse che mi avrebbe tenuto d’occhio. All’inizio pensavo fosse una di quelle cose che si dicono, invece si dimostrò umano e leale, cinque anni dopo ricevetti la chiamata per lavorare con lui come autore e tutto cambiò.

Quali sono le prossime tappe della tua carriera da solita?
Per quanto riguarda il 2017 ci sono i tre brani che ho scritto per lui, che spero vedano un po’ di mood radiofonico. Ho intenzione di lavorare sul mio nuovo disco, ricreando le atmosfere folk irlandesi in acustico, nonostante la mia predilezione rock. Vorrei realizzare qualcosa che non abbia la fretta di uscire, senza la necessità di essere in classifica. Visto che la carriera autoriale mi sta portando tranquillità e sicurezza, vorrei avere la libertà di esprimermi. L’album avrà uno stile alla Damien Rice, un po’ più moderno.

Citi spesso la Liguria, cosa ti è rimasto più impresso della tua terra nel corso degli anni, anche artisticamente?
Sono nato in provincia di Genova, a Campomorone, il primo paese fuori dalla giurisdizione genovese. Sono cresciuto in campagna e sono fiero di venire da un paesino, il quale, con i suoi pro e i suoi contro, ha formato la mia mentalità: essere riservato, un po’ schivo, avere un’attenzione alla tradizione e ai buoni valori. Non mi ritengo assolutamente il rocker selvaggio, ritengo che questo genere lo si possa fare anche con gentilezza e dolcezza. Guardavo Genova voltata, sempre da lontano, da qui il titolo del mio libro “Genova di spalle”. Adesso mi fa molto piacere quando mi associano alla “nuova scuola genovese” dei cantautori (l’intervista peraltro è stata condotta il giorno in cui è scomparso Fabrizio De André, esponente storico della scuola genovese).

Dal punto di vista artistico, oltre a Tiziano Ferro, chi ascolti al momento?
Seguo da sempre Niccolò Fabi, che reputo una delle penne migliori in Italia. Come influenze, invece, sono uno “springsteeniano” totale, mi piace il rock americano, amo la musica irlandese e di recente mi sono fatto una cultura personale su John Mitchell, Tom Waits e Ryan Adams.

La cover di Wonderwall che ha fatto Ryan Adams è un pezzo pazzesco.
Lo stesso Noel Gallagher ha detto che avrebbe voluto farla così (ride). Un complimento migliore non poteva esserci.

La digitalizzazione musicale ha portato maggior fruizione del prodotto, ma ricavi differenti. A causa del value gap pare che molte canzoni non beneficino dei propri diritti.

Value gap: monetizzazione insufficiente dei contenuti musicaliDa quando il digital è entrato a far parte dell’industria musicale, i ricavi sono cambiati notevolmente. Il primo rovescio della medaglia della digitalizzazione è stata la pirateria informatica, la quale ha iniziato un percorso parallelo alla canonica fruizione del prodotto discografico.

Nel concetto di pirateria è implicita la domanda: “Perché devo pagare se posso averlo gratuitamente?”, l’unica risposta plausibile la si può trovare nell’etica. Come non è eticamente corretto evitare di pagare un muratore che ha costruito una casa, allo stesso modo non è giusto snobbare il lavoro di un artista e di tutti i suoi collaboratori.

In tutto questo, c’è da dire che la pirateria è sempre stata vista come un gesto consapevole dell’utente, che decideva di scaricare una traccia senza passare da iTunes. Poi è nato Youtube e il mercato è cambiato ancora di più. Le vendite dei CD si sono abbassate, ma l’ascolto della musica è paradossalmente aumentato. Questo perché Youtube ha dato vita ai “Creator”, i creatori di contenuti, utenti che possono intrattenerne altri gratuitamente e in qualsiasi modo. A tal proposito, tra video di gattini e cover musicali, hanno preso vita i “Lyrics Video”, canzoni con il proprio testo riproposto in formato video, in puro stile karaoke. Questa è stata la vera rivoluzione, perché, rispetto alla pirateria, tutto questo era legale (e lo è ancora).

Arriviamo ad oggi, 2017, epoca in cui si ascolta musica in ogni modo e maniera, tanto che dal 2015 i ricavi della musica digitale hanno superato quelli del mercato fisico. Tra streaming e video si è sollevata una questione molto delicata in materia di business musicale: il value gap. In breve, il mercato discografico trova sconveniente che alcuni utenti, su piattaforme come Youtube, abbiano caricato canzoni da cui non arrivano introiti, mentre alla piattaforma proprietaria arrivano eccome. Quindi, secondo l’industria, Youtube incasserebbe tramite la pubblicità e le visualizzazioni, destinando un somma di denaro inferiore (o nulla) a chi detiene i diritti del creato.

