Alberto Turco, l’archeologo della musica europea

Alberto Turco da una vita si dedica alla ricostruzione delle melodie gregoriane grazie anche ad uno studio approfondito di antiche fonti.

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Foto © www.natisone.it.

Ci sono parole che vengono usate quasi solo dagli esperti di musica che interessano poco chi ascolta, ma che sono alla base anche della musica leggera, magari di quella che, con qualche pretesa, è chiamata “colta” come il jazz. Quei suoni che sembrano un po’ strani, che si muovono secondo una logica che non è quella della melodia che riusciamo a cantare subito, derivano da una maniera di organizzare la scala delle note che viene chiamata “modale” e arriva dritta dritta dal Medioevo, passando da Bach fino ad arrivare ai mostri sacri del cold jazz, tra tutti l’italianissima Rita Marcotulli.

La modalità ha ispirato, all’inizio del Novecento, la Dodecafonia di Weber e Schoenberg e tutta la musica classica contemporanea. Insomma: è un fiume sotterraneo che nasce con la musica del Medioevo, quella dei Carmina Burana e del Gregoriano. Anche se non è facile ricostruire come e cosa cantavano e suonavano nel profondo Medioevo: forse neanche Angelo Branduardi lo sa anche se ha fatto la sua fortuna con le melodie medievali.

Alla ricostruzione delle melodie gregoriane, quelle cantate dai frati nei monasteri, che qualche decennio fa erano venute alla ribalta con i monaci di Silos e con gli Enigma (che le hanno fatte ballare nelle discoteche degli anni Novanta), ha contribuito un gruppo di monaci francesi dell’Abbazia di Solesmes, ma anche in Italia vive uno dei più grandi studiosi del campo, Alberto Turco, che da una vita studia proprio la modalità, anzi, si può dire che è stato lui a ricostruire la nascita e l’evoluzione di questo modo di costruire la musica. E non è stato facile perché c’era parecchia confusione e con i documenti si riusciva a risalire solo ai tempi di Carlo Magno.

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Misericordia, il film per la regia di Adelmo Togliani

Turco è arrivato, con la pazienza e il fiuto di un segugio, a tornare molto più indietro, addirittura fino al III secolo dopo Cristo e a capire che quello era il risultato della mescolanza (o della contaminazione) tra musica greca, romana ed ebraica. Un po’ come oggi, le influenze arrivavano da ogni parte e hanno creato questo genere di musica che è durato più di mille anni. Turco è instancabile, nonostante i suoi 78 anni: corsi in tutta Italia, in Russia e in America; lezioni a Roma; concerti con tre gruppi gregoriani (due a Verona e uno a Roma); pubblicazioni che riguardano sempre il suo amore: il Gregoriano.

Con i suoi gruppi ha registrato più di 30 CD e, recentemente, ha prodotto un film per la regia di Adelmo Togliani, girato nella spettacolare cornice della chiesa di San Zeno a Verona, nel quale il Gregoriano, cantato da due dei suoi gruppi, si intreccia con la musica di Marco Frisina e con i movimenti leggeri delle allieve del corpo di ballo dell’Arena di Verona. Ha voluto che non fosse un documentario, ma un film, una storia che racconta come la musica non abbia tempo e confini e che il vecchio può essere ancora insospettabilmente nuovo.

 Articolo di Paolo Linetti.

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