Andrea Benelli: «Esprimo con la musica quello che ho dentro di me»

Musica361 incontra il pianista di Casale Cremasco (CR) che, dopo gli studi di musica classica in Conservatorio e un’esperienza alla Scala di Milano, è ora pronto a realizzare il suo primo ambizioso progetto musicale.

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Il pianista Andrea Benelli.

Nella cornice di un’accogliente casa milanese Andrea Benelli ci invita all’ascolto di tre suoi brani inediti, in attesa di essere pubblicati nel suo primo disco in uscita all’inizio del prossimo autunno. E al termine dell’esecuzione veniamo a conoscere i prossimi obiettivi di questo promettente pianista.

Dalla tua biografia si legge che hai ufficialmente imparato a suonare all’età di 6 anni: scelta di famiglia o tua naturale inclinazione?
A 4 anni, quando ancora andavo all’asilo, i miei genitori mi avevano regalato una pianola e, appena rincasavo, mi mettevo a suonare in maniera molto naturale le canzoncine che avevo sentito all’asilo o anche a messa, tipo “Quando nell’ombra cade la sera”. I miei parlarono di questa inclinazione al maestro Manenti, allora direttore della cattedrale di Crema, che consigliò loro «ora lasciatelo pure giocare, poi se volete, quando compirà 6 anni mi occuperò io della sua formazione musicale». E così fu: devo tutto a questo maestro che per primo mi iniziò al pianoforte dandomi le basi musicali, la passione per il solfeggio e un indirizzo molto classico, fino ai 14 anni. Da quelle lezioni nacque poi la curiosità di sperimentare con l’organo: tanto che quando entrai in Conservatorio a Milano mi diplomai prima in organo (2000), poi in pianoforte (2002) e infine in clavicembalo (2003).

Tra i tanti strumenti a tastiera qual è quello che senti, per così dire, più “nelle tue corde”?
Ho studiato buona parte degli strumenti a tastiera dal fortepiano, al clavicordo al clavicembalo. Per un periodo mi ha intrigato quella sonorità quasi orchestrale tipica dell’organo ma, ad oggi credo, che lo strumento che meglio mi permetta di esprimermi sia il pianoforte. Col pianoforte ho la possibilità di dare colore ad ogni minima sfumatura di ogni suono: rappresenta per me una sorta di estensione del mio corpo e delle mie emozioni.

Un’infanzia e un’adolescenza dunque votate da sempre solo alla musica?
Nel mio passato c’è anche il calcio. Calcio e musica sono andati di pari passo nella mia vita fino ai 14 anni. Avevo anche raggiunto un buon livello, giocavo nelle giovanili del Brescia poi però, di fronte all’opportunità di entrare in Conservatorio, ho dovuto scegliere: o calciatore o musicista. Non avrei potuto coltivare parallelamente queste passioni: se avessi avuto un infortunio giocando a calcio ad esempio avrei compromesso la carriera di musicista…Così ho scelto la musica. C’è stata solo una breve parentesi di dubbio, nell’estate a cavallo tra il diploma di pianoforte e di clavicembalo a 22 anni, quando mi venne il desiderio di essere animatore in un villaggio vacanze in Sardegna.  Furono i 3 mesi più belli della mia vita. Amavo e amo tutt’ora il contatto con la gente, è stata un’esperienza impagabile dal punto di vista umano: oltre a soddisfare il mio spirito da performer mi ha permesso di appagare anche il bisogno di essere apprezzato a livello umano prima ancora che come professionista.

E dopo questa parentesi come hai capito che la tua strada era veramente la musica?
Avevo capito che in quel momento ero stato attratto da quel tipo di vita come una droga: ne avevo bisogno. Poi però altrettanto rapidamente ho capito che essere animatore non era quello che volevo veramente fare nella vita. Penso sempre che siamo come predestinati: e così la musica mi ha inevitabilmente richiamato a sé.