Per combattere questa “discriminazione remunerativa” molti artisti hanno firmato e inviato una lettera alla Commissione UE, tra questi vi sono i Coldplay, gli Abba, Lady Gaga, Duran Duran, Ed Sheeran, i Maroon 5, Bruno Mars, Christina Aguilera e tanti artisti italiani tra cui Zucchero, J-Ax, Annalisa, Biagio Antonacci, Daniele Silvestri, Fedez, Federico Zampaglione, Fiorella Mannoia, Gigi D’Alessio, Elisa, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Enrico Ruggeri, Francesco De Gregori, Tiziano Ferro, Subsonica, Il Volo, Piero Pelù, Emma Marrone, Samuele Bersani e molti altri (Fonte: Repubblica).

Youtube si è difesa spiegando che la maggioranza delle etichette e degli editori ha accordi di licenza in essere con il sito e che nel 95% dei casi sceglie di lasciare i video caricati dai fan sulla piattaforma per trarre guadagni da essi. L’opinione dei musicisti è molto diversa, al punto da mettere sotto accusa il Content ID, sistema che consentirebbe a Youtube di identificare i contenuti protetti caricati in modo da offrirne la monetizzazione agli artisti.

Viste le problematiche legate a questo sistema e al suo relativo algoritmo, il quale sembra non riuscire ad identificare tutti i caricamenti da monetizzare, gli artisti sarebbero costretti a segnalare i contenuti da monitorare “manualmente”, qualcosa di impossibile considerando l’immensità del web e di questi servizi. La tutela di queste piattaforme è dovuta al Safe Harbour, una normativa introdotta nel 2000 che permette l’utilizzo online di opere protette da copyright per fornire un servizio ai consumatori. Per il mondo della discografia il Safe Harbour non permette di garantire i giusti compensi al mercato musicale.

La questione è scottante e non sappiamo ancora in che modo si risolverà. Nonostante la musica sia in un periodo ascendente, ogni singolo ascolto in un servizio di streaming/video favorisce la fruizione, ma diminuisce le probabilità di vendita. Ormai accade di rado di comprare un disco senza averlo prima ascoltato in streaming. Se un tempo un album poteva costare mediamente intorno ai 15 euro, oggi con iTunes si trova a 9,99 euro e se lo ascoltiamo tutto in streaming il valore per ogni visualizzazione si abbasserà ancora di netto. Se foste un artista che ha speso 10.000 euro per la produzione di un disco, cosa pensereste vedendo il vostro lavoro valutato dagli 0.006 agli 0.0080 euro per ascolto?

La giovane cantante ternana parteciperà nella categoria Nuove Proposte del Festival di Sanremo con il brano Insieme.

Valeria Farinacci, da Area Sanremo al palco dell’Ariston
Valeria Farinacci al Festival di Sanremo tra le Nuove proposte.

Valeria Farinacci è stata recentemente proclamata come futura nuova proposta del Festival della Canzone italiana. Ci sentiamo al telefono, come di consueto vista la distanza che non mi permette di raggiungerla a Terni, con il proposito di capire le sue impressioni e la sua personalità.

Inizia il percorso verso il Festival, come ti senti?
Bene, tutto il team è elettrizzato, dobbiamo metterci al lavoro per essere pronti per Febbraio.

Come è nata l’idea di partecipare ad Area Sanremo?
Alcune mie amiche cantanti mi hanno consigliato questo percorso. Avevo bisogno di seguire uno stage formativo come quello di Area Sanremo, incontrando personaggi del calibro di Beppe Vessicchio, Francesca Michielin e molti altri, tutti aperti al dialogo. Abbiamo avuto modo, poi, di esibirci dal vivo nei locali e nelle piazze di Sanremo. Come ho detto mi è stato consigliato e ne è valsa davvero la pena, anche io lo consiglierò sicuramente ad altre persone.

Che ambiente hai trovato?
Splendido, davvero. Sinceramente non mi aspettavo di trovare un ambiente simile e di incontrare altri artisti con cui legare, in particolar modo tra noi otto finalisti si è creato un bel rapporto, perché ci siamo conosciuti il primo giorno e fino all’ultimo siamo stati insieme: provini, serate live, viaggi e interviste. Mi sarei aspettata un ambiente molto più competitivo, questa cosa in realtà non c’è stata e sono molto felice di dirlo. Ci siamo sostenuti a vicenda tra i finalisti e continueremo a farlo.