Scelta saggia dato che la musica ti ha poi regalato ben più meritate soddisfazioni: fino al 2013 hai collaborato con l’Orchestra, la Filarmonica e i Cameristi del Teatro alla Scala in qualità di organista, pianista e clavicembalista sotto la guida dei più grandi direttori del mondo. C’è un esperienza con un maestro in particolare che ti ha segnato o insegnato di più?
Massimiliano Bullo, uno dei più grandi pianisti diretti da Riccardo Muti, appena entrato in Scala mi ha detto: «Devi essere una spugna: prendi il meglio da chiunque. Anche da chi credi non sia sulla tua stessa lunghezza d’onda: magari non hai nulla da condividere per l’80% ma quel 20% sì». E devo dire che questo consiglio mi è stato decisamente utile: tutti mi hanno effettivamente dato qualcosa. Ricordo ad esempio il direttore d’orchestra Georges Prêtre quanto trasmetteva con autentica espressività dirigendo “Barcarole”, lontano dal mero concetto di tenere il tempo. Rimpiango invece di non aver potuto collaborare col maestro Muti: da lui sono sicuro che avrei imparato tanto. Lo vidi in commissione il giorno dell’esame del concorso di organo e poi non ho più avuto l’occasione di incontrarlo.

L’esperienza con La Scala però finisce e per tua scelta: cosa è successo?
La Scala mi ha dato tanto, è stata una tappa fondamentale e un’occasione d’oro: ho approfondito la mia conoscenza della musica sinfonica e mi sono anche avvicinato all’Opera. Tra i ricordi più belli ho in mente l’esecuzione del mio assolo di Petruška di Stravinskij in mezzo all’orchestra di 60 elementi. Uno dei ricordi più emozionanti probabilmente, ho ripensato in seguito, perché ha rispecchiato la mia ambizione di essere protagonista. In poche parole sentivo stretto quel ruolo di tastierista in mezzo all’orchestra: ho sempre avuto la vocazione di gestire piuttosto che essere gestito. Così me ne sono andato.

E infatti dal 2013 hai intrapreso un nuovo percorso musicale come pianista solista, proponendo lunghe esecuzioni composte da brani tratti da diversi generi musicali, con l’intenzione di coinvolgere il pubblico in un vero ascolto a 360°. Come è nato questo nuovo capitolo della tua carriera?
Mi venne l’idea di creare e proporre dei programmi-zibaldone composti da tanti generi diversi: dal liscio alla musica lirica, dalla sinfonica al pop. Ad esempio aprivo con un brano di Morricone che poi sfumava in un notturno di Chopin, poi “Anima Fragile” di Vasco Rossi, “Nessun dorma” di Puccini, un tango, un liscio, una mazurka e un finale col valzer di Strauss. Un’esibizione di un’oretta assemblata a istinto, costruita a partire dai panni di un ascoltatore che non voglia annoiarsi.

Che esito ha avuto?
Ho proposto il progetto a diversi ristoranti con alcune difficoltà: uno degli ostacoli è sempre stato il costo del noleggio di un pianoforte perché, come ho già detto, non riesco a rendere le giuste sfumature su tastiere elettroniche. Senza contare l’attenzione degli ascoltatori a fine cena…L’ultimo atto è stato ad Abu Dhabi, proponendo questi programmi nelle hall dei grandi hotel: spesso suonavo praticamente per me stesso e forse per un arabo che leggeva il giornale in fondo alla sala. Quando poi veniva nel mio programma il momento di brani come il valzer di Strauss, i responsabili si avvicinavano richiamandomi con un compassionevole “old music! old music!”. A me interessava più di tutto che chi passasse nella hall, mi dicesse: «Questo pianista in pochi minuti mi ha regalato qualcosa di meraviglioso». Però non è successo…ma ho perseverato. E un pomeriggio, improvvisando due o tre accordi per scaldarmi prima di mettermi a comporre un altro di questi programmi, è nato il brano “Sogno d’amore”.

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Andrea Benelli.

La tua prima composizione?
Uno dei primi è stato “Remember me”, che scrissi ispirandomi a una ragazza, una collega cameriera, conosciuta nel periodo di animazione in Sardegna. Dalla metà del 2014 ho iniziato a comporre brani inediti per pianoforte solo. Quando ne misi da parte più di una dozzina andai a registrarli nell’ottobre 2015 presso la Concert Hall Fazioli a Sacile (PN). Poi ho caricato qualche brano in internet e così ho avuto l’occasione di conoscere Rolando d’Angeli e firmare un contratto discografico con la Don’t Worry Records. Gli ho passato i miei brani e ora sono in attesa della pubblicazione, probabilmente si saprà qualcosa a settembre: il mio primo disco.

Quali sono i riferimenti musicali di queste tue composizioni?
Non lo so neanche io: una volta che registro il brano e lo riascolto mi chiedo sempre come sia stato possibile realizzarlo in quel modo. Nelle mie mani scorre il liscio, Morricone, Clayderman, Allevi, Einaudi, la classica, la lirica, l’orchestra…e da tutto questo nasce qualcosa. A volte penso che ci sia qualcosa o qualcuno che compone per me. Forse l’anima del mio maestro Manenti, compositore di musica sacra, che da lassù mi manda l’ispirazione.

In qualità di compositore qual è il tuo processo creativo?
É tipico mio immaginare. Parto sempre da un’immagine che man mano cerco di interpretare e visualizzo delle sonorità: tutto nasce da atmosfere mie. Quando ho composto “Stronger than before”, dedicata a mio padre, ho pensato a lui. Il brano si chiama così perché si riferisce alla sua vita, tragicamente segnata a 18 anni dalla perdita dell’uso di un braccio per un incidente sul lavoro. Ho cercato di immaginare di sentire quella sofferenza che dapprima l’ha buttato a terra e il coraggio che poi l’ha fatto rialzare: e alla fine del brano si sente proprio la musica che si alza, come ho immaginato lui alzarsi e trovare le forze per formare una famiglia come la nostra, nonostante le difficoltà.

Come definiresti il tuo stile?
Semplicemente il prodotto di ciò che sento: sono un tipo romantico e questo si riflette nella mia musica. O almeno è ciò che vorrei trasmettere però sono gli ascoltatori che devono confermarlo! Mi considero una persona semplice che cerca di esprimere con la musica quello che ha dentro di sé. La marca di questo stile è la semplicità. Non mi interessa dover essere originale a tutti i costi: anche perché penso che al giorno d’oggi la semplicità sia la vera originalità.

“L’originalità è essere semplici”: è questo il messaggio che vuoi mandare con la tua musica?
Bisogna ricordarsi che siamo prima di tutto esseri umani: lasciamo più spesso da parte il cellulare e viviamo di più la vita con le sue emozioni anziché stare a raccontarla. Sia la tristezza, la felicità, la gioia, la sofferenza, l’amore. Sì, mi piacerebbe che la mia musica si potesse riassumere in questo messaggio.

Come si vorrebbe vedere Andrea Benelli tra 5 anni?
Indipendente e realizzato artisticamente ed economicamente. E vorrei poter vedere le persone che mi hanno sostenuto nel raggiungimento di questo obiettivo soddisfatte dei miei risultati. Vorrei vedermi su un palcoscenico a suonare la mia musica, esprimendo me stesso al meglio. Gli album o le canzoni su vari supporti sono sempre in qualche modo “finite” e a me al contrario interessa più di tutto il contatto con la gente e le emozioni che possono nascere da questo contatto.

Riferendosi alla tua formazione classica: secondo te è difficile oggi avvicinare i giovani, soprattutto se non musicisti, all’ascolto e al godimento della musica classica?
Non è facile. Perché la musica classica non è facile. Presuppone un tipo di approccio non immediato: sarebbe opportuno avere fin da piccoli qualcuno accanto capace di avvicinarti ed educarti a questo genere. C’è chi può esser predisposto perché ha un gusto o un orecchio innato, però credo che la classica resti sempre una disciplina per pochi, non per tutti. Se considero composizioni pazzesche di certi autori mi chiedo effettivamente come un ragazzo di 15 anni possa apprezzare una musica simile se non musicista o in qualche modo educato a certi ascolti: penso a me che ho affinato un gusto musicale perché ho studiato. E poi, oltre alla predisposizione resta fondamentale anche la curiosità. In ultimo lo ritengo un godimento individuale, mi risulta difficile pensare di avvicinare collettivamente il pubblico giovane alla classica. Chiaramente comunque qualunque escamotage per riuscire in un’impresa del genere avrebbe il mio rispetto.

In attesa del primo disco di Andrea Benelli o la prossima occasione di vederlo dal vivo, Musica361 vi invita a tenere d’occhio la sua pagina facebook per i prossimi appuntamenti.


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Luca Cecchelli
Luca Cecchelli

Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato al mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa. Cinefilo quasi attore, scrittore, critico, melomane e appassionato conoscitore di musica rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

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