La canzone che hai presentato, Insieme, vuole invitare le coppie a durare nel tempo.
È un po’ come se fosse una ricetta per creare un rapporto che sia stabile e duraturo, cosa molto difficile soprattutto per noi ragazzi. C’è un messaggio di speranza all’interno del testo che io tengo davvero a comunicare, soprattutto quando sarò sul palco dell’Ariston.

Come mai hai scelto questo tema?
Ho avuto modo di lavorare con Giuseppe Anastasi (autore di Arisa, ndr) e insieme abbiamo cercato di sviscerare le storie dei ragazzi di oggi, abbiamo cercato un messaggio che potesse arrivare a tutti e che mi rappresentasse. Oltre al messaggio di speranza legato ai rapporti di coppia, nella parte finale il tema si allarga e diventa un “bisogna stare insieme” generale, dedicato al mondo e alla globalità. Trovo che sia importante comunicare questo nella nostra contemporaneità.

Il palco dell’Ariston è molto importante, per alcuni artisti è stato determinante, per altri no e magari sono emersi successivamente. Nel tuo caso, il Festival, che esperienza pensi possa essere?
Io spero che il Festival possa essere una vetrina per il mio progetto, logicamente. So anche che molti artisti sono passati dalle Nuove Proposte senza aver vinto, ma continuando molto bene il loro percorso artistico. Un giornalista mi ha raccontato che Mango addirittura non era entrato nelle Nuove Proposte, poi è diventato una parte importante della musica italiana come sappiamo. Tutto dipende da come giocherò le mie carte sul palco e quanto riuscirò a comunicare al pubblico. Se riuscirò a comunicare i miei messaggi tramutandoli in emozioni allora sarò contenta. Un artista deve saper comunicare emozionando.

In che modo sei arrivata a Giuseppe Anastasi? Sicuramente è stato un grande passo avanti nella tua carriera poter collaborare con un autore del suo calibro.
Ho fatto un concorso a Terni, la mia città, dove in palio c’era una borsa di studio per il CET di Mogol. In giuria, alla serata finale, c’era Giuseppe Anastasi a rappresentare il CET. Dopo aver vinto il concorso ho sfruttato l’opportunità della borsa di studio e grazie a questa ho avuto modo di incontrarlo insieme anche a Giuseppe Barbera, a Mogol e a Carla Quadraccia (in arte Carlotta), insegnante di canto della scuola, che mi sta seguendo come manager nel mio progetto. Da lì è nato tutto. Loro hanno creduto in me e voglio sempre ricordarlo, devo questo mio traguardo a loro e al loro aiuto.

Ad Area Sanremo, insieme a te, hanno partecipato alcuni ragazzi dei talent. Che opinione hai dei talent come format televisivo? Che impatto hanno secondo te oggi nella discografia italiana?
Un percorso come quello di Area Sanremo ti permette di conoscere alcuni artisti a tutto tondo. Io stessa ho fatto un provino ad Amici, è un percorso diverso quello dei talent. Anch’essi riescono ad essere formativi, soprattutto dal punto di vista della gestione mediatica, ti insegnano ad approcciarti con le telecamere e come sfruttare i social. Guardando i risultati si può dire che questo format sia una componente importante della musica odierna. È sbagliato pensare che non ci si faccia le ossa facendo un talent, però ritengo che un percorso come Area Sanremo sia migliore.

Capita a volte di immergersi nella musica e ritrovarsi in un racconto. Ecco l’effetto dell’ultimo album de Lastanzadigreta.

Lastanzadigreta: storytelling musicale
Lastanzadigreta.

La musica è in continua evoluzione e ri-mediazione: digitale, analogico, mp3 e vinile. Persino il racconto ha acquisito una nomenclatura digital, adesso si usa dire “storytelling” e se ne abusa perché fa cool. In questo caso, però, questo termine casca a proprio a pennello, perché c’è un gruppo che, di recente, ha riportato la musica al racconto, talvolta fiabesco, tramite la dote del cantautorato.

Lastanzadigreta milita in quelle scoperte piacevoli e particolari, difficili da spiegare quindi mai banali. L’ultima opera di questa formazione di musicisti torinesi si chiama Creature selvagge ed è complesso dedicarle un genere se non lo storytelling. In questo album si passa da un cantautorato pop, alla colonna sonora cantata, passando per alcuni suoni che personalmente mi ricordano Parigi e, perché no, arrivando al medioevo. Non a caso si affronta l’argomento della sonorità, uno dei punti cardine del gruppo, il quale utilizza strumenti poco comuni come marimba, bidoni, weissenborn, cigar box, banjolino, clavietta basso, glockenspiel, didjeridoo, farfisa e theremin. Sembra quasi un abominio dire che tra questi appaiono anche piani, voci, synth e chitarre.

Lastanzadigreta: storytelling musicale 1Ecco quindi che, seppure l’ascolto in streaming non permetta una fruizione classica di un LP, l’effetto che dona Creature Selvagge è quello di sentirsi trasportati in diverse dimensioni, diversi racconti, diverse personalità. Allora una pagina bianca prende forma nell’immaginazione che proietta l’ascolto: le parole diventano una matita che si muove al ritmo di una descrizione e i colori vengono dati dagli arrangiamenti, a volte distensivi, con pennellate dolci, altre volte impetuosi, da rovesciare gli acquarelli sulla tela.

Se a me qualche suono ha ricordato Parigi ad altri può ricordare qualsiasi regione del mondo, l’importante è ciò che proiettano questi racconti sonori, tanto che sembra quasi un dovere morale dare un’interpretazione a queste sensazioni. Nascosto tra le righe c’è il significato dell’arte, l’espressione di sé che diventa un piacere per gli altri, il protagonismo istantaneo che diventa eterno altruismo, una delle favole più antiche del mondo, che, nella nostra contemporaneità ricca di giudizi e disuguaglianze, riporta tutto al nucleo centrale, il piacere della fruizione artistica.

Quando leggo, infine, che Lastanzadigreta (composta da Leonardo Laviano, Alan Brunetta, Umberto Poli, Jacopo Tomatis, Flavio Rubatto e Dario Mecca Aleina) affianca dal 2011 l’attività musicale con la didattica attraverso il suo progetto JAM (che pone la pratica strumentale e l’esperienza della musica d’assieme al centro di un percorso di crescita artistica e personale) capisco che l’ascolto mi aveva trasmesso le giuste sensazioni: tutto questo è una piacevole scoperta.

Il tema dei telefonini ai concerti è un evergreen, capita sempre più spesso di farsi domande a proposito.

tema dei telefonini ai concerti
Davvero un video con lo smartphone durante un concerto è più prezioso di un ricordo emozionante?

Di recente sono stato al Mandela Forum di Firenze per il raduno del BarMario (Fan club di Ligabue, ndr), in cui il Liga ha fatto un gran regalo ai fan proponendo live tutte le canzoni dell’ultimo disco Made in Italy, più una folta scaletta di canzoni di repertorio. Ho deciso di andare nel parterre, visto che avevo voglia di scatenarmi e di stare in compagnia dei miei amici. L’alta statura non è mai stata una mia qualità e il palco del palazzetto fiorentino quel giorno era molto basso, per cui risultava davvero difficile vedere qualcosa persino per coloro di media statura. Questo prima ancora che Ligabue entrasse sul palco, perché, appena il rocker di Correggio è arrivato davanti al microfono, duecento braccia alzate con tanto di telefonini mi hanno completamente impedito la visuale. Risultato? Sono andato a vederlo in tribuna con la mia fidanzata, tanto per questa occasione i posti erano assolutamente liberi.

Mentre mi staccavo dalla compagnia dei miei  amici alti fino alla solitaria tribuna, mi sono chiesto: «Ma se fosse stato un concerto normale in cui non avessi potuto spostarmi dal settore acquistato?» In quel caso sarebbe stato un grosso problema, perché probabilmente non avrei visto nulla, oppure avrei visto tutto dallo schermo dei telefonini degli altri.

Ora, siamo a un concerto, il tuo cantante preferito si sta esibendo, capisco la foto ricordo, in cui scatti e metti via il cellulare, ma fare tanti video consecutivi veramente non lo concepisco. In primo luogo, tu, caro “regista da concerto”, sei a un evento live, con un’acustica studiata per proporti un’esperienza d’ascolto indimenticabile e pensi che il tuo video (in molti casi gracchiante) possa riprodurti la stessa empatia dei bassi che in quel momento ti stanno attraversando il corpo?

In più c’è un secondo punto da non trascurare. Viviamo le nostre vite tra computer, smartphone e altri tipi di schermi. A un concerto, in cui si può essere immersi nella pura realtà musicale da una a tre ore, c’è chi registra almeno (se non di più) tre minuti di canzone guardandola da uno schermo. Non conviene comprarsi successivamente il dvd di quel tour da rivedere comodamente a casa, fatto da professionisti delle riprese? Mi è realmente capitato di trovare persone attrezzate con videocamere particolari che stessero nel parterre a riprendere tutto il concerto, facendo ovviamente dei video mossi perché nel frattempo la folla saltava dalla gioia. Deve essere anche difficile vivere un evento musicale con la paranoia che, una volta arrivati a casa, le riprese si vedano male o l’audio sia pessimo.

Visto che dietro ad un video c’è tendenzialmente la voglia, sacrosanta, di avere un bel ricordo da tenere, mi chiedo retoricamente se sia meglio avere una bella esperienza impressa nella memoria del nostro cervello oppure un nuovo video all’interno dei nostri hard disk. Permettetemi, in questo caso, di preferire l’analogico.

Progetto musicale di origini trentine che fa del pop non-sense la sua bandiera.

Pop X: originalità borderline
Foto © www.xl.repubblica.it.

Come mi capita spesso, mi sono ritrovato un giorno nei correlati di Youtube, situazione assai complessa perché, una volta iniziato a vedere il primo video, non sai mai quando finirai di uscire dal tunnel. Uno tira l’altro, come i pop corn al cinema. Così, finito l’ennesimo video e inconsapevole di come fossi riuscito ad arrivarci, leggo nei correlati “Pop X – Secchio”, nel canale di Bomba Dischi, la stessa etichetta discografica di Calcutta. Mi si accende una lampadina, anche se, tendenzialmente, un’etichetta che ha già un autore così forte nel suo roster è difficile che abbia altrettPop Xante perle.

All’ascolto rimango basito. Secchio è una canzone completamente senza senso, con linguaggio talvolta scorretto, ma al tempo stesso è una “figata pazzesca” e ha un ritornello che ti rimane inciso nella testa. Al ché, sempre nei correlati, leggo “Pop X – Secchio Camino”, un video della canzone durante una camminata con i fan che la cantano live. E qui mi si apre un altro mondo, perché Pop X è davvero molto seguito. I commenti ai video hanno un linguaggio veramente molto simile a quello dei testi proposti, sintomo di una fanbase molto fedele.

Pop X è un progetto audiovisivo composto da Davide Panizza (frontman, cantante, compositore) e i compagni di viaggio Walter Biondani, Niccolò Di Gregorio, Luca Babic, Laura Jantunen, Andrea Agnoli e Alberto Parisi. Le canzoni prodotte sono elettro-pop non-sense, con un suono che mi ricorda molto le soundtrack di alcuni videogiochi 8 bit, accompagnato da un arrangiamento che funziona e una cassa che spinge. I testi sono scorretti, divertenti e magnetici al tempo stesso. I video e l’immagine di questo progetto è un misto tra pop (art), vintage e altro non-sense. Per questo motivo, in alcuni articoli, Pop X è accostato al trash, a mio parere erroneamente.

Benché ci sia questo non senso di fondo e tutti i componenti dicano, provocatoriamente, di attingere dal panorama trash italiano («a noi piace molto lo squallore italiano, e il nostro Paese ne produce moltissimo», da La Stampa) secondo me etichettare come trash questo progetto evita di approfondire gli argomenti proposti soltanto perché borderline.

Invece, ciò che trovo estremamente curioso e orecchiabile è proprio l’utilizzo di epiteti offensivi particolari, ossimori e citazioni sessuali che devono essere approfondite per capire davvero Pop X. Prima tra questi, citando appunto Secchio, è la frase “che sono un frocio perso”. Ora, la parola “frocio” è una grave realtà, visto che viene purtroppo ancora usata frequentemente come insulto nei confronti degli omosessuali (peraltro siamo nel 2016, dovremmo considerarci tutti fratelli, diamoci una svegliata, ndr). Ma nel caso di Pop X c’è un costrutto veramente interessante. Se fossimo alle elementari e ci presentassero la frase da completare “che sono … perso” penso che nessuno esiterebbe a scrivere “innamorato”. Ecco che “frocio perso”, inserito in una cornice non-sense, acquisisce finalmente un significato romantico e positivo. Da qui si sfocia nel nuovo album Lesbianitj, uscito per Bomba Dischi, che contiene la canzone di cui vi ho già parlato.

L’originalità di Pop X non si può discutere, resta a voi la scelta di scoprirla davvero, magari nel tunnel dei video correlati di Youtube.

Classe 91, Filippo Ghiglione è un genovese che suona folk inglese, con un carattere davvero intraprendente.

Filippo Ghiglione, in arte "River"
Filippo Ghiglione, in arte “River”

22 ottobre. Sono a Sestri Levante, in un ex convento che ospita concerti, seduto in platea ad aspettare l’inizio del concerto di Zibba. In apertura arriva un ragazzo che imbraccia la sua chitarra, si avvicina al microfono e inizia a cantare. “Ok, questo è forte”. A metà del primo pezzo ho già capito che questo ragazzo genovese, che si fa chiamare “River” (e sotto la maschera Filippo Ghiglione) ha due o tre marce in più. Canta in inglese, ricorda il folk britannico in stile Ed Sheeran e mi fa venire una voglia matta di saperne di più sul suo conto. Così, finito il concerto di Zibba, magistrale come sempre, chiedo tempestivamente a River l’amicizia su Facebook e in qualche settimana ci mettiamo d’accordo per un’intervista.

Come nasce il progetto “river”?
Il nome “river” lo uso dal 2012, anno in cui ho pubblicato il mio primo EP per l’etichetta torinese Sounday. Prima suonavo in una band, ma ci siamo divisi, così ho deciso di intraprendere un percorso da solo. Ho scelto river perché, essendo abituato ai nomi singoli delle band, volevo qualcosa di simile, l’idea di uscire con un EP con il mio nome e cognome non mi piaceva tanto, quindi ho pensato di ascoltare l’EP e di farmi venire in mente qualcosa dalla musica. Una delle prime immagini che ho avuto è stata quella di un fiume, proprio perché alcune canzoni avevano un andamento tranquillo, come l’acqua che ti scorre lungo la schiena sotto la doccia, altre erano più forti come un fiume in piena, da qui il nome “river”. Ho deciso di riprendere in mano il progetto nel 2014 e iniziare a scrivere in inglese, poi studiando cinema al DAMS di Torino ho avuto modo di coinvolgere amici videomaker creando una sorta di collettivo audiovisivo composto da loro e altri amici musicisti. In questo modo diamo importanza sia alla musica che all’immagine video.

Un po’ come ha fatto la Machete Crew nel mondo hip hop, mentre nel tuo caso si parla di folk acustico. Come mai hai scelto di scrivere il tuo nome artistico in minuscolo? Anche questa è una scelta particolare.
Quando lo vidi scritto in minuscolo mi sembrava che acquistasse una migliore attenzione dell’occhio e allo stesso tempo, non avendo lettere maiuscole, dava un senso di semplicità e simmetria. Per questo ho deciso di adottare i caratteri minuscoli anche per i titoli delle canzoni.

E invece come sei arrivato ad aprire il concerto di Zibba?
Guarda è successo tutto per caso (ride). Io avevo suonato al Randal di Sestri Levante ad una manifestazione che si chiama Stop Wars Beatles Night, una serata dedicata ai Beatles, rivisitati dai Beatzone in chiave semiacustica. Alla fine dell’evento uno degli organizzatori mi ha chiesto il contatto e alcune tracce. Casualmente qualche mese fa stavo cercando delle date da gennaio in poi per la promozione del nuovo EP, ho contattato il Randal e gli organizzatori mi hanno detto che ci sarebbe stata la possibilità di aprire il concerto di Zibba insieme a Gioacchino Costa. È successo tutto da un momento all’altro, non me l’aspettavo proprio, è stata una cosa fighissima perché Zibba in Italia è uno degli autori e degli artisti che mi piacciono di più. In particolare lui e Niccolò Fabi.

Che tra l’altro hanno collaborato nella traccia di Zibba Farsi male.
Infatti è uno dei pezzi che preferisco dell’album Muoviti svelto.

Concordo a pieno. Visto che hai citato la musica nostrana, in questo periodo il mercato musicale italiano sta vedendo gli indipendenti alla conquista delle major, che impressione ti sei fatto di tutto questo?
Il mercato musicale sta diventando sempre più libero e soprattutto si ha la possibilità di raggiungere molte più persone rispetto a un tempo, perché anni fa se non avevi i contatti giusti certi numeri non li facevi. Poi è anche importante crearsi una fanbase, una sorta di rumor nel giro indipendente. Alcuni artisti, anche esteri, ancora prima del discorso musicale, sono venuti fuori con immagini, video, secret concert, che creavano hype intorno ad un prodotto. Tutto ciò è un segnale di quanto la comunicazione sia importante oggi.

Come mai hai scelto di cantare in inglese?
Di solito si inizia in inglese poi si continua in italiano, mentre a me è successo un po’ il contrario. Poi per l’università che ho frequentato ho visto molti film in lingua inglese o con i sottotitoli in inglese quindi c’è stato un allenamento nei confronti di questa lingua. Inoltre sono sempre stato legato al mercato musicale estero, quindi quando ho deciso di iniziare a scrivere qualcosa mi è venuto spontaneo scriverlo in inglese. Dovrò vedere come evolverà la mia musica e se continuerò con questa lingua, come hanno fatto anche Joan Thiele o Wrongonyou (artisti italiani che cantano in inglese, ndr).

Cantare in inglese ti permette anche di avere un bacino di utenza maggiore.
Cantare è qualcosa che mi permette di vivere in empatia con le persone e questa lingua ti mette a contatto con un pubblico più ampio. Parlando della mia scelta a livello sociale, gli ultimi risvolti politici mondiali non sembrano presagire un mondo cosmopolita, anzi piuttosto un mondo chiuso. Io comunque credo nell’essere cosmopoliti e una lingua che ti permette di arrivare a tante persone, anche se a volte con difetti di pronuncia, credo che sia qualcosa di positivo.

Ascoltandoti viene in mente la scena busker folk inglese ed interpreti come Ed Sheeran e Passenger. Ti ispiri a questi artisti? Rimarrai su questo stile acustico?
Intanto grazie per il complimento, quelli che hai citato sono artisti che piacciono molto anche a me e inoltre, parlando di busker (artisti di strada), insieme al mio collettivo UGA stiamo lavorando con il comune di Genova per cambiare la regolamentazione e per riuscire a venire incontro agli artisti. Credo che il busking sia qualcosa da tutelare e da rendere possibile. Per quanto riguarda il suono che vorrei proporre, la mia intenzione è quella di prendere spunto dal folk moderno, oltre agli artisti che hai citato altri che possono essere d’ispirazione sono The Tallest Man on Earth e Justin Vernon. In particolare proprio quest’ultimo ha un sound che mi incuriosisce molto, mixando il mood malinconico del folk all’elettronica.

Concentrandoci invece sul tuo prossimo EP, puoi anticipare qualcosa di ufficiale?
La data da segnarsi è il 26 dicembre, giorno in cui uscirà su Spotify. C’è già un video su Youtube del primo singolo estratto, Spellbound. Per tutto il mese di novembre, invece, ho deciso di prendere un’altra traccia che si chiama Snowflakes e l’ho divisa in 6 clip da trenta secondi l’una che usciranno una volta a settimana, in modo da anticipare l’uscita dell’EP e del video completo, successivamente disponibili in concomitanza. Sono stato ispirato dai Radiohead, visto che nell’ultimo disco hanno fatto brevi clip di preview delle canzoni pubblicate sul loro profilo Instagram. Sulla pagina facebook www.facebook.com/riverofficialpage si possono trovare tutti i titoli e tutte le informazioni a proposito dell’EP.

Hai parlato spesso del collettivo di cui fai parte, di cosa si tratta UGA (Unione Giovani Artisti)?
Quando sono entrato nel collettivo mi sono trovato ad affrontare insieme ad altri, dieci progetti musicali che provavano a percorrere strade diverse: c’era chi amava il cantautorato in stile Dalla o Graziani, chi invece faceva canzoni inglesi come me. Abbiamo deciso di avvicinarci e unire le forze, perché è sempre difficile proporre da soli la propria musica. Tutto è iniziato con una rassegna in un locale che si chiamava la Locanda (oggi Bootleg) e da questo abbiamo fatto altre date in giro. Si lavora insieme per far cresce il proprio progetto e quello di tutti.

Cosa ci vuoi trasmettere con la tua musica?
Ciò che vorrei maggiormente è essere onesto con me stesso, con la mia musica, anche rischiando di non piacere alle persone. Per adesso, anche seguendo questa filosofia, sono riuscito fortunatamente a creare empatia con il pubblico che mi ha ascoltato e questo, a mio parere, è un bellissimo risultato.

Il gruppo romano Thegiornalisti è sull’onda del successo dopo l’uscita del loro nuovo album.

Thegiornalisti: Completamente Sold Out
Thegiornalisti (Foto © www.radiopuntonuovo.it).

Poche storie, stiamo parlando del gruppo del momento. Si fanno chiamare Thegiornalisti per i loro testi rosa schietti come la carta stampata, innamorati dell’amore e di tutto ciò che gli gira attorno. La band italiana composta da Tommaso Paradiso, Marco Antonio Musella e Marco Primavera sta scalando le classifiche con l’album “Completamente Sold Out” e con il loro pop da sognatori, che ha coinvolto persino le radio nazionali.

Ci sentiamo per telefono, non potremmo fare altrettanto visti gli innumerevoli spostamenti tra tour, prove, instore ed interviste. Nonostante ciò la chiacchierata è amichevole e tranquilla, senza fretta, cercando di scoprire cosa significhi far parte di una band indie ormai sulla bocca di tutti.

Come state vivendo l’uscita dell’album?
Stiamo vivendo bene questo momento, ora siamo in tour e non riusciamo a valutare effettivamente tutti i risultati. Metabolizzeremo forse tra un mesetto.

In radio vi si sente sempre di più, se “Fuoricampo” è stato molto apprezzato con “Completamente Sold Out” e con il singolo “Completamente” si può dire che abbiate fatto centro. Sentite di essere sotto i riflettori?
Vedendo tutte le pagine Facebook che sono nate per prenderci in giro direi di sì (Ridono). Quel che ci sta accadendo è tutto positivo, possiamo dire tranquillamente che ce la stiamo godendo.

Vi sentite mainstream?
Siamo all’inizio di un qualcosa, ma è prematuro considerarci mainstream. Mainstream è Zucchero, rispetto a noi c’è ancora qualche differenza (Ridono). Sicuramente siamo in una posizione che al momento è difficile da definire.

L’indie italiano ha sempre più protagonisti che stanno emergendo con sintetizzatori e suoni elettronici. Come mai avete scelto anche voi l’elettronica?
Già con “Fuoricampo” abbiamo portato avanti questo stile, è stata una scelta dettata dalla volontà di proporre un’armonia molto “dream” e per far questo abbiamo avuto bisogno di quei suoni. Volevamo far uscire la nostra anima super malinconica. Poi il rock ci aveva un po’ stufato, anche se effettivamente non l’abbiamo mai fatto.

E comunque il panorama italiano non era abituato al vostro tipo di pop.
Esatto, non ce n’era. C’era il vintage sulle chitarre, non c’era questa riscoperta degli anni ’80.

Al pubblico spiccano due cose ascoltando e guardando i Thegiornalisti: i testi, pieni d’amore, sentimenti ed emozioni, e un look retro curato ed affascinante. La vostra immagine è un messaggio che volete comunicare oppure avete proprio uno spirito hipster?
In realtà, questa immagine retro è soltanto legata al video di “Completamente”, se potessi vedere come siamo vestiti ora in treno ci paragoneresti a tre rapper neri. A noi piace la modernità con stile, non ci vestiremmo mai nella vita di tutti i giorni con il vestiario del video, se guardi i nostri profili Instagram lo puoi vedere.

Comunque avete colpito anche quel tipo di personalità e di stile.
Noi cerchiamo di combinare la modernità (gli smartphone e i social), alla retromania e pensiamo che questo si noti.

Siete un gruppo nuovo, fresco e lontano dalle telecamere dei talent. È necessario andare in televisione per fare musica?
Dipende da che tipo di carriera vuoi fare. Se non hai nulla da perdere e hai una bella voce perché no, l’importante è non perdersi d’animo se ti rifiutano. Se hai la passione, quella vera, consigliamo di fare una carriera partendo dal basso, girando vari club, suonando live.

Di recente è nata un’iniziativa da parte del direttore di Rockol, Franco Zanetti, il quale ha chiesto a Sky di evidenziare e approfondire gli autori delle canzoni che vengono scelte ad XFactor, visto che generalmente chi scrive e compone passa in sordina. Cosa ne pensate? In particolare Tommaso, che ha lavorato a “Luca lo stesso” per Luca Carboni.
Parlando appunto di Carboni, in ogni intervista in cui si parla di “Luca lo stesso” lui cita Tommaso, Dario Faini, i Thegiornalisti e questo è un suo grande merito. Gli autori sono sottovalutati, ma in realtà sono il motore della musica italiana odierna, visto che tutti gli interpreti che stanno in classifica raramente scrivono le proprie canzoni. È un lavoro che andrebbe considerato maggiormente dai media e dagli stessi interpreti.

Concludiamo parlando di “Completamente Sold Out”, qual è il senso totale dell’album?
Dietro ad un apparente velo malinconico questo album contiene un’esortazione alla gioia di vivere. Abbiamo cercato di spronare le persone a godersi la vita anche nei momenti più difficili, senza risparmiarsi, tirando fuori tutto quello che si ha, soprattutto nei rapporti personali. “Completamente Sold Out” è un grido, un grido di esistenza.

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